CANTO II
I.
Benchè da poi che 'l Redentor del mondoDimostar[31]volse un sol Dio trino et uno,Ogni idol falso[32]rovinasse al fondo,Pur fra' pagani ancor ne restò alcuno;Che li[33]altri Dei, eccetto il ver, secondoDebbe di nuoi[34]fedel creder ciascuno,Erano di Pluton seguaci rei,Che la gentilità chiamava Dei.
Benchè da poi che 'l Redentor del mondoDimostar[31]volse un sol Dio trino et uno,Ogni idol falso[32]rovinasse al fondo,Pur fra' pagani ancor ne restò alcuno;Che li[33]altri Dei, eccetto il ver, secondoDebbe di nuoi[34]fedel creder ciascuno,Erano di Pluton seguaci rei,Che la gentilità chiamava Dei.
Benchè da poi che 'l Redentor del mondo
Dimostar[31]volse un sol Dio trino et uno,
Ogni idol falso[32]rovinasse al fondo,
Pur fra' pagani ancor ne restò alcuno;
Che li[33]altri Dei, eccetto il ver, secondo
Debbe di nuoi[34]fedel creder ciascuno,
Erano di Pluton seguaci rei,
Che la gentilità chiamava Dei.
II.
Ma per la morte, e pel misterio sacroDella acerba passion del Verbo eterno,Qual segnò i suoi di quel santo lavacroChe lava in nuoi ogni peccato interno,Restò a Plutone il mondo acerbo et acro,E ritrarse gli fu forza all'Inferno;Nè falso alcuno Idio restò a' cristiani,Ma qualche illusion fra li pagani.
Ma per la morte, e pel misterio sacroDella acerba passion del Verbo eterno,Qual segnò i suoi di quel santo lavacroChe lava in nuoi ogni peccato interno,Restò a Plutone il mondo acerbo et acro,E ritrarse gli fu forza all'Inferno;Nè falso alcuno Idio restò a' cristiani,Ma qualche illusion fra li pagani.
Ma per la morte, e pel misterio sacro
Della acerba passion del Verbo eterno,
Qual segnò i suoi di quel santo lavacro
Che lava in nuoi ogni peccato interno,
Restò a Plutone il mondo acerbo et acro,
E ritrarse gli fu forza all'Inferno;
Nè falso alcuno Idio restò a' cristiani,
Ma qualche illusion fra li pagani.
III.
E però a alcun di vuoi strano non paiaSe a Feraguto quella ninfa apparve,Qual si chiamava dell'altre primaia,O fusser corpi veri o finte larve,Pur parea corpo quella ninfa gaia,Se con qualche ragion debbo parlarve:Non sciò[35]come altro giudicar si possa,Chè un spirto non si tocca in carne e in ossa.
E però a alcun di vuoi strano non paiaSe a Feraguto quella ninfa apparve,Qual si chiamava dell'altre primaia,O fusser corpi veri o finte larve,Pur parea corpo quella ninfa gaia,Se con qualche ragion debbo parlarve:Non sciò[35]come altro giudicar si possa,Chè un spirto non si tocca in carne e in ossa.
E però a alcun di vuoi strano non paia
Se a Feraguto quella ninfa apparve,
Qual si chiamava dell'altre primaia,
O fusser corpi veri o finte larve,
Pur parea corpo quella ninfa gaia,
Se con qualche ragion debbo parlarve:
Non sciò[35]come altro giudicar si possa,
Chè un spirto non si tocca in carne e in ossa.
IV.
Toccavassi[36]ella e ragionar se odiva,E porse a quel baron[37]lo illustre scuto,A cui, da poi che 'l suo parlar finiva,Rispose allor sagace Feraguto:O sii donna mortale, o eterna diva,Eternamente ti sarò tenuto,Che in dui perigli, fuor d'ogni speranza,In l'un scuto mi desti, in l'altro stanza.
Toccavassi[36]ella e ragionar se odiva,E porse a quel baron[37]lo illustre scuto,A cui, da poi che 'l suo parlar finiva,Rispose allor sagace Feraguto:O sii donna mortale, o eterna diva,Eternamente ti sarò tenuto,Che in dui perigli, fuor d'ogni speranza,In l'un scuto mi desti, in l'altro stanza.
Toccavassi[36]ella e ragionar se odiva,
E porse a quel baron[37]lo illustre scuto,
A cui, da poi che 'l suo parlar finiva,
Rispose allor sagace Feraguto:
O sii donna mortale, o eterna diva,
Eternamente ti sarò tenuto,
Che in dui perigli, fuor d'ogni speranza,
In l'un scuto mi desti, in l'altro stanza.
V.
Ma qui se fai ch'a Venere io sia grato,Nè mi trovi in amor tanto infelice,Ch'io non vi fui giamai aventurato,Pur ch'io vi fussi un tratto almen felice,Io mi reputarei sempre beato.[38]Che tanto un sol piacere a un miser vale,Che gli rimette[39]ogni passato male.
Ma qui se fai ch'a Venere io sia grato,Nè mi trovi in amor tanto infelice,Ch'io non vi fui giamai aventurato,Pur ch'io vi fussi un tratto almen felice,Io mi reputarei sempre beato.[38]Che tanto un sol piacere a un miser vale,Che gli rimette[39]ogni passato male.
Ma qui se fai ch'a Venere io sia grato,
Nè mi trovi in amor tanto infelice,
Ch'io non vi fui giamai aventurato,
Pur ch'io vi fussi un tratto almen felice,
Io mi reputarei sempre beato.
[38]
Che tanto un sol piacere a un miser vale,
Che gli rimette[39]ogni passato male.
VI.
Ma non sciò, ninfa,[40]se ragione o erroreSia, che sperar mi fa di questo puoco:[41]Come esser può che a quella Dea d'amore,Che altrui suole infiammar, piaccia tal luoco?Esser non può che in umile liquoreProdur si possa, e conservarsi, il fuoco,Il fuoco che più al cor d'ogni altro preme,Che mal pon stare dui contrari insieme.
Ma non sciò, ninfa,[40]se ragione o erroreSia, che sperar mi fa di questo puoco:[41]Come esser può che a quella Dea d'amore,Che altrui suole infiammar, piaccia tal luoco?Esser non può che in umile liquoreProdur si possa, e conservarsi, il fuoco,Il fuoco che più al cor d'ogni altro preme,Che mal pon stare dui contrari insieme.
Ma non sciò, ninfa,[40]se ragione o errore
Sia, che sperar mi fa di questo puoco:[41]
Come esser può che a quella Dea d'amore,
Che altrui suole infiammar, piaccia tal luoco?
Esser non può che in umile liquore
Produr si possa, e conservarsi, il fuoco,
Il fuoco che più al cor d'ogni altro preme,
Che mal pon stare dui contrari insieme.
VII.
Ben mostri, alto baron, vivace ingegno,Disse la dama, e razional discorso,Che cum la forza uniti ti fan degnoDi conseguir d'amor dolce soccorso;Spera, che fine arai al tuo disegno,E alla sventura tua[42]porrai il morso,Quanto ad Amore e Venere si spetta,Benchè tua mente in ciò dubbia e suspetta.
Ben mostri, alto baron, vivace ingegno,Disse la dama, e razional discorso,Che cum la forza uniti ti fan degnoDi conseguir d'amor dolce soccorso;Spera, che fine arai al tuo disegno,E alla sventura tua[42]porrai il morso,Quanto ad Amore e Venere si spetta,Benchè tua mente in ciò dubbia e suspetta.
Ben mostri, alto baron, vivace ingegno,
Disse la dama, e razional discorso,
Che cum la forza uniti ti fan degno
Di conseguir d'amor dolce soccorso;
Spera, che fine arai al tuo disegno,
E alla sventura tua[42]porrai il morso,
Quanto ad Amore e Venere si spetta,
Benchè tua mente in ciò dubbia e suspetta.
VIII.
Ma dubitar non dei, che 'l fuoco pasceIn umido[43]liquore e si conserva,Come in vuoi il calor nativo nasceIn radicale umor, che in vita servaNel materno alvo l'uomo e nelle fasce,[44]E sempre umor da morte lo preserva;E in la lucerna piccoletta fiammaIn oleo e in altro umor se aviva e infiamma.
