CAPITOLO DODICESIMOLA CATASTROFE

CAPITOLO DODICESIMOLA CATASTROFE(395-476)

(395-476)

91.Il primo conflitto tra l’Oriente e l’Occidente (395-397).— Teodosio, morendo, ripartiva l’impero tra i due figlioli, Onorio e Arcadio. Di nuovo il principio dinastico prevaleva. Il territorio, in cui le due parti si toccavano, era la prefettura dell’Illirico, del quale l’orlo costiero, la Pannonia e il Norico rimanevano all’Occidente; la Dacia e la Macedonia all’Oriente. Ma anche questa volta solo l’amministrazione era ripartita, come al tempo della tetrarchia: l’impero rimaneva unico ed integro; e la legislazione, comune. Senonchè ormai gli eventi saranno più forti della volontà degli uomini; e faranno incominciare dalla morte di Teodosio la definitiva scissione dell’antico impero romano in due parti: occidentale e orientale.

I due principi erano giovanissimi. Teodosio, morendo, aveva affidato Arcadio, che aveva 18 anni, alle cure del prefetto del pretorio, Rufino; l’altro, Onorio, che ne aveva 11, a quelle delmagister militumo generalissimo degli eserciti di Oriente e di Occidente, Stilicone. Era questi un vandalo, unbarbaro, ma, come Arbogaste, assai più romano per spirito di molti suoi contemporanei nati in Italia. Senonchè dopo la fondazione di Costantinopoli, lo spirito di rivalità tra l’Oriente e l’Occidente si era riacceso. In Italia non si voleva ammettere che la nuova capitale fosse eguale o da più di Roma; in tutto l’Oriente invece si considerava Costantinopoli come la città che aveva oscurato e sostituito Roma, o che almeno non doveva più essere a Roma sottoposta. Da questa rivalità se non nacque proprio, prese forza una aspra discordia tra Rufino e Stilicone. Il dissidio scoppiò, quando i Goti, stanziati in Oriente, si ribellarono, adducendo come ragione o come pretesto che Rufino aveva violato taluni loro diritti. Dopo avere acclamato re Alarico, essi precipitarono, devastandola, nella Tracia e invasero la Grecia (395). Stilicone accorse con l’esercito fino a Tessalonica. Ma a questo punto un messaggio di Arcadio intimò a Stilicone di consegnare le milizie orientali che erano ai suoi ordini sin dal tempo della guerra di Teodosio contro Arbogaste; di ricondurre indietro le proprie, e di non valicare più i confini dell’impero di Oriente.

Per la prima volta Costantinopoli affermava che i suoi diritti sovrani erano eguali a quelli di Roma; e in faccia al nemico! Se Stilicone si sottometteva, l’impero romano si rompeva in due imperi indipendenti, perchè di eguali diritti; se non si sottometteva, incominciava una guerra civile tra le due parti dell’impero. Stilicone, che era uomo avveduto e scaltro, pensò di sfuggire a questo tragico dilemma con un espediente: finse dicedere, ma pose a capo delle milizie da ricondurre in Oriente un ufficiale goto di sua fiducia, Gaina. Costui seppe così bene eccitare contro Rufino e contro le mire della Corte di Costantinopoli la collera dei soldati, che, giunti a Costantinopoli, i soldati trucidarono Rufino (27 novembre 395)[118]. Questo assassinio doveva ammonire la Corte di Costantinopoli che una politica separatista non era senza pericolo.

E da principio parve che l’ammonimento fosse inteso. Ci fu a Costantinopoli una resipiscenza. Stilicone potè condurre le sue milizie dalla Dalmazia nella Grecia meridionale, sbarrare l’istmo di Corinto, e iniziare la caccia alle forze di Alarico attraverso le valli e le montagne del Peloponneso. Ma non appena l’impero d’Oriente tornò a respirare, l’avversione all’Occidente e a Stilicone riprese il sopravvento a Costantinopoli, incoraggiata dall’eunuco Eutropio, che era succeduto a Rufino nel favore dell’imperatore. Approfittando delle difficoltà, che impedivano a Stilicone di annientare interamente i Goti[119], i suoi nemici riuscirono a far dichiarare Stilicone nemico pubblico dell’impero orientale, a confiscarne i beni, e a concludere con Alarico un trattato di pace, col quale si cedevano al re dei Goti l’Epiro e la costa dell’Illirico orientale fino a Durazzo, e gli si conferiva la carica diduxdella contrada (397).

Questa volta Stilicone, non volendo o non potendo impegnarsi in una guerra civile, si rassegnò a ritirarsi nelle province di Occidente e a governar solo queste. La rottura fra l’Oriente e l’Occidenteera per la prima volta dichiarata ufficialmente. La grande opera di Roma era infranta.

