EMILIO AUGIEREALESSANDRO DUMAS

EMILIO AUGIEREALESSANDRO DUMAS

Un mio amico di Galata mi raccontò, anni sono, il seguente aneddoto.

— Mi trovavo sopra un piroscafo del Lloyd austriaco, in viaggio da Varna a Costantinopoli, in mezzo a una folla di gente che non conoscevo; e m'annoiavo mortalmente; quando, per fortuna, m'occorse di scambiare qualche parola e poi di attaccare conversazione con un viaggiatore francese, che da più d'un'ora stava immobile accanto a me, cogli occhi fissi sui mare. Discorremmo perun pezzo. Non spendeva molte parole, ma parlava bene, in un certo modo stringato e asciutto, e diceva sempre qualche cosa di singolare, che mi costringeva a guardarlo. Andava per la prima volta a Costantinopoli. Mi rivolse delle domande sull'Oriente, molte delle quali mi misero in imbarazzo, e sopra ogni mia risposta faceva un'osservazione, la quale spiegava più chiaramente quello ch'io avevo voluto dire, in modo che, a un certo punto, m'accorsi con grande vergogna che parlavo male. A notte inoltrata lo lasciai per andar a dormire, e per molto tempo non mi potei levar dalla testa la sua figura e i suoi discorsi. Non avrei saputo dire se mi fosse simpatico o no. Mi dava da pensare, desideravo di vederlo per conoscerlo meglio. La mattina dopo, all'alba, si stava per entrare nel Bosforo. Salii sul ponte, ricominciammo a discorrere. La sua conversazione era argutissima e piena di pensieri; ma che so io? Ci sentivo qualche cosa come di secco e di freddo, che mi teneva in là, nel tempo stessoche m'attirava e mi metteva in grande curiosità di sapere chi fosse. S'entrò nel Bosforo, che egli non aveva mai visto. Con mio grande stupore, non diede alcun segno di meraviglia. Stava ritto, impalato contro il parapetto, immobile come una statua, come se avesse visti quei luoghi cento volte. — Che razza d'uomo è costui? — pensavo. Una sola volta, vedendo una moschea bianca sulla riva asiatica, si scosse ed esclamò:Oh quelle jolie bonbonnière!Poi tornò a chiudersi in sè. Passò Buyukdéré, passò Therapia, passò Isthènia, passò Kandilli, e non diede segno di vita. S'arrivò finalmente a Costantinopoli, e continuò a guardare e a tacere. Il bastimento, dopo una breve fermata a Costantinopoli, doveva proseguire per l'Egitto. Il mio incognito andava a veder l'inaugurazione del canale di Suez; io dovevo scendere a Galata. Prima di scendere, gli porsi il mio biglietto di visita; egli mi diede il suo: guardai, c'era scritto:Alexandre Dumas fils. Come si può pensare, feci un atto di meraviglia e di piacere.Egli rimase impassibile. —Au bonheur de vous revoir— mi disse. E mentre io me n'andavo voltandomi indietro per vederlo ancora, egli guardava da un'altra parte col cannocchiale. —

Ho riferito quest'aneddoto perchè l'impressione ricevuta dal mio amico è quella che le opere del Dumas lasciano nella maggior parte dei lettori italiani.

La crudezza con cui esprime certe verità che ci feriscono nel nostro sentimento d'orgoglioumano, la brutalità di chirurgo impassibile con cui mette le mani nelle piaghe che altri suole trattare con pietà delicata, la perspicacia diabolica con cui indovina i segreti più intimi di certe nature mostruosamente inique e corrotte, e quasi la compiacenza feroce con cui li rende; e più di tutto certi tratti indefinibili, che sono nei libri quello che i lampi dell'occhio e i guizzi delle labbra sono nei visi, ci fanno immaginare un uomo rigido e superbo, poco benevolo per i suoi simili, facile alla passione, ma chiuso alla tenerezza, escettico in fondo; la cui presenza debba agghiacciare la parola in bocca all'ammiratore che gli va incontro con espansione. Anche nei tratti delle sue opere, che ci sembrano riboccanti d'affetto, e che ci commuovono, noi troviamo sempre, esaminandoli, piuttosto l'arte profonda d'un'intelligenza che, indovinando tutte le cause, riesce a ottenere tutti gli effetti, che non il disordine affannoso ed ingenuo che viene dal cuore; e ci piglia il sospetto che egli abbia studiato, come il Goëthe, delle lettere affettuose di sconosciuti, per impararvi il linguaggio dei sentimenti che non provava. Negli stessi suoi scritti d'argomento sociale, diretti a uno scopo generoso e benefico, riconosciamo che v'è largamente tutto ciò che può giovare alla persuasione: chiarezza limpidissima, argomentazione serrata, arte mirabile di presentare le contraddizioni e di valersene, ed eloquenza splendida nell'esporre lo stato delle cose a cui cerca rimedio; ma non quel soffio irresistibile che prorompe dalla pietà ardente e profondadei dolori e delle ingiustizie, e che vince il cuore prima che la ragione sia vinta. Vi sentiamo fremere più potentemente l'amore artistico della propria idea, che l'amore umano degli oppressi. E quell'apostolato di moralità, di virtù, di dovere, che informa specialmente le sue ultime opere, ci ha piuttosto l'apparenza d'un grande ed onorevole proposito dell'ingegno che intuisce il bene, e se ne fa strumento all'arte; che non la passione intima e schietta d'un'anima che lo ami irresistibilmente. La soddisfazione che ci lasciano nell'animo le opere sue più evidentemente dirette ad un fine a cui anche il nostro cuore e la nostra coscienza consentono, non è mai nè piena ne tranquilla; sempre usciamo dal teatro o chiudiamo il libro con qualche ferita segreta nell'animo; e la nostra immaginazione non ci rappresenta mai, neanche a traverso alle più dolci emozioni provate, un Alessandro Dumas altrettanto amabile che ammirabile.

