Chapter 2

Item in tutti gli altri miei beni et in tutte le mie ragioni et attioni tanto presenti come d'avenire dovunque siano o saranno io instituisco e faccio e con la mia propria bocca nomino Celio che è in protettione de Messer Pietro Cioccha scalco del cardinale Cornaro, istituisco dicio et faccio detto Celio herede universale al quale lascio tutti i miei beni ragioni et attioni per ragione et causa de universale institutione con patto et conditione che detti miei beni siano venduti et fattone dinari siano posti in luogo chelli fructino nè possi disporre Celio nè altri della principal somma di detti dinari sinchè detto herede non sia all'età di anni venticinque, ma dell'entrata senne nutrisca et serva per impa[ra] re littere et altre virtù. Et se detto herede (che Dio non voglia) mancasse inanzi all'età di venticinque lascio et substituisco herede in vita sua Messer Pietro Chiocca suo protettore con condittione che ogni anno dia dieci scudi a una povera orfana da maritarsi, il restante senne serva messer Pietro per i suoi alimenti et dopo la morte di messer Pietro Chiocca si stribuisca ogni cosa ad opere pie et queste debbiano essere le mie ultime volontà, et mio ultimo testamento li quali voglio che vaglino in virtù et forza di testamento et ultime volontà et se in tal modo per alcun rispetto non potesse valere, voglio che vaglia in virtù et forza di codicillo et di donatione infra vivi o per causa di morte et in quel meglior modo che di ragione può e potrà valere e sostenersi. Et per essere io impedita ho fatto scrivere questo da persona a me fedele et io l'ho sottoscritto di mia propria mano in fede della verità questo dì 2° di marzo 1556.

Item lasso di essere sepelita in Santo Agostino e nella sepoltura di mia madre et mia et alle mie esequie non voglio altro che i frati di Santo Agostino et la compagnia del Crocifisso della quale io sonno, et sia sepulta a ventiquattro hore senza cerimonie, semplicemente.

Et lasso et instituisco con ogni miglior modo et forma che fare et instituire se puote esecutori di questo mio testamento il Reverendo vescovo di Tolone e Messer Mario Fregapane, i quali supplico per l'amor de Dio et per la fede che ho in loro signorie che vogliano doppo la mia morte fare eseguire a puntino queste mie ultime volontà per magior dechiaratione della quale io come di sopra ho detto mi sottoscrivo di mia propia mano.

Io Tullia Aragona affermo quanto sopra et instituisco herede universale Celio come di sopra ho detto. _A tergo autem_, ecc L'entroacluso è il testamento di me Tullia Aragona il quale ho sottoscritto de mia propria mano et ligatolo con el filo et sigillatolo sopra esso filo il quale consegno a M. Virgilio Grandinelli notario pubblico presenti li testimonii sottoscritti da me rogati et non voglio sia aperto se non doppo la morte mia, et in fede di ciò mi sottoscrivo di mia propria mano. Io Tullia Aragona manu propria. _Quorum testium etc. (Archivio di Stato in Roma, Not. A. C. vol. 6298, num. 69)_.

[46] Il malevolo Giraldi scriveva di lei che aveva il viso non bello nè piacevole "il quale oltre la bocca larga et le labbra sottili era disordinato da un naso lungo, gibbuto et nella estrema parte grosso et atto a porre sommo difetto in ogni bella faccia s'egli tra le guancie vi fosse posto. (_Ecatommiti_, loc. cit.)

[47] In una lettera datata di Venezia li 6 giugno 1537 e scritta allo Speroni esaltandogli il suo _Dialogo_egli diceva: La Tullia ha guadagnato un tesoro che per sempre spenderlo mai non iscemerà, e l'impudicitia sua per sì fatto onore può meritamente essere invidiata dalle più pudiche e dalle più fortunate.

[48] Nella commedia del Razzi intitolata la _Balia_(Firenze 1560) in fine della scena VII dell'atto III leggesi:

LIVIO (_padrone_). Io non conobbi mai giovane di più alto animo di lei e di più elevato spirito

BROZZI (_famiglio_). O degli uomini inferma e instabil mente! Pur ora la chiamaste puttana e femmina di mondo, ed ora per contrario dite tanto ben di lei?

LIVIO. Sarebbe forse la prima nobile e d'animo grande che è stata puttana? Che è stata la Tullia d'Aragona, Isabella di Luna e altre?

Anche il Lasca che pure si atteggia, benchè un po' tardi, ad amante della Tullia, nel XXII madrigale lagnandosi che la sua donna, anch'essa cortigiana

lodata ancor non siacon dolce stile e soave armonia,

dice che

celebrar si sente ognoracon gloria alta e divinae Tullia e Totta e Fioretta e Nanninache, bench'elle sieno oggi al mondo rare,non si ponno agguagliarealla Cecca gentil che m'innamora.

[49] Noli discedere a muliere sensata et bona, quam sortitus es in timore Domini: gratia enim verecundiae illius super aurum. (_Eccl_. VII, 21).

[50] =Cereseto G. B.= _Storia della poesia in Italia_. Milano, Silvestri, 1857, vol. I.

[51] =Aretino P.= _Ragionamenti_. Cosmopoli, 1660, parte I, giornata III.--=Graf A.= op. cit. pag 19 e seg.

[52] Il Domenichini nelle sue _Facetie, etc._pag. 32, ricorda una disputa che alcuni cortigiani ebbero in casa dell'Aragona sui pregi del Petrarca.

[53] Vedi nota a pag. 29.

[54] Per i riscontri usiamo delle _Rime di _=F. Petrarca=_con l'interpretazione di _=G. Leopardi =_e con note inedite di _=F. Ambrosoli=. Firenze, Barbèra, 1879.

[55] Questo dialogo fu edito in Venezia dal Giolito nel 1547 in-8 e ristampato a Milano nel 1864 dal Daelli nella sua _Biblioteca rara_con prefazione di Eugenio Camerini (Carlo Téoli).

[56] _Il Meschino e il Guerino_. Poema. In Venezia, per Gio. Battista Melchior Sessa, 1560, in-4.

[57] =Crescimbeni=, op. cit., vol. I, c. 341.

[58] =Gordon di Percel.= _Biblioth. des Romans_, tom. II, pag. 193.--=Crescimbeni=, op. cit., vol. I, carte 331.--=Fontanini G.= _Dell'eloquenza italiana_, lib. I, cap. XXVI.--=Zambrini F.= _Le opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV ecc._Bologna, Zanichelli, 1878.--=Melzi=. _Bibliografia dei romanzi di cavalleria in versi e in prosa italiani_.__Milano, Daelli, 1865.

[59] Produciamo a saggio del nostro asserto due sole ottave:

Ma de l'ostier l'innamorata figlianon potendo frenar l'accesa voglia,ch'ognun dorma per casa il tempo pigliae poi d'ogni timor lieta si spoglia:disiando il camin di molte miglia,non pensa che 'l Meschin se ne distoglia:ponglisi a canto ignuda, e gli si accostanè fu pari a la voglia la risposta.

Sveglia messer Brandisio, e fagli offertade la da lui già ricusata preda,de la qual poi che 'l francioso s'accertanon sa s'ancor ben chiaramente credas'ei non esce a battaglia più apertadicendo: E basta che mi si conceda,ridendo seco, e franco s'appresentadi sorta tal che la mandò contenta.

