NOTA

Un'edizione critica dei rimatori che cantarono a Pisa nel secoloXIIIsotto l'influsso guittoniano, non è stata finora tentata. Il lavoro, a dir vero, non era tale da invogliare; giacché, senza dire che le rime di quei rozzissimi poeti ci sono state tramandate in forma assai malsicura da pochissimi codici, e spessissimo dal solo Laurenziano-Rediano 9 (L), l'oscuritá regna siffattamente nei loro noiosi componimenti, che volere intender sempre il loro «dittato forte» è impresa disperata. Ciò valga a far perdonare le deficienze della presente edizione, la quale, senza alcuna pretensione di criticitá, vuol dare semplicemente un testo, quale lo stato odierno degli studi permette di esibire.

IGALLO O GALLETTO

UnGallus iudex Agnellinotò ilGaspary(St. d. letter. ital.,I, 423) fra gli ambasciatori pisani al concilio di Lione nel 1275 (cfr.Muratori,RR. II. SS.,XXIV, 682). In un documento pisano del 17 e 19 giugno 1282 sono ricordati la podesteria di Volterra di Gerardo d'Isacco pisano «et iudicatus Galli Agnelli de Pisis» (Regestum VolaterranumdelloSchneider,Regesta chartarum Italiae, p. 302, n. 896). E finalmente troviamo nel gennaio 1288 una provvisione fatta «adomino Gallo Angnelli» e da altri anziani di Pisa (Bonaini,Statuti pisani,I, 692). Si tratta forse del nostro rimatore.

Riproduco per le due canzoni l'edizione delMonaci,Crestomazia dei primi secoli, con lievi modifiche d'indole grafica. La canzone I è in L e in V (Vaticano 3793).

Canzone I, v. 4: «s'inavanza». Correggo cosí il «s'avansa» di L, per la misura del verso.v. 31: «Cicilía». L ha «seccelía». Seguo V, che ha la forma «Cicilía», corrotta in L.v. 40: «aulía». Cosí in V: L ha «auliva».Canzone II, v. 7: «com'este». Cosí in V: L ha «como ad esser».v. 26: «roma». Cosí credo debba leggersi l'«aroma» di V: L ha al v. 26 «ruma», come al v. 29 «a Ruma». Ma è assai difficile capire che cosa abbia voluto dire il p. con la parola «roma», suggeritagli probabilmente dalla rima: forse «romana»?v. 39: «e saglie». V «salsi»: ricavo la forma da me adottata da L che pure ha «saglisce».v. 60: «ch'a ciascun». Cosí in V: L «che ciascun».

Canzone I, v. 4: «s'inavanza». Correggo cosí il «s'avansa» di L, per la misura del verso.

v. 31: «Cicilía». L ha «seccelía». Seguo V, che ha la forma «Cicilía», corrotta in L.

v. 40: «aulía». Cosí in V: L ha «auliva».

Canzone II, v. 7: «com'este». Cosí in V: L ha «como ad esser».

v. 26: «roma». Cosí credo debba leggersi l'«aroma» di V: L ha al v. 26 «ruma», come al v. 29 «a Ruma». Ma è assai difficile capire che cosa abbia voluto dire il p. con la parola «roma», suggeritagli probabilmente dalla rima: forse «romana»?

v. 39: «e saglie». V «salsi»: ricavo la forma da me adottata da L che pure ha «saglisce».

v. 60: «ch'a ciascun». Cosí in V: L «che ciascun».

IILEONARDO DEL GUALLACCA

Diresse il suo serventese a Gallo, servendosi dello stesso schema metrico usato dal suo amico e delle stesse rime.

Anche per questa poesia (che è in L e in V) riproduco la cit. ediz. delMonaci, correggendola in qualche parte.

v. 1: «lasso». V «a nasso»; ma va conservato «lasso» di L, perché è anche nel v. 1 della canzone di Gallo.v. 4: «l'asso». È noto che nel giuoco della zara o dei dadi si faceva un tiro infelice, quando si gettava l'asso.v. 9: «Daviso». Sta per «David» per tirannia della rima. Il ricordo di Salomone, e soprattutto il v. 10: «lo profeta piagente», fanno congetturare che qui si debba intendere il «daviso» di L e V per «Daviso».v. 35: «né 'n versi». Cosí in V: L non ha l'«'n», dopo il «né».v. 37: «in fallo». V ha «ispallo» e L «isfallo»; ma credo che sia indispensabile la mia correzione. Il p. vuol dire: Chi s'innamora senza essere riamato («in fallo», «a vuoto»), ho udito dai saggi che si trova assai male.v. 40: «rifallo». Cosí in L: V ha «a rio fallo». Forse vuol dire che l'esperienza del male rifá chi ha buon senso?v. 43: «chi quivi serra». Cosí in L: V «chi vi serra».v. 44: «chi saglie». Cosí in L: V «s'elgli».v. 54: «ne dan d'amor». Congetturo che, pel senso, cosí si debba leggere, e non «vedran da lor lo saggio», com'è in L, o «vedran d'Amor lo sagio», com'è in V.v. 60: «Non crea a vista né ad atto». V ed L hanno «né a matto»; ma l'assai facile correzione è suggerita dal senso.v. 72: «abocco». Cosí in V: L ha «attoccho».

v. 1: «lasso». V «a nasso»; ma va conservato «lasso» di L, perché è anche nel v. 1 della canzone di Gallo.

v. 4: «l'asso». È noto che nel giuoco della zara o dei dadi si faceva un tiro infelice, quando si gettava l'asso.

v. 9: «Daviso». Sta per «David» per tirannia della rima. Il ricordo di Salomone, e soprattutto il v. 10: «lo profeta piagente», fanno congetturare che qui si debba intendere il «daviso» di L e V per «Daviso».

v. 35: «né 'n versi». Cosí in V: L non ha l'«'n», dopo il «né».

v. 37: «in fallo». V ha «ispallo» e L «isfallo»; ma credo che sia indispensabile la mia correzione. Il p. vuol dire: Chi s'innamora senza essere riamato («in fallo», «a vuoto»), ho udito dai saggi che si trova assai male.

v. 40: «rifallo». Cosí in L: V ha «a rio fallo». Forse vuol dire che l'esperienza del male rifá chi ha buon senso?

v. 43: «chi quivi serra». Cosí in L: V «chi vi serra».

v. 44: «chi saglie». Cosí in L: V «s'elgli».

v. 54: «ne dan d'amor». Congetturo che, pel senso, cosí si debba leggere, e non «vedran da lor lo saggio», com'è in L, o «vedran d'Amor lo sagio», com'è in V.

v. 60: «Non crea a vista né ad atto». V ed L hanno «né a matto»; ma l'assai facile correzione è suggerita dal senso.

v. 72: «abocco». Cosí in V: L ha «attoccho».

IIIPANUCCIO DEL BAGNO

Non fu egli dei Bagni di San Giuliano presso Pisa, come qualcuno ha creduto; ma d'una famiglia Del Bagno di Pisa. Infatti trovo che Rainerius de Balneo pel novembre e il decembre del 1297 è anziano a Pisa (v., nellaChronica antiqua conventus Sanctae Catharinae de Pisis, ed. daF. Bonaini, nell'Arch. stor. ital., 1ª serie, t.VI, ilBreve vetus seu Chronica antianorum civitatis Pisarum ab an. Dominicae Incarnationis MCCLXXXIX ad an. MCCCCIX). Pei mesi di novembre e dicembre del 1305 è fra gli anziani Puccius de Balneo (ivi).

In una sua canzone politica, «La dolorosa noia», si lamenta di certuni, «non saggi, alpestri», degni del capestro, che lo costringevano a stare dove non avrebbe voluto, in loro soggezione. Costoro avevan tolto dal governo «i valorosi e degni e buon rettori» e avevan tratte in loro potere tutte le cose del Comune, avevan conculcato ogni sentimento di giustizia «e perdute castella e piano in guerra». Si allude sicuramente alla cessione di castelli e di parte del piano di Pisa, che fu fatta dal conte Ugolino della Gherardesca e dagli uomini di sua parte dopo l'infelice battaglia della Meloria. Non mi pare vi sia alcun dubbio che in questa canzone Panuccio si lamenti della signoria ghibellina, che il conte Ugolino della Gherardesca impose a Pisa nel 1285.

Guittoniano puro, Panuccio è, tra i rimatori pisani, il piú oscuro e il piú artificioso: la sua poesia è tutta infarcita di forme e di reminiscenze provenzali.

Le sue rime sono quasi tutte soltanto nel Laurenziano-Rediano 9 (L), pochissime anche nel Vaticano 3793 (V). Sicuramente non appartengono a lui alcune canzoni: «Quant'aggio ingegno e forza in veritade» e «Chiar' ha 'n sé valore», «Lasso taupino, in che punto crudele», e il sonetto «Quando valore e senno d'om' simostra» che ilValeriani(Poeti del primo secolo, 1) gli assegnò: L li dá anonimi.