Ma dubitar non dei, che 'l fuoco pasceIn umido[43]liquore e si conserva,Come in vuoi il calor nativo nasceIn radicale umor, che in vita servaNel materno alvo l'uomo e nelle fasce,[44]E sempre umor da morte lo preserva;E in la lucerna piccoletta fiammaIn oleo e in altro umor se aviva e infiamma.
Ma dubitar non dei, che 'l fuoco pasce
In umido[43]liquore e si conserva,
Come in vuoi il calor nativo nasce
In radicale umor, che in vita serva
Nel materno alvo l'uomo e nelle fasce,[44]
E sempre umor da morte lo preserva;
E in la lucerna piccoletta fiamma
In oleo e in altro umor se aviva e infiamma.
IX.
Però Venere infiamma e si dilettaDi quello umor che sta col caldo insieme,Anci nel mar di spuma fu[45]concettaVenere in cambio di genital seme;La cosa non dirò, baron, perfetta,Però che l'onestà la lingua preme,Et a una donna, ancor che meretrice,Lo inonesto parlar sempre desdice.
Però Venere infiamma e si dilettaDi quello umor che sta col caldo insieme,Anci nel mar di spuma fu[45]concettaVenere in cambio di genital seme;La cosa non dirò, baron, perfetta,Però che l'onestà la lingua preme,Et a una donna, ancor che meretrice,Lo inonesto parlar sempre desdice.
Però Venere infiamma e si diletta
Di quello umor che sta col caldo insieme,
Anci nel mar di spuma fu[45]concetta
Venere in cambio di genital seme;
La cosa non dirò, baron, perfetta,
Però che l'onestà la lingua preme,
Et a una donna, ancor che meretrice,
Lo inonesto parlar sempre desdice.
X.
Il viver di Saturno, e ciò che feceAl padre suo, mi converria narrarte;Ma questo ad uomo più che a donna lece;Bastammi[46]a dir la più opportuna parte,E che come la fiamma in oleo o in pece,Così in l'umor stia il caldo, dimostrarte;Nè ti sia cosa nova e inusitata.Che una Naiade a Vener sia dicata.
Il viver di Saturno, e ciò che feceAl padre suo, mi converria narrarte;Ma questo ad uomo più che a donna lece;Bastammi[46]a dir la più opportuna parte,E che come la fiamma in oleo o in pece,Così in l'umor stia il caldo, dimostrarte;Nè ti sia cosa nova e inusitata.Che una Naiade a Vener sia dicata.
Il viver di Saturno, e ciò che fece
Al padre suo, mi converria narrarte;
Ma questo ad uomo più che a donna lece;
Bastammi[46]a dir la più opportuna parte,
E che come la fiamma in oleo o in pece,
Così in l'umor stia il caldo, dimostrarte;
Nè ti sia cosa nova e inusitata.
Che una Naiade a Vener sia dicata.
XI.
O felice colui che intender puoteIl secreto poter della natura!O quante cose sono al mondo ignoteChe l'uomo di sapere ha puoca cura;E se fussero a nuoi palesi e noteProcederia ciascun cum più misura.Da te ben resto chiaro e resoluto,Rispose a quella dama Feraguto.
O felice colui che intender puoteIl secreto poter della natura!O quante cose sono al mondo ignoteChe l'uomo di sapere ha puoca cura;E se fussero a nuoi palesi e noteProcederia ciascun cum più misura.Da te ben resto chiaro e resoluto,Rispose a quella dama Feraguto.
O felice colui che intender puote
Il secreto poter della natura!
O quante cose sono al mondo ignote
Che l'uomo di sapere ha puoca cura;
E se fussero a nuoi palesi e note
Procederia ciascun cum più misura.
Da te ben resto chiaro e resoluto,
Rispose a quella dama Feraguto.
XII.
Ma pregote, dapoi che mi hai promessoFavorire[47]in amore i miei disegni,Che quando un tanto don mi fia concessoDi amar cum frutto, me ne mostri segni;Che sempre duolse, puoi[48]che in speme è messo,A cui come sperava non li avegni:Sicchè, dama gentil, fa' poi ch'io sapiaQuando tal grazia in mia persona capia.
Ma pregote, dapoi che mi hai promessoFavorire[47]in amore i miei disegni,Che quando un tanto don mi fia concessoDi amar cum frutto, me ne mostri segni;Che sempre duolse, puoi[48]che in speme è messo,A cui come sperava non li avegni:Sicchè, dama gentil, fa' poi ch'io sapiaQuando tal grazia in mia persona capia.
Ma pregote, dapoi che mi hai promesso
Favorire[47]in amore i miei disegni,
Che quando un tanto don mi fia concesso
Di amar cum frutto, me ne mostri segni;
Che sempre duolse, puoi[48]che in speme è messo,
A cui come sperava non li avegni:
Sicchè, dama gentil, fa' poi ch'io sapia
Quando tal grazia in mia persona capia.
XIII.
Rispose allor la vezzosetta dama:Io sempre fui fedele a chi mi crede,E Vener anco, e chi infedel la chiama,Non ben dicerne[49]quel ch'amor richiede;Fidelità conviensi a chi bene ama,E dir si suol che Amor sempre vuol[50]fede;Ma acciò ch'in breve il tuo desir consegui,Conviene che più oltre ancor mi segui.
Rispose allor la vezzosetta dama:Io sempre fui fedele a chi mi crede,E Vener anco, e chi infedel la chiama,Non ben dicerne[49]quel ch'amor richiede;Fidelità conviensi a chi bene ama,E dir si suol che Amor sempre vuol[50]fede;Ma acciò ch'in breve il tuo desir consegui,Conviene che più oltre ancor mi segui.
Rispose allor la vezzosetta dama:
Io sempre fui fedele a chi mi crede,
E Vener anco, e chi infedel la chiama,
Non ben dicerne[49]quel ch'amor richiede;
Fidelità conviensi a chi bene ama,
E dir si suol che Amor sempre vuol[50]fede;
Ma acciò ch'in breve il tuo desir consegui,
Conviene che più oltre ancor mi segui.
XIV.
Rispose quel baron: guidami pure,Se ben volessi, giuso ai regni stigi,Che disposto[51]mi son, dama, condureDove ti piace pronto a' tuoi servigi.Ma mi bisogna[52]l'animo ridureDove lassai, io credo, Malagigi,Il qual, se vi rimembra, in l'altro cantoVi lassai cum ragion jocondo tanto.
Rispose quel baron: guidami pure,Se ben volessi, giuso ai regni stigi,Che disposto[51]mi son, dama, condureDove ti piace pronto a' tuoi servigi.Ma mi bisogna[52]l'animo ridureDove lassai, io credo, Malagigi,Il qual, se vi rimembra, in l'altro cantoVi lassai cum ragion jocondo tanto.
Rispose quel baron: guidami pure,
Se ben volessi, giuso ai regni stigi,
Che disposto[51]mi son, dama, condure
Dove ti piace pronto a' tuoi servigi.
Ma mi bisogna[52]l'animo ridure
Dove lassai, io credo, Malagigi,
Il qual, se vi rimembra, in l'altro canto
Vi lassai cum ragion jocondo tanto.
XV.
Io vi lassai di ciambra già partitoDella regina, e l'uno e l'altro lieto,Che tanto l'uno a l'altro era graditoChe ciascun di essi ne restava quieto;Desidra la regina che finitoPresto sia il giorno al suo piacer secreto,E sol la notte a lei felice espetta,Che Amore è cieco, e notte gli diletta.
Io vi lassai di ciambra già partitoDella regina, e l'uno e l'altro lieto,Che tanto l'uno a l'altro era graditoChe ciascun di essi ne restava quieto;Desidra la regina che finitoPresto sia il giorno al suo piacer secreto,E sol la notte a lei felice espetta,Che Amore è cieco, e notte gli diletta.
Io vi lassai di ciambra già partito
Della regina, e l'uno e l'altro lieto,
Che tanto l'uno a l'altro era gradito
Che ciascun di essi ne restava quieto;
Desidra la regina che finito
Presto sia il giorno al suo piacer secreto,
E sol la notte a lei felice espetta,
Che Amore è cieco, e notte gli diletta.