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Eppure il concetto che ne hanno i suoi amici intimi è assai diverso da quello della più parte de' suoi ammiratori lontani. È un unbon garçon, dicono, senza restrizioni; migliore di suo padre, che nondimeno parve più amabile e fu più amato. Conviene anche dire che è tutt'altro Dumas da quello che fu in giovinezza. Era dissipato, ed ora si vanta d'essere un capo di famiglia esemplare. Della sua vita passata dice egli stesso che non conserva più che i ricordi; e si assicura che fra questi ricordi ce ne sono dei bellissimi, e di molti paesi, e invidiati, e famosi. Ha un sentimento altero di sè; ma non costantemente: solo in certi giorni della settimana, e quando lo stuzzicano.È servizievole con gli amici, dei quali s'asciuga drammi e commedie e romanzi, senza fiatare, ragionando anzi i suoi giudizi in letterine mirabili di stringatezza e di sincerità fraterna, con le quali rivela agli autori i difetti intimi delle opere e le deficienze inconscienti degli ingegni in un modo maestrevolmente scoraggiante. Non pecca d'avarizia, come molti credono, e come forse credeva suo padre quando essendogli stato detto che il figlio scriveva Le père prodigue, soggiunse: — et le fils avare. Non è milionario per gli altri, come disse del padre suo egli medesimo, ma è caritatevole, e soccorre in particolar modo i letterati e gli artisti poveri, ricordandosi d'aver vissuto i suoi primi anni in quella Bohême, che ora brulica a cento gran cubiti sotto i suoi piedi; sebbene non sia facile ingannarlo col pretesto della beneficenza. L'accusarono d'ingratitudine verso suo padre, per qualche parola che gli sfuggì sulla trascuranza in cui fu lasciata la sua prima educazione; ma è un'accusa ingiusta. Egli dichiarò sempre che nons'è sentito qualcosa se non quando s'è paragonato fuori di casa sua. L'apologia che fece del padre nella prefazione alFils naturel, dove respinge sdegnosamente la lode di coloro che lo mettono al di sopra dell'autore d'Antony, è una delle poche cose in cui si senta veramente palpitare il suo cuore. Egli parla di suo padre ad ogni proposito. Tutti gli aneddoti che possono riuscire ad onore del suo cuore, della sua vita e del suo genio, li ha continuamente sulle labbra, e li abbellisce sovente, e si dice anche che ne inventi. Si sa invece che suo padre era leggermente geloso di questa gloria che gli cresceva in casa, dovuta a facoltà tanto diverse dalle sue. La sera della rappresentazione diMadame Aubray, a un suo amico che gli lodava calorosamente il dramma del figliuolo, rispose di malumore: Sì, bene, c'è dell'osservazione;mais comme théâtre, enfin, qu'est-ce qu'il y a?— Lo difendeva con affetto quando altri gli dava addosso; e quando lo lodavan troppo, s'impazientava. Chi ha conosciuto l'uno e l'altro,pure riconoscendo la generosità splendida del padre, e l'immensa simpatia che ispirava, gli antepone come carattere saldo, come cuore sicuro alla prova, come coscienza, infine, il figliuolo. I suoi antichi compagni di collegio, migliori giudici dei nuovi amici, sono concordi in questo giudizio. Il convittore Dumas, quindicenne, aveva uno sconfinato entusiasmo per ilpapá. Non ammirava altri e non parlava d'altro. Grazie a lui, tutto il collegio conosceva un mese prima dell'Europa l'intreccio dei drammi e dei romanzi del grand'Alessandro, e ne leggeva dei brani manoscritti sui banchi della scuola, dietro ai vocabolarii. Un giorno che per la partenza improvvisa del Dumas padre dalla Francia, si credette che fosse stato bandito da Luigi Filippo, il figliuolo ne fu desolato; e i colleghi, per consolarlo, rappresentarono nel cortile un dramma improvvisato, nel quale il re dei romanzieri era coronato di gloria, e il re dei borghesi faceva una pessima figura. Ho visto delle lettere scritte in quel tempodal piccolo Dumas ai suoi compagni, piene di fantocci, di capricci calligrafici e di buffonate; ma cordialmente espansive, e piene d'un sentimento d'amicizia rarissimo nell'adolescenza. Lo strano è che il Dumas, nel collegio, non diede segno nè d'amore allo studio, nè d'ambizione, nè d'ingegno più che ordinario, nemmeno in letteratura. Non solo non era fra i primi, ma neanche fra i secondi. Se aveva un'ambizione, benchè non studiasse, era di diventare un giorno un erudito, e anche più che un erudito, un bibliotecario. Come scrittore si considerava naturalmente assorbito e annientato da suo padre. Viveva in lui e di lui, gli bastava la gloria paterna, gli pareva che ne sarebbe vissuto lietamente e tranquillamente per sempre. E i suoi grandi trionfi erano quando suo padre veniva a visitarlo al collegio, e professori, scolari, assistenti, inservienti, tutti saltavano su, come scossi da una scintilla elettrica, per vedere un momento dalle finestre e dagli spiragli degli usci quel mago, quel colosso, quelglorioso testone scarmigliato, che empiva il mondo della sua fantasia.

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Ora l'antico aspirante bibliotecario è uno degli scrittori francesi più divulgati nel mondo, ed anche uno di quelli di cui Parigi s'occupa più curiosamente, e per la singolarità del suo carattere, e perchè attira l'attenzione pubblica come autore drammatico, come polemista nelle più ardenti quistioni sociali, come amatore dispendioso delle belle arti e come gentiluomo ospitale. Quanto alla sua fortuna, basta dire che in non più di sette anni, ossia dopo ilMonsieur Alphonse, che pure è già una commedia della decadenza, il solo teatro gli fruttò poco meno d'un milione, di cui deve la quinta parte all'Étrangère, che non ebbe un grande successo, e alla ripresa delDemi-monde.Oltrechè ha un diritto raguardevole sui cento mila esemplari delle opere di suo padre che si stampano ancora annualmente in Francia per ispanderle a traverso a tutti i continenti. Con tutto ciò non vive sfarzosamente: non ha le manie principesche di suo padre. Sta nell'Avenue de Villiers, dove stanno pure il Meissonier, il Gounod e Sara Bernhardt, in una casa propria, graziosa, ma non splendida, fiancheggiata da un giardino semplicissimo, senz'aiuole e senza sentieri, disposto così perchè la sua Jeannine vi possa scorazzare liberamente; in fondo al quale c'è una casa campagnuola d'Alsazia, ch'egli comprò bell'e fatta all'Esposizione del 1878, per mettervi i quadri che non entravano più nelle sue sale. Nella sua casa non c'è di grandioso che lo spazio. Anch'egli sente quel bisogno d'aria viva, di larga respirazione, di libertà di mosse e di passi, per cui suo padre stava in maniche di camicia dalla mattina alla sera, e riceveva le visite in unatoiletteda fornaio. Non tiene carrozza: la stessa signoraDumas, quando deve uscire, fa venire modestamente alla porta un umilefiacreinzaccherato, che farebbe fremere l'ombra di suo suocero. La villetta dove vanno a passar l'estate non è più magnifica della casa in città. L'unica ricchezza della casa sono le opere d'arte. Contro alle pareti s'innalzano statue e bassorilievi di grandezza naturale; busti di marmo e bronzi ad ogni angolo; e quadri innumerevoli, fitti, che si toccano dai pavimenti alle vôlte, nelle sale di ricevimento, nelle stanze da letto, nelle stanze d'entrata, sui pianerottoli, per le scale, ammonticchiati sui tavoli, ritti sui cassettoni e sui caminetti, appoggiati alle spalliere delle seggiole, fin nei cantucci più oscuri dove bisogna guardarli col lume, fin sui battenti delle porte: quadri di tutte le grandezze e di tutti i generi, di pittori famosi e di genii divinati da lui, paesaggi, madonne, belle donne nude —belles bêtes, com'egli le chiama, — e paesaggi misteriosi che predilige, e scenette arrischiate che tiene al buio, e caricature d'ogni specie; fra cuibrillano qua e là gli acquerelli che regala il Meissonier alle sue figliuole per il giorno onomastico, e i cavallini e le porte orientali del Pasini: tanti quadri per un milionetto e mezzo, a quel che si dice. E più bella di tutte è la sua stanza di studio, dove si fanno riscontro il famoso ritratto di lui, fatto dal Meissonier, e un busto in marmo di sua moglie, bellissimo, in mezzo a una corona di grandi tele; — una vasta stanza a terreno, che dà sul giardino, piena di luce, con un enorme tavolo verde nel mezzo, sparso di penne d'oca spuntate e smozzicate coi denti nella furia del lavoro. Tutta la casa nel suo ricco disordine artistico, nello stesso tempo semplice e pomposo, ha non so che aspetto di grandezza, che ispira rispetto; e v'aggiungono molto le immagini e i ricordi del padre colossale, che vi sono profusi. Sopra un tavolino della sala di studio c'è una collezione di mani di donne, di bronzo e di terra; mani piccolissime e delicatissime di patrizie oziose, mani robuste d'artiste, mani pienotte dibelle mondane che debbono aver trattato l'ago prima di portare gli anelli ingemmati; mani che, in altri tempi, han forse palleggiato il cuore di chi le fece modellare; e in mezzo a tutte queste manine, spicca, o piuttosto regna, come la destra d'un sultano, la mano del Dumas padre, quella bella e strana mano, dalle dita delicatissime, che rappresentano, secondo la fisiologia del figliuolo, la finezza delle sensazioni artistiche, e dalla palma larga ed atletica, che esprime la potenza dell'esecuzione. Oltre alla mano, ci sono qua e là delle immagini di quel largo viso di papà possente e sereno; vecchi libri suoi; manoscritti a caratteri di scatola, e la collezione enorme dei suoi volumi legati e dorati, che fanno scintillare della sua gloria un'intera parete. E uscendo dalla sala di studio, si trova in faccia alla porta, in un corridoio semiscuro, sopra un alto piedestallo, un busto enorme del gran romanziere, di marmo bianco come la neve, d'una rassomiglianza da sbalordire, con un sorriso parlante sulle labbra e negli occhi; — ilquale, rischiarato com'è da una parte sola, da un raggio che vien dall'alto, — ha una tale apparenza di vita, a vederlo così all'improvviso, che fa l'effetto dell'apparizione d'un fantasma, o piuttosto del padre Dumas in carne ed ossa, risorto allora allora per ricominciare il suo lavoro titanico interrotto da uno sbaglio della morte.

