CANTO V.

CANTO V.

I.

Chi veder vole un bel giardino ameno,Che sia de' riguardanti allo occhio grato,De ordini il veggia e varietadi pieno,Chè cum tal variar si fa più ornato;Così un poema sta nè più nè meno,Che esser de' vario in tutto et ordinato;Così varia il pittor col suo pennello,E per il variare il mondo è bello.

Chi veder vole un bel giardino ameno,Che sia de' riguardanti allo occhio grato,De ordini il veggia e varietadi pieno,Chè cum tal variar si fa più ornato;Così un poema sta nè più nè meno,Che esser de' vario in tutto et ordinato;Così varia il pittor col suo pennello,E per il variare il mondo è bello.

Chi veder vole un bel giardino ameno,

Che sia de' riguardanti allo occhio grato,

De ordini il veggia e varietadi pieno,

Chè cum tal variar si fa più ornato;

Così un poema sta nè più nè meno,

Che esser de' vario in tutto et ordinato;

Così varia il pittor col suo pennello,

E per il variare il mondo è bello.

II.

Però, Signor, se bene io vi parlaiPoco anzi di re Carlo e di Leone,Bene alloggiati tutti io vi lassaiDi careccie, di cibi e di mesone,[264]E parmi aver di lor parlato assai;Sicchè tornare io voglio al fio[265]d'Amone,Qual per amore ha l'anima gioconda,Cum la sua bella e umiliata Ismonda.

Però, Signor, se bene io vi parlaiPoco anzi di re Carlo e di Leone,Bene alloggiati tutti io vi lassaiDi careccie, di cibi e di mesone,[264]E parmi aver di lor parlato assai;Sicchè tornare io voglio al fio[265]d'Amone,Qual per amore ha l'anima gioconda,Cum la sua bella e umiliata Ismonda.

Però, Signor, se bene io vi parlai

Poco anzi di re Carlo e di Leone,

Bene alloggiati tutti io vi lassai

Di careccie, di cibi e di mesone,[264]

E parmi aver di lor parlato assai;

Sicchè tornare io voglio al fio[265]d'Amone,

Qual per amore ha l'anima gioconda,

Cum la sua bella e umiliata Ismonda.

III.

Avea Ranaldo ormai sì inteneritaE scaldata d'amor la bella dama,Che l'uno e l'altro come la sua vita,E il cuor del petto suo si aprezza et ama;Non è la dama più nel cuor smarrita,[266]Ma tacendo conferma, e l'amor brama;Ranaldo di scaldarla mai non resta,L'abbraccia, l'accareccia, e falle festa.

Avea Ranaldo ormai sì inteneritaE scaldata d'amor la bella dama,Che l'uno e l'altro come la sua vita,E il cuor del petto suo si aprezza et ama;Non è la dama più nel cuor smarrita,[266]Ma tacendo conferma, e l'amor brama;Ranaldo di scaldarla mai non resta,L'abbraccia, l'accareccia, e falle festa.

Avea Ranaldo ormai sì intenerita

E scaldata d'amor la bella dama,

Che l'uno e l'altro come la sua vita,

E il cuor del petto suo si aprezza et ama;

Non è la dama più nel cuor smarrita,[266]

Ma tacendo conferma, e l'amor brama;

Ranaldo di scaldarla mai non resta,

L'abbraccia, l'accareccia, e falle festa.

IV.

Ma mentre stan li amanti in tal diletto,Nè più la dama ormai fa resistenza,E sperano d'amor l'ultimo effetto,Nè vi è chi lor ne faccia conscienza,Entrar li fece in subito suspettoUn rumor grande, e strana appariscenzaCh'ivi comparse[267]e fe' sorger Ranaldo,Che era in quel punto tutto d'amor caldo.

Ma mentre stan li amanti in tal diletto,Nè più la dama ormai fa resistenza,E sperano d'amor l'ultimo effetto,Nè vi è chi lor ne faccia conscienza,Entrar li fece in subito suspettoUn rumor grande, e strana appariscenzaCh'ivi comparse[267]e fe' sorger Ranaldo,Che era in quel punto tutto d'amor caldo.

