Di ciò che 'l meo cor sente,inver, neente — taccio:saccio; — però fo laccioper prender amore.Vero è, non disdico:5s'eo dico — vento — spento,contra talento — sentosí alto valore.Provo — novo — trovare:parlare — d'amare — mi face10amore, ch'è verace.Aggio — saggio — vedutocompiuto — che muto — non tace,né per natur' ha pace.Però di dir non lasso,15né passo — ditto — dritto:in ch'io son fitto, — gittomio greve pensero.Ca quei che piú par gioiam'è en noia: poco — foco20in loco — pare gioco,crescendo par fèro.Quale — male, — s'uzansal'avansa, — bassansa — può avere,se non per astenere?25Tempo — ben pò — fuggiresoffrire... — , d'audiredi ciascun c'ha savere.Ché ciascuna vertudeconclude — fede; — crede30omo che vede; — chiedech'è ciò che vòl; tenenon ch'è fé per credensa,sentensa — spera — vera,ch'è luce intera — clera,35per cui vita vene.Morte — forte — disdegna:spegna — non segna — fallire,ma dá fallo fuggire.Arte — parte — per pianto,40di tanto — o quanto — ben diresi può sensa finire.Oh quante pene passachi lassa — voglia! — Dogliada sé dispoglia, — scoglia,45como fa serpente.Seguirla no è vitanodrita, — ch'ira — tiralo core, gira. — Mira:male chi non sente!50Molte — volte si sferrachi serra — ... — chi cacciavisii, vertú allaccia.Fama — chiama — chi pensa;non tensa, — offensa — non faccia55omo tal, che sé isfaccia.Però di dir non tardi,ma guardi — danno, — c'hannoquei che non sanno: — stannoin vita penosa.60In ciò saver si loda:chi mod'ha, — cura — puracon mizura: — durain cui senno posa.Ésca — pesca — chi prende:65sé vende — chi rende — penseriassai piú leggeri.
Di ciò che 'l meo cor sente,inver, neente — taccio:saccio; — però fo laccioper prender amore.Vero è, non disdico:5s'eo dico — vento — spento,contra talento — sentosí alto valore.Provo — novo — trovare:parlare — d'amare — mi face10amore, ch'è verace.Aggio — saggio — vedutocompiuto — che muto — non tace,né per natur' ha pace.Però di dir non lasso,15né passo — ditto — dritto:in ch'io son fitto, — gittomio greve pensero.Ca quei che piú par gioiam'è en noia: poco — foco20in loco — pare gioco,crescendo par fèro.Quale — male, — s'uzansal'avansa, — bassansa — può avere,se non per astenere?25Tempo — ben pò — fuggiresoffrire... — , d'audiredi ciascun c'ha savere.Ché ciascuna vertudeconclude — fede; — crede30omo che vede; — chiedech'è ciò che vòl; tenenon ch'è fé per credensa,sentensa — spera — vera,ch'è luce intera — clera,35per cui vita vene.Morte — forte — disdegna:spegna — non segna — fallire,ma dá fallo fuggire.Arte — parte — per pianto,40di tanto — o quanto — ben diresi può sensa finire.Oh quante pene passachi lassa — voglia! — Dogliada sé dispoglia, — scoglia,45como fa serpente.Seguirla no è vitanodrita, — ch'ira — tiralo core, gira. — Mira:male chi non sente!50Molte — volte si sferrachi serra — ... — chi cacciavisii, vertú allaccia.Fama — chiama — chi pensa;non tensa, — offensa — non faccia55omo tal, che sé isfaccia.Però di dir non tardi,ma guardi — danno, — c'hannoquei che non sanno: — stannoin vita penosa.60In ciò saver si loda:chi mod'ha, — cura — puracon mizura: — durain cui senno posa.Ésca — pesca — chi prende:65sé vende — chi rende — penseriassai piú leggeri.
A Meo Abbracciavacca
Domanda schiarimenti perché egli abbia cuore scontento e volontá imperfetta.
A te, Meo Abracciavacca, Dotto Reali, menimo frate dell'ordine dei cavalieri di beata Maria, manda salute.Pensando che lo cor dell'omo non si chiami contento in de lo stato là' u' si trova; e sí come sono divizi li stati e le condissioni dell'omo, cosí sono divize le volontadi. E per le volontade, che sono diverse in del corpo de l'omo, perfessione non si trova in intelletto, ma parte de le cose si puon sentire per esperiensa e per ingegno; e ciò giudica ragione umana. E io, conoscendo in me simile core e volontade per defettiva parte del mio sentire, mi movo per fare me chiaro del mio difetto. E, accioché scuritate riceva lume da quella parte che dar lo pò, mando a te questo sonetto per tutte quelle cose che di sopra son ditte. E risponsione mi manda di ciò che senti. E mostralo a frate Gaddo e a Finfo.
A te, Meo Abracciavacca, Dotto Reali, menimo frate dell'ordine dei cavalieri di beata Maria, manda salute.
Pensando che lo cor dell'omo non si chiami contento in de lo stato là' u' si trova; e sí come sono divizi li stati e le condissioni dell'omo, cosí sono divize le volontadi. E per le volontade, che sono diverse in del corpo de l'omo, perfessione non si trova in intelletto, ma parte de le cose si puon sentire per esperiensa e per ingegno; e ciò giudica ragione umana. E io, conoscendo in me simile core e volontade per defettiva parte del mio sentire, mi movo per fare me chiaro del mio difetto. E, accioché scuritate riceva lume da quella parte che dar lo pò, mando a te questo sonetto per tutte quelle cose che di sopra son ditte. E risponsione mi manda di ciò che senti. E mostralo a frate Gaddo e a Finfo.
Similimente canoscensa movelo cor dell'om, che spesso si disforma,sí come l'aire face quando plove,che per contrario vento si riforma.E venta puro e mostra cose nòvein occhio d'om per parer non per forma.A simil, parlo per intender provedel meo defetto da ciò che piú forma.E ciò è mezzo di principio fine,e di fine principio naturale,ch'assai paleze mostra, in cui figuraqual d'esti dui piú sente, e chi di fineintenda, non che porti naturale,per sé manda per compier la figura.
Similimente canoscensa movelo cor dell'om, che spesso si disforma,sí come l'aire face quando plove,che per contrario vento si riforma.E venta puro e mostra cose nòvein occhio d'om per parer non per forma.A simil, parlo per intender provedel meo defetto da ciò che piú forma.E ciò è mezzo di principio fine,e di fine principio naturale,ch'assai paleze mostra, in cui figuraqual d'esti dui piú sente, e chi di fineintenda, non che porti naturale,per sé manda per compier la figura.
Allo stesso
Sulla questione: Se l'anima viene compíta da Dio, com'è che può fallire?
A piò voler mostrar che porti veronon magistero — di ciò sta nascoso,e di ciò spesso me medesmo cheroe sí mi fero — ch'eo vivo doglioso.Qual per natura pò sentire interociò ch'è mistero, — di che non dire oso?Per me comune piò che 'l lume ceronon mi dispero — e faccio risposo.A intelletto volontá pertene,perché convene — che l'alm'aggia vitae sia finita, — ben discenda pura.Ché suo vazel tal natura — mantene,qual li adivene — da quella ch'è unita,ancor ch'aita — sia d'altra fattura.
A piò voler mostrar che porti veronon magistero — di ciò sta nascoso,e di ciò spesso me medesmo cheroe sí mi fero — ch'eo vivo doglioso.Qual per natura pò sentire interociò ch'è mistero, — di che non dire oso?Per me comune piò che 'l lume ceronon mi dispero — e faccio risposo.A intelletto volontá pertene,perché convene — che l'alm'aggia vitae sia finita, — ben discenda pura.Ché suo vazel tal natura — mantene,qual li adivene — da quella ch'è unita,ancor ch'aita — sia d'altra fattura.
Si ripubblicano qui queiRimatori lucchesi del secolo XIII, che eran comparsi or non è molto nellaBiblioteca storica della letteratura italiana(n. VII, Bergamo, 1905) diretta da F. Novati[3]. Il patrimonio poetico di Gonnella Antelminelli[4], Bonodico[5], Bartolomeo, Fredi e Dotto Reali riman sempre lo stesso; qualche leggera variazione si ha invece per quello di Bonagiunta Orbicciani. Il son.XI«In prima or m'è noveltá bona giunta», che a noi primamente era sembrato potersi attribuire all'Orbicciani, per quanto adespoto nell'unico cd. antico che lo conteneva (Pal. 418[6]), bisognerá toglierglielo addirittura. Non tutto è piano e chiaro; ma il «ser Bonagiunta» del v. 7 è un vero e proprio vocativo. Sí che non può essere autore del sonetto colui, al qualeesso viene indirizzato[7]. Cosí, per le buone ragioni messe innanzi specialmente dal Rossi[8], va ritenuto spurio il son. «Chi se medesmo inganna per neghienza», che era stato collocato fra le rime di «dubbia autenticitá»[9].
