CAPITOLO NONOLA SUCCESSIONE DI AUGUSTO

CAPITOLO NONOLA SUCCESSIONE DI AUGUSTO

50.Il ritiro di Tiberio a Rodi (6 a. C.).— Ma a questo punto incomincia nella repubblica, una terribile difficoltà, che durerà, si può dire, sino alla morte di Nerone. Augusto governava la repubblica comeprincepsda venti anni. Non si può negare che il concetto così chiaro e così preciso della restaurazione del 27 a. C. si fosse in quei venti anni assai intorbidato. L’autorità delprincepsche, nella primitiva riforma, doveva essere temporanea e soltanto sorvegliare e correggere le istituzioni secolari della repubblica, era ormai diventata vitalizia, e si era mutata in una alta e universale direzione dello Stato, che sostituiva il senato invecchiante e decadente. Ma nessuno se ne lagnava. Augusto si era condotto in quei venti anni con tanto tatto; aveva reso tali e tanti servizi allo Stato; era ormai diventato così necessario, aveva acquistato un tale prestigio ridando la pace all’impero, che nessuno lamentava il suo potere. Ma Augusto non sarebbe eterno; e già si avvicinava alla sessantina: che cosa accadrebbealla sua morte? La gente incominciava a pensarci. C’era chi sognava che si sarebbe allora, finalmente e per davvero, restaurata tal quale la antica repubblica senzaprinceps, ma questi erano pochi. La gente sperimentata e di senno capiva che, senza unprincepscapace ed energico, il senato e la repubblica non operavano più. Ma chi poteva essere il secondoprinceps? Se si voleva scegliere l’uomo più attivo, più capace, più sperimentato della repubblica, non c’era, dopo la morte di Agrippa e di Druso, da esitare: Tiberio. Ma Tiberio aveva molti nemici. Non era solo un Claudio orgoglioso, ostinato e severo; ma era anche un tradizionalista intransigente, un uomo del vecchio stampo, che voleva Roma governata da una aristocrazia parsimoniosa, austera, attiva, autoritaria e zelante come quella del terzo secolo a. C. Nella, nuova generazione cresceva invece il lusso, la ricchezza, il gusto dei piaceri, l’inclinazione alle raffinatezze e ai vizi dell’Oriente, l’indifferenza per le faccende politiche e l’avversione per la milizia. C’era dunque a Roma, nella nobiltà, un partito ostile a Tiberio; e quanti non avrebbero voluto che la carica suprema diprincepsdiventasse proprietà di una famiglia — anche questi non erano pochi — rinforzavano l’opposizione.

Si aggiunga il matrimonio con Giulia, a cui Augusto aveva costretto Tiberio dopo la morte di Agrippa. Questo matrimonio fu uno dei grandi errori di Augusto. Giulia, e Tiberio non andavano e non potevano andar d’accordo: Giulia, elegante, mondana, amante del fasto, dei corteggiamenti,della vita libera, rappresentava la nuova generazione; Tiberio, rigido, intransigente, implacabile contro tutte le debolezze dellajeunesse dorée, rappresentava la generazione antica. Il dissidio tra i due sposi non tardò a scoppiare, e si intrecciò con la lotta tra il partito della giovane nobiltà e il vecchio partito tradizionalista, che incominciava a farsi seria. Pare che Giulia alla fine tradisse il marito; e si mettesse alla testa di una veracôteriedi giovani nobili, che complottavano per escludere Tiberio dalla successione eventuale di Augusto con tutti i mezzi, calunniandolo presso Augusto e fra il popolo, alienando da lui gli amici, e infine cercando di opporgli dei rivali potenti. Da Agrippa e da Giulia erano nati parecchi figli, di cui il maggiore aveva allora 14 anni. Essendo stato adottato da Augusto, si chiamava Caio Cesare. Il partito nemico di Tiberio pose gli occhi su questo giovinetto, per farne il rivale di Tiberio; e, dopo aver cercato di aizzarlo contro costui, fece da parecchi suoi membri proporre ai comizi una legge, per cui Caio Cesare potesse assumere il consolato, allorchè avrebbe toccato i venti anni. Il giovinetto, come figlio di Agrippa e figlio adottivo di Augusto, era molto amato dalla plebe, che ormai si era avvezzata a queste rapide carriere dei membri della famiglia delprinceps. I nemici di Tiberio contavano su questo sentimento, per fare riuscire la loro proposta: ma Augusto da principio si oppose con tutta la sua autorità, comprendendo il pericolo insito in quella mossa dei nemici di Tiberio. Purtroppo fu facile riscaldare in favore di Caio ilpopolo, che amava poco i Claudî, molto i Giulî; Giulia a sua volta non stette inoperosa; e alla fine Augusto cedè; lasciò che Caio Cesare fosse nominato console con cinque anni di anticipo. Si affrettò però a dare a Tiberio un compenso, un grande compenso, facendogli attribuire per cinque anni la potestà tribunicia, ossia lo fece suo collega, come era stato Agrippa. Ma Tiberio era un Claudio, un aristocratico, un uomo tutto di un pezzo, e non tollerò l’affronto per il compenso: rifiutò l’onore, chiese ad Augusto il permesso di ritirarsi a vita privata e si recò in volontario esilio nella minuscola isola di Rodi (6 a. C.). Invano Augusto lo supplicò di restare.

