CAPITOLO XVI.Virgilio.
Infra tutti i poeti dell'antichità il più celebre, il più ammirato nel medio evo è Virgilio, e la leggenda sua è, tra quante se ne formarono intorno agli scrittori pagani, la più complessa e meravigliosa[375]; meravigliosa per modo e, a primo aspetto, così disforme dall'uomo a cui si è avvinta, così contraria a tutto quanto sappiamo di lui, che a più d'uno venne dubbio non essere il Virgilio di cui vi si narra, quello stesso che fu in ognitempo salutato principe della poesia latina, ma un altro, di tutt'altri tempi, e di tutt'altra condizione[376]. Ora un tal dubbio non è più guari possibile. Certo, molti dei fatti riferiti nella leggenda appartennero in origine ad altri personaggi leggendarii, coi quali si può dire che il Virgilio favoloso siasi in una certa misura confuso; ma il medesimo incontra in molt'altre leggende di uomini illustri, ed è indubitato che nella intenzione di tutta intera la favola, il Virgilio operatore di prodigi è quel medesimo che fu famigliare di Augusto e scrisse l'Eneide. E gli è questa identità per l'appunto che conferisce alla favola tanta attrattiva e tanta importanza, e muta in degno soggetto di studio e d'indagine scientifica quanto altrimenti non sarebbe che pascolo a una oziosa curiosità.
Si noti anzi tutto una cosa. La leggenda virgiliana non è nella storia delle fantasie e delle finzioni cui porsero argomento, nell'età di mezzo, gli scrittori pagani, un fatto unico, e nemmeno un fatto che mostri insoliti caratteri, od abbia nelle origini sue alcunchè di straordinario. Molti altri antichi scrittori patirono nella leggenda trasformazioni simili a quella cui andò soggetto Virgilio, sebbene per nessun altro la trasformazione siaproceduta tant'oltre. Ma la differenza sta solamente nel grado, nella quantità, non nella qualità; in fondo il fenomeno è sempre lo stesso; e si può dire con piena sicurezza che tutti gli antichi scrittori sarebbero stati trasformati in quella stessa misura che Virgilio, se tutti, nel medio evo, si fossero trovati nelle condizioni in cui egli ebbe a trovarsi. Ciò posto, rimane esclusa ogni idea d'arbitrio. La leggenda virgiliana è pur sempre, come ogni altra leggenda, frutto della fantasia; ma questa fantasia non lavora nel vuoto ed a caso, anzi si appoggia da ogni banda alla tradizione, ai fatti, alla vita reale; il Virgilio taumaturgo non è più il Virgilio poeta, ma discende da questo, e a questo pur sempre ritorna, e se l'uno non avesse scritto l'Eneide, non si sarebbe attribuita all'altro la fabbrica dellaSalvatio Romae. Nella leggenda di lui, come in ogni altra leggenda consimile, si trova ancora, senza dubbio, del fortuito, dell'accidentale, ma in cotal forma tuttavia che il fortuito e l'accidentale è sempre contenuto dentro alla necessità generale, e starei per dire storica dell'intera finzione. In questo caso, come in cent'altri, bisogna ricordare che la leggenda è una fiorita della storia.
Chi si fa a narrare della fortuna di Virgilio nel medio evo deve porre studio a due fatti, e cioè, prima alla celebrità impareggiata ed alla ammirazione di cui egli fruì in quella età, poscia alla successiva formazione della leggenda. La celebrità di Virgilio è quella che porge al nascere della leggenda la occasione principale, come la opinione del suo ineguagliato e più che umano sapere le porge, presso che sempre, la base. Nella leggenda stessa sono da sceverare più parti, le quali differisconotra loro, non solamente per la diversità dello spirito che le informa, e per la varia natura delle finzioni in che si esplicano, ma ancora per la diversità delle cause da cui traggono l'origine. Anzi tutto è da distinguere la parte che più propriamente concerne Virgilio profeta e quasi cristiano, da quella che più propriamente concerne Virgilio mago, e in questa seconda parte sono da sceverare due diverse e contrarie tendenze, secondochè Virgilio è considerato in essa come mago benefico che usa di una scienza giusta e legittima, tuttochè soprannaturale, oppure come mago maligno, stretto in riprovevole colleganza con le potestà tenebrose. In generale questa seconda tendenza si manifesta posteriormente alla prima, e segna la degenerazione della leggenda. Gli è quasi superfluo avvertire del resto che le finzioni della prima parte della leggenda, spesso si compongono e si legano con quelle della seconda.
Nella storia pertanto delle vicende a cui va soggetto Virgilio nel medio evo, sono quattro diversi temi di studio che vogliono essere successivamente esaminati: 1º la riputazione dello scrittore e la fortuna delle opere di lui; 2º la leggenda di Virgilio profeta di Cristo; 3º la leggenda di Virgilio mago; 4º la degenerazione della leggenda virgiliana.
Nelle poche pagine serbate al presente capitolo io non posso dar luogo ad una tale trattazione del primo tema quale dall'importanza sua sarebbe richiesta, e però, per quanto vi si riferisce, rimando il lettore al primo volume dell'opera del Comparetti, dove esso è trattato con tale un'ampiezza di dottrina, e con tanta sicurezza di critica da disanimar chicchessia dal ritentare la difficile impresa.Mi contenterò pertanto di alcuni cenni più necessarii.
La fortuna di Virgilio nel medio evo è intimamente connessa con quella degli studii profani, ed è, in sostanza, la stessa di tutti gli altri scrittori latini, salvo che, primeggiando egli su tutti, ed essendo, in certo qual modo, il più autorevole e legittimo rappresentante dell'antica coltura, in lui, e nell'opere sue, viene a sperimentarsi più risoluto quel contrasto degli spiriti, quell'urto di simpatie e di avversioni, in che il medio evo cristiano si travaglia di fronte all'antichità pagana. Durante ancora il miglior tempo di Roma la gloria di Virgilio aveva oscurato quella di tutti gli altri poeti, e quello passato, e sopravvenuta la decadenza, non era punto venuta meno; che anzi, sebbene ormai fossero in tutto mutate le condizioni della coltura, e venisse mancando sempre più la retta e viva intelligenza dell'arte antica, egli tuttavia soprastava alle tenebre che salivano, ed era universalmente considerato quale colonna della scuola, maestro sommo di grammatica e di retorica, principe d'ogni sapere. Con tale riputazione massima acquistata mentre ancor sussisteva il mondo romano, Virgilio passa nel medio evo, e la conserva, e per alcuni rispetti l'accresce: egli è fra tutti gli scrittori pagani il più letto. Le ragioni di tale fortuna sono certamente parecchie. In parte è da dire che il medio evo seguitava obbediente la tradizione, in parte che esso serbava ancora aperto il senso alle lusinghe di quell'arte squisita e sovrana; ma, senza dubbio, alla riputazione del poeta conferiva ancora in grande misura il soggetto stesso dell'Eneide, l'opera maggiore di lui. L'Eneide è l'epopea diRoma. Sia qual esser si voglia il giudizio che di essa reca la critica, nessuno potrà negare che in uno dei suoi maggiori difetti, quello che le viene dalla origine essenzialmente erudita, o dall'essere, come altri dice, epopea artificiale anzichè naturale, non istia pure la ragione precipua della sua vera grandezza. L'Eneide è l'epopea di una matura civiltà e di una società venuta nel pieno rigoglio della sua vita storica, di una società che con piena coscienza di sè e vivo sentimento degli alti destini a cui è chiamata, celebra se medesima e le origini proprie. In nessun'altra epopea del mondo si trova una simile fusione delle memorie supposte di un popolo, con l'attuale e vivo pensiero di esso. Si disse che nella Eneide fanno difetto, insieme con lo spirito popolaresco, anche gli elementi della tradizione popolare; su ciò non è possibile, credo, far certo giudizio; ad ogni modo è innegabile che l'idea reggitrice di tutto il poema è un'idea altamente nazionale, l'idea romana per eccellenza. Nel medio evo, quando Roma ridiventa centro a tutta la vita dei tempi, il poeta che aveva cantato le origini dell'eterna città, e celebrato quell'Enea che dalla Provvidenza era stato eletto a padre dell'impero, e a preparare il santo luogo al successor di S. Pietro, non poteva non esser fatto segno di culto speciale; e quando Dante lo sceglie a guida nella prima parte del meraviglioso suo viaggio, noi intendiamo di leggieri che tale dimostrazione di onore è da lui data, non solo al profeta supposto di Cristo, ma ancora al poeta sapiente che narrò i gloriosi principii di Roma, di Roma, sede dell'impero, culla della Chiesa.