92.Le nuove invasioni in Occidente e la fine di Stilicone (397-408).— In compenso, Stilicone si dedicò con rinnovata energia al governo dell’impero rimpiccolito. E furono anni di governo, a paragone dei tempi, non cattivo: le asprezze religiose di Teodosio mitigate; le finanze, l’amministrazione, la sicurezza pubblica curate; l’Africa riconquistata all’impero e la insurrezione del governatore Gildone repressa; il Donatismo, che l’aveva appoggiata, quasi schiantato dalle radici; il Cristianesimo, non ostante le personali inclinazioni di Stilicone, sempre più favorito a danno del Paganesimo. Un editto del 20 agosto 399 decretò l’abolizione delle feste pagane. Ma tutti questi sforzi non servirono a nulla, perchè la scissione delle due parti dell’impero aveva indebolito troppo l’Occidente. L’impero aveva potuto sino ad allora resistere a tutti gli attacchi di cui era segno, perchè le legioni d’Oriente erano accorse in Occidente e quelle di Occidente in Oriente, quando ce n’era stato bisogno. Separate le province e gli eserciti, l’Occidente si trovò ridotto a difendersi contro gli stessi nemici, con forze dimezzate; e quindi con crescente difficoltà. Il pericolo di questa situazione non tardò ad apparire, quando, nel 400, Alarico, incoraggiato dalla debolezza dell’impero di Occidente e forse anche dai segreti consigli dalla Corte di Costantinopoli, invase, con il suo esercito di Goti rinforzato da altre popolazioni barbariche, l’Italia, e superate le Alpi,giunse a minacciar la stessa Milano, ove risiedeva la Corte di Onorio (fine del 401). Fu un momento terribile, in cui la debolezza dell’impero d’Occidente apparve a chiara luce. Per salvare l’Italia, Stilicone dovè ricorrere al disgraziato rimedio di richiamar in gran fretta milizie dalla Britannia, dal Reno, dalla Rezia, abbandonando quelle province al loro destino. L’Italia fu infatti salva: sbloccata Milano, Stilicone si tirò dietro il nemico fin verso Pollenzo sul Tanaro, e quivi gl’inflisse una disfatta memorabile (6 aprile 402); e una seconda poi, un anno dopo, presso Verona (estate del 403). Stilicone però non potè sterminare l’esercito; e il principe gotico riuscì ad evacuare il Veneto, con il resto delle sue forze.

Ma appena domato il pericolo gotico, se ne addensò un nuovo. Precipitava in Italia dal settentrione dell’Europa una nuova torma di Germani, agli ordini di un Ostrogoto pagano, un tal Radagaiso: 200.000 uomini e più, si disse[120], a cui fu impossibile opporsi sollecitamente (404). Onorio e la Corte ripararono a Ravenna, egregiamente difesa dalla natura, mentre il nemico penetrava sino in Etruria; Stilicone di nuovo si dette a rinforzare lo scarso esercito d’Italia, che la guerra gotica aveva gravemente provato, sguarnendo le province; e soltanto nel corso del 405 potè sterminare presso Fiesole gli invasori, uccidendo lo stesso Radagaiso.

Ma mentre Stilicone trionfava a Pollenzo, a Verona e a Fiesole, la Britannia diveniva teatro di nuove usurpazioni, insurrezioni e invasioni barbariche; la Gallia, sguernita di milizie romane,era invasa e saccheggiata, tutt’insieme, da Vandali, Alani, Svevi, Franchi, Burgundii, mentre Alarico, all’estremo confine orientale, attendeva a rifare l’esercito. Stilicone imaginò allora un espediente disperato: proporre ad Alarico di abbandonare il servizio della Corte di Costantinopoli, per passare a quella di Ravenna; nominarlo prefetto dell’Illirico con i confini, che l’Impero di Occidente pretendeva di assegnare a questa provincia e che la Corte di Costantinopoli contestava. Alarico era disposto ad accettare; ma occorreva il consenso della Corte di Costantinopoli, che riluttava e tirava in lungo. Irritato dagli indugi, Stilicone ricorse alla fine alla rappresaglia di chiudere alle navi orientali i porti dell’Occidente[121]. Intanto dalla Britannia un usurpatore — un Flavio Claudio Costantino — calava in Gallia, e tornava a minacciare l’Italia; Alarico, malcontento dell’indugio, reclamava una indennità per le spese dei suoi vani armamenti. Stilicone non poteva più far fronte a tante contrarietà, che incoraggiavano nella Corte i suoi nemici, ogni giorno più numerosi. La sua tolleranza in religione, la sua inclinazione a trattare con i barbari, la sua politica che sacrificava per l’Italia le province, gli avevano procurato odî accaniti e implacabili. A lui si apponeva perfino la scissione dell’impero. Essendo, nel maggio del 408, morto Arcadio e a lui successo il figliuolo Teodosio II, fanciullo ancora di sette anni, sembrò che veramente, alla fine, la Corte di Ravenna potesse conquistare quella tutela sull’Oriente, a cui fin allora tutta l’autorità di Stilicone non era riuscita. Mal’improvvisa fortuna tradì il grande generale. Gli avversari, temendo che l’autorità sua crescesse troppo, precipitarono agli estremi consigli. Mentre Onorio si trovava a Pavia, scoppiò tra le milizie stanziate colà, preparata con sopraffina astuzia, una sedizione, che chiese al debole sovrano la testa di Stilicone. Stilicone avrebbe potuto resistere, chè l’esercito parteggiava per il suo generale; ma non volle provocare una guerra civile, e si lasciò uccidere dagli emissari del principe (23 agosto 408).