Canzone I, v. 4 «e stat'», ecc: Intendi: il «vostr'altèro plagimento e la gran conoscenza e la valenza» hanno preso tale stato altèro e perfezione, che, ecc.v. 15: «vui». L ha «lui»: sostituisco «vui», voluto dal senso e riferito a «donna».v. 25: «so'». L ha «fo», che non darebbe senso alcuno, né inteso per «faccio» né per «fu»; ma mi pare il senso corra, se si sostituisca «so'» = «sono». Intendi: Non sarei («fôr'» = fôra = sarei) amato, quanto son degno di essere.v. 32: «diven'». Intendo «divengo» e spiego: E come io, o donna, veramente divengo degno d'essere amato...v. 38: «del». L ha «dal».v. 40: «altèr». L ha «altero», che non può stare per la misura del verso.v. 42: «a voi». L ha «di voi», evidentemente errato.Canzone II. Stampo questa canzone secondo l'ottima edizione che ne ha dataLeandro Biadene,Canzone d'amore di un antico rimatore pisano, Pisa, Mariotti, 1904, per nozze D'Ancona-Cardoso.v. 67: «di cosa». IlValerianimantiene «di cosa», e arzigogola intorno alla forma provenzale «de re» e a quella francese «de rien»; ma chi mai ha usato questa forma in tal significato? IlBiadene, p. 16, che ha ben capito il passo, costruisce: «Né mai meo cor non tenne cura di cosa che sol di servir lei», e spiega: «Manifestamente 'di cosa che' vuol dire 'di altra cosa che', oppure 'di cosa alcuna tranne che'».Canzone III, v. 18. Questo verso è certo lacunoso, perché dovrebbe essere endecasillabo: anche il v. 19 manca di due sillabe.v. 25: «e 'n ciò che m'era». L ha «eccio».v. 38: «grev'è a». L ha «grev'a».v. 48: Il verso è evidentemente guasto in L: «in me pro scende». Arrischio la mia correzione come semplice congettura.v. 50: «gravoso... languir». L ha «gravozi». Per la misura del verso tolgo l'«e» a «languire», com'è in L.v. 69: «in cor». L ha «il cor». Intendo: E la morte, che m'assegna, mi sarebbe vita, perché sarebbero finite le pene nel mio cuore.Canzone IV, v. 45: «grav'è. Sembro». Cosí correggo L, che ha «sembra», e intendo: Tal cagione mi dá ria pena, che è fuor di misura grave. Cosí pensieroso sembro aver vita...v. 50: «e piú mi». L ha «piú enmi».v. 51: «lo spirto». L ha «spirito», che non posso accettare per la misura del verso.v. 52: «e qual piú pregiudicio». L ha «e qual piú progiudicio».v. 64: «pena». L ha «pene».v. 67: «dipartire». Per la misura del verso correggo L, che ha «partire».v. 70. Vuoi dire che conoscere il male («cernendo») e perseverare in esso è fallo molto maggiore che essere nel male, cioè fallire, non conoscendolo.Canzone V, v. 10: «natora». L ha «di natura»: il «di» probabilmente fu aggiunto per errore, a causa del «di», che è avanti a «servire».v. 22: «per lo piacere». L ha «per lor piacere»: ma non saprei a che cosa riferire quel «loro». Intendi: Ed attendendone in parte diletto, il quale io immaginai per il piacere che ne provavo.vv. 31-35. Passo assai oscuro. Pare voglia dire: Per qualche ora parve che mostrasse verso di me che le («i») gradisse la gioia con cui io le servivo.v. 34: «di ciò sorrise». L ha «di ciò sormize». Correggo, intendendo: Di ciò, cioè della mia gioia in servirla, sorrise con gran benignità. Questo benigno sorriso era la dimostrazione che ella faceva «per sembianza».v. 35: «mea vista». L ha «me vista».v. 38: «poi». L ha «per».v. 42: «'n morte». L ha «e morte»: la correzione mi è suggerita dal principio della strofa seguente: «Regnando in morte».v. 50: «m'ha sí». Correggo L, che ha «usima».v. 68: «com'al foco cero». L ha «col mal foco cero».v. 69: «ispero». Intendi: Né alcuna cosa spero mi possa risanare, finché ella mi disdegna.v. 70: «disdegnand'». L ha «desdignand'».v. 77: «ma perciò». Il senso, a dir vero, richiederebbe «e perciò». Che si debba leggere proprio cosí?Canzone VI, v. 6: «guerrero». Lo schema metrico delle strofe richiedeva qui una rima in «ore». Deve forse leggersi «guerrore» per «guerrero»? Può essere che il copista, trovando questa forma «guerrore» necessaria per la rima, l'abbia voluta correggere in «guerrero». Oppure il poeta s'è contentato d'una specie di consonanza?v. 9: «quando». L ha «quanto».v. 30: «senza mora». L ha «senza monora». Intendo: Ma ora che mi sono dipartito da lui, mi ricordo di tutto e ricordo quanto contrastai con lui («quanto ontai di lui») senza posa.v. 38: «viveva dimorando». L ha «dimorava dimorando».v. 59: «d'ella». L ha «ad ella». Intendo: Ahi! penso («aviso») che forte è il dolore, ove perda soltanto un poco di essa cosa».vv. 76-79. Passo assai oscuro e difficile. Parmi si possa cosí intendere: Quando il suo sentire operava in me, penso («diviso») che ogni piacere languisse, quando io sentiva dolore senza che ne venisse a lei alcun male («diviso d'ognunque suo male»). Credo che forse, invece di «desentir», si debba leggere «resentir».v. 80: «e dammi noia». L ha «e dammi gioia»; ma il senso è, mi pare: E mi dá dispiacere in ciò in cui credo invece d'aver piacere.vv. 82-85. Pare voglia dire: Desidero («desio») potere quello che ero costretto a desiderare solo da ultimo («a disiar infinale») e ben diverso da quello che non poteva mai effettuarsi.v. 93: «ch'e' fui». L ha «che 'n fui».Canzone VII, v. 13: «e non solo dimor'». Cosí in L. IlValerianiguasta il senso, per avere la misura del verso, e legge «dimorar»; laddove bastava leggere «solo» invece di «sol» com'è in L, perché il verso tornasse. v. 19: «venisse, u' sosten». IlValerianistampa «'ve Pisa sosten regno», ma non vedo che ci sia ragione di allontanarsi da L, che ha come noi stampiamo. Intendo: E mi meraviglio che Dio sostenne (tollerò) che ciò avvenisse in un paese ov'egli sostien regno (in paese di cristiani), poiché essi hanno messo in «disguiglio» il comune.v. 20: «disguiglio». L ha «disviglio», che si corregge facilmente, se si pensa alla «disguiglianza» del verso seguente.v. 33: «ora l'hanno». Correggo, per la misura del verso, L, che ha «or l'an».v. 40: «piano». L ha «e periano». Accetto la correzione giá fatta dalValeriani.v. 42: «e che 'n vero». L ha «e che ver».v. 53. Aggiungo un «è», che non è in L, ma che è indispensabile pel senso.v. 55. L ha «ladron» e «mercanti».v. 59. Intendi: E pare che dei detti signori adagi a ciascuno, cioè pare che tutti ne siano contenti.v. 75: «sian lor piace». Intendo: E le terre che son tante perdute, non giá l'hanno volute difendere, ma piace loro che siano perdute. IlValerianiinvece legge: «Ma perdute difender si han, l'or piace», e non so quale senso da ciò potesse ricavare.v. 76. Intendo: E, quando è loro vietato far ciò, allora fanno pace solo per far del male agli uomini di parte avversa.v. 79: «procederà». L ha «procedrà».v. 91: «smodata». L ha «smondata».v. 108: «ed ho di gravosa doglienza». Accetto la correzione delValeriani: L ha «ed di gravoza dogliensa».Canzone VIII, v. 21: «diviso». IlValerianistampa «divis' è da ciò», e veramente L ha «divize da ciò»; ma, leggendo «diviso», il senso è chiaro: Ma penso («diviso») ben diversamente da ciò.v. 37: «ch'era». Aggiungo «ch'», sebbene non sia in L, pel senso.v. 41. IlValerianiha tralasciato questo verso.v. 55: «fero». L ha «fera».v. 70: «falso». Pel senso, congetturo che cosí si debba leggere, sebbene L abbia «valco».v. 83: «'ncontra». L ha «contra». IlValerianinon ha affatto inteso questo passo: malamente separa le parole di L, e legge «medico» invece di «me dico», e l'«enme» di L intende «emmi», «mi è». Cosí come lo stampo, mi pare che il passo dia un senso assai chiaro: Io dico («me dico») che somiglia a un pazzo sperimentato chi segue il suo danno ed ha contrario il bene: in me accade («'ncontra») quel che ho contato sopra.v. 85: «allor». L ha «lor».v. 92: «el mio tormento». L ha «en mia tormento».Canzone IX. È soltanto nel Vaticano 3793 (V). Ho creduto però, anche per questa canzone, di seguire le forme grafiche di L, che piú si attengono all'uso del volgare pisano del secolo XIII.v. 6: «lento». V «lente».v. 7: «feci». V «fea».v. 18: «ch'ove ho trovato». V ha «ch'aveo trovato». Il «trovato ho» del verso seguente suggerisce la correzione da me adottata.v. 32: «parimento». V ha «parimente»; ma è facile la correzione, perché questa parola deve rimare con «conoscimento».v. 38: «con seco om bene». Mi attengo a V, che ha «con seco hom bene», e correggo la lezione errata data dall'ediz.D'AnconaeComparetti: «con se combene». Intendo cosí il passo: «Voglienza d'amore» in altrui consiste in volere uomo goder bene con seco (con la donna amata): invece in me consiste in «fare lo mio piagere nel suo».v. 40: «di fare». Cosí, certamente, e non «disfare», com'è in V.v. 52: «a l'ofuscato». Cosí correggo V, che ha «a lo fustato».vv. 59-62. Interpungo e stampo diversamente dalD'AnconaeComparetti, prima di tutto perché cosí si dá ad «ella» e a «mei» (me) il verbo «ha», che altrimenti mancherebbe; e poi torna meglio l'ordine grammaticale nel v. 61, che in V non dá senso alcuno: «c'acciò ch'eo son commosso». Intendo cosí: Vero è che ella non me (perché ha piú potenza di me) ha ciò per cui io sono commosso, ove ella è (V ha «eran» di facile correzione) sempre nella sua grande virtú.v. 73: «vòl». Veramente V ha «sol»; ma il senso richiede questa correzione.Canzone X. È soltanto in L, ed ivi è detta «rintronico», parola che pare sia una corruzione italiana della parola provenzale «retroencha», con la quale si voleva indicare piú la musica che la forma metrica del componimento.v. 4: «infirma». L «infima». Intendi: Chi s'inferma gravemente, deve fare cherenza di medicina «ponderosa». Forse si dovrá leggere «poderosa», assai piú comune nell'antica poesia; tanto piú che il v. 6, «e non cui falla punto potimento», ci fa credere che il p. volesse dire «poderosa» e non «ponderosa». Tuttavia non ho voluto allontanarmi da L, che ha «ponderosa».v. 11: «stolti». L ha «colti», che non dá senso. Intendo: Stolti coloro che aspettano a guarire del male d'amore: è difficile guarirlo, quand'esso è violentissimo.v. 27: «l'omo». Non è in L; ma congetturo che possa mancare il soggetto del verbo «dea» del verso seguente, poiché il primo verso d'ogni strofa deve essere un endecasillabo, e questo, come è in L, mancherebbe di due sillabe: «Però en cui è poderosa».v. 39: «eccellenza». L «eccilensa».v. 40: «vertudiosa». L «verturioza».v. 42: «a farne». Aggiungo un «a», che non è in L, ma che mi pare necessario.v. 49: «vizi». L «visu». Penso che voglia dire: Credo che sia proprio dell'avversitá purgare, vincere e conculcare i vizi di ciascuno che stia pronto a volere, ché «l'avversitá» gli sarebbe di danno senza altro frutto, e ciò è pazienza che dá virtú a colui che sa pazientare.v. 69: «Aver ch'è». L «averi den». Cosí correggo, intendendo: Dunque è buon provvedimento voler seguitare con fede e speranza («spera») e avere retto sperare in lui, che è quello che quotidianamente crea rimedi che non mai animo potrebbe escogitare eguali.Canzone XI. È in L. Il p. parla oscuramente, in «dittato chiuso».v. 4: «è alcun». Veramente L ha «c'alcun»; ma il senso è: Non è alcun uomo sotto il cielo con potenza di tal virtú.v. 18: «che». L «o».v. 31: «e». L «so».v. 38: «conobbe». L «connove».v. 55 e sgg. Gli ultimi versi di questa canzone sono un vero indovinello. Pare voglia dire: Ma se tale, che m'ha condotto a questo punto, volesse che giá avvenisse cosí, e se sapesse farmi avvenir ciò, divido («parto») il nome di lui, togliendone quella parte che gli sta innanzi, cioè separo «Corso» da Bonaccorso. Ma chi è mai questo Corso, col nome del quale si chiude la canzone?v. 64: «me' so». Cosí separo «messo» di L e intendo: E so che è meglio a non dire a ciascuno il mio corso, perché non lo sappia Corso.Canzone XII. È soltanto in L, ove è detta «quivica», «equivoca». Per capire qualcosa in questa oscura poesia, mi sono allontanato in parecchi punti dal testo datone dalValeriani.v. 6: «n'ho capra». Cioè non ho che cappia, capisca, entri: nello stesso significato è usata questa parola nel sonetto diPanuccio,XVIII, 4.v. 22: «nell'affannarmi». L «nell'affaimarmi».v. 26-7: «l'autre donne». L «l'autre e donne». Ma che cosa vuol dire? Forse si allude con «petra» al nome di madonna o al luogo dove ella era?v. 41: Verso assai difficile ad intendersi. Vuol forse dire: Ed io ho nel suo cuore grande virtú?v. 58: «si m'è». L «sí mi».v. 63: «vidivi». L «visivi».v. 68: «ha' mò». L veramente ha «homo»; ma è certo che qui vuoi dire che un uomo potrebbe domandargli: — Perché hai ora parlato, se anche voi in ciò pensate saggiamente? — Questo «voi» accenna forse alla persona cui è diretta la canzone?Sonetto XIII, vv. 1-2. IlValerianiscioglie «sente» di L in «sent'e'» (sento eo), e a «pura la mia mente», com'è in L, aggiunge un «a» dopo «pura». Credo che abbia ragione.v. 6: «vii». Cosí correggo L, che ha «luil».vv. 9-10. Come si vede, mi allontano affatto dal senso e quindi dall'interpunzione delValerianie intendo: Ed io dolente, quale è il mio operare? Si vede manifesto anche nel mio fallare.Sonetto XIV. È in L. Anche per questo sonetto non ho tenuto alcun conto dell'errata lezione data dalValeriani, il quale interpunge in modo da mostrare di aver malamente inteso il senso. Il quale per me è questo: Se colui che regna ed è signore fosse sicuro della sua signoria, ciò, a mio credere, sarebbe ragione per la quale un uomo, che è basso, non avrebbe mai speranza di salire in altezza, ma d'aver miseria.v. 10: «volgendo». L ha «voglendo», erroneamente conservato dalValeriani.v. 17: «far». L «fa»; ma deve dipendere da «vesi», vedesi.v. 18: «non cre'». L ha «non credo»; ma questa forma non può essere conservata per la misura del verso.Sonetto XV. È in L.Sonetto XVI. È in L.v. 3: «sono». L ha «son», a cui aggiungo una sillaba per la misura del verso.v. 11: «Postra». Cosí dice L; ma deve intendersi che questa strana forma sia stata adoperata per necessità di rima in luogo di «poscia».v. 14: «terso». Si osservi che nel dialetto pisano si usava spesso «s» invece di «z», quindi sta per «terzo». Qui ed altrove, lo dico una volta per sempre, mantengo questa forma ortografica dell'antico dialetto pisano, per la rima. S'intende che, negli altri casi, mi attengo alle norme di questa collezione.Sonetto XVII. È in L.v. 10: «sé 'n tempo». Aggiungo questo «'n», che non è in L.v. 16: «vallo». L «valle».v. 18: Questo verso è aggiunto nel margine di L da mano piuttosto antica.Sonetto XVIII. È in L.v. 16: «chi non è ad esso». Veramente L ha «chi non già 'l meno sottoposto»; ma che cosa mai significherebbero queste parole? Congetturo che «ad esso» si possa sostituire a «meno», riferendo «esso» ad Amore, e si debba togliere «già», che guasta la misura del verso e non è necessariopel senso. Interpetro dunque: Perché chi non è sottoposto ad Amore può venire tosto a perfezione di bene.v. 17: «di ben a perfezion». L «di bea perfession».Sonetto XIX. È in L.v. 11: «avverso». L «abbersa». Intendo tutta la strofe cosí: Ché non solo donna né uomo («converso») abbia core stanco di pensare e fare ciò per cui è perduto il bene, sicché ogni uomo leale può dire: — Non abbranco virtú, anzi il contrario («il male») — ...Sonetto XX. È soltanto in V.v. 11: «me tenuto tuo». Cosí deve correggersi V, che ha «me tenuto in suo agio il parere». Il senso allora è chiaro: E aggio tenuto me in tuo parere, cioè ho seguito la tua volontà.v. 12: «cosa». L «certa», che non darebbe alcun senso.Sonetto XXI. Anch'esso in V. È, come dicevano gli antichi, un «sonetto equivoco repetito», cioè ha le rime con le stesse voci (perciò «equivoco»); ma con significato diverso e ripetute al principio de' versi (perciò «repetito»). È difficilissimo ad intendersi.Il ms. veramente lo reca in questa forma:Amor sa il mio volere miso dinon falla giammai non\/\sovra\/\\Che sua virtú da me sia puntosí forte lo parere\divizoE l'alma avinta ognora se posooe da me non mai punto e/\//sovro//\/tucco non com elli e tantoda me astenne saettaEt quella amore in me che tantaed onne virtú non sol di\/\portoparte/\/in che pensando benenenzasentir di lei me donneda cui non mai lei tanto/\regna\/di ben di sé vero in cuiSonetto XXII. È soltanto in V.v. 10: «corro». V «curo».