Ma mentre stan li amanti in tal diletto,

Nè più la dama ormai fa resistenza,

E sperano d'amor l'ultimo effetto,

Nè vi è chi lor ne faccia conscienza,

Entrar li fece in subito suspetto

Un rumor grande, e strana appariscenza

Ch'ivi comparse[267]e fe' sorger Ranaldo,

Che era in quel punto tutto d'amor caldo.

V.

La dama non men presta in piede sorse,Insieme vergognosa e tremebonda,Subito apresso al suo Ranaldo corse,Come dir voglia: guarda la tua Ismonda;Ma ben presto Ranaldo le soccorse.Ma voglier[268]mi bisogna a una altra sponda,Nè dir vi posso or questa istoria tutta,Che meglio gusta il ber bocca più asciutta.

La dama non men presta in piede sorse,Insieme vergognosa e tremebonda,Subito apresso al suo Ranaldo corse,Come dir voglia: guarda la tua Ismonda;Ma ben presto Ranaldo le soccorse.Ma voglier[268]mi bisogna a una altra sponda,Nè dir vi posso or questa istoria tutta,Che meglio gusta il ber bocca più asciutta.

La dama non men presta in piede sorse,

Insieme vergognosa e tremebonda,

Subito apresso al suo Ranaldo corse,

Come dir voglia: guarda la tua Ismonda;

Ma ben presto Ranaldo le soccorse.

Ma voglier[268]mi bisogna a una altra sponda,

Nè dir vi posso or questa istoria tutta,

Che meglio gusta il ber bocca più asciutta.

VI.

Io vi lassai sì come BradamanteSeguito avea Ranaldo: per trovarloPassati ha i Pirenei,[269]e va più avante,Che al tutto si è disposta a seguitarlo;Volse il camin pigliar[270]verso Levante,Che anco Ranaldo spesso solea farlo;Poi come spinta da furor divino[271]Verso la Spagna prese il suo camino.[272]

Io vi lassai sì come BradamanteSeguito avea Ranaldo: per trovarloPassati ha i Pirenei,[269]e va più avante,Che al tutto si è disposta a seguitarlo;Volse il camin pigliar[270]verso Levante,Che anco Ranaldo spesso solea farlo;Poi come spinta da furor divino[271]Verso la Spagna prese il suo camino.[272]

Io vi lassai sì come Bradamante

Seguito avea Ranaldo: per trovarlo

Passati ha i Pirenei,[269]e va più avante,

Che al tutto si è disposta a seguitarlo;

Volse il camin pigliar[270]verso Levante,

Che anco Ranaldo spesso solea farlo;

Poi come spinta da furor divino[271]

Verso la Spagna prese il suo camino.[272]

VII.

E longamente nella Spagna errando,Or nella Catalogna, ora in Castiglia,Pur di Ranaldo va sempre cercando,E cerca l'Aragona e la Siviglia;Di cercarlo non resta, e nol trovandoVerso Valenza alfine il camin piglia,Più presto non sapendo ove si andasse,Che di veder la terra desiasse.

E longamente nella Spagna errando,Or nella Catalogna, ora in Castiglia,Pur di Ranaldo va sempre cercando,E cerca l'Aragona e la Siviglia;Di cercarlo non resta, e nol trovandoVerso Valenza alfine il camin piglia,Più presto non sapendo ove si andasse,Che di veder la terra desiasse.

E longamente nella Spagna errando,

Or nella Catalogna, ora in Castiglia,

Pur di Ranaldo va sempre cercando,

E cerca l'Aragona e la Siviglia;

Di cercarlo non resta, e nol trovando

Verso Valenza alfine il camin piglia,

Più presto non sapendo ove si andasse,

Che di veder la terra desiasse.

VIII.

E quasi apresso alla cittade essendo,Vide uscir fuori una gran gente armata,E in mezzo a quella sopra un carr[273]piangendoCum l'una e l'altra man drieto legataEra una dama, quale a fuoco orrendoA morir crudelmente[274]è condennata;E sì pietosa piagne,[275]e aiuto impetra,Che mosso aria a pietade un cuor di pietra.