93.Alarico (408-410).— Mai delitto più insano fu più prontamente espiato. La morte di Stilicone fu il segnale della rivolta e della defezione di molti dei barbari alleati dell’impero, che egli aveva chiamati alla difesa della cadente romanità. Peggio ancora, provocò la rottura con Alarico. Morto Stilicone, la Corte di Ravenna trattò il Goto, per ripicco, come un nemico, respingendo tutte le sue domande, giuste o no. Alarico rispose irrompendo all’improvviso, nello stesso anno 408, dall’Illirico in Italia, dove Stilicone non era più. Mentre Onorio si rifugiava a Ravenna, il barbaro prendeva e saccheggiava Aquileia, Altino, Concordia e Cremona; girava sul fianco di Ravenna; costeggiava l’Adriatico; e per la via Flaminia marciava su Roma senza incontrare resistenza. Roma, che dall’assedio dei Galli in poi non aveva visto più un esercito nemico avvicinarsi alle sue mura, si chiuse nella cerchia aureliana. Ma Alarico bloccò la città, e con la fame la costrinse a trattare. Chiese ed ottenne untributo, in luogo delle indennità negategli dal governo ufficiale; inoltre impegnò il senato a raccomandare alla Corte un trattato di pace, per cui Alarico avrebbe dovuto ricevere il Norico con il titolo dimagister militumdell’impero. Le condizioni non erano troppo dure; ma la corte di Ravenna, che pure abbandonava l’Italia al suo destino, le respinse. Alarico ritornò di nuovo nel Lazio, occupò il porto di Ostia, s’impadronì dei magazzini di grano, minacciando di affamare Roma; e con questa minaccia costrinse il senato a deporre Onorio e a sostituirgli il prefetto della città, un certo Attalo, che, appena nominato, non solo si dichiarò pronto a sodisfare Alarico, ma cominciò la guerra contro Onorio, mandando ufficiali e truppe ad attaccar l’Africa. L’impresa però non riuscì: onde Alarico, destituito Attalo e presolo nel suo campo in ostaggio, insieme con una figliola di Teodosio I, la bellissima Galla Placidia, ricominciò a trattare. Ma la Corte imperiale fu irremovibile. Allora Alarico, perduta la pazienza, nella notte del 21 agosto 410, superate con un assalto improvviso le mura aureliane, entrò in quella Roma, ch’egli aveva rispettato fino ad allora e che Annibale non aveva osato affrontare. La città eterna fu saccheggiata per tre giorni. Ma Alarico che era un uomo astuto, non aveva l’intenzione di conquistare l’Italia, dove si sarebbe trovato, come si dice nel linguaggio militare, in aria, minacciato da nord, da sud, da est, da ovest, nel cuore dell’impero e quindi esposto a fuochi incrociati. Voleva stabilirsi, con il consenso o senza dell’impero, in un angolo del mondo romano dovevivere tranquillo. Non riuscendo ad ottenere quel consenso, egli cercò in quale parte dell’impero potrebbe stabilirsi con la forza; e pare aver gettato gli occhi sull’Africa: non senza ragione, chè l’Africa, se difficile ad attaccare perchè posta all’estremità dell’impero, era facile a difendere. Ed era paese, nel tempo stesso, pieno di atroci discordie interne e ricchissimo, il granaio dell’Italia; buon pegno od ostaggio, per costringere l’impero a far patti. Alarico non maltrattò troppo Roma, e, partito, si diresse verso l’Italia meridionale, con l’intenzione, pare, di conquistare la Sicilia, come il ponte per passare in Africa, rifacendo insomma il cammino già fatto da Roma nelle guerre puniche. Ma in via morì improvvisamente, ancor giovanissimo. La legenda narra che i Goti lo seppellirono in una tomba d’oro, sotto il corso deviato del Busento (presso Cosenza) (410).

94.La perdita dell’Europa Occidentale (410-416).— Il comando fu preso dal cognato di Alarico, Ataulfo. Egli smise l’idea della Sicilia e dell’Africa, e di nuovo trattò con l’impero. Le disposizioni della Corte erano mutate, in parte per effetto dei casi gravissimi seguiti nella Gallia meridionale. Quivi, mentre in Italia Onorio lottava con Alarico, si erano trovati di fronte l’usurpatore, Costantino, e le numerose popolazioni barbariche, entrate dal 406. Costantino aveva pensato di liberarsene, avviandole verso la Spagna; e infatti, nel 409, Vandali, Alani, Svevi si erano diretti alla volta della penisola iberica, e l’avevano devastata e occupata per buona parte, stanziandosigli Svevi e una parte dei Vandali nella Galizia, gli Alani nella Lusitania e nel territorio dei Cartageni, un’altra parte dei Vandali nella Betica, a cui diedero il nome di Vandalusia, mutatosi poi in Andalusia. Ma non per questo la Gallia aveva respirato: dopo le invasioni barbariche, le guerre civili si erano riaccese. Contro l’usurpatore era sorto un altro usurpatore: Giovino. Nel 411 Onorio aveva già inviato un grande generale, il suo nuovomagister militum, un illirico, Costanzio, il quale era riuscito a toglier di mezzo Costantino. Ma la Gallia era perduta, se l’impero non faceva un grande sforzo. Perciò nel 412 Onorio offrì ad Ataulfo di andare in Gallia con i suoi Goti a combattere per l’Impero. Ataulfo accettò, ma al suo arrivo incominciarono nuovi intrighi e lotte tra barbari, pretendenti e generali romani. Tuttavia dopo circa un anno e mezzo, e con l’aiuto del re gotico, Giovino era vinto, e la Gallia meridionale liberata sino a Bordeaux. Ma non per questo i rapporti tra i Goti e Onorio si erano fatti più chiari. Onorio non si decideva ad assegnare a lui, come ad Alarico, il territorio bramato entro i confini dell’Impero; e a concedergli in isposa Placidia, ancora ostaggio nel campo gotico. Alla fine Ataulfo, come Alarico, tentò di sforzare le titubanze imperiali; e sulla fine del 413 assalì inutilmente Marsiglia, prese Narbona e forse Tolosa; a Narbona, celebrò nel 414 le sue nozze con Placidia, rivestendo novamente della porpora imperiale Attalo, e da lui facendosi donare l’Aquitania. Il generale Costanzio mosse allora contro Ataulfo. Questi fu ben presto costretto a ripararenella Spagna, ove trovò la morte per mano e tradimento di un barbaro (415). Senonchè con la sua morte il dissidio, ormai vecchio di venti anni tra i Goti e l’impero, terminava. Il re Vallia, successo ad Ataulfo dopo un brevissimo regno di Sigerico, concluse quell’accordo, per cui invano si erano tanto affaticati Alarico e Ataulfo. Galla Placidia era restituita ad Onorio, e Vallia era incaricato di combattere i barbari delle Spagne con la promessa di ricevere, dopo il successo, la Gallia meridionale, quale regno germanico vassallo dell’impero.