Canzone I, v. 4 «e stat'», ecc: Intendi: il «vostr'altèro plagimento e la gran conoscenza e la valenza» hanno preso tale stato altèro e perfezione, che, ecc.

v. 15: «vui». L ha «lui»: sostituisco «vui», voluto dal senso e riferito a «donna».

v. 25: «so'». L ha «fo», che non darebbe senso alcuno, né inteso per «faccio» né per «fu»; ma mi pare il senso corra, se si sostituisca «so'» = «sono». Intendi: Non sarei («fôr'» = fôra = sarei) amato, quanto son degno di essere.

v. 32: «diven'». Intendo «divengo» e spiego: E come io, o donna, veramente divengo degno d'essere amato...

v. 38: «del». L ha «dal».

v. 40: «altèr». L ha «altero», che non può stare per la misura del verso.

v. 42: «a voi». L ha «di voi», evidentemente errato.

Canzone II. Stampo questa canzone secondo l'ottima edizione che ne ha dataLeandro Biadene,Canzone d'amore di un antico rimatore pisano, Pisa, Mariotti, 1904, per nozze D'Ancona-Cardoso.

v. 67: «di cosa». IlValerianimantiene «di cosa», e arzigogola intorno alla forma provenzale «de re» e a quella francese «de rien»; ma chi mai ha usato questa forma in tal significato? IlBiadene, p. 16, che ha ben capito il passo, costruisce: «Né mai meo cor non tenne cura di cosa che sol di servir lei», e spiega: «Manifestamente 'di cosa che' vuol dire 'di altra cosa che', oppure 'di cosa alcuna tranne che'».

Canzone III, v. 18. Questo verso è certo lacunoso, perché dovrebbe essere endecasillabo: anche il v. 19 manca di due sillabe.

v. 25: «e 'n ciò che m'era». L ha «eccio».

v. 38: «grev'è a». L ha «grev'a».

v. 48: Il verso è evidentemente guasto in L: «in me pro scende». Arrischio la mia correzione come semplice congettura.

v. 50: «gravoso... languir». L ha «gravozi». Per la misura del verso tolgo l'«e» a «languire», com'è in L.

v. 69: «in cor». L ha «il cor». Intendo: E la morte, che m'assegna, mi sarebbe vita, perché sarebbero finite le pene nel mio cuore.

Canzone IV, v. 45: «grav'è. Sembro». Cosí correggo L, che ha «sembra», e intendo: Tal cagione mi dá ria pena, che è fuor di misura grave. Cosí pensieroso sembro aver vita...

v. 50: «e piú mi». L ha «piú enmi».

v. 51: «lo spirto». L ha «spirito», che non posso accettare per la misura del verso.

v. 52: «e qual piú pregiudicio». L ha «e qual piú progiudicio».

v. 64: «pena». L ha «pene».

v. 67: «dipartire». Per la misura del verso correggo L, che ha «partire».

v. 70. Vuoi dire che conoscere il male («cernendo») e perseverare in esso è fallo molto maggiore che essere nel male, cioè fallire, non conoscendolo.

