Il 10 di marzo 1872 moriva a Pisa, quasi profugo nella sua patria che amò tanto, dopo quasi mezzo secolo di lotte titaniche e di ineffabili amarezze, Giuseppe Mazzini.
Fin dal 1835 egli aveva incominciata la sua vita di agitatore col nobile scopo di vedere l'Italia libera tutta, libera per sempre, pronto a dare il suo concorso a chiunque avesse assunta la santa impresa del riscatto nazionale. A tale effetto istituì la grande associazione dellaGiovineItalia, a riscontro della Società dei Carbonari ridotta all'impotenza per difetto di capi.
Nel finire del 1831 pubblicava la famosa lettera a Carlo Alberto.
In essa, istigava il Re di Piemonte ad iniziare l'impresa dell'emancipazione nazionale, dipingendogli lo stato dell'Italia, gli ideali e le speranze del popolo italiano; suggerendo al Re quello che doveva fare per la nazione.
Coi suoi scritti tenne vivo l'amore della patria. Col lavoro indefesso di 17 anni, dal 31 al 48, col suo apostolato di fede e d'amore, si acquistò la simpatia non solo degli Italiani ma dell'Europa, che vide in lui, l'incarnazione dei tempi nuovi e l'apostolo della redenzione.
Quando Pio IX salì al Pontificato, Mazzini levava un'altra volta la voce ricordando al Papa le sventure d'Italia ed invocando il suo intervento per farle cessare.
Caduto in Francia il Regno di Luigi Filippo nel febbraio del 1848, radunati quanti più potè esuli che si trovavano a Parigi; fondava l'Associazione nazionale italiana a scopo unitario.
L'Italia si svegliava colla gloriosa rivoluzione di Palermo, Messina e Catania e colle 5giornate di Milano, seguite dall'eroica Brescia, dai moti dell'Italia centrale e dall'intimazione di guerra all'Austria da parte di Carlo Alberto.
Nella guerra del 48 seguì la legione dei volontari capitanati da Garibaldi, finchè sfinito di forza dovette rifugiarsi a Lugano.
Alla notizia dolorosa della rotta di Novara l'assemblea Romana elesse un triumvirato che pensasse alla difesa della proclamata repubblica e Mazzini fu eletto triumviro con Saffi e Armellini.
Contro Roma si erano unite Austria, Spagna, Francia e il Re di Napoli, ma la gloria di distruggere la repubblica Romana, che seppe difendersi con tanta gloria, doveva spettare tutta alla repubblica francese.
Mazzini credette sempre essere indispensabile all'Italia l'unione di tutti i suoi figli per diventare e conservarsi libera, gloriosa e potente; e quando nel 59 fu intimata dal Re Vittorio Emanuele la guerra contro l'Austria, egli dichiarava che si univa al concetto di Garibaldi, perchè anteponeva ad ogni cosa, l'unità della patria; il che era la base dei suoi principi.
Nel campo liberale Mazzini era consideratolo spirito della rivoluzione, Garibaldi la forza. Senza Garibaldi l'unità d'Italia forse non si sarebbe fatta; ma senza Mazzini, che fece iniziare i moti di Sicilia, Garibaldi non avrebbe accettata l'impresa dei Mille e non sarebbe sbarcato a Marsala.
La morte di Mazzini lasciò un vuoto profondo nel cuore degl'Italiani; poichè molti riconobbero troppo tardi qual'uomo egli era; quale l'opera spesa disinteressatamente per la patria redenzione; le lotte alteramente sostenute fra la santa ribellione e la ancor più santa abnegazione—l'impulso dato in ogni tempo alla causa nazionale. Con Mazzini si spense il cuore animante alla rivoluzione, il grande mezzo che portò l'Italia da Torino a Roma—e alla sua memoria la venerazione che gli si tributò è inferiore a quanto egli meritasse, a quanto, senza pompa e senza lenocini, gli tributa dal cuore il risorto popolo italiano.
Il Re Vittorio Emanuele II nel 31 dicembre del 1870 entrava per la prima volta in Roma per recarvi generoso soccorso; il Tevere uscito dal suo letto, apportava desolazione e ruina.
Nel 2 luglio del 1871, accolto prima in Campidoglio dal plauso, dalle benedizioni e dall'esultanza di 30 milioni d'Italiani, prendeva gloriosamente possesso del Quirinale, nuova sua Reggia, pronunciando le memorabili parole "ci siamo e ci resteremo".
Roma italiana, dopo la sua proclamazione a capitale del risorto paese, accolse nel Quirinale parecchi sovrani e principi esteri venuti a visitare il Re Vittorio Emanuele, riconoscendo con tale atto il nuovo regime costituzionale: l'imperatore Don Pedro del Brasile, il re ed il principe di Danimarca, il principe Federico Carlo di Prussia, l'arciduca Nepomuceno d'Austria, il re e la regina di Grecia, il principe di Galles, il duca di Edimburgo ed altri. Tutti ebbero a lodarsi delle festose accoglienze, e l'ammirazione d'ognuno fu grande e completa per le particolaridoti di pensiero e di cuore del nuovo Re d'Italia.
Nel 1873 Re Vittorio visitò Vienna e Berlino, accolto con entusiasmo che sembrò delirio—egli ovunque personificava il popolo italiano risorto a vita novella, ed il Re galantuomo sapeva rappresentare un popolo che aveva diviso e divideva le sue aspirazioni.
Nel febbraio 1874 giunse in Italia la notizia della morte di Nino Bixio, il soldato intrepido, temerario, di animo bollente e dell'inerzia sdegnoso. L'ardore di operosità che lo divorava l'aveva spinto, quando non era più richiesta l'opera delle armi, a correre in lontane regioni per schiudere nuova via al commercio italiano, ed in selvaggie ed inospitali contrade la morte crudele, che egli aveva tante volte affrontata sul campo di battaglia, lo fece sua vittima.
Morendo egli pensò alla patria, alla sua famiglia che raccomandò al Re. E non fu vana la raccomandazione.
In data 14 febbraio 1874 il Re indirizzava da Napoli—ove pervennegli la notizia—il seguente telegramma al Ministro Minghetti:
"Ricevetti ieri il rapporto che Ella mi manda
Re Umberto I
sulla morte del povero Bixio. La prego di fare per parte del Governo quello che si potrà per la famiglia. Io pure son disposto aiutare. Faccia il piacere di dirmi, dopo che Governo e ordine mauriziano avranno fatto la loro parte, con qual pensione creda che io possa contribuire".
Il 5 aprile 1875 l'imperatore Francesco Giuseppe restituiva a Venezia la visita fattagli da Re Vittorio a Vienna, e sull'ottobre l'imperatore Gugliemo di Germania giunse a Milano ospite del Re, accolto con un entusiasmo veramente commovente.
Intanto Re Vittorio dava impulso al riordinamento della vita pubblica italiana, prendendo viva parte al rinnovamento della vita nazionale, conscio e compreso dei suoi doveri di cittadino e di Re. E come alto fosse in lui questo sentimento lo dimostrano le parole da lui profferite nel discorso della Corona il 20 novembre 1876:
"Da 6 anni celebriamo in Roma la festa dell'unità nazionale. Dalla integrata unità avemmo frutti di gloria e prova di sapienza civile. Molto si è fatto, molto rimane a fare. Rimane l'opera che vuole maggiore pazienzae lavoro e maggiore concordia d'intento; quello di consolidare tutto l'edificio governativo, e dove occorre, correggerlo. A questo non si può riuscire che con una gara sincera di operosità e di costanza. Io vi addito la via e sono certo che anche in queste battaglie pel riscatto civile, la mia voce troverà risposta di nobili sacrifizi e di gloriose vittorie".
Il primo gennaio 1878, Vittorio Emanuele ricevette, senza dare il benchè minimo sospetto di sofferenza, le deputazioni del Parlamento, i grandi dignitari dello Stato e molte altre rappresentanze, ed a tutti ricambiò con volto lieto gli auguri pel nuovo anno.
Alla sera si recò al teatro Apollo; nel tornare a casa si lagnò d'un gran caldo e fece abbassare i cristalli della carrozza. Giunto nelle sue stanze volle che il primo cameriere aprisse le finestre; si fece portare dell'acqua ghiacciata ed accese un sigaro, si mise a fumare sul davanzale della finestra.
