4. -- Dello stesso
Quando 'l raggio del bel, ch'in voi risplende,per l'orecchie e per gli occhi al mio mortaletrapassa, o Donna, un chiaro ardor m'assale,che d'eterno disio tutto m'incende.
L'anima allor, che 'l novo affetto intendemover d'alta cagione, ogni mortalepiacer schernendo, e al ciel battendo l'ale,verso l'amato lume il camin prende:
e com'aquila al sol drizzando gli occhial foco vostro s'erge a la salita,dove alfin pace le promette amore.
Deh! siate larga a lei del bel splendore,e porgete al suo volo pronta aita,acciocchè inferma e cieca non trabocchi.
5. -- Dello stesso
Mentre le fiamme più che 'l sol lucenti,onde amor m'arde e già gran tempo m'arse,vaghi occhi miei non vi si mostran scarse,mandate nel mio core i raggi ardenti;
orecchi miei, mentre bramosi e intentinotate 'l suon, che di su in terra apparse,e ne van le sue voci all'aura sparse,inviate a la mente i sacri accenti;
anima mia, mentre in mortale oggettoscorgi ch'eterno è quel che dentro avampa,allarga il seno al sempiterno zelo:
e vi rimembri che sì chiara lampa,sì soave tenor, spirto sì chiaro,sono a voi scala da salire al cielo.
6. -- Dello stesso
Amore ad ora ad or battendo l'aledal grave incarco leva il mio pensero,e nel conduce per erto senteroa gir in parte, ove uom per sè non sale.
E quivi ne l'oggetto alto e immortalegli dimostra l'esempio vivo e vero,onde discese il nostro spirto alteroa dover informar cosa mortale.
L'anima accesa a l'eterna vaghezza,tutta s'accende a far novo disegnodel bel, ch'entro dipinge il divo aspetto.
Ma come poi si move il basso ingegno,donna mia, per salire a tanta altezza,cade lo stile, e manca l'intelletto.
7. -- Dello stesso
Superbo Po, ch'a la tua manca rivatutto lieto ti volgi d'ora in ora,per mirar lei, che le tue piaggie infiora,e ti fa in mezzo l'onde fiamma viva;
che fa la nostra, ho da dir Donna, o Diva,lei, che del ben del ciel l'alme innamora?Oh fosse lunga a lei la mia dimora!Pensa ella almen ch'io di lei pensi o scriva?
Deh! com'io dico ognor: foss'io con leicosì fosse talora il suo pensiero,or che dee far di me privo il meschino;
oh vedesse ella aperti i dolor miei,ch'io so che di pietà quel spirto alteroporteria gli occhi molli, e 'l viso chino.
8. -- Dello stesso
Or di là se ne vien questa dolce ora,ov'è colei che col suo divo aspetto,mette dentro al mio cor l'ardente affetto;ond'ancor la sua vista mi ristora.
Oh se così potesse a ciascun oraessere a lei presente il mio imperfetto,come sempre la scorge il mio intellettoio sarei pur d'ogni tormento fora.
Che se dal mover di quest'aura io sentoper sua virtù conforto a i miei martìri,ben dovrei seco sempre esser contento.
Battete l'ale o vaghi miei sospiri,e colà andando onde si parte il vento,a lei portate i miei caldi disiri.
9. -- Dello stesso
Lasso, onde avvien che qui non fa ritornoil chiaro dì, sì come altrove sole?Non ci risplende il lume di quel soleche solo suole a gli occhi tuoi far giorno.
In questo altrui sì placido soggiorno,perchè son le campagne ignude e sole?Non ci spira il favor de le paroleche fanno a sè fiorir le piaggie intorno.
Poi ch'a te chiuse sono ambe le portede gli occhi e de l'orecchie, anima mia,ond'esser può che più letizia speri?
Pensa misero a te, chi ti conforteche me al mio bene ad ora ad or n'inviail santo amor con l'ale de i pensieri.
10. -- Dello stesso
Oh se tra queste ombrose e fresche rive,ch'or cercan solitarii i passi miei,meco ne fosse e con amor con lei,di cui 'l cor sempre parla e la man scrive;
ella a seder qui presso a l'acque vivesi porria in grembo a l'erba, io in grembo a lei,e da i boschi trarriano i semideial sacro aspetto e le silvestre dive.
Io lei mirando, a dir del suo valoresnoderei la mia lingua, e alcun di lorosegneria per li tronchi il chiaro nome;
ella gioiosa e umile in tanto onoreforse di varii fior, forse d'alloro,tesseria una ghirlanda a le mia chiome.
11. -- Dello stesso
Spirto gentile in cui sì chiaramentee ne la mortal parte e ne l'eterna,fiammeggia il sol de la bontà superna,ch'altro non è fra noi lume sì ardente;
mentre io con gli occhi e con l'orecchie intenteraccolgo il doppio bel, che mi governa,sì vivo foco in me da voi s'internache tutta illuminar l'alma si sente;
poi, non capendo in me l'immensa fiamma,convien ch'in alcun modo esca di fore,mostrando i raggi de la vostra luce.
Così da voi ne vien lo mio splendore,ch'ogni mio bel disio da voi s'infiamma,come 'l lume de' lumi in voi traluce.
12. -- Dello stesso
Fiamma che chiaramente il mio cor ardi:aura che dolcemente mi ristori:spirto che alteramente m'innamoricol valor, con la voce, con gli sguardi;
quante volte avvien ch'in voi riguardi,ch'io v'ascolti e ch'io pensi i vostri onori,tante mi sforzo a i sempiterni cori;ma 'l mio mortal fa poi che 'l gir ritardi.
O beata alma, angelica armonia,o vivo lume, che degli alti chiostrimostrate esempio a l'anime terrene,
poi ch'a i sensi e nel cor m'avete mostrila bellezza e 'l piacer del sommo bene,aiutatemi ancor a l'alta via.
13. -- Dello stesso
Spirto felice, in cui sì rare e tantegrazie e virtuti il ciel largo comparte,che non so se si trovi in altra parteche d'andar teco a paro alma si vante:
s'a me facesser le sorelle santedel bramato lor don così gran parte,ch'io fossi degno di ritrarre in cartede la tua chiara effigie il bel sembiante:
so ch'io fare' un disegno sì perfetto,che saria specchio a la futura gentedi quanto ben di su tra noi discende.
Ma, lasso, a tanto onor non mi consenteil sacro coro: e da sè il mio intellettosopra i fuochi celesti non ascende.
14. -- Dello stesso
Donna se mai vedeste in verde pratosurger felicemente un aureo fiore,cui porge nutrimento dolce umore,e vivace calor dal ciel gli è dato;
non altramente lieto e consolatofiorir si vede un'amoroso core,perchè 'l suo sole è 'l grazioso ardore,e la fonte è 'l favor del viso amato.
E come quel, se manca la rugiada,perduto il bel de le purpuree frondeconvien ch'in breve spazio a terra cada:
così se rio voler o caso indegno,i suoi disiri altrui fura e nasconde,seccasi il fior d'ogni felice ingegno.
15. -- Dello stesso
Il valor vostro, Donna, il cor m'incende,lega ogni mio disir, m'impiaga il petto;e l'alma del suo mal sente diletto,dal ben ch'ella in voi vede, ode e intende.