XVI.
E senza altro pensare, un suo fidatoAccorto servitor chiamò quel giorno,A cui disse, se sei, come hai mostrato,Sempre nemico a chi mi vuol far scorno,Prego che vadi più che puoi celato,E Orlando trovi cavaliero adorno,E nostro capitan, se sciai qual sia,E questa gli darai da parte mia.
E senza altro pensare, un suo fidatoAccorto servitor chiamò quel giorno,A cui disse, se sei, come hai mostrato,Sempre nemico a chi mi vuol far scorno,Prego che vadi più che puoi celato,E Orlando trovi cavaliero adorno,E nostro capitan, se sciai qual sia,E questa gli darai da parte mia.
E senza altro pensare, un suo fidato
Accorto servitor chiamò quel giorno,
A cui disse, se sei, come hai mostrato,
Sempre nemico a chi mi vuol far scorno,
Prego che vadi più che puoi celato,
E Orlando trovi cavaliero adorno,
E nostro capitan, se sciai qual sia,
E questa gli darai da parte mia.
XVII.
E una lettera in mano al messo porse,Che del suo amore il conte reavisava;[53]Dopo molte proferte, il servo corseAl finto non ma al ver conte[54]di Brava:Il conte poi che del sigil si accorse,La lettra prese, e altro non parlava,Anci notando[55]il servo, in man la piglia,In atto d'uom che assai si meraviglia.
E una lettera in mano al messo porse,Che del suo amore il conte reavisava;[53]Dopo molte proferte, il servo corseAl finto non ma al ver conte[54]di Brava:Il conte poi che del sigil si accorse,La lettra prese, e altro non parlava,Anci notando[55]il servo, in man la piglia,In atto d'uom che assai si meraviglia.
E una lettera in mano al messo porse,
Che del suo amore il conte reavisava;[53]
Dopo molte proferte, il servo corse
Al finto non ma al ver conte[54]di Brava:
Il conte poi che del sigil si accorse,
La lettra prese, e altro non parlava,
Anci notando[55]il servo, in man la piglia,
In atto d'uom che assai si meraviglia.
XVIII.
Sciolsella[56], e prima sotto[57]lesseIl nome di chi a lui la scrive e manda;Subito il resto a leger poi si messeDi tal tenore = A te si aricomanda,Conte, colei che per signor ti ellesse,E sol ti apprezza, e solo ti dimanda;Pregate, come la notte passata,Questa altra ancor ti sia racomandata[58].
Sciolsella[56], e prima sotto[57]lesseIl nome di chi a lui la scrive e manda;Subito il resto a leger poi si messeDi tal tenore = A te si aricomanda,Conte, colei che per signor ti ellesse,E sol ti apprezza, e solo ti dimanda;Pregate, come la notte passata,Questa altra ancor ti sia racomandata[58].
Sciolsella[56], e prima sotto[57]lesse
Il nome di chi a lui la scrive e manda;
Subito il resto a leger poi si messe
Di tal tenore = A te si aricomanda,
Conte, colei che per signor ti ellesse,
E sol ti apprezza, e solo ti dimanda;
Pregate, come la notte passata,
Questa altra ancor ti sia racomandata[58].
XIX.
Rimase il conte alle parol suspeso,E di notte non scià, nè de che scriva;Ma pur per coniettura ha in parte intesoQuel che chiedea la donna, e le agradiva;Scià ch'ella già lo amava; onde compresoHa che di novo in lei lo amor si aviva;Ma pur di quel che ha letto assai si ammira,E di novo la lettra or lege, or mira.
Rimase il conte alle parol suspeso,E di notte non scià, nè de che scriva;Ma pur per coniettura ha in parte intesoQuel che chiedea la donna, e le agradiva;Scià ch'ella già lo amava; onde compresoHa che di novo in lei lo amor si aviva;Ma pur di quel che ha letto assai si ammira,E di novo la lettra or lege, or mira.
Rimase il conte alle parol suspeso,
E di notte non scià, nè de che scriva;
Ma pur per coniettura ha in parte inteso
Quel che chiedea la donna, e le agradiva;
Scià ch'ella già lo amava; onde compreso
Ha che di novo in lei lo amor si aviva;
Ma pur di quel che ha letto assai si ammira,
E di novo la lettra or lege, or mira.
XX.
E alla proposta subito rispose,E rescrisse una a lei di tal tenore:Regina mia, nelle importanti coseVostre del regno sol vi mostro amore;Ma in altre trame occulte et amorose,Non fui mai vosco; onde pigliate errore:Nè sta notte nè mai giacqui cum vui;Credo ch'in cambio mio godesti altrui.
E alla proposta subito rispose,E rescrisse una a lei di tal tenore:Regina mia, nelle importanti coseVostre del regno sol vi mostro amore;Ma in altre trame occulte et amorose,Non fui mai vosco; onde pigliate errore:Nè sta notte nè mai giacqui cum vui;Credo ch'in cambio mio godesti altrui.
E alla proposta subito rispose,
E rescrisse una a lei di tal tenore:
Regina mia, nelle importanti cose
Vostre del regno sol vi mostro amore;
Ma in altre trame occulte et amorose,
Non fui mai vosco; onde pigliate errore:
Nè sta notte nè mai giacqui cum vui;
Credo ch'in cambio mio godesti altrui.
XXI.
Diede la lettra il conte al fido messo,Che alla regina appresentolla in mano;Ella vedendo il servo, al primo ingressoAllegrossi, ma poi fu il gaudio vano,Che poi che della lettra intese espressoTutto il tenor, le parve il caso stranoD'esser schernita, e che ciò[59]niegi il conte,Che pure il vide seco a fronte a fronte.
Diede la lettra il conte al fido messo,Che alla regina appresentolla in mano;Ella vedendo il servo, al primo ingressoAllegrossi, ma poi fu il gaudio vano,Che poi che della lettra intese espressoTutto il tenor, le parve il caso stranoD'esser schernita, e che ciò[59]niegi il conte,Che pure il vide seco a fronte a fronte.
Diede la lettra il conte al fido messo,
Che alla regina appresentolla in mano;
Ella vedendo il servo, al primo ingresso
Allegrossi, ma poi fu il gaudio vano,
Che poi che della lettra intese espresso
Tutto il tenor, le parve il caso strano
D'esser schernita, e che ciò[59]niegi il conte,
Che pure il vide seco a fronte a fronte.
XXII.
E cominciò a dolersi la reginaAllor del conte assai cum voce pia;Lacrimando diceva: ahimè mischina,A chi dei l'alma e la persona[60]mia!Ad un che fu la notte, e la mattinaDimostra ingrato che più mio non sia;E a me che io il vidi, e sciò che fu certo elloNon si vergogna dir, che non fu quello.
E cominciò a dolersi la reginaAllor del conte assai cum voce pia;Lacrimando diceva: ahimè mischina,A chi dei l'alma e la persona[60]mia!Ad un che fu la notte, e la mattinaDimostra ingrato che più mio non sia;E a me che io il vidi, e sciò che fu certo elloNon si vergogna dir, che non fu quello.
E cominciò a dolersi la regina
Allor del conte assai cum voce pia;
Lacrimando diceva: ahimè mischina,
A chi dei l'alma e la persona[60]mia!
Ad un che fu la notte, e la mattina
Dimostra ingrato che più mio non sia;
E a me che io il vidi, e sciò che fu certo ello
Non si vergogna dir, che non fu quello.
XXIII.
Nol vedeste, occhi vui, che le fattezzeAvea del conte? io sciò che non errasti;Ora son queste, Orlando, le prodezzeChe per mio amore usar prima pensasti?Se pur non ti piacean le mie bellezze,(Che poco sono) a che, crudel, le usasti?A che sì piccol tempo le godesti,E da me, ingrato, come vil ti arresti?
Nol vedeste, occhi vui, che le fattezzeAvea del conte? io sciò che non errasti;Ora son queste, Orlando, le prodezzeChe per mio amore usar prima pensasti?Se pur non ti piacean le mie bellezze,(Che poco sono) a che, crudel, le usasti?A che sì piccol tempo le godesti,E da me, ingrato, come vil ti arresti?