In compenso, per merito di un noto valente studioso, acquista sicuramente la ball. «Fermamente intenza» (n.V)[10]; e noi ora gli assegnamo senz'altro la canz. «Ben mi credea in tutto esser d'Amore» (n.XI). Un tempo, è vero, ci era sembrata l'opera di un falsificatore, sebbene abilissimo, anche perché conservataci solo dallaRaccolta giuntinadel 1527 (IX, 108)[11]. Ma recenti studi han dimostrato la estrema attendibilitá di quella silloge[12]. Che tale canzone poi derivi da un ms., che potrebbe anche essere il Pal. 418, ha reso evidente, a parer nostro, F. Pellegrini[13].Qui si aggiunge a rincalzo della derivazione manoscritta che «addivenir» del v. 36 va manifestamente corretto in «a divenir». I Giunti si trovaron dinanzi ad uno di quei raddoppiamenti cosí frequenti nelle antiche scritture fiorentine «a ddivenir», e non lo seppero intendere.
Quanto al tempo, con gli spunti di «dolce stil nuovo» che lascia intravedere[14], deve con molta verisimiglianza riportarsi agli ultimi anni del rimatore[15].
Le osservazioni, che la prima edizione ispirò a una critica acuta e sagace, han giovato non poco alla presente ristampa. Alla quale apportammo anche di nostro tutti quei miglioramenti, che consigliavano i progressi ulteriori degli studi e l'attenta riesamina del testo[16]. Tenendo ben presente il pubblico, al quale ora ci rivolgevamo, fu nostra massima cura di render sempre chiaro, per quanto era possibile, il pensiero di questi rimatori e di dar la esatta corrispondenza moderna di vocaboli ed espressioni antiche. La disposizione del testo è sempre quella; soltanto fu introdotta una leggera trasposizione per le tenzoni, ché parve opportuno, a meglio e piú prontamente intenderle, ravvicinar fra loro i vari sonetti di «proposta» e di «risposta». Naturalmente anche i criteri, con cui fu messo insieme, son rimasti gli stessi: tuttavia la voce dei cdd. diversi da quello, su cui il componimento veniva esemplato, fu piú spesso tenuta presente ed ascoltata.
Di regola, però, quando la lezione del cd. esemplato vada bene per il senso, si adotta, anche se l'accordo degli altri cdd. dov'è alquanto diversa possa invitare a sostituirla. Evidentemente alcune volte, nei cdd. meno antichi, la parola è ammodernata: c.II, 14 «gioia», 18 «dee»; ball.III, 9 «ond'» etc.; talvolta non c'è nessuna ragione perché Bonagiunta, nella condizione speciale in cui si trovava[17], non abbia scritto cosí come il cd.porta: c.I, 6 «cusí»,III, 14 «du'»; ball.II, 18 «sprendore», 24 «criatura», 30 «smirato»,III, 19 «sono», ecc. Certo, non si esclude che in qualche parte la vera lezione possa nascondersi negli altri cdd., se anche sieno in lieve disaccordo: cfr., ad es., c.III, 13 «sentire, sentore», ecc.
Anche dal punto di vista della metrica, questa edizione si trova avvantaggiata[18]. Dopo lo studio del Parodi, è indubitato il trionfo della rima siciliana di fronte alla cosí detta rima impropria: l'accolgo, quindi, nei casi, in cui egli ebbe giá ad indicarla per i nostri rimatori[19]. Solo nei due son.VIII, 11-14 «inamora: criatora» eXVIII, 10-13 «sono: alcono», la forma con «o» mi sembra preferibile (cd. «criatura» e «alcuno») perché l'«u» in «o» ha l'appoggio di un altro testo lucchese[20]: «alcono» è inoltre forma guittonesca[21]e, per conseguenza, possibilissima in Bonagiunta. Per la stessa ragione, in c.XI«misora» 31 e «vertode» 33[22]. Se non che, fino a che ulteriori studi non ci avran meglio chiariti sulle abitudini metriche degli antichi rimatori, sará prudente ed opportuno non spingersi piú oltre. Ché si corre il rischio di giudicare della metrica del sec.XIII— per necessitá di cose imperfetta — secondo criteri affatto moderni[23].
In altra parte di questo volume sono esposte le norme relative alla grafia adottata[24]. Con tutto ciò qualche incongruenza resta. Minuzie. Senza dubbio! Ma il far diversamente avrebbe richiestouna serie di piccole ricerche, a cui non era qui il caso di sottoporsi. Quello che importa è che niente è stato toccato, che possa in qualche maniera aver relazione col dialetto di questi rimatori o trovi una qualche rispondenza nella realtà fonica toscana.
Poche aggiunte, e d'importanza minima, debbo fare alla bibliografia.
Codici.
a) Vaticano 4823. Per quanto ci riguarda, non è che tarda copia (sec.XVI) del Vat. 3793[25]. Contiene: di Bonagiunta c.IV(129v),V(129r),VI(128r),VIII(127v),IX(284r),X(124v); disc.I(125v),II(126v); son.I(401r),XI(342r),XII(342r)XIII, 2 (400v),XIV, 2 (401r) — di Fredi c.I(106v) — di Dotto Reali son.I(6r)[26].
b) Chigiano L.IV, 131: di vario tempo e di varie mani[27]. La maggior parte dei componimenti che contiene deriva dal Pal. 418[28]. Tali sono: di Bonagiunta c.IV(p. 85),V(p. 120),VI(p. 90),IX(p. 102); disc.I(p. 115); ball.I(p. 81),III(p. 15),IV(p. 35). I due son.I(p. 839) eIV(p. 849)[29]invece si trovano in quella sezione, sulla cui provenienza si discute[30]. Essi certo non derivano dalla raccolta di rime antiche pubblicate dal Corbinelli in fine de «La bella mano»; la collazione da me istituita permette di affermare la strettissima relazione di questo testo con quellodel Mediceo-Laurenziano pl.XCinf. 37[31]. Sí che l'ignoranza di questo cd. nessun danno produsse alla primitiva costituzione della lezione dei due sonetti.
Stampe.
α)V. Nannucci,Manuale della letteratura del primo secolo della lingua italiana, Firenze, 1843,I, 187 sgg. Contiene di Bonagiunta c.VIeXI; ball.II; son.III,IV,VIII[32].
β)H. Knobloch,Die Streitgedichte im Provenzalischen und Altfranzösischen, Breslau, 1886. Contiene il son. di Bartolomeo «Vostro saver provato m'è mistieri» (p. 68).
γ)B. Wiese,Altitalienisches Elementarbuch, Heidelberg, 1904. Contiene di Bonagiunta c.X(p. 208).
Seguono alcune osservazioni intorno ai singoli componimenti.