Chi volesse ricercare nelle letterature del medio evo,e più specialmente nella latina, le prove dell'ammirazione di cui godette allora Virgilio, si porrebbe a un lavoro senza fine, tante sono le reminiscenze, tanti sono gli esempii manifesti d'imitazione che si trovano per entro agli scrittori[377]. Qualche esempio della irresistibile attrattiva che le poesie di lui esercitavano sugli animi abbiamo già veduto nel capitolo precedente, alcun altro ne vedremo in seguito. La imitazione amorosa di esse comincia già nella letteratura latino-ecclesiastica più antica, sussistente ancora l'impero, e si prosegue poi per tutto il medio evo. I poeti della corte di Carlo Magno imitavano, oltre all'Eneide, anche l'ecloghe e le Georgiche. Di tratto in tratto i vecchi scrupoli della coscienza cristiana si palesavano anche contro di esse, e si ripetevano i biasimi già espressi da San Gerolamo, ma più per mostrare l'irresolutezza degli spiriti, il contrasto della fede e del sentimento, che non per venire a qualche effetto nella pratica. Alcuino sconsigliava ai suoi giovani discepoli la lettura di Virgilio, ma era egli stesso un discepolo del poeta pagano, e in parecchi suoi scritti le reminiscenze virgiliane non iscarseggiano. Del resto due ragioni concorrevano a mitigare l'avversione che altri, come cristiano, potesse avere contro Virgilio; la prima, che da molti veramente si credeva avere il poeta annunziatanella quarta sua ecloga la venuta di Cristo redentore; la seconda, che era opinione non meno diffusa l'Eneide contenere, sotto il velo dell'allegoria, sublimi verità morali. Abbiamo già veduto come la coscienza cristiana si giovasse di questi due espedienti, supposizione di una fede più o meno esplicita negli scrittori, interpretazione allegorica delle opere loro, per giustificare lo studio delle lettere classiche. L'interpretazione allegorica dell'Eneide si comincia a fare dagli stessi pagani e si seguita poi dai cristiani; l'altre opere di Virgilio contengono anch'esse arcane e riposte verità[378]. Il cristiano Fabio Planciade Fulgenzio, non posteriore, come sembra, al VI secolo, nello strano suo scritto intitolatoDe continentia Vergiliana, si fa dichiarare, in una maniera di visione, dallo stesso Virgilio, il soggetto proprio dei dodici libri dell'Eneide, il quale è la rappresentazione della vita umana e il figurato trionfo della sapienza e della virtù sull'errore e sulle passioni. Bernardo di Chartres e Giovanni di Salisbury serbano presso a poco la medesima interpretazione, e la serba ancora Dante, e la serbano in pieno Rinascimento Leon Battista Alberti e Cristoforo Landino. Poteva pertanto, senza incorrere in troppo solenne stravaganza, il famoso gesuita Hardouin, che dichiarava apocrife presso che tutte le antiche scritture, affermare nel secolo XVII l'Eneide essere fattura di un benedittino del trecento, e l'avventuroso viaggio di Enea figurare il viaggio di S. Pietro a Roma.
Virgilio regnava sovrano nelle scuole dove si attendevaagli studii di grammatica e di retorica, e fuori di quelle scuole, a chi si piccava di più peregrino sapere, porgeva argomento di speculazioni che usurpavano il nome di filosofiche. Letto, commentato, interpretato, Virgilio personificava in sè, non solo la grammatica e la retorica, ma tutto ancora il sapere dei tempi. Già Macrobio lo celebra come autore enciclopedico,tanto profondo nella scienza quanto ameno d'ingegno[379]. Donato assicura che egli attese allo studio della medicina e della matematica, e pieno di ogni scienza lo dice Servio. Questa riputazione di onniscienza vien via crescendo nel medio evo, e se per Dante Virgilio è ilsavio gentil che tutto seppe, e ilmar di tutto il senno, nelDolopathosè il maestro amoroso e prudente che col suo sapere educa e in pari tempo salva il discepolo.
La grande opinione che si aveva del sapere di Virgilio conferiva naturalmente a rafforzar la credenza che il poeta avesse presentito alcun che della venuta di Cristo. Nè, in fatti, si poteva ammettere che un uomo qual egli era, versato in tutte le discipline più arcane, fosse rimasto interamente al bujo di un avvenimento che doveva rinnovare il mondo. Aggiungasi che una comune tendenza degli spiriti portava ad ammettere, come già notammo, che non pochi fra gli antichi, o per una speciale grazia del cielo, o per virtù del proprio ingegno, avessero indovinato qualche parte della verità bandita poi dal cristianesimo, e questa parrà certo ragione più che sufficiente a spiegare come i versi sibillini della IV ecloga,dove si parla della nascita di un fanciullo divino e del rinnovamento del mondo, potessero essere considerati quali una profezia circa la nascita di Cristo e il diffondersi della nuova fede[380]. «L'autorità somma», dice il Comparetti, «di cui godeva Virgilio come scrittore di un sapere straordinario, come primo fra gli antichi poeti ed anche come il migliore sotto il rapporto del buon costume, fece impressione su molti teologi cristiani, i quali trattarono a fidanza con lui meglio che con altri poeti pagani, e non isdegnarono citar la sua parola, sia in appoggio di taluni grandi principii del cristianesimo, sia a dimostrare che egli era fra i pagani colui che meglio a queste verità si era avvicinato»[381]. Lattanzio ammette che Virgilio abbia annunziata la venuta di Cristo[382]. NellaOratio ad Sanctorum coelum[383], l'imperatore Costantino, o forse Eusebio sotto il nome di lui, si studia di provare che nella quarta ecloga Virgilio ha veramente profetizzato quella venuta; e tale opinione, contraddetta da San Girolamo, e più tardi da Sant'Isidoro, è accolta da Sant'Agostino[384]. Prudenzio fa suoiin parte i versi famosi contenenti il vaticinio[385]. Nel medio evo quella opinione è universalmente accettata, e Virgilio, insieme con la Sibilla e coi profeti, comparisce nei Misteri, specialmente della Natività, a fare contro la Sinagoga testimonianza della divinità di Cristo. In un mistero latino, dell'XI secolo, ilPraecentordice a Virgilio:
Vates Maro gentiliumDa Christo testimonium.