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Qui il Dumas figlio passa le sue mattinate di lavoratore. Prima di giorno è su, d'inverno come d'estate; le lettere che ricevono i suoi amici nella giornata son tutte state scritte al lume della candela, mentre essi dormivano. Lavora di nervo fino a mezzogiorno, e a mezzogiorno la sua giornata di scrittore è finita. Passa il dopo desinare a cavallo nel Bosco di Boulogne, o negli studi dei pittori,e una volta la settimana ha in casa a pranzo una brigata d'amici, la più parte scrittori ed artisti, a cui profonde fra la minestra e le frutta un tesoro di frizzi, d'aneddoti, di epigrammi politici, di giudizi letterari nuovi ed arguti, che girano poi di bocca in bocca, e si spargono pei giornali e pel mondo. In casa sua è uno scampanellìo senza fine: il servitore che porta le imbasciate potrebbe essere sostituito da un automa a movimento perpetuo. Il direttore di teatro s'abbatte sull'uscio nelbohémiensenza camicia, il commediografo principiante nello straniero curioso, il giornalista nel pittore, il tipografo nell'attore drammatico spigionato. Ed è poca cosa l'affluenza delle persone in confronto a quella delle lettere, una gran parte delle quali sono dirette a lui come patrocinatore del divorzio, e grande avvocato di tutte le quistioni che si riferiscono alla famiglia, alla donna, all'amore: lettere di malmaritate di tutti i paesi che gli domandano consigli per la separazione; di mogli pericolanti che invocano il soccorso d'unavvertimento paterno; di ragazze di collegio che chiedono suggerimenti intorno alla scelta del marito; di figliuoli illegittimi che gli raccontano la loro storia; di teste matte d'ogni tinta che gli propongono i più strampalati problemi sociali e psicologici; ed egli risponde qualche volta, quando la lettera lo fa pensare, e la risposta è difficile; e altre volte s'impazienta, e butta ogni cosa nel cestino. Così passa la sua vita tra il lavoro, gli amici e l'immenso pubblico sconosciuto, sotto una pioggia di biglietti di visita e di biglietti di banca, incensato, invidiato, seccato, portando con eguale vigore i suoi cinquantasei anni e l'eredità enorme del nome paterno, in mezzo alla grande città che lo ammira e lo maligna e gli chiede pascolo continuamente alla sua curiosità febbrile di regina annoiata.

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La figura del Dumas figlio è una delle più strane e delle più degne di studio che possa desiderare un ritrattista letterario. A primo aspetto, è il Dumas dei ritratti fotografici, che tutti conoscono: molto alto di statura, membruto, ma non grasso, benchè abbia un po' di ventre; anzi di forme piuttosto asciutte e svelte, messe in evidenza da un portamento diritto di soldato; una grossa testa, calva sul davanti, con una corona folta di capelli grigi e crespi, che gli stan tutti tesi all'indietro, come se fossero spinti dal vento; i lineamenti del viso bruno terreo, regolari, ma arditi, e l'occhio grande, chiaro e freddo, di cui lo sguardo fa l'effetto dell'interrogazione d'un giudice mal prevenuto. Di viso somiglia un po' alpadre, fuorchè nell'espressione degli occhi, che è meno benigna, per non dir punto, e nel contorno, che è più oblungo. Veste trascuratamente, come l'autore delMontecristo. — Questo è il Dumas del primo aspetto. — Cambia affatto quando apre la bocca; il suo primo sorriso produce una vera meraviglia. — Perdio — esclamai dentro di me — è un negro! — Tutta la parte inferiore del viso, la sporgenza delle labbra, i denti, il mento, sono assolutamente d'un negro: s'indovinerebbe alla prima, non sapendolo, che c'è entrato del sangue nero nella sua famiglia. E non solo nella parte inferiore del viso; c'è qualcosa nella forma allungata del busto e nella struttura delle gambe, e più di tutto negli atteggiamenti, nel modo di distendersi e di contrarsi, e in una certa snodatura strana di tutta la sua persona, che ricorda in un modo singolarissimo i movimenti e le positure feline della razza nera. Mi richiamò alla memoria un ufficiale mulatto deglispahis, che avevo visto all'Esposizione, distesosopra una panca d'una trattoria. Anche la sua voce ha non so che di inaspettato, d'esotico, che stupisce alle prime parole, come una voce alterata di proposito. Tutta la sua persona, fuor che i piedi piccolissimi, ha qualcosa di rude e di austero, come d'un uomo altrettanto esercitato agli strapazzi del corpo che alle fatiche della mente. L'ingegno è tutto nella fronte ampia e curva, e in quel grande e terribile occhio bigio, che con uno sguardo par che abbia bell'e scrutato, pesato e giudicato il vostro cervello e il vostro cuore, e, quel che è peggio, senza lasciar indovinare la sentenza. E più strano dello sguardo è il riso, o piuttosto la risata. M'avevano detto giustamente che ha conservato il suo riso di monello di quindici anni, se non proprio nell'espressione della fisionomia, almeno nell'atto. Improvvisamente da una gravità accigliata e imperiosa prorompe in uno scoppio di risa, come se avesse inteso la più spropositata sciocchezza, e ridendo, scrolla le spalle, incurva la schiena e si tura la bocca conla mano, come fanno i ragazzi per non farsi scorgere dal maestro: poi si ricompone tutt'a un tratto, come uno scolaro colto in flagranti. E ha dei gesti risoluti e taglienti, come se segnasse la cadenza di certe parlate fulminanti delle scene capitali dei suoi drammi; e tronca bruscamente la gesticolazione per sprofondare le mani nelle tasche, come per dispetto d'essersene troppo servito. È una strana persona, in somma, un misto bizzarro d'artista e di colonnello di cavalleria, di avvocato fiscale e di gentiluomosans façons, di giovinetto e di vecchio, di parigino e d'africano, che quando s'è visto non desta meno curiosità di quella che s'aveva prima di vederlo, e lascia molto incerti sul sentimento che ispira.

