CAPITOLO PRIMOLA QUARTA GUERRA CIVILE
1.Il governo di Galba (9 giugno 68-15 gennaio 69)[1]. — Il nuovo imperatore si proponeva di governare all’opposto di Nerone: di rispettare le tradizioni e il senato, di spendere con parsimonia la pubblica moneta, di comandare con fermezza ma senza commettere arbitrii. Ottimi propositi, ma compito non facile in quei tempi torbidi, e per un uomo quale era Galba, vecchio e avaro, severo e piccino, violento e debole, ostinato e poco abile. Subito infatti venne in rotta con i suoi stessi partigiani. In Gallia maltrattò le città, che erano state avverse a Vindice, offendendo le legioni di Germania, che avevano domato la rivolta del nobile gallo. A questo primo affronto, ne aggiunse un altro, togliendo alle legioni della Germania superiore il loro generale, quel Virginio Rufo, cui invano le legioni avevano offerto l’impero. Con Ninfidio Sabino venne in tal discordia, che costui tentò di farsi gridare imperatore da una congiura di pretoriani. La congiura fu scoperta a tempo; Ninfidio e parecchi ufficiali perirono; ma la guardia pretoriananon fu da questo momento più sicura per lui. Per rappresaglia Galba rifiutò di pagare ai pretoriani il donativo promesso da Ninfidio; il che inasprì ancora più gli animi. Anche con il senato — massime con la fazione che avrebbe voluto restaurare l’antica repubblica — nacquero dissapori e diffidenze; perchè a molti Galba parve autoritario e violento. Gli nocquero infine ed assai i provvedimenti presi per assestare l’erario; e tra questi particolarmente la commissione nominata per investigare le spese e i doni di Nerone. I beni, dispensati da Nerone, erano stati venduti, lasciati in testamento, ceduti, ripartiti, migliorati, accresciuti, confusi con altri; era impossibile ritornare sul passato senza suscitare un immenso subbuglio. Si aggiunga che Galba aveva cercato di toglier via sprechi e feste: savio proposito, ma inviso a troppi, ormai avvezzi a vivere largamente in Roma sulle spese di Nerone. Cosicchè molti, i quali sotto Nerone avevano imprecato alle folli dilapidazioni dell’imperatore, non tardarono a mormorare contro la parsimonia di Galba.
Per tutte queste ragioni nacque presto a Roma un vivo malcontento, che gli amici di Nerone, i fautori rimasti impuniti di Ninfidio, i repubblicani delusi fomentarono quanto poterono. Tuttavia questo malcontento non sarebbe stato un pericolo per Galba, senza un’altra difficoltà: una difficoltà di antica data, ma che sino ad allora era stata elusa o raggirata: la incertezza del principio legale da cui la suprema autorità imperiale scaturiva. È questo un punto di così vitale importanza,che occorre intenderlo a fondo. A poco a poco, per forza di circostanze, era nata e si era consolidata nella antica repubblica aristocratica la suprema autorità imperiale, necessaria ormai così per l’ingrandimento dell’impero come per gli interni mutamenti che la repubblica aveva subiti. Ma il principio legale, da cui questa autorità scaturiva, era, come abbiamo visto, l’elezione del senato, e non l’eredità: principio orientale, che ripugnava a Roma. Da Augusto a Nerone gli Imperatori furono scelti nella stessa famiglia, per una ragione non di diritto ereditario ma di convenienza politica. Senonchè il senato aveva sempre esercitato il suo diritto d’elezione con molta debolezza, sia perchè l’Assemblea non possedeva più l’antico prestigio, sia perchè era lacerata da interne discordie, e parte legata per l’interesse alla nuova autorità, parte avversa a questa per principio e desiderosa di abolirla. E la debolezza del senato aveva pur troppo lasciato intervenire nella scelta dell’imperatore i soldati. Claudio e Nerone erano stati imposti al senato dai pretoriani, e Galba dalla legione di Spagna. Non è difficile immaginare come questi precedenti sembrassero, nella rozza mente dei soldati, in tempi turbati, mentre l’impero e l’esercito non erano più retti da una mano ferma, la prova di un diritto delle legioni a eleggere l’Imperatore. Particolarmente pericoloso era stato l’esempio delle legioni di Spagna, che avevano proclamato Galba. Se le legioni di Spagna avevano eletto l’imperatore, e il Senato l’aveva riconosciuto, perchè non avrebbero avuto lo stesso diritto lealtre legioni? Lo spirito d’imitazione e di emulazione, così forte in tutti gli eserciti, doveva, il principio legale della suprema autorità essendo così incerto, eccitar l’amor proprio di tutti gli eserciti a voler ciascuno il suo imperatore.