Nol vedeste, occhi vui, che le fattezze
Avea del conte? io sciò che non errasti;
Ora son queste, Orlando, le prodezze
Che per mio amore usar prima pensasti?
Se pur non ti piacean le mie bellezze,
(Che poco sono) a che, crudel, le usasti?
A che sì piccol tempo le godesti,
E da me, ingrato, come vil ti arresti?
XXIV.
Forse ch'io non ti son piacciuta quantoCredevi prima, ahimè, solo a vedermi?[61]Ma perchè, ingrato, tante volte e tantoQuella notte tornasti a rigodermi?Se allor bella non fui, come di mantoAdorna poteva altri e tu[62]tenermi?E se a me più tornar pur non volevi,Negarmi esser lì stato non dovevi.
Forse ch'io non ti son piacciuta quantoCredevi prima, ahimè, solo a vedermi?[61]Ma perchè, ingrato, tante volte e tantoQuella notte tornasti a rigodermi?Se allor bella non fui, come di mantoAdorna poteva altri e tu[62]tenermi?E se a me più tornar pur non volevi,Negarmi esser lì stato non dovevi.
Forse ch'io non ti son piacciuta quanto
Credevi prima, ahimè, solo a vedermi?[61]
Ma perchè, ingrato, tante volte e tanto
Quella notte tornasti a rigodermi?
Se allor bella non fui, come di manto
Adorna poteva altri e tu[62]tenermi?
E se a me più tornar pur non volevi,
Negarmi esser lì stato non dovevi.
XXV.
Dall'altro canto il conte Orlando stavaSuspeso assai, nè scià quel che si dire;La cosa ben come era imaginava,Ma non la scià per lo ben colorire;Che essa l'avesse in fal preso pensavaPer cieca volontà, per gran desire,Nè scià chi possa avere audacia presaDi essere entrato in una tanta impresa.
Dall'altro canto il conte Orlando stavaSuspeso assai, nè scià quel che si dire;La cosa ben come era imaginava,Ma non la scià per lo ben colorire;Che essa l'avesse in fal preso pensavaPer cieca volontà, per gran desire,Nè scià chi possa avere audacia presaDi essere entrato in una tanta impresa.
Dall'altro canto il conte Orlando stava
Suspeso assai, nè scià quel che si dire;
La cosa ben come era imaginava,
Ma non la scià per lo ben colorire;
Che essa l'avesse in fal preso pensava
Per cieca volontà, per gran desire,
Nè scià chi possa avere audacia presa
Di essere entrato in una tanta impresa.
XXVI.
Non scià come essa lui in fal pigliasse,Nol cognoscendo al viso e al proprio aspetto,Nè scià ch'in faccia lui rapresentasseSalvo Milone, a lei figlio diletto,Qual non si crede[63]che alla madre usasseTanta sceleritade, tanto diffetto[64],E stette in tal penser tutto quel giorno;Ma il conte io lasso, e a Malagigi io torno[65].
Non scià come essa lui in fal pigliasse,Nol cognoscendo al viso e al proprio aspetto,Nè scià ch'in faccia lui rapresentasseSalvo Milone, a lei figlio diletto,Qual non si crede[63]che alla madre usasseTanta sceleritade, tanto diffetto[64],E stette in tal penser tutto quel giorno;Ma il conte io lasso, e a Malagigi io torno[65].
Non scià come essa lui in fal pigliasse,
Nol cognoscendo al viso e al proprio aspetto,
Nè scià ch'in faccia lui rapresentasse
Salvo Milone, a lei figlio diletto,
Qual non si crede[63]che alla madre usasse
Tanta sceleritade, tanto diffetto[64],
E stette in tal penser tutto quel giorno;
Ma il conte io lasso, e a Malagigi io torno[65].
XXVII.
Credendo Malagigi ritornareAlla regina la notte seguente,Nel mezzo di quel dolce lamentare,Che faceva ella del suo error dolente,Andolla Malagigi a visitare,Che non sapea della regina[66]nienteQuel che dolesse, anci a lei venne alloraCum la sembianza di quel conte ancora.
Credendo Malagigi ritornareAlla regina la notte seguente,Nel mezzo di quel dolce lamentare,Che faceva ella del suo error dolente,Andolla Malagigi a visitare,Che non sapea della regina[66]nienteQuel che dolesse, anci a lei venne alloraCum la sembianza di quel conte ancora.
Credendo Malagigi ritornare
Alla regina la notte seguente,
Nel mezzo di quel dolce lamentare,
Che faceva ella del suo error dolente,
Andolla Malagigi a visitare,
Che non sapea della regina[66]niente
Quel che dolesse, anci a lei venne allora
Cum la sembianza di quel conte ancora.
XXVIII.
Fu dalla più secreta camarieraPortata alla regina la novella,Come ad essa il gran conte venuto eraPer visitarla, se piacesse ad ella;Tutta turbossi la regina in ciera,E in mille parti il sdegno la martella,E dubita di dui qual debbia fare,O se lo escluda, o pur lo lassi entrare.
Fu dalla più secreta camarieraPortata alla regina la novella,Come ad essa il gran conte venuto eraPer visitarla, se piacesse ad ella;Tutta turbossi la regina in ciera,E in mille parti il sdegno la martella,E dubita di dui qual debbia fare,O se lo escluda, o pur lo lassi entrare.
Fu dalla più secreta camariera
Portata alla regina la novella,
Come ad essa il gran conte venuto era
Per visitarla, se piacesse ad ella;
Tutta turbossi la regina in ciera,
E in mille parti il sdegno la martella,
E dubita di dui qual debbia fare,
O se lo escluda, o pur lo lassi entrare.
XXIX.
Non scià quel che si far, tutta è commossa,Non scià se contradica o se consenta,Ma l'amor più che l'ira ebbe gran possa,Sì che a lassarlo entrar restoe contenta;La camariera ad introdurlo mossa,Avanti alla regina lo appresenta,E Malagigi non sapendo il fatto,A lei si appresentò cum allegro atto.
Non scià quel che si far, tutta è commossa,Non scià se contradica o se consenta,Ma l'amor più che l'ira ebbe gran possa,Sì che a lassarlo entrar restoe contenta;La camariera ad introdurlo mossa,Avanti alla regina lo appresenta,E Malagigi non sapendo il fatto,A lei si appresentò cum allegro atto.
Non scià quel che si far, tutta è commossa,
Non scià se contradica o se consenta,
Ma l'amor più che l'ira ebbe gran possa,
Sì che a lassarlo entrar restoe contenta;
La camariera ad introdurlo mossa,
Avanti alla regina lo appresenta,
E Malagigi non sapendo il fatto,
A lei si appresentò cum allegro atto.
XXX.
Ma ella cum sembiante assai mansueto,Cum occhi mesti a guisa di turbata,Non ben rispose a Malagigi lietoCome pensò vedere alla tornata;Ma non per questo se ritrasse adrieto;Ma dimostra egli faccia allegra e grata,[67]E accarecciar[68]la donna allor non resta,Pensando che per altro ella stia mesta.
Ma ella cum sembiante assai mansueto,Cum occhi mesti a guisa di turbata,Non ben rispose a Malagigi lietoCome pensò vedere alla tornata;Ma non per questo se ritrasse adrieto;Ma dimostra egli faccia allegra e grata,[67]E accarecciar[68]la donna allor non resta,Pensando che per altro ella stia mesta.
Ma ella cum sembiante assai mansueto,
Cum occhi mesti a guisa di turbata,
Non ben rispose a Malagigi lieto
Come pensò vedere alla tornata;
Ma non per questo se ritrasse adrieto;
Ma dimostra egli faccia allegra e grata,[67]
E accarecciar[68]la donna allor non resta,
Pensando che per altro ella stia mesta.
XXXI.
Ma senza altro parlarli, la reginaLa lettera del conte al baron diede;Presella[69]quello, e subito divinaDove il gran sdegno di colei procede:E più cognosce ancor la sua ruinaChe la lettra del conte in scritti vede;La lettra lesse, e poi rivolto a leiDisse, regina, per un scherzo il fei.