Canzone V, v. 10: «natora». L ha «di natura»: il «di» probabilmente fu aggiunto per errore, a causa del «di», che è avanti a «servire».

v. 22: «per lo piacere». L ha «per lor piacere»: ma non saprei a che cosa riferire quel «loro». Intendi: Ed attendendone in parte diletto, il quale io immaginai per il piacere che ne provavo.

vv. 31-35. Passo assai oscuro. Pare voglia dire: Per qualche ora parve che mostrasse verso di me che le («i») gradisse la gioia con cui io le servivo.

v. 34: «di ciò sorrise». L ha «di ciò sormize». Correggo, intendendo: Di ciò, cioè della mia gioia in servirla, sorrise con gran benignità. Questo benigno sorriso era la dimostrazione che ella faceva «per sembianza».

v. 35: «mea vista». L ha «me vista».

v. 38: «poi». L ha «per».

v. 42: «'n morte». L ha «e morte»: la correzione mi è suggerita dal principio della strofa seguente: «Regnando in morte».

v. 50: «m'ha sí». Correggo L, che ha «usima».

v. 68: «com'al foco cero». L ha «col mal foco cero».

v. 69: «ispero». Intendi: Né alcuna cosa spero mi possa risanare, finché ella mi disdegna.

v. 70: «disdegnand'». L ha «desdignand'».

v. 77: «ma perciò». Il senso, a dir vero, richiederebbe «e perciò». Che si debba leggere proprio cosí?

Canzone VI, v. 6: «guerrero». Lo schema metrico delle strofe richiedeva qui una rima in «ore». Deve forse leggersi «guerrore» per «guerrero»? Può essere che il copista, trovando questa forma «guerrore» necessaria per la rima, l'abbia voluta correggere in «guerrero». Oppure il poeta s'è contentato d'una specie di consonanza?

v. 9: «quando». L ha «quanto».

v. 30: «senza mora». L ha «senza monora». Intendo: Ma ora che mi sono dipartito da lui, mi ricordo di tutto e ricordo quanto contrastai con lui («quanto ontai di lui») senza posa.

v. 38: «viveva dimorando». L ha «dimorava dimorando».

v. 59: «d'ella». L ha «ad ella». Intendo: Ahi! penso («aviso») che forte è il dolore, ove perda soltanto un poco di essa cosa».

vv. 76-79. Passo assai oscuro e difficile. Parmi si possa cosí intendere: Quando il suo sentire operava in me, penso («diviso») che ogni piacere languisse, quando io sentiva dolore senza che ne venisse a lei alcun male («diviso d'ognunque suo male»). Credo che forse, invece di «desentir», si debba leggere «resentir».

v. 80: «e dammi noia». L ha «e dammi gioia»; ma il senso è, mi pare: E mi dá dispiacere in ciò in cui credo invece d'aver piacere.

vv. 82-85. Pare voglia dire: Desidero («desio») potere quello che ero costretto a desiderare solo da ultimo («a disiar infinale») e ben diverso da quello che non poteva mai effettuarsi.

v. 93: «ch'e' fui». L ha «che 'n fui».

Canzone VII, v. 13: «e non solo dimor'». Cosí in L. IlValerianiguasta il senso, per avere la misura del verso, e legge «dimorar»; laddove bastava leggere «solo» invece di «sol» com'è in L, perché il verso tornasse. v. 19: «venisse, u' sosten». IlValerianistampa «'ve Pisa sosten regno», ma non vedo che ci sia ragione di allontanarsi da L, che ha come noi stampiamo. Intendo: E mi meraviglio che Dio sostenne (tollerò) che ciò avvenisse in un paese ov'egli sostien regno (in paese di cristiani), poiché essi hanno messo in «disguiglio» il comune.

v. 20: «disguiglio». L ha «disviglio», che si corregge facilmente, se si pensa alla «disguiglianza» del verso seguente.

v. 33: «ora l'hanno». Correggo, per la misura del verso, L, che ha «or l'an».

v. 40: «piano». L ha «e periano». Accetto la correzione giá fatta dalValeriani.

v. 42: «e che 'n vero». L ha «e che ver».

v. 53. Aggiungo un «è», che non è in L, ma che è indispensabile pel senso.

v. 55. L ha «ladron» e «mercanti».

v. 59. Intendi: E pare che dei detti signori adagi a ciascuno, cioè pare che tutti ne siano contenti.

v. 75: «sian lor piace». Intendo: E le terre che son tante perdute, non giá l'hanno volute difendere, ma piace loro che siano perdute. IlValerianiinvece legge: «Ma perdute difender si han, l'or piace», e non so quale senso da ciò potesse ricavare.

v. 76. Intendo: E, quando è loro vietato far ciò, allora fanno pace solo per far del male agli uomini di parte avversa.

v. 79: «procederà». L ha «procedrà».

v. 91: «smodata». L ha «smondata».

v. 108: «ed ho di gravosa doglienza». Accetto la correzione delValeriani: L ha «ed di gravoza dogliensa».

Canzone VIII, v. 21: «diviso». IlValerianistampa «divis' è da ciò», e veramente L ha «divize da ciò»; ma, leggendo «diviso», il senso è chiaro: Ma penso («diviso») ben diversamente da ciò.

v. 37: «ch'era». Aggiungo «ch'», sebbene non sia in L, pel senso.

v. 41. IlValerianiha tralasciato questo verso.

v. 55: «fero». L ha «fera».

v. 70: «falso». Pel senso, congetturo che cosí si debba leggere, sebbene L abbia «valco».

v. 83: «'ncontra». L ha «contra». IlValerianinon ha affatto inteso questo passo: malamente separa le parole di L, e legge «medico» invece di «me dico», e l'«enme» di L intende «emmi», «mi è». Cosí come lo stampo, mi pare che il passo dia un senso assai chiaro: Io dico («me dico») che somiglia a un pazzo sperimentato chi segue il suo danno ed ha contrario il bene: in me accade («'ncontra») quel che ho contato sopra.

v. 85: «allor». L ha «lor».

v. 92: «el mio tormento». L ha «en mia tormento».

Canzone IX. È soltanto nel Vaticano 3793 (V). Ho creduto però, anche per questa canzone, di seguire le forme grafiche di L, che piú si attengono all'uso del volgare pisano del secolo XIII.

v. 6: «lento». V «lente».

v. 7: «feci». V «fea».

v. 18: «ch'ove ho trovato». V ha «ch'aveo trovato». Il «trovato ho» del verso seguente suggerisce la correzione da me adottata.

v. 32: «parimento». V ha «parimente»; ma è facile la correzione, perché questa parola deve rimare con «conoscimento».

v. 38: «con seco om bene». Mi attengo a V, che ha «con seco hom bene», e correggo la lezione errata data dall'ediz.D'AnconaeComparetti: «con se combene». Intendo cosí il passo: «Voglienza d'amore» in altrui consiste in volere uomo goder bene con seco (con la donna amata): invece in me consiste in «fare lo mio piagere nel suo».

v. 40: «di fare». Cosí, certamente, e non «disfare», com'è in V.

v. 52: «a l'ofuscato». Cosí correggo V, che ha «a lo fustato».

vv. 59-62. Interpungo e stampo diversamente dalD'AnconaeComparetti, prima di tutto perché cosí si dá ad «ella» e a «mei» (me) il verbo «ha», che altrimenti mancherebbe; e poi torna meglio l'ordine grammaticale nel v. 61, che in V non dá senso alcuno: «c'acciò ch'eo son commosso». Intendo cosí: Vero è che ella non me (perché ha piú potenza di me) ha ciò per cui io sono commosso, ove ella è (V ha «eran» di facile correzione) sempre nella sua grande virtú.

v. 73: «vòl». Veramente V ha «sol»; ma il senso richiede questa correzione.

Canzone X. È soltanto in L, ed ivi è detta «rintronico», parola che pare sia una corruzione italiana della parola provenzale «retroencha», con la quale si voleva indicare piú la musica che la forma metrica del componimento.

v. 4: «infirma». L «infima». Intendi: Chi s'inferma gravemente, deve fare cherenza di medicina «ponderosa». Forse si dovrá leggere «poderosa», assai piú comune nell'antica poesia; tanto piú che il v. 6, «e non cui falla punto potimento», ci fa credere che il p. volesse dire «poderosa» e non «ponderosa». Tuttavia non ho voluto allontanarmi da L, che ha «ponderosa».

v. 11: «stolti». L ha «colti», che non dá senso. Intendo: Stolti coloro che aspettano a guarire del male d'amore: è difficile guarirlo, quand'esso è violentissimo.

v. 27: «l'omo». Non è in L; ma congetturo che possa mancare il soggetto del verbo «dea» del verso seguente, poiché il primo verso d'ogni strofa deve essere un endecasillabo, e questo, come è in L, mancherebbe di due sillabe: «Però en cui è poderosa».

v. 39: «eccellenza». L «eccilensa».

v. 40: «vertudiosa». L «verturioza».

v. 42: «a farne». Aggiungo un «a», che non è in L, ma che mi pare necessario.

v. 49: «vizi». L «visu». Penso che voglia dire: Credo che sia proprio dell'avversitá purgare, vincere e conculcare i vizi di ciascuno che stia pronto a volere, ché «l'avversitá» gli sarebbe di danno senza altro frutto, e ciò è pazienza che dá virtú a colui che sa pazientare.

v. 69: «Aver ch'è». L «averi den». Cosí correggo, intendendo: Dunque è buon provvedimento voler seguitare con fede e speranza («spera») e avere retto sperare in lui, che è quello che quotidianamente crea rimedi che non mai animo potrebbe escogitare eguali.

Canzone XI. È in L. Il p. parla oscuramente, in «dittato chiuso».

v. 4: «è alcun». Veramente L ha «c'alcun»; ma il senso è: Non è alcun uomo sotto il cielo con potenza di tal virtú.

v. 18: «che». L «o».

v. 31: «e». L «so».

v. 38: «conobbe». L «connove».

v. 55 e sgg. Gli ultimi versi di questa canzone sono un vero indovinello. Pare voglia dire: Ma se tale, che m'ha condotto a questo punto, volesse che giá avvenisse cosí, e se sapesse farmi avvenir ciò, divido («parto») il nome di lui, togliendone quella parte che gli sta innanzi, cioè separo «Corso» da Bonaccorso. Ma chi è mai questo Corso, col nome del quale si chiude la canzone?

v. 64: «me' so». Cosí separo «messo» di L e intendo: E so che è meglio a non dire a ciascuno il mio corso, perché non lo sappia Corso.