Vallia fornì la sua difficile opera dal 416 al 418, ricacciando insieme con Costanzio i barbari nell’estremo nord-ovest della penisola; e in quest’anno o nel successivo otteneva, quale principe indipendente, per sè e per i suoi Goti, sede stabile nell’Aquitania, e in qualche altra città delle province limitrofe.

Quattro anni dopo, il 15, secondo certe fonti, il 27 agosto 423 secondo certe altre, l’imperatore dell’Occidente moriva dopo circa trent’anni di regno. Ma in quali terribili condizioni lasciava i paesi che il padre suo aveva affidati al suo governo! La Britannia e parte della Gallia erano perdute, le terre sulla sinistra del Reno, presso Magonza, erano state cedute ai Burgundii, nell’anno stesso in cui Ataulfo combatteva nella Gallia meridionale; questa, sin dal 418, era ormai regno visigotico, mentre la Spagna meridionale era tenuta da popolazioni barbariche, tra cui preponderavano i Vandali. L’impero occidentale, la grande opera di Roma, era per metà distrutto. Ildistacco delle due parti, seguito alla morte di Teodosio, era stato una delle cause maggiori di questa catastrofe.

95.I Vandali (423-445).— Onorio non aveva figli: ma un nipote, figlio di sua sorella Placidia, che, liberata dai Goti, era stata sposata al generale Costanzio: Flavio Placido Valentiniano. Costui aveva cinque anni. L’impero fu dunque di nuovo unificato sotto lo scettro dell’imperatore d’Occidente, il figlio di Arcadio, Teodosio II, che frattanto era cresciuto, e aveva governato l’Oriente senza soverchie turbolenze. L’Oriente era stato travagliato, come nel passato, dalle lotte religiose; e nel 422, da una guerra persiana, terminata però con una tregua che per circa 80 anni avrebbe regolato i rapporti tra le due monarchie: ma insomma aveva goduto di un ordine e di una pace, che l’Occidente poteva invidiare. L’unione del perturbato Occidente con il tranquillo e più prospero Oriente poteva dunque giovare a tutte e due le parti dell’Impero. Teodosio infatti si proclamò imperatore dell’Oriente e dell’Occidente. Ma subito spuntò in Occidente un pretendente: ilprimicerius notariorumo capo dei notai imperiali, Giovanni, che mandò presso gli Unni il generale Flavio Ezio a reclutare milizie ausiliarie, per la guerra civile imminente. Questa rivolta sembra aver distolto Teodosio II dal pensiero di governare da solo tutto l’Impero, perchè si affrettò a proclamare Augusto il piccolo Valentiniano, a porlo sotto la tutela della madre e a fidanzarlo con sua figlia Eudossia; indi preparò un grossoesercito, e nel 425 iniziò le ostilità. Giovanni fu vinto e ucciso, perchè Ezio giunse troppo tardi con i suoi Unni: il figlio di Placidia fu investito del potere con il nome di Valentiniano III; e come premio dell’intervento, l’Oriente ottenne l’Illirico, occupando così i passi orientali di accesso all’Italia, sboccando per via diretta sull’Adriatico e terminando a proprio favore una lunga e aspra controversia, iniziata sin dalla morte di Teodosio I.

Ma il governo di Valentiniano III incominciò con una catastrofe. I due maggiori personaggi dell’impero d’Occidente erano il governatore dell’Africa, Bonifazio, che, nel 413, aveva diretta la difesa di Marsiglia contro Ataulfo, e che non aveva riconosciuto l’usurpazione di Giovanni; ed Ezio, che aveva fatto pace con il nuovo governo, dopo il suo ritorno dal campo degli Unni. Ambedue ambivano la carica dimagister militum. Pare che Ezio riuscisse a persuadere la reggente Placidia che Bonifazio meditava un’insurrezione, suggerendo a Placidia di mettere alla prova la fedeltà di Bonifazio chiamandolo in Italia, e nel tempo stesso avvertendo sotto mano Bonifazio di non venire, perchè alla Corte si tramava contro di lui. Comunque sia, la reggente destituì Bonifazio; e Bonifazio ricorse a un rimedio disperato: invitò i Vandali di Spagna a venire in Africa e a effettuare il piano di Alarico[122].