M'infiamma il divo raggio onde risplendeil chiaro vostro angelico intelletto;da i novi accenti è avvinto ogni mio affetto,e da' begli occhi il colpo al cor discende.
E non ha Amor in tutta la sua corte,m'oda chi vol, sì graziosi sguardi,sì chiara voce, o sì vivace lume.
Perch'io pur prego lui, ch'ognor più fortecon tal foco, in tai lacci e con tai dardimi trafigga, m'annodi e mi consume.
16. -- Dello stesso
O novo esempio de l'eterna luce,alma gentile, ond'ogni alma più raramirando la beltà ch'in te riluce,del vero amore i veri effetti impara;
se del lume ch'in te dal ciel traluce,a l'alma mia non sarai punto avara,spero col raggio di sì altera ducefarmi fiamma di fama al mondo chiara.
Te canteran mie rime in ogni partee diran que' ch'avran più vivo ingegno:qual fu quel foco onde tal lampo uscìo?
Amor promette a te ne le mie cartenome immortale. O così fosse degnone le tue d'aver vita il nome mio!
17. -- Dello stesso
In su le rive del superbo fiumech'altrui già die' sepolcro in mezzo l'onde:ond'altri mutò il crine in verdi fronde,e altri si vestì di bianche piume;
invaghito del dolce altero lume,lo qual di cielo in cielo in voi s'infonde,e con sua luce ogni altra luce asconde,arse 'l mio cor oltra mortal costume;
poi sendo privo de gli amati rai,non so dove si chiuse il grande ardore,come fuoco ch'in cener si ricopra.
Or rivedendo il vostro almo splendore,l'antica fiamma, chiara più che mai,convien ch'in riva d'Arno si discopra.
18. -- Dello stesso
Sogni chi vuol di riportar coronada gli alti gioghi del sacrato monte;altri s'attuffi nel famoso fonteche fa più chiaro 'l nome d'Elicona;
sia gloria altrui se la sua lira suonaaver le sacre Muse al cantar pronte;cinga altrui Febo la felice frontede la fronde, che mai non l'abbandona;
altri si vanti che benigna e lietastella, a lui rivolgendo il suo splendore,a questa luce il fece uscir poeta;
il mio Parnaso, il mio perpetuo umore,le mie Dive, il mio Apollo e 'l mio pianeta,è 'l valor vostro impresso nel mio core.
19. -- Dello stesso
Donna gentile, i cui beati ardoridel celeste splendore e del mortale,spargon virtù che mentre i cori assale,ne l'alme accende mille eterni amori;
se 'l vostro sole interno e 'l bel di fuori,a voi da me n'han tratto il mio immortale:e se Amore al mio stile impenna l'aleda gir portando al Cielo i vostri onori;
se cara sete a me più di me stesso;s'a voi ne volar tutti i miei sospiri;se con voi vivo e senza voi son morto;
se mi vedete 'l cor ne gli occhi espresso,e le mie pene, e i miei caldi disiri,ben dovreste pensare al mio conforto.
20. -- Dello stesso
Quando, com'Amor vuol, la donna mia,tra soavi sospiri e dolci accenti,move la lingua a angelici concenti,e l'aura del bel petto a l'aere invia;
al suon de la dolcissima armoniaferman le penne i tempestosi venti;stanno i giri del ciel taciti e intenti;e non ch'altri, ma Febo il corso oblìa.
E qual alma mortal la mira e ascolta,ad ogni uman disìo tutta si togliee con tutti i pensieri al cielo aspira.
La mia, che mai da lei non si discioglie,col vago spirto suo da Amore accoltaa quel si stringe, e 'ntorno a lei s'aggira.
21. -- Dello stesso
Ebbe la favolosa antica etadechi co 'l tenor di feri e dolci cantie con novo splender di rea beltade,allettando affogava i naviganti:
e or donata ci ha l'alta bontadedonna, che con l'ardor de gli occhi santie con note d'amor e di pietade,rende porto e salute a l'alme erranti.
Voi, Donna mia, voi sete alma sirenavoi, voi Tullia gentil, che fido lumenel mar d'amor porgete e placid'aura.
La vista vostra angelica, serena,fa ch'in voi l'altrui vita ognor s'allume,e 'l cantar d'ogni affanno ci restaura.
22. -- Dello stesso
Già vide alle sue sponde il gelid'EbroOrfeo cantare, e tacite ascoltarlovarie fere e augelli, e seguitarloquercia, popolo, abete, olmo e ginebro.
Vista ha 'l gran Po, veduta ha 'l chiaro Tebro,vede 'l bel Arno, a cui sovente parloquel che mi detta l'amoroso tarlocantar la donna, ch'io sempre celebro;
ma se colui seguiano e sassi e sterpi,questa ogni alma più dura e più silvestratrae dal grave suo incarco, e al ciel la scorge.
Beata voce, che dal cor mi sterpiogni vil cura, onde per te s'addestral'alma a salir ove per sè non sorge.
23. -- Dello stesso
Donna, a cui 'l santo coro ognor s'aggirade l'alme Muse e la cui chiara fronteverdeggia de l'onor del sacro Monte,ove chi s'erge eterna vita spira:
qual anima gentil v'ascolta e mirabrama far vostre grazie al mondo conte;poi non trovando rime al cantar prontecom'è la voglia, duolsi e ne sospira.
Di così bello, raro e alto suggetto,dal vostro infuori, ogni altro stile è indegno;quel sol n'è degno e altro non v'arriva.
Io per molto provar, vero disegnodi voi non feci mai; ma dentro 'l pettoben vi porto scolpita, bella e viva.
24. -- Dello stesso
La sembianza di Dio che 'n noi risplendedi cielo in cielo e c'ha nome beltadee move Amor, per perigliose stradede l'orecchie e de gli occhi al cor discende;
perchè dal senso il senso il bello apprende,e 'n la natura nostra è qualitadech'in mortal disiderio il mortal cade,e così bassa voglia il senso accende.
Ond'è ch'ingombro di piacer terrenoentrando il mal fidato messaggerofa ne l'alma sentir del suo veleno.
Quinci è che talor cade il mio pensero:ma voi, ch'avete in man la verga e 'l freno,ne 'l ridrizzate per erto sentero.
25. -- Dello stesso
Dal mio mortal co 'l mio immortal m'involosovente o Donna, e da me stesso sciolto,al bel vostro splendor tutto rivolto,l'ali battendo al ciel mi levo a volo.
E lontanato dal terrestre suologiungo a l'esempio de l'amato volto,donde è tutto quel bello in voi raccolto,che fa 'l mio amor fra gli altri in terra solo.
Deh! vi priegh'io per le bellezze vostre,Tullia, ch'al bel camin compagna eternami siate, senza mai voltarvi a dietro.
Ch'amor, s'ancor da voi tal grazia impetro,promette a noi tranquilla pace interna,e certa gloria a i nomi e a l'alme nostre.
26. -- Dello stesso
Donna, più volte m'ha già detto Amoreche nell'anima vostra i miei pensierison tutti espressi così vivi e vericom'io voi, viva, ho impressa in mezzo 'l core;
e ch'accesi del vostro alto splendorene van vostri disir cotanto alteri,ch'a mortal non convien che da voi sperialtra mercede ch'immortal dolore.