BONAGIUNTACANZONI
I, 10-2. Il paragone trae la sua origine dalla credenza che trovasi riferita, ad es., in un antico poemetto francese, nel quale appunto, a proposito della «balena» «Qui de biens est farsie et plainne» si dice fra l'altro: «Quant elle est prise et atrappée — Mieus en vaut toute la contrée»: cfr.G. Raynaud,Mélanges de philologie romane, Paris, 1913, p. 137. Altrimenti spiega quest'allusioneG. Bertoni, inZeitsch.,XXXVI, 569-71.I, 55-60. «Ma per ragione di buona speranza, come l'oliva non cangia la verdura, cosí io non cangio il mio buon volere e il cor gioioso, piacente e amoroso, per quanto mi sia cangiato l'aspetto».II, 24. «Come l'oscuritá è diversa dallo splendore».II, 33. «Non partire» dipende da «faraggio» del v. p. Tutto il verso mi pare poi debba intendersi: «non partirò giammai»; «tutto tempo» è lo stesso che «giammai», da cui è rinforzato.III. Per quanto riguarda lo schema metrico, in relazione a quello proposto, è probabile che nella seconda «volta» della prima strofa (specialmente vv. 14-5) si debba trattar d'assonanza; ma la seconda «volta» della seconda strofa (vv. 32-3) è certo errata: cfr. in contrarioWiese,Archivcit.,CXVII, 217. Il Wiese, invece, ha ragione quando afferma che gli ultimi otto versi (73-80) appartengono ad una nuova strofa, non al commiato. La canzone è dunque incompiuta.III, 36. Il sogg. di «vien» è «sofferire», che si rileva da quanto precede.III, 77. La corr. «ria» (cd. «seria») è delWiese,Archivcit.,CXVII, 217.IV, 12-3. «acciocché, per la mia fermezza, fossi sicuro di non render vana la mia fatica».IV, 20. «Io non credo — ciò che sarebbe offensivo — ».V, 36-8. Per la correz., cfr.RossiinGior. st. d. l. it.,XLIX, 382. Sulla lezione di questi e dei sgg. vv. riportata nellaPoeticadel Trissino da un cd., che forse era l'archetipo del Pal. 418, cfr.Massèra,Una ballatacit., pp. 2-3 dell'estr. Quanto al significato, «sua» del v. 36 si riferisce a «core» del v. 33.VI. Riguardo allo schema metrico, ci pare di dover sostenere ancora quanto dicemmo neI Rimatori lucchesicit., pp. 111-2. Le proposte delWiese,Archivcit.,CXVII, 218, ci allontanano troppo dai cdd. e non sembrano interamente accettabili.VI, 12. Per aver la rimalmezzo, come nei vv. corrispondenti delle altre strofe, si ha da correggere il «tanto» dei cdd. in «tutto»?VI, 19-20. «che amore non è diverso da vera perfezione».VI, 53. «E quel che io dico mi sembra un dir nulla». Manca la rimalmezzo: la proposta delWiese,Archivcit.,CXVII, 218 («mando») urta contro la lettura dei mss.VII, 1-6. «Sperando da lungo tempo di trarre a mio vantaggio la contesa impegnata con la mia donna, la quale mi dá tal coraggio ch'io credo sovrastare ogni altro uomo, conoscenza, che proviene da obbedienza, mi consiglia a ben servire».VII, 10. La rimalmezzo è casuale, mancando nel verso corrispondente dell'altra strofa.VII, 14-5. «Non è dubbio che conoscenza nasce da senno fino; e ciò è provato».VII, 23. «che l'una cosa (il «ben fare» e il «comportar sofferenza»= esser sofferenti) possa stare insieme con l'altra («usar villania» ed «esser folli»).VII, 29. «contrar'.». La lieve correzione (cd. «contrario») è voluta dalla metrica. Per i molti esempi nei rimatori antichi di simili troncamenti, fra i quali è citato pur questo, cfr.Nannucci,Teoria dei nomi della lingua italiana, Firenze, 1858, p. 632.VIII. Il dubbio sulla sua autenticitá, espresso dalloZaccagniniinRass. crit.cit.,XI, 37-8, non ha fondamento.VIII, 24-6. «e (l'amore) raccomanda continuamente di seguire la via amorosa, perché volle stare insieme con loro (con gli uccelli)».IX, 2-3. «sono da considerare da ciascuno amatore».IX, 14. Sottintendi «che».X, 13. Meglio col cd. «pensos'a nott'e dia»?X, 21. «m'ha conquiso». Per la correzione (cd. «mi comquise») cfr.Wiese,Archivcit.,CXVII, 219.X, 29. Il cd. legge «osmantenere». IlWiese,Altitalienisches Elementarbuchcit., p. 209 propone: «A fin [di pietanza] ottenere».X, 42 sgg. IlParodi,Rima sicilianacit., p. 124n., si domanda — cosa che a me non sembra necessaria — se le finali in «-ente» di questa strofa non sieno da trasformare in «-enti», trovandosi in «gente» l'«-i» finale per «-e» del siciliano.X, 43. «ch'è regina». La correzione era prima dubitativamente proposta in nota neI Rimatori lucchesicit., p. 115. Diversamente pensa ilParodi,Rima sicilianacit., p. 128n.XI. Riunisco qui le varianti. 4. Hor, 5. hauia, 27. Anchor, 30. alchun, 31. misura, 32. huom, 33. uertude, 34. huom, 36. addiuenir, 37. Ciaschuna, 53. humiliare, 56. Ch'allaccio, 61. ché detto, 62. ché á dire.XI, 1. Nella stampa, è lasciato un po' di spazio per la iniziale grande, che manca: c'è invece una b minuscola.XI, 52-4. «Prima di servirla, mi trovo che l'avvenente, per darmi gioia, umilia verso di me guiderdone (= ricompensa) si soave».XI, 56. La correzione è delPellegrini: cfr.Rass. bibliogr.cit.,XXI, p. 19.
I, 10-2. Il paragone trae la sua origine dalla credenza che trovasi riferita, ad es., in un antico poemetto francese, nel quale appunto, a proposito della «balena» «Qui de biens est farsie et plainne» si dice fra l'altro: «Quant elle est prise et atrappée — Mieus en vaut toute la contrée»: cfr.G. Raynaud,Mélanges de philologie romane, Paris, 1913, p. 137. Altrimenti spiega quest'allusioneG. Bertoni, inZeitsch.,XXXVI, 569-71.
I, 55-60. «Ma per ragione di buona speranza, come l'oliva non cangia la verdura, cosí io non cangio il mio buon volere e il cor gioioso, piacente e amoroso, per quanto mi sia cangiato l'aspetto».
II, 24. «Come l'oscuritá è diversa dallo splendore».
II, 33. «Non partire» dipende da «faraggio» del v. p. Tutto il verso mi pare poi debba intendersi: «non partirò giammai»; «tutto tempo» è lo stesso che «giammai», da cui è rinforzato.
III. Per quanto riguarda lo schema metrico, in relazione a quello proposto, è probabile che nella seconda «volta» della prima strofa (specialmente vv. 14-5) si debba trattar d'assonanza; ma la seconda «volta» della seconda strofa (vv. 32-3) è certo errata: cfr. in contrarioWiese,Archivcit.,CXVII, 217. Il Wiese, invece, ha ragione quando afferma che gli ultimi otto versi (73-80) appartengono ad una nuova strofa, non al commiato. La canzone è dunque incompiuta.
III, 36. Il sogg. di «vien» è «sofferire», che si rileva da quanto precede.
III, 77. La corr. «ria» (cd. «seria») è delWiese,Archivcit.,CXVII, 217.
IV, 12-3. «acciocché, per la mia fermezza, fossi sicuro di non render vana la mia fatica».
IV, 20. «Io non credo — ciò che sarebbe offensivo — ».
V, 36-8. Per la correz., cfr.RossiinGior. st. d. l. it.,XLIX, 382. Sulla lezione di questi e dei sgg. vv. riportata nellaPoeticadel Trissino da un cd., che forse era l'archetipo del Pal. 418, cfr.Massèra,Una ballatacit., pp. 2-3 dell'estr. Quanto al significato, «sua» del v. 36 si riferisce a «core» del v. 33.
VI. Riguardo allo schema metrico, ci pare di dover sostenere ancora quanto dicemmo neI Rimatori lucchesicit., pp. 111-2. Le proposte delWiese,Archivcit.,CXVII, 218, ci allontanano troppo dai cdd. e non sembrano interamente accettabili.
VI, 12. Per aver la rimalmezzo, come nei vv. corrispondenti delle altre strofe, si ha da correggere il «tanto» dei cdd. in «tutto»?
VI, 19-20. «che amore non è diverso da vera perfezione».
VI, 53. «E quel che io dico mi sembra un dir nulla». Manca la rimalmezzo: la proposta delWiese,Archivcit.,CXVII, 218 («mando») urta contro la lettura dei mss.
VII, 1-6. «Sperando da lungo tempo di trarre a mio vantaggio la contesa impegnata con la mia donna, la quale mi dá tal coraggio ch'io credo sovrastare ogni altro uomo, conoscenza, che proviene da obbedienza, mi consiglia a ben servire».
VII, 10. La rimalmezzo è casuale, mancando nel verso corrispondente dell'altra strofa.
VII, 14-5. «Non è dubbio che conoscenza nasce da senno fino; e ciò è provato».
VII, 23. «che l'una cosa (il «ben fare» e il «comportar sofferenza»= esser sofferenti) possa stare insieme con l'altra («usar villania» ed «esser folli»).
VII, 29. «contrar'.». La lieve correzione (cd. «contrario») è voluta dalla metrica. Per i molti esempi nei rimatori antichi di simili troncamenti, fra i quali è citato pur questo, cfr.Nannucci,Teoria dei nomi della lingua italiana, Firenze, 1858, p. 632.
VIII. Il dubbio sulla sua autenticitá, espresso dalloZaccagniniinRass. crit.cit.,XI, 37-8, non ha fondamento.
VIII, 24-6. «e (l'amore) raccomanda continuamente di seguire la via amorosa, perché volle stare insieme con loro (con gli uccelli)».
IX, 2-3. «sono da considerare da ciascuno amatore».
IX, 14. Sottintendi «che».
X, 13. Meglio col cd. «pensos'a nott'e dia»?
X, 21. «m'ha conquiso». Per la correzione (cd. «mi comquise») cfr.Wiese,Archivcit.,CXVII, 219.
X, 29. Il cd. legge «osmantenere». IlWiese,Altitalienisches Elementarbuchcit., p. 209 propone: «A fin [di pietanza] ottenere».
X, 42 sgg. IlParodi,Rima sicilianacit., p. 124n., si domanda — cosa che a me non sembra necessaria — se le finali in «-ente» di questa strofa non sieno da trasformare in «-enti», trovandosi in «gente» l'«-i» finale per «-e» del siciliano.
X, 43. «ch'è regina». La correzione era prima dubitativamente proposta in nota neI Rimatori lucchesicit., p. 115. Diversamente pensa ilParodi,Rima sicilianacit., p. 128n.
XI. Riunisco qui le varianti. 4. Hor, 5. hauia, 27. Anchor, 30. alchun, 31. misura, 32. huom, 33. uertude, 34. huom, 36. addiuenir, 37. Ciaschuna, 53. humiliare, 56. Ch'allaccio, 61. ché detto, 62. ché á dire.