Vates Maro gentiliumDa Christo testimonium.
Vates Maro gentilium
Da Christo testimonium.
E Virgilio risponde:
Ecce polo demissa solo nova progenies est[386].
Ecce polo demissa solo nova progenies est[386].
Ecce polo demissa solo nova progenies est[386].
Se non che la supposta profezia dava luogo a due diverse opinioni, secondochè si credeva fatta dal poeta inconsapevolmente, in virtù di una ispirazione divinadella quale il poeta stesso altro non era che il recipiente passivo, oppure si credeva fatta da lui con piena consapevolezza, e come credente. A quella prima opinione, che è, come vedremo, la seguitata da Dante, si lega un'altra curiosa credenza, secondo la quale San Paolo avrebbe pianto sulla tomba del grand'uomo, lamentando di non essere giunto in tempo per convertirlo. In certo inno che, durante ancora il secolo XV, si usava di cantare in Mantova ad onor di San Paolo, sono i seguenti versi, che esprimono il dolore dell'apostolo:
Ad Maronis mausoleumDuctus, fudit super eumPiae rorem lacrymae;Quem te, inquit, reddidissem,Si te vivum invenissem,Poetarum maxime![387]
Ad Maronis mausoleumDuctus, fudit super eumPiae rorem lacrymae;Quem te, inquit, reddidissem,Si te vivum invenissem,Poetarum maxime![387]
Ad Maronis mausoleum
Ductus, fudit super eum
Piae rorem lacrymae;
Quem te, inquit, reddidissem,
Si te vivum invenissem,
Poetarum maxime![387]
Secondo l'altra opinione Virgilio fu egli stesso cristiano.Giovanni d'Outremeuse, che ne fa anche un legislatore dei Romani, giunge a dire che egli annunziò ai senatori la venuta e la passione di Cristo[388], insegnò la dottrina della Trinità a certi egiziani, affermando la propria fede, e si fece battezzare in punto di morte[389]. Ma molto prima, senza dubbio, vi furono spiriti, i quali non seppero capacitarsi, che il buono e gentile Virgilio non fosse salvo. Bellissima, e a tale riguardo molto istruttiva, è la leggenda che si narra in una vita di San Cadoco, diversa da quella pubblicata dai Bollandisti (24 Gennajo). Una volta San Cadoco, il quale fiorì nel V secolo, era in compagnia di San Gilda sulla riva del mare. Egli teneva sotto il braccio il volume di Virgilio, nel quale era solito di ammaestrare i suoi discepoli, e piangeva in silenzio.Perchè piangi? gli chiese San Gilda. Piango, rispose quegli, perchè l'autore di questo libro che io amo, e mi porge così vivo diletto, è forse dannato alle pene eterne. Senz'alcun dubbio, soggiunse San Gilda. Dio non giudica questi favoleggiatori diversamente dagli altri uomini. In quel punto medesimo una folata di vento involò il libro e lo lanciò nel mare. Grande fu la costernazione di San Cadoco, il quale fece voto di non più mangiare nè bere finchè non gli fosse rivelato qual sorte serba Iddio a coloro che nel mondo cantarono come cantano gli angeli nel cielo. Preso dal sonno, egli udì una voce soave che diceva: Prega, prega per me; non istancarti di pregare, affinchè io possa celebrare in eterno cantando la misericordia del Signore. Il giorno seguente il santo ritrovò nel corpo di un salmone il libro di Virgilio, e il poeta senza dubbio fu salvo[390]. Non mancò, del resto, chi giudicò Virgilio un vero pagano e un figlio del diavolo. Abbiam veduto già quali fantastici terrori il suo volume potesse inspirare[391]: Enenkel dice di lui:
er was ein rechter heiden;an rechtem glouben was er blint;er was gar der helle kint[392].
er was ein rechter heiden;an rechtem glouben was er blint;er was gar der helle kint[392].
er was ein rechter heiden;
an rechtem glouben was er blint;
er was gar der helle kint[392].
Egual fortuna toccò ad Aristotile, da alcuni giudicato salvo, da altri irremissibilmente dannato[393].
Se per un processo normale, e quasi necessario, della coscienza cristiana Virgilio poeta pagano si trasforma in un profeta di Cristo, per un processo consimile dello spirito romantico e fantastico che domina tutta quantala vita nel medio evo, il poeta si trasforma in mago. La base su cui si fonda tutta la favola della magia di Virgilio è la grande opinione che si ha del costui sapere. Per questo rispetto è da dire che nella tela amplissima delle finzioni virgiliane non v'è discontinuità, e che tutte, in ultima analisi, si possono ridurre a uno stesso principio, ch'è quello della impareggiabile celebrità di Virgilio. Mi duole di dovermi qui scostare dalla opinione del Comparetti, il quale troppo recisamente separa, a mio credere, quella ch'egli chiama la leggenda letteraria di Virgilio da quella che dice popolare, alla quale ultima solamente attribuisce le finzioni tutte che riguardano il mago[394]. «Chi domandasse», sono le sue proprie parole, «se di per sè solo il tipo scolastico di Virgilio dovesse senz'altra occasione, per trasformazione naturale e per associazione d'idee, cambiarsi in quel tipo di mago che poi descriveremo, io non esiterei a rispondere di no. Che l'anticosaviosi cambi inmagoè fatto di cui rari sono gli esempi, e quando accade ha luogo per puro cambio di nome e in modo momentaneo; non v'ha antico che arrivi mai a quel largo e completo ciclo di leggenda biografica che ebbe il Virgilio mago». Qui v'è luogo a più di una osservazione, e non ispiacerà, spero, al lettore, che io mi vi soffermi alquanto, essendo la questione di non picciol momento pel tema che ci occupa. Che nessun antico abbia avuto mai il largo ciclo di leggenda biograficache ebbe Virgilio è fatto innegabile, e che in parte si spiega con la maggiore nominanza di questo, in parte con altre ragioni a cui verrò fra poco; ma non mi pare si possa con egual sicurezza sostenere che il tipo scolastico di Virgilio non avrebbe potuto per semplice trasformazione naturale, e per associazione d'idee, cambiarsi nel tipo di Virgilio mago, chè anzi credo si debba francamente affermare il contrario. Una naturalissima associazione d'idee portò sempre gli spiriti nel medio evo a confondere in uno il mago ed il savio, giacchè qualunque scienza eccedesse allora i termini della più comune coltura, si stimava magia, non solo dagl'intelletti più grossi, ma da quelli ancora più intendenti e più colti. Gerberto, Ruggiero Bacone, Alberto Magno furono tenuti in conto di maghi, e degli antichi troviamo aver corso la medesima sorte nel medio evo, oltre ad Apollonio Tianeo, la cui leggenda presenta non pochi tratti di somiglianza con quella di Virgilio, anche Platone, Aristotile e forse altri. NelLibro Imperialeabbiam veduto trasformato ingrande negromantelo stesso Giulio Cesare[395]. NelRomans d'Alixandresi parla di una colonna eretta da Platone in Atene, la quale colonna, alla cento piedi, aveva in cima una lampada che rischiarava tutta la città[396]. Questo Platone fantastico, profeta anch'egli diCristo, come abbiam veduto, e operatore di meraviglie, è un perfetto parallelo di Virgilio profeta e mago, salvo che la leggenda di lui rimane per così dire in embrione, mentre quella di Virgilio si svolge e si accresce. Di Aristotile si narrava, come ho già accennato, che volle sepolti con sè i suoi libri, e perchè nessuno più potesse giovarsene, rese il proprio sepolcro inaccessibile, storia narrata poi con qualche diversità anche di Virgilio[397]. Qui pure la leggenda prende argomento dalla gran fama del sapere di Aristotile, a cui nel medio evo, quasi che le opere da lui veramente composte non paressero a quella fama adeguate e sufficienti, altre strane scritture, secondo il gusto dei tempi, si attribuivano. Il Mandeville racconta nel favoloso suo libro che sul sepolcro di Aristotile i gentili avevano alzato un altare e ogni anno vi celebravano una festa, stimando di avere da lui la sapienza.Qui si tratta, non di leggenda popolare, ma di letteraria, giacchè ogni sospetto di leggenda popolare è escluso dal nome stesso di Aristotile[398]. Il poeta tedesco Rumeland nomina Platone, Aristotile, Ippocrate e Virgilio quali maestri di meraviglie.