Ma senza altro parlarli, la reginaLa lettera del conte al baron diede;Presella[69]quello, e subito divinaDove il gran sdegno di colei procede:E più cognosce ancor la sua ruinaChe la lettra del conte in scritti vede;La lettra lesse, e poi rivolto a leiDisse, regina, per un scherzo il fei.
Ma senza altro parlarli, la regina
La lettera del conte al baron diede;
Presella[69]quello, e subito divina
Dove il gran sdegno di colei procede:
E più cognosce ancor la sua ruina
Che la lettra del conte in scritti vede;
La lettra lesse, e poi rivolto a lei
Disse, regina, per un scherzo il fei.
XXXII.
Tutta mutossi la regina allora,E serenò la fronte e il suo bel ciglio,E più che mai Orlando la innamora,E subito le fa mutar consiglio;Ma quietata non bene era ella ancora,Quando a lei corse un suo fedel famiglio,E dissele, regina, il tuo figliuoloSi trova in gran contrasto e in maggior duolo.
Tutta mutossi la regina allora,E serenò la fronte e il suo bel ciglio,E più che mai Orlando la innamora,E subito le fa mutar consiglio;Ma quietata non bene era ella ancora,Quando a lei corse un suo fedel famiglio,E dissele, regina, il tuo figliuoloSi trova in gran contrasto e in maggior duolo.
Tutta mutossi la regina allora,
E serenò la fronte e il suo bel ciglio,
E più che mai Orlando la innamora,
E subito le fa mutar consiglio;
Ma quietata non bene era ella ancora,
Quando a lei corse un suo fedel famiglio,
E dissele, regina, il tuo figliuolo
Si trova in gran contrasto e in maggior duolo.
XXXIII.
Il conte Orlando nostro defensore,Venuto da ponente[70]ove il sol montaPer defendere il stato e il vostro onore,Credo che ricevuta abbia qualche onta;E dir l'ho udito al tuo figliuol: Signore,Se sta persona mai per te fu pronta,Se mai io satisfeci al tuo desire,Piacemmi[71]assai, ma ormai mi vo' partire.
Il conte Orlando nostro defensore,Venuto da ponente[70]ove il sol montaPer defendere il stato e il vostro onore,Credo che ricevuta abbia qualche onta;E dir l'ho udito al tuo figliuol: Signore,Se sta persona mai per te fu pronta,Se mai io satisfeci al tuo desire,Piacemmi[71]assai, ma ormai mi vo' partire.
Il conte Orlando nostro defensore,
Venuto da ponente[70]ove il sol monta
Per defendere il stato e il vostro onore,
Credo che ricevuta abbia qualche onta;
E dir l'ho udito al tuo figliuol: Signore,
Se sta persona mai per te fu pronta,
Se mai io satisfeci al tuo desire,
Piacemmi[71]assai, ma ormai mi vo' partire.
XXXIV.
Di questo assai si duole il tuo Milone,E li repugna, e consentir non vuole,E vie più perchè Orlando la cagioneTace, nè si contenta e non si duole;Ma che offeso sia stato il gran baroneConoscessi[72]alla ciera e alle parole:Però prega Milon ch'ivi tu vegni,E che lui, se il puoi far, fra nuoi ritegni.
Di questo assai si duole il tuo Milone,E li repugna, e consentir non vuole,E vie più perchè Orlando la cagioneTace, nè si contenta e non si duole;Ma che offeso sia stato il gran baroneConoscessi[72]alla ciera e alle parole:Però prega Milon ch'ivi tu vegni,E che lui, se il puoi far, fra nuoi ritegni.
Di questo assai si duole il tuo Milone,
E li repugna, e consentir non vuole,
E vie più perchè Orlando la cagione
Tace, nè si contenta e non si duole;
Ma che offeso sia stato il gran barone
Conoscessi[72]alla ciera e alle parole:
Però prega Milon ch'ivi tu vegni,
E che lui, se il puoi far, fra nuoi ritegni.
XXXV.
Poco cervel coprir de' la tua fronte,E che l'hai dove la civetta[73]il gozzo:Or non è qui a me presente il conte,Che ti sian cavi li occhi, e il capo mozzo?Rispose la regina; e a me raconte[74]Una tal falsità, ribaldo e sozzo:Sei cieco, over bevuto hai troppo vino,Che qui non vedi Orlando paladino?
Poco cervel coprir de' la tua fronte,E che l'hai dove la civetta[73]il gozzo:Or non è qui a me presente il conte,Che ti sian cavi li occhi, e il capo mozzo?Rispose la regina; e a me raconte[74]Una tal falsità, ribaldo e sozzo:Sei cieco, over bevuto hai troppo vino,Che qui non vedi Orlando paladino?
Poco cervel coprir de' la tua fronte,
E che l'hai dove la civetta[73]il gozzo:
Or non è qui a me presente il conte,
Che ti sian cavi li occhi, e il capo mozzo?
Rispose la regina; e a me raconte[74]
Una tal falsità, ribaldo e sozzo:
Sei cieco, over bevuto hai troppo vino,
Che qui non vedi Orlando paladino?
XXXVI.
Guarda il famiglio, e resta stupefatto,E cognosce che quello è Orlando apponto:Io non sciò, disse, come vada il fatto,E come pria di me costui sia gionto;Io il vidi, io lo udii pur, e corsi ratto,Regina, a te, che sciai quanto sia pronto;E non sciò come sia possibil questo,Che egli di me sia giunto a te più presto.
Guarda il famiglio, e resta stupefatto,E cognosce che quello è Orlando apponto:Io non sciò, disse, come vada il fatto,E come pria di me costui sia gionto;Io il vidi, io lo udii pur, e corsi ratto,Regina, a te, che sciai quanto sia pronto;E non sciò come sia possibil questo,Che egli di me sia giunto a te più presto.
Guarda il famiglio, e resta stupefatto,
E cognosce che quello è Orlando apponto:
Io non sciò, disse, come vada il fatto,
E come pria di me costui sia gionto;
Io il vidi, io lo udii pur, e corsi ratto,
Regina, a te, che sciai quanto sia pronto;
E non sciò come sia possibil questo,
Che egli di me sia giunto a te più presto.
XXXVII.
E partito[75]porrò cum chi lo accetta,Che quel ch'io vidi, Orlando, è in sala ancora,E parla cum Milon, che così in frettaVenni, che certo ancor cum lui dimora.Perchè a chi il fatto attien sempre suspetta,Molto turbossi la regina allora;A Malagigi guarda, e si disponeVeder di tal novella il parangone[76].
E partito[75]porrò cum chi lo accetta,Che quel ch'io vidi, Orlando, è in sala ancora,E parla cum Milon, che così in frettaVenni, che certo ancor cum lui dimora.Perchè a chi il fatto attien sempre suspetta,Molto turbossi la regina allora;A Malagigi guarda, e si disponeVeder di tal novella il parangone[76].
E partito[75]porrò cum chi lo accetta,
Che quel ch'io vidi, Orlando, è in sala ancora,
E parla cum Milon, che così in fretta
Venni, che certo ancor cum lui dimora.
Perchè a chi il fatto attien sempre suspetta,
Molto turbossi la regina allora;
A Malagigi guarda, e si dispone
Veder di tal novella il parangone[76].
XXXVIII.
Malagigi, che più non può coprirse,Dispose allor finir la cosa in riso,E volto al servo disse, che forbirseDebbassi[77]ben di nuovo e li occhi e il viso,E che debbia correndo indi partirse,E ben cerchi mirare attento e fisoSe più dove diceva[78]il conte vede,E poi ritorni, e facciane lor fede.
Malagigi, che più non può coprirse,Dispose allor finir la cosa in riso,E volto al servo disse, che forbirseDebbassi[77]ben di nuovo e li occhi e il viso,E che debbia correndo indi partirse,E ben cerchi mirare attento e fisoSe più dove diceva[78]il conte vede,E poi ritorni, e facciane lor fede.
Malagigi, che più non può coprirse,
Dispose allor finir la cosa in riso,
E volto al servo disse, che forbirse
Debbassi[77]ben di nuovo e li occhi e il viso,
E che debbia correndo indi partirse,
E ben cerchi mirare attento e fiso
Se più dove diceva[78]il conte vede,
E poi ritorni, e facciane lor fede.
