IN DISPREGIO DELLA IMMONDA RANA[*]

Rana, sovrana dell'umana e ignobileRazza, che pazza sguazza in brago orribile,Sdegno il tuo regno indegno e sfido immobileMira! l'ira tua dira e inestinguibile!

Tardi e codardi dardi avventi al nobileMio petto, schietto, eletto e irremovibile.Sprezzo il tuo lezzo e in mezzo al volgo mobile,Vera guerriera e fiera, io sto invincibile.

Il mondo in fondo è tondo ed è volubile,Come una luna la fortuna è instabile,E, onesta o lesta, niuna resta nubile;

Sol io, mio Dio, col mio desio ineffabile,Giaccio, e non straccio il tuo laccio insolubile,Rana ircana, malsana e miserabile!!

[*] Batracio simbolico di cui vedi indietro.

Il coccodrilloChiese al mandrillo:«Perchè sei qui?»Disse il mandrilloAl coccodrillo:«Perchè di si!»

Morale

Opra tranquilloCome il mandrilloLa notte e il dì.

Un pollaio, di gennaio,Nel solaio d'un notaioUn porcaio diventò;Ed un pollo non satollo,Il suo collo mezzo frolloCol midollo si mangiò!

Morale

Imparate, disgraziateNon pigliate cantonateSe bramate deicocô!

La cicala avea cantatoTutto luglio a perdifiato.Quando il caldo fu sparito,Si sentì molto appetitoEd andò dalla formicaDomandandole una spica.La formica le richiese:«Che facesti l'altro mese?»La cicala allor riprese:«Ho cantato, o dolce amica!»«Brava!»—disse la formica—«Tu facesti arci benone«Ed invece d'una spica,«Prendi, cara, ecco un zampone!»

Morale

Imitate in ogni cosaLa formica generosa.

Una sciabola un po'scioccaCol revolver litigòE finì col dirgli: «toccaQuesta lama e tacerò!»A costei che lo contrastaCon sì stolta vanità,Il revolver disse: «tastaQueste palle, e zitto là!»

Morale

Ragazze, non scherzateCon l'armi caricate!

La pulce milaneseChe vive di stracchino,Fuori del suo paeseLa credono un pulcino.

Morale

Un uomo d'esperienzaSi fida all'apparenza.

La farfallettaSopra la vettaD'una polpettaSi riposò.Ma una civettaAccorse in frettaE, poveretta!Se la mangiò.

Morale

Lettor, sta attento e vediDove tu metti i piedi.

La pispola diceva al pispolino:«Bada di non sporcarti il gabannino!Ma il pispolin la madre non paventaE in umido finì con la polenta.

Morale

Ubbidisci alla madre ed al fratello,O nell'umido andrai come l'uccello.

Un tonno innamoratoLesse iPromessi SposiE tutto riscaldatoDa sensi religiosi,Andò pianin pianinoA farsi cappuccino.

Morale

Fai bene se t'astieniDal legger libri osceni.

Una foca in vaporinoVolle andar sino a Bazzano,Ma le cadde il taccuinoDalla tasca del gabbanoE se volle andarci maiDovè prendere il tramvai.

Morale

Toccherà sempre cosìA chi viaggia in venerdì.

Un delfino al mare in ripaChe fumava nella pipa,Prese fuoco e si scottò;Ma uno struzzo di passaggioLo guarì con del formaggioChe sul buco ci applicò.

Morale

Questa favola mi pareChe v'insegni a non fumare.

Fece l'ovo un giovin galloFuor del nido e lo covò,Ma uno svizzero a cavalloNon volendo lo schiacciò.

Morale

Di qui apprendi, o giovinetto,A far l'ovo nel tuo letto.

Il soldo ed il baioccoTrovandosi in questione,Portavano lo stoccoNascosto nel bastone;Ma tosto i deputatiVotarono un'inchiestaE furon condannatiAl taglio della testa.

Morale

Chi tradisce l'amiciziaCade in man della giustizia.

Il leon per fare il bagnoPunto fu dal pesce ragno,Ma un dentista forestiereLo guarì con un clistere.

Morale

Chi vuol far l'altrui mestiereMolte volte fa piacere.

Lo storione—in un cantoneProfittò dell'occasione,Ma il leone—cappelloneGl'intimò contravvenzione.

Morale

Son molti i guai—che ti risparmieraiSe a ritirarti a tempo imparerai.

Tra la provvida formicaE il catarro di vescicaFu contratta società.Ma si sciolsero ben tosto,Perchè ognuno ad ogni costoPretendeva la metà.

Morale

Non c'è gusto in un bel giocoQuando dura troppo poco.

La pecora infermaTirando di schermaIn breve guarì.Ma perse il tabarroE prese un catarroDel quale morì.

Morale

Questa piccola novellaVi consiglia la flanella.

L'ippopotamo droghiereE il merluzzo salumiereRagionavan con piacereCiaschedun del suo mestiere.Ma un astuto alligatore,Anche lui commendatore,Disse: «Ah stupidi! il miglioreÈ il mestiere del signore.»

Morale

Se le bestie parlan bene,Frequentarle si conviene.