[60] Mentre il Meschino è condotto alla corte di Pacifero le guide ammirandone il femmineo volto gli chieggono se egli sia uomo o donna: inteso essere uomo gli manifestano l'uso del paese, che ricordava quello di Sodoma. Il Meschino si sdegna, e vorrebbe non entrare in tal corte, ma il re gli fa promettere che sarebbe rispettato, e l'accolse benignamente con ogni onore.

E poi la sera volse ch'egli andassea cena seco e fu sopra un tappetodisteso in terra, e tal fu la sua asse;ma quel lussurioso ed indiscretosenza aspettar che più 'l Meschin cenasse,per mano il piglia e con atto inquietolo sfrenato desir gli fa paleseonde 'l Meschin di collera s'accese.

Rinchiuso in prigione per non aver voluto soddisfare Pacifero, vien salvato dalla figliuola del re, che innamoratasi di lui va continuamente a trovarlo ove spesso

. . . . . abbraccia al Meschin suo la golama ben che freddamente fosse centada lui nel mezzo con le braccia, fecequel che stimar si può, ma dir non lece.

E dopo due sole altre ottave l'innamorata donzella apparisce gravida.

[61] Cf. =Rajna P=. _Ricerche intorno ai Reali di Francia_. Bologna, Romagnoli, 1872.--Il Zambrini e il Melzi citano le edizioni del _Guerino_ nell'ordine seguente: Venezia 1473, Bologna 1475, Venezia 1477, ivi 1480, Milano 1480, ivi 1482. L'Aragona ignorava forse l'autore di esso che il Rajna afferma essere Maestro Andrea de' Magnabotti da Barberino di Valdelsa maestro di canto.

RIME DI TULLIA D'ARAGONA

A DONNA ELEONORA DI TOLEDO DUCHESSA DI FIRENZE

***

TULLIA D'ARAGONA

Io so bene nobilissima e virtuosissima Signora Duchessa, che quanto la bassezza della condizion mia è men degna della altezza di quella di V. Eccell. tanto la rozzezza de' componimenti miei è minore dello ingegno e giudicio suo; e per questa cagione, sono stata in dubbio gran tempo se io dovessi indirizzare a così grande e così onorato nome quanto è quello di V. Eccell., così picciola e così ignobile fatica, come è quella de' sonetti composti da me più tosto per fuggir l'ozio molte volte, o per non parer scortese a quelli che i loro mi aveano indirizzati, che per credenza di doverne acquistar fama o pregio alcuno appresso le genti. Ma desiderando io di mostrare in qualche modo qualche parte della devotissima servitù mia verso V. Eccell. per gli obblighi che le ho molti e grandissimi sì a lei, e sì a quella dello invitto e gloriosissimo consorte suo, presi ardimento, e mi risolsi finalmente di non mancare a me medesima, ricordandomi che i componimenti di tutti gli scrittori hanno in tutte le lingue, e massimamente quegli de' poeti, avuto sempre cotal grazia e preminenza, che niuno quantunque grande, non solo non gli ha rifiutati mai, ma sempre tenuti carissimi. Perchè io ancorchè, come ho detto, conosca benissimo così l'altezza dello stato suo, come la bassezza della condizione mia, presento umilmente con devotissimo cuore queste mie poche, basse e picciole fatiche, alle moltissime, grandissime e altissime virtù di lei, pregandola con tutto l'animo non al dono voglia nè a chi dona, ma a sè medesima riguardare.

I. -- Al Duca di Firenze

Se gli antichi pastor di rose e fiorisparsero i tempii, e vaporar gli altarid'incenso a Pan, sol perchè dolci e cariavea fatto a le Ninfe i loro amori:

quai fior degg'io Signor, quai deggio odori,sparger al nome vostro, che sian paria i merti vostri, e tante, e così rari,ch'ognor spargete in me grazie e favori?

Nessun per certo tempio, altare, o donotrovar si può di così gran valore,ch'a vostra alta bontà sia pregio eguale.

Sia dunque il petto vostro, u' tutte sonole virtù, tempio; altare, il saggio core;Vittima, l'alma mia, se tanto vale.

[V. 7 B. pari.; D. cari.]

II. -- Allo stesso_(Cod. Magliabecchiano, II, I, IV)._

Se gli antichi pastor di rose e fiorisparsero i tempii, e vaporar gl'altaridi maschi incensi a Vener, poichè carifece e dolci alle Ninfe i loro amori:

a voi, che sceso dai più nobil coridegl'angiol sete, e ch'ai desiri miei carirendete i favor, quai più rarifiori offrirò io? quai grati odori?

Veramente non tempio, altare, o donotrovar si può di tal pregio e valore,ch'a vostra cortesia sia merto uguale;

fuor che fia 'l petto vostro il tempio, u' sonoalti pensieri; e 'l saggio vostro corefia altar; vittima, l'alma mia immortale,

[V. 6. Nel mss. leggesi: _miei o cari_.]

III. -- Allo stesso

Signor, pregio e onor di questa etade,cui tutte le virtù compagne fersi,che con tante bell'opre e sì diversieffetti gite al ciel per mille strade:

quai fien, che possan mai tante, e si radedoti vostre cantar prose, nè versi?In voi solo (e son parca) può vedersigiunta a sommo valor, somma bontade.

Voi saggio, voi clemente, voi cortese;onde nel primo fior de' più verd'annivi fu dato da Dio sì grande impero,

per ristorar tutti gli andati danni:e, con potere eguale al bel pensero,por sempiterno fine a tante offese.

[V. 7 B. sol, - 13 pensiero.]

IV. -- Allo stesso

Signor d'ogni valor più d'altro adorno:Duce fra tutti i Duci altero e solo:Cosmo, di cui dall'uno all'altro polo,e donde parte, e donde torna il giorno,

non vede pari il sol girando intorno:me, che quanto più so v'onoro, e colo,prendete in grado, e scemate il gran duolode l'altrui ingiusto oltraggio, e indegno scorno.

Nè vi dispiaccia, ch'el mio oscuro e vilecantar, cerchi talor d'acquistar famaa voi più ch'altro chiaro, e più gentile;

non guardate Signor, quanto lo stilevi toglie (ohimè) ma quel che darvi bramail cor, ch'a vostra altezza inchina umile.

[V. 9 D. scuro.]

V. -- Allo stesso

Nuovo Numa Toscan, che le chiar'ondedel tuo bel fiume inalzi a quegli onorich'ebbe già il Tebro; e le stelle migliorigirano tutte al gran valor seconde;

le tue virtuti a null'altre seconde,alto suggetto a i più famosi cori,da l'Arbia, ond'oggi ogni bell'alma è fuori,mi trasser d'Arno a le felici sponde.

E al primo disio, nuovo disire,m'accende ognor la tua bontà natìa:tal che miglior non spero, o bramo albergo.

Così potessi un dì farmi sentirecortese no, ma grata con la miazampogna, ch'a te sol, bench'indegna, ergo.

[V. 1 E. Novo; chiare.][2 innalzi a quegl'onori.][6 ai.][7 Dall'; infiori.][9 novo.][11 talchè.][12 potess'io.][14 che a te.][È inserito anche nei _Componimenti poetici delle più illustririmatrici_ raccolti da LUISA BERGALLI. Parte prima, che contiene lerimatrici antiche fino all'anno 1573. In Venezia 1726, appressoAntonio Mora, _con licenza de' superiori e privilegio_, pag. 110.]