E quasi apresso alla cittade essendo,Vide uscir fuori una gran gente armata,E in mezzo a quella sopra un carr[273]piangendoCum l'una e l'altra man drieto legataEra una dama, quale a fuoco orrendoA morir crudelmente[274]è condennata;E sì pietosa piagne,[275]e aiuto impetra,Che mosso aria a pietade un cuor di pietra.

E quasi apresso alla cittade essendo,

Vide uscir fuori una gran gente armata,

E in mezzo a quella sopra un carr[273]piangendo

Cum l'una e l'altra man drieto legata

Era una dama, quale a fuoco orrendo

A morir crudelmente[274]è condennata;

E sì pietosa piagne,[275]e aiuto impetra,

Che mosso aria a pietade un cuor di pietra.

IX.

Cum una benda aveva la donzellaLegati li occhi, come allor si usava,Che non vedendo il suo tormento quella,Così forse il morir manco le agrava;Però bench'essa fusse in viso bella,Per quella benda allor nol dimostrava;Ma pietosa era nel suo pianger tanto,Che gentil si mostrava insin nel pianto.

Cum una benda aveva la donzellaLegati li occhi, come allor si usava,Che non vedendo il suo tormento quella,Così forse il morir manco le agrava;Però bench'essa fusse in viso bella,Per quella benda allor nol dimostrava;Ma pietosa era nel suo pianger tanto,Che gentil si mostrava insin nel pianto.

Cum una benda aveva la donzella

Legati li occhi, come allor si usava,

Che non vedendo il suo tormento quella,

Così forse il morir manco le agrava;

Però bench'essa fusse in viso bella,

Per quella benda allor nol dimostrava;

Ma pietosa era nel suo pianger tanto,

Che gentil si mostrava insin nel pianto.

X.

Bradamante che amor[276]la dama vedeFra gente tanta, et ode lamentarla,La causa di tal cosa a un pagan chiede,Qual le rispose che volean brugiarla,Ne più[277]risposta poi a quella diede;Ma Bradamante che ode lamentarla,[278]Soffrir non puote, e la visera abbassa,La lanza arresta e contra al capo passa.

Bradamante che amor[276]la dama vedeFra gente tanta, et ode lamentarla,La causa di tal cosa a un pagan chiede,Qual le rispose che volean brugiarla,Ne più[277]risposta poi a quella diede;Ma Bradamante che ode lamentarla,[278]Soffrir non puote, e la visera abbassa,La lanza arresta e contra al capo passa.

Bradamante che amor[276]la dama vede

Fra gente tanta, et ode lamentarla,

La causa di tal cosa a un pagan chiede,

Qual le rispose che volean brugiarla,

Ne più[277]risposta poi a quella diede;

Ma Bradamante che ode lamentarla,[278]

Soffrir non puote, e la visera abbassa,

La lanza arresta e contra al capo passa.

XI.

Era capo di quelli un mascalzoneMaggior de li altri più d'una gran spana,[279]Largo in le spalle, e grosso di ventrone,Tagliato ha il viso, e guardatura strana;E sin nell'ossa, a dirlo, era poltrone,Che ha 'l corpo grande, e il cuore di puttana;Ma in tutta Spagna mai non fe' natura,Quanto era in quello, la maggior bravura.[280]

Era capo di quelli un mascalzoneMaggior de li altri più d'una gran spana,[279]Largo in le spalle, e grosso di ventrone,Tagliato ha il viso, e guardatura strana;E sin nell'ossa, a dirlo, era poltrone,Che ha 'l corpo grande, e il cuore di puttana;Ma in tutta Spagna mai non fe' natura,Quanto era in quello, la maggior bravura.[280]

Era capo di quelli un mascalzone

Maggior de li altri più d'una gran spana,[279]

Largo in le spalle, e grosso di ventrone,

Tagliato ha il viso, e guardatura strana;

E sin nell'ossa, a dirlo, era poltrone,

Che ha 'l corpo grande, e il cuore di puttana;

Ma in tutta Spagna mai non fe' natura,

Quanto era in quello, la maggior bravura.[280]

XII.