Senza punto uscire dalla tradizione letteraria, qualunque reputato scrittore poteva giungere ad assumere carattere di mago, ma più, o meno, secondo che mille diverse ragioni, o la fortuna portavano. A mio credere, nel caso di Virgilio era assai difficile che, o prima o poi, il gran concetto che si aveva del sapere del poeta non desse luogo alla opinion di magia. Quanto della sua dottrina si leggeva negli scrittori più antichi, in Macrobio, in Servio, in Donato, predisponeva a tale credenza. Nel c. III dellaVitaDonato mostra Virgilio provveduto di una cognizione pressochè miracolosa dei pregi e dei difetti degli animali; Apulejo afferma che nell'ecloga VIII Virgilio mostra amplissima conoscenza delle pratiche di magia. Il nome stesso del poeta pareva ai fantastici etimologi del medio evo contenere la indicazione di una sterminata dottrina, e Marone si faceva venire dal mare, cui quella dottrina era pari in vastità[399]. I prodigi che,secondo antiche testimonianze, avevano accompagnato la nascita di tant'uomo, dovevano ancor essi sollecitare gli spiriti a mettere costui sempre più in alto, in una sfera a sè, dotandolo di virtù e di potenze negate alla comune degli uomini, giacchè in tempi di grande scadimento intellettuale quei prodigi dovevano parere soverchi se intesi solo a segnare la nascita di un grande poeta, ma convenienti a qualcosa di più straordinario e di men naturale. Il medio evo non era più in grado di intendere perchè alla nascita di un semplice poeta, e fosse pure il principe dei poeti, dovesse turbarsi l'ordine di natura, mentre gli doveva parer ragionevole che ciò accadesse nascendo colui che sulla stessa natura avrebbe poi esercitato il suo meraviglioso potere. Il nome della madre Maja, quello supposto di Majus o Magius, avo materno di Virgilio, nome che avrebbe anche assunta la forma Magus, potevano facilmente far nascere l'idea che nella famiglia del poeta ci fosse come una tradizione di magia; e il sesto canto dell'Eneide, dove si descrive la discesa di Enea all'Inferno, doveva contribuire ancor esso ad accreditare sempre più la credenza che Virgilio avesse relazione col mondo degli spiriti, e dell'opera degli spiriti potesse a suo talento giovarsi. Si sapeva inoltre che, prima di morire, egli aveva lasciato l'ordine di bruciar l'Eneide; e poichè in tempi di barbarieintellettuale non è agevole intendere, che un poeta voglia distruggere l'opera propria per non avere in essa raggiunto la vagheggiata perfezione, doveva nascere il dubbio che con quell'ordine Virgilio avesse voluto privare la posterità della conoscenza de' suoi mirabili secreti, cosa questa, come abbiam veduto, esplicitamente affermata di Aristotile, ma affermata anche di altri maghi gelosi del proprio sapere. Già appo gli antichi era venuto in uso di aprire, in casi dubbii, i libri di Virgilio, e di considerare come un responso il primo passo in che il lettore si abbattesse; e questa pratica, conosciuta sotto il nome diSortes Virgilianae, fu conservata nel medio evo, insieme con altre pratiche simili, alle quali si facevano servire le Scritture e le Vite dei Santi. Tutti questi fatti e queste ragioni mi pare dovessero aver forza sufficiente a far nascere, dentro la stessa tradizione letteraria, la leggenda di Virgilio mago, sebbene per condur poi questa al grado di svolgimento che in effetto raggiunse, fossero necessarii, come or ora vedremo, fatti e ragioni d'altra natura.
Quale fosse il tipo di Virgilio per cotal modo formatosi nella tradizione letteraria mostra ilDolopathosdi Giovanni di Alta Selva, di cui fu pubblicato or sono pochi anni, il primitivo testo latino[400]. Questo romanzo altro non è, come è noto, che una versione del popolarissimo racconto deiSette Savii, ma con proprie particolarità, fra cui la introduzione di Virgilio nella favola come unodei personaggi principali. Il contenuto di esso è, in brevi parole, il seguente. Dolopathos, re di Sicilia ai tempi di Augusto, e sposo di una figliuola di Agrippa, ha un figlio per nome Luscinio, la cui educazione affida a Virgilio,famosissimo poeta, il quale,nativo di Mantova in Sicilia, fioriva in Roma a quel tempo. Virgilio comincia ad insegnare al discepolo i primi elementi del sapere, compone per esso un libretto in cui, in forma compendiosissima, è raccolta tutta la dottrina delle Sette Arti, gli fa conoscere certe regole in virtù delle quali, osservando i pianeti, e i mutamenti dell'aria, può conoscere qualunque cosa avvenga nell'universo, e nulla insomma gli lascia ignorare di quanto egli sa. Fatto pari al maestro, il discepolo, usando dell'acquistata sapienza, conosce i secreti pensieri degli uomini, e in grazia di tale conoscenza scampa da grave e imminente pericolo; ma questo passato, un altro già ne prevede Virgilio, il quale a scongiurarlo, impone al discepolo, che si accinge a far ritorno nella casa paterna, di serbare il più rigoroso silenzio fino a che egli stesso, Virgilio, non l'abbia raggiunto. Il nuovo pericolo doveva venire dalla stessa matrigna di Luscinio, la quale Dolopathos, perduta la prima moglie, aveva di fresco sposata. Luscinio osserva il comandamento del suo maestro. Giunto in corte del padre non pronunzia parola checchè gli si dica. La nuova regina, innamoratasi di lui, lo conduce nelle sue stanze, sotto pretesto di volerlo togliere al suo ostinato silenzio, e gli confessa la propria passione. Respinta dal giovane, ella, indispettita, lo accusa di averle voluto usare violenza, di che sdegnato altamente il padre lo vuol far morire. Ma per sette giorni consecutivi sette savii, raccontandociascuno ogni giorno una novella, riescono a ritardare l'esecuzione della sentenza, finchè sopraggiunto l'ultimo giorno Virgilio proscioglie il giovane dall'obbligo del silenzio, e fatta palese la verità, la regina è bruciata viva. La storia seguita dopo ciò narrando la morte di Dolopathos e di Virgilio, la venuta di Cristo, la conversione di Luscinio, che prende nel battesimo il nome di Prisco, e lasciato per sempre il regno, se ne va in pietoso pellegrinaggio a Gerusalemme. L'autore chiude il racconto pregando il lettore di non pensare ch'egli abbia scritte cose incredibili od impossibili, e invitando chi ciò pensasse a dire egli stesso come potessero i maghi di Faraone mutar le verghe in serpenti, e far uscire dalle paludi le rane, e mutar l'acque del Nilo in sangue, come potesse la Pitonessa suscitar Samuele, e come Circe mutare in bruti i compagni di Ulisse.