Canzone XII. È soltanto in L, ove è detta «quivica», «equivoca». Per capire qualcosa in questa oscura poesia, mi sono allontanato in parecchi punti dal testo datone dalValeriani.

v. 6: «n'ho capra». Cioè non ho che cappia, capisca, entri: nello stesso significato è usata questa parola nel sonetto diPanuccio,XVIII, 4.

v. 22: «nell'affannarmi». L «nell'affaimarmi».

v. 26-7: «l'autre donne». L «l'autre e donne». Ma che cosa vuol dire? Forse si allude con «petra» al nome di madonna o al luogo dove ella era?

v. 41: Verso assai difficile ad intendersi. Vuol forse dire: Ed io ho nel suo cuore grande virtú?

v. 58: «si m'è». L «sí mi».

v. 63: «vidivi». L «visivi».

v. 68: «ha' mò». L veramente ha «homo»; ma è certo che qui vuoi dire che un uomo potrebbe domandargli: — Perché hai ora parlato, se anche voi in ciò pensate saggiamente? — Questo «voi» accenna forse alla persona cui è diretta la canzone?

Sonetto XIII, vv. 1-2. IlValerianiscioglie «sente» di L in «sent'e'» (sento eo), e a «pura la mia mente», com'è in L, aggiunge un «a» dopo «pura». Credo che abbia ragione.

v. 6: «vii». Cosí correggo L, che ha «luil».

vv. 9-10. Come si vede, mi allontano affatto dal senso e quindi dall'interpunzione delValerianie intendo: Ed io dolente, quale è il mio operare? Si vede manifesto anche nel mio fallare.

Sonetto XIV. È in L. Anche per questo sonetto non ho tenuto alcun conto dell'errata lezione data dalValeriani, il quale interpunge in modo da mostrare di aver malamente inteso il senso. Il quale per me è questo: Se colui che regna ed è signore fosse sicuro della sua signoria, ciò, a mio credere, sarebbe ragione per la quale un uomo, che è basso, non avrebbe mai speranza di salire in altezza, ma d'aver miseria.

v. 10: «volgendo». L ha «voglendo», erroneamente conservato dalValeriani.

v. 17: «far». L «fa»; ma deve dipendere da «vesi», vedesi.

v. 18: «non cre'». L ha «non credo»; ma questa forma non può essere conservata per la misura del verso.

Sonetto XV. È in L.

Sonetto XVI. È in L.

v. 3: «sono». L ha «son», a cui aggiungo una sillaba per la misura del verso.

v. 11: «Postra». Cosí dice L; ma deve intendersi che questa strana forma sia stata adoperata per necessità di rima in luogo di «poscia».

v. 14: «terso». Si osservi che nel dialetto pisano si usava spesso «s» invece di «z», quindi sta per «terzo». Qui ed altrove, lo dico una volta per sempre, mantengo questa forma ortografica dell'antico dialetto pisano, per la rima. S'intende che, negli altri casi, mi attengo alle norme di questa collezione.

Sonetto XVII. È in L.

v. 10: «sé 'n tempo». Aggiungo questo «'n», che non è in L.

v. 16: «vallo». L «valle».

v. 18: Questo verso è aggiunto nel margine di L da mano piuttosto antica.

Sonetto XVIII. È in L.

v. 16: «chi non è ad esso». Veramente L ha «chi non già 'l meno sottoposto»; ma che cosa mai significherebbero queste parole? Congetturo che «ad esso» si possa sostituire a «meno», riferendo «esso» ad Amore, e si debba togliere «già», che guasta la misura del verso e non è necessariopel senso. Interpetro dunque: Perché chi non è sottoposto ad Amore può venire tosto a perfezione di bene.

v. 17: «di ben a perfezion». L «di bea perfession».

Sonetto XIX. È in L.

v. 11: «avverso». L «abbersa». Intendo tutta la strofe cosí: Ché non solo donna né uomo («converso») abbia core stanco di pensare e fare ciò per cui è perduto il bene, sicché ogni uomo leale può dire: — Non abbranco virtú, anzi il contrario («il male») — ...

Sonetto XX. È soltanto in V.

v. 11: «me tenuto tuo». Cosí deve correggersi V, che ha «me tenuto in suo agio il parere». Il senso allora è chiaro: E aggio tenuto me in tuo parere, cioè ho seguito la tua volontà.

v. 12: «cosa». L «certa», che non darebbe alcun senso.

Sonetto XXI. Anch'esso in V. È, come dicevano gli antichi, un «sonetto equivoco repetito», cioè ha le rime con le stesse voci (perciò «equivoco»); ma con significato diverso e ripetute al principio de' versi (perciò «repetito»). È difficilissimo ad intendersi.

Il ms. veramente lo reca in questa forma:

Sonetto XXII. È soltanto in V.

v. 10: «corro». V «curo».

IVBETTO METTEFUOCO

Ben poco sappiamo di questo rimatore, e nulla possiamo ricavare dall'unica poesia che ci ha lasciata. Una famiglia di questo nome era in Pisa sui primi del secoloXIV, ed ebbe qualche potenza, perché un Bindo Mettefuoco è notaro degli anziani pel gennaio e il febbraio del 1303 (v. nella cit.Chronica antiqua conventus Sanctae Catharinae de Pisis).

Fortunatamente questa canzone è assai meno oscura e artificiosa di quelle di Panuccio, e quindi riesce piú facile darne un'edizione soddisfacente.

È in L e in V; ma nel primo è mutila (non ve ne sono che tre strofe): la terza strofa è invece la seconda in V.

v. 13: «'nde temo». V ha «ne dotto», che pare in parte correzione di L.v. 14: «e paur'». V ha «che paura». Troppi «che» si susseguono; mi pare quindi preferibile la lezione di L.v. 15: «no le». Cosí V: L ha «a lei non».v. 17: «Se vo' vegno, e non veggo». L ha «se vo veggio non vegho», ove evidentemente è errato quel «veggio»; V «s'eo vengno e non vegio». Prendo da V «vegno», correggendo per tal modo l'errore manifesto di L.v. 18: «sprendiente». Cosí L: V ha «splendiente». Preferisco la forma data da L, perché piú corrispondente all'uso antico pisano.vv. 19-20: «sguardi... parli». Cosí L, laddove V ha «sguarda» e «parla». Il senso e la grammatica richiedono che qui ci sia il congiuntivo: Se io vengo da voi, e non vedo che il vostro splendente viso guardi con pietà e parli con dolcezza.... L'incompiutezza della canzone in L non detrae totalmente, a me pare, alla grande autorevolezza del codice.v. 21: «reggo». Cosí L, ed è miglior lezione che il «tegno» di V, il quale non rima con «veggo».v. 23: «vivendo». Cosí in L: V ha «servendo»: l'idea di servire è espressa nel verso seguente.v. 30: «mi pare». Cosí in L: V ha «mi piace», che non può ammettersi in questo luogo, essendo «piace» proprio nel verso seguente.v. 33: «or dunqua». Cosí in V: L ha «dumque».v. 35: «non oso». Cosí in L: V ha «no' l'auso».v. 37: «Ben so». Cosí in L: V ha «ben credo ne moragio».v. 39: «nonde porò». Cosi in L, in forma certo piú antica e quindi piú genuina. V ha «e non credo campare». Si sente qui, come in parecchi altri punti, che lo scrittore di V ha rabberciato il testo che aveva dinanzi.v. 40: «grazioso». V ha «lazioso».v. 44: «eo». Non è in V.v. 45: «possa». Cosí in L: V ha «e poi». Anche qui è evidente l'intenzione dell'amanuense di V di correggere il testo.vv. 46-47: «Sire Deo». L ha «sire o Deo», e V «oi sire Deo».v. 52: «de montagna». V ha un «la» fra «de» e «montagna», che guasterebbe la misura del verso.v. 59: «e fái». V ha «falli»; ma l'ordine grammaticale richiede qui un «e», e mi pare allora naturale la forma antica «fái», i fa, gli fa.v. 67: «e'». È indispensabile aggiungerlo per la misura del verso, sebbene non sia in V.

v. 13: «'nde temo». V ha «ne dotto», che pare in parte correzione di L.

v. 14: «e paur'». V ha «che paura». Troppi «che» si susseguono; mi pare quindi preferibile la lezione di L.

v. 15: «no le». Cosí V: L ha «a lei non».

v. 17: «Se vo' vegno, e non veggo». L ha «se vo veggio non vegho», ove evidentemente è errato quel «veggio»; V «s'eo vengno e non vegio». Prendo da V «vegno», correggendo per tal modo l'errore manifesto di L.

v. 18: «sprendiente». Cosí L: V ha «splendiente». Preferisco la forma data da L, perché piú corrispondente all'uso antico pisano.

vv. 19-20: «sguardi... parli». Cosí L, laddove V ha «sguarda» e «parla». Il senso e la grammatica richiedono che qui ci sia il congiuntivo: Se io vengo da voi, e non vedo che il vostro splendente viso guardi con pietà e parli con dolcezza.... L'incompiutezza della canzone in L non detrae totalmente, a me pare, alla grande autorevolezza del codice.

v. 21: «reggo». Cosí L, ed è miglior lezione che il «tegno» di V, il quale non rima con «veggo».

v. 23: «vivendo». Cosí in L: V ha «servendo»: l'idea di servire è espressa nel verso seguente.

v. 30: «mi pare». Cosí in L: V ha «mi piace», che non può ammettersi in questo luogo, essendo «piace» proprio nel verso seguente.

v. 33: «or dunqua». Cosí in V: L ha «dumque».

v. 35: «non oso». Cosí in L: V ha «no' l'auso».

v. 37: «Ben so». Cosí in L: V ha «ben credo ne moragio».

v. 39: «nonde porò». Cosi in L, in forma certo piú antica e quindi piú genuina. V ha «e non credo campare». Si sente qui, come in parecchi altri punti, che lo scrittore di V ha rabberciato il testo che aveva dinanzi.

v. 40: «grazioso». V ha «lazioso».

v. 44: «eo». Non è in V.

v. 45: «possa». Cosí in L: V ha «e poi». Anche qui è evidente l'intenzione dell'amanuense di V di correggere il testo.

vv. 46-47: «Sire Deo». L ha «sire o Deo», e V «oi sire Deo».

v. 52: «de montagna». V ha un «la» fra «de» e «montagna», che guasterebbe la misura del verso.

v. 59: «e fái». V ha «falli»; ma l'ordine grammaticale richiede qui un «e», e mi pare allora naturale la forma antica «fái», i fa, gli fa.

v. 67: «e'». È indispensabile aggiungerlo per la misura del verso, sebbene non sia in V.