Così dice egli, e io per prova il sento,che quant'uom più vi serve e più v'adora,voi del suo mal più vi mostrate vaga;
per tutto ciò d'amarvi io non mi pento:anzi bramo ch'in me più d'ora in oraveder possiate quel che più v'appaga.
27. -- Dello stesso
Se ben gli occhi e l'orecchie alcuna voltavi mostran tale a i miei bassi disiri,che surgon dal mio core agri sospiriond'è ch'al lamentar la lingua è sciolta;
tosto che l'alma in sè stessa raccolta,a l'alma vostra avvien che si raggiri,in diletto si cangiano i martirie la mia lingua a ringraziar si volta.
Che la pena, che par che sì mi premanon passa oltra 'l mortal; ma la dolcezzaacqueta i sensi e pasce lo intelletto.
Donna sia benedetta quella asprezza,ch'anzi 'l chiuder de gli occhi all'ora estrema,morire insegna al mio terreno affetto.
28. -- Dello stesso
Donna, l'onor de' i cui be' raggi ardentim'infiamma 'l core e a ragionar m'invita,perchè sia nostra penna mal gradita,l'alto nostro sperar non si sgomenti.
Rabbiosa invidia i velenosi dentiadopra in noi mentre 'l mortal è in vita;ma sentirem sanarsi ogni feritacome diam luogo a le future genti.
Vedransi allor questi intelletti foschiin tenebre sepolti, e 'l nostro onoreviverà chiaro e eterno in ogni parte.
E si vedrà che non i fiumi Toschi,ma 'l ciel, l'arte, lo studio e 'l santo amore,dan spirto e vita ai nomi e a le carte.
29. -- Dello stesso
Donna, il cui grazioso e altero aspettoe 'l parlar pien d'angelica armonia,scorgon qual alma presso a lor s'inviaa contemplar il ben de l'intelletto;
deh, così amor non mai m'ingombri 'l pettod'umil disir, nè mai di gelosiagustiate 'l tosco: e sempre intenta siaa l'interna beltate il vostro affetto.
Date, vi prego a me vera novellade l'alma mia che del mio cor uscita,voi seguendo, è venuta a farsi bella:
che se da voi la misera è sbandita,ella senza voi stando e io senz'ella,non ritrovo al mio scampo alcuna aita.
30. -- Dello stesso
Quai d'eloquenza fien sì chiari fiumiluce che d'alto ardor mio core incendi,ch'aguagli tua virtù? Se la 've splendia superno desio l'anime impiumi?
Come dinanzi a Borea nebbie e fumi,così di là, dove tu i raggi stendi,fugge ogni vil pensier, sì ch'a noi rendia vita in terra de i celesti numi.
E poi ch'a me non son tuoi lumi scarsidi quel splendor, che da l'eterno regnoin te disceso, tu fra noi comparti;
di quel ch'ho dentro e fuor non può mostrarsi,faranno al mondo manifesto segnol'amarti, il celebrarti e l'onorarti.
[Risposta al sonetto della TULLIA: _Fiamma gentil che da gl'interni lumi_.]
31. -- Di Benedetto Varchi
Quando doveva, ohimè, l'arco e la face,l'una spenta del tutto e l'altro stanco,a questo ardito e tormentoso fiancoper suo gran danno e mio, troppo vivace,
non breve tregua pur, ma eterna pacedonar, poi che nel lato destro e mancoper le nevi del capo omai vien biancoil crin fatto d'argento, che sì spiace;
più che mai fresco e più che mai cocente,mi saetta lo stral, m'accende il focodi tal ferite e così caldo ardore,
ch'ogni salute a mio soccorso è poco:anzi cresce la piaga e fa maggioreincendio, ch'al suo mal l'alma consente.
32. -- Dello stesso
Donna, che di bellezza e di virtudee d'ogni alto valor gran tempo in cima,sola fra tutte l'altre non che prima,piovete ne' miglior senno e salute;
ben so ch'a dir di voi sarebber mutele lingue tutte: e qual prosa nè rimaporia cose aguagliar, che poscia o primanon furon mai, nè saran mai vedute?
Tacciomi dunque fuor gelato e fioco,per tema di scemar sì chiare lodi,ma dentro infino al ciel notte e dì grido:
ringraziando le stelle, il tempo e 'l loco,gli sguardi, gli atti, le parole e i modi,che mi donaro a cor gentile e fido.
33. -- Dello stesso
Io non miro giammai cosa nessuna,o in terra, o in ciel, ov'io non veggia quella,ch'amor in sorte e mia benigna stella,da le fasce mi diero e da la cuna.
Ogni nube m'assembra e sole e lunala mia donna gentil più d'altra bella;monte o valle non veggio, o poggio, ov'ellaper lo mio ben non sia, ch'è nel mondo una.
L'erbe, gli alberi, i fior, le frondi, i sassi,mi rappresentan sempre, e l'onde, e l'ora,quel viso dopo il qual nulla mi piacque.
U' gli occhi giro, ovunque movo i passi,nulla non scorgo, o penso, o sento fuoradi lei, che per bearmi in terra nacque.
34. -- Dello stesso
Se di così selvaggio e così durolegno sì aspro frutto, ohimè, v'aggrada:chi fia ch'unqua vi miri e poscia vadadi non sempre penar, Donna, securo?
Bench'io, poi ch'ognor più m'inaspro e indurodel duol, cui lungo a voi fo larga stradade la mia pena sola, non pur radafra quante sono al mondo e quante furo,
dovrei trovar pietà, ch'asprezza egualeo più selvaggia e solitaria vita,non sentì mai e visse alcun mortale.
Fera legge d'amor, sperar aitadel dolor che n'ancide, e del suo malepascer l'alma, via più che saggia, ardita.
35. -- Dello stesso
Pur non sentir la turba iniqua e fellacosì larga al mal dir, come al ben parca,da lei, che nel mio cuor siede monarca,non men cortese che leggiadra e bella;
non mio voler seguendo ma mia stella,parto col corpo sol, che l'alma scarcade la soma mortal meco non varca,ma riman seco obediente ancella.
E se quel, che fra me tacito e solocantando vo' con più di mille insieme,per la Garza, e Forcella, e Tavaiano,
udisse pur un dì l'invido stuoloben morria di dolor veggendo vanotornar l'empio ardir suo, ch'indarno freme.
36. -- Dello stesso
Se da i bassi pensier talor m'involoe me medesmo in me stesso ritorno;s'al ciel, lasciato ogni terren soggiorno,sopra l'ali d'amor poggiando volo:
quest'è sol don di voi, Tullia, al cui sololume mi specchio e quanto posso adornola 've sempre con voi lieto soggiorno,da santo e bel disio levato a volo.
E se quel che entro 'l cor ragiono e scrivo,del vostro alto valor Donna gentile,ch'avete quanto può bramarsi a pieno
ridir potessi, o beato, anzi Divome, per me proprio tutto oscuro e vilese non quant'ho da voi pregio e sereno.
[Risposta al sonetto della TULLIA: _Quel che mondo d'invidia empie edi duolo_.]