XXXIX.
Subito il servo senza altra rispostaRitornò in sala ove ancor stava il conte,A cui il servo assai vicin si accosta,E fra se dice: io pur ti miro in fronte;Pur veggio che quel sei; ora a sua postaMi accusi la regina, e facciammi[79]onte,Ch'io dubito assai ch'essa e il suo figliuoloNon sian traditi, e ne ricevan duolo.
Subito il servo senza altra rispostaRitornò in sala ove ancor stava il conte,A cui il servo assai vicin si accosta,E fra se dice: io pur ti miro in fronte;Pur veggio che quel sei; ora a sua postaMi accusi la regina, e facciammi[79]onte,Ch'io dubito assai ch'essa e il suo figliuoloNon sian traditi, e ne ricevan duolo.
Subito il servo senza altra risposta
Ritornò in sala ove ancor stava il conte,
A cui il servo assai vicin si accosta,
E fra se dice: io pur ti miro in fronte;
Pur veggio che quel sei; ora a sua posta
Mi accusi la regina, e facciammi[79]onte,
Ch'io dubito assai ch'essa e il suo figliuolo
Non sian traditi, e ne ricevan duolo.
XL.
E nulla dire allora a Milon volle,E fra se parla, e torna alla regina,Et a lei disse: chi 'l cervel mi tolle,Peggio[80]che non veggio io quello indivina;Tu sei troppo, regina, a creder molle,E ne potria reuscir tua gran rovina;Orlando è in sala, e questo è certo assai,E a vederlo tu ancor venir potrai.
E nulla dire allora a Milon volle,E fra se parla, e torna alla regina,Et a lei disse: chi 'l cervel mi tolle,Peggio[80]che non veggio io quello indivina;Tu sei troppo, regina, a creder molle,E ne potria reuscir tua gran rovina;Orlando è in sala, e questo è certo assai,E a vederlo tu ancor venir potrai.
E nulla dire allora a Milon volle,
E fra se parla, e torna alla regina,
Et a lei disse: chi 'l cervel mi tolle,
Peggio[80]che non veggio io quello indivina;
Tu sei troppo, regina, a creder molle,
E ne potria reuscir tua gran rovina;
Orlando è in sala, e questo è certo assai,
E a vederlo tu ancor venir potrai.
XLI.
Rispose la regina: io vo' vedello,Ch'io voglio, s'io non trovo, castigarti;E tu, conte, se tu però sei quello,Prego che qui mi espetti e non ti parti:Rispose Malagigi, io son pure ello,E per meglio voler certificarti,Qui dentro chiuso voglioti espettare,Fa' pur quanti usci vuoi di fuor serrare.
Rispose la regina: io vo' vedello,Ch'io voglio, s'io non trovo, castigarti;E tu, conte, se tu però sei quello,Prego che qui mi espetti e non ti parti:Rispose Malagigi, io son pure ello,E per meglio voler certificarti,Qui dentro chiuso voglioti espettare,Fa' pur quanti usci vuoi di fuor serrare.
Rispose la regina: io vo' vedello,
Ch'io voglio, s'io non trovo, castigarti;
E tu, conte, se tu però sei quello,
Prego che qui mi espetti e non ti parti:
Rispose Malagigi, io son pure ello,
E per meglio voler certificarti,
Qui dentro chiuso voglioti espettare,
Fa' pur quanti usci vuoi di fuor serrare.
XLII.
Fu chiuso Malagigi, e GallicianaAndò dove è Milone e il conte in sala;E visto il conte, assai li parve stranaTal cosa, e come a occel le cascò l'ala;Chiama in amore ogni sua opra vana,L'ira in lei[81]cresce, e il desiderio cala;Volsessi[82]disperar, volse morire,Poi che così si vide allor schernire.
Fu chiuso Malagigi, e GallicianaAndò dove è Milone e il conte in sala;E visto il conte, assai li parve stranaTal cosa, e come a occel le cascò l'ala;Chiama in amore ogni sua opra vana,L'ira in lei[81]cresce, e il desiderio cala;Volsessi[82]disperar, volse morire,Poi che così si vide allor schernire.
Fu chiuso Malagigi, e Galliciana
Andò dove è Milone e il conte in sala;
E visto il conte, assai li parve strana
Tal cosa, e come a occel le cascò l'ala;
Chiama in amore ogni sua opra vana,
L'ira in lei[81]cresce, e il desiderio cala;
Volsessi[82]disperar, volse morire,
Poi che così si vide allor schernire.
XLIII.
Ma come sempre saggia e discreta,Farne vendetta al tutto si dispose,Ma per suo onore più che può secreta,Ordine buono al suo disegno pose;Molti de' suoi armò, che non gliel vietaAlcun, che potea queste e maggior cose,E condusseli ove era il finto Orlando,Per legarlo prigione al suo comando.
Ma come sempre saggia e discreta,Farne vendetta al tutto si dispose,Ma per suo onore più che può secreta,Ordine buono al suo disegno pose;Molti de' suoi armò, che non gliel vietaAlcun, che potea queste e maggior cose,E condusseli ove era il finto Orlando,Per legarlo prigione al suo comando.
Ma come sempre saggia e discreta,
Farne vendetta al tutto si dispose,
Ma per suo onore più che può secreta,
Ordine buono al suo disegno pose;
Molti de' suoi armò, che non gliel vieta
Alcun, che potea queste e maggior cose,
E condusseli ove era il finto Orlando,
Per legarlo prigione al suo comando.
XLIV.
Ma intanto Malagigi la mala arte,Buona per lui, aveva oprato solo,Che solo a un comandare e aprir di cartePassava i muri, e se ne andava a volo;Effigie muta,[83]e quando vuol si parte,E il gaudio in pene[84]muta, in gaudio il duolo:Egli uscì fuora, e[85]in cambio suo rinchiusoUn spirito lassò da lui bene uso.[86]
Ma intanto Malagigi la mala arte,Buona per lui, aveva oprato solo,Che solo a un comandare e aprir di cartePassava i muri, e se ne andava a volo;Effigie muta,[83]e quando vuol si parte,E il gaudio in pene[84]muta, in gaudio il duolo:Egli uscì fuora, e[85]in cambio suo rinchiusoUn spirito lassò da lui bene uso.[86]
Ma intanto Malagigi la mala arte,
Buona per lui, aveva oprato solo,
Che solo a un comandare e aprir di carte
Passava i muri, e se ne andava a volo;
Effigie muta,[83]e quando vuol si parte,
E il gaudio in pene[84]muta, in gaudio il duolo:
Egli uscì fuora, e[85]in cambio suo rinchiuso
Un spirito lassò da lui bene uso.[86]
XLV.
Nè vi ammirate se tal cosa fa,Che questo, a lui ch'è mastro, è cosa picola;Un libro consecrato il barone haChe tutti i segni di tale arte articola;[87]In quello ogni scongiura e forza staChe descrive Azael[88]e la Clavicola,E però dal demonio egli è obeditoSecondo le occorrenzie e l'appetito.
Nè vi ammirate se tal cosa fa,Che questo, a lui ch'è mastro, è cosa picola;Un libro consecrato il barone haChe tutti i segni di tale arte articola;[87]In quello ogni scongiura e forza staChe descrive Azael[88]e la Clavicola,E però dal demonio egli è obeditoSecondo le occorrenzie e l'appetito.
Nè vi ammirate se tal cosa fa,
Che questo, a lui ch'è mastro, è cosa picola;
Un libro consecrato il barone ha
Che tutti i segni di tale arte articola;[87]
In quello ogni scongiura e forza sta
Che descrive Azael[88]e la Clavicola,
E però dal demonio egli è obedito
Secondo le occorrenzie e l'appetito.
XLVI.
Partisse allora egli per più destra[89]Che puote, che sapea quel che importava;Non sciò se uscisse per uscio o finestra,O se demonio o spirito il portava;Da l'altra parte la regina allestra[90]Li armati suoi, e nella ciambra entrava,E addosso a Libichel,[91]ch'in propria formaDel conte stava, corse quella torma.