VCIOLO DELLA BARBA

Una famiglia Della Barba era in Pisa nel secoloXIII: infatti un frate Egidio Della Barba nel 1270 è ricordato nella cit.Chronica antiqua Sanctae Catharinae, p. 430. L'unica canzone, che ci rimanga di questo rimatore, è conservata soltanto da V, donde la pubblicò per la prima volta ilGrionnelPropugnatore,III, 101. Poi la diedero in edizione migliore ilD'Anconae ilComparetti, nellaCollez. di opere inedite o raredel Romagnoli, 1881,II, 71-76.

v. 3: «che». Non è in V; ma è indispensabile per la misura del verso.v. 4: «ch'om' agia». V ha «com'agio»; ma il senso mostra evidente l'errore.v. 7: «de rota». V ha «de la rota»; ma quel «la» v'è di piú, guastando la misura del verso.v. 10: «piú che nel». V ha «piú che del».v. 13: «e sonde». Aggiungo un «e», che mi pare richiesto dal senso: Temendo io guardo («veo», vedo) e ne sono pauroso...v. 17: «possedete». V «presedete».V. 20: «com' fenice». V ha «com' fa fenice»; ma anche qui il «fa», per la misura del verso, è di troppo.v. 21: «naturali». Cosí è nel ms. «Naturali» per «naturale» è per necessitá di rima, dovendo rimare con «'guali» del v. 24; del resto questa forma di singolare in «i» era frequente nei volgari toscani.v. 26: «come compresi». V ha «me ne comprese»; ma è evidentemente errato.v. 38: «ora». V ha «or»; ma cosí non tornerebbe la misura del verso.v. 40: «la fior tembra». Che cosa sia questo «fior tembra» non comprese bene ilGrion. IlTargioni-Tozzetti(Dizionario botanico, parteII, p. 212) dice che col nome di «timbra» o «timbro» intendesi laSatureia Iuliana, cioè la santoreggia del monte San Giuliano, che non è altro che laMicromeria IulianaBenth., come m'informa il mio collega prof. Baroni, il quale mi avverte che codesta pianta ha la corolla caduca. Questa circostanza è importante per l'intelligenza del testo. Infatti il poeta termina invitando madonna ad aver pietà di lui, e a voler che non faccia come il fior «tembra», a cui cade la corolla.

v. 3: «che». Non è in V; ma è indispensabile per la misura del verso.

v. 4: «ch'om' agia». V ha «com'agio»; ma il senso mostra evidente l'errore.

v. 7: «de rota». V ha «de la rota»; ma quel «la» v'è di piú, guastando la misura del verso.

v. 10: «piú che nel». V ha «piú che del».

v. 13: «e sonde». Aggiungo un «e», che mi pare richiesto dal senso: Temendo io guardo («veo», vedo) e ne sono pauroso...

v. 17: «possedete». V «presedete».

V. 20: «com' fenice». V ha «com' fa fenice»; ma anche qui il «fa», per la misura del verso, è di troppo.

v. 21: «naturali». Cosí è nel ms. «Naturali» per «naturale» è per necessitá di rima, dovendo rimare con «'guali» del v. 24; del resto questa forma di singolare in «i» era frequente nei volgari toscani.

v. 26: «come compresi». V ha «me ne comprese»; ma è evidentemente errato.

v. 38: «ora». V ha «or»; ma cosí non tornerebbe la misura del verso.

v. 40: «la fior tembra». Che cosa sia questo «fior tembra» non comprese bene ilGrion. IlTargioni-Tozzetti(Dizionario botanico, parteII, p. 212) dice che col nome di «timbra» o «timbro» intendesi laSatureia Iuliana, cioè la santoreggia del monte San Giuliano, che non è altro che laMicromeria IulianaBenth., come m'informa il mio collega prof. Baroni, il quale mi avverte che codesta pianta ha la corolla caduca. Questa circostanza è importante per l'intelligenza del testo. Infatti il poeta termina invitando madonna ad aver pietà di lui, e a voler che non faccia come il fior «tembra», a cui cade la corolla.

VIPUCCIANDONE MARTELLI

Di Pucciandone Martelli fortunatamente si può attingere qualche notizia dalla cit.Chronica antiquadi Santa Caterina, dalla quale apparisce che prese parte alla vita pubblica di Pisa, specialmente nell'ultimo decennio del secoloXIII. Fu degli anziani per il gennaio e il febbraio del 1289, per il novembre e il decembre del 1292, per il gennaio e il febbraio del 1295, e infine per il maggio e il giugno del 1297. Forse è diretto a lui il sonettoCCXCIdi Guittone che è in L e che incomincia: «Guelfo conte e Pucciandon la voce»?

La maggior parte delle poesie di questo rimatore sono soltanto nel Palatino 418 (P); solamente il son. «Signor senza pietanza udit'ho dire» è in L. Disgraziatamente in P mancano or qua or lá alcuni versi. IlValerianiha stampato le due canzoni e la ballata assai scorrettamente, non avendo capito nulla del metro in cui sono scritte.

La ballata ci prova che il Martelli risentí qualcosa dell'influsso della nuova scuola fiorentina. Quella ballata, oltreché nel metro, ha qualche agilitá e dolcezza nella forma, insolite fra i guittoniani.

Canzone I. È veramente da lamentarsi che il cod. P, che solo conserva questa canzone, l'abbia cosí guasta, da rendere difficilissimo raccapezzarne lo schema metrico. Certamente vi mancano or qua or lá dei versi. Dopo aver fatto vari tentativi, credo che lo schema possa essere questo:ABBA,BAAB|bCcD,EEcBB; ma, per ridurre le varie strofe a questo schema costante, sono stato costretto a rabberciare qua e lá i versi.

v. 2: «vene». P ha «'nfra meve»; ma mi sembra forma insolita per dire «in me», «dentro di me»: tutt'al piú il p. avrebbe detto «in meve». Congetturalmente quindi correggo «'nfra vene», fra le vene.v. 3: «quei». P ha «quelli»; ma in questa forma non torna il verso.v. 7: «saggio». P ha «sagio», come piú sotto «selvagio», «agio» ecc. Non credo di dovere accettare queste forme, le quali non si trovano in altri rimatori pisani e che probabilmente derivano dalla grafia particolare dell'amanuense.vv. 14-15. Questi versi furono assai malamente stampati dalValeriani, che dette il v. 15 cosí: «Son signor senza pietá», non accorgendosi che in tal modo mancava la rima con i vv. 10-11. Il mezzo migliore per rabberciarli era di trasportare il «son» nel v. 14.v. 20: «ed umiltà». V ha «od».v. 20: «adorna». Cosí in P: ilValeriani, non so perché, legge e stampa «a Donna piagenza».v. 22. Il verso certamente in P è guasto. Credo bene pel senso di dover cambiare «a sua potenza» in «a mia potenza», e intendo: Non si creda che ella per amore mai («ma'») metta la sua virtú in mio potere, perché io prenda loco in tale cuore.vv. 24-25. IlValerianili stampa lasciando perfino un «non» nel v. 25, e ponendo «aitale», senza accorgersi che bisognava sciogliere in «à 'n tale».v. 31: «tornerá». P ha «a tornara», che ilValerianicambia arbitrariamente in «ha tornata».v. 31: «in bassanza». Ho trasportato queste parole dal v. 30, come sono in P, al v. 31, perché in tutte le strofe di questa canzone il verso quattordicesimo deve essere endecasillabo.v. 35 e sgg. Tutta questa strofe è guasta ed è assai difficile ricostruirla. Certo è che, guardando allo schema metrico, non si può lasciare «crudele fero», che P ha al principio del v. 38: e, guardando pure allo schema metrico delle altre strofe, si capisce che manca una parte del secondo piede della fronte.v. 45: «m'asicuro». P ha «m'asicura»; ma è evidente che debba correggersi, per aversi rima con «puro» del verso precedente.v. 46. Son costretto ad aggiungere «egli» per la misura del verso.v. 48. Veramente P ha «che lo meo cor sostene tuttavia»; ma, come si vede nelle altre strofe, questo verso deve rimare col precedente. Credo che debba leggersi: «che tuttavia lo meo cor sostene».v. 49. P ha «faria ben ked io d'altro non curo»; ma è evidentemente un verso guasto, anche perché deve essere un settenario e non un endecasillabo.v. 52 e sgg. Questa strofa è ancora piú guasta delle altre. Forse qualche verso può togliersi, senza guastare il senso; ed io mi sono sforzato, togliendo alcune parole, a ridurre la strofe allo schema delle altre. Veramente V ha: «Amore, se risurgi la mia mente cosí forte seguente ti parraggio, che farai acordanza con lei di darmi amanza di campare, di che d'ella faccio non folle pensare ma tuttor mi procaccio star selvaggio di lei nascostamente». Quale senso plausibile si può ricavare da queste parole? Senza dire che ne verrebbe fuori una strofe di 18 versi e con la sirima diversa da quella di tutte le altre strofe. Cosí come propongo di leggere, il senso è chiaro: Amore, se fai risorgere la mia mente, ti seguerò cosí fortemente, che t'accorderai con lei di concedermi amore. Faccio non folle pensare di lei a star selvaggio, a nascondermi a lei, che mi diviene come l'uomo che cammina, che cela la luce (cioè fa ombra) a chi va con lui. — Ma avrò proprio còlto nel segno? E poi quel «faccio» che rima con «selvaggio» non si dovrà forse leggere «faggio»?v. 54: «regina». P ha «redina».v. 60: «parrá». P ha «parerá»; ma cosí non può stare per la misura del verso.vv. 70 e sgg. Anche questa strofa è assai guasta e mutila in qualche verso.v. 81: P ha «dovreste aver mercede», senz'altro; ma deve mancare la parola finale, perché il verso dovrebbe rimare con «molto» del verso seguente, ov'è la rimalmezzo.v. 83. Anche qui, per la misura del verso, credo necessario togliere il «che», che in P è innanzi a «non fi' grave».Ballata II. È in P con qualche lacuna. IlValerianinon comprese nemmeno che è una ballata.v. 15. P ha: «la vostra angelica sembransa»; verso, come si vede, di nove sillabe: né tornerebbe ugualmente, se si leggesse, come fa ilValeriani, «angelicale». Credo che manchi una parola innanzi ad «angelica», che le dia valore di superlativo: congetturo quindi che manchi «sovra».v. 18. Questo verso è certamente mutilo in P, perché quello a esso corrispondente nelle altre strofe è endecasillabo.Sonetto III. È in L. È un sonetto doppio.v. 18: «me... faccia». IlValerianiprende «me» per «me'» (meglio). No: il senso è: Dio vi lasci trovare miglior servitore, e lasci che io trovi un signore che ricompensi.Canzone IV, v. 18: «allegresse». Qui mantengo l'ortografia propria dell'antico dialetto pisano, per la rima con «avesse».v. 51: «odito». P ha «odite».v. 61: «intendenza». Non «intendanza», com'è in P, perché mancherebbe la rima con «benvoglienza».Sonetto V. È in L. È un sonetto artificiosissimo per la doppia rimalmezzo che è in tutti i versi. Anche qui, a causa della rima, ho mantenuto le forme ortografiche pisane «bellessa», «adornessa», ecc.v. 11. Verso assai difficile a intendersi. Pare voglia dire: Che vi trova meravigliosissimi («permirata») tutti i sentimenti («ogna sens'ha») che vi pensa («che i pensa»).