Il giorno 2 andò a Castel Porziano per iscuotersi "come egli disse" e ne ritornò verso il mezzogiorno, chè il malessere andava crescendo.
Il giorno 3 ricevette al Quirinale il presidentedel Consiglio dei Ministri per la firma dei decreti.
—"Vede, Depretis", gli disse: "contrariamente alle mie abitudini ho fatto accendere il fuoco, perchè sento un grande freddo—. La scorsa notte l'ho passata male".
—"Bisogna curarsi, Maestà!
—"Mi curo; mi astengo dall'andare a caccia; del resto se di notte non mi sento bene, di giorno la va meglio".
Ciò detto si diede a firmare.
Aveva letto un decreto che collocava in aspettativa per motivi di salute un impiegato. Rivolto a Depretis, gli disse sorridente:
—"Anche io avrei bisogno di un po' d'aspettativa per l'eguale ragione.
—"Maestà—gli rispose il Ministro alquanto turbato, ma seguendo lo scherzo del Sovrano—per i Re i motivi di salute non sono sufficienti per avere l'aspettativa".
Il Re tacque e continuò a firmare.
Il 4 di mattino, il Re aveva dato le disposizioni di partenza per Torino, ma la debolezza lo costrinse a cedere al male e a rimettersi a letto; fece chiamare il medico. Il Saglione, compresesubito che la cosa era grave, ma non diede a capir nulla al Re; soltanto domandò ed ottenne che fosse consultato un altro medico. Si telegrafò al Professore Bruno in Torino e fu chiamato l'on. Baccelli.
La mattina del 5 vi fu aumento di febbre prodotto dalla polmonite. Al tocco, arrivato il Dottore Bruno, si tenne consulto. I tre dottori si trovarono d'accordo nella diagnosi della malattia ed ordinarono una dose di chinino come disinfettante e una buona emissione di sangue, mediante salasso. Il Re era recisamente avverso a farsi aprire la vena: ma il professore Baccelli disse risolutamente:
—"Maestà, la nostra responsabilità innanzi a Voi e al paese, è troppo grande, perchè noi si faccia uso di tutti i nostri diritti. Vostra Maestà sarà Re finchè vuole; ma in questo momento i re siamo noi e Vostra Maestà è nostro suddito".
Vittorio Emanuele sorrise, sporse il braccio e si prestò al salasso; dopo del quale sisentìunpo'meglio.
Il quinto giorno della malattia si sperava in una crisi benefica. Da Firenze venne chiamato il professore Cipriani, da Pisa il professore Landi, ma la crisi benefica non venne!
Nella mattina del giorno 9 i medici avvertirono un forte peggioramento. Gli ufficiali di servizio furono mandati ad avvisare i principi reali, i ministri e i grandi dignitari della Corte.
Il professore Bruno ebbe incarico di chiedere al Re, se era disposto a ricevere i conforti della religione.
Il Re calmo, si volse al medico e gli disse:
—"Ma dunque la malattiaèben grave?
Il dottore riprese che si trattava di una precauzione—e il Re replicò, "Facciano pure".
Il Re prese il viatico con grande serenità di spirito e disse:
—"Io speravo di morire sul campo di battaglia: ma pazienza!—Muoio almeno in questa Roma, in mezzo al mio popolo".
Dopo il Viatico passarono avanti al Re, affranti dal dolore, i ministri e i dignitari e il Re li salutò tutti.
Al figlio suo disse queste testuali parole:
—"Mio Umberto—caro figlio mio—ti raccomando fortezza, amore alla patria e alla libertà".
Il principe che era inginocchiato accanto al letto, assieme alla principessa Margherita piangente,giurava al padre suo che non avrebbe dimenticati i suoi ultimi comandi e i suoi doveri.
Verso le 11 Vittorio Emanuele—il Grande Re—il Padre della Patria—entrava in agonia, che durò pochi minuti. Quando il prof. Bruno disse: "Il primo Re d'Italia è morto" fu uno scoppio unanime di pianto.
E così il dì 9 gennaio 1878 in Roma, nel palazzo del Quirinale cessava di vivere, dopo breve malattia, il Gran Re a cui l'Italia deve la sua unità, la sua indipendenza.
La morte di Lui fu cagione di lutto per la intera nazione e del più vivo dolore per ogni buon italiano.
I suoi funerali furono imponenti—Tutta Italia fu largamente rappresentata; e sulla sua tomba al Pantheon, asilo supremo della sua pace immortale, si scrissero le parole—vere—eloquenti—nella loro brevità:
A VITTORIO EMANUELE II
PADRE DELLA PATRIA
E il Pantheon rimarrà sempre luogo di pellegrinaggio per i veri e sinceri patriotti.
Vittorio Emanuele fu fedele mantenitore dellefranchigie concesse al popolo da Carlo Alberto; e mai s'oppose ai progressi richiesti dai nuovi tempi di civiltà e dal bene del paese; supremo fine dei suoi desideri. Nella storia del regno di Vittorio Emanuele si racchiude la storia d'Italia di trent'anni; giacchè alla grand'opera della redenzione egli si era accinto fin dai primordi del suo regnare e mai si arrestò, mantenendo le libertà giurate, ricevendo nel piccolo Piemonte gli esuli d'ogni parte d'Italia, resistendo alle minaccie ed alle prepotenze straniere e, giunto il momento desiderato, sguainando la spada per l'indipendenza ed unità della patria.
La memoria di Vittorio Emanuele sarà sacra in eterno nel cuore degli Italiani.
Fu fortuna per la patria nostra, da poco sorta a nazione, che Umberto I successore al Gran Re nel trono d'Italia fosse degno figlio del Gran Genitore, e che le sorti della nazione non corressero con lui nessun pericolo, sapendosi come immenso fosse in lui l'amore all'Italia e il sentimento di volerla prospera e grande.
Della morte di Vittorio Emanuele Garibaldi fu inconsolabile.
Esso da tempo viveva a Caprera intento a trarre qualche partito dalla parte dell'isola suscettibile ad essere coltivata.
Nel 1875 apriva la campagna per la sistemazione del Tevere.
Nell'inviare al tenente colonnello Domenico Cariolato l'appello agli Italiani per la sottoscrizione ai grandi lavori del Tevere, così gli scriveva:
"Mio caro Cariolato,
"Vi accludo l'appello che io faccio agli Italiani per la sottoscrizione a favore dei lavori del Tevere. Sarebbe utile che la prima firma fosse quella del Re, ma temo che anche in quest'opera umanitaria vorranno ficcarvi la politica. Minghetti mi si è dimostrato favorevole, ma temo che altri metteranno i bastoni fra le ruote, e si farà in modo che il Re non firmi.
"Parlatene a Dezza e venite presto a Villa Casalini. Sempre vostro
G. Garibaldi"
Roma, 10 gennaio 1876.
Era intento a questo nobile scopo ed a quello non meno nobile e grande della bonifica dell'Agro Romano, quando avvenne il triste fatto del trattato del Bardo. Garibaldi ne fu colpito più di ogni altro patriota perché lui non si aspettava dalla Francia quest'atto che umiliava l'Italia.
Palermo si preparava in quei giorni a festeggiare la data della ricorrenza dei Vespri Siciliani, e, invitato a recarsi nell'Isola da lui tanto amata, acconsentiva a fare il faticoso viaggio sebbene sofferente di salute e sebbene sconsigliato dai figli e dagli amici.
Lasciata Caprera, sbarcava il 21 di gennaio a Napoli ricevuto con delirio da quella popolazione che non l'aveva più riveduto dopo il 1860. Sente il bisogno di un po' di riposo e va a passare giorni tranquilli per circa due mesi nella villa del sig. Maclean a Posillipo.
Da Napoli si dirige in Calabria; riposa unanotte a Catanzaro, segue poi il viaggio, parte in vettura, parte in ferrovia; pellegrinaggio per lui micidiale, accolto dovunque passa con vera frenesia; arrivato allo stretto, ricevuto a Reggio da quel popolo delirante, passa alla sua Messina che s'accalca per salutarlo, per toccarlo, per baciarlo come se fosse cosa santa, e il 28 marzo entra a Palermo. Non è possibile dire delle deliranti accoglienze di quella popolazione, essendo più facile immaginarle, che descriverle.