51.La lotta tra i Giulî e i Claudî.— La partenza di Tiberio fu una grande disgrazia per la repubblica. Augusto rimase solo alla testa della repubblica, senza disporre più di un collega capace e sicuro; e l’amministrazione ricadde rapidamente nella confusione e nella negligenza di un tempo. Quel po’ di ordine che era stato ottenuto con tanta fatica, in venti anni, viene meno. Le finanze si dissestano di nuovo, sino al punto che l’erario non può più mantenere gli impegni presi con l’esercito, alla vigilia della grande spedizione germanica. Ma Augusto non si risolve nè a studiare, nè a far studiare una riforma delle imposte, e preferisce, stanco e sfiduciato, vivere alla giornata, addossando alla propria fortuna personale buona parte del carico delle pubbliche spese, o trascurando i servizi pubblici. Le leggi sociali sono ogni giorno meno osservate, e gliesuli, colpiti dalla leggede adulteriis, abbandonano i luoghi di relegazione, e si spargono nel festoso Oriente o nell’Occidente, vivendo ovunque allegramente. La leggede maritandis ordinibus, che colpiva con tanta durezza i celibatari impenitenti, è elusa facilmente da un grande numero di matrimoni senza figliuoli, che la legge non contemplava. Anche l’esercito, non più comandato da unimperator, che sia tale non soltanto di nome, pericola; le reclute scarseggiano in Italia; è necessario accrescere continuamente il numero dei corpi ausiliari, reclutando un numero sempre maggiore di provinciali — galli, germani, siriaci; la disciplina si allenta, l’istruzione decade.

Ma la maggior pietà dello Stato in rovina era il senato. A quanti espedienti aveva ricorso Augusto per farlo almeno rivivere alla meglio! Ora egli l’aveva rinsanguato con elementi nuovi, tratti dall’ordine dei cavalieri, minacciando di escluder questi dall’ordine equestre, se non volessero entrare in senato; ora aveva colpito di crescenti ammende i senatori che non frequentavano le sedute; ora aveva pensato di ridurre il numero delle sedute obbligatorie, e rimpicciolito, per quelle che cadevano nei mesi della villeggiatura o della vendemmia, il numero di senatori che avrebbero dovuto essere presenti. Aveva infine creato nel senato una più ristretta Commissione di senatori, estratti a sorte ad assistere, essi soli, nelle deliberazioni correnti, il presidente, salva poi la ratifica del senato convocato in adunanza plenaria. Ciò non ostante, i senatori non venivano,e di ogni affare grave si scaricavano sulle ormai deboli spalle del principe, stanco ed invecchiato.

Alle difficoltà interne si aggiungono le esterne. La Germania era abbandonata a sè stessa; nessuno pensava seriamente a darle leggi e ordinamenti durevoli. In Oriente, l’ordine ristabilito con tanta fatica nei primi anni del principato, vacillava di nuovo: in Giudea, dopo la morte del re Erode, avvenuta nel 4 a C., il partito nazionalista aveva ripreso ad agitarsi, e il governatore della Siria, Quintilio Varo, aveva dovuto accorrere con grandi forze; nell’impero dei Parti, a Fraate, morto nel 3 a. C., era successo Fraatace, il quale, all’opposto del padre, era ostile a Roma, aveva occupato l’Armenia e scacciato il re riconosciuto e protetto dalla repubblica.