Tutto era armato di armatura bianca,E sopra li altri di statura avanza;Or Bradamante, quella dama franca,Verso di quello accosta la sua lanza;E proprio al petto nella parte stancaIl ferr[281]li pose cum tanta possanza,Che più di un palmo lo passò di dietro,Come di giaccio fusse o fragil vetro.

Tutto era armato di armatura bianca,E sopra li altri di statura avanza;Or Bradamante, quella dama franca,Verso di quello accosta la sua lanza;E proprio al petto nella parte stancaIl ferr[281]li pose cum tanta possanza,Che più di un palmo lo passò di dietro,Come di giaccio fusse o fragil vetro.

Tutto era armato di armatura bianca,

E sopra li altri di statura avanza;

Or Bradamante, quella dama franca,

Verso di quello accosta la sua lanza;

E proprio al petto nella parte stanca

Il ferr[281]li pose cum tanta possanza,

Che più di un palmo lo passò di dietro,

Come di giaccio fusse o fragil vetro.

XIII.

Poi subito recossi in man la spada,E al resto di color cacciossi adosso;Non così secator atterra biada,Quanto essa di color fa il terren rosso;Scampale ognun davanti e fale strada,Che quanto gionge taglia insino all'osso;Tal fende al petto, e tale alla centura,E chi non gionge, caccia di paura.

Poi subito recossi in man la spada,E al resto di color cacciossi adosso;Non così secator atterra biada,Quanto essa di color fa il terren rosso;Scampale ognun davanti e fale strada,Che quanto gionge taglia insino all'osso;Tal fende al petto, e tale alla centura,E chi non gionge, caccia di paura.

Poi subito recossi in man la spada,

E al resto di color cacciossi adosso;

Non così secator atterra biada,

Quanto essa di color fa il terren rosso;

Scampale ognun davanti e fale strada,

Che quanto gionge taglia insino all'osso;

Tal fende al petto, e tale alla centura,

E chi non gionge, caccia di paura.

XIV.

Fu in breve spazio sbarratato il piano,E abbandonato cum la dama il carro;Fugì ciascuno che volse esser sano,Morto quel capo lor poltron bizzarro;E nell'arcion la dama cum la manoTrassessi presto più ch'io non vel narro;E via fugendo quella dama porta,E cum parol la inanima e conforta.

Fu in breve spazio sbarratato il piano,E abbandonato cum la dama il carro;Fugì ciascuno che volse esser sano,Morto quel capo lor poltron bizzarro;E nell'arcion la dama cum la manoTrassessi presto più ch'io non vel narro;E via fugendo quella dama porta,E cum parol la inanima e conforta.

Fu in breve spazio sbarratato il piano,

E abbandonato cum la dama il carro;

Fugì ciascuno che volse esser sano,

Morto quel capo lor poltron bizzarro;

E nell'arcion la dama cum la mano

Trassessi presto più ch'io non vel narro;

E via fugendo quella dama porta,

E cum parol la inanima e conforta.

XV.

Lontana da Valenzia la condusse,Sempre[282]spronando forte il suo destrero,Tanto che esistimò che salva fusse,Nè più di essere offesa ebbe pensero;E in ripa a un fiume appunto la ridusse,Ove era naturale un bel verzeroDi mille frutti et erbe delicate,Vaghe di sua verdura, e di odor grate.[283]

Lontana da Valenzia la condusse,Sempre[282]spronando forte il suo destrero,Tanto che esistimò che salva fusse,Nè più di essere offesa ebbe pensero;E in ripa a un fiume appunto la ridusse,Ove era naturale un bel verzeroDi mille frutti et erbe delicate,Vaghe di sua verdura, e di odor grate.[283]

Lontana da Valenzia la condusse,

Sempre[282]spronando forte il suo destrero,

Tanto che esistimò che salva fusse,

Nè più di essere offesa ebbe pensero;

E in ripa a un fiume appunto la ridusse,

Ove era naturale un bel verzero

Di mille frutti et erbe delicate,

Vaghe di sua verdura, e di odor grate.[283]

XVI.