A quel popolo, che freneticamente lo acclamava e voleva sentire la sua parola, diceva:
"Ricordati, o popolo valoroso, che dal Vaticano si mandavano benedizioni agli sgherri, che nel 1282 cacciasti con tanto eroismo.
"Forma quindi nel tuo seno, dove palpitano tanti cuori generosi, un'associazioneEmancipatrice dell'intelligenza umana, la cui missione sia quella di combattere l'ignoranza e svegliare il libero pensiero".
Il 31 marzo, anniversario del terribile eccidio, il Generale per le tristi condizioni di salute non potè assistere alla grande cerimonia: e l'indomanisuo figlio Menotti alla folla radunata sotto le sue finestre, leggeva un'addio affettuoso del padre, nel quale si protestava figlio di Palermo, e il 17 aprile sulCristoforo Colomboripartiva per Caprera.
Tra l'aprile e il maggio lo stato di salute del Generale erasi fatto più grave, e la notte del 1ogiugno i telegrammi si correvano l'uno dietro l'altro. Garibaldi è aggravato, Garibaldi è moribondo!
Nelle prime ore del mattino del 2 giugno lo stato del Generale appariva disperato, il respiro diveniva sempre più lento ed affannoso, e si vedeva che il terribile momento della sua scomparsa dal mondo era pur troppo vicino. Da Menotti furono mandati avvisi telegrafici a Canzio ed a Ricciotti. Fu pure telegrafato al dottore Albanese; ma ormai non poteva più giungere a tempo.
L'abbandono delle forze faceva a tutti comprendere che la catastrofe era imminente. Egli si spegneva tranquillo; solo si vedeva che avrebbe desiderato la consolante notizia dell'arrivo del dottore Albanese, di Ricciotti, di Canzio e Teresita.
Nel meriggio—due capinere vennero a posarsisul balcone aperto della camera del Generale, cinguettando—La moglie signora Francesca, temendo disturbassero l'ammalato fece un gesto per allontanarle; ma il Generale con un fil di voce soave,sussurrò: "lasciatele stare, sono forse le anime delle mie due bambine che mi portano l'ultimo saluto. Quando non sarò più mi raccomando di non abbandonarle" e non disse più altro. Solo più tardi chiese del suo piccolo Manlio. Volle vedere il suo cielo, il suo mare, e placidamente fra le braccia della dolce famiglia presente, alle 6 e 22 pomeridiane esalava la sua anima grande!
Alla notizia—Garibaldi è morto—l'Italia sussultò—e si sentì sbigottita dall'immensità della perdita. La Nazione si mise in lutto come nel funebre giorno della morte di Vittorio Emanuele.
Il Re Umberto scrisse di proprio pugno a Menotti, figlio del Generale, così:
"Mio padre m'insegnò nella prima gioventù ad onorare nel generale Garibaldi le virtù del cittadino e del soldato.
"Testimone delle gloriose sue gesta, ebbi per lui l'affetto più profondo, la più grande riconoscenza e ammirazione.
"Mi associo quindi al supremo cordoglio del popolo italiano, e prego d'essere interprete delle mie condoglianze, condividendole coll'intera nazione.
Umberto"
Sentimenti veramente patriottici e gentili, degni del figlio del Gran Re, padre della patria.
La morte del generale veniva constatata dal certificato seguente:
Caprera, 3 giugno 1882.
Signor Sindaco
Maddalena
"Ieri (2) alle ore 6 pomeridiane è morto in Caprera, al suo domicilio, il generale Giuseppe Garibaldi in seguito a paralisi faringea. Dichiariamo che la tumulazione del cadavere può farsi dopo 24 ore della morte.
"In fede ci sottoscriviamo
Prof. Albanese
Dott. Cappelletti".
Due uomini nel secolo nostro lasciarono questa terra accompagnati da universale consenso di laudi e di dolore: Vittorio Emanuele e Garibaldi;perchè essi soli incarnarono due dei più straordinari avvenimenti della storia: un Re fedele alla libertà, che oblia la tradizione della sua stirpe, e mette in pericolo il retaggio dei suoi figli per la redenzione di un popolo; un popolano che si eleva, per virtù propria fino alla potenza di Re, ma per ritornare al suo modesto focolare scevro di qualsiasi ambizione, sagrificando gli ideali della sua anima alla suprema felicità della patria! Inchiniamoci alla memoria di questi Grandi!
Composta la salma del Generale il dottore Albanese inviava questo telegramma perchè fossero note le supreme disposizioni del Generale:
"Garibaldi spirò ieri sera; lasciò un'autografa disposizione in data 17 settembre 1881, così concepita:—"Avendo per testamento determinato la cremazione del mio cadavere, incarico mia moglie dell'eseguimento di tale volontà, prima di dare avviso a chicchessia della mia morte. Ove ella morisse prima di me io farò lo stesso per essa. Verrà costruita una piccola urna in granito che racchiuderà le ceneri sue e mie. L'urna sarà collocata nel muro, dietro ilsarcofago delle mie bambine e sotto l'acacia che lo domina".
Ecco poi testualmente la lettera del generale al dottore Prandina:
Caprera, 27 settembre 1877
Mio carissimo Prandina,
"Voi gentilmente vi incaricate della cremazione del mio cadavere e ve ne sono grato.
"Sulla strada che da questa casa conduce verso tramontana alla marina, alla distanza di trecento passi a sinistra, vi è una depressione di terreno limitata da un muro.
"In quel canto si formerà una catasta di legno d'acacia, lentisco, mirto ed altre legne aromatiche. Sulla catasta si poserà un lettino di ferro e su questo la bara scoperta, con dentro gli avanzi miei, adorni della camicia rossa.
"Un pugno di cenere sarà conservato in un'urna di granito, e questa dovrà essere posta nel sepolcreto che conserva le ceneri delle mie bambine Rosa e Anita.
Vostro sempre
G. Garibaldi"
Ed a queste sue istruzioni scritte ne aggiungeva altre verbali: al Prandina diceva.—
"Voglio essere bruciato: bruciato, non cremato, capite bene. In quei forni che si chiamano Crematori non ci voglio andare: voglio ripeto essere bruciato all'aria aperta..... e voi Fazzari sarete il mio liberto.
"Farete una catasta di legna, dell'acacia di questa isola, stenderete il mio corpo vestito della camicia rossa sopra un lettino di ferro; mi deporrete nella catasta con la faccia rivolta al sole e mi brucerete; le ceneri le deporrete dietro la tomba di Anita—Così voglio finire—"
E non fu bruciato!—Le sue osse sono sepolte nella sua granitica Caprera—isola sacra alla patria.—Ma il suo spirito aleggia in ogni angolo d'Italia che tanto amò e per la quale tanto fece perchè fosse libera e grande! Tale l'ideale di tutta la sua vita gloriosa! E che così fu, lo prova questa sua dichiarazione.
"Io non ebbi mai altro che uno scopo— quello dell'unità italiana—quindi il mio programma del Ticino fu lo stesso a Marsala, ad Aspromonte ed a Mentana".
Ricercare ora quali furono i moventi che ci spinsero all'occupazione di Massaua, sarebbe opera vana!
L'Italia, divenuta nazione, credette che il suo prestigio sarebbe aumentato, se al pari delle altre potenze si fosse lanciata in qualche impresa coloniale e il governo italiano vi si decise incoraggiato all'occupazione, dall'Inghilterra che temeva di vedere altra nazione inalberare a Massaua, da un momento all'altro, la propria bandiera.
Del resto l'idea di aprire nuovi sbocchi al nostro commercio sorrideva, e l'opinione pubblica si mostrò favorevole all'iniziativa, sopratutto in Lombardia ove fiorivano a questo scopo delle Società, e si pubblicava un giornale caldo fautore dell'espansione coloniale, e s'incoraggiavano e si organizzavano spedizioni africane.
E difatti quando al principio del 1885 un giornale officioso ne dava il primo annunzio l'opinione pubblica, lo accolse con segni di compiacimento, e salutava pochi mesi dopo con entusiasmo, la partenza dei nostri bersaglieri per Massaua.