VI. -- Allo stesso_(Cod. Magliabecchiano II, I, IV)._

Almo Pastor, che godi alle chiar'ondedel più bel fiume che Toscana onori,cui s'aggiran le grazie e i santi amori,lieti spargendo intorno fiori e fronde:

le tue virtuti a null'altro seconde,alto soggetto a più gentil pastore,da i colli ornati già di mille allori,mi volser con mie gregge a le tue sponde.

E al primo mio disir, nuovo disire,aggiunto ha dentr'al cor tua cortesia,che in le tue piagge eterno sia 'l mio albergo;

e vorrei bel almen farmi sentiregrata al tener della zampogna mia,ma a dir el ver tant'alto el suon non ergo.

VII. -- Allo stesso

Signor, che con pietate alta e consiglio,(onde tanto più ch'altro al mondo vali)venisti a medicar gli antichi mali,del fiorito per te purpureo giglio;

io che scampata da crudele artiglio,provo gli acerbi e ingiuriosi straliquanto sian di fortuna aspri e mortali,a te rifuggo in sì grave periglio;

e solo chieggo umil, che come l'almasecura vive omai ne la tua corte,da la vicina e minacciata morte,

così la tua mercè di ben n'apportetanto, che l'altra mia povera salmalibera venga per le ricche porte.

[V. 12 B. m'apporte.][Questo sonetto leggesi anche nel_: Libro primo delle rime spirituali,parte nuovamente raccolte da più autori, parte non più date inluce_. In Venetia, al segno della Speranza, M.D.L. in-12, a carte 40.]

VIII. -- Allo stesso

Dive che dal bel monte d'Eliconadiscendete sovente a far soggiornofra queste rive, ond'è che d'ogn'intornoil gran nome Toscan più altero sona:

d'eterni fior tessete una coronaa lui, che di virtù fa 'l mondo adorno,sceso col fortunato Capricorno,per cui l'antico vizio n'abbandona.

E per me lodi, e per me grazia a luirendete, o Dive, che lingua mortale,verso immortal virtù s'affanna indarno.

Quest'è valor, quest'è suggetto tale,che solo è da voi sole, e non d'altrui:così dicea la Tullia in riva d'Arno.

[V. 4 B. suona.]

IX. -- Allo stesso

Nè vostro impero ancor che bello e raro,nè d'argento e di gemme ampia ricchezza,che men da chi più sa si brama e prezza,vi fanno al mondo sì famoso e chiaro:

quanto l'aver, Signor pregiato e caro,la ben nata e gentil anima avvezza,con severa pietate e dolce asprezzaperdonar, e punir, ch'oggi è sì raro.

Queste vi fanno tal, lunge e dappresso,ch'al grido sol del vostro nome alterol'alma s'inchina, e come può vi onora.

E se al caldo disìo fia mai concessostile al suggetto ugual, ritrarne sperofama immortal, dopo la morte ancora.

[V. 1 E. degno e raro.][10 Che al.][11 v'onora.][12 desio.][13 soggetto.][B. egual.][_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 110.]

X. -- Alla Duchessa di Toscana

Non così d'acqua colmo in mar discende,nè di tante dorate arene vagosi mostra al suo paese il ricco Tago,d'onde 'l nome real di voi si prende,

come del valor vostro a noi si stendedi mille opre divine alto ampio lago:e quante (benchè in dir nulla m'appago)bellezze scorge in voi chi dritto intende.

Quest'è l'arena d'oro, e queste l'ondedi beltate e virtù, che 'l bello e santoanimo e volto vostro, a l'Arno infonde.

Non più la Spagna omai gioisca tanto,che s'ella ha 'l Tago con l'aurate sponde,Leonora avrem noi con maggior vanto.

[V. 14 B. avremo.]

XI. -- Alla stessa

O qual vi debb'io dire o Donna o Diva,poi che tanta beltà, tanto valoreriluce in voi, che 'l vostro almo splendoreabbaglia qual fu mai fiamma più viva?

Mi dice un bel pensier che di voi scriva,e renda grazie, e qual si deve onore;ma dove s'erge l'animoso core,non giunge penna, o voce umana arriva.

So ch'ogni alto favor da voi mi viene,come la luce al dì da quella stella,che surge in oriente innanzi al Sole.

Ma poi che pur al fin mal si convienea tanta altezza l'umil mia favella,v'appaghi il core in vece di parole.

XII. -- Alla stessa

Donna reale, a i cui santi disirigrazia già fece la bontà supernadi me, ch'or fatto son chiara lucernasopra i celesti, ardenti, alti zafiri;

poi che fuor di sospetto e di martiri,godo del ben che ne l'alme s'interna,deh! non turbate la mia pace eternacol pianto vostro, e co' i vostri sospiri.

Qui mi viv'io, dove 'l pensier non erra;dove luogo non ha terreno affetto;e co' i piè calco gli stellanti chiostri.

E se quassù giungesser gli occhi vostri,vedendo fatto me novo angeletto,qui bramareste, e non vedermi in terra.

[V. 1 B. a cui i.]

XIII. -- Alla stessa

S'a l'alto Creator de gli elementisete, Donna Real, cotanto cara,che de la stirpe vostra altera e rara,volle ornare i suoi chiostri eterno ardenti;

e s'or, per acquetar vostri lamenti,vi rende il cambio di quell'alma chiara,che di voi nata, tutto 'l ciel rischiara,a Dio lode cantando in dolci accenti;

ragion è ben, che con eterni onorivi cantin tutti gli spirti più rari,com'onorata in terra e in ciel gradita.

Arno alzi l'acque al ciel, le rive infiori,suonino i tempii, e fumino gli altari,che 'l nuovo parto a festeggiar n'invita.

[V. 3 B. De la stirpe vostra.][6 Il principino D. Pietro morì il 10 giugno 1 47, e D. Garzia nacqueil 5 luglio dello stesso anno.]

XIV. -- A Maria Salviati de' Medici

Anima bella che dal padre eternocreata prima in ciel nuda e immortale,or vestita di vel caduco e frale,mostri qua giuso il gran valore interno:

da gli alti chiostri in questo basso infernou' si n'aggrava il rio peso mortale,scendesti a torne noia e a darne l'aleal sommo bello, al sommo ben superno;

chiunque te pur una volta mira,sente sgombrar da l'alma ogni vil voglia,e arder tutta di celeste amore.

Dunque ver me col divin raggio spiradel disiato tuo santo favore,ch'io voli al Ciel con la terrena spoglia.

[V. 7 E. ne.][9 B. sol.][11 Ed; tutto. - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 111.]

XV. -- Alla stessa_(Cod. Magliabecchiano II, I, IV)._

Anima bella, che dal Padre eternopura fosti creata e immortale,e ingombra di velo oscuro e frale,pur di fuor mostri il tuo valor interno:

dal ciel scendesti in questo vivo inferno,u' n'aggrava il terren peso mortale,per innalzarne dibattendo l'aleal sommo bello, e sommo ben superno.

Tu di casti pensier, d'onesta vogliaingombri l'alma a chi tuo esempio mira,e le fai vaghe del verace amore.

Dunque ver me col vivo raggio spiradel desiato tuo almo favore,ch'io m'erga, e inalzi al ciel da questa spoglia.