Il re TappellaFacea la guerra,Ma dalla sellaCascò per terraE nel tracolloSi ruppe il collo.

Morale

Per detto generaleChi casca si fa male.

La lima ed il limonePer causa dei giornaliEbbero una questioneDavanti ai tribunali,Ma proprio nel momentoDi farsi onor coll'arte,Tirò sì forte il ventoChe portò via le carte.

Morale

Oh che gioia, oh che contentoSe tirasse solo il vento!

Stava il corvo alla finestraAspettando la mammanaE teneva nella destraUna forma parmigiana.Una volpe ivi passòEd a lui così parlò:«Deh, chi mai vide un uccelloPiù piacevole e più bello?Se il tuo canto è come il viso,Sei l'uccel del Paradiso!…»Ascoltando queste cose,Tosto il corvo le rispose:«Cara volpe, a chi mi lodaDico: baciami la coda!»

Morale

Se qualcun vi loda spesso,Rispondetegli lo stesso.

La tinca in una cassaPiena di formentoneSi fece tanto grassaChe diventò un tincone.

Morale

A molti il vizioFa quel servizio.

La sega ed il ditaleSposi a dieci anni soliDal nodo coniugaleNon ebbero figliuoli,Perciò, con atto egregio,Fondarono un collegio.

Morale

Son sterili soventiLe nozze tra parenti.

Il bue disse alla vacca:«Vuoi tonno o vuoi salacca?»La vacca disse al bue:«Dammeli tutti e due!»

Morale

Nelle giornate magre di quaresimaSon simile alla vacca anch'io medesima.

Un somaro in Egitto per scommessaSposò una poetessaE in barca la condusse al Cairo e a Menfi…

Morale

Sposate ARGIA SBOLENFI!!!

Va per la selva neraSolingo un cavalierOrnato d'un cimierColla criniera..

Dai piedi fino al mentoCoperto è di metal;Galoppa il suo cavalChe pare il vento.

Quand'ecco che un romitoInnanzi gli si faE dice: «vieni quà,Guerriero ardito!

C'è una fanciulla pia,Leggiadra anzichenò,E il padre la chiamòSbolenfi Argia.

Ti sta nel suo palazzoFremente ad aspettarE tu l'hai da sposarBravo ragazzo!

Faresti un buon affareE non puoi dir di no.Io vi mariterò;Valla a pigliare!…»

A questa esortazioneCommosso il cavalier,Nel ventre del destrierPiantò lo sprone,

E si partì al galoppoBramoso di venir,Veloce come al tirPalla di schioppo…

Scorsero gli anni e i mesi,I giorni e le stagion,Ed io sul mio balconSempre l'attesi!

Ma invan lo sguardo esploraLe strade ed i sentier;Il prode cavalierGaloppa ancora!!

¿Habla: se puede ser mas desdichada?Quiereba Carlos el toreadores,Ma un toro viense in la plaza mayoresY per matarlos el sfrodò la espada

El toro escapò vias por la contrada¡Mo Carlos, dietros. fagando romores!Cuando el toro ¡ahi de mi, caros señores!Per de dietros ce apogia una cornada.

Carlos cascò cridando ¡ahi, porco mundo!Viense el medico y hablò: ¡mo bozaradas,El corno ha penetrado ensino al fundo!

¡Parece un nido carico de vrespas;Las pobras chiapas miranse sfondadas,Todo està roto y buena noche crespas!

[*] Lo Spagnuolo non beve… certo l'onda del Mançanares!

Padre, nei giorni, ahimè! vissuti insieme,Nei tristi giorni in cui, non pur degli agi,Ma fin del pane ci fallìa la speme,

Quando furtivi, squallidi e randagiLe poma guaste cercavamo e l'ossaA piè de' monasteri e dei palagi,

Quando il verno crudel con la sua possaSotto il breve lenzuol ci costringevaCome morti a gelar dentro la fossa,

Padre, la figlia tua non si dolevaSotto il duro flagel della fortuna.Io mi sentiva forte e non piangeva,

Ma poi chè, fior di gioventù, la brunaMia pubertà sbocciando, amor m'apprese,Obliai le miserie ad una ad una.

Il gaudio della vita in cor mi sceseE nuovo e forte palpitò il desioNel petto ansante e nelle vene accese.

Ma tu, sorpreso del delirio mio,Mi chiedevi talor—figlia, che hai?Aprimi il core: il padre tuo son io!—

T'amo, Pietro Sbolenfi, e ben lo sai,Tanto, che al dolce suon dei detti onestiNon te lo apersi, ma lo spalancai.

—Mo, tananòn Mingheina!—allor dicesti—Costei già sogna il matrimonio e i figli!È tempo di vegliarla e di star desti!—

Mi sciorinasti allor cento consigliDi virtù, di morale e di prudenzaPer agguerrirmi il cor contro ai perigli.

—Cara figlia—dicevi—abbi pazienza,Sceglilo ricco e sceglilo maturo,Che pigliarlo in bolletta è un'imprudenza.

Cerca, se puoi, di metterti al sicuro!Guarda tuo padre e resta persuasaCome il campar senza quattrini è duro.