Qui Virgilio non è ancora il facitor di miracoli e il fabbricator di telesmi della leggenda più matura, ma presenta già molti dei caratteri del mago, e di magia sa più particolarmente quanto l'autore narra di lui morente, che per tal modo strinse nel pugno quel suo libretto, ove tutta era chiusa la dottrina delle Sette Arti, che nessuno fu poi buono a strapparnelo[401]. Anche questa favola avrà più tardi svolgimenti curiosi, comevedremo. Giova intanto notare che il carattere mostrato qui da Virgilio si è quello dell'uomo virtuoso che adopera la scienza sua e il più che naturale potere in difesa della virtù e della giustizia, carattere che poi lungamente conserva nella leggenda, e che solo poteva accordarsi con la riputazione di lui, quale dalla tradizione letteraria era stata consacrata. E che qui noi ci troviamo veramente di fronte alla tradizione letteraria non può nascer dubbio; anzi tutto perchè quella introduzione di Virgilio in un racconto che aveva già la sua forma fissata tradisce a primo aspetto l'arbitrio letterario, mentre attesta una volta di più la celebrità del poeta; poi ancora perchè il monaco autore del libro si rivela ad ogni passo uomo sufficientemente provveduto della comune coltura del tempo suo. Il Comparetti fa giustamente osservare che nelDolopathos«il concetto di Virgilio ci si presenta in quell'ultimo gradino dell'idea letteraria che più si approssima al livello popolesco»[402], ma, in pari tempo, che è tanto reale la conoscenza che l'autore di esso ha di Virgilio «che la cornice cronologica dell'opera sua è stata da lui inventata, secondo richiedeva l'introduzione di un tal personaggio in essa»[403]. Il suo tipo di Virgilio è quale poteva risultare «dall'idea scolastica, veduta dal punto di vista liberamente fantastico del romantismo»[404], talchè sotto quella figura così travestita del poeta «c'è il Virgiliodelle scuole medievali, il Virgilio dei grammatici e degli autori di compendii delle sette arti»[405].
Quando il Comparetti recava tali giudizii conosceva delDolopathosla sola versione francese fatta nel XIII secolo da Herbers, e inclinava a credere che il testo latino, di cui il Mussafia aveva già fatto conoscere l'esistenza, potesse essere una riduzione del francese[406]. Ch'esso sia, non riduzione, ma originale, è ora fuori di dubbio, e la composizione sua si può con molta probabilità far risalire all'anno 1184 o 1185[407], che è quanto dire ad un tempo in cui la leggenda di Virgilio mago propriamente detta, non era ancora largamente diffusa in Europa. Il Virgilio delDolopathosnon mostra d'aver ricevuto in nessun modo gl'influssi della leggenda popolare, la quale anzi, a più di un segno, si vede essere stata interamente ignorata dal monaco di Alta Selva. Per non allungar troppo il discorso mi basterà di recarne una sola, ma convincentissima prova. La leggenda popolare, d'accordo con la tradizione letteraria, colloca il sepolcro di Virgilio in Napoli, dove porge argomento a più di una favola; Giovanni d'Alta Selva dice invece che l'urna d'oro che raccoglieva le ossa di Virgilio, fu da Luscinio posta in quella Mantova di Sicilia di cui il poeta era nativo. Gli è inutile di andare a ricercare per quale strano errore Giovanni d'Alta Selva ponesse Mantova in Sicilia; ma ciò prova abbastanza ch'egli non conobbe laleggenda popolare, di cui quella parte appunto dove si parla della sepoltura di Virgilio, ebbe tale notorietà che nel XII secolo un trovatore di Provenza poteva fare intendere che parlava di Virgilio con solo dire:
. . . . . cel que jatz on la ribeiralai a Napols[408].
. . . . . cel que jatz on la ribeiralai a Napols[408].
. . . . . cel que jatz on la ribeira
lai a Napols[408].
La tradizione letteraria poteva dare il Virgilio delDolopathos, ma poteva anche dare, e diede probabilmente, un Virgilio più meraviglioso e più simile al Virgilio mago della leggenda. Su di ciò avrò a tornare quanto prima; ma facciamoci ora a considerare la leggenda in una nuova sua fase, che è quella della immaginazione popolare, e vediamo quali nuove finzioni essa ci presenti, e sino a che punto meriti il predicato di popolare, e sia da distinguere e da separare dalla tradizione letteraria. Le finzioni che più rigorosamente si tengono dentro i limiti di questa, o non si localizzano, oppure derivano da sorgenti, dirò così, non localizzate: nascono un po' qua un po' là, fluttuano nell'ambiente letterario del tempo, e non escono, in generale, dai libri.Ma ecco che ad un tratto noi vediamo penetrare nella leggenda una forte corrente di finzioni nuove, le quali mostrano fra loro una certa continuità, si distinguono per certi caratteri speciali e spiccati, e provengono da un unico luogo. Questo luogo è Napoli, ed esse costituiscono quella che più particolarmente il Comparetti addimanda leggenda popolare di Virgilio. Vediamo anzi tutto quali sieno le finzioni in discorso; la storia loro ci presenta, fra l'altre, questa singolarità, che, nate in Italia, esse sono, assai prima che da Italiani, raccolte e divulgate per l'Europa da stranieri.