v. 2: «vene». P ha «'nfra meve»; ma mi sembra forma insolita per dire «in me», «dentro di me»: tutt'al piú il p. avrebbe detto «in meve». Congetturalmente quindi correggo «'nfra vene», fra le vene.

v. 3: «quei». P ha «quelli»; ma in questa forma non torna il verso.

v. 7: «saggio». P ha «sagio», come piú sotto «selvagio», «agio» ecc. Non credo di dovere accettare queste forme, le quali non si trovano in altri rimatori pisani e che probabilmente derivano dalla grafia particolare dell'amanuense.

vv. 14-15. Questi versi furono assai malamente stampati dalValeriani, che dette il v. 15 cosí: «Son signor senza pietá», non accorgendosi che in tal modo mancava la rima con i vv. 10-11. Il mezzo migliore per rabberciarli era di trasportare il «son» nel v. 14.

v. 20: «ed umiltà». V ha «od».

v. 20: «adorna». Cosí in P: ilValeriani, non so perché, legge e stampa «a Donna piagenza».

v. 22. Il verso certamente in P è guasto. Credo bene pel senso di dover cambiare «a sua potenza» in «a mia potenza», e intendo: Non si creda che ella per amore mai («ma'») metta la sua virtú in mio potere, perché io prenda loco in tale cuore.

vv. 24-25. IlValerianili stampa lasciando perfino un «non» nel v. 25, e ponendo «aitale», senza accorgersi che bisognava sciogliere in «à 'n tale».

v. 31: «tornerá». P ha «a tornara», che ilValerianicambia arbitrariamente in «ha tornata».

v. 31: «in bassanza». Ho trasportato queste parole dal v. 30, come sono in P, al v. 31, perché in tutte le strofe di questa canzone il verso quattordicesimo deve essere endecasillabo.

v. 35 e sgg. Tutta questa strofe è guasta ed è assai difficile ricostruirla. Certo è che, guardando allo schema metrico, non si può lasciare «crudele fero», che P ha al principio del v. 38: e, guardando pure allo schema metrico delle altre strofe, si capisce che manca una parte del secondo piede della fronte.

v. 45: «m'asicuro». P ha «m'asicura»; ma è evidente che debba correggersi, per aversi rima con «puro» del verso precedente.

v. 46. Son costretto ad aggiungere «egli» per la misura del verso.

v. 48. Veramente P ha «che lo meo cor sostene tuttavia»; ma, come si vede nelle altre strofe, questo verso deve rimare col precedente. Credo che debba leggersi: «che tuttavia lo meo cor sostene».

v. 49. P ha «faria ben ked io d'altro non curo»; ma è evidentemente un verso guasto, anche perché deve essere un settenario e non un endecasillabo.

v. 52 e sgg. Questa strofa è ancora piú guasta delle altre. Forse qualche verso può togliersi, senza guastare il senso; ed io mi sono sforzato, togliendo alcune parole, a ridurre la strofe allo schema delle altre. Veramente V ha: «Amore, se risurgi la mia mente cosí forte seguente ti parraggio, che farai acordanza con lei di darmi amanza di campare, di che d'ella faccio non folle pensare ma tuttor mi procaccio star selvaggio di lei nascostamente». Quale senso plausibile si può ricavare da queste parole? Senza dire che ne verrebbe fuori una strofe di 18 versi e con la sirima diversa da quella di tutte le altre strofe. Cosí come propongo di leggere, il senso è chiaro: Amore, se fai risorgere la mia mente, ti seguerò cosí fortemente, che t'accorderai con lei di concedermi amore. Faccio non folle pensare di lei a star selvaggio, a nascondermi a lei, che mi diviene come l'uomo che cammina, che cela la luce (cioè fa ombra) a chi va con lui. — Ma avrò proprio còlto nel segno? E poi quel «faccio» che rima con «selvaggio» non si dovrà forse leggere «faggio»?

v. 54: «regina». P ha «redina».

v. 60: «parrá». P ha «parerá»; ma cosí non può stare per la misura del verso.

vv. 70 e sgg. Anche questa strofa è assai guasta e mutila in qualche verso.

v. 81: P ha «dovreste aver mercede», senz'altro; ma deve mancare la parola finale, perché il verso dovrebbe rimare con «molto» del verso seguente, ov'è la rimalmezzo.

v. 83. Anche qui, per la misura del verso, credo necessario togliere il «che», che in P è innanzi a «non fi' grave».

Ballata II. È in P con qualche lacuna. IlValerianinon comprese nemmeno che è una ballata.

v. 15. P ha: «la vostra angelica sembransa»; verso, come si vede, di nove sillabe: né tornerebbe ugualmente, se si leggesse, come fa ilValeriani, «angelicale». Credo che manchi una parola innanzi ad «angelica», che le dia valore di superlativo: congetturo quindi che manchi «sovra».

v. 18. Questo verso è certamente mutilo in P, perché quello a esso corrispondente nelle altre strofe è endecasillabo.

Sonetto III. È in L. È un sonetto doppio.

v. 18: «me... faccia». IlValerianiprende «me» per «me'» (meglio). No: il senso è: Dio vi lasci trovare miglior servitore, e lasci che io trovi un signore che ricompensi.

Canzone IV, v. 18: «allegresse». Qui mantengo l'ortografia propria dell'antico dialetto pisano, per la rima con «avesse».

v. 51: «odito». P ha «odite».

v. 61: «intendenza». Non «intendanza», com'è in P, perché mancherebbe la rima con «benvoglienza».

Sonetto V. È in L. È un sonetto artificiosissimo per la doppia rimalmezzo che è in tutti i versi. Anche qui, a causa della rima, ho mantenuto le forme ortografiche pisane «bellessa», «adornessa», ecc.

v. 11. Verso assai difficile a intendersi. Pare voglia dire: Che vi trova meravigliosissimi («permirata») tutti i sentimenti («ogna sens'ha») che vi pensa («che i pensa»).

VIIBACCIARONE DI MESSER BACONE

Anche di questo rimatore ben poco sappiamo. Fu amico di fra Guittone, che gli diresse una delle sue lettere, confortandolo a mostrarsi prode a vantaggio della sua patria. Quale fu l'occasione per la quale l'aretino cercò di stimolare a forti opere diguerra l'amico pisano? Dice fra Guittone: «Segondo la parvissima caritate, umanitate e bonitate mia, compassione di vostra passione presi; e non solo giá voi, ma pisani tutti compatiti e doluti ho quasi aretini, amore che porto essi me distringendo» (Lettere, ediz. Bottari, p. 70). Egli dunque compiange gli amici pisani per qualche grave sventura pubblica. Poiché altrove abbiamo veduto Panuccio lamentarsi dello sgoverno dei ghibellini in Pisa nel 1285, mi pare assai probabile che a quei fatti si riferisca la lettera di Guittone. Il quale, in un altro passo della lettera, dice a Bacciarone che, tornato in patria, ben poteva provvedere con l'opera sua al bene di essa: «Tornando a casa vostra nell'agio vostro, buono parvo for magno sembrerá voi, e quasi soavissimo affanno grave, al buono parvo presente, ed al mal grande sovvenendo bene» (ivi, p. 71). A quale opera poteva il guelfo rimatore d'Arezzo stimolare il signore pisano e i suoi compagni, se non a quella d'osteggiare la prepotenza ghibellina? A questi stessi fatti mi par certo che si riferisca la canzoneIII. Le rime di Bacciarone sono solamente in L.