Guarda invece il canonico di casa!Quanti fogli da cento ha nel borselloE che salute nella faccia rasa!

Prendi, mia cara, un uomo come quello.Fattene la signora e la padronaEd anche il Re si caverà il cappello!—

Per ciò, figlia esemplar, docile e buona,Eseguendo alla lettera i tuoi detti,Me ne andai col canonico in persona!

Ed or perchè ti duoli e perchè getti,Quasi porco ferito, alti clamori?Perchè, dimmi, perchè ci hai maledetti?

Perchè vieni a cianciar de' tuoi dolori,Mentre tu ci portavi il candeliereE fosti Galeotto ai nostri amori?

Io lo dirò il perchè! Sperasti avereDal genero sognato agi e monetePer menar le ganascie a tuo piacere,

Ed or che sei rimasto con la seteFai lo scontento e lo scandalizzatoPerchè tua figlia dorme con un prete!

Ma padre mio, ti sei dimenticatoTutto ad un tratto la parola dettaEd il consiglio che m'avevi dato?

Tu mi dicevi di tenermi strettaE ferma del canonico al mantegno….Io mi ci tengo e tu m'hai maledetta!

Andiamo, smetti questo finto sdegno!Ribenedici la diletta figliaOr che porta d'amor nel seno un pegno!

Presto nonno sarai! Spiana le cigliaChe un bugiardo furor move ed infiamma.Sta quieto per ragioni di famiglia

Ricevi un bacio e tante cose a mamma.

Ben soventeT'ho presenteNella mente,Vezzosissima cappella,E il tuo aspettoNel mio pettoFa l'effettoDella cosa la più bella.

Parlo a stentoDal contento,Anzi sentoChe mi manca la favella,E deliroQuando in giroIo ti miroRosseggiar superba e snella!

Quasi neraT'alzi alteraNella seraChe il candor degli astri abbella;T'alzi ed ioNel cor mioTi desioVezzosissima cappella!

O progenie divina,o d'ogni ben cagione,figlio di Salaminae de'l Re Salomone;o de la fame infametrionfator, Salame,balzi or l'agile strofa innanzi a te;

a te, forte e gentileonor de 'l genio umanoe de 'l mondo civileconsolator sovrano,ne le cui forme dormeuna possanza enormeche squarcia i monti e sfonda il trono a i Re.

Fatto con diligenza,o montanaro, o fino,con l'ova sode o senza,sempre tu sei divinoe t'amo e ognor ti bramoe Nume mio ti chiamoe tua mi giuro e ti consacro il cor.

Oh quante volte, oh quante,ne' sogni miei ti vedoe vinta e palpitantestringerti a 'l cor mi credoe desta, la mia mestasorte m'appar funesta,poichè tu manchi a 'l mio focoso amor.

E pur la rabbia ostiledisonorarti bramae de 'l onagro vile,vile figliuol ti chiama;ma tu sorridi e gridi—tornate a i vostri lidie cessate d'infrangermi i calzon!—

Deh, se ne i dì sereniio mi sperai tua sposa,tra le mie braccia vieni,sovra il mio sen riposa.Orgoglio mio, ti vogliofar co' miei baci il soglio,lo scettro, la corona e il padiglion!

Piangete al gran galoppo,Dolcissimi lettor!Il nostro Direttor,Moscata, è zoppo!

Che se a qualcuno importaSaperne la cagion,Sappiate che al VeglionPrese una storta.

La storta che ha pigliataPassava pel caffèVestita dabebèMolto scollata.

Ed ei che aveva pienaLa tasca di quattrinAi Quattro PellegrinLe diè una cena.

Costei che aveva i dentiAguzzi anzichenò,Gli bevve e gli mangiòTre abbonamenti.

Indi, per sua sventura,Si volle sdebitar,Ma non pagò in denar,Pagò in natura.

E il nostro PrincipaleDopo due giorni o tre,Cos'è, cosa non è,Si sentì male.

Basta, per farla corta,Il nostro DirettorRicorse al suo dottorPer questa storta,

Che stette un pò dubbiosoIndi gli suggerìSantalo del Midi,Malva e riposo.

Piangete al gran galoppo,Dolcissimi lettor,Il nostro Direttor,Moscata, è zoppo!

[*] Cesare Dalla Noce detto Moscata dirigeva l'effemeridein cui la Poetessa faceva le sue armi.

Pornografia? Sta bene:Ma siete voi sicuriChe il fine ognun misuriDalle apparenze oscene?

E appunto a voi convieneD'esser sprezzanti e duriQuando lo sanno i muriChe fondo vi mantiene?

Tartufi rugiadosi,Quanto prendete al mesePer esser virtuosi?

O di virtù modello,Chi vi rifà le speseDel gioco e del bordello?

Chi pel selvoso monteLascia la nuda valleE del roccioso calleL'erta salendo va,Sente grondar la fronteE vacillare il fianco,Sente che il piè già stancoForza d'andar non ha.

Ma giunto in su la vetta,Con l'occhio erra lontanoSul verdeggiante pianoChe gli si stende al piè.Allor trionfa e gettaUn grido alto e giocondo;Vede soggetto il mondoE se ne sente il re.