I Vandali avevano approfittato della guerra civile scoppiata alla morte di Onorio per saccheggiare gran parte della Spagna, che Vallia e Costanzio avevano riconquistata all’impero; e inquel momento mettevano alla loro testa un re, che era un uomo intelligente, astuto e ardito: Geiserico o Genserico[123]. L’occasione era troppo promettente. Nella primavera del 429, insieme con schiere di Alani, Genserico sbarcò in Africa, pare con circa 50.000 uomini. I fatti provarono subito che, se era stato difficile ai barbari metter piede in Africa, difficilissimo sarebbe lo scacciarli quando ci si fossero insediati. Inutilmente fu chiarito il tragico equivoco tra la reggente e il conte dell’Africa, e questi fece quanto potè per cacciare i barbari che aveva chiamati. I Vandali ormai erano nel territorio dell’Africa e vi avevano trovato un alleato prezioso nei Donatisti, perseguitati dall’impero. Nel 431 grande parte della costa settentrionale dell’Africa, ossia le tre Mauritanie e la Numidia, erano perdute per Roma. Il pericolo di Cartagine rinasceva dopo tanti secoli, e insieme con una guerra civile. L’anno dopo, nel 432, Bonifacio tornava in Italia, e Placidia lo nominavamagister militumdell’impero occidentale, in luogo del suo rivale Ezio, che fu destituito, sebbene fin dal 428 guerreggiasse con successo in Gallia, nella Rezia, nel Norico. Ma Ezio ricorse alle armi e ne seguì un’atroce guerra civile, combattuta in Italia, nella quale cozzarono insieme Unni contro Goti. Bonifacio fu vittorioso, ma morì poco dopo la vittoria; Ezio che, sconfitto, era riuscito a rifugiarsi presso gli Unni, tornò in Italia con un esercito, e riebbe l’antica carica (433). Era tempo, del resto, chè questa guerra civile aveva incoraggiato il disordine in tutto l’impero: la Gallia andava novamentein fiamme; gli Armoricani erano insorti; i Burgundii si allargavano; ovunque scoppiavano insurrezioni di contadini, fra i quali ricompare ora il vecchio nome diBagaudi; i Visigoti, tornavano ad agitarsi. Con energia infaticata Ezio cercò di riparare a tutto. Dal 435 al 437 furono domati Armoricani e Bagaudi; i Burgundii, aspramente guerreggiati dal 437 al 443, furono trapiantati nella Sabaudia (Savoia), con obblighi analoghi a quelli dei Visigoti della Aquitania; questi ultimi furono ricondotti all’osservanza dei patti del 418. Ma tutte queste guerre obbligarono a transigere con Genserico. Valentiniano III concluse nel 435 un trattato con il quale riconosceva a Genserico, con l’obbligo però di pagare un tributo, le terre in suo potere, ossia tutta la Mauritania e una parte della Numidia. Ma con un barbaro avido e astuto come Genserico questo trattato non poteva essere che una tregua. Difatti nel 439 Genserico s’impadroniva per sorpresa di Cartagine.

Grande fu lo spavento, non solo in Italia ma anche in Oriente; e crebbe, quando l’anno seguente Genserico attaccò la Sicilia. Come sette secoli innanzi i Cartaginesi, i Vandali minacciavano ora la Sicilia e l’Italia meridionale dalle coste dell’Africa; se la loro potenza si allargasse, anche l’Egitto, la Siria, la Grecia sarebbero in pericolo. I Vandali divennero lo spavento comune di Costantinopoli e di Roma; cosicchè nel 440 e 441 i due imperi fecero insieme grandissimi preparativi per una spedizione contro l’Africa. Questi preparativi spaventarono Genserico, che ricorse ai trattati, si fece modesto, si mostrò arrendevole,promise di non ricominciare. E riuscì infatti a far recedere dai suoi propositi di guerra a oltranza lo stanco impero. Nel 442 era firmato un trattato con cui si rimaneggiava la carta dell’Africa; sembra che la Mauritania e parte della Numidia fossero da Genserico restituite a Roma, e che questa in cambio cedesse a Genserico la provincia proconsolare e la Bizacene.

96.Attila e l’invasione degli Unni (444-457).— Le ragioni e il senso di questo rimaneggiamento non sono chiari. È difficile decidere chi guadagnasse e chi perdesse. Certo è che dopo questa pace Genserico si accinse a stringere una vasta coalizione barbara contro Roma; e che egli non fu estraneo al nascere di un nuovo pericolo per l’impero: gli Unni.

Nel 433 era salito al trono unno Attila, principe vigoroso e ardito, che aveva subito raccolto sotto il suo scettro un gran numero di popolazioni unne, slave e finniche del nord e dell’est, nonchè molte popolazioni germaniche dell’Europa centrale, creando un vastissimo impero di barbari. Rimasto, nel 444 o 445, unico re dopo l’uccisione del fratello Bleda, Attila assalì con grandi forze l’impero d’Oriente. Nel 447 devastò l’Illiria e la Tracia, le due Dacie, la Mesia e la Scizia, giunse sino alla Propontide e all’Egeo, attraverso la Macedonia e la Tessaglia. Fu una specie di valanga. Dopo aver cercato invano di resistere, Teodosio II dovè acconsentire a comperar la pace, impegnandosi a pagare un tributo annuo al barbaro. Questa pace vergognosa durò poco: nel 450 TeodosioII moriva, e il suo successore, Marciano, rifiutava di continuare il tributo. Ma Attila, imbaldanzito dal successo riportato in Oriente, si accingeva ora a invadere le provincie dell’Occidente, dove intanto, pochi mesi dopo la morte di Teodosio, e pure nel 450, moriva Galla Placidia ed era seppellita a Ravenna, nella tomba che esiste ancora. Raccolto un grande esercito di Unni e di Germani, — Gepidi, Ostrogoti, Turcilingi, Marcomanni, Quadi, Eruli, Franchi Ripuarii — nel 451 Attila invade le Gallie, dal Belgio a Metz. Metz fu presa d’assalto e distrutta; indi l’esercito invasore si gettò su Orléans. Ad arrestare questa orda fu mandato Ezio. Abile e infaticabile, Ezio riuscì ad opporre a questa coalizione un’altra coalizione. Raccolse un esercito di Romano-Galli, di Alani e di Germani federati — Burgundii, Visigoti, Franchi Salii, e anche Franchi Ripuari — nel quale apparivano come sperdute e sommerse le poche legioni romane. Fu per le vie di Orléans che, ad estate inoltrata, si scontrarono le avanguardie dei due eserciti. Dopo una mischia furibonda, Attila fu respinto e dovette ritirarsi nei pressi di Troyes, là dove si apriva la pianura, che d’ora innanzi sarebbe divenuta famosa, deiCampi Catalauni. Qui si impegnò la battaglia decisiva. Fu terribile e durò due giorni; perì il valoroso principe dei Visigoti, Teodorico, ma la furia dei suoi e l’abilità del figlio Torrismondo decisero del combattimento. Attila fu costretto a retrocedere (451).