Canzone I, v. 16: «loro e i loro e 'l loro»: cioè danneggiando essi e i loro seguaci e i loro averi.v. 52: «conducía». Cosí deve essere per la rima col seguente «obbría»; non «conducea», come ha L.v. 96: «per potersi». Mi pare che il senso richieda che cosí si corregga il «poterm'» di L.v. 120: «potete». L ha «potetava».Canzone II, v. 23: «voglienza». L ha «veglensa».v. 49: «fiata spico». L ha «fieta». Intendi: È cosa che odora («fiata») piú che spigo. Lo spigo poi ognun sa che è un'erba aromatica.v. 54. Intendi: Quanto piú possiede senza Dio, piú è iniquo.v. 62: «impasso», cioè impazzo. Anche qui conservo l'ortografia pisana per la rima con «lasso».v. 74: «for' nullo par bono»: cioè fuori di cui non appare alcun buono.v. 100: «in tal pentèro». L ha «pente pentero». Intendi: Non vi sono tante stelle in cielo, né gocce d'acqua in mare («candelle»), quante io non ho gocce (lacrime) in tal pentimento.Canzone III, vv. 7-8. «Torto» qui sta per «tolto». Il senso è: Perché mi vedo tolta gioia da ogni parte; e il cuore sempre accorto erra a darmi il contrario della gioia, cioè il dolore.v. 9: «isperato». L ha «sperato».v. 13: «chi di guardar». L ha «che di guardarnov. 17: «e chi ne ha». L ha «e chi 'n dá». Intendo: E chi ha fatto ciò, che si fugga il bene e si segua il male, tra quelli che piú avevano potenza in Pisa?v. 22: «furon». L ha «fisson». Il senso è: Non l'ardire di chi ho detto nel saper ferire senza fallir colpo. Perché furon montati in alto monte («serra»), sembra loro («vis'è lor») non manchi diporto, né alcuno sconforto dicono li cacci dalla terra («li sterra»).v. 26: «noi'» (noia). L ha «no»; ma il senso richiede questa correzione.v. 31. Forse vuol dire: Hanno pensato di far fare il porto dentro la porta di Pisa, finché dura la guerra.v. 32: «averrá». È una di quelle che si dicevano rime false.

Canzone I, v. 16: «loro e i loro e 'l loro»: cioè danneggiando essi e i loro seguaci e i loro averi.

v. 52: «conducía». Cosí deve essere per la rima col seguente «obbría»; non «conducea», come ha L.

v. 96: «per potersi». Mi pare che il senso richieda che cosí si corregga il «poterm'» di L.

v. 120: «potete». L ha «potetava».

Canzone II, v. 23: «voglienza». L ha «veglensa».

v. 49: «fiata spico». L ha «fieta». Intendi: È cosa che odora («fiata») piú che spigo. Lo spigo poi ognun sa che è un'erba aromatica.

v. 54. Intendi: Quanto piú possiede senza Dio, piú è iniquo.

v. 62: «impasso», cioè impazzo. Anche qui conservo l'ortografia pisana per la rima con «lasso».

v. 74: «for' nullo par bono»: cioè fuori di cui non appare alcun buono.

v. 100: «in tal pentèro». L ha «pente pentero». Intendi: Non vi sono tante stelle in cielo, né gocce d'acqua in mare («candelle»), quante io non ho gocce (lacrime) in tal pentimento.

Canzone III, vv. 7-8. «Torto» qui sta per «tolto». Il senso è: Perché mi vedo tolta gioia da ogni parte; e il cuore sempre accorto erra a darmi il contrario della gioia, cioè il dolore.

v. 9: «isperato». L ha «sperato».

v. 13: «chi di guardar». L ha «che di guardarno

v. 17: «e chi ne ha». L ha «e chi 'n dá». Intendo: E chi ha fatto ciò, che si fugga il bene e si segua il male, tra quelli che piú avevano potenza in Pisa?

v. 22: «furon». L ha «fisson». Il senso è: Non l'ardire di chi ho detto nel saper ferire senza fallir colpo. Perché furon montati in alto monte («serra»), sembra loro («vis'è lor») non manchi diporto, né alcuno sconforto dicono li cacci dalla terra («li sterra»).

v. 26: «noi'» (noia). L ha «no»; ma il senso richiede questa correzione.

v. 31. Forse vuol dire: Hanno pensato di far fare il porto dentro la porta di Pisa, finché dura la guerra.

v. 32: «averrá». È una di quelle che si dicevano rime false.

VIIIGERI GIANNINI

Questo rimatore tenzonò con un Si. Gui. da Pistoia (vedi sopra, neiRimatori pistoiesi, p. 19) e con Natuccio Cinquino. IlValerianidá a lui un terzo sonetto «A quei ch'è sommo dicitore altèro»; ma in L, ove sono le rime che di lui rimangono, è di anonimo.

Sonetto I, v. 10. IlValerianistampa: «E del no chero, ch'ha esta balanza», ma queste parole non dánno senso. Il verso che segue: «se piú tardanza fa, tanto 'l desiede» fa capire che si parla di qualche cosa che tarda a venire. Intendo: Si può («posi») dire che è gran fallire del nocchiero che guida questa bilancia. E il nocchiero parmi che debba intendersi Amore. È un sonetto anche questo assai tenebroso.v. 15: «par Deo». Non credo affatto si debba intendere, come vuole ilValeriani, «per Dio». Il poeta vuol dire: Non ho («non porto») alcun conforto pari a Dio, ossia pari a quello che mi viene da Dio, ché io tengo in servitú («'n feo», in feudo) la mia scura vita, e ho paura di non esser mai padrone di me stesso.Sonetto II, v. 9: «chi 'n dire». L ha «chi 'n nire». La correzione è facile, se si pensa al verso corrispondente del Giannini: «che gran fallire dire posi 'ntero». IlValerianistampa «chi in ire».Sonetto III. Si. Gui. da Pistoia gli rispose col sonetto «Tanto saggio e bon poi me somegli» (vedi neiRimatori pistoiesi, p. 19).

Sonetto I, v. 10. IlValerianistampa: «E del no chero, ch'ha esta balanza», ma queste parole non dánno senso. Il verso che segue: «se piú tardanza fa, tanto 'l desiede» fa capire che si parla di qualche cosa che tarda a venire. Intendo: Si può («posi») dire che è gran fallire del nocchiero che guida questa bilancia. E il nocchiero parmi che debba intendersi Amore. È un sonetto anche questo assai tenebroso.

v. 15: «par Deo». Non credo affatto si debba intendere, come vuole ilValeriani, «per Dio». Il poeta vuol dire: Non ho («non porto») alcun conforto pari a Dio, ossia pari a quello che mi viene da Dio, ché io tengo in servitú («'n feo», in feudo) la mia scura vita, e ho paura di non esser mai padrone di me stesso.

Sonetto II, v. 9: «chi 'n dire». L ha «chi 'n nire». La correzione è facile, se si pensa al verso corrispondente del Giannini: «che gran fallire dire posi 'ntero». IlValerianistampa «chi in ire».

Sonetto III. Si. Gui. da Pistoia gli rispose col sonetto «Tanto saggio e bon poi me somegli» (vedi neiRimatori pistoiesi, p. 19).

IXNATUCCIO CINQUINO

Questo rimatore appartenne all'antichissima famiglia pisana dei Cinquini (R. Roncioni,Delle famiglie pisane, inArch. stor. ital., disp.XIIIter, t.VI, p.II, suppl. 2º, p. 947 sgg.). I Cinquini presero attiva parte alla vita pubblica in Pisa negli ultimi decenni del secoloXIII: un «Vannes Cinquina» è anziano per il settembre e l'ottobre del 1289, un «Guiscarduccius Cinquinus» è degli anziani per il marzo e l'aprile del 1289 e del 1290, e un «Bonaiuncta Cinquinus» per il settembre e l'ottobre del 1292 (Chronica antiquacit.). Credo che si debba identificare il rimatore con quel «Benenatus Cinquina», che è anziano per il settembre e l'ottobre del 1299 (Chronicacit.). Per me Natuccio è lo stesso che Benenatuccio. È nuovamente anziano per il luglio e l'agosto del 1305 (ivi). Fu in corrispondenza poetica con Bacciarone e con Geri Giannini. I suoi sonetti sono soltanto in L.

Sonetto I, v. 11. Costruisci: «e non è viso (visto) per mia 'ntenza», cioè non vedo da me come ciò possa essere.v. 12. Costruisci e intendi: «Se alcun uomo risiede in vita degna, fora mei (meglio) a lui vita che stallo (stanza, dimora) in morte; se da ciò (ossia dalla vita degna) poi si parte, e' va a perdenza».Sonetto II. Risponde al sonetto di Natuccio Cinquino: «A cui prudenza porge alta lumera».v. 11: «fuggon». L ha «fuggen».Sonetto III, v. 6: «no è». Cosí in L e non, come vuole ilValeriani, «non è».v. 9: «vo'». Cosí in L e non «voi», come legge ilValeriani.Sonetto IV, v. 11: «e 'l ben». L ha «e ben»: aggiungo l'articolo, perché richiesto dalla grammatica e perché è innanzi a «fallire».

Sonetto I, v. 11. Costruisci: «e non è viso (visto) per mia 'ntenza», cioè non vedo da me come ciò possa essere.

v. 12. Costruisci e intendi: «Se alcun uomo risiede in vita degna, fora mei (meglio) a lui vita che stallo (stanza, dimora) in morte; se da ciò (ossia dalla vita degna) poi si parte, e' va a perdenza».

Sonetto II. Risponde al sonetto di Natuccio Cinquino: «A cui prudenza porge alta lumera».

v. 11: «fuggon». L ha «fuggen».

Sonetto III, v. 6: «no è». Cosí in L e non, come vuole ilValeriani, «non è».

v. 9: «vo'». Cosí in L e non «voi», come legge ilValeriani.

Sonetto IV, v. 11: «e 'l ben». L ha «e ben»: aggiungo l'articolo, perché richiesto dalla grammatica e perché è innanzi a «fallire».

XLOTTO DI SER DATO

Rimangono di questo rimatore due canzoni, una delle quali: «Della fera inferta e angosciosa», è d'argomento politico e pare riferirsi al dominio della parte ghibellina in Pisa nel 1285. Sembraquindi che anche questa canzone si debba annoverare fra quelle poesie dei guelfi pisani che in quel tempo si lagnarono del mal governo dei ghibellini e del conte Ugolino della Gherardesca. Le due canzoni sono conservate soltanto da L.


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