37. -- Dello stesso
Ninfa, di cui per boschi, o fonti, o prati,non vide mai più bella alcun pastorever di Diana e de le Muse onore,cui più inchinano sempre i più pregiati:
così siano a Damon men feri i fatinè gli renda mai Filli il dato core;e ella arda per lui di santo amorepiù ch'altri fosser mai lieti e beati:
com'alma esser non può sì cruda e vile,la quale essendo veramente amatanon ami un cor gentil già presso a morte.
Dunque s'a dotto no, ma fido stilecredi, ama e non dubbiar, che ben pagatasarà d'alta mercè tua dolce sorte.
[Risposta al sonetto della TULLIA: _Se 'l ciel sempre sereno e verdi iprati_.]
38. -- Di Giulio Camillo
Tullia gentile, a le cui tempie intornoverdeggia avvolta l'onorata fronde,e la cui voce a l'armonia rispondedi chi fa in Elicon dolce soggiorno;
qualora a voi fo col pensier ritornoe ritrovo sentenze sì profondein sì leggiadro stil, sì mi confondenovello orror, ch'in me più non soggiorno.
Vostra Musa di me cantando cantad'uno sterpo silvestro, a cui nemicastata è natura e 'l ciel, e io no 'l celo.
Ben è la vostra fortunata pianta,che lieto il Re de' fiumi la nutrica,e la rinforza il gran Signor di Delo.
39. -- Dello stesso
Poi ch'a la vostra tanto alma beltade,onde pregiata d'onorate e rarespoglie di tante elette anime chiaren'andate altero specchio ad ogni etade;
piace ch'io ancor per le medesme stradeseguir vostre amorose insegne impare;non siano almen vostre alme luci avaredi quel raggio, ond'io scorgo ogni bontade.
E nel bel petto vostro Amor ispiripietà e mercede al mio dolore eguale,e a gli ardenti intensi miei disiri;
poi se le aggrada il mio destin fatale,versi in me pur ognor doglie e martiri,che dolce mi fia sempre ogni altro male.
40. -- Dello stesso
Ben fu tra gli altri avventuroso il giorno,quando l'eterno e gran re de le stellefece, per fare il fior de l'altre belle,di voi, Tullia divina, il mondo adorno.
Le grazie tutte e le virtuti intornovi fur quasi devote e fide ancelle,e 'l ciel lasciaro per seguitarvi quellein questo nostro umil, basso soggiorno;
però ripiena di celeste ardore,di gloria accesa e colma di mercede;vaga di bello e di perpetuo amore:
di grazia albergo e di bellezza erede,sola fra noi vivete in dolce amore,del ben del Ciel facendo in terra fede.
41. -- Del Cardinale Ippolito De' Medici
Anima bella, che nel bel tuo lumedivino interno ti rivolgi e giri,e indi in voce dolcemente spiriil suon ch'avanza ogni mortal costume;
onde la mia poi d'amorose piumecoverta avien che al ciel volando aspiri,e nel tuo chiaro raggio aperto miricom'amor sani, ancida, arda e consume;
deh! se l'alta bellezza e 'l dolce cantoond'in te stessa sol beata sei:e s'amor punto mai ti piacque o piace:
prego volgendo in me 'l bel viso santo,al lungo penar mio dia qualche pace,e qualche tregua a gli aspri dolor miei
42. -- Dello stesso
Se 'l dolce folgorar de i bei crini d'oro,e 'l fiammeggiar de i begli occhi lucenti,e 'l far dolce acquetar per l'aria i ventico 'l riso, ond'io m'incendo e mi scoloro,
son le cagion che per voi vivo e moro,piango e m'adiro e fo restar contentigli spirti afflitti in mezzo i miei lamenti,e mi par dolce il grave aspro martoro;
non voi sì bella, io non così bramoso;voi non sì dura, io non sì frale almenofossi; non voi d'amor rubella, io servo;
ch'io sperarei nel stato mio gioiosogoder un giorno almen lieto e sereno,piegando alquanto il core empio e protervo.
43. -- Di Bernardo Molza
Spirto gentil, che riccamente adornode i più pregiati e cari don del cielo,cortesemente nel corporeo velocon tue virtuti fai lieto soggiorno;
deh! s'amor sempre a te faccia ritorno,di nove spoglie ornando, al caldo e al gelo,d'uomini e Dei il tuo onorato stelo,e cresca il valor tuo di giorno in giorno;
fa che 'l nobile tuo chiaro intelletto,sempre guardando a la più bella partedi sè, giammai non si rivolga a terra.
Ch'allor vedrai come natura ed arte,soavemente in te rinchiude e serrad'ogni bell'opra il seme e 'l bel perfetto.
44. -- Dello stesso
Se 'l pensier mio, ov'altamente amore,Tullia gentil, vostra sembianza impresse,tutto altamente in sè voi tutta espressedal piacer vinto, che mi strinse il core;
e tutta or vi risembra e a tutte l'ore,trasformando pur sempre in quelle stessevirtù, grazia e beltà, che vi concesseDio, ch'in voi tutto intese a farsi onore:
non dovete voi dir ch'io sia deforme,ch'io son quello che son fatto voibello, e non questa rozza e fragil scorza.
E spero ancor, seguendo ognor vostr'orme,essere appresso Dio 'l secondo poi,se 'l bello a trarre il bello sempre ha forza.
45. -- Di Ercole Bentivoglio
Poi che lasciando i sette colli e l'acquedel Tebro oscure e le campagne meste,d'illustrar queste piagge e premer questerive del Po col piè Tullia vi piacque;
ogni basso pensier spento in noi giacque,e un dolce foco, e un bel disio celeste,quel primo dì ch'a noi gli occhi volgeste,ne le nostre alme alteramente nacque.
Fortunate sorelle di Fetonte,ch'udir potranno a le lor ombre liete,i dotti accenti che vi ispira Euterpe!
Potess'io pur con rime ornate e prontecom'è 'l disio, dir le virtù ch'avete!Ma troppo a terra il mio stil basso serpe.
46. -- Dello stesso
Vaghe sorelle, che di treccie biondeornò natura e di fattezze conte;poi la pietà del misero Fetontevi volse in duri tronchi e 'n verdi fronde;
or sotto l'ombre tremule e giocondevostre sedendo, fo palesi e contele gran beltà de la celeste frontedi Tullia mia, cantando a l'aure e a l'onde.
Così già sotto i vostri ombrosi ramicantò d'Onfale sua gli occhi e le chiomeil vincitor de' più superbi mostri.
'priego il ciel, che sì v'esalti e v'ami,ch'eterno sia con voi sempre il bel nomedi Tullia scritto in tutti i tronchi vostri.
47. -- Di Filippo Strozzi
Alma gentile, ove ogni studio posenatura in darvi a pieno ogni eccellenza,e fece il ciel quasi restarne senzaper dar a voi quel bel, ch'a ogni altra ascose;
voi fra leggiadre donne e glorioseelesse sola; e per esperienzasi vede altera andarne oggi Fiorenzade le belle opre vostre alte e famose.
Ma non solo Arno oggi vi loda e canta,ma dove ancora l'inesperto aurigacadde, di voi terrà memoria eterna.