XI, 1. Nella stampa, è lasciato un po' di spazio per la iniziale grande, che manca: c'è invece una b minuscola.
XI, 52-4. «Prima di servirla, mi trovo che l'avvenente, per darmi gioia, umilia verso di me guiderdone (= ricompensa) si soave».
XI, 56. La correzione è delPellegrini: cfr.Rass. bibliogr.cit.,XXI, p. 19.
DISCORDI
I, 1-12. A considerare la prima parte della strofa di ottonari, anzi che di settenari, come giá mi parve, mi ha indotto e il piú attento esame della lezione dei cdd. (cfr. specialmente i vv. 1-2) e il confronto con la seconda parte.I, 62. Secondo il v. 60, sottintendi «è», che si riferisce a «spera» e «cèra».II. Relativamente alla ricostruzione metrica, ora mi pare che l'Appelabbia ragione (cfr. in contrarioI Rimatori lucchesicit., p.LXVI, n. 2)per quanto riguarda i vv. 43-8, che egli collega alla strofa sg. D'altra parte, non so rinunziare a vedere fra le varie strofe quel cotal legame, su cui cfr.Biadene,Il collegamento delle stanze mediante la rima nella canzone italiana dei secoli XIII e XIV, Firenze, 1885, p. 13: cfr. V. 15 «Davante», v. 22 «falla», v. 34 «languisco». Certo, nella quarta strofa, che comincia appunto al v. 43, questo legame manca. Io ho l'impressione che ciò provenga da un trascorso del rimatore. Manca ancora, è vero, nell'ultima strofa: v. 61 sgg. Se non che, essa ne sará priva perché considerata stante a sè, come una specie di commiato.II, 42. «che». È un «che» ripetuto, come si ritrova in antico italiano e anche in provenzale:Nannucci,Analisi critica dei verbi italiani, Firenze, 1843, p. 91, n. 6.II, 46-8. «(e intanto) sto nascosto piú di quello che non stesse Adamo, quand'ebbe mangiato il frutto proibito».II, 53-3. Sottintendi «a».
I, 1-12. A considerare la prima parte della strofa di ottonari, anzi che di settenari, come giá mi parve, mi ha indotto e il piú attento esame della lezione dei cdd. (cfr. specialmente i vv. 1-2) e il confronto con la seconda parte.
I, 62. Secondo il v. 60, sottintendi «è», che si riferisce a «spera» e «cèra».
II. Relativamente alla ricostruzione metrica, ora mi pare che l'Appelabbia ragione (cfr. in contrarioI Rimatori lucchesicit., p.LXVI, n. 2)per quanto riguarda i vv. 43-8, che egli collega alla strofa sg. D'altra parte, non so rinunziare a vedere fra le varie strofe quel cotal legame, su cui cfr.Biadene,Il collegamento delle stanze mediante la rima nella canzone italiana dei secoli XIII e XIV, Firenze, 1885, p. 13: cfr. V. 15 «Davante», v. 22 «falla», v. 34 «languisco». Certo, nella quarta strofa, che comincia appunto al v. 43, questo legame manca. Io ho l'impressione che ciò provenga da un trascorso del rimatore. Manca ancora, è vero, nell'ultima strofa: v. 61 sgg. Se non che, essa ne sará priva perché considerata stante a sè, come una specie di commiato.
II, 42. «che». È un «che» ripetuto, come si ritrova in antico italiano e anche in provenzale:Nannucci,Analisi critica dei verbi italiani, Firenze, 1843, p. 91, n. 6.
II, 46-8. «(e intanto) sto nascosto piú di quello che non stesse Adamo, quand'ebbe mangiato il frutto proibito».
II, 53-3. Sottintendi «a».
BALLATE
I, 17. Sia permesso riferir qui le due strofe, che nel cd. Pal. 418 seguono a questo verso e che ritenemmo interpolate (cfr. ancheWiese,Archivcit.,CXVII, 220): cfr.I Rimatori lucchesicit., pp. 117-8.a) Radice è di viltadeb) Nessuno è più ingannatoc'a tucti ben dispiaceke de la sua persona:lodare on sua bontade;ké tal si tien biasmatoe prodeza ki face,ke Dio li dá corona,quei ke la fa ne cade,e tal si tien laudatoe quei che la taceke lo contraro donane cresce fermamente.a llui similemente.I, 51. Sottintendi «che».II, 29. «vostro viso» equivale evidentemente a «in vostro viso»; l'accordo dei cdd. non mi autorizza a proporre: «'n vostro viso».II, 32-3. «vue» è correzione delWiese,Archivcit.,CXVII, 220; ilParodi,Rima sicilianacit., p. 124 n. proporrebbe: «vui»: «fui». Per la correzione, piú propriamente, del v. 33, cfr.RossiinGior. st. d. l. it.,XLIX, 383.III, 10-1, «degno voi» = degno di voi.III, 22. «vita» deve certo esser sostituita da qualche altra parola (cfr. anche quanto possono apprendere i cdd.); ma non riesco a trovarla. Forse un lucch. «lita» = «lite?».IV. Il tipo composito della strofa è da mettere in relazione con quelli, di cui parla ilCasini,Studi di poesia antica, Cittá di Castello, 1914, p. 40 sgg.IV, 5. La correzione «tucto» dei cdd. in «tutta» è indispensabile.V. Seguo la ricostruzione delMassèra(cfr. sopra); me ne allontanosolo, oltre che in qualche lieve ritocco d'interpunzione, al v. 64, dove, col cd., ammetto lo iato (Massèra: «ke è diricta e vera)».V, 34. «la rivera»: è il Serchio, sotto il qual nome, per metonimia, è da intendere Lucca stessa.
I, 17. Sia permesso riferir qui le due strofe, che nel cd. Pal. 418 seguono a questo verso e che ritenemmo interpolate (cfr. ancheWiese,Archivcit.,CXVII, 220): cfr.I Rimatori lucchesicit., pp. 117-8.
I, 51. Sottintendi «che».
II, 29. «vostro viso» equivale evidentemente a «in vostro viso»; l'accordo dei cdd. non mi autorizza a proporre: «'n vostro viso».
II, 32-3. «vue» è correzione delWiese,Archivcit.,CXVII, 220; ilParodi,Rima sicilianacit., p. 124 n. proporrebbe: «vui»: «fui». Per la correzione, piú propriamente, del v. 33, cfr.RossiinGior. st. d. l. it.,XLIX, 383.
III, 10-1, «degno voi» = degno di voi.
III, 22. «vita» deve certo esser sostituita da qualche altra parola (cfr. anche quanto possono apprendere i cdd.); ma non riesco a trovarla. Forse un lucch. «lita» = «lite?».
IV. Il tipo composito della strofa è da mettere in relazione con quelli, di cui parla ilCasini,Studi di poesia antica, Cittá di Castello, 1914, p. 40 sgg.
IV, 5. La correzione «tucto» dei cdd. in «tutta» è indispensabile.
V. Seguo la ricostruzione delMassèra(cfr. sopra); me ne allontanosolo, oltre che in qualche lieve ritocco d'interpunzione, al v. 64, dove, col cd., ammetto lo iato (Massèra: «ke è diricta e vera)».
V, 34. «la rivera»: è il Serchio, sotto il qual nome, per metonimia, è da intendere Lucca stessa.
SONETTI
I. Il son. di risposta del Guinizelli «Omo ch'è saggio non corre leggero», essendo ben noto, è superfluo riprodurlo qui: cfr.Casini,Rime dei poeti bolognesi del secolo XIII, Bologna, 1881, p. 40.I, 2. «piacenti»: l'accordo della maggior parte dei cdd. mi ha indotto a preferire questa lezione a «amorozi».II, 4. Cd. «ispeme».IV, 10. «ispene». La maggior parte dei cdd., che hanno «spene», autorizza la correzione.V, 10-13. Sarebbe pur possibile una rima siciliana in «ire»: cfr.Parodi,Rima sicilianacit., p. 124 n. e 131.VII, 4. Cd. «gioie ed».VIII, 12. «(Il vostro cuore) vede il mio volto che ciò non ostante implora».IX, 5. «Chi sí non fa». Cioè: chi non cerca di aver «sapere».IX, 14. «Il cagnolino battuto fa temere il leone».XI, 1-4. «Molti, come appare dai versi amorosi che scrivono senza saper niente della verità, stanno nel fuoco d'amore, ma sono innamorati ingenui e che si fondan su nulla».XII, 7-8. «In cuore le rendo onore e lode; e, tale essendo il mio cuore, non cado in dimostrazione esteriore di speranza (= nascondo sul volto la speranza)».XII, 11. «(il pregio e il valore) rimuovono gli sdegni, e (per essi pregio e valore) si spenge l'orgoglio».XII, 12-4. «La mia fede spera per il suo servire, il mio senno pensa che la lode sia il fondamento della speranza. Chi vive con inganno perisca di cordoglio!».XIII, 1. Il son. è nel cd. Vat. 3793 — unico che ce lo tramandi — e precede immediatamente (n. 781) il son. di B. — Raccolgo qui le varianti: 1. bene... omo nom... trouare 3. sauere 4. bisongnasse 5. male parlare... tale 6. pari... omo 7. amore 9. comsilglio 11. partire 12. aportatore.XIV, 1. Il son. è nel cd. Vat. 3793, che pure unico ce lo tramanda, e precede ancora immediatamente (n. 783) la risposta di B.: vedilo pure inMonaci,Crestomazia italiana, p. 308. — Ecco le varianti: 1. bem 2. rimonddo 3. fare piaciere... buoni 4. omo... monddo 5. ciausire 6. nom... pieto uidale... buono dismonddo 7. come 8. loro monddo 10. alti (per la corr. cfr. il passo corrispondente inXIV, 2, v. 10) 11. bene 12. vm comsilglio 12. bene.XIV, 2, 6. «fan». La correzione (cd. «fa») è delWiese,Archivcit.,CXVII, 221.XIV, 2, 7-8. «I quali lodano in voi i due che son fra loro eguali, anzi egualissimi, Folchetto e Dismondo».XVI, 14. Se lo iato sembri troppo ardito, si corregga: «in mia balia», come propone ilWiese,Archivcit.,CXVII, 221.XVIII, 1-4. «Con tutta sicurezza, poiché son vostro, dirò ciò che avviene de' vostri versi, fra i quali ho trovato un certo numero di sonetti, che hanno addosso spiriti malvagi».XVIII, 12. «o perché» (cd. «perké»): la correzione mi par sicura, anche per ragioni metriche.I di d. a., 5 «val»: cd. «vale».