Anch'io così, sudandoSu la ribelle rima,Potei toccar la cimaLieta del sacro allor.E, sotto a me guardandoCon la pupilla altera,Maggiore e assai più veraD'altri sentirmi in cor.

Perciò sappia chi viene,Folle, a contender mecoOd a negarmi, bieco,La seggiola curùl,Che tre scodelle pieneDi tagliatelle asciutteIo me le mangio tutteE vado….. ad Irminsùl.[1]

[1] Località ignota, forse dell'altro emisfero

Vegliai! Dice la fiamma omai languenteChe il petrolio calò nella lucerna.Vegliai piangendo ed ecco lentamenteDestarsi al novo dì la Città Eterna.

Le carrette dei broccoli e la genteRipassan sotto alla magion paterna,Il padre russa e un campanil si senteLaudar da lungi la Bontà Superna.

Lieto un chicchirichì vien da lontanoDa' cortil suburbani e da' pollaiDestati dal chiarore antelucano;

Ed io, infelice, di dolenti laiL'aria, l'acqua, la terra assordo invano,Perchè un gallo per me non canta mai!

Eccoti o mar, solenne ed infinito,Del divino poter simbolo e stampa:Eccoti, e in faccia a te cade atterritoL'occhio che di febea fiamma divampa.

Sei tremendo nell'ira e al tuo ruggitoNon regge prora e poppa mai non scampa,Ma nella calma tua, liscio e pulito,Sembri la ciccia di Minghino Svampa.

Ecco un'aura d'amor scende dal cieloE va dell'onda che pur or posavaSoavemente accarezzando il pelo.

E la persona mia che lorda stava,Ora la porgo aperta e senza veloAl mar che me la bacia e me la lava.

Florentem cytisum sequitur lasciva capella.VIRG.Ecl. II, 64.

Quando trovo qualcun che me la mena,La mia capretta, a pascolar sul monte,Tutta la sento di dolcezza pienaGuizzar pel gusto che le brilla in fronte:

E se poi qualchedun me la rimena,Corro tosto a lavarla ad una fonte,Indi l'asciugo e non è asciutta appenaChe a trastullarsi ancor le voglie ha pronte.

Sempre sana e piacente, al caldo e al geloVa intorno e cogli scherzi altrui diletta,Tanto la tenni e l'educai con zelo.

Eccola quì che una carezza aspetta,Fresca, pulita e non le pute il pelo…..Dite, chi vuol baciar la mia capretta?

Giammai, scoccata da una man feroceDall'arco teso non fuggì saettaCome sul suo sentier corre veloceLa bicicletta.

Volan le rote e mentre sulla viaNessun rumor presso di lei si sente,Qualche imbecille al corridore inviaUn accidente.

A me che importa se della canagliaM'insegue il riso o il mormorar d'alcuni,Se l'iniqua parola altri mi scagliaO ilmolla Buni?

Io corro, io volo sulla biciclettaQuesto ideal delle cavalcature:Chi soffre d'emorroidi o di bollettaM'insulti pure,

Ch'io son beata e un fremito m'assale,Mi avvolge un'onda di piacer sovranoQuando vengo stringendo il trionfaleManubrio in mano.

Io son beata allor che fra le gambeSento il rigido ordigno e in quegli istantiTendo le coscie e l'agitar d'entrambeLo spinge avanti.

Poi che il pendolo tuo giù penzoloniNon ha più moto ed impotente stàE gl'inutili pesi ha testimoniDella perduta sua vitalità,

Vecchio strumento, m'affatico invanoA ridestar l'antica tua virtù;Inutilmente con l'industre manoTento la molla che non tira più.

Questa tua chiave, che ficcai si spessoNel suo pertugio, inoperosa è già;Rotto è il coperchio e libero l'ingressoAd ogni più riposta cavità.

Deh, come baldanzoso un dì soleviL'ora dolce del gaudio a me segnarE petulante l'ago tuo moveviNon mai spossato dal costante andar!

Quante volte su lui lo sguardo fisoOr tengo e penso al buon tempo che fu.Se almen segnasse mezzodì preciso…..Ma sei e mezza!… e non si move più!

Perchè, Mio Bene, se vicin mi siediTaci e rivolgi gli occhi ai travicelli,Oppur ti osservi attentamente i piediQuasi credendo di trovarli belli?

Guardami invece gli occhi e leggi e vediDi quante fiamme il nuovo amor li abbellì;Guardali, non temer, fissali e crediChe prometton ben più ch'io non favelli.

Parla e fa che il timor non vinca e premaDel tuo vergine cor l'immenso affetto:Chi vuol gli amplessi miei, tenti e non tema.

Parla, poichè il mio gaudio, il mio diletto,La mia felicità sola e suprema,Dalla tua lingua, amico mio, l'aspetto.

Io dissi: «Ah, come pendo!Mi sembra di cascar!»Ma tosto sorridendoRispose il marinar:

«Pieno di scene orrendeSarebbe il mondo intierSe tutto quel che pendeDovesse, oh Dio, cader!»