Il Tever lascio, che tenera piantavi nutrì, dolce essendo ogni fatigaa chi co 'l spirto e 'l core in voi s'interna
48. -- Dello stesso
Uscendo 'l spirto mio per seguir voi,Donna gentile, in voi vera pietadespinse l'anima vostra a le contradeond'egli uscìo, con che vivessi io poi;
tal che 'l splendor, che dite uscir tra noidi me, è propria vostra qualitade,concessavi da l'alta e gran bontade,per sembianza de i chiari raggi suoi.
Dove scorger si puote un dolce ingannoveggendovi in me vaga di voi stessa,nè v'accorgete ch'io v'appago a punto
Che se mi vi toglieste allora il dannomortal mio vedreste, e fora espressala colpa vostra, send'io a morte giunto.
49. -- Di Alessandro Arrighi
L'aspetto sacro e la bellezza rara,eguale a cui non ebbe il mondo ancora;il folgorar de gli occhi ch'innamorail mondo tutto, e quasi sol lo schiara;
il parlar saggio, onde la via s'imparadi gir al chiaro e uscir dal fosco fora;e l'alto sangue, lo cui ammira e onorachiunque adorno è più di stirpe chiara;
i bei costumi, e 'l portamento adorno;e col dolce cantare il dolce suonoche fan di marmo una persona viva,
fur le cagioni o donna, ch'in quel giornostetti a mirare il bello, a udire il buono,in guisa d'uom che pensi, parli e scriva.
50. -- Dello stesso
Come di dolce più che d'agro parte,Donna mi feste il dì, ch 'l colpo carodi voi impiagommi, onde sì ardente e chiarofoco poscia avampommi a parte a parte,
così men d'agro, che di dolce parteda me per guiderdon del dono raro;e giunge a voi per addolcir l'amarovostro languir del tutto non che 'n parte;
il foco ch'io dovrei mandarvi ancoraper render merce pari al degno merlo,meco si sta, nè vuol partirsi un'ora.
Selva chiusa non è, nè campo aperto,nè giardin culto, o poggio aspro o deserto,che non sappian com'ei m'arde e divora.
51. -- Dello stesso
S'il dissi mai ch'io venga in odio a voi,Donna, ch'io tanto pregio, ed è ben degno;s'il dissi che mai sempre ira e disdegnoportiate in seno, e sol me stesso annoi;
s'il dissi che 'l mortale eterno muoidi me non mai giungendo al santo regno;s'il dissi sia d'amor prigione e segnode l'acuto suo strale, e preda, poi.
Ma s'io nol dissi chi si dolce aprìoa me lo cor chiudendovi entro i raggi,non mai rivolga altronde il lume chiaro.
Io no 'l dissi giammai, nè dir disìo:vinca 'l ver dunque, e 'l falso a terra caggi,e 'n dolce amor ritorni l'odio amaro.
52. -- Dello stesso
S'un medesimo stral duo petti aprìo:s'arse due cor d'amor un foco santo:se nascendo 'l piacer morì cotantomartir, che l'uno e l'altro già sentìo,
Donna, e s'insomma nudrì ambo un disio,ond'è ch'in me del dir vostro altrettantonon rivolgete sì, ch'io mi dia vantod'esser d'uom fatto un'immortale Dio?
Forse sì come sempre ebbi nimicala stella a i miei disir, così avien orach'io non goda e non sorti una tale brama.
O pur ch'ad alma sì saggia e pudicaparlar di me basso suggetto fora:come che sia il bel vostro a sè mi chiama.
53. -- Di Benedetto Arrighi
Voi che volgete il vostro alto disioa la chiara virtù, donde si cogliequelle onorate, sacre, sante spoglie,di che va altera e Calliope e Clio;
voi che schernite al tempo quell'oblio,che la fama immortale al nome toglie,colpa e vergogna de l'umane voglie,che non son come voi rivolte a Dio;
voi sol vi sete fabricato un tempiodi glorie tal, che gli onori e trofeinon pon lasciar di lui più chiaro esempio;
deh! così potess'io com'io vorreile virtuti cantar, ch'in voi contemplomemoria eterna a gli uomini e a li Dei.
54. -- Dello stesso
Alma gentile che già foste al parode l'alta e gran colonna, oggi si mostrain voi tutto l'onor de l'età nostra;in voi lo stil più che 'l suo dolce e caro;
al vostro stil, dov'io ch'al mondo imparoa riverir la chiara virtù vostra,ch'oggi solinga l'universo giostranon trovando di lei pregio più chiaro;
sì come un picciol lume alta chiarezzavince, così con vostre lodi solelei vincete in virtute e in bellezza;
l'alto motor come 'l ciel ornar volela terra, piacque a sua reale altezzafar Vittoria una Luna e Tullia un Sole.
[V. 14 Vittoria Colonna.]
55. -- Di Lattanzio De' Benucci
Se per lodarvi e dir quanto s'onoradi voi natura e 'l ciel, Tullia gentile,fosse eguale al soggetto in me lo stile,e 'l saper pari a l'alta voglia ancora;
forse non tanto il secol nostro indoravostra virtute, e non dal Gange al Tilefate voi co' i begli occhi eterno aprile,quant'io n'avrei grazie e favori ognora.
Non può ingegno mortal tante divinevirtù ritrar; nè può basso disìoscolpir parti sì eccelse e pellegrine,
che 'n voi il valor del vago petto e pioavanza ogni pensier, passa ogni fine,non che l'aguagli altrui parlare, o mio.
56. -- Dello stesso
O fiumicel se 'l più cocente ardoreestivo il lento tuo correr affrena,e la tua profonda umile arenaincende e fa restar priva d'umore;
ecco a le rive tue novo splendoreche l'aer d'ogni intorno rasserena:di colei, che cantando in dolce venaa le nove sorelle aggiunge onore.
Onde il vecchio Arno ormai d'invidia pienolascia l'usato corso e a te rivolto,quivi perde le chiare e lucid'onde;
godi, or che vedi entro il tuo ricco senola imagin bella del leggiadro volto:e Tullia odi sonar ambe le sponde.
57. -- Dello stesso
Deh, non volgete altrove il dotto stilealtera donna, ch'a voi stessa, poiche scorge il mondo esser accolto in voiquant'ha del pellegrino e del gentile.
Appo questo suggetto incolto e viledivien qual più pregiato oggi è tra noi;e co 'l splender de' vivi raggi suoichiaro si mostra ognor da Battro a Tile.
Voi dunque di voi sola alzare il nomedovete, poi ch'a sì pregiato segnogiunger non puote il più purgato inchiostro.
Quindi vedrassi apertamente comenon è di lode altri di voi più degno,nè stil che giunga al dolce cantar vostro.
58. -- Di Latino Giovenale
Vide già la famosa antica etadenel palazzo reale alto di Romadonna empia sì, che fe' del carro somaal padre anciso, e spense ogni pietade.
Vede or donna real di tal beltadela nostra, e Roma, e da colei si noma;che chi mira i begli occhi e l'aurea chiomadi piacer, d'amor empie e d'umiltade.
Questa sol per mio ben, per mio sostegnoal mio imperfetto, a la fortuna avversadiede natura, e 'l ciel cortese e largo.
O gloria de le donne, o ricco pegnod'onor, d'ogni virtù ch'oggi è dispersa:deh! perchè non ho io gli occhi ch'ebbe Argo?