Ma l’esercito di Attila era stato vinto, non distrutto. Ritirato in Pannonia, Attila riassettò lesue forze; e nella primavera del 452 attaccò l’Italia. La coalizione fatta da Ezio si era disciolta. Per fortuna Attila fu trattenuto a lungo dalle fortezze che incontrò per via, massime da Aquileia, ch’egli prese e distrusse alla fine. Il ritardo portò i suoi frutti. Mentre l’esercito di Attila era, nella pianura veneta, disfatto dal sole, dalla febbre e dalla fame, moveva al soccorso della penisola l’imperatore Marciano, minacciando le spalle dell’audace nemico. Fu allora che la Corte d’Occidente spedì un’ambasceria di senatori ad Attila, diretta da papa Leone I, che persuase facilmente l’invasore a ritirarsi; ma che, per salvare l’Occidente dalla tutela orientale, salvò il peggiore nemico dell’impero (453). Per fortuna, nello stesso anno Attila moriva improvvisamente e il suo multiforme Stato si disfaceva in un giorno solo.

Poco dopo, lo seguiva nella tomba il suo vincitore, vittima di un intrigo, simile a quello che aveva tratto a rovina Stilicone. Un giorno, mentre a Roma Ezio discuteva con Valentiniano di affari di Stato, l’imperatore, che da tempo i suoi cortigiani invelenivano contro il grande generale, suscitato un diverbio, lo trafisse con la sua stessa spada (454).

97.La catastrofe (454-476).— La morte di Ezio non fu meno funesta di quella di Stilicone. Valentiniano III non sopravvisse lungo tempo al suo generale; chè il 16 marzo 455 moriva, vittima anch’egli di una congiura di Palazzo. Anche la dinastia di Teodosio era spenta. La precarietà delle dinastie rendeva sterile nel vecchio impero ancheil principio dinastico. Gli succedeva il patrizio e senatore romano, che era stato il capo del complotto: Petronio Massimo. Ma ormai una mano ferma di soldato mancava all’impero. Pochi mesi dopo i Vandali comparivano sopra una numerosa flotta alle foci del Tevere, sbarcavano e marciavano su Roma. Petronio cercò di fuggire e venne fatto a pezzi dai Romani. Genserico prese Roma, e per quattordici giorni la saccheggiò più ferocemente che Alarico, ritornando in Africa carico di bottino. Spariti gli Unni, ricomparivano, e più minacciosi di prima, i Vandali; chè questo colpo di mano su Roma era il principio di una nuova guerra con cui Genserico tentava impadronirsi di tutta l’Africa romana e delle grandi isole del Mediterraneo; di rifare, in somma, la potenza di Cartagine. Sarebbe stato necessario che tutto l’impero — Oriente ed Occidente — facesse un grande sforzo per distruggere Genserico. L’imperatore Marciano sembra averci pensato. Ma ecco scoppiare in Occidente una nuova guerra civile per la successione imperiale. Morto Massimo, i Visigoti di Gallia indussero un generale, M. Eparchio (o M. Mecilio) Avito, a vestire la porpora imperiale, non è chiaro se nel luglio o nell’agosto del 455. Poco dopo Avito nominava generalissimo delle milizie in Italia l’ultimo dei grandi barbari dell’Occidente, uno dei protetti di Ezio, Ricimero, nipote di Vallia e figlio di un principe svevo, che combatteva allora vittoriosamente contro i Vandali in Sicilia e in Corsica. Ma Avito, l’eletto dei Goti, non poteva non essere impopolare in Italia ed in Roma. L’opposizione trovò uno strumentopericolosissimo, sì, ma efficace, nel nuovomagister militum. Ricimero si intese con il senato, depose e sconfisse Avito. Il senato e Ricimero non avendo potuto accordarsi per creare un nuovo imperatore, solo capo di tutto l’impero rimase, a Costantinopoli, Marciano. Ma Marciano morì il 27 gennaio 457 e gli successe Leone I, che si affrettò a togliere nei primi mesi del 457 al troppo invadente Ricimero la carica dimagister militumdell’Occidente, dandola a un generale di grande valore, a un insigne allievo di Ezio, Flavio Giuliano Maioriano. Ricimero, a cui era stato conferito, a guisa di compenso, il titolo di patrizio, dovè per il momento inclinarsi. Qualche mese dopo i soldati e le legioni acclamavano Maioriano imperatore. L’imperatore di Costantinopoli ratificò la scelta.

A capo dell’impero di Occidente era di nuovo un uomo capace. Egli si propose di rimettere un po’ d’ordine nell’amministrazione e di abbattere la potenza vandala in Africa. E si mise all’opera con grande energia. Sebbene molte difficoltà e una guerra con i Visigoti di Gallia il cui re Teodorico aveva innalzato Avito, intralciassero i suoi piani, egli riuscì a preparare una grande spedizione contro l’Africa. Ma Genserico lo prevenne; e distrusse, innanzi che avesse preso il mare, gran parte del naviglio romano, ancorato nei porti spagnoli. Fu un forte colpo, che indebolì assai l’autorità di Maioriano. All’interno fra tanto si agitavano i funzionari civili, ch’egli intendeva costringere a governare con giustizia e correttezza; le milizie barbare erano malcontente della sua fortedisciplina; e Ricimero spiava l’occasione di rifarsi. Ricimero si pose di bel nuovo a capo dei malcontenti e riuscì a uccidere Maioriano (7 agosto 461)[124].