2.La rivolta delle legioni di Germania e la caduta di Galba (1-15 gennaio 69).— Le legioni di Germania, infatti, diedero l’esempio. Offese da Galba, come abbiamo detto, esse covarono il loro malcontento tutto l’anno 68; ma nei primi giorni di gennaio del 69, proclamarono imperatore Aulo Vitellio, governatore della Germania inferiore. Bastò questa rivolta a rovesciare, in pochi giorni, il governo di Galba. All’annunzio della rivolta, Galba si risolvè a scegliersi un collaboratore più giovane e ad adottarlo come figlio: provvedimento ventilato già da qualche tempo per rafforzare il governo, ma sino allora non attuato, perchè gli amici e consiglieri di Galba non erano d’accordo sulla scelta, gli uni volendo Ottone, l’antico amico di Nerone, il secondo marito di Poppea, altri, altre persone. Le notizie di Germania troncarono gli indugi. Galba però non scelse Ottone, forse perchè era stato troppo amico di Nerone; ma un uomo di opposto costume e pensiero, ligio alla tradizione antica della aristocrazia romana, un nemico di Nerone, L. Calpurnio Pisone Liciniano. Questa scelta indicava chiare le intenzioni del Governo: onde Ottone, dopo l’adozione di Pisone, non esitò più a ordire una congiura tra i pretoriani per rovesciare Galba. I pretoriani erano malcontenti di Galba,perchè aveva negato loro il donativo promesso da Ninfidio, perchè era stato imposto al senato dalle milizie di Spagna, perchè aveva tentato di ristabilire anche nelle loro file una più rigorosa disciplina. E i tempi erano agitati, le menti turbate, Roma, un caos. Il 15 gennaio, una sedizione militare, che prese le mosse da un piccolo manipolo di pretoriani, e a cui si associò tutto l’esercito stanziato in Roma, e gran parte della popolazione esasperata dalla parsimonia del nuovo governo, acclamava imperatore M. Salvio Ottone, e trucidava Galba e Pisone.
3.Ottone e Vitellio: l’Italia invasa dalle legioni germaniche (15 gennaio-16 aprile 69).— Allorchè Ottone ritornò, alla sera di quel giorno, dal senato, che unanime aveva ratificato la proclamazione della guardia pretoriana, le grida festanti del popolo lo salutarono per le vie con il nome di Nerone. Le ingrate virtù di Galba avevano già fatto dimenticare a molti i vizi del predecessore. Nè Ottone mostrò orrore per quel titolo: fece rialzar le statue di Nerone; si affermò anche da alcuni storici antichi — ma il fatto non è sicuro — che assumesse il nome di Nerone nei primi suoi atti ufficiali; soprattutto cercò di ridare a Roma e all’impero, dopo il duro e avaro governo di Galba, un governo facile e generoso, ma con maggior senno e misura che Nerone. Non si può dire che, nell’insieme, il suo breve governo sia stato cattivo. Amnistiò tutte le vittime dei due regimi precedenti; trattò con generosità e deferenza i pretoriani, a cui concesse di eleggere iloro prefetti; si studiò di cattivarsi e di rassicurare il senato; riprese le grandi costruzioni incominciate