I. Il son. di risposta del Guinizelli «Omo ch'è saggio non corre leggero», essendo ben noto, è superfluo riprodurlo qui: cfr.Casini,Rime dei poeti bolognesi del secolo XIII, Bologna, 1881, p. 40.
I, 2. «piacenti»: l'accordo della maggior parte dei cdd. mi ha indotto a preferire questa lezione a «amorozi».
II, 4. Cd. «ispeme».
IV, 10. «ispene». La maggior parte dei cdd., che hanno «spene», autorizza la correzione.
V, 10-13. Sarebbe pur possibile una rima siciliana in «ire»: cfr.Parodi,Rima sicilianacit., p. 124 n. e 131.
VII, 4. Cd. «gioie ed».
VIII, 12. «(Il vostro cuore) vede il mio volto che ciò non ostante implora».
IX, 5. «Chi sí non fa». Cioè: chi non cerca di aver «sapere».
IX, 14. «Il cagnolino battuto fa temere il leone».
XI, 1-4. «Molti, come appare dai versi amorosi che scrivono senza saper niente della verità, stanno nel fuoco d'amore, ma sono innamorati ingenui e che si fondan su nulla».
XII, 7-8. «In cuore le rendo onore e lode; e, tale essendo il mio cuore, non cado in dimostrazione esteriore di speranza (= nascondo sul volto la speranza)».
XII, 11. «(il pregio e il valore) rimuovono gli sdegni, e (per essi pregio e valore) si spenge l'orgoglio».
XII, 12-4. «La mia fede spera per il suo servire, il mio senno pensa che la lode sia il fondamento della speranza. Chi vive con inganno perisca di cordoglio!».
XIII, 1. Il son. è nel cd. Vat. 3793 — unico che ce lo tramandi — e precede immediatamente (n. 781) il son. di B. — Raccolgo qui le varianti: 1. bene... omo nom... trouare 3. sauere 4. bisongnasse 5. male parlare... tale 6. pari... omo 7. amore 9. comsilglio 11. partire 12. aportatore.
XIV, 1. Il son. è nel cd. Vat. 3793, che pure unico ce lo tramanda, e precede ancora immediatamente (n. 783) la risposta di B.: vedilo pure inMonaci,Crestomazia italiana, p. 308. — Ecco le varianti: 1. bem 2. rimonddo 3. fare piaciere... buoni 4. omo... monddo 5. ciausire 6. nom... pieto uidale... buono dismonddo 7. come 8. loro monddo 10. alti (per la corr. cfr. il passo corrispondente inXIV, 2, v. 10) 11. bene 12. vm comsilglio 12. bene.
XIV, 2, 6. «fan». La correzione (cd. «fa») è delWiese,Archivcit.,CXVII, 221.
XIV, 2, 7-8. «I quali lodano in voi i due che son fra loro eguali, anzi egualissimi, Folchetto e Dismondo».
XVI, 14. Se lo iato sembri troppo ardito, si corregga: «in mia balia», come propone ilWiese,Archivcit.,CXVII, 221.
XVIII, 1-4. «Con tutta sicurezza, poiché son vostro, dirò ciò che avviene de' vostri versi, fra i quali ho trovato un certo numero di sonetti, che hanno addosso spiriti malvagi».
XVIII, 12. «o perché» (cd. «perké»): la correzione mi par sicura, anche per ragioni metriche.
I di d. a., 5 «val»: cd. «vale».
TENZONE FRA GONNELLA ANTELMINELLI, BONAGIUNTA E BONODICO
I, 3-4. «L'un ferro lima l'altro, perché l'uno dei due è piú forte, perché cosí proviene dalla miniera o per la tempera ricevuta? Oppure l'uno dei due si lascia limare a causa della sua maggiore dolcezza?».I, 5. Il soggetto è il «ferro».I, 9. «Aspetto la soluzione e confido di ottenerla».I, 14. Per riaffermar che gli alchimisti e coloro che mutano ad ogni parola il loro discorso sono stolti, conchiude: «la farfalla trae al lume stoltamente (non per senno)».II, 1. «Che» = di cui.II, 3-8. «L'un ferro vince l'altro per forza dell'acciaio, che è come il fiore del ferro, il quale vien fuori per opera del fuoco, quando il ferro è divenuto bianco da nero che era, e l'acciaio si mette dalla parte del taglio e sulla punta, e il ferro acquista piú forza nel suo stato primiero, sí che altro ferro non porta via nulla da lui».II, 9-11. Rispondono alla «natural rasion» del v. 11 del s. 1 del Gonnella.II, 12-4. Rispondono al «senno» del v. 11 del son. 1 del Gonnella: Bonagiunta non è stato lieto del complimento, che il Gonnella gli aveva rivolto.III, 2-4. «Il ferro si corrode per mezzo del ferro, perché la sua virtú, per artifizio, si muta in maggior durezza di quel che era».III, 14. «per allumar» = quando si accende il lume.IV, 1. «Pensavo che tu non facessi l'indovino».IV, 8. «che per lui si diprima» = decisiva.IV, 14. «Asinello di monte (animale allo stato di natura) supera cavallo di stalla (animale, su cui ha agito l'arte)». Parrebbe un proverbio.V, 4 «vuole avanzare la natura e invece è a grande distanza da lei».V, 12-4. «Ma se vera arte non si apprende, credo che si pecchi anche in senso contrario, ugualmente (cfr. i vv. 13-4 del son. IV): perché gli alberi da frutto vengono dalla propagazione artificiale».
I, 3-4. «L'un ferro lima l'altro, perché l'uno dei due è piú forte, perché cosí proviene dalla miniera o per la tempera ricevuta? Oppure l'uno dei due si lascia limare a causa della sua maggiore dolcezza?».
I, 5. Il soggetto è il «ferro».
I, 9. «Aspetto la soluzione e confido di ottenerla».
I, 14. Per riaffermar che gli alchimisti e coloro che mutano ad ogni parola il loro discorso sono stolti, conchiude: «la farfalla trae al lume stoltamente (non per senno)».
II, 1. «Che» = di cui.
II, 3-8. «L'un ferro vince l'altro per forza dell'acciaio, che è come il fiore del ferro, il quale vien fuori per opera del fuoco, quando il ferro è divenuto bianco da nero che era, e l'acciaio si mette dalla parte del taglio e sulla punta, e il ferro acquista piú forza nel suo stato primiero, sí che altro ferro non porta via nulla da lui».
II, 9-11. Rispondono alla «natural rasion» del v. 11 del s. 1 del Gonnella.
II, 12-4. Rispondono al «senno» del v. 11 del son. 1 del Gonnella: Bonagiunta non è stato lieto del complimento, che il Gonnella gli aveva rivolto.
III, 2-4. «Il ferro si corrode per mezzo del ferro, perché la sua virtú, per artifizio, si muta in maggior durezza di quel che era».
III, 14. «per allumar» = quando si accende il lume.
IV, 1. «Pensavo che tu non facessi l'indovino».
IV, 8. «che per lui si diprima» = decisiva.
IV, 14. «Asinello di monte (animale allo stato di natura) supera cavallo di stalla (animale, su cui ha agito l'arte)». Parrebbe un proverbio.
V, 4 «vuole avanzare la natura e invece è a grande distanza da lei».
V, 12-4. «Ma se vera arte non si apprende, credo che si pecchi anche in senso contrario, ugualmente (cfr. i vv. 13-4 del son. IV): perché gli alberi da frutto vengono dalla propagazione artificiale».