Corrado di Querfurt, nella già citata sua epistola ad Arnoldo di Lubecca, scritta nel 1194, ne riferisce parecchie. Corrado aveva ricevuto dall'imperatore Arrigo VI suo signore, l'ordine di smantellar Napoli, ciò che fu da lui puntualmente eseguito. Nella citata epistola egli accenna al fatto, e dice come a scongiurarlo non avesse giovato certa ampolla in cui, per arte magica, Virgilio aveva rinchiusa una immagine della città da lui fondata. I Napoletani tenevano quel talismano in gran conto, e credevano che durando esso intero, nessun danno poteva incogliere la loro città. Corrado che afferma d'averla avuta tra mani, soggiunge che l'ampolla aveva forse perduta la sua virtù in causa di una piccola fenditura che vi s'era fatta. Ma nella città di Napoli altri miracoli di Virgilio si vedevano: un cavallo di bronzo che mentre durava nella sua integrità aveva virtù di preservare i cavalli dal fiaccarsi la groppa; una mosca pure di bronzo che teneva lontane da Napoli tutte le mosche; una porta detta Ferrea, dietro la quale Virgilio aveva chiuso tutti i serpenti, copiosissimi in quella regione, laquale porta egli, Corrado, aveva temuto di distruggere, dubitando che i serpenti non uscissero a molestare di bel nuovo la popolazione; un macello in cui la carne si serbava fresca lo spazio di sei settimane; una statua di bronzo con l'arco teso, la quale, prima che certo villano le facesse scoccar la freccia, frenava le eruzioni del Vesuvio. Corrado fa anche ricordo dei bagni costruiti da Virgilio in vicinanza di Baja, i quali guarivano da tutte le infermità; e delle ossa di Virgilio, custodite nel Castel dell'Ovo, dice che, esposte all'aria, avevano virtù di far turbare il cielo, sconvolgere il mare, e provocare improvvisa procella, cosa da lui medesimo sperimentata[409].
Gervasio di Tilbury, il quale fu a Napoli nel 1190, parla ancor egli di Virgilio e dei miracoli da lui operati in pro' di quella città, nei suoiOtia imperialia[410], scritti nel 1212. Egli omette le favole del palladio della città e del cavallo di bronzo, riportate da Corrado, ma altre ne narra, da costui ignorate, o taciute, mentre nel riferire le rimanenti s'accorda col suo predecessore, salvo qualche variante di maggiore o minore rilievo, su cui non importa che io mi trattenga altrimenti, ma che dimostra come l'uno e l'altro scrittore attingesse direttamente dalla tradizione popolare, mutevole sempre edincerta. Le favole da lui riferite, e di cui non si trova traccia nell'epistola di Corrado, riguardano due teste di marmo pario poste da Virgilio ad una delle porte della città, l'orto di Virgilio sul Monte Vergine, e la famosa Grotta di Pozzuoli. Quanto al primo miracolo l'autore assicura di averne fatto sperimento egli stesso. La testa di destra aveva aspetto ilare e ridente, quella di sinistra addolorato e torvo; chi, varcando la porta, passava a destra, menava a prospero fine tutte le sue faccende; chi per contro passava a sinistra, scapitava in tutte le cose sue e rimaneva defraudato d'ogni speranza. Nell'orto di Virgilio, posto fra aspri dirupi sul Monte Vergine, erano molte qualità di erbe, fra cui l'erba Lucia (herba Lucii), che aveva virtù di restituire la vista alle pecore cieche; ivi stesso era una statua di bronzo con una tromba in bocca, la quale respingeva le ceneri e i vapori vomitati dal Vesuvio. Nella Grotta di Pozzuoli, in grazia dell'arte matematicadi Virgilio, nessun nemico poteva nuocere all'altro.
Nei racconti di Corrado di Querfurt e di Gervasio di Tilbury, Napoli ci si presenta come un gran focolajo di leggende virgiliane; ma se questi due scrittori furono i primi a diffondere largamente per l'Europa quelle favole, non furono però i primi a conoscerle e a registrarle. Nel suoPolycraticus[411], messo in luce nel 1159, Giovanni di Salisbury, il quale aveva viaggiato tutta l'Italia, narra per disteso la storiella della mosca di bronzo, non senza alcune particolarità importanti, su cui mi converràritornare, e nel 1180 allude alla medesima storiella l'autore di una poesia satirica contro gli ecclesiastici[412]. Alessandro Neckam nel suo trattatoDe naturis rerum[413], compilato, secondo ogni probabilità fra il 1180 e il 1190, ricorda, oltre al macello che conservava illesa la carne, alcuni altri miracoli operati da Virgilio, de' quali non si trova fatto il benchè minimo cenno nè da Corrado, nè da Gervasio, il che dimostra quanto la leggenda fosse copiosa, e lascia luogo al dubbio che di altre finzioni, per non essere state raccolte da nessuno scrittore, siasi perduta ogni traccia. Egli dice che essendo Napoli infestata da infinite sanguisughe, Virgilio la liberò immergendo in un pozzo una sanguisuga d'oro, e soggiunge che dopo molti anni, estratta questa dal pozzo, l'antico flagello ricominciò ad affliggere la città; parla poi dell'orto di Virgilio, cinto da un muro di aria immobile, e di un ponte aereo di cui il poeta si serviva a suo senno. Ricorda i bagni di Salerno e di Montepulciano, da lui costruiti, e del macello dice che per virtù di certa erba postavi da Virgilio, la carne che v'era stata rinchiusa cinquecento anni fu trovata freschissima ed ottima al gusto, mentre Corrado non parla che di sei settimane, e Gervasio non fissa nessun termine di tempo, e attribuisce la virtù miracolosa ad un frusto di carne dallostesso Virgilio chiuso in una parete del macello. Finalmente, cosa di non poca importanza in tale argomento, Alessandro Neckam è, degli scrittori di quella età le cui opere sono insino a noi pervenute, il primo a riportare la tradizione che faceva costruire da Virgilio laSalvatio Romae, di cui ho lungamente parlato a suo luogo[414].
Alessandro Neckam non pare che sia mai stato a Napoli, e nemmeno in Italia; ma appunto per ciò la sua testimonianza ha un valore particolare, perchè prova che la leggenda di Virgilio mago, se non era ancora così universalmente nota come ebbe ad essere poi, tuttavia era già uscita dall'Italia, e per raccoglierla non era più necessario di venir sino a Napoli. Corrado di Querfurt e Gervasio di Tilbury non narravano dunque cose in tutto nuove, ma cose ancora imperfettamente e da pochi conosciute. La sua testimonianza, del resto, si accorda pienamente con quella più antica di Giovanni di Salisbury, e con quelle più recenti di Corrado e di Gervasio, per mostrar Napoli teatro principalissimo della operosità magica di Virgilio, giacchè, se si tolgono i bagni di Montepulciano, il ponte aereo, di cui non è detto dove fosse, e laSalvatio Romae, le altre meraviglie sono da lui tutte collocate in Napoli.
Ma a questo punto può nascere un dubbio. Le leggende che pongono in Napoli le meraviglie operate da Virgilio sono esse stesse napoletane, oppure sono leggende nate un po' qua e un po' là per l'Europa, le qualisolamente localizzano in Napoli i fatti che narrano? c'è veramente una leggenda popolare di Virgilio, o le favole che di lui si narrano altro non sono che immaginazioni di letterati? La opinione del Comparetti, che fermamente crede ad una leggenda popolare napoletana, raccolta e poi diffusa dagli scrittori in Europa, ma distinta e indipendente dalla tradizione letteraria, fu impugnata da Guglielmo Vietor[415], ma, secondo ch'io penso, in parte almeno, a torto. La leggenda napoletana popolare ci fu, ma non fu per avventura così sciolta dalla tradizione letteraria come sembrò al Comparetti, e non è provato che sia stata tutta popolare sin dalle origini, mentre alcuna particolare finzione potè nascere nell'ambiente letterario e passar quindi a dimesticarsi tra il popolo.