da Nerone; cercò di evitare violenze, confische, repressioni. Ottone divenne popolare in Roma, e parve consolidarsi anche nelle province, grazie alla convalidazione del senato, essendo riconosciuto dalle legioni della Siria e della Giudea; da quelle della Dalmazia, della Mesia e della Pannonia; dall’Egitto, da tutte le province orientali, e dall’intera Africa. La Gallia e la Spagna invece, per timore del potente esercito di Germania, si dichiararono per Vitellio. Le legioni di Britannia sembrano esser rimaste estranee al tumulto. Insomma Ottone era l’imperatore riconosciuto da quasi tutto l’impero, avendo per sè una parte delle province d’Occidente, l’Italia, tutta l’Oriente e tutta l’Africa. Ciò non ostante egli scrisse più volte a Vitellio, scongiurandolo ad evitare all’impero una nuova guerra civile, e assicurandogli ricchezze e dignità quante volesse: non scoraggiato dalle prime ripulse, cercò, con l’aiuto del senato, di venire a trattato direttamente con gli eserciti del Reno, poichè non aveva potuto accordarsi con il loro capo. Ottone insomma voleva evitar la guerra e, se scoppiasse, non apparirne responsabile; perchè quel nembo oscuro di guerra civile, che si levava silenzioso all’orizzonte, atterriva l’Italia. Da un secolo l’Italia viveva in una dolce pace, coltivando sicura i suoi campi e adornando le sue città; essa aveva perduto la nozione di quel che fosse la guerra civile: ed ecco ad un tratto, di nuovo, si parlava di un torrente di uomini e di ferroche, devastando e saccheggiando, si rovescerebbe su lei.
Ma fu vana prudenza. Vitellio era prigioniero delle sue legioni. Esaltate dal puntiglio, dalla speranza di ricompense e di saccheggi, da quella specie di delirio che si era impossessato dei soldati, le legioni volevano invadere l’Italia e imporre al mondo il loro imperatore. Avrebbero ucciso Vitellio, se avesse fatto la pace. Invece di deporre le armi, Vitellio e i suoi generali precipitarono la guerra, volendo sorprendere Ottone in Italia, prima che arrivassero le legioni del Danubio. Approfittando delle esitanze e delle lentezze del nemico, occuparono nell’inverno i passi delle Alpi, che Ottone aveva lasciati sguerniti: indi invasero l’Italia con due eserciti: il primo, agli ordini del generale Fabio Valente, attraversando la Gallia, doveva entrare nella Narbonese, e per il paese degli Allobrogi e dei Voconzi sboccare dalle Alpi Cozie nella pianura padana; l’altro, agli ordini del generale Alieno Cecina, invaderebbe l’Italia, attraversando il paese degli Elvezi e le Alpi Pennine; l’uno e l’altro dovevano congiungersi nella valle del Po. La rivolta di un corpo di cavalleria, stanziato nella valle del Po e dichiaratosi per Vitellio, stimolò Cecina, che era già giunto nel paese degli Elvezi, ad affrettarsi e a valicare in pieno inverno le Alpi con il suo esercito. È probabile che la valle del Po fosse già nel mese di febbraio in potere di Vitellio.