TENZONE FRA BARTOLOMEO E BONODICO
II, 3 «piaquevo» = vi piacque (di rivolgervi a me).
II, 3 «piaquevo» = vi piacque (di rivolgervi a me).
FREDI
I, 41 sgg. Non mi è chiara l'allusione.
I, 41 sgg. Non mi è chiara l'allusione.
DOTTO REALI
CANZONE
1. «Di quello che il mio cuore prova, davvero non taccio niente. Ma io son savio; per questo adopero mezzi insidiosi per prender l'amore. Vero è, non lo nego: s'io dico che l'amore è come un vento estinto, giudico di sí alto valore contrariamente al mio modo di sentire. Io ho una nuova maniera di far versi: ché il mio verace amore mi fa parlar d'amore. Del resto, ho veduto un perfetto sapiente che non tace, standosene muto, né è naturalmente quieto.2. Per questo non tralascio di far versi, né trascuro il canto: manifesto il mio grave pensiero, in cui son fitto. Ché quegli che piú mostra gioia m'annoia: un piccolo fuoco, a suo luogo, è piacevole; ma se cresca, è increscioso. Qual male, se la consuetudine lo rende piú grave, può diminuire, se non ci se ne astenga? Il tempo ben può allontanare il dolore, secondo ch'io odo da ciascuno che sia saggio.3. La fede comprende in sé tutte le virtú: uomo che vede, crede; domanda che avvenga ciò che vuole; tiene ciò che è fede non per credenza (= senza rendersene ragione), ma spera vera sentenza, che è luce intera, chiara, da cui vien la vita. Egli disdegna fortemente la morte, la quale cancella, non registra, il fallo, permette anzi di fuggirlo. — Ma per il dolore l'arte mi vien meno: su tale argomento si posson far versi infinitamente.4. Oh, quante pene evita colui che non segue il suo talento! Egli allontana da sé il dolore, se ne libera, come il serpente si libera della sua pelle. Seguire il proprio talento è vita infelice, ché l'ira strazia il cuore e l'offende. Sta' attento: fa male chi non ascolta! Molte volte ci rimette (= perde il ferro) chi serra... chi allontana i vizi, afferra le virtú. Chi pensa, cerca fama; non faccia tenzone, non faccia offesa chi non val nulla.5. Per questo chi ha senno non tardi a far versi, ma consideri il danno che hanno gli stolti: essi vivono penosamente. In ciò si loda il sapere: nell'aver moderazione e cura pura con misura: chi ha senno non varia. Chi prende l'èsca, pesca, e chi ha pensieri troppo leggeri si lascia ingannare».I, 27. Il passo è corrotto (anche la metrica è offesa); ma non so presentare una proposta soddisfacente.I, 41. La correzione (I Rim. lucch.: ben dir di tanto — o quanto) è delWiese,Archivcit.,CXVII, 222.
1. «Di quello che il mio cuore prova, davvero non taccio niente. Ma io son savio; per questo adopero mezzi insidiosi per prender l'amore. Vero è, non lo nego: s'io dico che l'amore è come un vento estinto, giudico di sí alto valore contrariamente al mio modo di sentire. Io ho una nuova maniera di far versi: ché il mio verace amore mi fa parlar d'amore. Del resto, ho veduto un perfetto sapiente che non tace, standosene muto, né è naturalmente quieto.
2. Per questo non tralascio di far versi, né trascuro il canto: manifesto il mio grave pensiero, in cui son fitto. Ché quegli che piú mostra gioia m'annoia: un piccolo fuoco, a suo luogo, è piacevole; ma se cresca, è increscioso. Qual male, se la consuetudine lo rende piú grave, può diminuire, se non ci se ne astenga? Il tempo ben può allontanare il dolore, secondo ch'io odo da ciascuno che sia saggio.
3. La fede comprende in sé tutte le virtú: uomo che vede, crede; domanda che avvenga ciò che vuole; tiene ciò che è fede non per credenza (= senza rendersene ragione), ma spera vera sentenza, che è luce intera, chiara, da cui vien la vita. Egli disdegna fortemente la morte, la quale cancella, non registra, il fallo, permette anzi di fuggirlo. — Ma per il dolore l'arte mi vien meno: su tale argomento si posson far versi infinitamente.
4. Oh, quante pene evita colui che non segue il suo talento! Egli allontana da sé il dolore, se ne libera, come il serpente si libera della sua pelle. Seguire il proprio talento è vita infelice, ché l'ira strazia il cuore e l'offende. Sta' attento: fa male chi non ascolta! Molte volte ci rimette (= perde il ferro) chi serra... chi allontana i vizi, afferra le virtú. Chi pensa, cerca fama; non faccia tenzone, non faccia offesa chi non val nulla.
5. Per questo chi ha senno non tardi a far versi, ma consideri il danno che hanno gli stolti: essi vivono penosamente. In ciò si loda il sapere: nell'aver moderazione e cura pura con misura: chi ha senno non varia. Chi prende l'èsca, pesca, e chi ha pensieri troppo leggeri si lascia ingannare».
I, 27. Il passo è corrotto (anche la metrica è offesa); ma non so presentare una proposta soddisfacente.
I, 41. La correzione (I Rim. lucch.: ben dir di tanto — o quanto) è delWiese,Archivcit.,CXVII, 222.
SONETTI
I. La «risposta» vedila inZaccagnini,I Rimatori pistoiesi dei secoli XIII e XIV, Pistoia, 1907, p. 34, e ora in questo vol., p. 15.I, 6 «per parer non per forma»: «che sono apparenza, non sostanza».I, 8 «defetto da ciò che piú forma»: «difetto proveniente dall'intelligenza».I, 9-10. «E l'intender la ragione del difetto è mezzo ch'è fine del principio ed è, a sua volta, principio naturale del fine».I, 11-14. Quest'ultimi versi non mi son chiari.II. La «proposta» inZaccagnini,I Rimatori pistoiesicit., p. 32 e ora in questo vol., p. 15.II, 1-2. «A voler maggiormente dimostrare che tu apporti veritá, non esiste una dottrina recondita».
I. La «risposta» vedila inZaccagnini,I Rimatori pistoiesi dei secoli XIII e XIV, Pistoia, 1907, p. 34, e ora in questo vol., p. 15.
I, 6 «per parer non per forma»: «che sono apparenza, non sostanza».
I, 8 «defetto da ciò che piú forma»: «difetto proveniente dall'intelligenza».
I, 9-10. «E l'intender la ragione del difetto è mezzo ch'è fine del principio ed è, a sua volta, principio naturale del fine».
I, 11-14. Quest'ultimi versi non mi son chiari.
II. La «proposta» inZaccagnini,I Rimatori pistoiesicit., p. 32 e ora in questo vol., p. 15.
II, 1-2. «A voler maggiormente dimostrare che tu apporti veritá, non esiste una dottrina recondita».
[B. = Bonagiunta; G. = Gonnella; Bo. = Bonodico; Ba. = Bartolomeo; F. = Fredi; D. R. = Dotto Reali — t. = tenzone; c. = canzone; d. = discordo; b. = ballata; st. = stanza; s. = sonetto; s. d. d. a. = sonetto di dubbia autenticitá.
La cifra romana risponde al numero del componimento; l'araba al verso.
Quando il rinvio è fatto senza alcuna indicazione di autore, s'intende sempre che la voce appartiene a Bonagiunta.
Qualche leggera infrazione all'ordine strettamente alfabetico è dovuta alla necessità di non separare voci, che riposano sulla stessa base etimologica. Es. «insegnamento», «'nsegnamento»; «disianza», «desianza»; ecc.]
abondare. (che 'l meo core) abonda(b.IV, 11) — che sopraffa il m. c.
AcelG. (t.) (s.IV, 14) — asinello.
acento (per)G. (t.) (s.I, 13) — ad ogni parola.
acieroB. (t.) (s.II, 3) — acciaio.
a ciò(s.XJ, 7) — perciò.
Acciò(c.II, 13) — perché.
acrescensa (vene in)(s.XIJ, 9) — cresce.
acrescenza (trar in)(c.VIJ, 1-2) — trarre a vantaggio.
acrescimento(c.IV, 26) — lode, innalzamento.
adastare. (m)'adasta(b. II, 20) m'eccita;adasta(s.XV, 5) — irrita.
adivenire, adivene(s.XVIIJ, 2) — accade; D. R. (s.II, 13) — proviene.
adoblare. (m)'adoblaran(c.X, 33) — addoppieranno.
adorneze(b.II, 8) — ornamenti.
adovenire, adovene(s.VI, 1) — accade;(s)'adovegna(s.XVIIJ, 9) — accada.
Adunqua(c.X, 35 ecc.) — dunque.
afare (loda lo su')(b.I, 2) — si loda.
affinamento(c.VIIJ, 8) — perfezionamento.
afinata(c.VIIJ, 16) — perfetta.
agradito (ha)(c.VIIJ, 28) — ha reso gradito.
aigua(s.VJ, 9 ecc.) — acqua.
aire(c.I, 21 ecc.) — aria.
aitaD. R. (s.II, 14) — opera, lavoro.
albóre(c.X, 3) — alberi.