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E la sua maniera di conversare? È difficile ritrarla. Bisogna immaginare una mente aperta da mille parti, che coglie a volo ogni idea propria o d'altri, con una sollecitudine febbrile, per farne nascere una discussione, o almeno un contrasto momentaneo, se altro non è possibile, di sentimenti e d'opinioni; che sopra ogni più sfuggevole argomento vuol formulare un giudizio che colpisca l'immaginazione e si fissi nella memoria; che ad ogni sentimento che altri esprima passando, s'arresta per frugarvi dentro, e non è soddisfatto fin che non l'ha rovesciato; che nota tutto, s'interessa a tutto, e volta e rivolta in mille modi tutte le idee, con una specie di curiosità inquieta, come se sospettasse in ciascuna un tesoronascosto d'altre idee, che gli si volessero sottrarre; che a proposito d'ogni soggetto, ha pronto un aneddoto nuovo e concettoso, pescato in un pelago immenso di ricordi di gente e di casi infinitamente diversi; che passa da una ad un'altra quistione toccandone rapidissimamente altre dieci, come fa il suonatore sui tasti del pianoforte, e dice su ciascuna una parola che fa venir sulle labbra mille interrogazioni impazienti; che dall'esposizione, per esempio, d'un suo possibile romanzo su Gesù Cristo, intercalata d'interminabili citazioni d'evangeli, d'epistole apostoliche, della bibbia, dei santi padri e dei libri sacri indiani, salta a ragionare dell'Alsazia e della Lorena, per schizzare a tratti da maestro una bizzarra caricatura del principe di Bismarck; il quale lo conduce a fare un pronostico fantastico sull'avvenire del popolo ebreo, dopo aver strozzato in cinque periodi la storia delle sue vicende politiche; da cui scende a trinciare alla svelta una quistione di frenologia; e poi a crivellare d'epigrammi la letteradel Rochefort, pennelleggiando di passata Leone Gambetta; il quale gli rammenta l'Accademia, che gli dà il destro di definire con poche parole colorite e profonde il magistero dello stile del Rénan; al che fa seguire una comparazione minuta e tecnica fra la pittura del Meissonier e quella del Dupré, per trascorrere poi ad una discussione filologica, e ricascar daccapo nella politica. E tutto questo nel giro d'un ora, detto a frasi nette e risolute, a proposizioni scintillanti, che par che gli scattino dalla bocca, serrate l'una all'altra come anelli d'acciaio, interrotte soltanto di tratto in tratto da uno di quei cachinni strani, che muoiono all'improvviso, come recisi d'un colpo, e accompagnate da un continuo e furioso sfruconare di molle nel caminetto, che solleva un nuvolo di cenere e di scintille ad ogni sentenza. Ma come si rivela l'ingegno irresistibilmente drammatico in ogni suo ragionamento! Mentre esponeva il concetto del suo romanzo su Gesù Cristo, per cui doveva citare personaggi e avvenimenti e giudizi,tutto si faceva dialogo e dramma nel suo discorso; d'ogni cosa parlava come se l'avesse vista e sentita; e ragionava delle persone con un tono di famigliarità curiosissimo come se fosse vissuto tra loro, e avesse egli primo e solo scoperto in tutti chi sa che segreti; e faceva, a sostegno delle sue opinioni, delle osservazioni psicologiche sottili e maliziose sopra ciascun carattere, toccandosi un occhio col dito, con l'aria di dire: — Ho indovinato tutto. — Si capiva che quegli avvenimenti l'attraevano più come un grande dramma che come una grande quistione. In fondo la sua idea è quella dello Strauss, benchè basata sopra argomenti ch'egli crede suoi propri; e ciò vuol dire che è già molto lontano dalla professione di fede che fece nell'Homme femme, e che ogni influsso del suo amico Dupanloup è svanito nell'anima sua. La qual cosa non deve stupire, perchè la sua mente s'avanza, retrocede, serpeggia, è sempre in movimento, come il suo corpo, e muta di continuo come il suo viso. Dice eglimedesimo che ha bisogno di questo lavorìo incessante del cervello perchè l'inerzia intellettuale lo gitta immediatamente nella tristezza. Quando rimane per qualche tempo in silenzio, gli si vede in viso che rumina dentro al suo pensiero, che cerca qualche cosa da sviscerare e da discutere, e che s'impazienta se non lo trova. Cento espressioni diverse gli passano sulla fronte e negli occhi anche durante una breve conversazione: prima è sereno, poi triste, poi sereno daccapo, poi stizzito, poi pensieroso e inquieto: somiglia al cielo d'Olanda in un giorno d'autunno. Quand'è allegro, gli si vede come un fondo di tristezza a traverso all'allegria; e non è mai tanto triste, da non lasciar capire che la sua tristezza durerà poco. Per ciò si prova qualche incertezza stando con lui; non si sa bene con quale s'abbia a che fare veramente, dei molti Dumas che si manifestano a volta a volta sulla sua faccia, e spariscono. Non dura cinque minuti in stato di riposo: incrocia le braccia sul petto, le scioglie per passarsi unamano sulla fronte, incrocicchia le dita sul cocuzzolo, si tormenta i pollici colle unghie e coi denti, s'abbraccia ora un ginocchio ora l'altro, e si distende e s'incartoccia, rivoltandosi continuamente a destra e a sinistra, che par perseguitato da uno sciame di vespe invisibili. Ogni pensiero che gli spunta nel capo gli dà un riscossone, come una scintilla elettrica, che lo costringe a cambiare atteggiamento. Sembra che l'epigramma mordente, la sentenza arrischiata, il paradosso, la frase brutale con cui mette a nudo il basso interesse che cova sotto il sentimento gentile, rispondano a un suo bisogno fisico più che non siano un'espressione schietta del pensiero e dell'animo suo; e che il parlare in quella forma sia per lui un modo voluto di sfogare non so che irritazione sorda del sangue, che non è sua natura, ma sua malattia, e ch'egli sfogherebbe meglio, se potesse, sbriciolando tutto quello che gli viene alle mani.

Si quetò un poco facendo vedere la sua pinacoteca. Ritto davanti ai suoi paesaggi preferiti, colgomito destro nella mano sinistra, e l'altra mano sul mento, dicendo le immaginazioni che gli destavano in capo certi orizzonti oscuri di campagne solitarie, flagellate dal vento, pareva un altro Dumas: il suo viso si rasserenava, la sua voce si raddolciva, e le parole, invece di scattare, colavano. Si raddolcì specialmente, e mutò quasi aspetto, tratteggiando il carattere nobile e modesto d'un pittore suo amico, grande d'ingegno, ingenuo di modi, semplice come un fanciullo, pieno di cuore e d'entusiasmo, e pure timido, inconsciente del suo valore, facile all'ammirazione di tutto e di tutti, e buono e dolce come un santo in ogni atto e in ogni parola: non si può dire la delicatezza delle espressioni, il buon sorriso di fratello con cui il Dumas ne ritrasse l'indole e ne raccontò la vita. Sempre discorrendo, girò di sala in sala, salì e discese per scale a chiocciola coperte di tappeti, staccò quadri, smosse dei mobili per far vedere le tele mal collocate, camminando sempre a passi rapidi, curvandosi e rialzandosicon la snellezza vigorosa d'un ginastico, e dicendo dinanzi ad ogni quadro una parola vibrata e pittoresca, che lo definiva e lo giudicava. E intanto io dicevo all'orecchio dell'amico che m'accompagnava: — Mi pare d'aver visto dieci Dumas —, ed egli mi rispondeva: — ne vedreste trenta, se restaste con lui tutta la giornata. — E poi si ridiscese in mezzo ai libri, dov'egli ripigliò la sua conversazione saltellante dall'arte alla politica, alla religione, alla storia, ragionando a botte da maestro di scherma e stropicciandosi le mani e la testa con la solita febbre; finchè improvvisamente apparve l'undecimo Dumas, che fu il più geniale e il più artistico di tutti.

Il discorso cadde sulla sua Jeannine, l'unica figliuola che gli rimanga in casa, essendosi maritata poco tempo fa la maggiore, che si chiama Colette. La signorina Jeannine ha tredici anni, ed è cresciuta, in un anno, di sedici centimetri. Fu amabile veramente il Dumas quando si mise adescrivere, com'egli sa descrivere, quella cara grandigliona d'una bambina, venuta su all'improvviso, e rimasta sottile sottile, che spenzolava da ogni parte, nei primi mesi della crescenza, come un fiore dondolato dal vento, sempre con quel bocciuoio di testina bionda ripiegato sopra una spalla, a cagione della tenuità dello stelo, tanto che suo padre doveva rialzarla ogni momento, come un giardiniere amoroso, e rimetterla ritta contro lo spalliera della seggiola, con una carezza sotto il mento. Poi cominciò a raccontare tutti i suoi miracoli di precocità intellettuale, le sue uscite comiche, le sue ragioni di donnina, e certi suoi impeti d'eloquenza fanciullesca contro la tristizia del mondo, con una grazia così affettuosa d'accenti e di gesti, da parer strano che fosse lui proprio quello spietato anatomista dell'anima umana, che immaginò la perfidia dellaFemme de Claudee l'anima fracida del duca di Septmont. Tutto ad un tratto cessò di parlare, e gli brillò sul viso il più dolce dei suoi sorrisi africani. Mi voltai evidi la deina della casa, tutta vestita di rosso vivo, alta alta e leggera da smoverla con un soffio, con un visetto di bambola grazioso e ridente, con certi attini di capo da rondinella, e una voce che pareva il mormorio d'un filo d'acqua: un abbozzino di damigella, insomma, ancora tutta odorosa d'infanzia, lunga ed esile come un'ode in versi quinarii. Ma suo padre la presentò come un poema. Ed è infatti il suo amore e la sua alterezza. Essa gli riempie la casa dello svolazzo vermiglio della sua vestina e del suo sfringuellìo di scolaretta, e tempera così l'irrequietezza tormentosa del suo spirito, troppo lucido contemplatore delle verità tristi della vita. Forse noi dobbiamo a lei, o le dovremo, qualche bella scena di commedia e qualche bella pagina di romanzo, che sarà scritta su quel gran tavolo verde, all'eco della sua voce. E se ciò non fosse, le dovremmo almeno questo piacere: di poter mettere una sfumatura color di rosa sopra il ritratto di suo padre.