XVI. -- A. D. Luigi di Toledo

Spirto gentil, che dal natìo terrenola chiarezza del sangue, e dal ciel chiaraanima avesti, e a cui d'ogni più raravirtù colmar le sante Muse il seno;

poi che 'l cor vostro è d'alto valor pieno,e real cortesia da voi s'impara,non mi sia, prego, vostra mente avaradi ciò, ch'altrui donando, non vien meno.

Voi sete quel, ch'avete ambe le chiavidi quegli eccelsi, e gloriosi coriche fan più ch'ancor mai felice l'Arno;

or volgetele a me così soavi,ch'entro raccolta, mai non esca fuori;e prego umil non sia 'l mio prego indarno.

XVII. -- A D. Pedro di Toledo

Ben si richiede al vostro almo splendoredel chiaro sangue, e a la virtù eccellente,che si canti Signore eternamentene' giochi di Parnaso il vostro onore;

ond'è ch'a dir di voi, dentr'al mio cores'accende ognor un vivo foco ardente;ma come a l'alta impresa non si sentel'anima ugual, si spenge il novo ardore.

Non s'assicura nel profondo senodi vostre glorie entrar mia navicellasotto la scorta del mio cieco ingegno.

Solchi 'l gran mar di vostre lodi a pienopiù felice alma, a cui più chiara stellaporga favore in più securo legno.

XVIII. -- A Pietro Bembo

Bembo, io che fino a qui da grave sonnooppressa vissi, anzi dormii la vita,or da la luce vostra alma infinita,o sol d'ogni saper maestro e donno,

desta apro gli occhi, sì ch'aperti ponnoscorger la strada di virtù smarrita;ond'io lasciato ove 'l pensier m'invitade la parte miglior per voi m'indonno:

e quanto posso il più mi sforzo anch'io,scaldarmi al lume di sì chiaro foco,per lasciar del mio nome eterno segno.

E o non pur da voi si prenda a sdegnomio folle ardir, che se 'l sapere è poco,non è poco, Signor, l'alto disìo.

[V. 2 B. dormì; - C. D. dormii.][3 E. dalla.][12 Ed oh! - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 111.]

XIX. -- A Ridolfo Baglioni

Signore in cui valore e cortesiagiostrano insieme ognor tanto ugualmente,che discerner non puote umana mente,di qual di lor più la vittoria sia;

mia fredda Musa a voi già non s'inviaper celebrar vostra virtute ardente;ma perch'in voi nomar conosce e sente,sorger nel vostro onor la gloria mia.

Ben porta nel mio core un caldo affettoil vivo lume vostro, ch'è sì chiaro,che risplender si vede in ogni parte.

Ma prenda voi per degno alto suggetto,chi al quieto Apollo è tanto caro,quanto voi sete al bellicoso Marte.

[V. 2 B. egualmente;][8 C. scorger.]

XX. -- A Francesco Crasso

La nobil valorosa antica gente,che di novo i fratelli ancisi vede,e in acerbo esilio a pianger riede,Signore, a te, s'inchina umilemente.

E potendo vendetta arditamentegridar da' monti, e piaghe, e mille prede,mercè sola e pietate a te richiede,di comune voler, pietosamente.

O sanator de le ferite nostre,mira la velenosa e cruda rabbia,che 'l sangue giusto, ingiustamente sugge.

Così tosto avverrà, ch'in te si mostre,com'a gran torto, tanti danni or abbiala gente, cui pietate e doglia strugge.

[V. 2 B. D. E. nuovo.][6 B. C. D. E. de' morti. _Componimenti poetici_, ecc.,ediz. cit. pag. 112.]

XXI. -- Al Molza

Poscia (ohimè) che spento ha l'empia mortel'alma gentil, ch'in sua più verde etade,a gran passi salìa l'erte contradeche menan dritto a la superna corte;

chi fia che leggi così crude e torte,spirti amici d'onor e di bontade,non pianga meco ognor, ch'a le più radevirtù die' sempre il ciel vite più corte?

Molza ben pianger dei, poi ch'al caminoove ti sprona un disusato ardire,perduta hai meco la più fida scorta.

Io per me dopo sì fero destinonon voglio altro, non deggio che morirese morir deve e puote, chi è già morta.

[V. 1 B. l'avara; C. D. empia.]

XXII. -- Al Colonnello Luca Antonio

Poi che rea sorte ingiustamente premevoi, ch'alto albergo sete di valore,sento, spirto gentil, un tal dolore,che con voi l'alma mia ne giace insieme.

L'anima mia ne giace, e 'l petto geme,di non poter mostrar nel riso il core,a voi, cui bramo con perpetuo onore,piacer servendo, insino a l'ore estreme

Il disìo d'ora in ora a voi mi porta:quindi rispetto onesto mi ritiene:e disvoler conviemmi quel ch'io voglio.

In sì dubbioso stato mi conforta,che ben v'è noto quel che si conviene,e questo fa minore il mio cordoglio.

[V. 1 E. Poichè.][2 siete.][8 all'ore. - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 112.]

XXIII. -- Ad Ugolino Martelli

Mentre ch'al suon de i dotti ornati versi,fate d'Arno suonar l'ampie contrade,cantando insieme a più ch'ad una etadecon le virtù, ch'a voi sì amiche fersi,

a me, caro Martel, sono tanto avversii fati, ch'ogni ben dal cor mi cade;e per occulte, solitarie strade,vo' lagrimando il dì che gli occhi apersi.

Tal che del pianto mio, del mio languire,languisce e piagne ogni sterpo e ogni sasso,e le fiere e gli augelli in ogni parte.

Voi mentre affligge me l'empio martire,deh! consolate lo mio spirto lasso,con vostre eterne e onorate carte.

XXIV. -- Allo stesso

Più volte, Ugolin mio, mossi il pensieroper risonar con la zampogna mia,vostra rara virtute e cortesia,poggiando al ciel col bel suggetto altero.

Ma, lassa, invan m'affanno (o destin fero)che roco è 'l suono, e la mia sorte ria,sì dietro a i miei dolor tutta m'invia,che levarmi da terra, unqua non spero.

Cantino altri di voi tanti pastori,che pascon le lor gregge a l'Arno intorno,a cui le Muse, a cui fortuna è amica;

io s'unqua al mio felice stato torno,non pur non tacerò miei santi ardori,ma voi sarete mia maggior fatica.

[V. 1 E. movo][10 greggie.][_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 115.]

XXV. -- Allo stesso_(Cod. Vat. Ottob. 1595)._

Ho più volte, Signor, fatto pensierodi risonar con la zampogna mia,di te il valor e l'alta cortesia,salendo al ciel presso al suggetto altiero.

Ma, lassa, invan m'affanno, o destin fiero,che roco è 'l suono, e mia fortuna rìa,sì dietro a miei dolor tutta m'invia,che levarmi di terra indarno spero.

Cantin di te tanti gentil pastori,che pascon le lor greggie al Po d'intorno,a cui le Muse, a cui fortuna è amica:

forse il mio Mopso ancor, fatto ritorno,farà sentir non pur suoi bassi amori,ma tu sarai la sua maggior fatica.

[Questo sonetto diretto prima al Martelli, appare qui scritto per ilMuzio come chiaramente rilevasi dal nome di _Mopso_.]