Ivi slegolla, e gli occhi le disciolse,E in terra dall'arcion repose quella,E alquanto reposarse anch'essa volse,E allor d'un salto si levò di sella;Dapoi la dama apresso si raccolse,Guardolla in viso, e ben le parve bella,Che per la benda che avea a li occhi involta,Bellezza le era e la apparenzia tolta.

Ivi slegolla, e gli occhi le disciolse,E in terra dall'arcion repose quella,E alquanto reposarse anch'essa volse,E allor d'un salto si levò di sella;Dapoi la dama apresso si raccolse,Guardolla in viso, e ben le parve bella,Che per la benda che avea a li occhi involta,Bellezza le era e la apparenzia tolta.

Ivi slegolla, e gli occhi le disciolse,

E in terra dall'arcion repose quella,

E alquanto reposarse anch'essa volse,

E allor d'un salto si levò di sella;

Dapoi la dama apresso si raccolse,

Guardolla in viso, e ben le parve bella,

Che per la benda che avea a li occhi involta,

Bellezza le era e la apparenzia tolta.

XVII.

E subito pietà di quella preseMaggior che pria la forte Bradamante,E all'altra dama chi fusse chiese,E qual cagion la indusse a pene tante;Quella che sempre Bradamante creseEsser non donna, ma barone aitante,Rimase del suo onore in gran suspetto,E più d'un gran suspir gittò dal petto.

E subito pietà di quella preseMaggior che pria la forte Bradamante,E all'altra dama chi fusse chiese,E qual cagion la indusse a pene tante;Quella che sempre Bradamante creseEsser non donna, ma barone aitante,Rimase del suo onore in gran suspetto,E più d'un gran suspir gittò dal petto.

E subito pietà di quella prese

Maggior che pria la forte Bradamante,

E all'altra dama chi fusse chiese,

E qual cagion la indusse a pene tante;

Quella che sempre Bradamante crese

Esser non donna, ma barone aitante,

Rimase del suo onore in gran suspetto,

E più d'un gran suspir gittò dal petto.

XVIII.

Poi le rispose: Sapi, cavaliero,Che per mio ben da Dio fusti mandato,Che di ciò che mi chiedi io dirò il vero,Che molto ben da me l'hai meritato.Ma perchè dirvel poi più ad agio io spero,Queste per or vi lasso in quel bel prato,Che poi fur, per averle nelle mani,Assai cercate da' Valenziani.

Poi le rispose: Sapi, cavaliero,Che per mio ben da Dio fusti mandato,Che di ciò che mi chiedi io dirò il vero,Che molto ben da me l'hai meritato.Ma perchè dirvel poi più ad agio io spero,Queste per or vi lasso in quel bel prato,Che poi fur, per averle nelle mani,Assai cercate da' Valenziani.

Poi le rispose: Sapi, cavaliero,

Che per mio ben da Dio fusti mandato,

Che di ciò che mi chiedi io dirò il vero,

Che molto ben da me l'hai meritato.

Ma perchè dirvel poi più ad agio io spero,

Queste per or vi lasso in quel bel prato,

Che poi fur, per averle nelle mani,

Assai cercate da' Valenziani.

XIX.

Le dame io lasso et a Ranaldo io torno,Che disturbato fu dal suo piacere,Nè fu sì lieto mai quanto quel giorno,Se si potea la dama allor godere;Onde restonne cum disconzo[284]e scorno,Che ben perfetto non si puote avere;E subito al rumor recossi in manoLa sua Fusberta il sir di Montalbano.

Le dame io lasso et a Ranaldo io torno,Che disturbato fu dal suo piacere,Nè fu sì lieto mai quanto quel giorno,Se si potea la dama allor godere;Onde restonne cum disconzo[284]e scorno,Che ben perfetto non si puote avere;E subito al rumor recossi in manoLa sua Fusberta il sir di Montalbano.