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Ad Alessandro Dumas figlio fa un contrasto singolarissimo Emilio Augier. Questi è tutto francese, anzi genuinamente parigino, anche d'aspetto. È alto egli pure, benchè un po' meno del Dumas; ha una corporatura possente ed elegante di gentiluomo vissuto fra le armi, e una testa all'Enrico IV; è bello, gaio, buono, sempre d'un umore, e porta la sua celebrità non come un manto, ma come un fiore all'occhiello. Ora non è più l'Augier d'una volta; non perchè sia molto invecchiato, ma perchè s'è quetato. Chi lo conobbe nel suo buon tempo, quando aveva una bella capigliatura nera e inanellata, e le guancie rosee, dice ch'era un uomo veramente seducente; d'unumore non solo allegro, ma gioioso; una natura felice e straripante, piena di quella bella baldanza giovanile, che, invece di offendere, affascina, perchè non nasce da orgoglio, ma da esuberanza di vita e di contentezza. Era il Francesco primo della letteratura, dicono; un'anima ardita, brillante e amorosa; un misto mirabile, come fu detto delle sue commedie,d'esprit et d'âme, d'émotion et de gaîté; amato dagli amici, adorato dalle donne, prediletto dai grandi, cercato e festeggiato da tutti e da per tutto; che portava, dovunque apparisse, un soffio ardente di gioventù e di piacere, e passava la vita in mezzo agli applausi, alle risa, ai baci, agli onori, alle invidie, tutto superando e dominando con la sua gagliarda natura di colosso benigno, alto tanto da poter camminare a traverso a tutti i piaceri e a tutte le miserie del mondo, tenendo sempre la fronte nell'arte.

A un certo punto scomparve dalla festa, e diventò il più raccolto e il più casalingo dei poeti drammatici. Quello che si vede ora è un secondoAugier, a traverso al quale traspare ancora il primo, ma vagamente, come certe scene luminose di teatro dietro a quei teloni sottili che scendono improvvisamente sul palcoscenico, trasportando gli spettatori dal tumulto d'un ballo nel silenzio d'una casa privata. A vederlo ora nel suo bel salotto di via di Clichy, affondato in una grande poltrona, vestito alla diavola, con la sua gran testa calva, rosso nel viso, grasso, con gli occhi un po' rimpiccioliti, e pieni di dolce quiete, con quel sorriso benevolmente canzonatorio, con quei gesti larghi e riposati, ha l'aria d'un buon borghese opulento, d'un buon padre di famiglia che abbia dato un collocamento onesto a tutti i figliuoli, e non faccia più altra parte al mondo che quella di spettatore soddisfatto. Ma s'indovina ancora della forza sotto a quella quietudine di giubilato, e si capisce alla prima che non è la giubilazione d'un segretario invecchiato tra i protocolli, ma il riposo d'un generale d'armata, un po' strapazzato dalle campagne, ma pronto a rimontarea cavallo, se la necessità si presenta o il capriccio lo piglia.

Eppure, nonostante la sua bella testa, c'è non so che nel suo aspetto che non corrisponde intieramente all'immagine che ci formiamo dell'Augier. È lui; ma non tutto. Non si direbbe, vedendolo, che sono opera sua i grandi colpi di scena diDiane, gli slanci terribili di passione diPaul Forestier, la disperazione straziante del Pommeau nelleLionnes pauvres, e quelle anime dannate del D'Estrigaud e d'Olympe, e tutte quelle scene potenti che mettono i brividi nelle ossa, e nello stesso tempo suscitano e comprimono un'onda di pianto ardente nel cuore. Pare che debba averle scritte un altro Augier, nascosto in lui, che salti su e si manifesti solamente nelle grandi occasioni. Quello che si capisce subito dal suo viso è il signor Poirier, il signor Maréchal, il signor Fourchambault, il signor Adolfo di Beaubourg, il marito di Gabriella, il fratello dell'Avventuriera; sono i suoi padri di famiglia,buoni e galantuomini in fondo, benchè con qualche baco nella coscienza, i suoi giovanotti cavallereschi che vogliono arruolarsi negli zuavi quando scuoprono una macchia nella famiglia, le sue ragazze ricche che cercano l'amore d'un povero, i Piladi affettuosi e devoti dei suoi Oresti imprudenti; ed anche la cura amorosa e paziente con cui ha cesellato i suoi dialoghi, così squisitamente arguti e prettamente francesi, — i suoi bei distici limpidi e facili, — quella schietta vena di poesia che si fa sentire senza farsi vedere, — il buon senso, insomma, il buon gusto e i buoni versi, come gli dissero all'Accademia, — e quell'aura di onestà, di bontà e di gentilezza che spira da un capo all'altro delle sue commedie, siano gaie o tristi o terribili, e che conforta il cuore, come l'eco d'una musica sommessa che ci giunga all'orecchio insieme alle parole dei personaggi.

Quella bella e quasi famigliare spontaneità che è nella sua poesia, è pure nella sua indole e nei suoi modi. Non si può immaginare una garbatezzapiù amichevole della sua nel ricevere gli sconosciuti. Verrebbe tanto naturale, dopo essere stati un quarto d'ora con lui per la prima volta, di dire al primo incontrato: — Sono stato dall'amico Augier. — L'alterezza non sarebbe in lui che un giusto sentimento di sè; ma per trovargliela, come dicono i suoi amici intimi, bisogna andargliela a cercar coll'uncino proprio in fondo all'anima, sotto a un tesoro di bonarietà e d'indulgenza. Mai al mondo si penserebbe, a sentirlo discorrere così pacatamente, come un buon massaio, di mille bazzecole di casa, voltandosi ogni momento a domandare il parere alla sua signora, bella ancora d'una certa bellezza amorevole e placida, benchè poco meno attempata di lui, che quell'onesto e assennato capo di casa, porta intorno alla testa la gloria più difficile, più invidiata, più smaniosamente e tormentosamente cercata nel campo immenso dell'arte. Egli ama la quiete del suo guscio, i suoi buoni comodi, e come disse nelle sue belle poesieLes pariétaires:

Un foyer où pétille un fagot de genêts,De la bière, une pipe, et, dessus toute chose,Des compagnons qu'on aime, avec lesquels on causeBien avant dans la nuit, le pied sur les chenets;

Un foyer où pétille un fagot de genêts,De la bière, une pipe, et, dessus toute chose,Des compagnons qu'on aime, avec lesquels on causeBien avant dans la nuit, le pied sur les chenets;

Un foyer où pétille un fagot de genêts,

De la bière, une pipe, et, dessus toute chose,

Des compagnons qu'on aime, avec lesquels on cause

Bien avant dans la nuit, le pied sur les chenets;

e le cenette senza chiasso, la musica del Rossini, i paesaggi del Vatteau, e i buoni incassi dopo i buoni successi, e la gloria, senza dubbio, ma un po' da lontano, senza sentirne i fumi e i clamori. Le commedie che fece con la collaborazione di qualche amico, le immaginò e le discusse quasi sempre accanto al fuoco, coi piedi sugli alari, contento di veder biancheggiare a traverso ai vetri il tetto della casa vicina, carico di neve. La sera, mentre i teatri di Parigi, di Vienna, di Roma, di Londra, di Madrid, risuonano tutti ad un tempo, come accade non di rado, degli applausi provocati dalle sue creazioni, egli è là nel suo cantuccio, insaccato in un giacchettone da padre nobile, che gioca beatamente alle carte conmadama Emilio Augier, appassionandosi nei momenticritici, come se giocasse un atto di commedia per partita, secondo l'uso di Ulisse Barbieri. E tutti i suoi gusti sono semplici ad un modo. Fino a due anni fa ebbe la passione delle pipe, e ne possedeva una grande collezione, che andava annerendo amorosamente, tutte ad un tempo, mediante una ripartizione sapientemente regolata dalle sue cure.