Agl'immensi Tuoi piè, Padre, chinataStetti trepida in volto e reverente;A Te levai le palme e Tu clementeMi facesti partir racconsolata,

Ond'io terrò nella memoria grataLa benedetta imagin Tua presenteIn fin ch'io viva, e spesso con la menteA questa tornerò santa giornata.

Tutto ricordo: i detti Tuoi soavi,Le Angeliche Sembianze, il carcer tetroE l'angolo preciso in cui parlavi.

Ricordo fin la guglia di San PietroChe, guardando dal luogo ove tu stavi,Io l'avevo davanti e Tu didietro.

Poi che il sol tramontò, poi che lontanapiange la mesta squilla il dì che muor,da 'l solingo veron la castellanacanta così alle stelle il suo dolor:

«Qui presso, tra due monti, è rimpiattatoun castello che il sol mai non scaldò.Il vento che vi spira è avvelenato,Buco è il suo nome e se lo meritò.

»Invece in faccia a 'l sol ride scopertoquesto palagio mio cinto di fior.Ride tra i boschi, ospitalmente apertoad ogni dolce peregrin d'amor.

»L'altra notte vegliai su 'l mio balconee vidi ne la valle un cavalier,oh, come bello! e con l'aurato sproneil cavallo spingea lungo il sentier.

Il cor mi palpitò quando lo scorsi,l'aspetto suo mi vinse e mi rapì.Tutta tremante da 'l balcon mi sporsi,tesi le braccia e gli parlai così:

—Fermati cavalieri Deh, tante cosevorrei dirti!…. Ove vai? Fermati quì!—»Ma galoppando il cavalier rispose:Signora, io vado a Buco…—«e poi sparì».

Vittima di se stesso e del destinoEcco torna da Buco il cavalier;Carogna tentennante, a capo chino,Tra le gambe gli zoppica il destrier.

L'errore dell'andar, tornando, espia,Poichè la strada pessima trovòEd il pantan della fetente viaDa capo a piedi lo contaminò.

Passa così sotto al veron fioritoDove la voce dell'amor sentì;Passa e si duol d'avergli preferitoIl laido Buco dove imputridì.

«Deh, colline ridenti, ombroso boscoLieto d'acque perenni e di piacerE voi, labbra di rosa, ora conoscoIn che guai mi travolse un reo pensier!

Deh, affacciati al veron, tu che m'hai detto—Cavalier, dove vai? Fermati qui!—Ecco torno pentito, ecco nel pettoCol rimorso, l'amor mi rifiorì!»

Uscì la bionda castellana e chinaDel memore balcone al davanzal,Non vide un cavalier, ma una latrina,Un lurido fantasma intestinal

E disse:—«Alfin la collera celeste,Mossa dal mio pregar, ti castigò!Scortese cavalier, quella è la peste…..Lo spedale è più avanti!… «—E se ne andò.

(Dipinto ad olio)

Guardate! AtteoneOsserva il prospettoIgnudo e perfettoChe Trivia gli espone.

La Dea, che supponeGli perda il rispetto,Le corna e l'aspettoDi cervo gl'impone.

Fuggita è lontanaDal tempo presenteLa bella Diana,

Ma sono cresciutiIn modo indecenteLe corna e i cornuti.

Giove, padre degli Dei,Vide Leda e innamoratoEbbe il gusto depravatoDi volerne gl'imenei

E l'aggiunse ai suoi trofeiCon l'astuzia e con l'agguato,Poi che in cigno tramutatoSi calò nel grembo a lei.

Donna Leda gli diè il covo,Ma con questo bel lavoroFu gallata e fece l'ovo.

Già l'effetto è sempre quelloQuando ruzzano fra loroUna donna ed un uccello.

Acceso il TonantePer Danae d'affettoOttenne l'effettoMutando sembiante

E, splendido amante,Le cadde nel lettoPrendendo l'aspettoDell'oro sonante.

Da noi, siamo schietti,Ne andava in possessoCambiato in biglietti;

Che in oro o in argentoCi avrebbe rimessoIl 5 p. %.

Atalanta giovinettaAlla corsa ognun sfidavaE sì forte galoppavaChe pareva in bicicletta.

Per passarla, una burlettaIppomène imaginavaE, correndo, le gettavaD'oro in palle una cassetta.

Adocchiandole sì gialle,Per volerle raccattareElla uscìa dal ritto calle;

Il che serve per provareChe le donne per le palleSi farebbero pelare.

Pane, cornuto IddioBenchè non abbia moglie,Sul margine d'un rioS'appiatta in fra le foglie.

Assalta di scancìoLe Ninfe e poi le coglie,Facendone sciupìoSecondo le sue voglie.

Però fissa e solingaEbbe una fiamma in corePer la gentil Siringa:

Dal che dedur convieneChe il povero signoreNon orinasse bene.

Io, diventata vaccaPer volontà di Giove,Fessa, dolente e stracca,Così diceva al bove:

«Come mi sento fiaccaE rotta in ogni dove!Non valgo una pataccaIn queste forme nuove:

»Il fieno m'è indigestoE i visceri m'annodaIn modo disonesto.

»L'utile sol ch'io godaNel mutamento, è questo:Che guadagnai la coda.»