Disgraziatamente allo slancio con cui l'Italia aveva iniziato la conquista di colonie africane, non corrispose la preparazione necessaria.
Due erano le politiche da seguirsi dopo l'occupazione avvenuta il 4 febbraio 1885.
Una, quella di limitarsi a tenere Massaua come porto di sbocco alle regioni interne, attendendo dal tempo l'occasione di assoggettarle moralmente, l'altra, di fare addirittura una guerra a fondo, impossessarsi dell'Abissinia, assoggettarla per poi irradiare la nostra influenza nelle ricche regioni del Sud, assicurandoci le vie commerciali.
Invece, dei due sistemi, non ne abbiamo seguito decisamente nessuno.—Siamo andati al caso—per una via di mezzo che ci portò a continui successivi conflitti, ed infine al disastro.
Rimanendo a Massaua col porto naturale dell'Abissinia del Nord in nostre mani, potevamo chiedere ed ottenere compensi commerciali in cambio dei favori che si sarebbero potuti rendere al Negus, agevolando il commercio del suo paese; ma dal momento che ci inoltravamo nell'interno, bisognava farlo con ogni precauzione e con tutta la preparazione perfetta tanto da poter avere la sicurezza di non temere sconfitte.
Venne pur troppo, per nostra eccessiva fiducia la catastrofe di Dogali e la strage dei nostri soldati e del colonnello De Cristofaris che li comandava; fatto che, non ostante l'esito sfortunato, contribuì più di una vittoria e far rispettare nel Tigrè e farne ammirare l'eroismo dell'esercito italiano.
E, sotto la dolorosa impressione di quest'eccidio l'opinione pubblica fu concorde nello spronare il governo alla guerra o nell'approvarlo quando decise la spedizione di S. Marzano. Ma il triste fatto non valse ad aprire gli occhi al governo il quale, invece di lasciare mano libera ai comandanti le forze che si mandavano laggiù, volle esso stesso fissare i limiti dell'azione; ostacolandone tutte le iniziative e mal provvedendo alle loro richieste, sempre esitando dinanzi alla idea di assumere la responsabilità di una politica e di un'azione decisiva. E così siamo andati avanti a forza di piccole iniziative, le quali hanno dato sterili risultati, e finirono coll'obbligarci a dei sacrifici che necessariamente dovevano diventare non solo necessari ma urgenti, e quel che è più doloroso, non dovevano essere più sufficienti per salvarci da immane catastrofe.
Quanti disinganni! quante amarezze, questo procedere ha costato ai nostri bravi ufficiali, a incominciare dal Saletta al Gene al Di San Marzano, al Lanza al Cagni per finire al Balbissera; i quali animati dal desiderio di portare di fronte al nemico la balda nostra gioventù con la speranza di ricondurre le nostre truppe vittoriose in Italia, per gli ordini che si mandavano da Roma si trovarono delusi, obbligati a mordere il freno, perchè con essi veniva loro impedito lo sviluppo alle operazioni militari, nei momenti più indicati dalle circostanze.
Il generale di San Marzano, più degli altri impaziente d'impegnare l'azione, quando nel 1888 l'esercito del Re Johannes era in isfacelo così da dovere levare il campo ed iniziare la ritirata in condizioni disastrose, dovette provare il dolore più grande della sua vita—egli—valoroso militare di tutte le campagne dell'indipendenza— compresa pur quella di Crimea—allorchè ricevette i telegrammi da Roma che paralizzavano ogni sua iniziativa.
E non abbiamo neppur saputo coglierenèavvalerci della bella opportunità che il caso ci offriva.
L'improvvisa morte del Negus Giovanni poteva metterci in condizioni tali da essere noi gli arbitri degli eventi. Invece aperta la successione al trono, abbiamo commesso il più grande, il più fatale degli errori. Quello cioè di spendere tutta la nostra influenza per aiutare l'assunzione al trono imperiale del Re dello Scioa, inimicandoci a morte i nostri vicini del Tigrè che dovevamo tenerci amici e strettamente a noi vincolati, col favorirli in tutti i modi, aiutando con tutte le nostre forze l'elezione del Mangascià, il più legittimo pretendente alla successione del Negus, e di questo servirci, e servirci delle popolazioni, ostili per tradizione agli scioani, per garantire la frontiera della nostra colonia e tenere a rispettosa distanza il Re dello Scioa.
Richiamato in Italia il corpo di spedizione comandato dal generale conte Asinari di San Marzano, venne lasciato come comandante a Massaua il generale Baldissera, il quale diede all'opera sua una spiccata impronta personale. Egli ebbe un esatto concetto della situazione e previde le gravi difficoltà che sarebbero sorte per il fatto dell'abbandonata politica Tigrina perquella Scioana. Fu lui che iniziò l'organizzazione delle truppe indigene che fecero tanta buona prova sotto gli ordini di Arimondi ad Agordat ed a Coatit. E fu sotto Baldissera che la colonia da Massaua a Saati e Ua-à si estese senza difficoltà e senza spese sull'altipiano.
Affabile con tutti, sopratutto coi suoi ufficiali, non transigeva mai quando si trattava di un dovere da compiere. In servizio, quando aveva dato un ordine, un comando, voleva essere rapidamente obbedito.
Il giorno della occupazione di Saati il comando superiore aspettava di essere assalito dagli Abissini. Furono dati gli ordini per l'attacco. Il generale Baldissera, fedele agli ordini del comando, fece occupare le posizioni più avanzate; diede tutte le disposizioni per una energica azione. Ad un maggiore dei Bersaglieri destinato ad occupare una posizione importante disse colla sua voce sempre calma—soltanto queste parole: "Se fosse attaccato... Lei maggiore muore qua... Ha capito? siamo intesi! O la croce di legno... o la croce di Savoia..." e via di galoppo.
Baldissera—fiero soldato, intelligentissimoufficiale—fu lui che fece sventolare la bandiera italiana all'Asmara e a Cheren, e fu peccato che egli pure fosse sacrificato alla politica Scioana e per questo fosse obbligato a chiedere il rimpatrio.
Il generale Baldissera veniva rimpiazzato dal generale Orero.—Al nome di questo generale, valoroso ufficiale—è legato il ricordo della marcia su Adua, fatta con tale ordine e rapidità da destare l'ammirazione generale— l'accoglienza ad Adua fatta alle nostre truppe fu entusiastica.
Ma per non offendere le suscettibilità Scioane si dovette abbandonare Adua e ripassare il Mareb!
Invano i capi Tigrini, il clero, il popolo esortavano gl'italiani a rimanere. "Noi saremo con voi" dicevano: invano ci si raccomandavano dal momento che noi non volevamo essere i loro governanti, di riconoscere per loro Re Mangascià sottraendoli alla minaccia di essere governati dallo Scioa—l'ordine era di ritirarsi e di restare per Menelik e il generale Orero e le truppe da lui comandate ubbidirono, e il generale, disgustato esso pure—domandò di ritornare in Italia.
All'Orero successe il generale Gandolfi, un altro dei nostri migliori generali. Giunse a Massaua nel giugno del 1890 quando la politica Scioana era all'apogeo.
Contando su di una pace durevole dopo il trattato d'Ucciali, il Crispi capo del governo, volle dare all'Eritrea un ordinamento civile, formato, oltre che dal governatore, da altri tre funzionari con incarichi speciali ai quali diede il nome di Commissari Coloniali; ma tale organizzazione non fece buona prova, perchè la colonia non era ancora a quel punto nel quale all'ordinamento militare si poteva, come avvenne dippoi, sostituire un'organizzazione civile.
Fu sotto il generale Gandolfi che ebbe luogo la famosa intervista sul Mareb con Mangascià e cogli altri capi tigrini, nella quale furono solennemente giurati i patti che dovevano assicurare la quiete e la tranquillità della colonia, e fu in conseguenza di questi patti che vennero dati gli ordini da Roma per la ritirata delle nostre truppe, dalle migliori provincie Eritree del Seraè e dell'Oculè Cusai.