Esaminiamo un po' più attentamente la questione.
Corrado di Querfurt parla come testimonio oculare di alcune almeno delle meraviglie che descrive; egli dice di avere avuto tra le mani l'ampolla, in cui Virgilio aveva per arte magica chiusa una immagine della città, e di essere stato spettatore della turbazione degli elementi che provocavano le ossa del poeta esposte all'aria: Gervasio di Tilbury si fa narrare da un arcidiacono napoletano, Giovanni Pignatelli, la favola delle due teste di bronzo ricordata pur ora. Ma tanto Corrado, quanto Gervasio, non sono scrittori nelle cui parole si possa avere gran fede, giacchè, non solo essi accettano alla cieca, e rinarrano qualsiasi fanfaluca più stravagante,ma spesso ancora mentiscono per conto proprio nel modo più grossolano e palese[416]. A rigore può dunque nascere il dubbio che Corrado siasi sognata l'ampolla magica, della cui esistenza egli è, del resto, unico mallevadore, che Gervasio abbia inventato il suo colloquio coll'arcidiacono Giovanni Pignatelli, e forse l'arcidiacono stesso, e che nè l'uno nè l'altro abbia mai veduto nè il famoso macello, nè il cavallo di bronzo, nè la Porta Ferrea, nè l'altre meraviglie di cui raccontano, per la ragione semplicissima che tali meraviglie non esistevano altrove che nelle favole in cui se ne parlava, e che, per ipotesi, avevano potuto essere immaginate da uomini i quali non conoscessero Napoli altrimenti che di nome. Ora, se alcune almeno di tali meraviglie non fossero veramente esistite in Napoli, bisognerebbe senz'altro rinunziare alla congettura di una leggenda popolare: giacchè, se le favole di origine letteraria ed erudita possono reggersi da sè, senz'altro appoggio, nella fantasia, le finzioni veramente popolari amano di legarsi a qualche cosa di reale, e il più delle volte anzi traggono appunto la origine da una realtà, sotto l'impero di una credenza, o di un sentimento, malamente veduta o malamente interpretata. Il Vietor dice a tale proposito[417]: noi non dobbiamo considerare le singole leggende «come legate, in generale, a capi d'arte napoletani, ma bensì come fondate sul concetto che i letterati avevano del soprannaturale sapere di Virgilio, specialmente in matematica e in medicina».A questa affermazione se ne può contrapporre un'altra più probabile e più legittima, e dire che quella grande opinione del sapere di Virgilio, scontrandosi con certi capi d'arte esistenti in Napoli, dava origine a quelle leggende. E l'esistenza di alcuni almeno tra i capi d'arte in discorso non si può ragionevolmente mettere in dubbio. Il cavallo di bronzo esisteva veramente, e la testa di esso conservasi ancora nel Museo Nazionale di Napoli. Le due facce di pietra, ricordate di sopra, un vecchio scrittore napoletano che fioriva nella prima metà del XVI secolo, Giovanni Scoppa, assicura di averle vedute. I bagni di Pozzuoli furono un tempo celebri per tutta l'Europa[418]. E per la stessa ampolla descritta da Corrado si ha qualche buona ragione di credere che non fosse cosa di pura invenzione[419].
Ma altre ragioni si possono addurre in appoggio dell'opinione del Comparetti, circa l'esistenza di una leggenda popolare e napoletana di Virgilio. Supponiamo per un momento che tale leggenda non sia mai esistita: ecco, subito viene alle labbra una domanda: com'è che la leggenda letteraria, nata non si sa dove, ma certamente in luoghi diversi, inventata non si sa da chi, ma certamente da parecchi, giacchè in nessuno degli scrittori citati sin qui trovasi intiera, come va che così ostinatamente si rivolge a Napoli, e fa Napoli sede di tutte le sue meraviglie? Perchè, risponde il Vietor, nella Vita di Virgilio si leggeva che il poeta andava assai di radoa Roma, e a Napoli attendeva a' suoi studii di matematica e di medicina, e quivi era stato sepolto[420]. La ragione è assai debole. Più che alla Vita si sarebbe posto mente all'Eneide, dove Roma si vede stare in cima a tutti i pensieri del poeta; e se la leggenda letteraria fosse proceduta tant'oltre, quant'era mestieri, le finzioni concernenti Virgilio mago si sarebbero senza dubbio legate alla città da lui celebrata nell'immortale poema. Si guardi inoltre all'indole comune delle leggende che fanno capo a Napoli; uno solo è il pensiero che le inspira. In esse tutte Virgilio apparisce quale il protettore, il genio tutelare di quella città; e un tal fatto, quanto riesce naturale a chi ammette l'esistenza di una leggenda popolare formatasi appunto in Napoli, altrettanto deve parere strano a chi non ammette altra leggenda che la letteraria, parto di fantasie interessate alla maggior glorificazione di Virgilio, ma indifferenti alla salute di una città che forse nemmen conoscevano. La preoccupazionecostante della sicurezza e della prosperità di Napoli, così manifesta in tutte le finzioni ricordate di sopra, par tanto più caratteristica, quanto più si vede scemare nelle finzioni di tempi posteriori, dove la potenza magica di Virgilio non solo si esercita sopr'altro teatro, ma spesso ancora è adoperata con tutt'altri intendimenti e volta a tutt'altri fini. A ragione dice però il Comparetti la parte più antica della leggenda di Virgilio mago dover essere «l'idea di un protettorato che Virgilio esercitò in vita sua sulla città di Napoli»[421]. Che se noi vogliamo andare a cercare la ragione e l'origine di tale idea, non dobbiam molto dilungarci per questo, e il Comparetti ben si appone senza dubbio quando afferma «che la presenza a Napoli del sepolcro di Virgilio, è uno dei fatti principali che spiegano la permanenza del nome di lui nelle tradizioni del popolo napoletano»[422]. Una opinione d'ignota origine, ma riferita sino dal 1136 da Alessandro di Telese, secondo la quale, in premio di quel distico che cominciaNocte pluit tota, Virgilio ebbe in feudo da Augusto Napoli e la Calabria, contribuiva per parte sua a confermare quella idea del protettorato[423].