È probabile che Tiberio avesse fatto assegnamento su tutte queste difficoltà, le quali costringerebbero un giorno o l’altro Augusto a richiamarlo a Roma. Ma Augusto, che sembra aver sempre stimato più che amato Tiberio, era stato molto irritato dal suo ritiro; e, dopo la sua partenza, si era accostato al partito della giovine nobiltà, avverso a Tiberio e ai tradizionalisti, cercando di governar l’impero con questo. Aveva fatto ricoprire di onori Caio Cesare, ne aveva accelerata la carriera, aveva fatto concedere gli stessi onori e privilegi al fratello suo Lucio; aveva mostrato di voler considerare questi due giovani come i due soli aiuti e collaboratori, sui quali ormai facesse assegnamento. A sua volta il partito tradizionalista, di cui Livia, la madre diTiberio, sembra essere stato l’anima, cercava di combattere la potenza crescente del partito avverso, e di far richiamare Tiberio. Di qui intrighi, lotte, cabale, scandali. Uno di questi scandali travolse, nel 2 a. C., Giulia. Pare che il partito tradizionalista, avendo capito che Tiberio non ritornerebbe a Roma finchè Giulia non ne fosse scacciata, sia riuscito a procurarsi le prove del suo adulterio e che uno dei suoi membri l’abbia denunciato in base allalex de adulteriis, fatta approvare da Augusto nell’anno 18. Secondo questa legge, quando il marito non voleva o non poteva, il padre doveva punire la adultera. Il marito, Tiberio, non era a Roma. Augusto dovè, in forza della sua stessa legge, colpire la figlia; e la esiliò a Pandataria. Ma non per questo si riconciliò con Tiberio: e quando finalmente nell’anno 1 dell’era volgare si risolse a mandare un esercito in Oriente, per cercar di venire ad un accordo con i Parti, ne diede il comando a Caio Cesare, che era un giovinetto inesperto, e lo fece accompagnare, perchè gli fossero guide e maestri, da acerbi nemici di Tiberio.

Così la fortuna di Tiberio pareva essere stata spezzata per sempre dall’errore commesso nell’anno 6, uscendo di Roma. Il partito avverso, avendo per sè Augusto, era così potente quanto implacabile. Solo nell’anno 2 dell’êra volgare, per l’intercessione di Livia, egli potè ottenere di ritornare a Roma, a condizione però di restare in disparte e di vivere come un privato. Ma a questo punto la fortuna, che lo aveva per otto anni perseguitato, si volse di nuovo in suo favore. Inquello stesso anno Lucio Cesare moriva di malattia; e sedici mesi più tardi, al principio dell’anno 4, moriva in Oriente, in seguito a una ferita, il fratello suo Caio. Queste morti precoci erano troppo utili alla causa di Tiberio, perchè la gente non dovesse sospettare la mano di Livia: ma senza nessuna seria ragione. Le grandi famiglie non furono mai esenti dal pagare anch’esse con morti precoci il tributo alla natura. Ad ogni modo, dopo l’esilio di Giulia, il partito avverso a Tiberio perdeva i due uomini rappresentativi su cui faceva assegnamento; Augusto restava di nuovo solo, senza collaboratori validi; la situazione in Oriente si aggravava di nuovo, e, quel che è peggio, delle rivolte incominciavano in Germania. Il partito di Tiberio rialzò la testa; domandò ad alta voce che si richiamasse agli affari quello che era il miglior generale, e, dopo Augusto, il politico più sperimentato del suo tempo. Ma Augusto resistè ancora. Finalmente, quando la rivolta parve divampare più minacciosa che mai in Germania, il partito di Tiberio perdè la pazienza; e sembra avere addirittura tramato una congiura, per vincere le ostinate riluttanze del vecchio Augusto, i cui poteri presidenziali erano stati frattanto prolungati, l’anno prima, per dieci anni. È la famosa congiura, che ebbe a capo un nipote di Pompeo, Cornelio Cinna. Quale ne fosse il vero scopo, non sappiamo; sappiamo solo che, scoperta la congiura, Augusto si affrettò a perdonare ai congiurati e a richiamare Tiberio al governo. Il 26 giugno del 4 dell’êra volgare egli lo adottava come figlio, e gli faceva, dai comizi,conferire la potestà tribunicia per dieci anni. Nuovamente, dunque, la repubblica aveva due capi, come allorchè Agrippa viveva; e di essi l’uno, il più attivo, il più giovane, era un Claudio, il più puro rappresentante del partito tradizionalista e conservatore.