Ottone dovè impugnare anch’egli le armi. Avendo perduto parte della valle del Po, pensò di minacciare sul fianco con la flotta l’esercitodi Valente, sbarcando milizie nella Gallia Narbonese, per impedirgli di venire in Italia. Mentre aspettava le legioni dal Danubio, raccolse e armò altri corpi; e il 14 marzo partì da Roma con tutto l’esercito, di cui pel momento poteva disporre, e con la maggior parte dei magistrati e degli ex-magistrati, nonchè dell’ordine dei cavalieri. Si era deliberato di difendere la linea del Po, aspettando l’arrivo delle legioni del Danubio. Perciò un primo attacco di Cecina contro Piacenza fu respinto vigorosamente. Senonchè le forze che Ottone aveva mandate nella Gallia Narbonese non erano riuscite a trattenere al di là delle Alpi l’esercito di Valente, che, attraversate le Alpi Cozie, era sbucato nella valle del Po, per congiungersi con Cecina. Il più valente dei generali di Ottone, Svetonio Paulino, il padre dello storico, aveva allora varcato il Po, per cercare le forze nemiche e sconfiggerle prima che fossero raggiunte da Valente. E non lungi da Cremona, in un luogo, dettoLocus Castorum, era riuscito a infliggere loro una seria disfatta, ma non ad accerchiarle e distruggerle; cosicchè, sebbene sconfitto, Cecina era sfuggito e si era poi congiunto con Valente, che, mentre egli combatteva nei pressi di Cremona, era giunto a Pavia. Ottone convocò allora un Consiglio di guerra. Svetonio sostenne che, poichè non si era riusciti a impedir la congiunzione di Valente e di Cecina, occorreva aspettare a dar battaglia che fossero giunte le legioni del Danubio. Ma prevalse invece un altro piano, intorno al quale gli antichi non ci dànnoche notizie molto oscure. Par che Ottone si proponesse, con una marcia di fianco a nord, di portare le sue forze ad occidente di Cremona, alla confluenza dell’Adda con il Po, in modo da tagliar le comunicazioni tra Vitellio che varcava le Alpi e il suo esercito a Cremona: egli starebbe a Brescello, ad aspettare l’esercito che scendeva da Aquileia, e con questo esercito e con l’altro passato a occidente di Cremona accerchierebbe e costringerebbe alla resa l’esercito nemico, prima dell’arrivo di Vitellio. Se tale era il piano di Ottone, esso poteva riuscire, a condizione che l’esercito riuscisse a fare la sua marcia di fianco sino al luogo assegnatogli. Ma sia che i nemici fossero avvertiti dei piani di Ottone, sia che i generali, alcuni dei quali erano contrari a questa mossa, eseguissero male gli ordini dell’imperatore, i vitelliani uscirono a tagliar la strada all’esercito di Ottone e lo affrontarono in marcia, a Bedriaco, una piccola città posta tra Cremona e Verona. Si impegnò battaglia; e la battaglia volse poco favorevole per l’esercito di Ottone. La sconfitta tuttavia non era per nulla decisiva; Ottone avrebbe potuto facilmente rifarsene, solo che avesse aspettato le grandi forze che stavano per giungere: ma all’annunzio della sconfitta, si uccise — è legittimo congetturarlo — non tanto per lo sconforto della sconfitta, quanto per il disperato terrore dell’universale disordine. Intelligente, colto, fine, Ottone deve aver capito che il governo di Nerone, di cui egli era stato un sostegno, aveva precipitato l’impero in un abissodi irreparabili guai; e non sentendosi la forza di ritirarlo su da quell’abisso, si era accasciato sotto il peso della suprema autorità[2].
4.Vespasiano e la rivolta delle legioni di Oriente (luglio 69).— Morto Ottone, Vitellio restava padrone dell’Italia, prima ancora di aver varcato le Alpi. I soldati di Ottone tentarono di resistere e offrirono l’impero a Virginio Rufo, ma questi avendo rifiutato, si rassegnarono alla fine, dopo essersi assicurato il perdono, a riconoscere la vittoria delle legioni di Germania, e a prestare giuramento al vincitore. Il senato, ritornato in fretta a Roma, ratificò la proclamazione di Vitellio ad imperatore e le immagini di Galba furono circondate di lauro e di fiori, portate in giro per la città. Così l’Italia angosciata si rivoltava da un altro lato sul suo letto di spine; e come aveva immedesimato il governo di Nerone con quello, clemente e savio, di Ottone, così ora si sforzava di immedesimare col regime di Galba l’impero di Vitellio. Vitellio frattanto era giunto in Italia con il terzo esercito, che era anch’esso in gran parte composto di Galli e di Germani assoldati. L’Italia imparò per la prima volta a sue spese, che cosa fossero i nuovi eserciti, zeppi di provinciali e di barbari, a cui era affidata la difesa delle frontiere. Le legioni attraversarono l’Italia saccheggiando, ingrossate per via da una torma infinita di improvvisati amici, seguaci, ammiratori: senatori, cavalieri, popolani disoccupati, parassiti, atleti, saltimbanchi, cocchieri, gladiatori; moltitudine avida, che faceva ressaintorno al carro del vincitore per raccattare nella confusione le briciole del bottino.