XXVI. -- Allo stesso

Ben sono in me d'ogni virtute accesele voglie tutte, e gli spirti alto intenti;ma 'l poter e l'oprar sì freddi e spenti,ch'io mi veggo aver l'ore indarno spese.

Onde non lodi no, ma gravi offesemi son le rime vostre, e però tentivostr'alto stil, fra tante e sì eccellenti,mille di lui cantar più degne imprese.

Ben può celar il ver finta bugia,a qualche tempo, o 'n qualche loco, o parte:ma non sì ch'ei non vinca, e 'n sella stia,

dunque per più secura e corta via,rivolgete, Ugolin, tanta vostra arte,ch'in altrui molto, in me poco sarìa.

[Risposta al sonetto, del Martelli: _Se lodando di voi quel che palese._]

XXVII. -- A Benedetto Varchi

Varchi, da cui giammai non si scompagnail coro de le Muse, e ch'a l'affannocom'a la gioia, a l'util com'al danno,sempre avete virtù fida compagna;

qual monte, o valle, o riviera, o campagna,non sarìa a voi più che dorato scanno:se come fumo innanzi a lei sen vannogli umani affetti, ond'altri più si lagna?

O perchè errar a me così non licecon voi pe' i boschi, com'ho 'l core acceso,de l'onorate vostre fide scorte?

Ch'avendo ogni pensiero al cielo inteso,vivendo viverei vita felice,e morta sperarei vincer la morte.

XXVIII -- Allo stesso

Varchi, il cui raro e immortal valore,ogni anima gentil subito invoglia,deh! perchè non poss'io, com'ho la vogliadel vostro alto saver colmarmi il core?

che con tal guida so ch'uscirei fore,de la man di fortuna, che mi spogliad'ogni usato conforto: e ogni mia dogliacangerei in dolce canto, e 'n miglior ore.

Ahi! lassa, io veggio ben che la mia sortecontrasta a così onesto e bel desire,sol perchè manch'io sotto l'aspre some.

Ma s'i me pur così convien finire,la penna vostra almen, levi il mio nomefuor degli artigli d'importuna morte.

[V. 4 E. saper.][5 fuore.][6 Delle.][11 Sol perch'io manchi.][_Componimenti poetici_, ecc. ediz. cit. pag. 113.]

XXIX. -- Allo stesso

Quel che 'l mondo d'invidia empie e di duolo,quel che sol di virtute è ricco e adorno,quel che col suo splendor un lieto giornochiaro ne mostra a l'uno e all'altro polo:

quel sete Varchi voi, quel voi che solo,fate col valor vostro oltraggio e scornoa i più lontan, non ch'ai vicin d'intorno;ond'io v'ammiro, riverisco e colo.

E di voi canterei mentre ch'io vivo,s'al gran suggetto il mio debile stile,giunger potesse di gran spazio almeno.

O pur non fosse a voi noioso e schivoquesto mio dire, scemo e troppo umile:che per voi renderassi altero e pieno.

XXX. -- Allo stesso

Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati,sieno al bel gregge tuo, dolce pastorevero d'Arcadia e di Toscana onore,più chiaro fra i più chiari e più pregiati:

se tanto in tuo favor girino i fati,che mai tor non ti possa il dato coreFilli, nè tu a lei tuo santo amore,onde vi gridi ogni uom saggi e beati:

dinne, caro Damon, s'alma sì vilee sì cruda esser può, ch'essendo amatarenda invece d'amor tormenti e morte.

Ch'io temo (lassa) se 'l tuo dotto stilenon mi leva il dubbiar, d'esser pagatadi tal mercede, sì dura è mia sorte.

[V. 7 E. casto.][_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.]

XXXI. -- Allo stesso

Dopo importuna pioggias'allegrano i pastor, quando 'l serenociel si discopre lor di stelle pieno;

e dopo 'l corso de l'instabil luna,ne l'apparir del sole,gioisce ogni animal che brama il giorno;

e l'alto Dio lodar ben spesso suole,dopo l'aspra fortuna,spaventato nocchier al porto intorno;

e 'l Varchi è al suo ritornoseren, sol, porto: e chi ha d'onor disìo,si rallegra, gioisce e loda Iddio.

[V. 10 B. Varchi al; C. D. Varchi è al.]

XXXII. -- A Girolamo Muzio

Voi ch'avete fortuna sì nimica,com'animo, valor e cortesia,qual benigno destino oggi v'inviaa riveder la vostra fiamma antica?

Muzio gentile, un'alma così amicaè soave valore a l'alma mia,ben duolmi de la dura e alpestra viacon tanta non di voi degna fatica.

Visse gran tempo l'onorato amorech'al Po già per me v'arse. E non cred'ioche sia sì chiara fiamma in tutto spenta.

E se nel volto altrui si legge il core,spero ch'in riva d'Arno il nome mioalto sonar ancor per voi si senta.

[V. 1 E. nemica.][13 all'Arno.][14 Alto per voi suonare ancor si senta.][_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 113.]

XXXIII. -- Allo stesso

Fiamma gentil che da gl'interni lumicon dolce folgorar in me discendi,mio intenso affetto lietamente prendi,com'è usanza a tuoi santi costumi;

poi che con l'alta tua luce m'allumie sì soavemente il cor m'accendi,ch'ardendo lieto vive e lo difendi,che forza di vil foco nol consumi.

E con la lingua fai che 'l rozo ingegno,caldo dal caldo tuo, cerchi inalzarsiper cantar tue virtuti in mille parti;

io spero ancor a l'età tarda farsinoto che fosti tal, che stil più degnouopo era, e che mi fu gloria l'amarti.

[V. 5 E. coll'alta.][8 foco lo consumi.][14 d'amarti.][_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.]

XXXIV. -- Allo stesso

Spirto gentil, che vero e raro oggettose' di quel bel, che più l'alma disìa,e di cui brama ognor la mente miaessere al tuo cantar caro suggetto;

se di pari n'andasse in me l'effettocon le tue lode, onor render potrìamia penna a te; ma poi mia sorte rìam'ha sì bramato onor tutto interdetto.

Sol dirò, che seguendo la sua stella,l'anima tua da te fece partita,venendo in me, com'in sua propria cella;

e la mia, ch'ora è teco insieme unita,ten può far chiara fede, come quella,che con la tua si mosse a cangiar vita.

[V. 2 D. Sei; E. desia.][5 si andasse.][_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag, 116. - Risposta alsonetto del Muzio: _Donna, il cui grazioso e altero aspetto_.]

XXXV. -- A Bernardo Ochino

Bernardo, ben potea bastarvi averneco 'l dolce dir, ch'a voi natura infonde,qui dove 'l re de fiumi ha più chiare onde,acceso i cuori a le sante opre eterne;

che se pur sono in voi pure l'internevoglie, e la vita al vestir corrisponde,non uom di frale carne e d'ossa immonde,ma sete un voi de le schiere superne.

Or le finte apparenze, e 'l ballo, e 'l suono,chiesti dal tempo e da l'antica usanza,a che così da voi vietati sono?

Non fora santità, fora arroganzatorre il libero arbitrio, il maggior donoche Dio ne diè ne la primiera stanza.

XXXVI. -- Ad Emilio Tondi

Siena dolente i suoi migliori invitaa lagrimar intorno al suo gran Tondi,al cui valor ben furo i cieli secondi,poscia invidiaro l'onorata vita.