Ma benchè paia così tutto di casa, e quasi incurante della sua gloria, sente però gentilissimamente le testimonianze d'ammirazione delle persone più umili, e preferisce appunto quelle soddisfazioni d'amor proprio, alle quali pare che dovrebb'essere più indifferente. Lo rallegra per tutta una serata una bambina di dieci anni che gli dice ingennamente: — Sapete,père Augier, mi piace moltoMaître Guérin; — e lo sguardo curioso e affettuoso dello straniero che lo vede per la prima volta gli fa splendere negli occhi una bontà e una contentezza d'artista di vent'anni, accarezzato dalla prima lode. Bisogna vedere conche compiacenza, come se fosse una cosa straordinaria per lui, mostra l'album di fotografie deiFourchambault, che gli mandò il Pietriboni, e che egli tiene sul tavolino del salotto. — Questi sono capocomici gentili — dice; — in Francia, invece, mi fanno fischiare,... come a Lione. — Ma i fischi di Lione non devono aver turbato menomamente i suoi placidissimi sonni. Egli ha l'aria d'un uomo che non abbia mai sentito certi dispiaceri per una specie di pigrizia del cuore che non voglia scomodarsi nè per le gioie nè per le noie. Una voluttuosa pigrizia è il fondo della sua natura. È strano a dirsi, mentre son là otto volumi di commedie, in ciascuno dei quali son condensati otto romanzi, e che portano tutti l'impronta d'un lavoro accuratissimo d'intreccio e di stile. Eppure è così: non è un lavoratore di istinto. Ogni sua produzione teatrale è stata un gigantesco sforzo della sua volontà contro la sua natura, tanto che anche nel tempo della sua maggiore operosità intellettuale, dovette sempre, per riuscire a fare unacommedia, cogliere a volo il momento più favorevole, afferrarvisi con tutte le forze, tremando che gli sfuggisse, e da quel momento lavorare con l'arco dell'osso fino alla fine, senza arrestarsi mai, per mesi e per mesi, di notte e di giorno, mangiando a scappa e fuggi, non vedendo nessuno e non udendo parlar d'altro, come un recluso o un maniaco; poichè sapeva certissimamente che la violenza che avrebbe dovuto fare a sè stesso per rimettersi al lavoro dopo una sola giornata di sosta, sarebbe stata superiore alle sue forze. — Per poter fare una commedia — dice — ho sempre dovuto seppellirmici dentro. — Si stancava; ma quand'era stanco, l'eccitavano il tabacco e la musica. Disteso sopra un canapè, con la testa appoggiata sulla spalliera, e lo sguardo vagabondo dietro ai nuvoli del fumo, mentre le sue sorelle, nella stanza accanto, suonavano sul pianoforte la sua musica prediletta, in uno stato così di mezza ebbrezza e di abbandono, egli fantasticava le più belle scene delFiglio di Giboyere dellaPierre detouche, e quando sentiva l'idea matura, saltava a tavolino e ci rimaneva delle mezze giornate senza alzare la testa. Quando poi aveva terminato, si abbandonava per parecchi mesi a un ozio beato, non turbato neppure dalla lettura della gazzetta, al piacere delle passeggiate senza scopo e delle chiacchierate capricciose e interminabili con gli amici intimi, e cercava continuamente d'illudersi che quel paradiso dovesse durare per sempre; e lo atterriva l'idea di dover presto o tardi ritornare alla catena dell'arte. Senonchè questa maniera di lavorare gli fece danno, specialmente agli occhi, tanto che ora non può più lavorare che la mattina di levata e per non più di due ore. — Nondimeno — egli dice, — provate a lavorare anche due sole ore, ma di seguito, e ogni giorno impreteribilmente; rimarrete meravigliati di quanto avrete fatto in capo a un mese. Una gran parte di lavoro, in quelle grandi sfuriate, va perduta; mentre quel che si fa in due ore, a mente fresca, è tutto lavoro che rimane. — Ma anche nei tempi andati, durantequelle lunghe fatiche non interrotte, egli ebbe sempre un modo quieto e per così dir composto di lavorare. Ha fatto violenza ai suoi nervi piuttosto che al suo ingegno.Ne forçons pas notre talent, è la massima a cui s'è sempre attenuto. Mettendosi a scrivere una commedia non s'è mai proposto di far meglio che pel passato, ad ogni costo, come molti si propongono; ma semplicemente di far bene, senza stimolarsi coi confronti, che turbano sovente e fuorviano. Non volle mai pigliare il suo soggetto con un assalto furioso; ma così, a poco a poco: tender prima l'orecchio ai suoni sparsi ed incerti dell'ispirazione, che sono come un preludio lontano dell'opera; girare lentamente intorno alla idea ancora confusa, per scoprirne l'una dopo l'altra tutte le faccie; tentare e ritentare le difficoltà, senza impazientarsi degli esperimenti inutili; sforzarsi di mantenere la mente serena, per quanto è possibile, anche quando l'animo è agitato; e non arrischiarsi mai in una parte vitale e pericolosa del lavoro prima d'aver preparatocoscienziosamente tutti i mezzi necessarii a riuscirvi. — La contemplazione tranquilla del proprio argomento, come diceva il Manzoni. — Così non ha mai molto corretto perchè prima di scrivere ha sempre molto voltato e rivoltato nella mente l'idea, la frase e la parola.

Ma nel corso del lavoro, lo confessa, il suo più potente stimolo è sempre stato l'idea dell'infinita consolazione che avrebbe provato terminando. E scherza sovente su questa sua pigrizia, molto lepidamente. Passò cinquant'anni della sua vita, per esempio, senza aver visto un'aurora. Un giorno finalmente disse a sè stesso: — In questo stato non si può durare. Invecchio. Andarmene senza aver visto uno spettacolo di cui si raccontano tante meraviglie, sarebbe un obbrobrio. Bisogna vedere una aurora. — E si mise a fare delledémarchesper procurarsi questa consolazione. Ma fu sempre disgraziato. Salì due volte sul Monte Righi, e ci trovò due volte una nebbia che s'affettava; si levò presto in campagna e furicacciato in casa dalla pioggia; fece la sentinella molte volte, come guardia nazionale, nel Bosco di Boulogne, durante l'assedio, nelle prime ore della giornata, e gli toccò sempre un cielo da venerdì santo. Cominciava a disperare della riuscita, e n'era addolorato e avvilito. Finalmente, poche settimane fa, viaggiando per strada ferrata, vide per la prima volta un'aurora. —C'etait joli, en effet;— ma può dire d'essersela guadagnata. Ne fa anche un po' di caricatura di questa pigrizia, qualche volta. Ho riso di cuore dello sguardo compassionevole che diede a un amico, il quale esclamava entusiasticamente: — Ah il lavoro è la gioia, è la vita! —, e dell'accento comico con cui gli domandò: — Ma... lo dite sul serio? — Certo, la tendenza ai dolci ozii che aveva da giovane, gli s'è accresciuta con gli anni. C'è anzi chi crede che non abbia più scritto commedie in versi da un tempo a questa parte, non per altro che per scansare la fatica, come dice Dante, didir le cose per rima: non fece in versi che ilPaul Forestier,per velare di poesia l'audacia della gran scena del terzo atto fra Lea e il suo amante. Dopo aver scritto in versi nove splendide commedie, alle quali deve principalmente la sua gloria letteraria, crede ora che sia meglio scrivere in prosa. A un amico che gli annunziava di voler scrivere una commedia in versi: — no, no — disse, con un'espressione di noia, come se avesse dovuto cercargli le rime lui stesso; — fatela in prosa:on est bien plus libre, allez. — Ma qualunque sia la ragione di questo suo mutamento di gusto, è fuor di dubbio che egli si sente stanco, se non invecchiato di ingegno, e che non è più l'ispirazione impetuosa d'altri tempi, e come un bisogno della mente e del cuore, la forza che lo spinge a creare. Da parecchi anni, ad ogni commedia che fa, dice che sarà l'ultima; e si mise a scrivere iFourchambaultappunto dopo una di queste solenni dichiarazioni. — Come mai? — gli domandò un amico cogliendolo sul fatto, con l'abbozzo delle prime scene fra mano; vuol dire dunque che siricomincia? — Eh santo Iddio — rispose — che cosa volete? Le spese crescono continuamente.