Partisse allora egli per più destra[89]Che puote, che sapea quel che importava;Non sciò se uscisse per uscio o finestra,O se demonio o spirito il portava;Da l'altra parte la regina allestra[90]Li armati suoi, e nella ciambra entrava,E addosso a Libichel,[91]ch'in propria formaDel conte stava, corse quella torma.
Partisse allora egli per più destra[89]
Che puote, che sapea quel che importava;
Non sciò se uscisse per uscio o finestra,
O se demonio o spirito il portava;
Da l'altra parte la regina allestra[90]
Li armati suoi, e nella ciambra entrava,
E addosso a Libichel,[91]ch'in propria forma
Del conte stava, corse quella torma.
XLVII.
Tutti cum gran furor[92]contra a lui ferse,Per far della regina ogni[93]comando,Che tutta l'ira contra a quel converse,Che era in la ciambra, come a finto Orlando;Ma Malagigi l'animo non perse,Anci rispose bene al lor dimando,Che a chi per darli o lo pigliar s'accosta,Cum pugni e calci fa buona risposta.
Tutti cum gran furor[92]contra a lui ferse,Per far della regina ogni[93]comando,Che tutta l'ira contra a quel converse,Che era in la ciambra, come a finto Orlando;Ma Malagigi l'animo non perse,Anci rispose bene al lor dimando,Che a chi per darli o lo pigliar s'accosta,Cum pugni e calci fa buona risposta.
Tutti cum gran furor[92]contra a lui ferse,
Per far della regina ogni[93]comando,
Che tutta l'ira contra a quel converse,
Che era in la ciambra, come a finto Orlando;
Ma Malagigi l'animo non perse,
Anci rispose bene al lor dimando,
Che a chi per darli o lo pigliar s'accosta,
Cum pugni e calci fa buona risposta.
XLVIII.
Gridava ognun: pigliamo sto mal guerzo,[94](Che così è il spirto in forma del gran conte)Ma Malagigi lor fa stranio scherzo,E a chi una gota rompe e a chi la fronte,Dui fece tramortire, e occise il terzo,E contra li altri ha ancor sue forze pronte;E ad un di lor, che gli contrasta invano,Tolse per forza un gran baston di mano.
Gridava ognun: pigliamo sto mal guerzo,[94](Che così è il spirto in forma del gran conte)Ma Malagigi lor fa stranio scherzo,E a chi una gota rompe e a chi la fronte,Dui fece tramortire, e occise il terzo,E contra li altri ha ancor sue forze pronte;E ad un di lor, che gli contrasta invano,Tolse per forza un gran baston di mano.
Gridava ognun: pigliamo sto mal guerzo,[94]
(Che così è il spirto in forma del gran conte)
Ma Malagigi lor fa stranio scherzo,
E a chi una gota rompe e a chi la fronte,
Dui fece tramortire, e occise il terzo,
E contra li altri ha ancor sue forze pronte;
E ad un di lor, che gli contrasta invano,
Tolse per forza un gran baston di mano.
XLIX.
Questo vedendo li altri, e che ben li onge,[95]Ciascun sta largo, e il guardano alle mani;[96]Dàlli dàlli, ciascun grida da longe,Come quando talor son tocchi i cani,Che abaglian[97]pure, e alcun non morde o ponge,E vanno intorno oppur stanno lontani;Così fan quelli, e gridano sì forteChe udito già l'avea tutta la corte.
Questo vedendo li altri, e che ben li onge,[95]Ciascun sta largo, e il guardano alle mani;[96]Dàlli dàlli, ciascun grida da longe,Come quando talor son tocchi i cani,Che abaglian[97]pure, e alcun non morde o ponge,E vanno intorno oppur stanno lontani;Così fan quelli, e gridano sì forteChe udito già l'avea tutta la corte.
Questo vedendo li altri, e che ben li onge,[95]
Ciascun sta largo, e il guardano alle mani;[96]
Dàlli dàlli, ciascun grida da longe,
Come quando talor son tocchi i cani,
Che abaglian[97]pure, e alcun non morde o ponge,
E vanno intorno oppur stanno lontani;
Così fan quelli, e gridano sì forte
Che udito già l'avea tutta la corte.
L.
Milon vi corse, il conte, e il gran Fondrano,Rosadoro, Arideo cum altri insieme;[98]Ciascun teneva o brando o spiedo in mano,Che chi il caso non scià di peggio teme;Allora Libichel si fa più strano,[99]Il baston gira, e di gran furia fremePer provocar più il conte e li altri in ira,Corre al nemico, grida, salta e gira.
Milon vi corse, il conte, e il gran Fondrano,Rosadoro, Arideo cum altri insieme;[98]Ciascun teneva o brando o spiedo in mano,Che chi il caso non scià di peggio teme;Allora Libichel si fa più strano,[99]Il baston gira, e di gran furia fremePer provocar più il conte e li altri in ira,Corre al nemico, grida, salta e gira.
Milon vi corse, il conte, e il gran Fondrano,
Rosadoro, Arideo cum altri insieme;[98]
Ciascun teneva o brando o spiedo in mano,
Che chi il caso non scià di peggio teme;
Allora Libichel si fa più strano,[99]
Il baston gira, e di gran furia freme
Per provocar più il conte e li altri in ira,
Corre al nemico, grida, salta e gira.
LI.
Intanto coi compagni il conte gionse,E il tempo prese allora Libichello,Per non mostrarsi Orlando a Orlando,[100]assonseNovella forma, come gionse quello;Effigie da baston proprio si agionse,E divenne di uno uomo uno asinello;Io non sciò se Turpino in ciò mi inganni,Fu uno[101]asinello di ben sopra otto anni.
Intanto coi compagni il conte gionse,E il tempo prese allora Libichello,Per non mostrarsi Orlando a Orlando,[100]assonseNovella forma, come gionse quello;Effigie da baston proprio si agionse,E divenne di uno uomo uno asinello;Io non sciò se Turpino in ciò mi inganni,Fu uno[101]asinello di ben sopra otto anni.
Intanto coi compagni il conte gionse,
E il tempo prese allora Libichello,
Per non mostrarsi Orlando a Orlando,[100]assonse
Novella forma, come gionse quello;
Effigie da baston proprio si agionse,
E divenne di uno uomo uno asinello;
Io non sciò se Turpino in ciò mi inganni,
Fu uno[101]asinello di ben sopra otto anni.
LII.
Rignando cominciò giocar de calci,E porre ivi ciascuno in gran conquasso;[102]Fra color si dimena, e con gran balci[103]E correr, ne va assai più che di passo;Non fa tempesta, quando scorza i salci,[104]Tanto rumor ne' campi e tal fracasso,Quanto fa allora il spirto LibichelloMutato (come io dissi) in asinello.
Rignando cominciò giocar de calci,E porre ivi ciascuno in gran conquasso;[102]Fra color si dimena, e con gran balci[103]E correr, ne va assai più che di passo;Non fa tempesta, quando scorza i salci,[104]Tanto rumor ne' campi e tal fracasso,Quanto fa allora il spirto LibichelloMutato (come io dissi) in asinello.
Rignando cominciò giocar de calci,
E porre ivi ciascuno in gran conquasso;[102]
Fra color si dimena, e con gran balci[103]
E correr, ne va assai più che di passo;
Non fa tempesta, quando scorza i salci,[104]
Tanto rumor ne' campi e tal fracasso,
Quanto fa allora il spirto Libichello
Mutato (come io dissi) in asinello.
LIII.
Orlando e Rosador di riso scoppia,Milon, Fondrano e così tutto il resto,Pur sempre i calci l'asinel raddoppia,E salta e corre e poi ragira presto;L'orecchie stende, si digrigna, e doppiaFesta agli astanti poi aggiunse a questo,E in ordine mostrò quel che in le[105]stalle,O ne' campi, il stallon fra le cavalle.
Orlando e Rosador di riso scoppia,Milon, Fondrano e così tutto il resto,Pur sempre i calci l'asinel raddoppia,E salta e corre e poi ragira presto;L'orecchie stende, si digrigna, e doppiaFesta agli astanti poi aggiunse a questo,E in ordine mostrò quel che in le[105]stalle,O ne' campi, il stallon fra le cavalle.