Le dame io lasso et a Ranaldo io torno,

Che disturbato fu dal suo piacere,

Nè fu sì lieto mai quanto quel giorno,

Se si potea la dama allor godere;

Onde restonne cum disconzo[284]e scorno,

Che ben perfetto non si puote avere;

E subito al rumor recossi in mano

La sua Fusberta il sir di Montalbano.

XX.

Riguarda quello, e vede giù da un monteScendere un toro fra tre vacche belle,E un pastor grande, che di fresco monte[285]Tutte le aveva, seguitava quelle,Che avea un solo occhio in mezzo della fronte,Nè già vi scrivo favole e novelle;Che grande era quello occhio a ponto a pontoQuanto quatro comuni a giusto conto.

Riguarda quello, e vede giù da un monteScendere un toro fra tre vacche belle,E un pastor grande, che di fresco monte[285]Tutte le aveva, seguitava quelle,Che avea un solo occhio in mezzo della fronte,Nè già vi scrivo favole e novelle;Che grande era quello occhio a ponto a pontoQuanto quatro comuni a giusto conto.

Riguarda quello, e vede giù da un monte

Scendere un toro fra tre vacche belle,

E un pastor grande, che di fresco monte[285]

Tutte le aveva, seguitava quelle,

Che avea un solo occhio in mezzo della fronte,

Nè già vi scrivo favole e novelle;

Che grande era quello occhio a ponto a ponto

Quanto quatro comuni a giusto conto.

XXI.

Questo non crederà qualche vulgare,Che poco sale nella zucca serra,Chè sol dà fede a quel che all'occhio appareIl vulgo ignaro che vaneggia et erra:Come che a un cieco descriveste il mareQuanto sia grande, e i monti[286]della terra,E la torr[287]di Babel, e che vi è genteChe tutta è nera, crederebbe niente.

Questo non crederà qualche vulgare,Che poco sale nella zucca serra,Chè sol dà fede a quel che all'occhio appareIl vulgo ignaro che vaneggia et erra:Come che a un cieco descriveste il mareQuanto sia grande, e i monti[286]della terra,E la torr[287]di Babel, e che vi è genteChe tutta è nera, crederebbe niente.

Questo non crederà qualche vulgare,

Che poco sale nella zucca serra,

Chè sol dà fede a quel che all'occhio appare

Il vulgo ignaro che vaneggia et erra:

Come che a un cieco descriveste il mare

Quanto sia grande, e i monti[286]della terra,

E la torr[287]di Babel, e che vi è gente

Che tutta è nera, crederebbe niente.

XXII.

Ma talor più ragion che 'l senso vede,Chè lo intelletto è di maggiore altezza,E i mostri di natura esser concede,Anci più volte il sentimento sprezza;Chi crederia che 'l sol, che par de un piedeA nui che siam qua giuso, di grandezzaDella terra maggior sia per naturaCentosessantasei volte[288]a misura?

Ma talor più ragion che 'l senso vede,Chè lo intelletto è di maggiore altezza,E i mostri di natura esser concede,Anci più volte il sentimento sprezza;Chi crederia che 'l sol, che par de un piedeA nui che siam qua giuso, di grandezzaDella terra maggior sia per naturaCentosessantasei volte[288]a misura?

Ma talor più ragion che 'l senso vede,

Chè lo intelletto è di maggiore altezza,

E i mostri di natura esser concede,

Anci più volte il sentimento sprezza;

Chi crederia che 'l sol, che par de un piede

A nui che siam qua giuso, di grandezza

Della terra maggior sia per natura

Centosessantasei volte[288]a misura?

XXIII.

Se creder non volete ai scritti miei,Prestate fede almeno al buon Turpino:Credete il ver, ch'il falso io non direi,Non son greco bugiardo, ma latino;Chi crederebbe la essenzia di Dei,La providenzia e lo ordine divino?La fede è sol del certo incerto a nui,Credete mo' quel che ne piace[289]a vui.