59. -- Di Ludovico Martelli
Voi, che lieti pascete ad Arno intornoil vostro gregge fra leggiadri fiori,godete, poi che da i superni coridiscesa è Tullia a far con voi soggiorno
sforzisi ognun co 'l crin d'alloro adornogli altari empir de i più soavi odori;che per costei vostri tanti alti onorifaranno ancor a voi degno ritorno.
Quest'è la vaga pastorella, ch'ebbefra i più degni pastor del Tebro il vanto;del cui partir restar sì afflitti e mesti;
e poi che per voi sol non le rincrebbelasciar le rive ove fu in pregio tanto,siate a cantarla e a riverirla presti.
60. -- Di Simone Dalla Volta
Tullia, mostrò (?), miracolo, Sibilla,di cui si maraviglia il mondo e gode:mar di saver, che non ha fondo o prode,e mena l'onda sua lieta e tranquilla.
Da cui sì dolce umor, sì chiaro stilladi virtù vera ch'oggi rado s'ode:cui non guasta fortuna, o 'l tempo rode;men che quelle di Saffo e di Camilla.
Ma che dico io? Il vostro alto valorenon si può comparare a cosa alcuna:perchè non che 'l poter, passa il disio.
Chi vuol vivo vedere in terra amore,divin, pien di virtù, miri quest'una,vera amica de gli angioli e di Dio.
61. -- Di Camillo Da Monte Varchi
Mosso da l'alta vostra chiara fama,di cui per tutto il mondo il grido suona,vengo cantarvi anch'io Tullia Aragona,cui chi più sa, più sempre ammira e ama.
E s'adempir potessi ardente bramadi salir l'alto monte d'Elicona,qual voi n'arrecherei degna corona,ch'al ciel vi porta, che vi aspetta e chiama.
Or voi più d'altra saggia e più gentile,degnate di pigliar quanto vi porgeun ch'a voi consacrato ha ingegno e stile.
Ben so, vostra mercè, ch'altera e vilealma tanto non è, che quando scorged'essere amata non divenga umile.
62. -- Di Claudio Tolomei
Quando la Tullia mia che vien dal cielo,che d'altronde non può sì bella cosa,umilemente altera e disdegnosa,toglie al mondo 'l suo sol con un bel velo;
allora agghiaccia 'l fuoco ed arde 'l gelo,e Amor tremando l'armi in terra posa,vertù si fugge e cortesia sta ascosa,e spegnesi ogni ardente onesto zelo.
Ma s'avvien poi che a le tranquille cigliaridendo levi il velo, allor più incendeil foco e 'l ghiaccio è freddo in ogni parte;
virtù ritorna e Amor l'armi riprendech'ella governa, e non è meravigliaciò che può far 'l ciel, natura ed arte.
[Sta nel: _Libro quarto delle rime di diversi eccellentissimi autorinella lingua volgare nuovamente raccolte_. In Bologna, pressoA. Ciccarelli 1551, pag. 217.]
63. -- Di Antonio Grazzini (_Lasca_)
Se 'l vostro alto valor, Donna gentile,esser lodato pur dovesse in parte,uopo sarebbe al fin vergar le cartecol vostro altero e glorioso stile.
Dunque voi sola a voi stessa simile,a cui s'inchina la natura e l'arte,fate di voi cantando in ogni parteTullia, Tullia, suonar da Gange a Tile.
Si vedrem poi di gioia e maravigliae di gloria e d'onore il mondo pieno,drizzare al vostro nome altare e tempï;
cosa che mai con l'ardenti sue ciglianon vide il sol rotando il ciel sereno,o ne' gli antichi o ne' moderni tempi.
64. -- Di Nicolò Martelli
Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpinod'eloquenza immortale alta e profonda,la vostra al nome egual gli vien secondaTullia di sangue illustre e pellegrino;
il cui spirto reale almo e divino,sovra l'uso mortal di grazie abonda,in guisa tal che l'onorata spondaDe l'Arbia, infino al ciel tocca il confino.
E 'l bel chiaro Arno ora di voi s'onora,l'antico fuor traendo umido crine,forma con l'acque in suon cotai parole:
qual luce e questa o beltà senza fine,che col sommo valor le rive infioraal gel, come d'april nel mezzo il sole?
65. -- Di Ugolino Martelli
Se bella voi così le Grazie fero,che pari al mondo non fu mai nè fia;e se le muse con pietà natìail dolcissimo latte ancor vi diero:
qual piena voce e qual giudicio intero,il valor giunto a somma leggiadria,e scorgere e cantar sì ben potria,ch'almen di lungo ne apparisse il vero?
Questi che vostri sono alteri onori,e fanno altrui veracemente adorno,scemar non può fortuna aspra e nimica.
E questa spero che di giorno in giornoaverete con doti assai maggiori,di fosca e trista, omai lieta e aprica.
[Risposta al sonetto della TULLIA: _Più volte, Ugolin mio, mossi ilpensiero _.]
66. -- Dello stesso
Se lodando di voi quel che palesedi fuor si mostra a le più strane genti,rare bellezze e disusati accenti,degne parole a ciò mi son contese:
com' esser vi potrà larga e cortesela lingua a dir, che non tema o paventidi tante ascoste in voi virtuti ardenti,Tullia, ch'amor divino al cor v'accese?
Bontà, senno, valor e cortesia,con l'altre mille insieme in voi cosparte,rozzamente contar forse potria;
ma come rara e eccellente siaciascuna d'esse in voi, con mille carteMantova e Smirna a dir non basteria.
[V. 11. _Rozzamente cantar forse patria_.]
67. -- Di Simone Porzio
Or qual penna d'ingegno m'assecuradi poter appressarmi al gran valoredi quella che di pregio alto e d'onore,ornarmi con sue rime ha tanta cura?
La debil pianta, mia da sè non dura,e se prende crescendo alcun vigore,nutrita è dal fecondo vostro umore,che tal frutto non vien d'altra coltura.
Ma se di quella vostra le sementesempre mi trovo al petto, nè più sperosentir d'essa giammai cosa più degna,
scorgete adunque col giudicio internoche tutte l'altre voghe in me son spente,e vive quel ch'amor di voi m'insegna.
[Risposta al sonetto della TULLIA: _Porzio gentile a cui l'alma natura_.]
LE AMOROSE EGLOGHE DEL MUZIO GIUSTINOPOLITANOALLA SIGNORA TULLIA D'ARAGONA
I.MOPSO
Mopso, _solo_.
Canti chi vuol le sanguinose impresedel fiero Marte, e d'onorati alloricinto le tempie a suon di chiara trombadesti i bianchi destrier, ch'in Campidogliohan da condur i purpurei trionfi;a me, cui 'l ciel non diè sì altero spirto,basta parlar tra le fontane e i boschide gli onori di Pan; e che la frontem'ornin le Ninfe d'edere e di mirti,mentre ch'al suon de le incerate cannefo risonar quella virtù che movedal vivo ardor de i lor splendenti lumi.
E or darà al mio dir ampio suggettol'amor del pastor Mopso; di quel Mopsolo qual sacrato ha infin da i teneri annii sensi e l'alma al tempio di Parnaso.