A rimpiazzare il generale Gandolfi fu destinato il generale Barattieri, che all'età di 17 anniaveva fatto parte della gloriosa schiera dei Mille, uno dei più caldi fautori della politica di espansione coloniale.—Amicissimo di Zanardelli e di Cairoli, sotto l'aureola simpatica di essere trentino fu eletto deputato di Breno, collegio, che gli rimase sempre fedele.
Durante i primi anni del suo governo, passati in un periodo ininterrotto di pace e di tranquillità, diede opera all'ordinamento civile della colonia.
Verso la fine del 1893 ritenendo che la pace sarebbe perdurata, venne in licenza in Italia lasciando il comando delle truppe e le funzioni di governatore nelle mani del colonnello Arimondi,—un valoroso. Questi il 22 dicembre 1893 con un suo telegramma al Ministro della guerra annunciava la vittoria d'Agordat combattuta contro i Dervisci. Trofeo della vittoria, 72 bandiere lasciate in mano dei nostri, una mitragliera e circa 800 fucili. I dervisci lasciarono sul terreno più di mille morti, mentre le nostre perdite furono di tre ufficiali ed un sottufficiale morti, di un ufficiale ed un sottufficiale ferito, e di circa 225indigenifra morti e feriti.
Il Re mandava il giorno stesso al colonnello Arimondi il seguente telegramma:
Colonnello Arimondi,
Agordat.
Mando a lei e alle truppe d'Africa le più vive felicitazioni per la vittoria d'Agordat. L'Italia che si associa al mio plauso, rende con me un sacro tributo ai valorosi che morirono per la gloria della nostra bandiera.
Umberto.
A questo telegramma il colonnello Arimondi rispondeva così:
"Ministro Guerra,
Roma.
"Il plauso del Re fu per tutti il premio più ambito".
Il colonnello Arimondi fu promosso al grado di maggior generale per merito di guerra.
Il generale Barattieri ritornato a Massaua, preoccupato dall'eventualità di qualche non gradita sorpresa da parte dell'Abissinia, fece noto al governo il vantaggio che si sarebbe ritratto dalla occupazione di Cassala, non soltanto al nord ma anche al sud della colonia, sia per il maggior prestigio che questo colpo di mano ben riuscito avrebbe dato alle nostre forze di fronteagli abissini, sia perchè togliendo ai dervisci quell'importante punto di concentramento, si allontanava il pericolo di dover fronteggiare contemporaneamente due nemici posti agli estremi limiti della colonia.
In data 12 giugno il ministro degl'esteri barone Blanc telegrafava al Barattieri.
"Il Governo del Re lascia lei giudice di prendere quelle disposizioni che crede più opportune per agire su Cassala".
E il Barattieri prendeva le sue disposizioni per l'attacco.
Il 16 di giugno di sera, dà l'ordine di marcia che, trattandosi di sorpresa, deve essere fatta nel silenzio il più assoluto, con raccomandazione agli ufficiali di tenere sempre in mano le truppe— e la marcia fu eseguita in ordine perfetto, e secondo le disposizioni date.—Sul fare del giorno le nostre truppe erano in vista del campo di Cassala.
Alle ore 7 l'avanguardia apriva il fuoco contro la cavalleria nemica, la quale si gettava contro il nostro fianco sinistro, ma è costretta a ripiegare; l'avanguardia seguita dal grosso continuò ad avanzare, finchè giunta a 400 metri dai derviscischierati, apriva il fuoco a salve, sia contro essi, sia contro la cavalleria; i nemici rispondevano con fuoco ben nutrito, ma infine, vedendo che non vi erano apprensioni sui fianchi e per le spalle, il generale Barattieri diede l'ordine di un colpo simultaneo di tutte le forze, che mise in sfacelo il nemico, obbligato a lasciare il campo ed a ritirarsi a corsa sfrenata.
Fin dal luglio il generale Barattieri informava il governo che egli temeva prossima—e cioè nel dicembre del 1894 o nel gennaio 1895—una levata di scudi di tutta l'Etiopia contro di noi.
Difatti il primo sintomo che al generale diede modo di giudicare giusto, fu la ribellione di Batha-Agos, la rottura dei fili e quindi l'interruzione del servizio telegrafico, e l'arresto a tradimento del tenente Sanguinetti, nostro residente a Saganeiti.
Il maggiore Toselli informato del tradimento, con marcia rapidissima la mattina del 16 arrivava con tre compagnie a Mahraba, poco distante da Saganeiti, e subito apriva trattative con Batha-Agos per la restituzione del tenenteSanguinetti; intanto ristabiliva la linea telegrafica. Disponeva in complesso di circa 1500 uomini e di una batteria da montagna, ed aveva stabilito di dare l'attacco a Saganeiti, forte posizione, la mattina del 18 settembre, quando si accorse che i ribelli l'avevano sgombrata. Deciso ad inseguire i ribelli, il maggiore Toselli senza por tempo in mezzo, occupa Saganeiti e continua senza riposo la marcia nella speranza di disperderli e di arrivare in tempo a salvare la compagnia di Halai isolata e che correva il più grave pericolo.
Ad Halai frattanto la compagnia sotto gli ordini del capitano Castellazzo, con grande valore sosteneva da ore un ineguale combattimento controleorde di Batha-Agos forti di 1600 uomini; mentre i ribelli avvolgevano da tutte le parti il piccolo forte presidiato da circa 200 uomini, una viva fucilata rovesciava il fronte del combattimento. Era l'avanguardia della colonna Toselli che entrava in azione colle compagnie dei capitani Folchi, Olivari e Gentili e dava tempo alla compagnia Galli di guadagnare il ciglio con una sezione d'artiglieria.
I nostri rianimati pel soccorso aumentaronoil fuoco al grido di Savoia! e poco appresso il maggiore Toselli con tutte le forze si slanciava all'attacco. Alle 18 era già notte e il nemico, sfuggiva dietro le rupi e giù per le chine precipitando. Le perdite dei nostri, 11 ascari morti e 22 feriti; le perdite del nemico furono notevoli assai.
Fra i morti Degiac Batha-Agos ed il suo parente bascià Musgnen.
Il tenente Sanguinetti poté sottrarsi alla triste fine che i seguaci di Batha-Agos gli minacciavano, per l'assistenza del suo interprete Gare-Sghaer, bravo giovane indigeno che gli si mostrò fido fino alla morte.
Dopo la ribellione di Batha-Agos non era più possibile dubitare sulle intenzioni ostili di ras Mangascià. Il generaleBarattierinonperdètempo; concentrò un corpo di operazione ad Adi Ugri, e chiamò sotto le armi la milizia mobile che diede ottimi risultati; fatto ciò, al generale sembrò il miglior consiglio quello di marciare su Adua. La colonna rifece la strada percorsa dal generale Orero, e anche questa volta come allora, le popolazioni accorsero sul passaggio delle nostre truppe festeggiandole ed insistendo che vi rimanessero a proteggerle.
Le nostre truppe nell'imminenza d'un attacco che pareva certo, presero posizione sull'altura di Fremona; ma nè ras Mangascià, nè ras Agos osarono cimentarsi; e si ritirarono avviandosi, apertamente ostili, per altra direzione.
IlBarattieriche aveva ottenuto l'effetto morale voluto, abbandonò Adua e ritornò ad Adi-Ugri.
Verso l'8 ras Mangascià concentrò tutta la sua gente al di là dei nostri confini. Il giorno 12 decise di passare la frontiera per entrare sul'Oculè-Cusai, dove ogni villaggio è una fortezza naturale e da dove chi vi si annida può sfidare impunemente qualunque nemico.
Barattieridecise di prevenire il nemico nella posizione di Coatit mentre questo stava per addentrarsi nei monti. Ed a Coatit avvenne la battaglia che ha dato nuova gloria ai nostri ufficiali, che ha provato una volta ancora la saldezza delle nostre truppe e dei loro ordinamenti. Alla sera dell'11 il Generale ordinò di passare l'indomani mattina il Mareba, dirigendosi sopra Adis-Adi. Quivi la colonna che doveva marciare su Coatit fu formata così:
Avanguardia: Toselli con sei compagnie e lebande dell'Oculè-Cusai; Grosso: la compagnia del battaglione Galliano, una batteria su 4 pezzi, quattro compagnie dello stesso battaglione, il battaglione Hidalgo di cinque compagnie; Salmeria, e le bande del Seraè in retroguardia.