Orlando e Rosador di riso scoppia,
Milon, Fondrano e così tutto il resto,
Pur sempre i calci l'asinel raddoppia,
E salta e corre e poi ragira presto;
L'orecchie stende, si digrigna, e doppia
Festa agli astanti poi aggiunse a questo,
E in ordine mostrò quel che in le[105]stalle,
O ne' campi, il stallon fra le cavalle.
LIV.
E si drizzò a seguir GallicianaQuel disonesto e intrepido asinazzo,Ella, che vide quella cosa strana,Si sforza vergognosa uscir d'impazzo;Ma l'asino da lei non si allontana,Gridagli forte ognun, pur n'ha sollazzo,E se[106]non pur che la regina infesta,Scoppiato ne sarebbe ognun di festa.
E si drizzò a seguir GallicianaQuel disonesto e intrepido asinazzo,Ella, che vide quella cosa strana,Si sforza vergognosa uscir d'impazzo;Ma l'asino da lei non si allontana,Gridagli forte ognun, pur n'ha sollazzo,E se[106]non pur che la regina infesta,Scoppiato ne sarebbe ognun di festa.
E si drizzò a seguir Galliciana
Quel disonesto e intrepido asinazzo,
Ella, che vide quella cosa strana,
Si sforza vergognosa uscir d'impazzo;
Ma l'asino da lei non si allontana,
Gridagli forte ognun, pur n'ha sollazzo,
E se[106]non pur che la regina infesta,
Scoppiato ne sarebbe ognun di festa.
LV.
Ma il conte Orlando, cavalier saputo,Che ebbe la lettra, s'avisò del fatto,Perchè più d'uno incanto avea vedutoPer altri tempi, imaginossi il tratto,Che Malagigi, o chi altri, qui venutoFusse per eseguir questo tristo atto,Et a quanti baron si vide avanteDisse: qui è stato qualche negromante.
Ma il conte Orlando, cavalier saputo,Che ebbe la lettra, s'avisò del fatto,Perchè più d'uno incanto avea vedutoPer altri tempi, imaginossi il tratto,Che Malagigi, o chi altri, qui venutoFusse per eseguir questo tristo atto,Et a quanti baron si vide avanteDisse: qui è stato qualche negromante.
Ma il conte Orlando, cavalier saputo,
Che ebbe la lettra, s'avisò del fatto,
Perchè più d'uno incanto avea veduto
Per altri tempi, imaginossi il tratto,
Che Malagigi, o chi altri, qui venuto
Fusse per eseguir questo tristo atto,
Et a quanti baron si vide avante
Disse: qui è stato qualche negromante.
LVI.
Confermò ognun quel che 'l conte prevede,Il qual disse a ciascun che presente era:Io sum[107]Orlando, il quale in Cristo crede,E la sua legge è sola al mondo vera;Mostrar vi voglio la cristiana fedeQuanto potente sia, quanto sincera;E l'asino gridò:[108]Demonio tristo,Partiti quindi per virtù di Cristo.
Confermò ognun quel che 'l conte prevede,Il qual disse a ciascun che presente era:Io sum[107]Orlando, il quale in Cristo crede,E la sua legge è sola al mondo vera;Mostrar vi voglio la cristiana fedeQuanto potente sia, quanto sincera;E l'asino gridò:[108]Demonio tristo,Partiti quindi per virtù di Cristo.
Confermò ognun quel che 'l conte prevede,
Il qual disse a ciascun che presente era:
Io sum[107]Orlando, il quale in Cristo crede,
E la sua legge è sola al mondo vera;
Mostrar vi voglio la cristiana fede
Quanto potente sia, quanto sincera;
E l'asino gridò:[108]Demonio tristo,
Partiti quindi per virtù di Cristo.
Manca la continuazione
LVII.
Ebbe il gigante allora acerba pena,Pur si ritenne in piede, e il capo quassa,La mazza stringe et a due man la mena,E contra a chi il percosse un colpo lassa;Schifarlo puote il Paladino appena,Ma pur da parte salta, e il colpo passa;Egli è mastro di guerra, e il suo RondelloAi salti è assuefatto, e molto snello.
Ebbe il gigante allora acerba pena,Pur si ritenne in piede, e il capo quassa,La mazza stringe et a due man la mena,E contra a chi il percosse un colpo lassa;Schifarlo puote il Paladino appena,Ma pur da parte salta, e il colpo passa;Egli è mastro di guerra, e il suo RondelloAi salti è assuefatto, e molto snello.
Ebbe il gigante allora acerba pena,
Pur si ritenne in piede, e il capo quassa,
La mazza stringe et a due man la mena,
E contra a chi il percosse un colpo lassa;
Schifarlo puote il Paladino appena,
Ma pur da parte salta, e il colpo passa;
Egli è mastro di guerra, e il suo Rondello
Ai salti è assuefatto, e molto snello.
LVIII.
Schiffò quel colpo, e ben volse[109]il marchese,Ma renderlo non puote a quella volta,Chè separate fur le lor contese,Tanto crescea de' cavalier la folta;Sicchè Oliviero allora altra via prese,Mostrando tra' pagani audacia molta:Quanti ne giunge pien di rabbia e tosco,Male integri li manda al regno fosco.
Schiffò quel colpo, e ben volse[109]il marchese,Ma renderlo non puote a quella volta,Chè separate fur le lor contese,Tanto crescea de' cavalier la folta;Sicchè Oliviero allora altra via prese,Mostrando tra' pagani audacia molta:Quanti ne giunge pien di rabbia e tosco,Male integri li manda al regno fosco.
Schiffò quel colpo, e ben volse[109]il marchese,
Ma renderlo non puote a quella volta,
Chè separate fur le lor contese,
Tanto crescea de' cavalier la folta;
Sicchè Oliviero allora altra via prese,
Mostrando tra' pagani audacia molta:
Quanti ne giunge pien di rabbia e tosco,
Male integri li manda al regno fosco.
LIX.
Riconfortossi la cristiana schieraPel grande aiuto di quel Paladino;Ma di Ruffardo la possanza fieraFa come falce di stipa o di lino:Infernal cosa è riguardarlo in ciera,Nè sì brutto si pinge Calcabrino;[110]E tanto adopra la ferrata mazza,Che sempre ha intorno spaziosa piazza.
Riconfortossi la cristiana schieraPel grande aiuto di quel Paladino;Ma di Ruffardo la possanza fieraFa come falce di stipa o di lino:Infernal cosa è riguardarlo in ciera,Nè sì brutto si pinge Calcabrino;[110]E tanto adopra la ferrata mazza,Che sempre ha intorno spaziosa piazza.
Riconfortossi la cristiana schiera
Pel grande aiuto di quel Paladino;
Ma di Ruffardo la possanza fiera
Fa come falce di stipa o di lino:
Infernal cosa è riguardarlo in ciera,
Nè sì brutto si pinge Calcabrino;[110]
E tanto adopra la ferrata mazza,
Che sempre ha intorno spaziosa piazza.
LX.
Ma Balugante cupido di sangueBravante il maladetto a ferir manda;Mossessi[111]quello a guisa di fiero angue,Se advien che 'l tosco disdegnato spanda;Restò a tal gionta ogni cristiano esangue,E a fugir cominciar per ogni banda;Li più galgiardi[112]allor ebber paura,Movendossi[113]il pagan de empia statura.
Ma Balugante cupido di sangueBravante il maladetto a ferir manda;Mossessi[111]quello a guisa di fiero angue,Se advien che 'l tosco disdegnato spanda;Restò a tal gionta ogni cristiano esangue,E a fugir cominciar per ogni banda;Li più galgiardi[112]allor ebber paura,Movendossi[113]il pagan de empia statura.
Ma Balugante cupido di sangue
Bravante il maladetto a ferir manda;
Mossessi[111]quello a guisa di fiero angue,
Se advien che 'l tosco disdegnato spanda;
Restò a tal gionta ogni cristiano esangue,
E a fugir cominciar per ogni banda;
Li più galgiardi[112]allor ebber paura,
Movendossi[113]il pagan de empia statura.
LXI.