52.Il governo di Augusto e di Tiberio (5-14 d. C.).— Da questo momento, e non dalla morte di Augusto, comincia il governo, destinato a diventare tristamente famoso, di Tiberio. N’è prova chiara e precisa il contrasto fra il periodo che si chiude e quello che ora comincia. Il decennio seguente è una grandiosa illustrazione della dottrina, che Tiberio professava sul governo della repubblica.

Con grande risolutezza, Tiberio dà subito mano a due imprese: la riforma dell’esercito e la repressione della rivolta germanica. L’una era legata all’altra. Ma la riforma militare necessitava una riforma delle finanze, poichè sarebbe costata molto danaro. D’onde trarre il danaro occorrente? I due presidenti pensano di dare un nuovo giro al torchio delle leggi sociali e di ritogliere all’Italia il vecchio privilegio dell’immunità tributaria. Con unalex Julia caducaria, i coniugati senza figli — gliorbi— sono ora assimilati ai celibatarî, e incorrono nella stessa inferiorità legale. Inoltre le eredità lasciate loro contro la legge vanno devolute, non più agli altri eredi, ma al pubblico erario[45]. Infine con l’indizione di un censimento di tutti i cittadini che possedessero più di 200.000 sesterzi, si comincia a preparare l’Italia ad una nuova imposta.

Ma contemporaneamente l’esercito è rinforzato di due nuove legioni[46], e la vecchia e decadente legge militare di Augusto, riformata. Il servizio è di nuovo prolungato a venti anni per i legionari, e a quattordici per i pretoriani, come in antico. Alla fine del servizio gli uni e gli altri avrebbero ricevuto un premio in danaro ed una pensione, per provvedere alla quale si sarebbe organizzata una cassa particolare (5 d. C.).

Dopo di ciò Tiberio, che già aveva fatta una prima corsa in Germania, ci tornava, per ripetere la grande spedizione di Druso, sul vecchio piano di Agrippa. La flotta discese per il Reno e, per il canale di Druso, nel Mar del nord, costeggiò la importuosa penisola del Jutland, l’antico paese dei Cimbri; imboccò l’Elba, e rimontò il corso del fiume. Nel tempo stesso l’esercito di terra marciò dal Reno all’Elba per circa 400 miglia, ora ricevendo gli omaggi dei popoli, che attraversava, ora combattendo e domando i più restii, come avvenne dei Longobardi. Alla fine, flotta ed esercito si incontrarono, e i barbari, che si affollavano minacciosi sulla riva destra del fiume, preferirono, dinanzi a tanto spettacolo di forza, scendere a patti con gl’invasori.

Tiberio poteva tornare a Roma a cercare, con nuove imposte, il denaro, necessario per applicare la nuova legge militare. Al suo arrivo i due presidenti, dopo aver versato del proprio, nel nuovo tesoro, 170 milioni di sesterzi, riuscirono a far approvare una legge che imponeva una tassa del 5% a favore della cassa per le pensioni militari sulle eredità dei cittadini romani. La legge,che risparmiava le piccole eredità o i legati destinati ai poveri, era savia. Ma il malcontento che suscitò tra le classi ricche fu grande; e si sfogò contro Tiberio, che si sapeva essere l’autore vero della legge. Tiberio, come al solito, poco curò questi mormorii; e al principio del 6 tornava in Germania per compiere l’ultima parte del suo piano. Parecchi anni prima, fuggendo l’invasione di Druso, i Marcomanni avevano emigrato nella moderna Boemia, e qui, sotto il re Marbod, avevano creato uno Stato potente, che ancora non aveva riconosciuto il dominio romano, e che in ogni modo poteva diventare un forte appoggio per la Germania in rivolta. Tiberio voleva sottometterlo o ridurlo sotto il protettorato romano, minacciando d’invadere il regno da due lati: da occidente, attraverso il paese dei Catti, e da mezzogiorno, attraverso la Pannonia. Ma l’impresa era appena avviata, che Pannoni e Dalmati si sollevavano ancora una volta, e trucidavano i piccoli presidî romani, insieme con gli stranieri, che già, per ragioni di commercio, avevano da tempo cominciato a penetrarvi.

53.La catastrofe di Varo in Germania (9 d. C.).— L’insurrezione pannonica e dalmatica era dunque cosa grave, ma a Roma essa parve un pericolo tremendo, giacchè Pannonia e Dalmazia erano alle spalle dell’Italia. Si temè perfino una nuova irruzione di Cimbri e Teutoni nella penisola, mentre s’era detto che i veri Cimbri erano stati assoggettati da Tiberio!