árbore(c.XJ, 40) — albero.
alchimaG. (t.) (s.I, 12 ecc.) — alchimia.
alcidere. (m)'alcida(s.III, 2) — mi uccida.
ancidere. ancidetimi(b. IV, 20) — uccidetemi;(m)'ancidesse(b.IV, 24) — m'uccidessi;ancisi(s.XVIJ, 4) — uccisi.
allacciare. allacciaD. R. (c. 53) — afferra, prende col laccio.
allegransa(e.II, 9 ecc.) e
allegranza(d.I, 10) e
alegressa(b.I, 28 ecc.) — allegrezza.
allumarBo. (t.) (s.III, 14) — accendere il lume.
allungiato(c.XI, 2) — allontanato.
alori(d.I, 15) — odori.
altera(d.I, 59) — bella; (s.X, 9) — alta (in senso buono).
altero(c.III, 42) — alto (in senso buono).
altesse(d.I, 47) — altezze.
altura(b.II, 34; b.V, 33) — altezza (in senso morale), eccellenza.
altura (in)(c.XJ, 41) — in alto.
alumato(s.XJ, 13) — acceso.
amadore(c.X, 6) — amanti.
amansa(d.II, 62) e
amanza(c.VJ, 26 ecc.) — amore; (c.XJ, 25) — donna amata;un'alta amanzaBa. (t.) (s.I, 4) — una donna di nobil condizione.
ambur(c.III, 5 ecc.) — ambedue.
amollare. (m)'amolloB. (t.) (s.II, 14) — mi piego, cedo.
amoranza (metta in)(c.VI, 6) — metta in amore.
amortare(s.VJ, 14) — smorzare.
ane(c.IV, 48) — affanni.
aparegiare. (s)'aparegiasse(s.X, 8) — si potesse paragonare.
apari(s.XIV, 2, 6) — insegnamenti.
aprendersi. s'aprende(s.VJ, 13) — prende.
ardere. (m)'ardi(c.X, 30) — mi infiamma (d'amore).
arditanza (con)Ba. (t.) (s.I, 6) — arditamente.
arditesse(b.I, 23) — arditezze.
argoglioso(c.X, 37) — orgoglioso.
artificeroBo. (t.) (s.III, 3) — artifizio.
asimigliare(c.VIJ, 8) — paragonare.
aspido(b.I, 38) — aspide.
assisi (cosí)(s.XVIJ, 8) — in tale stato.
astutare(b.IV, 12) — spengere, mitigare.
atenenza (avere.... di)(s.V, 14) — possedere.
atenere. (v)'atenete(d.I, 43) — vi astenete.
atri(c.XJ, 42) — altri.
atro(c.VIIJ, 13) — altro.
attoBo. (t.) (s.III, 6), — azione.
atutare. (s)'atutasse(c.II, 6) — dileguasse, svanisse.
aucelB. (t.) (s.II, 9) — uccello.
auselli(d.I, 5) — uccelli.
aulente(s.VIJ, 14 ecc.) — olezzante.
aunore(b.V, 40; s.XIJ, 7) — onore.
auro(b.V, 48) — oro.
autrui(c.II, 11) — altrui.
auzidere. (m)'auzide(c.X, 49) — m'uccide.
avallare. (m)'avallaB. (t.) (s.II, 14) — mi vince, mi abbatte.
avanti(c.I, 20) — anzi.
avansare(s.I, 4) — sorpassare;avansaD. R. (c. 24) — rende piú grave.
baldezaBa. (t.) (s.I, 5) — baldanza.
balía(b.I, 8) — forza, potere.
bassansa (può avere)D. R. (c. 24) — può diminuire.
bassareF. (c. 45) — cadere in basso.
bastanza (fôra)(c.VI, 35) — sarebbe assai.
ben(c.VJ, 46) — quand'anche; D. R. (s.II, 11) — benché.
brusciatoF. (c. 11) — bruciato.
CaD. R. (c. 19) — che.
càggere. cagio(s.XIJ, 8) — cado.
callare. (si) callaBo. (t.) (s.III, 14) — si cala.
cannoscensa(c.III, 37) e
canoscensa(c.III, 36; D. R. s.I, 1) e
canoscenza(b.I, 7) e
caonoscensa(s.XIJ, 10) e
caonoscenza(s.XIIJ, 2) e
caunoscensa(c.V, 13) e
caunoscenza(c.VJ, 18 ecc.) e
cognoscenza(c.VIJ, 13) — conoscenza, sapere.
cansare. cansa(d.II, 64) — allontana.
casione(d.I, 22) — pretesto; (b.IV, 30) — causa.
catel(s.IX, 14) — cagnolino.
caunoscenti(s.X, 6) — sagge; (b.V, 26) — saggi.
caunoscére(s.X, 5) — conoscere.
cecenF. (c. 7) — cigno.
cèra(c. 11, 19 ecc.) — volto, viso.
certanza (far)Bo. (t.) (s.II, 2) — esser sicuro.
chera(s.X, 12) — chiara.
cherère. chero(s.III, 9 ecc);chiero(b.III, 17) chiedo, domando —cherG. (t.) (s.IV, 11) domanda —cherendo(s.XV, 1) cercando.
chiF. (c. 46) — che, il quale.
chiunqua(s.II, 8) — chiunque.
ciasimentoG. (st. 10) — discernimento, scelta.
claroBa. (t.) (s.I, 12) — chiaro.
cleraD. R. (c. 35) — chiara.
co'Bo. (t.) (s.II, 5) e
com'G. (t.) (s.IV, 2 ecc.) e
comoB. (t.) (s.V, 3) — come.
colpare.colpa(c.V, 22) — colpisce.
colpare. (ci) colpasse(b.IV, 30) — ci avessi colpa.
compimento(c.VJ, 20) — perfezione.
compire(c.IX, 31) — giungere a termine.
compita(c.IX, 41 e 49) — perfetta.
compiutoD. R. (c. 13) — perfetto.
comune (usar.... con)(c.VIIJ, 26) — stare insieme con.
concludere. (si) conclude(c.I, 20) — si oscura, si annera;concludeD. R. (c. 30) — comprende.
contansa(c.III, 64) — rinomanza.
contendenza(c.VIJ, 2) — contesa.
contradiare(s.XVJ, 7) — contrariare.
convento (per tal)(c.VJ, 45) — per tal patto, in maniera tale.
convitare, (vi) convitano d'amare(s.VIIJ, 13) — vi invitano ad amare.
continuati(c.IX, 49) — pieni.
coragio(c.IV, 11 ecc.) — cuore; (c.IX, 36 eXI, 6) — desiderio.
corrompere. corrompeG. (t.) (s.I, 5) — si corrompe.
cortezia(c.III, 46) — cortesia.
costumanza(c.XJ, 57) — costume, abitudine.
credensaD. R. (c. 33) — credenza.
crescensa (prende)(c.V, 14) — acquista pregio.
crescere. (gli) cresce(s.II, 3) — lo assale con violenza —cresceG. (t.) (s.I, 5; B. (t.) s.II, 7) — acquista più forza.
criarsi. si cria(c.III, 50) — si trova.
criatora(s.VIIJ, 14) e
criatura(b.II, 24) — creatura.
cridere. cridoB. (t.) (s.V, 9) — credo.
crudellesse(d.I, 51) — crudeltá.
crudera(b.IV, 27) — crudele.
cuocere. coco(b.IV, 2; s.VI, 11) — brucio;cuoce(c.V, 22) — scotta.
damagio(s.II, 3) — danno.
dare. (né) dànno(s.XJ, 5) — né fanno doni.
defettoD. R. (s.I, 8) — difetto.
dettati(s.XVIIJ, 2) — rime, versi.
detto(s.XIV, 2, 12) — parola; (s.XIIJ, 2, 7) — rime, versi.
dittoD. R. (c. 16);ditti(s.I, 2) — rime, versi.
dichinare. dichina(c.VIIJ, 39) — umilia, avvilisce.
dichino (sta al)(s.IX, 3) — è disprezzato.
dicidere. dicidoG. (t.) (s.IV, 9) — decido.
dicimare. (si) dicimaG. (t.) (s.I, 4) — si spunta, si lascia corrodere.
dicrescere. dicresceG. (t.) (s.I, 5) — diminuisce, perde di forza.
dilettanza(c.XJ, 58) — diletto.
dimino(s.IX, 5) — signoria.
dimostranza (far)(d.I, 8; d.II, 51) — far dimostrazione, dimostrare;dimostranza(b.IV, 19) — apparenza.
diporto(d.I, 28; s.VII, 10) — diletto.
diprimere. (si) diprimaG. (t.) (s.IV, 8) — si vinca.
direD. R. (c. 41) — far versi;(non) dicon(s.XJ, 5) — non fanno versi.
dirieto(b.I, 37) — dietro.