Da Adis-Adi le truppe si mossero alle 9; il Toselli aveva ordine di occupare Coatit, e possibilmente prima di notte prendere contatto col nemico. Difficile, faticosa fu la marcia. La colonna giunse a Coatit che fu trovato sgombro, senza che il nemico avesse avuto sentore dell'ardita marcia.
La notte passò senza novità, senza nessun allarme. Alle 3 del 13 il generale ordina al maggiore Galliano di muovere, per schierarsi a sinistra del maggiore Toselli; al maggiore Hidalgo ordina di seguire in riserva.
Tutti sono al loro posto e il movimento offensivo si inizia allo spuntare dell'alba, ore 6, coll'avanzare di tutti convergendo a destra, perno l'artiglieria; successivamente i battaglioni Toselli Galliano e le bande Sanguinetti e Mulazzani; nel centro, a rincalzo, in posizione coperta il battaglione Hidalgo con quattro compagnie, avendo dovuto lasciare la quinta nella posizione e conl'incarico sopra indicato; direzione di marcia, un poggio conico sulla cui sommità sorge unTecul. Tutto procede con ordine. Poco dopo le sei i due battaglioni di prima linea hanno le compagnie parte schierate, parte coperte in buona posizione e allo spuntare del sole la batteria Ciccodicola da un altura maestrevolmente scelta, lancia il suo primo Shrapnel contro il campo nemico; mentre il quartier generale, con bandiera spiegata va a fissarsi sul poggio conico sovraindicato.
È evidente una grande agitazione nel campo nemico. Malgrado la sorpresa, con molta prontezza e slancio, a gruppi sempre più fitti vengono innanzi, superando con destrezza ammirabile buroncelli ed impedimenti, mascherando il numero, offrendo pochi bersagli, affittendosi sempre più dietro i ripari.
Il fuoco di fucileria si apre su tutta la linea colle avanschiere del 3oe del 4obattaglione, le quali, malgrado l'impeto che le spinge all'attacco, si mantengono in pugno agli ufficiali come ne sono prova i frequenti fuochi a salva. Le compagnie manovrano con calma serena, facendo moderatamente uso del tiro e schermendosi convenientemente. Lo slancio non scema la disciplina che manifesta la sua superiorità.
Mentre l'azione si accende sempre più viva si scorge da parte dei tigrini un movimento girante alla larga, ciò che gli è permesso dal gran numero di forze, superiori assai alle nostre, dalla perfetta conoscenza dei luoghi e dalla maestria abissina nei movimenti avviluppanti. Dal comando furono mandati ordini urgenti alle bande di volgersi a sinistra in direzione del poggio di Adi Auei, ed alle compagnie non impegnate del 3obattaglione, di muovere verso le alture per interrompere l'aggiramento che andava sempre più accentrandosi stringendosi.
Fu dato ordine ai maggiori Toselli eHidalgodi arrestare l'avanzata verso il campo del Ras delle compagnie impegnate; ripiegare dalla destra verso sinistra le compagnie non impegnate volgendo il fronte a Nord Est e Nord donde veniva l'accerchiamento; concentrarsi infine sopra la posizione di Coatit. I cannoni furono pure avviati verso Coatit per sostenere il cambiamento di fronte a sinistra; e il comando stesso mosse dal poggio verso Coatit, esposto nel percorso al bersaglio di una forte colonna nemica, la quale fu bravamente respinta dagli ascari; caddero vicini al generale Barattieri, il tenenteSanguinetti colpito tre volte di palle, il tenente Castellani, il sergente Bertoja, il porta bandiera e molti ascari. Ma verso le undici dal ciglio che limita al Nord lo spianato di Coatit, il generale poteva ordinatamente disporre le truppe per un efficace difesa della località e l'accogliere le forze per un contrattacco, coadiuvato potentemente dal generale Arimondi.
Tutto il corpo d'operazione era sottomano unito e pronto a qualsivoglia azione, con un morale altissimo.
Il nemico dalle alture che aveva occupato continuava un vivo schioppettìo a grandi distanze senza recare ai nostri, gravi danni.
La notte del 13 al 14 passò tranquilla; il nemico salutò l'alba del 14 con intensa fucilata che pareva volesse preludiare ad un attacco generale. Nel meriggio si videro nuvoli di tiratori coronare l'altura e scendere giù nel burrone, scagliando una punta a sinistra cioè all'angolo Nord-Ovest della posizione di Coatit; la batteria lanciò qualche colpo contro i nuclei nemici che volsero in fuga ed incendiò l'erba secca per una notevole estensione.
Distribuiti viveri e munizioni, raccolti indizidi depressione da parte del nemico il generale risolse per l'alba dell'indomani (15) di dare l'attacco contro l'altura a Nord di Coatit. All'uopo l'artiglieria prima dell'alba doveva essere pronta a battere la cresta dell'altura della quale aveva misurato la distanza. Il 4obattaglione con manovra libera e tattica abissina, doveva scendere stormeggiando nel vallone e risalire l'altura avviluppandola sotto la protezione del fuoco d'artiglieria; le bande nel fianco destro aggirando, dovevano puntare sopra Adi-Auei per minacciare e colpire fianco e tergo dei tigrini. Il 2oe 3obattaglione dovevano aspettare ordini per appoggiare l'attacco.
Ma nella notte Ras Mangascià pensò bene di ritirarsi coi suoi verso Senafé.
Avutone il Barattieri notizia alle 3 1/2 del mattino del 15, diede gli ordiniopportuniper l'inseguimento del nemico—questo durò fino a Senafé—ma non fu potuto raggiungere e le truppe abissine si dispersero.
Dopo la sconfitta di Coatit e la disastrosa ritirata da Senafé, Ras Mangascià, mentre faceva proteste di amicizia e mostravasi al generale italiano animato dal desiderio di pace, cercavad'altra parte di raccogliere soldati, ed avendo posto il campo coi suoi a due giornate da Adigrat, era di ostacolo alla pacificazione della regione. In tale stato di cose l'occupazione di Adigrat, capitale dell'Agame, per parte nostra s'imponeva.
Nella metà di marzo Barattieri intimava a Mangascià di disarmare; e siccome invece di disarmare egli continuava a dare molestie, il generale decise di varcare il confine ed occupava militarmente Adigrat.
Intanto le informazioni che venivano dallo Scioa confermavano sempre più la notizia che Menelik era deciso di portare forte aiuto a Mangascià. Nel suo rapporto al Ministro degli Esteri il governatore dell'Eritrea informava dello stato delle cose, concludendo che bisognava essere pronti ad una grossa guerra pel prossimo dicembre.
E fu in seguito a tali notizie che il Ministero, non essendo d'accordo sulle misure da prendersi, reputò opportuno di chiamare il governatore in Italia col seguente telegramma:
Roma, 8 luglio
"Il governo desidera conferire verbalmente sulla situazione preveduta pel prossimo autunno.La preghiamo prendere disposizioni opportune per una sua breve assenza dalla Colonia".
Crispi-Blanc-Mocenni.
Prima di lasciare la Colonia il generale disponeva che a vigilare le regioni occupate, il maggior Toselli ponesse la sua dimoranell'Agamèe che il maggior Amelio si stabilisse nel Tigrè dominando Adua dal colle di Fremona. Tutto disposto il governatore, ubbedendo agli ordini del governo, s'imbarcò per l'Italia.
Verso la fine di settembre ebbero luogo delle scaramuccie al di là dei nostri confini fra partigiani nostri e gruppi di fedeli a Mangascià il quale seguitava a raccogliere armati. Era evidente la necessità da parte nostra di attaccare Mangascià prima che potesse ricevere gli sperati aiuti dallo Scioa.
Il governo Eritreo ai primi d'ottobre chiamò sotto le armi la milizia mobile e decise di prevenire la minacciata invasione.
Il generale Barattieri era ritornato al suo posto.
Si era saputo che Ras Makonnen, aveva espulso dall'Harrar gli italiani e si era mossocol suo esercito per raggiungere il Negus; che Ras Mikael era pronto col suo esercito e che Ras Oliò s'era avanzato fino al sud del Lago Ascianghi. Non c'era tempo da perdere; una sconfitta inferta a Mangascià poteva ancora trattenere Menelik e persuaderlo ad evitare un conflitto; così fu creduto dal comando.