Marte il pianger di lei col pianto aita,morto 'l campion, cui fur gli altri secondi;io prego i miei sospir caldi e profondi,ch'a sfogar sì gran duol porgano aita.

So che non pon recar miei tristi accenti,a voi, messer Emilio, alcun conforto,che fra tanti dolori il primo è 'l vostro.

Ma 'l duol si tempri; il suo mortale è morto;vive 'l suo nome eterno fra le genti:l'alma trionfa nel superno chiostro.

XXXVII. -- A Tiberio Nari

Se veston sol d'eterna gloria il mantoquei che l'onor più che la vita amaro,perchè volete voi, gentil mio Naro,render men bella con acerbo pianto

quella lode immortale e chiara tanto,di cui mai non sarà chi giunga al parodel valoroso vostro fratel caro,che morendo portò di morte 'l vanto?

Scacciate 'l duol è rasserenate il volto;e le unite da lui nemiche spogliesacrate a lui, che già trionfa in cielo.

E da questo mortal caduco velopiù che mai vivo, ormi libero e sciolto,par ch'a seguirlo ogni bell'alma invoglie.

XXXVIII. -- A Piero Manelli

Poi che mi diè natura a voi simileforma e materia, o fosse il gran Fattore,non pensate ch'ancor disìo d'onoremi desse, e bei pensier, Manel gentile?

Dunque credete me cotanto vile,ch'io non osi mostrar cantando, fore,quel che dentro n'ancide altero ardore,se bene a voi non ho pari lo stile?

Non lo crediate, no, Piero, ch'anch'iofatico ognor per appressarmi al cielo,e lasciar del mio nome in terra fama.

Non contenda rea sorte il bel desìo,che pria che l'alma dal corporeo velosi scioglia, sazierò forse mia brama.

[V. 7 D. m'ancide.]

XXXIX. -- Allo stesso

Amore un tempo in così lento focoarse mia vita, e sì colmo di dogliastruggeasi 'l cor, che quale altro si vogliamartir, fora ver lei dolcezza e gioco.

Poscia sdegno e pietate a poco a pocospenser la fiamma, ond'io più ch'altra soglialibera da sì lunga e fera voglia,giva lieta cantando in ciascun loco.

Ma 'l ciel nè sazio ancor (lassa) nè stancode' danni miei, perchè sempre sospiri,mi riconduce a la mia antica sorte;

e con sì acuto spron mi punge il fianco,ch'io temo sotto i primi empii martiricader, e per men mal bramar la morte.

[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 115.][_Parnaso italiano ovvero raccolta di poeti classici italiani_,Venezia 1787, presso Antonio Zatta, vol. XXX, pag. 240.][_Scelta di sonetti e canzoni dei più celebri rimatori d'ognisecolo_. Quarta edizione con nuova aggiunta. Parte seconda checontiene i rimatori dal 1550 sino al 1600 e del 1600. In Venezia,presso Lorenzo Baseggio, 1784 in-12, a carte 532.]

XL. -- Allo stesso

Qual vaga Filomela, che fuggitaè da l'odiata gabbia, e in superbavista sen va tra gli arboscelli e l'erba,tornata in libertate e in lieta vita;

er'io da gli amorosi lacci uscita,schernendo ogni martìre e pena acerbade l'incredibil duol, ch'in sè riserbaqual ha per troppo amar l'alma smarrita.

Ben avev'io ritolte (ahi stella fera!)dal tempio di Ciprigna le mie spoglie,e di lor pregio me n'andava altera;

quand'a me Amor: le tue ritrose voglie,muterò, disse; e femmi prigionieradi tua virtù, per rinovar mie doglie.

XLI. -- Allo stesso

Felice speme, ch'a tant'alta impresaergi la mente mia, che ad or ad oradietro al santo pensier che la innamora,sen vola al Ciel per contemplare intesa.

De bei disir in gentil foco accesa,miro ivi lui, ch'ogni bell'alma onora,e quel ch'è dentro, e quanto appar di fora,versa in me gioia senz'alcuna offesa.

Dolce, che mi feristi, aurato strale,dolce, ch'inacerbir mai non potrannoquante amarezze dar puote aspra sorte;

pro mi sia grande ogni più grave danno,che del mio ardir per aver merto ugualepiù degno guiderdon non è che morte.

[CRESCIMBENI: _Istoria della volgar poesia_, Venezia, presso LorenzoBaseggio, 1730, vol. IV, pag. 68.]

XLII. -- Allo stesso

S'io 'l feci unqua che mai non giunga a rival'interno duol, che 'l cuor lasso sostiene;s'io 'l feci, che perduta ogni mia spenein guerra eterna de vostr'occhi viva;

s'io 'l feci, ch'ogni dì resti più privade la grazia, onde nasce ogni mio bene;s'io 'l feci, che di tante e cotai pene,non m'apporti alcun mai tranquilla oliva;

s'io 'l feci, ch'in voi manchi ogni pietade,e cresca doglia in me, pianto e martìredistruggendomi pur come far soglio;

ma s'io no 'l feci, il duro vostro orgoglioin amor si converta: e lunga etadesia dolce il frutto del mio bel disire.

XLIII. -- Allo stesso

Se ben pietosa madre unico figlioperde talora, e nuovo, alto dolorele preme il tristo e suspiroso core,spera conforto almen, spera consiglio.

Se scaltro capitano in gran periglio,mostrando alteramente il suo valore,resta vinto e prigion, spera uscir fuorequando che sia con baldanzoso ciglio.

S'in tempestoso mar giunto si duolespaventato nocchier già presso a morteha speme ancor di rivedersi in porto.

Ma io, s'avvien che perda il mio bel sole,o per mia colpa, o per malvagia sorte,non spero aver, nè voglio, alcun conforto.

XLIV. -- Allo stesso

Se forse per pietà del mio languireal suon del tristo pianto in questo locoten vieni a me, che tutta fiamma e focoardomi, e struggo colma di disire,

vago augellino, e meco il mio martìrech'in pena volge ogni passato gioco,piangi cantando in suon dolente e roco,veggendomi del duol quasi perire;

pregoti per l'ardor che sì m'addoglia,ne voli in quella amena e cruda valleov'è chi sol può darmi e morte e vita;

e cantando gli di' che cangi voglia,volgendo a Roma 'l viso, e a lei le spalle,se vuol l'alma trovar col corpo unita.

XLV. -- Allo stesso

Ov'è (misera me) quell'aureo crinedi cui fe' rete per pigliarmi Amoreov'è (lassa) il bel viso, onde l'ardorenasce, che mena la mia vita al fine?

Ove son quelle luci alte e divinein cui dolce si vive e insieme more?ov'è la bianca man, che lo mio corestringendo punse con acute spine?

Ove suonan l'angeliche parole,ch'in un momento mi dan morte e vita?u' i cari sguardi, u' le maniere belle?

Ove luce ora il vivo almo mio sole,con cui dolce destin mi venne in sortequanto mai piovve da benigne stelle?

XLVI. -- Ad Alessandro Arrighi

Spirto gentil, s'al giusto voler mionon è cortese il cielo e amico tanto,ch'io possa con ragion lodarvi quantome fate, e io far voi spero e desio;

dolgomi del mio fato acerbo e rio,che ciò mi niega, rivolgendo in piantoil mio già lieto e dilettoso canto,per cui fan gli occhi miei si largo riso.