dirimere. dirimaB. (t.) (s.V, 6) — distingue, differenzia; Bo. (t.) (s.III, 4) — si muta.
disbasato(s.IV, 4) — messo in basso.
discrivere. discrivoBo. (t.) (s.II, 14) — scrivo.
disdire. disdicoD. R. (c. 5) — nego.
disferare(s.III, 2) — trarre il ferro:(non) disferate(s.III, 11) — non traete il ferro.
disfidare. (mi) disfidoG. (t.) (s.I, 12) — diffido.
disformare. (si) disformaD. R. (s.I, 2) — prende forme diverse.
disiansa(c.II, 25) e
desianza(c.V, 5) — desiderio.
dismarutoF. (c. 17) — smarrito.
dismizuransa(c.II, 28) — mancanza di misura.
dispári (che fa.. ad)(s.XIV, 2, 2) — che si distingue da.
disperanza (sono in)F. (c. 3) — son disperato, sono in disperazione.
dissimigliansa(s.I, 12) — stranezza.
distornare. distorna(s.IX, 9) — cancella.
distringere. (mi) distringe(c.X, 16) — mi ritiene.
diversitate(s.XJ, 8) — stranezza.
divizione(c.II, 23) — diversitá.
dogli(d.II, 8) — dolori.
dogliaD. R. (c. 44) — dolore.
doglienz(a)(s.XV, 10) — dolore.
dolire(s.II, 9) — dolere.
dolze(b.IV, 2) — dolce.
dolzore(s.XIJ, 3) — dolcezza.
donare.(mi) dona(c.VII, 5) — mi consiglia.
Donqua(c.VIIJ, 27 ecc.) — dunque.
dottanza(b.IV, 21; F. c. 20) — timore.
dottare.dottiF. (c. 40) — dubiti, esiti.
dottor (di rima)G. (t.) (s.I, 8) — poeta.
dottoso(c.VIIJ, 4; Ba. (t.) s.I, 7) — che teme, timido.
dovenuto(s.V, 9) — accaduto: cfr.adovenire.
driti(b.I, 41) — dritti.
dubitanza (so' in tutta)Ba. (t.) (s.I, 2) — sono nel dubbio piú assoluto.
dura (tene a)F. (c. 30) — tiene duramente.
durare. dura(b.II, 14) — si estende;dura(b.II, 15) — sostiene, soffre.
duresse (non state piú in)(d.I, 46) — non siate piú dure;duresse(d.I, 48, d.II, 13) — durezze.
entendanza(c.IX, 27) — intendimento.
equoG. (t.) (s.IV, 14) — cavallo.
eransa(c.II, 16) — affanno.
erransa (torna in)(c.I, 53-4) — mi è sventura.
erranza(c.XJ, 4) — affanno amoroso.
erore(d.II, 48) — errore.
errore(c.XJ, 21; s.XVIJ, 6) — affanno, travaglio.
esempro (ad)(b.V, 28) — ad esempio, come.
esporre. ispogna(s.I, 10) — dichiari, interpreti.
falenza(b.I, 5) e
fallanza(c.IV, 22 ecc.) e
fallensa(s.XV, 6) — fallo.
falleroG. (t.) (s.IV, 5) — fallace.
fallimento(c.VJ, 21) — fallo.
fallire(s.IV, 11) — perdere;fallisce(c.XJ, 31) — erra;falla(s.VIJ, 13) — manca;falisse(s.VIJ, 8) — mancasse.
fantino(s.IX, 1) — fanciullo.
fede (in)G. (st. 6) — fedelmente.
fello (fallo)(s.VJ, 5) — lo irrita.
fenire(s.V, 4) — finire.
fenix (lo)F. (39) — (la) fenice.
feresse(d.I, 50) — fierezze.
feruta(s.III, 11) — ferita.
feruto(s.III, 1 e 5; F. c. 19) — ferito.
fiB. (t.) (s.II, 10) — fu.
fidanza(d.I, 58) — fiducia.
figura ('n)(s.XJ, 14) — finto.
fina(c.VIIJ, 33) — perfetta.
fin(o)(s.XIJ, 1 eXIIJ, 2, 13); Bo. (t.) (s.II, 10) — perfetto; (s.IX, 7) — come si deve; Ba. (t.) (I, 4) — fino core, perfetto amore.
fine (di)D. R. (s.I, 12) — finamente.
finita(b.III, 18) — morte.
finitaD. R. (s.II, 11) — imperfetta.
fior (la)(s.VIJ, 5) e
florB. (t.) (II, 4) e
flore(c.VJ, 7) — fiore.
fiorere. fiore(c.VIIJ, 15) — fiorisce.
florere. flore(c.VIIJ, 9) — fiorisce.
fochio(b.I, 29) — fuoco.
forma(c.XJ, 65) — fattezze.
forsa(s.I, 14) — forza.
fortesse(d.I, 44) — fortezze.
frangente(b.IV, 17) — tempestosa (l'it. antico conosce la parola come sostantivo, nel significato di «onda», «tempesta»).
frastenutoF. (c. 13) — trattenuto.
freduraB. (t.) (s.II, 10) — freddo.
frondire. fronde(c.VIIJ, 15) — frondeggia.
fruttare. frutta(c.VIIJ, 15) — fruttifica.
fruttiferosa(c.XJ, 40) — fruttifera.
gente(c.V, 21 ecc.) — gentile.
gialura(s.VIIJ, 2) — gelo.
girare. giraD. R. (c. 49) — offende.
gittare. gittoD. R. (c. 17) — manifesto.
giudía(b.IV, 28) — giudea.
giunta(s.XIIJ, 2, 2) — aggiunta, (s.XIIJ, 2, 6) — arrivo, (s.XIIJ, 2, 8) — arrivata.
goliare. golia(c.IV, 30) — brama, desidera.
gradire(c.II, 22) — apprezzare.
grandire(c.XJ, 8) — esaltare.
gravezaF. (c. 2) — dolore.
graziosa(c.IX, 11) — benigna.
guerrera(c.II, 31) — nemica.
guisa (tanta)(d.II, 10) — in tanta guisa.
imaB. (t.) (s.V, 4) — a grande distanza.
imbardare. (ne) 'mbardo(d.II, 58) — ne innamoro.
imperare. lo 'mpera(b.V, 54) — comanda a lui.
imprumera(b.IV, 9) — primiera.
inalturate(s.X, 9) — poste in alto (in senso morale).
inantirB. (t.) (s.V, 4) — avanzare.
inardir (e)(s. d. d. a., 2) — rinfrancare.
incarnare(d.II, 45) — raggiungere (il fine). Questo significato secondario deriva, certo, dalla espressione «incarnare i falconi» ammaestrarli a ghermire: cfr. Petrocchi, N. D. ad v. —incarnato(s.XJ, 14) — vero.
incendere. (lo) 'ncende(s.VJ, 5) — lo brucia —incende(s.VJ, 14) — brucia.
incuminzanza(c.IV, 17) — incominciamento.
indivineroG. (t.) (s.IV, 1) — indovino.
infinger(si), mi s'infinge(c.X, 19) — mi si mostra restía.
innamoranzaBo. (t.) (s.II, 4) — amore.
innavanzare. (s)'innavanza(d.I, 12) — s'esalta.
insegnamente(c.X, 44) — insegnamenti.
insegnamento(c.II, 15) — ragione; (c.III, 54) — sapere.
'nsegnamento(c.VI, 17) — sapere.
intalentare, (v)'intalenti(s.XIIJ, 2, 6) — vi piaccia.
intendensa(c.III, 61) e
'ntendenza(c.VJ, 16) — intendimento.
intendersi. (in fior m)'intendo(s.VIJ, 12) — m'innamoro del fiore.
intendimenti(c.IX, 4) — attenzioni.
intendimento(d.II, 17) — speranza: Ba. (t.) (s.I, 9) amore; Ba. (t.) (s.I, 12) — spiegazione.
intenza(b.V, 1) — intenzione, intelligenza, contrasto (?).
ira(s.VJ, 7) — dolore.
iscanoscienti(b.I, 33) — villani.
isfare. (se) isfacciaD. R. (c. 56) — che si disfaccia, che sia debole, che non valga nulla.
ispene (tener)(s.IV, 10) — sperare.
issa(d.I, 35) — ora, adesso.
laldatore(b.I, 18) — laudatore.
lanciato(c.X, 16) — ferito.
latinG. (t.) (s.I, 7) — chiaro.
latinoBo. (t.) (s.III, 7) — chiaro;in suo latino(c.X, 4) — in suo linguaggio.
laudore(s.XIJ, 7) e
lausor(s.XIJ, 13) — lode.
leansa(c.III, 49) — lealtá.
legero (di)G. (t.) (s.IV, 7) — facilmente.
legieriBo. (t.) (s.II, 1) — leggero.
lenaF. (c. 32) — alito.
leofanteF. (c. 47) — elefante.
lontana(c.III, 64) — molto estesa.
lumato(b.I, 29) — acceso.
lumera(c.II, 24; c.XI, 24) — splendore; (s.I, 5) — lume.