Vitellio, come tanti altri imperatori, era migliore della sua fama. A Roma, dove giunse in luglio, cercò di mettere un po’ d’ordine nelle cose dell’impero. Non volle più tra i suoi ministri dei liberti e li sostituì con cavalieri; in senato volle non essere considerato da più di qualsiasi altro senatore; sciolse il vecchio corpo dei pretoriani; si studiò di rimandare alle loro province le legioni; e cercò di metter pace tra soldati ottoniani e vitelliani, più inveleniti che mai gli uni contro gli altri. Nel tempo stesso, egli rilevava le statue di Nerone, per dare una soddisfazione alla moltitudine: altra prova che l’ultimo Claudio era ricordato con rammarico dalla plebe minuta. Non si occupò, dunque, solo — come fu detto poi — di imbandire sontuosi banchetti; ma anche di risanare il travagliato impero. Il quale, infatti, per un momento, sperò che la tempesta fosse terminata.
Quand’ecco, ad un tratto, ricominciò più violenta che mai. Dopo l’Occidente, si moveva l’Oriente: le legioni della Giudea, della Siria e dell’Egitto.
Abbiamo lasciato Vespasiano, nella primavera del 68, mentre si accingeva ad assediare Gerusalemme. Ma la caduta di Nerone lo inchiodò sotto le mura della città santa del giudaismo. Pare che, non volendo in così grande incertezza di cose impegnar l’esercito in impresa di tanta mole, si contentasse di conservare le posizioni che aveva occupate intorno alla città, senza procedere adoperazioni decisive. Le legioni goderono quindi di una specie di riposo, mentre tutto l’impero prendeva fuoco. E da principio non pensarono che a godersi quietamente questo riposo. Parte per la maggior distanza dall’Italia; parte perchè gli orientali che militavano in quelle insieme con gli italici erano genti più raffinate e civili delle popolazioni dell’Occidente, le legioni di Giudea, come quelle dell’Egitto e della Siria, stettero per qualche tempo a guardare impassibili il grande conflitto dell’Occidente. Ma, questo durando e complicandosi, a poco a poco, quella specie di pazzia da cui erano tocche tutte le legioni si apprese anche a quelle. Perchè le legioni della Germania soltanto dovevano imporre l’imperatore al senato e godere i vantaggi di questa elezione da loro imposta? Le legioni d’Oriente eran forse da meno? Occorre inoltre considerare che l’Oriente — e quindi anche le legioni in Oriente stanziate — era stato molto più benevolo verso Nerone — per quale ragione è facile intendere — che l’Occidente e l’Italia: il che spiega come avessero così prontamente riconosciuto Ottone. Ma Ottone era perito; e le legioni, che da due anni combattevano contro il più indomabile nemico dell’impero, erano invitate a subire il capriccio dei soldati della Germania o degli imbelli senatori di Roma, che avevano rovesciato, in Nerone, l’imperatore legittimo! Altre apprensioni d’ordine più pratico si mescolavano a questi sentimenti. Come avrebbe il nuovo principe trattato i soldati e i generali che, poco prima, a guerra civile incominciata, si erano dichiarati per il suo rivale?Così fu che sin dai primi mesi dell’avvento di Vitellio, tra l’Oriente e l’Occidente, tra le legioni del Danubio che non avevano potuto combattere contro Vitellio, e le legioni di Siria, di Giudea, di Egitto corressero trattative ed intese, per opporre un nuovo imperatore all’imperatore delle legioni di Germania. Si era pensato prima a Muciano, il governatore della Siria, uomo di molti meriti e di nobilissima stirpe. Muciano avendo rifiutato, fu scelto Vespasiano. Neppure Vespasiano sentiva un’ardente ambizione dell’impero; e a lui difettava un’alta e antica nobiltà di lignaggio. Ma i tempi erano così torbidi! Le legioni, il figlio Tito, intelligente ed audace, Muciano stesso, che sino ad allora non era stato amico suo, insistettero. E il primo luglio del 69 il prefetto d’Egitto proclamava in Alessandria imperatore T. Flavio Vespasiano; qualche giorno dopo gli eserciti di Siria e di Giudea prestavano giuramento sulle immagini del nuovo principe, e di lì a poco tutte le legioni della Mesia, della Pannonia, della Dalmazia, che non avean potuto combattere nè per Nerone nè per Ottone giuravano anch’esse per Vespasiano. Anche i principi orientali della Sofene, della Commagene, della Giudea indipendente, aderirono. Lo stesso re dei Parti si impegnò a non molestare l’impero durante la guerra, che sarebbe necessaria per insediare in Roma il nuovo imperatore.