(Per un numero unico)

Fu la scena soltanto,Fu il drammaccio cruento,Che vi commosse al pianto.

Se il monte non cascava,Morivano di stentoMa nessun ci badava.

[*] Per intendere questo epigramma bisogna sapere che nel comune di Sasso erano alcune grotte nel monte e alcune catapecchie dove parecchie famiglie disgraziate tenevano coi denti la vita. Tutti lo sapevano, lo vedevano è passavano. Rovinò il monte e fece quel che non aveva fatto la fame: uccise i disgraziati. Subito si fecero sottoscrizioni, conferenze e numeri unici e in uno di questi la Poetessa, sott'altro nome che il suo, inserì i versi qui sopra.

Usci la «Romanina»E il labaro spiegò,Ma l'orda libertinaLo prese e lo stracciò,

E tale una rovinaDi calci si levòChe rotto per la chinaQualche osso sacro andò.

La barca di San PietroChe a prora è fessa già,Si rompe anche di dietro!

Non vede Santità?Gli han detto «__vade retro__»E Satana ci va.

[*] La Società cattolica detta laRomaninavolle celebrare in Roma non so che festività a Cristoforo Colombo e andò al Pincio con làbari, trombette, oratori e simili strumenti. Alcuni giovani liberali presero a pedate i dimostranti che scappano ancora.

Non la criniera lucida, poi che non la possiedi,ma il ventre di maiolica e i quattro eburnei piediconcedimi, o corsier;fammi inforcar la candida tua groppa e su gli arcionistarò, superba amazzone, senz'armi e senza spronio ausilio di scudier,

chè tu, gentil quadrupede, non scalpiti con l'ugnaquando la groppa docile porgi a l'usata spugnae a 'l salubre sapon,ma su le zampe, immobile e mansueto, aspettid'acque lustrali il tepido lavacro e i larghi gettide l'industre sifon.

Te cavalcando, visito tutto de' sogni il regno,ed un polledro rapido, non un caval di legno,allor tu sei per me,e ne'l sognar mio bellico, un capitan mi sento:le schiere mie galloppano con le bandiere a 'l ventone 'l cospetto del Re,

Savoia! e i prodi, memori de la fortezza antica,freno non danno a l'impeto e già l'oste nimicale terga a noi voltò.

Che val se, a 'l campo reduce, scendo di sella esangue,se da uno squarcio orribile veggo fuggirmi il sangue?…La palma a noi restò!

Le schiere avverse fuggono, ma tu fuggir non saie sovra i piè di mogano solennemente staifermo, senza fiatar…..Ma i sogni, ahimè, svaniscono. Cessata è la battaglia!…L'ora de 'l pranzo è prossima: datemi la tovagliachè mi voglio asciugar.

Ho sognato un mar di laudanoDenso, nero e sterminato,Come un piano formidabileDi sciroppo concentrato.Sovra l'onde immote e brune,Tra i vapor del zafferano,Svolazzavano importuneMolte mosche di Milano,

Io, per far con meno incomodoDi quel mar la traversata,Mi recai sul porto prossimoE vi presi una fregata.Il suo nome si leggeaScritto a lettere d'un metro,Vale a dir FARMACOPEA,E l'aveva per dietro.

Grossi e ritti erano gli alberiCon le vele di cerotto,Con le sartie e con le gomeneVerniciate di decotto;E la nave fabbricataDi campeggio e legno quassio,Era tutta incatramataDi ioduro di potassio.

Drappeggiati in negre tonacheMolti giovani assistentiImpastavano le pilloleLassative od astringenti,Le supposte, i vescicantiE gli empiastri da enfiagioneDa servire ai navigantiA merenda e colazione.

Un po' il fuoco che facevano,Un po' il caldo naturale,In quel tanfo farmaceuticoMi sentivo venir male;Per cui, visto un recipiente,Ci sedei sopra di bottoE, vedendo un assistente,Chiamai forte—Ehi, giovinotto!—

—Che comanda?—chiese il giovane—Vuol di malva una infusione?Vuol copaive in mucilaggine?Preferisce una iniezione?—Adirata lo ribattei:—Non son quella che credete!Non ho il male che avrà lei;Ho soltanto un po' di sete.—

—Sete?—disse—Il male è piccoloE guarir con l'acqua suole;Ma se l'acqua ella desidera,Mi dirà come la vuole.Forestiera o del paese?Vuol Tettuccio o Castrocaro?Vuol un po' d'acqua unghereseO un bicchier di sale amaro?—

—Voglio solo acqua purissima!—Furibonda allor gli osservo.Mi rispose:—Va benissimo,Ma in che modo gliela servo?Perchè buono è da sapersiChe da noi s'usa di bereIn due modi assai diversi;O per bocca o per clistere.—

Detto fatto e dalla tonacaCon un gesto pittorescoTirò fuori una gran cannula,Un affare gigantesco,E mentr'io gridava:—Ehi, sente…Lei m'ha preso per isbaglio!—Quel birbone d'assistenteLo puntava nel bersaglio.

Se non era che voltandomiTorsi il fianco un poco a destra,Quell'infame di flebotomoScaricava la balestra;Ma, insistendo l'animale,Ne successe un serra serraE, com'era naturale,Tutto il brodo andò per terra.