Se creder non volete ai scritti miei,Prestate fede almeno al buon Turpino:Credete il ver, ch'il falso io non direi,Non son greco bugiardo, ma latino;Chi crederebbe la essenzia di Dei,La providenzia e lo ordine divino?La fede è sol del certo incerto a nui,Credete mo' quel che ne piace[289]a vui.

Se creder non volete ai scritti miei,

Prestate fede almeno al buon Turpino:

Credete il ver, ch'il falso io non direi,

Non son greco bugiardo, ma latino;

Chi crederebbe la essenzia di Dei,

La providenzia e lo ordine divino?

La fede è sol del certo incerto a nui,

Credete mo' quel che ne piace[289]a vui.

XXIV.

Ora tornando al mio primo proposto,Le vacche costui guida alla campagna,E come sopra vi narrai, compostoLongamente pastor, nasciuto in Spagna;Ma di veder la Franza era disposto[290],Che del steril paese assai si lagna,Quale è gran parte nel paese ispano,Però se n'è partito, e va lontano.

Ora tornando al mio primo proposto,Le vacche costui guida alla campagna,E come sopra vi narrai, compostoLongamente pastor, nasciuto in Spagna;Ma di veder la Franza era disposto[290],Che del steril paese assai si lagna,Quale è gran parte nel paese ispano,Però se n'è partito, e va lontano.

Ora tornando al mio primo proposto,

Le vacche costui guida alla campagna,

E come sopra vi narrai, composto

Longamente pastor, nasciuto in Spagna;

Ma di veder la Franza era disposto[290],

Che del steril paese assai si lagna,

Quale è gran parte nel paese ispano,

Però se n'è partito, e va lontano.

XXV.

E dove era Ranaldo cum IsmondaApunto apunto si trovò per caso;Ranaldo che sua sorte assai giocondaSturbar si vede, e n'è privo rimaso,Tanto si sdegna, e tal furor gli abondaChe foco soffia per la bocca e naso;E cum Fusberta in mano a gran furoreAndò Ranaldo contra a quel pastore.

E dove era Ranaldo cum IsmondaApunto apunto si trovò per caso;Ranaldo che sua sorte assai giocondaSturbar si vede, e n'è privo rimaso,Tanto si sdegna, e tal furor gli abondaChe foco soffia per la bocca e naso;E cum Fusberta in mano a gran furoreAndò Ranaldo contra a quel pastore.

E dove era Ranaldo cum Ismonda

Apunto apunto si trovò per caso;

Ranaldo che sua sorte assai gioconda

Sturbar si vede, e n'è privo rimaso,

Tanto si sdegna, e tal furor gli abonda

Che foco soffia per la bocca e naso;

E cum Fusberta in mano a gran furore

Andò Ranaldo contra a quel pastore.

XXVI.

Più non si mosse allor quel rozzo e bruttoPastor, come ivi alcuno non vedesse,E che securo si trovasse in tutto,O contra a lui un fanciullino avesse;E mossessi[291]il gran tor[292], quale era instrutto,Che se in lor danno alcuno si movesse,Debbia quel toro cum le corna urtarlo,E cum quel colpo occiderlo o atterrarlo.

Più non si mosse allor quel rozzo e bruttoPastor, come ivi alcuno non vedesse,E che securo si trovasse in tutto,O contra a lui un fanciullino avesse;E mossessi[291]il gran tor[292], quale era instrutto,Che se in lor danno alcuno si movesse,Debbia quel toro cum le corna urtarlo,E cum quel colpo occiderlo o atterrarlo.

Più non si mosse allor quel rozzo e brutto

Pastor, come ivi alcuno non vedesse,

E che securo si trovasse in tutto,

O contra a lui un fanciullino avesse;

E mossessi[291]il gran tor[292], quale era instrutto,

Che se in lor danno alcuno si movesse,

Debbia quel toro cum le corna urtarlo,

E cum quel colpo occiderlo o atterrarlo.

XXVII.

Mossessi il toro allor cum gran rovina,E a un urto riversò Ranaldo al piano,Proprio nel ventre cum la fronte chinaLa bestia gli fermò quel colpo strano;Tramortito è Ranaldo, e la meschinaIsmonda piagne e si lamenta in vano,Che subito il pastor quella pigliava,E in mezzo alle tre vacche la cacciava.