Ma delle sue ragioni intime d'artista è difficile che parli anche con gli amici più stretti, non per disdegno, ma perchè gli ripugna naturalmente discorrere di sè e delle cose sue come d'affari di Stato. E questa ripugnanza «a servire in tavola l'anima propria,» come diceva il Balzac, si riconosce nelle sue liriche, nelle quali è rarissimo trovare un verso che getti un po' di luce sopra la sua indole e sopra la sua vita, se non sono i versi d'amore che pure non hanno nulla di profondamente individuale; e si riconosce anche in ciò, che di tutti gli autori drammatici francesi, è quello che scrisse meno prefazioni, e che, per quanto l'abbian tormentato gli editori del suo teatro completo, non son riusciti a strappargli un cencio di prosa da attaccare al primo volume. Lo stesso è per gli autografi e per le biografie. A un direttore di giornale che gli chiedeva un autografo per la sua gazzetta illustrata,scrisse: — Non sto bene, vi stringo la mano; — e a un tale che gli domandò notizie per scrivere la sua biografia, rispose: — Son nato nel tal luogo. Ho tanti anni. Non mi è accaduto nulla di straordinario. — Nemmeno i suoi più famigliari son mai riusciti a cavarsi la curiosità di sapere quale sia la commedia per la quale egli sente più tenerezza di padre; benchè abbian ragione di supporre che sia l'Aventurière, la prima commedia in cui rivelò ingegno maturo e sicurezza di sè; commedia tutta sua, brillante di vita da un capo all'altro, e vestita di poesia freschissima; la quale, se non ebbe alla prima un successo eguale allaCigüe, perchè rappresentata pochi giorni dopo gli avvenimenti di febbraio del 1848, fu però quella che portò il suo nome più alto e gli aprì le porte dell'Istituto. Egli non parla nemmeno di letteratura in generale, se non ci è forzato; e i suoi amici affermano che uno che non lo conoscesse potrebbe fare un viaggio di tre giorni con lui, senza sentire dalla sua boccauna sola parola che desse un sospetto lontano dell'esser suo. Se lo tirano per i capelli a discorrere d'arte, lo fa in un modo tutto suo, con un certo linguaggio pratico, da strapazzo, come un operaio che ragioni del suo mestiere. Non recita il sermoncino preparato, come faceva Gustavo Flaubert, se ne può essere sicuri, e non la piglia tanto dall'alto per dimostrare a un contradditore che il teatro risponde a un istinto dell'uomo: — Oh buon Dio! Guardate i bambini di due anni, che non sanno ancora parlare, e fanno già la commedia con due pezzi di legno. — E poi cambia discorso.

Non è più il parlatore abbondante e caloroso d'una volta: non fa per lo più che ascoltare, e quando ha da dir qualche cosa, se può cavarsela con una mezza parola o con un gesto espressivo, ne par contentissimo. Solo di quando in quando, una o due volte per sera, si anima a poco a poco, svolgendo un aneddoto, e allora spiega un vivacissimo senso comico, molieriano, largo e di buonavena, sostenuto da un buon riso di petto, grasso, che dà gusto a sentirlo, e da una bella voce rotonda di basso baritonale, che empie la sala; e nel calore del discorso, gesticolando come un attore eccitato, alza la sua nobile e poderosa figura di artista, in maniera che par di veder risorgere l'Augier antico, quando declamò quella appassionata apologia del Lamartine all'Accademia. Poi torna a inchiodarsi sulla sua poltrona e a chiudersi nel suo silenzio; e a vederlo così muto, quando passa la sua mano signorile sulla testa calva, cogli occhi fissi alla volta e vagamente sorridenti, si indovina che gli attraversano la mente le platee tumultuose delle prime rappresentazioni, e i banchetti trionfali, e i superbi amori, e tutte le avventure inebbrianti della sua giovinezza di principe.

Anche nel poco che dice, però, con quell'apparenza di trascuratezza, come se il parlare lo faticasse, c'è il pregio che si trova nei dialoghi delle sue commedie: ogni parola ha un valore,ogni menoma cosa è espressa in una forma stretta ed arguta, che rivela l'abitudine di sfrondare il discorso per far più rapida l'azione. Era un divertimento, per esempio, sentire con che brevità e con che efficacia di termini descriveva ad uno ad uno, comicissimamente, gli attori che debbono rappresentare tra poco il suoMariage d'Olympeal Ginnasio; tra i quali la prima attrice,une drôle de petite tête mauvaise, abbozzata apposta per fare quel serpente di contessa di Puygiron, che avvelena l'aria dove passa; poichè per lui l'attore dev'essere anzi tutto il personaggio fisico che ha da rappresentare, e l'enveloppe physiqueequivale alla metà dell'ingegno. Ed ha un bell'essere mite e benevolo: si capisce nondimeno che, in altri tempi, doveva essere il malcapitato quello ch'egli pigliava a sforacchiare con la punta dell'epigramma. Sempre lascia trasparire qualche baleno del potente spirito satirico che gli ispiròLa langue, quella sfilata di consigli mordacissimi a un avvocato, al quale promette la Francia purchè riesca a parlarequattr'ore di seguito senza sputare. Ma è rarissimo che se ne valga, anche con parsimonia. Non dice male di nessuno, ed è facilissimo alla lode. Gl'intesi fare un caloroso elogio, coll'accento d'una irresistibile sincerità, dell'ingegno del Sardou, e non gli udii esprimere un giudizio crudamente sfavorevole nemmeno sopra i più inetti raffazzonatori disituazionirubate. Si dice che altre volte tartassasse un po' Victor Hugo, per le sue spacconate rettoriche (e non è cosa da stupire in uno scrittore, com'è lui, di gusto finissimo e di logica rigorosa); ma ciò non gl'impedì di dedicare all'autore delleOrientaliuna graziosissima poesia, nella quale parlando delle relazioni del poeta con la musa, dice fra le altre cose,qu'il lui fait un enfant chaque fois(diciamo così)qu'il l'embrasse; poesia rimasta inedita, si capisce, a cagione di quell'abbraccio. Il solo con cui stia un poco punta a punta è Alessandro Dumas, l'unico rivale della sua misura; ma lo punzecchia con una certa benevolenza paterna, che dà appunto un sapore lepidissimo aisuoi scherzi; i quali girano d'amico in amico fin che arrivano su quel certo tappeto verde sparso di penne d'oca, da cui ritornano al mittente, per la medesima via, rovesciati con quel garbo che si può capire. In fondo, l'uno tratta l'altro con gentile compatimento, come unbon enfant, un giovane d'ingegno, che promette, e che farà qualche cosa, purchè ci si metta di proposito. Forse il Dumas ride un po' delle «prudenze» dell'Augier, e l'Augier delle «pazzie» del Dumas; ecco tutto. Il grande pubblico però ha maggior simpatia per l'Augier, che non lo piglia mai di punta, e non gli mostra le corna dell'orgoglio, ed ha fama universale di bontà e di placidezza; e il Dumas lo esperimentò varie volte: alla prima rappresentazione deiFourchambault, per esempio, a cui assisteva in sedia chiusa, in mezzo a molta gente che applaudiva per fargli dispetto; tanto che egli perdette la pazienza e disse forte al direttore Perrin che passava:Eh, monsieur Perrin! Quel beau succès nous faisons à monsieur Augier, n'est-ce pas?— E poi uscendo: — decisamentel'arte è più facile per tutti che per me. — Ma non c'è vero rancore tra loro, nè ci può essere a quell'altezza che hanno raggiunto tutti e due sopra la montagna smisurata dell'arte.