Io credeva d'esser libera,Ma mi accadde un altro guaioCh'egli prese dietro a corrermiCol pestello del mortaio.Un orrore, uno spavento,Un battaglio da museo,Una razza di strumentoDa sfondare un mausoleo!

Io già stavo per soccombereAlla orribile balista,Ma gridai—Galeno salvami,Da quest'empio farmacista!—E ad un tratto, e fu un enigma,Spirò un'aria purgativaChe pareva un borborigma….E sbarcai sull'altra riva.

Multiplicabo aerumnas tuas et conceptus tuos:in dolore paries filios.GEN. III 16.

Nell'interno del bacino,Semprechè non sia deforme,Vedi un corpo piriformeAppoggiato all'intestino,Appo cui fisso rimaneCon diversi ligamentiE coi rami divergentiDelle trombe falloppiane.

Ivi, quando è cominciataL'ordinaria emorragiaE una certa ipertrofiaS'è per ciò manifestata,Dal follicolo maturoEsce l'ovulo vaganteChe il processo fecondanteMette subito al sicuro;

Chè lo impiglia, anzi lo imbucaNella tunica villosaChe presenta la mucosa,La qual mutasi in caducaE nel crescere diventaL'amnio e il corion, traversatiDa quei vasi complicatiChe nutriscon la placenta.

Ivi il germe ha forma e cresceIn un sacco membranosoPien di liquido sierosoDove nuota come un pesceE la sua vita fetaleSvolge senza sentimento,Ritraendo l'alimentoDal cordone ombelicale.

In quel tempo la gestanteNon si sente molto beneE per solito le vieneQualche voglia stravagante.Ha lo stomaco disfatto,L'energia molto depressaE cammina un po' sconnessaCausa il ventre tumefatto.

Finalmente la sorprendeUn disturbo del sensorioE un dolor premonitorioLungo il rachis le discende.Il marito al suo lamentoCorre, interroga e le dice:«Vo a chiamar la levatriceE ritorno in un momento!»

A intervalli lunghi e rariIncomincian le pressioniE le forti contrazioniDelle fibre muscolari.Sono sistoli specialiCui la diastole consenteE interessan totalmenteLe pareti addominali.

Ecco intanto alla degenteSi rinnovano i doloriSempre più provocatoriE di ritmo più frequente,Finchè, sotto alla pressione,Il liquor che l'amnio serraRompe il sacco e va per terra,Precursor dell'epulsione.

La faccenda allor va lestaE non c'è d'aver pauraSe però la creaturaSi presenta con la testa.Ma nel caso che al contrarioSi presenti con un braccio,Può accadere un affaraccio,E il chirurgo è necessario.

Non son fatti sì frequenti,Ma se mai caso si desseChe l'ostetrico dovesseOperar rivolgimenti,O usar ferri, allor convieneStar tranquilla, ilare, ardita,Che la scienza è progreditaE le cose andranno bene.

Dopo un grido indebolito,In un premito finale,Nasce un maschio ed è vitaleCome annuncia il suo vagito.Sente allor di gioia un'ondaLa puerpera nel coreE con l'ultimo doloreViene espulsa la seconda.

Gentilissima lettrice,Ti narrai chiara e sinceraIn che modo e in che manieraNasce al mondo un infelice:Non gittar strilli d'orroreDa lussarti le ganasce;Meglio dir come si nasceChe narrar come si muore.

Su'l reo lito che Pasifecontaminò con l'esecrando falloforse l'industre Dedalotorse in cavo cilindro il tuo metallo,

Ei lavorò ne l'ebanola mobil elsa e, con la man divina,su la sudata incudineper consiglio d'Igea temprò la spina.

I suoi possenti farmachiEsculapio di poi t'ascose in senoed a i dolenti podiciconsolator t'offrì turgido e pieno.

Oh, qual grido di giubiloil tuo primo apparir ne 'l mondo accolse!Come le terga subitola constipata umanità ti volse!

e tu, buono, e sollecitopiù de l'altrui che de la tua fortuna,a le ribelli viscerepronto volasti ad esplorar la cruna;

nè ti commosse il torbidoocchio che a l'opra tua natura oppose,nè d'atre bocche l'alitocui tolse il fato d'emular le rose;

ma la compressa canulaun tepido zampillo alto sospinseche, su l'esempio d'Ercole,Caco ne l'antro suo sorprese e vinse.

Corsero allor le lubrichelinfe la cieca via che a l'Orco immettee strani indi scoppiarono,da l'opposto emisfer, venti e saette.

Indi a i redenti visceriun po' di pepe e sal non parve ostileed i mal sani fegatiriser, purgati da la densa bile…..

A voi, ventri purissimi,che di mal digerirmi avete il vanto,a voi consacro e dedicol'opportuno rimedio e questo canto.

Al SignoreANDREA SAXLEHNERBuda-Pesth

Non più anelanti a i pascoli latinile barbare cavalle Attila caccia;rivisse il fior de gl'itali giardinisu la sua traccia.