Mossessi il toro allor cum gran rovina,E a un urto riversò Ranaldo al piano,Proprio nel ventre cum la fronte chinaLa bestia gli fermò quel colpo strano;Tramortito è Ranaldo, e la meschinaIsmonda piagne e si lamenta in vano,Che subito il pastor quella pigliava,E in mezzo alle tre vacche la cacciava.

Mossessi il toro allor cum gran rovina,

E a un urto riversò Ranaldo al piano,

Proprio nel ventre cum la fronte china

La bestia gli fermò quel colpo strano;

Tramortito è Ranaldo, e la meschina

Ismonda piagne e si lamenta in vano,

Che subito il pastor quella pigliava,

E in mezzo alle tre vacche la cacciava.

XXVIII.

Come una belva fusse o un'altra vacca,Innanzi si cacciava Ismonda bella,E così nell'onor la offende e smacca,Che assai più che 'l timor molesta quella;Nel cuor dogliosa, e già nel pianger straccaNon ardisce gridar, nè pur favella,Però che se piangesse, avea timoreChe 'l tor non la offendesse o quel pastore.

Come una belva fusse o un'altra vacca,Innanzi si cacciava Ismonda bella,E così nell'onor la offende e smacca,Che assai più che 'l timor molesta quella;Nel cuor dogliosa, e già nel pianger straccaNon ardisce gridar, nè pur favella,Però che se piangesse, avea timoreChe 'l tor non la offendesse o quel pastore.

Come una belva fusse o un'altra vacca,

Innanzi si cacciava Ismonda bella,

E così nell'onor la offende e smacca,

Che assai più che 'l timor molesta quella;

Nel cuor dogliosa, e già nel pianger stracca

Non ardisce gridar, nè pur favella,

Però che se piangesse, avea timore

Che 'l tor non la offendesse o quel pastore.

XXIX.

Così lassando oppresso il suo campione,Ismonda fra le vacce[293]caminava,Il mostro che chiamato era Burone,A un folto bosco oscuro la guidava;La giovane tra se chiama Macone,Ma nulla alla meschina allor giovava;Prima tre or che fusse risentitoStette Ranaldo in terra tramortito.

Così lassando oppresso il suo campione,Ismonda fra le vacce[293]caminava,Il mostro che chiamato era Burone,A un folto bosco oscuro la guidava;La giovane tra se chiama Macone,Ma nulla alla meschina allor giovava;Prima tre or che fusse risentitoStette Ranaldo in terra tramortito.

Così lassando oppresso il suo campione,

Ismonda fra le vacce[293]caminava,

Il mostro che chiamato era Burone,

A un folto bosco oscuro la guidava;

La giovane tra se chiama Macone,

Ma nulla alla meschina allor giovava;

Prima tre or che fusse risentito

Stette Ranaldo in terra tramortito.

XXX.

Ma poi che fu risorto, a Ismonda[294]il coreSubito volse et ogni suo[295]pensero,Come colui che le portava amore,E per cercarla ascese il suo destrero;Nè la vedendo, scoppia di dolore,Che pur potette assai, a dire il vero:Maledisse il pastore e la fortuna,E intanto giunse allor la notte bruna.

Ma poi che fu risorto, a Ismonda[294]il coreSubito volse et ogni suo[295]pensero,Come colui che le portava amore,E per cercarla ascese il suo destrero;Nè la vedendo, scoppia di dolore,Che pur potette assai, a dire il vero:Maledisse il pastore e la fortuna,E intanto giunse allor la notte bruna.

Ma poi che fu risorto, a Ismonda[294]il core

Subito volse et ogni suo[295]pensero,

Come colui che le portava amore,

E per cercarla ascese il suo destrero;

Nè la vedendo, scoppia di dolore,

Che pur potette assai, a dire il vero:

Maledisse il pastore e la fortuna,

E intanto giunse allor la notte bruna.

Manca la continuazione


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