5.La nuova guerra civile e la vittoria di Vespasiano (luglio-dicembre 69).— Tito avrebbe condotto a termine l’assedio di Gerusalemme; Vespasianosarebbe andato in Egitto, per impadronirsi del granaio dell’impero e affamare, se fosse necessario, Roma; Muciano si sarebbe recato con una parte delle forze a prendere il comando delle legioni della Pannonia, della Mesia e della Dalmazia, per invadere con quelle l’Italia: tale fu il piano che Vespasiano e i suoi generali concertarono a Berito, in Siria. Il piano era vasto, accorto, prudente; e mirava allo scopo con prudente lentezza. Ma i comandanti delle legioni di stanza in Pannonia, sia che sperassero, assalendo subito l’Italia, di sorprendere i vitelliani impreparati, sia che volessero essere i primi all’onore e alla preda, si radunarono a consiglio in Petovio, sulla Drava, nella Pannonia superiore, e approvarono il consiglio di Antonio Primo, di invader subito l’Italia senza aspettare Muciano. Gli eventi dovevano dar ragione ad Antonio e alla sua impazienza. Parte perchè l’esercito vitelliano non era pronto; parte perchè il generale preposto alla difesa dell’Italia orientale, Alieno Cecina, operò con un’accidia, che parve a molti sorella del tradimento, egli, Antonio Primo, potè giungere con forze considerevoli sulla linea dell’Adige. Poco dopo la flotta di Ravenna si dichiarava per Vespasiano; e allora Cecina, giudicando vana la resistenza, propose ai soldati di imitare l’esempio della flotta. Sdegnate, le legioni misero ai ferri il loro generale, e, risolute a non cedere, ripiegarono su Cremona, per ricongiungersi con altri eserciti e resistere. Ma con rapidità fulminea Antonio Primo, incalzando il nemico, mosseanch’egli verso Cremona. Tra Bedriaco e Cremona, e poi sotto le mura di questa città, fu combattuta una asprissima battaglia, che durò un giorno e una notte. I vitelliani ebbero la peggio; e il miglior esercito che Vitellio avesse in Italia fu quasi distrutto; onde l’altro generale vitelliano, Fabio Valente, fuggì in Gallia, dove anche la Narbonese si era dichiarata per Vespasiano. Poco dopo anche la flotta di Miseno passò al nemico; Muciano a sua volta, con le legioni condotte dall’Oriente, arrivò in Italia; ed il suo esercito, come quello di Antonio Primo, avanzò nell’Italia centrale alla volta del Lazio.