Ma se fortuna mai si mostra amicaa le mie voglie, non dubito ancorapoter cantarvi tal qual mio cor brama,

e far sentir per questa piaggia aprìcaquant'è 'l valor, ch'in voi mio core onora,piacciavi s'or lo riverisce e ama.

[Risposta al sonetto dell'ARRIGHI: _S'un medesimo stral duo pettiaprìo_.]

XLVII. -- A Lattanzio de' Benucci

Io ch'a ragion tengo me stessa a vile,nè scorgo parte in me che non m'annoi,bramando tormi a morte e viver poine le carte d'un qualche a voi simile,

cercando vo per questo lieto apriled'ingegni mille, non pur uno o doisuggetti degni de i più alti eroi,e d'inchiostro al mio tutto dissimile.

Però dovunque avvien, che mai si nomealteramente alcuno, indi m'ingegnotrar rime, onde s'eterni il nome nostro.

E spero ancor, se 'l mio cangiar di chiomenon rende pigro questo ardito ingegno,d'Elicona salire al sacro chiostro.

[Risposta al sonetto del BENUCCI: _Deh, non volgete altrove il dotto stile_.]

XLVIII. -- Ad Antonio Grazzini _(Lasca)_

Io che fin qui quasi alga ingrata e vilesprezzava in me così l'interna parte,come u' di fuor, che tosto invecchia e parteda noi ben spesso nel più bello aprile,

oggi, Lasca gentil, non pur a vilenon mi tengo (mercè de le tue carte)ma movo ancor la penna ad onorarte,fatta in tutto a me stessa dissimile.

E come pianta che suggendo piglianovo licor da l'umido terrenomanda fuor frutti e fior, benchè s'attempi:

tal'io potrei, sì nuovo mi bisbigliapensier nel cor di non venir mai meno,dar forse ancor di me non bassi esempi.

[V. 3 B. un; C. D. u'][Risposta al sonetto del LASCA: _Se 'l vostro alto valor, Donna gentile_.]

XLIX. -- A Nicolò Martelli

Ben fu felice vostro alto destino,poi che vena vi die' tanto feconda,che 'l santo Apollo il vostro dir secondapiù ch'ei non fece al suo diletto Lino.

Il coro de le Muse a capo chinolieto v'onora, e 'l bel crin vi circondadi vaghi fiori e d'odorata fronda:perchè ragion è ben s'a voi m'inchino.

Il cantar vostro l'anime innamora,e le fa da se stesse pellegrine,che celeste virtù può ciò che vuole.

E 'n voi mirando grazie sì divinechi ha più gentil spirto più v'onora,altri d'invidia si lamenta e dole.

[V. 7 adorata; C. D. odorata.][8 E. Quindi.][11 fa.][14 duole.][_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 116. - Risposta alsonetto del MARTELLI: _Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino._]

L. -- A Simone Porzio

Porzio gentile, a cui l'alma naturae i sacri studi han posto dentro 'l corevirtù, ch'esser vi fa primo cultoredi lei, cui 'l cieco mondo oggi non cura;

poi che rendete a feconda colturasue alpestre piaggie, onde d'eterno onoresemi spargete, e d'immortal valorecogliete frutti che 'l tempo non fura;

piacciavi, prego, che vostra alta mentea l'umil pianta mia volga il pensieio,s'ella forse non n'è del tutto indegna,

che di quel che per me poter non spero,col favor vostro a la futura gentedi maraviglia ancor si farà degna.

LI. -- A Giordano Orsini

Alma gentil, in cui l'eterna mente,per farvi sovra ogni alma, bella e chiara,pose ogni studio; onde per voi s'imparala via di gir al ciel sicuramente;

sì come il mondo della più eccellentecosa di voi non ha, nè tanto cara;e come sola sete e non pur rarad'ogni virtute ornata interamente;

potess'io dirne appien quanto 'l cor brama,che d'invidia empirei e di doloreogni spirto più saggio e più gentile,

benchè vostro valor eterna famaper se vi acquisti, caro mio signore,quanto 'l sol gira e Battro abbraccia e Tile.

LII. -- Al Card. di Tournon

Sacro pastor, che la tua greggia umile,di caritade acceso e d'Amor pieno,guidi fuor del mortal camin terreno,per ricondurla al suo celeste ovile;

se 'l ben'oprar ti rende a Dio simile,or che raggio divin le scalda il seno,ricevi o Santo nel tuo pasco amenoquesta tua pecorella errante e vile;

sì che possa ridotta in piagge apriche,ove nocer non può contraria sorte,nè fiere stelle al nostro danno intente;

poste in oblìo l'acerbe sue fatichefuggir le pompe, e disprezzar la morte,tenendo sempre in Dio ferma la mente.

[Sta nel: _Sesto libro delle rime di diversi eccellenti autori,nuovamente raccolte et mandate in luce con un discorso di GIROLAMORUSCELLI, al molto Reverendo et honoratiss. Monsignor GirolamoArtusio. Con gratia et privilegio_. In Vinegia, al _Segno del Pozzo_,M.D.LIII, a carte 182.]

LIII. -- Allo stesso

Signor nel cui divino alto valoretanto si gloria l'una Gallia altera,e l'altra tutta mesta e afflitta sperapor fin a l'aspro suo grave dolore,poscia che voi tornando, il suo splendoretorna e fa bella Roma:ecco la sparsa chioma,ella v'accoglie lieta, e manda fore,voci gioconde a asciuga gli occhi molli,e Tornon grida 'l Tebro e i sette colli.

La pace, la letizia, a la sublimeschiera de le virtù sacre, ch'a noispariro al partir vostro, ora con voiriedono, e fan contesa al tornar primele Muse a celebrarvi in versi e in rime;destano i chiari spirti,ond'or s'ergano i mirti,e i lauri spargon l'onorate cime,e prima de l'usato il mondo infiora,e l'aria empie d'odor Favonio e Flora.

Fra tanto almo gioir, fra tanta festa,ch'oggi al vostro tornar si mostra e sente,anch'io la speme, e la letizia spentepoter nudrir ne l'alma dubbia e mesta,se mirate, Signor, quel che m'infestanoioso e aspro duoloche voi potete soloridurmi in porto da crudel tempesta,e volgendo ver me pietoso il cigliotrar mia vita di doglia e di periglio.

Canzon, se innanzi a lui per grazia arrivi,che dee chiuder di Giano il tempio aperto,benchè nulla è 'l mio merto,pregal, che sola non mi lasci in guerrapoi che per lui si spera pace in terra.

[_Sesto libro delle Rime_ raccolte dal RUSCELLI, Venezia 1553, c. 183.]

LIV.

Se materna pietate afflige il coreonde cercando in questa parte e in quellail caro figlio tuo, Lilla mia bella,piangi, e cresci piangendo il tuo dolore:

a te, ch'animal se' di ragion fore,e non intendi (ohimè) quanto rubellasia stata ad ambe noi sorte empia e fella,togliendo a te 'l tuo figlio, a me 'l mio amore;

che far (lassa) degg'io? Qual degno piantoverseran gli occhi miei dal cor mai sempre,che conosco il tuo male, e 'l mio gran danno?