Il buon pastor, cercando le pendicide i santi gioghi, ha con novella curanovo oggetto trovato ai suoi pensieri;nova materia ha data a le sue rime:che l'interno splendore e 'l chiaro visode la bella Tirrenia il petto ingombrogli ha sì del suo piacer, che la sua linguad'altro non sa parlar, nè può, nè vuoleche di lei, ch'or gli siede in mezzo l'alma.Ei non potendo un di 'l soverchio ardorechiuder dentro al suo cor, in tali accentila strada aperse a la vivace fiamma.
MOPSO. Bella Tirrenia mia, che di bellezzaavanzi i più bei fior di primavera,morbida più che tenera vitella,ch'ancor non ha gustato erba nè fonte;e delicata più ch'i bianchi vellidi non tonduto pargoletto agnello;e più schiva d'amor e più fugacech'innanzi a cacciator timida cerva:odi, bella Tirrenia: a queste ombrettemeco t'assidi, e i miei sospiri ascolta.
Era ne la stagion ch'i verdi pratid'ogni intorno fiorian; fiorian le rose,e cantavan gli augei tra i novi fiori,quando prima ti vidi; e come primati vidi, così ratto al cor mi corse,mosso da la virtù de' tuoi bei lumi,con gelato timor caldo disio.Da quel dí innanzi entro 'l mio petto chiusoho continuo portato il foco e 'l ghiaccio.E già due volte le campagne apertevisto han d'intorno biondeggiar le spighe:e due volte han veduto i salci e gli olmile non lor uve su per li lor ramiquai d'oro divenir, e quai vermiglie:e tu nel duro cor, ghiaccio nè fococrudel non senti, e non senti pietade.
Sappi, ninfa gentil, che dal suo giroVenere bella per ciascuna parterimira aperte l'opre de' mortali;e qual pastor, qual satiro e qual ninfa,contra chi l'ama è disdegnosa e schiva,la santa Dea ne sente altero sdegno,e dimostrar ne suole agre vendette,arder facendo i lor gelati corid'amor di tal, che gli disprezza e fugge.Che doglia, che tormento, alma mia cara,credi che sia l'amar chi te non prezza?O tolga Dio, ch'in così amaro statoi' ti vegga giammai; Tirrenia intendi:non voler contra te l'ira de' Deimover sì leggiermente: ama chi t'ama.Ama il tuo Mopso, il quale lode immortaliva cantando di te mattina e sera;e va segnando intorno i sassi e i tronchidel nome tuo per farti eterna e chiara.Ama 'l tuo Mopso, il qual e giorno e notte,o vegghi, o dorma, di te pensa e sogna:te rimira, te cerca e te disia.Braman le pecchie gli odorati fiori:le molli gregge i rugiadosi paschi;brama 'l cervo assetato i chiari fonti;e te, Tirrenia, l'infiammato Mopso.
Mostra, ninfa gentil, il bel serenode la lucida tua tranquilla fronte;de la cui vista l'aere e 'l ciel d'intornod'ogni parte s'allegra e si rischiara.
Rivolgi a me i begli occhi: o occhi belli,occhi leggiadri, occhi amorosi e cari;più che le stelle belli e più che 'l sole:e a me cari più che armenti e gregge:più che la vita cari e più che l'alma.Occhi miei belli e cari, il chiaro lumevolgete a me benigni: e non vi annoi,ch'arda del vostro ardor: e non v'increscamirar talor com'io mi struggo e ardo.Oh ti fosse, Tirrenia, un giorno a gradodi fermar così presso e così fissoque' tuoi begli occhi dentr'a gli occhi miei,ch'ogniun di noi facendo a l'altro specchio,con gli occhi suoi vedesse ne gli altri occhiil suo stesso ritratto e l'alma altrui.
Volgi a me gli occhi: volgi gli occhi e volgiil chiaro viso e le polite guance,le molli guance ad ogni aura tremanti,che fan tremar in me l'anima e i sensidi diletto, di voglia e di dolcezza.
Ma qual'è quel diletto e quella voglia?Qual la dolcezza che sentir mi faceil veder e l'udir le dolci labbra?Quelle labbra amorose, dolci e care,or dolcemente chiuse, or dolce aperte,spirar per gli occhi e per l'orecchie miea l'alma mia dolcissimo veleno?O misti insieme fior vermigli e bianchi:o sparso tra be' fior soave odore:o bramose mie labbra: o spirto ardente:o anima mia accesa: e qual desiretutto m'infiamma? E qual'è quel confortoche mi promette il bel, che s'ode e vede?Apri, Tirrenia, le rosate porte:mostra, Tirrenia, i candidi ligustri:spargi, Tirrenia, in graziosi accentil'ambrosia e 'l mel de l'amorosa lingua.Di', Tirrenia, una volta: te solo amo,al fedel Mopso tuo, che te sola ama.Dillo, Tirrenia, e scopri il caro seno,apri 'l giardin d'amor, dimostra al solei dolci pomi e gli odorati gigli.Leva, Tirrenia, l'inimico veloch'a te'l tuo bel, a me 'l mio ben nasconde.Invido avaro velo: avara mano,crudo velo; man cruda e crudo core,che tanto bene a gli occhi miei contendi.
Ninfa crudele, e perché con tant'artesì fieramente a' miei desir contrasti?Ninfa crudele infin a gli occhi miei,a gli occhi miei, crudele, hai posto 'l freno.Deh, leva 'l velo omai, levane i nodi;leva la crudeltà del natio petto:lascia andar gli occhi vaghi al lor diportotra i diletti di Flora e di Pomona,là ve vaga beltà, bella vaghezzamovon d'intorno le purpuree penne,e fan festa ad Amor, che la sua fedeha locata tra 'l bel de i cari pomi.Man bella, cara man disciogli il laccio,allarga il velo, o mano: a la man miasii cortese man cara: a la mia seteporgi alcun refrigerio poi ch'invanoprego 'l petto crudel, e 'nvano aspiroa la beltà de le purpuree gote,invano al bel de le rosate labbra.
Ninfa bella e crudele, in cui combattebellezza e crudeltà, come non haiqualche pietà di me? Le selve e gli antripiangono al pianto mio; meco si lagnaeco non men del mio che del suo duolo:e sovente gli augei su per li ramimuti si fanno a le mie doglie intenti:e le gregge rivolte a i miei sospiri,i paschi e i fonti mandano in oblio.E tu sola se' nuda di pietade.
Vien, Ninfa bella, e fra le molli bracciaraccogli quel, che con le braccia apertedisioso t'aspetta; e nel tuo gremboricevi lieta l'infocato amante;stringi 'l bramoso amante, e strette aggiungile labbra a le sue labbra, e 'l vivo spirtosuggi de l'alma amata, e del tuo spirtoil vivo fiore ispira a le sue brame.Giungansi insieme gli amorosi petti:premer si sentan le vezzose poppe,le belle poppe delicate e sode,dal petto ad amor sacro e sacro a Febo,non si ritengan più celate o chiuse;le belle membra tue morbide e bianchepiù che 'l cacio novello e più che 'l latte,ad amor le consacra: e al tuo amantequal vite ad olmo avviticchiata e stretta,con lui cogli d'amore i dolci frutti.
II.
IL SOLE
Mopso, solo.