Tacque indarno il deserto e crebbe l'erbadove l'alta Aquilea fumando giacque;da le fecondi ceneri superbaVenezia nacque.

Il Danubio lavò le curve spadegrondanti di gentil sangue romano,ma di quel sangue mai goccia non cadeversata invano,

e con le stille che tingevan l'ondede 'l pescoso Tibisco e de la Dravadi Roma il fato a fecondar le spondebarbare andava,

e di messi la steppa e di vitignirise, ed a 'l sol che civiltà conducei biechi de i mongoli occhi sanguignivider la luce;

nè più l'Europa giudicò minacciama baluardo de' magiari il petto,quando il Corvino alzò la spada in facciaa Maometto;

nè più imprecò il latino in val di Padoa i varchi onde calò di Dio il flagello,ma l'unno che morì sotto Belgradodisse fratello.

Oh, benedetto il suol che trepidavasotto il galoppo de la santa schierase l'unnìade Giovanni alto levavala sua bandiera!

Oh, benedetto il suol che de la buonaausonia civiltà reca le improntese de l'unnìade in nome a noi sprigionasalubre un fonte

a 'l cui salso licor cedon le avareviscere umane il faticoso pondo,cantando inni sonanti a 'l salutareflusso giocondo.

E poi che il fato reo l'opera vietade le viscere tarde invan spremute,a l'ungarica possa anch'io, poeta,chieggo salute.

Non il regal Tokay, ma l'acqua umileche Buda ci mandò mi fia sollievo.Tendimi il nappo Igea. Buda civile,a te lo bevo!

Pel fiammante de l' ciel tramite sacrogli agitati corsier disfrena il solee d'onde fresche a 'l salutar lavacroluglio ci vuole.

O fortunata se veder potessitremolar la marina a l'orizzonte,o tra selve d'abeti e di cipressifredda una fonte!

Ma il iato mi negò, come ha costume,il bacio di salubri acque cadentie de 'l sonante mar le bianche spumerotte da i venti.

Pur, qual lo scrigno famigliar concede,me ancor d'umili terme allieta l'ondache in brevi cerchi accarezzar si vedela ferrea sponda.

E se zefiro alcun non va temprandode l' sol le vampe con la sua carezza,il serico flabel l'aure agitandocopia la brezza.

Ivi, gettando allor la tenue vestapudicamente ignuda, io volgo il passo.Disciolto il crin da l'apollinea testafluisce a 'l basso;

fluisce e lambe il tergo mio che mostracallipigie beltà che il sole ignora…Onde, apritemi il seno! ecco la vostradolce signora!

Io non t'invidio il fior de 'l corpo bianco,o de le ciprie spume eterna figlia,se a l'concavo sedil concedo il fiancocome a conchiglia.

Onde apritemi il seno! ecco, m'assidosu 'l metallico trono … ecco m'affondo,e la parte di me che lascia il lido,cala ne'l fondo,

ove, strisciando con l'esperta mano,detergo il lezzo a le inquinate membra.Mormora l'onda ed il suo picciol pianoil mar mi sembra,

e le tempeste sogno e veggo e sentol'imperversar de l'aquilon crudelee le triremi trionfali a 'l ventoscioglier le vele

e una nave puntar, negra su l'onda,la bocca d'un cannon fetente e cupo…Numi, che scoppio!… Ne vibrò la spondade 'l semicupo!

Andovvi poi lo Vas d'elezione.DANTE,Inferno, II.

Te non Pandora da l'abisso a gli uominirecò, nefasto donoonde il perenne ancor pianto de' miserisale di Giove a'l trono,

ma l'arte ti plasmò tra i colli floridiche a Doccia son ghirlanda,e l'Arno industre che ti vide nascerevergine a noi ti manda;

vergine qual su l'alpe inaccessibilecandor di nevi intatte,qual ne' chiusi presepi in larghe ciotolede le giovenche il latte.

Il labbro immacolato ecco sorridereveggio, curvato in arcoe, ingordo, ne 'l candor concavo, accoglierede' lombi miei l'incarco.

Ecco il tuo ventre d'un sonoro crepitoripete il rauco invitoe de le fauci spalancate a 'l fornicetardar sembra il convito.

Ahi, ma 'l candor de l'ermellino perdereomai dovrà 'l tuo smalto!Triste a tutti è la vita e cose orribilivedrai da 'l basso a l'alto.

Udrai ne l'ampia oscurità le raffichede l'uragan possentee sovra te discatenato d'Eoloil soffio pestilente,

e piover caldo e grandinar meteoreprecipitate a l' bassoe rimbombar di male olenti fulminilo scoppio ed il fracasso.

Pender biechi vedrai, ne l'aura torbida,lo Scorpio ed i Gemellie incomber sovra te, negri e monoculi,Polifemi novelli.

Quanti atroci dolor le umane viscerecelino, allor sapraie sotto breve foglio in forme ignobilideposti in te li avrai.

Così tra breve, maculato il lucidoonor de 'l ventre bianco,ti sentirai, da crepe immonde infrangerel'affaticato fianco,

ed un vil sterquilinio avrà le briciolede le tue membra rotte!….Crudo è 'l fato e noi donne a te siam simili,o chicchera da notte!


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