Il giorno 4 di ottobre il generale Barattieri mosse da Adigrat con quattro battaglioni indigeni, col battaglione Cacciatori d'africa e coi reparti del genio e dell'artiglieria.
L'ordine di marcia in avanti fu accolto con entusiasmo nel campo.
Il Toselli fu distaccato col suo battaglione in colonna volante, con incarico di sorprendere sul fianco Mangascià in ritirata.
Il nostro corpo d'operazione invase l'Enderta. Circa 1700 tigrini avevano occupato la forte posizione di Debra-Ailà; mosse a quella volta con rapida e faticosa marcia il maggiore d'Amelio col suo battaglione, attaccò vivamente la posizione malgrado la difficoltà del luogo e della difesa e ne determinava la sconfitta e la fuga del nemico, facendo numerosi prigionieri.
Il maggior Toselli la sera dell'8 informavail generale di avere occupata la posizione alle spalle del nemico che si trovava al sud di Debra-Ailà e che la mattina seguente avrebbe proceduto all'attacco.
Ricevuta questa notizia verso notte Barattieri ordinava alle tre dì mattino si riprendesse la marcia. Alle 11 i nostri entravano in Antalo senza avere incontrato il nemico. Si sentiva un vivo fuoco di fucileria ed esaminata la posizione si vide che si combatteva sulle alture di Debra-Ailà.
L'assalto di quella forte posizione era stato iniziato dalle bande comandate dai bravi tenenti Sapelli e Lucca; quando queste furono spinte sui fianchi il maggiore d'Amelio fece avanzare due compagnie di Ascari, mentre l'Artiglieria sloggiava il nemico delle alture.
Dopo un quarto d'ora di fuoco accelerato, il battaglione indigeno muoveva all'assalto della montagna, mentre Barattieri faceva avanzare il battaglione dei cacciatori italiani, sostenuti dal 3obattaglione indigeno. In breve i nostri forzarono il ridotto dell'Amba e il fuoco cessava. Il nemico, sbaragliato si dava alla fuga, mettendosi in salvo per sentieri impraticabili.
Finito il combattimento il battaglione d'Amelio, che si distinse in modo particolare, rimase sulla forte posizione conquistata con una batteria; le altre truppe ritornarono ad Antalo, ove Barattieri pose il suo quartier generale.
Il generale Arimondi avuto notizie che Mangascià si era diretto verso il Vogherat si mosse da Antalo per inseguirlo, così pur fece il maggior Toselli; sorpassata la catena di Tagarrà, raggiunse il campo del Ras che lo aveva abbandonato poco prima; lo inseguì ancora, ma si cercò invano di raggiungerlo; allora riunitosi Arimondi col Toselli presero la via di Amba-Alagi.
Dopo questi fatti il Makonnen mandò proposte di pace d'incarico del suo sovrano; ma queste non erano che inganni per guadagnar tempo e per addormentare il governo italiano e il comando dell'Eritrea. Si sapeva invece che Menelik raccoglieva forze poderose, che unite a quelle di Makonnen formavano già un corpo rispettabile di circa cinquantamila uomini.
Mentre questo si preparava nel campo nemico, al comando di Massaua, mancando un servizio di sicure informazioni, nulla si sapeva, e così il governo e il governatore dell'Eritrea, continuaronoad andare innanzi nella convinzione che il Negus non si sarebbe mosso, e che non si trattava di altro che di minaccie. Insomma si credeva ad una eccellente situazione, quando già ingenti masse si riunivano al lago Ascianghi e si facevano allo Scioa gli ultimi preparativi per la gran guerra di esterminio degli italiani.
A confermare il comando nella sua credenza, il 3 dicembre un dispaccio ufficiale annunziava che ras Makonnen aveva chiesto un convegno al generale Barattieri "per trattare la pace". Perfido inganno—che ribadiva nel nostro governo una fallace illusione, il cui risveglio doveva essere fatale e tremendo. E questo risveglio non doveva pur troppo ritardare.
Il giorno 9 dicembre veniva comunicato alla Camera dei deputati un dispaccio del generale Barattieri col quale informava che la colonna Toselli era stata improvvisamente attaccata ed avviluppata ad Amba Alagi da tutto l'Esercito Scioano. Si riteneva che l'ordine mandato dal generale Arimondi di ritirarsi, non gli fosse pervenuto.
Che il generale Arimondi avanzatosi per sostenere il Toselli era arrivato alle ore 16 a mezzastrada fra Macallè e l'Amba nella posizione di Aderat; ivi incontrate le colonne nemiche aveva impegnate con esse combattimento ed aveva poiconcentratetutte le sue truppe col massimo ordine a Macallè; che lasciato Macallè fortemente presidiata e munita, si era messo in marcia per Adagamus assieme agli ufficiali Bodrero, Pagella e Bazzani.
Infine concludeva che mancavano notizie del Toselli.
L'annunzio del doloroso avvenimento produsse una impressione enorme.
Ecco le informazioni che si ebbero sul combattimento ove si coprirono di gloria coloro che vi presero parte.
Il maggiore Toselli aveva fin dal giorno precedente disposta la sua difesa, sempre con la certezza che il generale Arimondi gli avrebbe portato soccorso.
Aveva ordinato che le bande di ras Sebath e di Degiac Alì, 350 fucili, tenessero il colle a guardia della strada Falaga all'estrema sinistra; che le Compagnie Issel e Canovetti tenessero la sinistra con una centuria avanzata verso la chiesadi Atzalà; che la batteria Angherà, scortata dalla compagnia Persico tenesse il centro; che le bande dell'Oculè Cusai, 350 fucili, tenessero le colline sovrastanti; che lo Sceicco Thalà con 340 fucili stesse sulla destra a difesa del Colle di Togorà-Maggia; che le compagnie Ricci, Bruzzi e la centuria Pagella stessero in riserva. L'attacco non si fece attendere.
La colonna di rasOliècon una mossa rapida frontale avvolgente impegnò l'ala estrema sinistra: ras Sebat preso di fianco e di fronte dovette ripiegare, lasciando le due compagnie Issel e Canovetti scoperte e costrette a cambiare la fronte, pur sempre trattenendo il nemico incalzante. Intanto dal Colle di Bootà sbucavano imponenti le colonne di ras Mikael e di ras Makonnen, circa 15,000 fucili, dirette per la via principale verso il centro della posizione. La nostra ala sinistra, sebbene stremata, con brillanti contrattacchi teneva in rispetto forze venti volte superiori. Erano morti i tenenti Molinari e Basale, e ferito il tenente Mazzei.
A Toselli premeva tenere ancora quella posizione che proteggeva la strada diretta di Antalo, donde sperava veder giungere la colonna Arimondie slanciò a sinistra la compagnia Ricci; questi si avanzò e impegnossi a fondo. Il nemico dovette ripiegare incalzato sul fronte; frattanto la batteria apriva squarci nella pesante colonna scioana, ma questa riordinandosi e rafforzata da nuove bande continuava ad avanzare.
Giungeva allora (9,45) l'avviso di Volpicelli che un'altra forte colonna comandata da ras Alula e da ras Mangascià, tentava girare la destra tendendo al Colle di Togorà; anche da quella parte si facevano vive le fucilate. Toselli, non vedendo giungere gli sperati aiuti, decise di restringere la difesa e di tenersi addossato all'Amba; mandava quindi ordini a Ricci, a Canovetti, a Issel di eseguire un ultimo contrattacco e la ritirata sotto l'Amba; alla sezione Manfredini ordinava di proteggerli. Intanto la colonna principale scioana avanzava sulla batteria, nè valevano a trattenerla i tiri spessi e ben aggiustati e le salve della centuria Persico.
Toselli allora ordinava che le salmerie s'incolonnassero sulla via di Togarà ed il movimento cominciò regolarmente: a sostenere il movimento al nord dell'Amba, Manfredini ebbe ordine di spostarsi colla sezione da quella parte.