Già fiammeggiava presso a l'aurea Aurorail pianeta maggior nell'oriente,inargentando i nuviletti d'oro:quand'io, ch'avea col fischio e con la vergascorta mia greggia a i rugiadosi paschi,posto a seder sott'una antica quercia,notava intento il dilettevol suono,che d'intorno facean le pecorelletondendo il verde de l'erboso suolo.Ed ecco l'armonia d'una zampognasonar non lunge. Io da le dolci notetratto, e lasciando il mio maggior pensiero,in piè risorto, cheto, passo passo,ver là mi mossi, e vidi a piè d'un faggiosedersi un solo. E quanto gli occhi mieiscorger potero in quella incerta lucemi parve Mopso; Mopso a cui le selveson testimonie quanto a l'alme Muse,e quanto ei sia ad Amor fedele amico.E quale in pria mi parve, tal la vocee 'l chiaro giorno poi mostrolmi aperto.Quivi vago d'udir suoi dolci accentidietro una macchia stretto mi raccolsi.E egli omai spuntando il primo raggiodel novo giorno, al dir la lingua mosse,accompagnando il suon con tai parole:
MOPSO. Sorgi omai chiaro sole, e 'l ciel aprendol'aer rischiara; e 'l mare intorno imbianca;la terra alluma; e 'l desiato giornoriporta a gli animali e ai pastori.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Se non hai sole e se colei non avecosa simil, ben posso dir di voi,che tu se' a lei, ed ella a te simile.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Solo se' sol, ch'in tutti gli alti girilume non è ch'al tuo lume s'aguagli,nè lassù fuoco v'ha che t'assimigli.E sola è sol in acque, in selve e in monti:la bella ninfa mia, ch'è così sola,che beltà non si mira a lei sembiante.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Quando cinto di raggi il capo biondoa noi ti mostri, fugge d'ogni intornola cieca notte da l'ombrosa terra:e s'allegrano in piani, in poggi e in boschile solitarie fiere, i vaghi augelli,e con gli armenti, pecore e bifolchi.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E quando 'l lampeggiar del divo lumea me si scopre, del mio tristo coresi scuote intorno il tenebroso velo:gioiscon gli occhi miei: l'anima miatutta s'allegra e seco i miei pensieri;e meco gode il mio cornuto armento.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Poi come le montagne d'occidenteingombran la tua luce, e tu t'inviial tuo riposo là nei bassi liti,la fosca notte entro a l'oscuro mantoinvolve 'l cielo, e involve gli animali,tenendo il mondo in tenebre sepolto.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E come del mio sol l'amata vistada me si parte, al dipartir di leia me in un punto ogni mia luce è tolta.Il giorno mio sen va verso l'occasoe son sepolti in tenebrosa nottei miei pensier, il cor, l'animo e l'alma.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Da che tolta è dal ciel tua ardente fiamma,perché 'l superno chiostro intorno splendadi mille ardori, non però ritornail giorno al mondo infin che non ritornitu, la cui luce ogni altra luce asconde.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E da ch'io de' begli occhi ho gli occhi priviperché da mille belle e vaghe ninfecinto mi vegga, non però s'aggiornadentro al mio cor fin che colei non riede,il cui bel lume ogni altro lume adombra.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Qualor avvien ch'a la tua accesa faceocchio mortal s'arrischi alzar i raiper ritrar forse l'alma tua figura,la soverchia virtù del tuo splendoresì l'abbarbaglia, che smarrito e vintoad ogni aspetto uman si trova infermo.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E io qualor a la mia ardente lampami riprovo d'alzar gli occhi e la mente,per farne poi ne i tronchi alcun disegno,il divo onor del rilucente oggettosì mi confonde, che perduti i sensinon sento quel, che di me stesso io senta.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Poi quando più 'l tuo lume s'avvicinaal mondo nostro, occhio del mondo eterno,e più drizzi i tuoi raggi sopra noi,arde la terra, e arde ogni vivente;e de la sete per colli e per pianimancar si veggon gli alberi e l'erbette.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E quando a me 'l mio amato sol s'appressa(il sol ch'è solo il sol de la mia vita)e fiammeggiando in me 'l suo lampo vibra,arde in me 'l cor, ardon miei accesi spirti,e 'n me s'infiamma un sì caldo disirech'a me stesso mi sento venir manco.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Tu con la tua virtù non solo allumi,non solo incendi quel che fuor si scorge,ma dove umana vista non discende,dentro passando, fai pregno il terrenodi tal semenza ch'i terrestri germiproducon d'ogni intorno e fronde e fiori,onde si veston le campagne e i poggi.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
E la virtù di lei non sol rischiara,non sol infiamma la mortal mia scorza,ma dove altro non passa che 'l suo sguardo,in me varcando, in me fa tal radiceche poi germoglia in graziosa pianta,in cui fiorendo i miei gentil concettifanno 'l mio col suo nome eterno adorni.Sorgi sol del mio sol sola sembianza.
Ma che parl'io? che fo? dormo o vaneggio?sì son col core al mio bel sole intentoch'ad alta voce ancor chiamo e richiamo,e pur or sommi accorto ch'è tant'altosorto 'l sol del mio sol sola sembianza.
Oh così fosse ai miei bramosi lumisorto il lor sol. Tornato è 'l giorno al mondonon (lasso) a me, ch'a me non luce il sole,non s'apre il giorno a me se non si scoprecolei, ch'è sola il sol de l'alma mia.Oh me infelice sovra ogni vivente!Sa l'universo, sanno gli elementi,san le ninfe e i pastor, sanno i bifolchi,san le fiere e gli augelli, e san le greggeche da tornare ha il sole e 'l giorno e quando;e sol io solo senza sole e senzaalcun lume, di giorno in cieca nottevo brancolando: e non so quando o comemi ritorni a veder l'amato raggio.Ahi, lasso me dolente: or fosse almenola notte mia tal notte, qual'è quellach'al cader del suo sole al mondo sorge,ch'in quella dolce notte in ogni versosi posa in pace! Rive, prati e poggivalli, monti, campagne, selve e fontihan dolce requie, e i miseri mortaliquetan le stanche membra e ogni affanno,ogni fatica, mandano in oblio.Ma non è tal la mia, che cieco e solovo intorno errando. E non han pace o treguagli occhi miei, non i piedi e non la lingua;no 'l pensir, no 'l desir, non i sospiri.E s'alcun è che turbi l'altrui pace,io son quel desso; che son sol coluiche col continuo suon de' miei lamentiho già stancate le campagne e i colli.Almo mio caro sol, sarà giammaich'io ti rivegga un giorno, un giorno intero?Un giorno che giammai non giunga a sera,e gli occhi affisi in te quant'io vorrei?
Ahi, lasso me: perché, perché non licemostrar aperto il cor? perché disdettom'è 'l dir ch'io t'ami, se cotanto t'amo?Perché disdetto a te l'amar chi t'ama?
Cotai parole, e altre sospirandoe lagrimando, il doloroso Mopsospargeva a l'aura; e io che senza scortalasciata avea la greggia e tuttaviasentia montando il sol montar il caldo,lui lasciai pur dolersi: il dolce cantofra me stesso membrando, e 'l petto pienonon di minor pietà che di dolcezza.
III
IL FURORE
Mopso, solo.