Allora anche il partito flaviano in Roma, che era poi il vecchio partito di Nerone e di Ottone, insieme con i pochi amici del nuovo eletto, e con a capo il prefetto della città, nominato da Nerone e ricollocato a quel posto da Ottone, T. Flavio Sabino, persuasero Vitellio a abdicare. Egli stava questa volta per fare la rinunzia a cui si era ricusato dopo il 15 gennaio 69. Ma, ora come allora, Vitellio non era arbitro del proprio destino: egli era legato ai legionari della Germania e ai soldati furibondi, accorsi a Roma dalla linea del Po. Anche questa volta egli fu costretto a resistere. E fu resistenza accanita e feroce. La città dovette esser presa e conquistata da un triplice attacco, quartiere per quartiere, casa per casa, giardino per giardino. Il Campidoglio fu dato alle fiamme; Sabino, trucidato; lo stesso figliuolo minore di Vespasiano, il futuro imperatore Domiziano, scampò all’incendio e all’eccidiocome per miracolo. Ma finalmente la sera del 21 dicembre, dopo ma lungo e ignominioso supplizio, lo stesso Vitellio era precipitato nel Tevere.
Note al Capitolo Primo.1.Sul governo di Galba, cfr.C. Barbagallo,Un semestre di impero repubblicano, inAtti della R. Accademia di Archeologia, lettere etc., Napoli, 1913.2.Su questa guerra, e sulla guerra tra i flaviani e i vitelliani, cfr.B. W. Henderson,Civil war and rebellion in the Roman Empire a. d. 60-70, London, 1908. — La spiegazione del piano di guerra di Ottone, da noi riferita, è quella che l’Henderson ha imaginata in questa opera, con molte e sottili considerazioni. Essa non è ancora chiarissima; ed è suscettibile di obiezioni: ma è ancora la spiegazione più soddisfacente per chi non si contenti dell’incomprensibile racconto di Tacito. La congettura dell’Henderson riposa su due argomenti capitali: 1) sul fatto che Tacito (Hist., 2, 40) dice esplicitamente l’esercito di Ottone esser stato diretto alconfluentes Padi et Adduae fluminum; 2) sulla necessità di dare alla presenza dell’imperatore in Brescello una spiegazione militare, e non la spiegazione romantica di cui si compiace Tacito.
1.Sul governo di Galba, cfr.C. Barbagallo,Un semestre di impero repubblicano, inAtti della R. Accademia di Archeologia, lettere etc., Napoli, 1913.
1.Sul governo di Galba, cfr.C. Barbagallo,Un semestre di impero repubblicano, inAtti della R. Accademia di Archeologia, lettere etc., Napoli, 1913.
2.Su questa guerra, e sulla guerra tra i flaviani e i vitelliani, cfr.B. W. Henderson,Civil war and rebellion in the Roman Empire a. d. 60-70, London, 1908. — La spiegazione del piano di guerra di Ottone, da noi riferita, è quella che l’Henderson ha imaginata in questa opera, con molte e sottili considerazioni. Essa non è ancora chiarissima; ed è suscettibile di obiezioni: ma è ancora la spiegazione più soddisfacente per chi non si contenti dell’incomprensibile racconto di Tacito. La congettura dell’Henderson riposa su due argomenti capitali: 1) sul fatto che Tacito (Hist., 2, 40) dice esplicitamente l’esercito di Ottone esser stato diretto alconfluentes Padi et Adduae fluminum; 2) sulla necessità di dare alla presenza dell’imperatore in Brescello una spiegazione militare, e non la spiegazione romantica di cui si compiace Tacito.
2.Su questa guerra, e sulla guerra tra i flaviani e i vitelliani, cfr.B. W. Henderson,Civil war and rebellion in the Roman Empire a. d. 60-70, London, 1908. — La spiegazione del piano di guerra di Ottone, da noi riferita, è quella che l’Henderson ha imaginata in questa opera, con molte e sottili considerazioni. Essa non è ancora chiarissima; ed è suscettibile di obiezioni: ma è ancora la spiegazione più soddisfacente per chi non si contenti dell’incomprensibile racconto di Tacito. La congettura dell’Henderson riposa su due argomenti capitali: 1) sul fatto che Tacito (Hist., 2, 40) dice esplicitamente l’esercito di Ottone esser stato diretto alconfluentes Padi et Adduae fluminum; 2) sulla necessità di dare alla presenza dell’imperatore in Brescello una spiegazione militare, e non la spiegazione romantica di cui si compiace Tacito.