Ma Tiberio non era uomo dai perdere facilmentela testa, e, senza lasciare a mezzo l’impresa incominciata, rinunziò solo all’idea di una conquista, si contentò di conchiudere un accordo con Marbod; indi tornò verso la Pannonia. Non però con l’intenzione di sterminare con un colpo solo, come in Roma gli strateghi del Foro reclamavano a gran voce, l’insurrezione; sibbene, come la natura delle milizie, di cui egli disponeva, e quella del nemico e del paese consigliavano, per opporre alla guerriglia degli indigeni, la guerriglia dei legionari romani, alimentata dall’esterno.

Alla fine dell’8, la Pannonia era pacificata. Ma lo sforzo era stato grande. Roma aveva dovuto arruolare veterani, liberti, stranieri, perfino schiavi tolti ai privati. Con questa moltitudine raccogliticcia Tiberio aveva dovuto soffocare nel suo stesso focolare l’insurrezione. Non è quindi da stupire che gli sia stato necessario un certo tempo. Ma la notizia della vittoria era appena giunta in Roma, e già si cominciavano a decretare gli onori del trionfo al generale, quando una notizia terribile sopravveniva dalle rive del Reno: la Germania, sollevatasi, aveva sorpreso e trucidato le forze romane stanziate sul suo territorio; lo stesso luogotenente di Augusto, Quintilio Varo, s’era dato la morte piuttosto che cader vivo nelle mani del nemico. La ferma volontà di romanizzare la Germania, che Tiberio, ritornando al governo, aveva manifestata, insieme con le notizie, che giungevano dalla Pannonia, avevano ridesto il paese. La Germania aveva avuto il suo Vercingetorige — Arminio — anche egli amico di Varo e cittadino romano, per giunta. Con abilemossa, i Germani avevano indotto il generale ad avanzare nel cuore del paese, e qui, nella misteriosa foresta di Teutoburgo, tra la Lippe e il Weser, ove oggi un colossale ma bruttissimo monumento si leva in onore, più che di Arminio, del germanesimo, Varo era stato sorpreso, e le sue legioni — il fiore dell’esercito romano — distrutte (settembre od ottobre 9 d. C.)[47].

54.La morte di Augusto (14 d. C.).— La rotta di Varo non era calamità irreparabile. Un così grande impero poteva perdere alcune legioni senza vacillare sulle sue fondamenta. Tiberio, infatti, accorse sul Reno, potè subito mostrare agli elementi inquieti della Gallia che, se i Germani erano in grado di distruggere per sorpresa le guarnigioni romane, non potevano presumere di varcare il Reno e di attaccare le province più floride dell’Impero. Ma la rotta di Varo, se non distrusse, infiacchì molto nel governo romano la volontà di estendere il dominio romano oltre il Reno e il Danubio. Non solo Augusto, ma anche Tiberio si persuase, dopo quella sventura, essere più saggio, per Roma, non varcare i due fiumi: onde per molti anni la politica germanica di Roma sarà consigliata da una prudenza, che traccerà definitivamente al Reno e al Danubio i confini dell’impero in Europa. E non avendo Roma avuto la forza di varcare il Reno e il Danubio per sottomettere i Germani, verrà il giorno in cui i Germani varcheranno il Reno e il Danubio per distruggere l’Impero! Ma nè Angusto nè Tiberio potevano vedere così lontano nell’avvenire; essidovevano giudicare alla stregua delle necessità del tempo, e alla stregua di queste necessità, appariva prudente non richiedere all’Italia uno sforzo troppo grande. Comunque sia, la disfatta di Varo fu l’ultimo grande dolore della lunga vita di Augusto, che ormai volgeva alla fine. Nell’anno 13 i poteri quinquennali di Augusto e di Tiberio venendo a finire, furono ancora rinnovati, ma per l’ultima volta: l’anno dopo, il 14, vecchio di 77 anni, Augusto moriva, il 19 agosto, a Nola.