Ricimero che, essendo un barbaro, non poteva aspirare alla porpora, impose come imperatore un italico, un Libio Severo, che doveva essere un’ombra. Ma la morte di Maioriano sollevò contro il nuovo governo parecchi generali, come Marcellino in Dalmazia, e Egidio in Gallia. Il nuovo imperatore si trovò dunque impegnato in gravi difficoltà interne, di cui i barbari approfittarono: i Goti, allargandosi nella Gallia settentrionale, e Genserico, conquistando la Sardegna. Quattro anni funesti furono quelli di Severo, e quando egli morì (465), si ebbe un interregno di quasi due anni che fu, per la sua cagione, manifesta misura della debolezza a cui era giunto l’impero. Genserico era trasceso a tanta audacia da avere un candidato suo all’impero, un certo Olibrio; e così l’imperatore di Oriente come il senato di Roma, che non volevano questo candidato, non osavano neppure rifiutarlo, temendo la guerra con i Vandali. Ma questa pusillanimità accrebbe l’audacia di Genserico, il quale nel 467 attaccò addirittura l’impero d’Oriente, devastando la Grecia e le isole, per costringerlo ad accettare il suo imperatore. L’imperatore si risolvè allora a uscire dalla sua inerzia; e designò al trono dell’Italia un discendente dell’antico generale Procopio e un genero di Marciano: Procopio Antemio (12 aprile 467). Il potere di Ricimero vacillava di nuovo.

Procopio, eletto contro Genserico, ripigliò il disegno di una grande guerra vandalica. I due imperi dovevano combatterlo a forze unite. Immensi preparativi furono fatti, ma per l’incapacità, lo scarso accordo e il tradimento di alcuni generali, l’impresa, cominciata sotto buoni auspici, fallì di nuovo (468). Questo insuccesso permise a Ricimero di ricominciare gli intrighi. Egli si intese con Genserico e con Eurico re dei Visigoti: e tanto fece che riuscì a suscitare in Gallia una guerra tra i Visigoti e Roma. Allora, approfittando di questa guerra, marciò con un esercito su Roma; prese la città, uccise Antemio (11 luglio 472) e fece proclamare imperatore il candidato di Genserico, Olibrio (472). I barbari trionfavano! Ma nè Ricimero nè Olibrio dovevano godere a lungo il trionfo. L’uno e l’altro morirono nell’anno 472 di peste. L’imperatore Leone elesse imperatore dell’Occidente Giulio Nepote, nipote di un grande generale, il conte Marcellino. Nepote fece presto a togliere di mezzo, deponendolo, un avversario, che le milizie barbariche gli avevano contrapposto, un Glicerio, e, nel giugno 474, rimaneva unico signore dell’estremo angolo di quello ch’era stato l’Occidente romano. Ma ormai a tutti gli altri mali che affliggevano l’impero se ne era aggiunto un altro. I trionfi di Genserico, la crescente potenza dei Visigoti in Gallia, il lungo dominio di Ricimero, le innumerevoli disfatte subite dall’impero, avevano accresciuto a dismisura anche l’orgoglio e le pretese dei barbari, che servivano l’impero. C’era adesso un partito dei barbari opposto ad un partito dei vecchi Romani, ciascunodei quali faceva appello a sentimenti ed interessi differenti. Nepote raffigurava la reazione contro il partito dei barbari. Ma egli si guastò presto con il partito nazionale, cedendo in Gallia ai Visigoti, che l’avevano conquistata, l’Alvernia. Nell’Italia del nord le legioni composte di cittadini romani insorsero sotto la guida del loro generale Oreste, un antico funzionario di Attila passato al servizio dell’impero, un barbaro romanizzato, quindi. Oreste costrinse il legittimo imperatore a fuggire da Ravenna a Salona in Dalmazia (agosto 475); ed elevò all’impero il figlio Romolo Augustolo. Ma il partito dei barbari non tardò a volere la sua rivincita; chè le milizie barbariche chiesero, come prezzo della loro acquiescenza, la cessione di un terzo delle grandi proprietà dell’Italia. Oreste, che non poteva compiere una così tremenda rivoluzione, rifiutò. Ma allora uno degli ufficiali barbari della guardia imperiale, Odoacre, fu eletto re dai suoi commilitoni e chiamate altre schiere di Rugi e di Eruli d’oltre Alpe, assalì Oreste che con le milizie a lui rimaste fedeli si era chiuso in Pavia; prese la città; sconfisse ed uccise Oreste (27-28 agosto 476). Romolo venne deposto e confinato in Campania presso Napoli, là dove oggi sorge l’attualeCastel dell’Uovo. Il barbaro mandò all’imperatore d’Oriente, Zenone, le inutili insegne imperiali e dichiarò che egli avrebbe continuato a governare l’Italia, quale suo luogotenente.