Appena gli scioani si accorsero del cessare del fuoco della batteria, irruppero rincalzando l'assalto; fu un momento terribile; la strada strettissima sovrastante a un precipizio, era ingombra di muletti carichi di feriti; Manfredini con sangue freddo e valore inarrivabile riusciva a mettersi in batteria, Pagella si distendeva con pari valore a protezione della colonna affollantasi; sventuratamente lo Sceicco Thalà aveva ripiegato in disordine.
Le bande del Volpicelli erano disfatte; l'altura era coronata dalla gente di ras Alula che con fuoco accelerato a meno di cinquanta metri, infliggeva perdite enormi. I nostri ascari rispondevano al fuoco in ritirata; la compagnia Brizzi disfatta, non potè fare argine alle grosse colonne di ras Makonnen e di ras Oliè che irrompevano prendendo i nostri alle spalle. I sudanesi del tenente Scala, piuttosto che cedere i pezzi, rovesciarono i muli, i cannoni e le munizioni nel precipizio.
Manfredini mitragliava a cinquanta passi; mailnumero esorbitante degli scioani rese impossibile ogni ulteriore difesa. Allora cominciò ladiscesa del dirupo precipitosamente per proseguire il movimento su Macallè.
L'ultimo a muoversi fu Toselli; conservando la sua calma, disposto come era a sagrificare la sua vita, dava ordini affinchè il danno fosse il minore possibile; erano rimasti intorno a lui pochi ufficiali: Angherà, Persico, Bodrero, Pagella e i suoi più fidi e valorosi soldati. Tutti erano sfiniti; e la piccola schiera andò man mano assottigliandosi nella discesa, colpiti a dieci passi di distanza. Giunto sulla strada di Antalo, Toselli, da vero eroe ordinò a Bodrero di raccogliere i pochi rimasti e condurli a Macallè. Egli, si voltò sereno verso il nemico, sfidandolo in attesa della sua sorte.
Bodrero, ubbidiente agli ordini del suo superiore, riordinò la colonna, trattenne i dispersi e li portò ad Arimondi che si trovava ad Aderà e nulla sapeva del combattimento; con Bodrero si salvarono Pagella e Bazzani.
Il giorno dopo il combattimento, Makonnen, ordinò solenni funerali alla salma del maggior Toselli, del quale ammirava il valore. Tutta l'Italia ha sentito per quest'Eroe un fremito di compianto e di orgoglio.
L'assalto all'Amba Alagi fu dato improvvisamente come sempre, ed a tradimento, mentre pendevano trattative di pace ingannatrici.
Tant'è vero che avendo ras Mangascià investito alcuni dei nostri posti avanzati, il maggiore Toselli se ne lagnò con Makonnen, e questi rispondeva che Mangascià aveva operato di sua testa, contrariamente agli ordini da lui dati.—Vero esempio di fede abissina!
Il generale Arimondi raccolti i superstiti di Amba Alagi si ritirò su Adigrat lasciando per presidio a Macallè il maggiore Galliano col 3obattaglione indigeni, una compagnia dell'8o, quattro pezzi da montagna, due sezioni del genio, una stazione di carabinieri, in complesso 31 ufficiali, 176 uomini di truppa bianca, 1150 di truppa indigena.
Il 16 decembre questa nostra posizione avanzata era investita da 30,000 combattenti, gli assalti si susseguirono agli assalti, sempre valorosamente e brillantemente respinti.
Il giorno 8 di gennaio il nemico si avanzava arditamente fino all'angolo morto di due burroni, occupando l'acqua della quale si alimentava il presidio diMacallè; nella notte furono dai nostri respinti due furiosi attacchi.
Le truppe nemiche che muovevano contro per annientarci e ricacciarci al mare eransi andate sempre più ingrossando fino ad arrivare alla cifra di 70,000 fucili, 10 mila lancie, più la cavalleria Galla ed altri piccoli riparti disseminati nelle vicinanze; in tutto oltre centomila combattenti. I nostri non avevano da apporre che circa 8000 soldati bianchi e 11,000 indigeni.
E si noti—che il generale Barattieri aveva previsto che nel novembre e dicembre la colonia sarebbe stata investita da tutta l'oste Tigrina e Scioana; per cui era da prevedersi che i nostri si sarebbero trovati di fronte ad un esercito di circa centomila uomini ben armati, della cui resistenza e valore avevano dato prove.
E allora perchè non si è provveduto a tempo in conformità dei bisogni e delle previsioni pur troppo esattamente avveratesi? Perchè il generale Barattieri che aveva preveduto il formidabile attacco non si preparò per tempo a bravamente respingerlo? Se non si voleva fare un agglomeramento di truppe nella colonia prima del bisogno, perchè non si provvedeva in Italia quanto occorreva per la preparazione di una grossa guerra, onde alla chiamata dei rinforzia momento opportuno, e che il governo non avrebbe dovuto lesinare, tutto fosse pronto? E preparata bene ed a tempo, non sarebbe stata una utilissima diversione quella di uno sbarco di nostre truppe ad Assab ed una spedizione all'Aussa che avrebbe trovato favore presso i Dancali—come così bene era stata progettata dal generale Pittaluga? Era cosa alla quale bisognava pensarci per tempo, e, presa una decisione, attuarla prima che le nostre poche truppe della colonia fossero impegnate a fondo. Non si può negare; fu grande la imprevidenza e ne fu scontato il fio!
Mentre i nostri aMacallèsostenevano con eroismo giorno e notte furiosi assalti, il Makonnen continuava per incarico del Negus di chiedere la pace; proposte che il Barattieri comunicava al governo. Messaggiero di tali proposte era certo signor Felter persona di fiducia del Barattieri, il quale aveva trasferito il suo quartiere generale ad Adagamus.
Il 17 gennaio il Felter si presentava al Barattieri portatore di un'offerta da parte di Menelik, garante Makonnen—di lasciare uscita libera con armi, munizioni di guerra, bagagli esenza condizioni di sorta le nostre truppe da Macallè per raggiungere Adigrat.
Al Galliano fu dato l'ordine di lasciare il forte—dopo di essersi pienamente assicurato che tutte le garanzie sarebbero state completamente osservate.
Sembrò da prima che questo fosse un fatto da tenersi in conto ed atto a predisporre il governo italiano ad un trattato di pace onorevole per ambo le parti; invece si verificò che la concessione del Negus non era che un'astuzia di guerra; le forze comandate dal Galliano non dovevano essere che un ventaglio aperto per coprire la marcia delle orde Scioane verso Adua e per impedire alle truppe della colonia un attacco di fianco durante la marcia.
Rese libere le truppe del presidio di Macallè il giorno stesso nel quale venne segnalato al comando generale lo spostamento della gran massa dell'esercito nemico, Barattieri ordinava di levare il campo da Adagamus per occupare una posizione atta a mantenere il contatto delle forze della colonia con quelle del nemico; per cui dopo una marcia di 12 giorni, il 13 di febbraio il generale diede ordine di schierare i suoi battaglionisulle alture di Sauria, dominante la posizione di Mai Gabetà ed Adua occupate dal nemico.
Nella notte del 13 disertavano dal nostro campo le bande di Ras Sebath e di Degiac Agos Tafari di circa 600 fucili—questa diserzione fu il segnale dell'insurrezione nell'Agamè, per cui il Barattieri fu obbligato a pensare di garantire alle nostre truppe la linea di rifornimento; al quale effetto dovette distaccare dalla brigata Arimondi il colonnello Stevani con tre battaglioni, una batteria e due compagnie di indigeni, e nel tempo stesso chiamare da Adi-Ugri a Mai Maret il colonnello Di Boccard con tre battaglioni; per queste disposizioni le forze combattenti rimanevano ridotte a circa 14,000 fucili con 50 cannoni. Si aveva però il vantaggio che la posizione di Sauria era ottima per la difesa, convenientemente fortificata, coi fianchi ben appoggiati e difficilmente aggirabili; infine le nostre truppe, sebbene sensibilmente diminuite di numero, si trovavano in condizione da potere respingere qualsivoglia attacco. Nel frattempo il nemico vista la forte posizione dei nostri dopo di avere per un momento pensato ad attaccarlisi dileguava dietro i monti di Genedapla e finiva per ritirarsi nella conca di Adua.