Quale giudizio si deve dare dell’opera sua? Certo il suo disegno di restaurare la repubblica aristocratica, dopo averla tanto guasta e malconcia con il triumvirato, fallì. La repubblica, nella quale egli voleva infondere una nuova vita, si mummificò sotto le sue mani, in un governo equivoco, contraddittorio, debole e rigido nel tempo stesso, in cui la sua persona e il suo prestigio furono il massimo sostegno dell’autorità. Le istituzioni della repubblica, dal senato ai comizi, non erano ormai più quasi, alla fine della sua vita, che una finzione. Basti dire che, l’anno precedente alla sua morte, il senato aveva deliberato che ogni anno si sceglierebbero venti senatori, e che tutte le deliberazioni prese da Augusto, d’accordo con questi venti senatori, con Tiberio, con i consoli designati, con i suoi figli adottivi e tutti i cittadini, che Augusto giudicherebbe utile di consultare, avrebbero valore di senatus consulto! Il senato abdicava! Si deve dunque conchiudere, che l’opera di Augusto sia stata sterile e vana? No. Egli ebbe due grandi meriti. Se non riuscì a rianimarli, riuscì a salvaredalla distruzione il principio aristocratico e repubblicano secondo il quale l’impero non era, come nelle monarchie, la proprietà di una dinastia, ma la proprietà unica e indivisibile del popolo romano, che una aristocrazia di grandi famiglie, educate secondo l’antica tradizione, aveva sola il diritto di amministrare. Salvati da Augusto, il principio, la repubblica, il senato, la aristocrazia risusciteranno tra un secolo, in maniera inaspettata e singolare, compiendo nel vasto impero la fusione dell’ellenismo e del romanismo. Il secondo merito di Augusto sta nell’aver fatto fruttificare la conquista della Gallia compiuta dai Cesare e nell’aver divinato che l’avvenire dell’impero era più in Occidente che in Oriente. Fino a Cesare, Roma aveva guardato dalla parte d’Oriente, sognato di rifare l’impero di Alessandro. In questo sogno Antonio si era perduto. Augusto abbandona le grandi ambizioni orientali, e, dopo alcune esitazioni, volge risolutamente i suoi sforzi verso il Reno e il Danubio. Egli tenta anzi addirittura la conquista della Germania; e in questa impresa fallisce; ma in compenso conquista le Alpi, stabilisce solidamente il confine dell’Impero a quei due grandi fiumi, e promuove alacremente la romanizzazione e lo sviluppo della Gallia e della Spagna. Gli effetti di questa politica durano oggi ancora; perchè, se ci fu una politica che avesse in sè una grandezza mondiale, fu proprio quella. Per quella politica, anche l’Europa entra nella storia della civiltà, che sino ad allora era quasi tutta e soltanto stata occupata dall’Oriente o dalle piccole nazioni fioritesulle estreme propaggini meridionali del continente europeo. Per quella politica, tra la civiltà decrepita dell’Oriente e la civiltà nascente dell’Occidente, l’Italia e Roma potranno conservare ancora per tre secoli la corona conquistata con tante guerre. Chè senza il vigoroso sviluppo delle province occidentali, il centro dell’Impero si sarebbe spostato verso l’Oriente. Roma e l’Italia, poste ai confini della barbarie, non avrebbero potuto per secoli essere, l’una la capitale, l’altra la nazione predominante di un impero, le cui più ricche, popolose e floride province erano in Asia ed in Africa.

Note al Capitolo Nono.45.Su questa legge, cfr.Ferrero,Grandezza e Decadenza di Roma, V, p. 320.46.Cfr.Pfitzner,Geschichte der römischen Kaiserlegionen von Augustus bis Hadrianus, Leipzig, 1881.47.Sulla catastrofe di Varo le opere più recenti sonoGailly de Taurines,Les legions de Varus, Paris, 1911; eW. A. OldfatherandH. Vernon Canter,The defeat of Varus and the German frontier Policy of Augustus, inUniversity of Illinois Studies, 1915.

45.Su questa legge, cfr.Ferrero,Grandezza e Decadenza di Roma, V, p. 320.

45.Su questa legge, cfr.Ferrero,Grandezza e Decadenza di Roma, V, p. 320.

46.Cfr.Pfitzner,Geschichte der römischen Kaiserlegionen von Augustus bis Hadrianus, Leipzig, 1881.

46.Cfr.Pfitzner,Geschichte der römischen Kaiserlegionen von Augustus bis Hadrianus, Leipzig, 1881.

47.Sulla catastrofe di Varo le opere più recenti sonoGailly de Taurines,Les legions de Varus, Paris, 1911; eW. A. OldfatherandH. Vernon Canter,The defeat of Varus and the German frontier Policy of Augustus, inUniversity of Illinois Studies, 1915.

47.Sulla catastrofe di Varo le opere più recenti sonoGailly de Taurines,Les legions de Varus, Paris, 1911; eW. A. OldfatherandH. Vernon Canter,The defeat of Varus and the German frontier Policy of Augustus, inUniversity of Illinois Studies, 1915.


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