Così terminava di fatto, se non legalmente, la storia della parte occidentale dell’impero romano, nonchè, secondo si suole calcolare, quella dell’evoantico, e qui deve perciò arrestarsi il nostro racconto. In realtà l’Occidente ha ancora un imperatore legittimo, sebbene spodestato, Giulio Nepote, e, dopo la morte di costui, l’Italia non sarà un regno barbarico indipendente, ma una provincia dell’antico impero romano, le cui sorti sono rette dal suo capo supremo, residente a Costantinopoli. Solo dopo l’invasione longobardica nella penisola — invasione nè autorizzata nè approvata dall’Oriente, anzi in contrasto col governo ufficiale, istituito dalla Corte bizantina a Ravenna, e dopo l’insediamento degli Slavi nel nord-ovest della penisola balcanica, che separeranno l’Oriente e l’Occidente, — l’unità dell’impero sarà rotta, e l’Italia potrà veramente dirsi dominio barbarico. Ma ormai l’impero occidentale non è più che un nome. La grande opera storica di Roma è distrutta. Un’èra nuova della storia incomincia. L’impero orientale o bizantino durerà invece ancora per un millennio, serbando nelle sue linee capitali l’organizzazione ricevuta da Diocleziano e da Costantino, ed esso cadrà solo sotto i colpi dei Turchi. L’assolutismo vi prospererà più rigoglioso che in Occidente, salvando della civiltà antica quanto basterà per poter ridiventare il maestro dell’Occidente rimbarbarito, perchè aveva ritrovato in Oriente la sua patria; e si era allacciato ad un’antica tradizione, che il dominio romano aveva interrotta soltanto per qualche secolo.

Note al Capitolo Dodicesimo.118.Cfr.Claudian.,In Ruf., 2, 400 sg.119.Le cause dell’insuccesso della campagna di Stilicone sono molto oscure: gli amici di Stilicone ne accusarono la Corte orientale (Claud.,De bello poll., 516-17); gli avversari, lo stesso Stilicone (Oros., 7, 37, 1). È più prudente pensare a difficoltà di ordine militare.120.Cfr.August.,De civit. Dei, 5, 23;Oros., 7, 37, 4;Jordan.,H. Rom., c. 321, pag. 41;Zosim., 5, 26. Sulle invasioni di Alarico e Radagaiso cfr. il pregevole studio diF. Gabotto,Storia dell’Italia occidentale(395-1313), Pinerolo, 1911, I, 82 sgg., 112 sgg.121.Cfr.Cod. Theod., 7, 16, 1.122.Questo invito di Bonifacio ai Vandali è stato negato dalla critica moderna. Cfr. inveceGabotto, op. cit., II, pag. 639 sgg.123.Su Genserico e i Vandali, cfr. il recente lavoro:F. Martroye,Genséric, la conquête Vandale en Afrique et la destruction de l’empire d’Occident, Paris, 1907.124.Sulle lotte politiche sotto il governo di Maioriano si può consultare:R. Cessi,Marcellino e l’opposizione imperiale romana sotto il governo di Maioriano, negliAtti del R. Istituto veneto di scienze e lettere, 1915-16.

118.Cfr.Claudian.,In Ruf., 2, 400 sg.

118.Cfr.Claudian.,In Ruf., 2, 400 sg.

119.Le cause dell’insuccesso della campagna di Stilicone sono molto oscure: gli amici di Stilicone ne accusarono la Corte orientale (Claud.,De bello poll., 516-17); gli avversari, lo stesso Stilicone (Oros., 7, 37, 1). È più prudente pensare a difficoltà di ordine militare.

119.Le cause dell’insuccesso della campagna di Stilicone sono molto oscure: gli amici di Stilicone ne accusarono la Corte orientale (Claud.,De bello poll., 516-17); gli avversari, lo stesso Stilicone (Oros., 7, 37, 1). È più prudente pensare a difficoltà di ordine militare.

120.Cfr.August.,De civit. Dei, 5, 23;Oros., 7, 37, 4;Jordan.,H. Rom., c. 321, pag. 41;Zosim., 5, 26. Sulle invasioni di Alarico e Radagaiso cfr. il pregevole studio diF. Gabotto,Storia dell’Italia occidentale(395-1313), Pinerolo, 1911, I, 82 sgg., 112 sgg.

120.Cfr.August.,De civit. Dei, 5, 23;Oros., 7, 37, 4;Jordan.,H. Rom., c. 321, pag. 41;Zosim., 5, 26. Sulle invasioni di Alarico e Radagaiso cfr. il pregevole studio diF. Gabotto,Storia dell’Italia occidentale(395-1313), Pinerolo, 1911, I, 82 sgg., 112 sgg.

121.Cfr.Cod. Theod., 7, 16, 1.

121.Cfr.Cod. Theod., 7, 16, 1.

122.Questo invito di Bonifacio ai Vandali è stato negato dalla critica moderna. Cfr. inveceGabotto, op. cit., II, pag. 639 sgg.

122.Questo invito di Bonifacio ai Vandali è stato negato dalla critica moderna. Cfr. inveceGabotto, op. cit., II, pag. 639 sgg.

123.Su Genserico e i Vandali, cfr. il recente lavoro:F. Martroye,Genséric, la conquête Vandale en Afrique et la destruction de l’empire d’Occident, Paris, 1907.

123.Su Genserico e i Vandali, cfr. il recente lavoro:F. Martroye,Genséric, la conquête Vandale en Afrique et la destruction de l’empire d’Occident, Paris, 1907.

124.Sulle lotte politiche sotto il governo di Maioriano si può consultare:R. Cessi,Marcellino e l’opposizione imperiale romana sotto il governo di Maioriano, negliAtti del R. Istituto veneto di scienze e lettere, 1915-16.

124.Sulle lotte politiche sotto il governo di Maioriano si può consultare:R. Cessi,Marcellino e l’opposizione imperiale romana sotto il governo di Maioriano, negliAtti del R. Istituto veneto di scienze e lettere, 1915-16.


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