Nè giova far dei confronti. Una sola cosa si può dire senza esitazione, ed è che l'Augier è più puramente e più spontaneamente poeta drammatico. È nato per il teatro, non visse che per il teatro: avrebbe forse, se non scritto, immaginato delle commedie, se fosse nato in unduardella Barberia o in un villaggio dell'estrema Siberia. Tutte le forze dell'ingegno e dell'animo lo spingevano alla poesia drammatica, e vi sarebbe riuscito illustre, anche impiegandovi una minor forza di volontà di quella che v'ha impiegata. Non ha una grande cultura: studiò poco; ma benissimo. I suoi studi circoscritti li fece con passione e con discernimento squisito, in una sola direzione, con un proposito unico, rifuggendo da quella immensa varietà di letture precipitate, che opprime la mente senza lasciarvi un'impronta; lasciando in dispartetutto ciò che era certo di non riuscire ad appropriarsi in maniera da farsene sangue. Tre cose gli occorrevano sopra tutte: vivere, e ha vissuto intensamente in tutte le classi sociali; conoscere il teatro moderno, e se l'è inviscerato; possedere il magistero della lingua letteraria e maneggiare insuperabilmente la lingua familiare; e non c'è da dire se c'è riuscito. Oltre a questi limiti ha fatto poca strada. Non credo che conosca altro che per nebbia le letterature classiche, nonostante le sue traduzioni d'Orazio e le sue imitazioni d'Alceo; e aveva forse ragione quel critico svizzero che per difendere l'Augier dall'accusa di aver copiato Plauto, disse ch'era impossibile che l'avesse letto. Così, fuor della letteratura, diversamente da molti altri, non si curò affatto di raccoglier scienza da portare sul capo come i pennacchi dei cavalli di parata; ha avuto sempre un sovrano disprezzo della dottrina di seconda mano, e non s'è mai lasciato tentare a introdurre nelle sue commedie uno di quei personaggi muffosie pieni di pretensione, i quali sono incaricati di far capire al pubblico che l'autore ha finto degli studi serii. Tutto quello che ha messo sulle scene è intimamente suo, sinceramente acquistato e profondamente posseduto. Egli non è null'altro che un grande autore drammatico, e tale diventò informandosi principalmente alla bella sentenza che si trova nella sua poesia al Ponsard: — l'immortalità si guadagna meditando sulla bellezza. — Non s'occupò mai d'altra cosa. È uno dei pochissimi francesi, per esempio, — lo dice egli stesso, — che non amò mai la politica; scienza che è tentato di mettere nel primo ordine delle scienze inesatte, tra l'alchimia e l'astrologia giudiziaria, tante volte gli avvenimenti hanno sbugiardato i suoi calcoli più speciosi e i suoi principii più opposti. Una volta se n'occupò non di meno; ma per i suoi fini di autor drammatico. Ha messo un giorno il piede sulla soglia della vita pubblica per studiare il meccanismo e l'ufficio delle istituzioni dello Stato,come un pittore frequenta la clinica per imparare l'anatomia; e gliene rimase un gusto vivo per la medicina sociale, ma senza fargli spinger lo studio più in là che non fosse necessario per la sua arte. Eppure il suo ingegno è così fermo, così equilibrato nelle sue facoltà diverse, così largamente fondato sul buon senso, — su quel buon senso degli uomini di genio, come diceva il Lamennais, che non si deve confondere con quello dei portinai, — che in qualunque disciplina si fosse esercitato, vi avrebbe fatto buona prova. E ne fa testimonianza l'unico suo scritto politico, quel breve studio sulla questione elettorale che pubblicò nel 1864, per proporre il suffragio misto; poche pagine, nelle quali, qualunque sia il valore della sua idea, c'è una cognizione così netta di tutti gli elementi e di tutti gli aspetti della quistione, un ragionamento così fortemente tessuto, e un'esclusione così sapiente d'ogni anche minima intromissione delle sue facoltà artistiche —, intromissione che cresce allettamento, ma toglie efficaciamorale agli scritti sociali del Dumas, — da far credere l'autore, a chi non lo conoscesse, un uomo tutto politica e amministrazione, che non abbia fatto un verso in vita sua.

E questo alto buon senso, quest'armonia mirabile dell'immaginazione e del raziocinio, del sentimento poetico e dell'esperienza della vita, che si rivela nelle sue opere letterarie, si rivela in tutti i suoi atti e in tutti i suoi discorsi. Nulla egli perde a conoscerlo in casa dopo averlo applaudito al teatro. Lo si trova sensato e poetico, forte e affettuoso, profondo e semplice in ogni cosa. Non ha figli; ma una corona di nipoti, che lo amano e lo accarezzano come un padre e lo trattano con un misto di famigliarità, di riverenza, di gaiezza e di terrore artistico, carissimo a vedersi. Ha una villa a Croissy, vicino Chatou, in un luogo dove fece lui fabbricar la prima casa e piantare i primi alberi; in grazia di che fu dato il suo nome ad una strada; e dire Emilio Augier fra la gente di quel paese, è come dire padredella patria e imperatore del teatro. Vicino alla sua ci sono le ville delle sue sorelle. Quando ha una commedia da scrivere, o una scena da rivedere per unaripresa, scappa da Parigi col suo scartafaccio, e va a rifugiarsi nella sua palazzina tranquilla, che si specchia nella Senna, in faccia a un antico castello della Dubarry. Di là, tra un atto e l'altro, fa una corsa in casa dei nipoti, i quali festeggiano dal terrazzo ogni sua apparizione, come una nidiata d'ammiratori plaudenti dal palchetto d'un teatro. In questa nidiata ci sono due signorine di sedici anni, Paolo Déroulède, autore dei famosiChants du soldats, un capitano d'artiglieria decorato della medaglia al valore, e un giovane Guiard, che sarà forse una gloria del teatro francese: un gruppo di belle persone, di belle anime e di begl'ingegni. L'Augier, si capisce, ha una grande simpatia per il suoPaul, saltato su tutt'a un tratto con cinquanta edizioni di un volumetto di liriche. Il giorno che uscirono i suoiChants du soldatgli disse: — Bravo Paolo! Ora hai finito d'esseremio nipote. — Ma tanto, un po' per affetto e un po' per essere più sicuro del fatto suo, un'occhiatina ai manoscritti di lui, prima della pubblicazione, ce la vorrebbe dare. — Ma com'è possibile? — dice il nipote. — Supponete che egli mi dica: cambia, e ch'io non ne sia persuaso, come si fa a dirgli di no, a uno zio che si chiama Emilio a Croissy, sta bene; ma che si chiama Augier a Parigi? E non si può immaginare la festività cordiale e brillante di quei desinari di famiglia nella sala a terreno della villa Déroulède, quando in mezzo a quella bella corona di teste giovanili, troneggia l'oncle— quell'oncle—, specialmente negli anniversarii dei suoi grandi trionfi drammatici, che i nipoti festeggiano con commediole di occasione scritte dal poeta dellaMoabite. Per tutta la serata è un alternarsi vivacissimo di frizzi, di aneddoti ameni e di discussioni utili e belle, in cui ai ricordi gloriosi dello zio si mescolano le speranze gloriose dei nipoti; e pare che col suono delle voci allegre e dei bicchieri,si confonda un'eco degli applausi delle platee lontane, e che fra commensale e commensale sporgano il viso i fantasmi di Giboyer, di Guérin, di Fabrice, di Gabrielle, di Philiberte, di Poirier; e che dietro ai vetri della finestra debba comparire da un momento all'altro la larga faccia sorridente e benevola del padre Molière. Amabile e ammirabile famiglia davvero, la quale vi fa benedire mille volte quelle poche pagine bagnate di sudore e di pianto, che vi fruttarono la gioia d'esservi ricevuti come un amico.


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