Chi potrà di Psichi con alto cantocantar l'altere lodi: o con quai tempretemprar quel, che mi da sua morte affanno?

[V. 3 Lilia; C. D. Lilla.][5 C. D. sei.][12 C. D. Chi di Psichi potrà.]

LV.

Ben mi credea fuggendo il mio bel solescemar (misera me) l'ardente fococon cercar chiari rivi, e starne a l'ombrane i più fronzuti e solitarii boschi;ma quanto più lontan luce il suo raggiotanto più d'or in or cresce 'l mio vampo.

Chi crederebbe mai che questo vampocrescesse quanto è più lontan dal sole?E pur il provo, che quel divin raggioquant'è più lunge più raddoppia il foco:nè mi giova abitar fontane o boschi,ch'al mio mal nulla val, fresco, onda od ombra.

Ma non cercherò più fresco, onda od ombra,che 'l mio così cocente e fero vamponon ponno ammorzar punto fonti o boschi;ma ben seguirò sempre il mio bel sole,poscia che nuova salamandra in focovivo lieta, mercè del divo raggio.

[V. 10 B. longe; C. D. lunge.]

[LV.]_(Codice Vat. Ottob. 1595, c 118-119)_

Ben mi credea fuggendo il mio bel solescemar misera a me l'estremo fuoco,con cercar chiari rivi e stare all'ombradei verdi faggi ed abitar fra boschi;ma quanto più lontano è il suo bel voltotanto più d'or in or cresce 'l mio vampo.

Chi crederebbe mai che questo vampocrescesse quanto è più lontan dal sole?Io pur il provo, che quel divin voltoaccresce e 'n me raddoppia ognor il fuoco,nè mi giova cercar fontane o boschi,che questo sol non cuopre e frondi ed ombra.

Non cercarò vie più posare all'ombraper minuire il mio cocente vampo,nè, lassa, errando, gir tra folti boschi;ma ben seguirò io sempre quel soleper cui sì lieta mi nutrico in fuoco,che a ciò mi sforza il cielo col suo bel volto.

Deh! perchè non m'alluma il vivo raggioovunqu' io vado, o per sole o per ombra,che lieta soffrirei sì dolce foco,e contenta morrei del suo gran vampo?Ma non spero giammai, lassa, che 'l solescopra giorno sì chiaro in questi boschi.

Ond'avrò sempre in odio i monti e i boschiche m'ascondon la luce di quel raggio,che splende e scalda più de l'altro sole;biasmi chi vuole e fugga i raggi a l'ombra,ch'io per me cerco sempre e lodo il vampoche m'arde e strugge in sì possente foco.

Quanto dunque mi fora grato il foco,ingrati i monti, e le fontane, e i boschi,u' non veggo il mio sole e sento il vampos'io potessi appressar l'amato raggioe del mio stesso corpo a lui far ombra,e quando parte e quando torna il sole.

Prima sia oscuro il sole e freddo il foco,nè faranno ombra in nessun tempo i boschi,che del bel raggio in me non arda il vampo.

[V. 11 B. certo.]

Deh! perchè non è meco il sacro voltodovunque io vadi, o per sole o per ombra,ch'avria forse men forza al cuore il fuocoe soffrirei più lieta ogni mio vampo;ma puote solo un raggio del mio solefarmi beata ne gli ombrosi boschi.

E perciò in odio avrò sempre quei boschiche torrammi il veder del sacro volto,e i chiari raggi dell'almo mio soleche fean sgombrar le nube e fuggir l'ombra,e me sola gioir nel chiaro vampoqual salamandra nel più ardente fuoco.

Quanto mi fora dilettoso il fuoco,noiosi i fonti e via men grati i boschi,men cari i faggi e men noioso il vampo,s'unir potessi il mio volto al bel voltoe col mio stesso corpo al suo far ombre,ben d'arder godrei toccando il sole.

Deh, dicesse il mio sole: anch'io sto in focoperò non cercar più ombra ne' boschi,che vo' che 'l volto mio tempri il tuo vampo.

[Questo componimento fu probabilmente diretto al MANELLI, quantunqueil _sacro volto_ lasci credere trattarsi di qualche porporato.]

LVI.

Alma del vero bel chiara sembianza,a cui non può far schermo nè riparocosì gentil e cristallina stanzache non mostri di fuor l'altero e rarosplender, che sol ne da ferma speranzadel ben, ch'unqua non fura il tempo avaro:deh! fa, se morta m'hai, ch'in te rinnoviacciò di doppia morte il viver pruovi.

[CRESCIMBENI. _Istoria della volgar poesia_, ecc., ediz. cit., vol. I,pag. 36.]

LVII._(cod. Vat. Ottob. 1595, c. 119)_

Lieto viss'io sotto un bianco lauroe vivrò fin che 'l bianco amor m'infondinon per ornar le tempie d'ostro e d'auroma sol delle tue sacre altiere frondi;ma poi che più e più volte il sole in Taurotornato fa che i suoi bei crini ascondise s'affredda stagion mutarà il corso,i frutti seccarà, le frondi e il dorso.

[Questa stanza è attribuita all'Aragona e diretta a _Madonna LauraSpinelli_, alias _Ninì_. Nell'edizione prima delle _Rime_ possedutadalla Biblioteca Vittorio Emanuele il sonetto n. XXX porta scrittosopra a penna: alla _S. Philomena Ninì_.]

RIME A TULLIA D'ARAGONA

1. -- Di Girolamo Muzio

Amor nel cor mi siede e vuoi ch'io dicadi qual esca racceso a l'alma miasia 'l novo ardor, qual il soggetto siach'è de l'animo mio dolce fatica.

Alma gentil d'alti pensieri amica,lumi amorosi, angelica armonia,fan ch'ogni mio disir lieto s'inviaper le vestigia de la fiamma antica.

Colei ch'io canto, nacque in su le spondedel chiaro fiume che d'eterni alloriben mille volte ornò le verdi chiome;

visse in tenera etate presso a l'ondedel più bel fonte che Toscana onori:la sua stirpe è Aragon: Tullia il suo nome.

2. -- Dello stesso

Donna che sete in terra il primo oggettoa l'anime amorose e ai gentil cori,e i cui gloriosi e alteri onorisono al mio stile altissimo soggetto;

in voi stessa si volga il chiaro aspettode l'alma vostra, in cui degli alti coririsplende il bel, e 'n tutti i vostri ardorifiammeggiar si vedrà celeste affetto.

Vedrete in voi mirando l'alma mia,ch'in voi sempre si specchia e si fa bella,per infiammarvi in me del vostro lume.

E 'l farà sì, per quel che mi favellanel petto amor, se rio mortal costumedietro a bassi pensier non vi disvia.

3. -- Dello stesso

Anima bella, che da gli alti chiostrifosti mandata in questo cieco infernoa consumar nel suggetto ampio e eterno,i più famosi e più purgati inchiostri;

mentre s'affannan gl'intelletti nostria contemplar il tuo valore interno,con la voce e con gli occhi al ben supernogl'inalzi, e d'ire al ciel la via ne mostri.

Quinci è che quale ha in terra alma più rara,infiammata dal sol, ch'in te riluce,più lieta a te rivolge ogni pensero.

Ed io, poi che tua fiamma in me traluce,forse più ch'in altri soave e chiara,e porto 'l cor d'eterna gloria altero.


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