Il sepolcro di Virgilio in Napoli godette nell'antichità di grandissima nominanza. Stazio lo chiama un tempio, e vanto di Napoli lo stima ancora nel V secolo Sidonio Apollinare. È assai probabile che tale nominanza continuasse lungo il medio evo, e che in Napoli si mostrasseun sepolcro, a ragione o a torto detto di Virgilio. Fatto sta che a mezzo del XII secolo le ossa del gran poeta, o quelle che per tali passavano, erano ricercate come preziosa reliquia. Giovanni di Salisbury parla di un Ludovico, da lui conosciuto, il quale dopo molte vigilie e digiuni e fatiche, avrebbe voluto in premio del suo inutile esilio, riportare in Francia, non lo spirito, ma le ossa di Virgilio[424]. Gervasio di Tilbury narra per disteso il fatto accennato appena da Giovanni, ma aggiungendovi, senza dubbio di suo capo, molte particolarità romanzesche[425]. Certo maestro inglese, uomo di straordinario sapere, ottiene dal Re Ruggiero di Sicilia di potersi impadronire delle ossa di Virgilioin qualunque luogo del regno si trovino. Va a Napoli, scopre per arte magica il sepolcro del poeta, sconosciuto al popolo, e vi trova, insieme colle ossa un libro diarte notoria. Ma il popolo, pensandoalla speciale affezione che Virgilio aveva avuto per la città, temendo che dalla sottrazione delle ossa di lui possa venirgli qualche gran danno, non vuole gli sieno tolte, e solo concede al maestro il libro. Richiesto costui che cosa volesse fare dell'ossa, risponde che voleva per incantesimi forzarle a rivelargli tutto il sapere di Virgilio. Le reliquie del poeta furono messe in un sacco e custodite dietro una grata di ferro nel Castello di mare, o Castello dell'Ovo. Gervasio assicura di aver veduto alcuni estratti del libro. In questo racconto è certa la domanda delle ossa,probabile la ragione di essa, ma falsa certamente l'asserita ignoranza del popolo napoletano circa il luogo dove era, o si credeva sepolto il poeta[426]. Ad ogni modo esso concorre a provare che tra il popolo Virgilio passava già per una specie di genio tutelare e benefico, e questa credenza appunto era quella che dava origine alla leggenda.
Ma l'esistenza della leggenda popolare si conferma ancora per altre prove e per altre testimonianze. Cadente il secolo XIV, Bartolomeo Caracciolo, detto Caraffa, cavaliere napoletano, compose unaCronaca di Partenope, per dichiarazione dello stesso autore compilata sopra diverse cronache[427]. Egli narra le favole riguardanti Virgilio, non perchè vi creda, ma per nonfraudare la fama de lo ingeniosissimo Poeta, o vera o falsa[428]. Attinge,per sua stessa confessione, da Gervasio, da un Alessandro, che non può essere altri che Alessandro Neckam, del cui trattatoDe naturis rerumè tuttavia da credere che egli conoscesse solamente una redazione alterata e interpolata, ma ancora, e questo vuol essere notato, dalla bocca stessa del popolo. Ciò non può essere posto in dubbio, giacchè, non solo nelle favole ch'egli ha comuni con Gervasio e con Alessandro si notano alcuni particolari che appartengono evidentemente ad una tradizione propria e speciale, alquanto diversa da quella raccolta dagli scrittori; ma ancora, nelle favole che egli è solo a riportare, l'origine napoletana e il carattere popolaresco sono così patenti che non so come si potrebbero con qualche apparenza di ragione negare. Valgano quali esempii quella del pesciolino fatto intagliar da Virgilio sopra una pietra nel luogo denominato appuntoPietra del Pesce[429], per benefizio del qual talismano Napoli fu poi sempre copiosa di pescagione, e l'altra del giuoco di Carbonara ordinato dal medesimo Virgilio. La esistenza della leggenda popolare conferma inoltre il medesimo scrittore quando dice che la Grotta di Pozzuoli era dalvolgoaddimandata Grotta di Virgilio (dal volgo, non dai letterati), e quando infine, scusandosi delle molte favole riferite sul conto del poeta, avverte: «Io potria del dicto Virgilio dicere multe altre cose, le quali ho sentito dicerese de tale homo, ma perchè in major parte mi pareno favolose, et false, non ho volutoal tutto implire la mente de li homini de sogni». E si ponga mente che qui l'autore parla, non di cose lette, ma di cose udite dire. In sul finire del secolo XIV c'era dunque in Napoli una leggenda popolare di Virgilio, e s'inganna a partito il Vietor quando asserisce che tale leggenda cominciò solo a spargersi tra il popolo napoletano nel principio del secolo presente[430]. Come spiegare il fatto? come credere che della leggenda viva e rigogliosa in Napoli circa il 1380, non ci fosse nemmen vestigio due secoli innanzi, quando Corrado di Querfurt e Gervasio di Tilbury la raccolsero? d'onde vi sarebb'essa venuta? come ci si sarebbe diffusa? Per ispiegare il fatto, chi non ammette la esistenza di una leggenda popolare primitiva, e la continuità della tradizione, deve necessariamente ricorrere ad una ipotesi assai meno fondata e plausibile, e dire che la leggenda sia passata, in successo di tempo, dal dominio letterario nel dominio popolare. Assolutamente parlando, un fenomeno di tal sorta non è per nulla impossibile, e ce ne ha degli esempii; ma nel caso presente non so in qual modo avrebbe dovuto seguire. Quando la leggenda apparisce per la prima volta nella letteratura napoletana, il popolo di Napoli già la conosce. Bisognerebbe dunque dire che questo popolo la ricevesse dalla letteratura straniera, e più particolarmente dalla latina, di carattere, essenzialmente erudito. Quanto una tale congettura possa dirsi probabile ognuno giudichi da sè. Ma pure, ammessa in principio la cosa come possibile, non s'intende perchèil popolo dovesse innamorarsi di quella leggenda, il popolo che si suppone ignaro, o non curante del nome di Virgilio, e a cui naturalmente non avrebbe dovuto garbare gran fatto che finzioni straniere si sovrapponessero qua e là a' suoi monumenti, intorno ai quali egli doveva pure avere, come ogni altro popolo ha, le sue vecchie credenze e la sua tradizione costituita.
La fede nella potenza tutelare e benefica di Virgilio è il principio di cui si genera la leggenda popolare, ma in pari tempo è l'anello che unisce questa leggenda alla tradizione letteraria. I due fatti, non solo non si escludono, ma anzi il primo suppone il secondo, e tutt'a due a vicenda s'illustrano. Se non fosse stata la tradizione letteraria, e se in questa tradizione non si fosse continuamente ravvivata la memoria e magnificato il nome di Virgilio, non sarebbe nato nel popolo quel sentimento di affettuosa ammirazione che, fecondato dalla fantasia, genera le leggende. Si può tener per fermo che quanti forestieri colti giungevano in Napoli nel tempo che la leggenda prese a formarvisi, domandavano di vedere, tra l'altre meraviglie della città, anche la tomba di quel Virgilio che fu non solo il principe dei poeti, ma ancora il maggiore dei savii, e uno dei profeti di Cristo. La tomba di lui diveniva segno di pietosa venerazione, non altrimenti che se fosse stata di un santo; e come nella ingenua credenza dei tempi le tombe dei santi erano considerate palladii delle città, così ancora fu considerata la tomba di Virgilio, e come i santi si mutavano in protettori, così qui si mutava in protettore il poeta. Giustamente dice il Comparetti: «Il popolo adunque non faceva altro a Napoli se non trarre conseguenze materialidal concetto che i letterati d'allora si formavano di Virgilio, e questo era tale che i letterati stessi non si maravigliavano di quei racconti[431]». E che la primitiva leggenda della magia di Virgilio venga fuori in certo qual modo dalla tradizione letteraria prova ancora il carattere di questa magia, dove, in tempi di cupa superstizione, nulla appar di diabolico: solamente più tardi, nella leggenda degenerata, Virgilio è messo in relazione con gli spiriti delle tenebre.
Ma al concetto di Virgilio mago la tradizione letteraria sarebbe giunta anche da sè, e forse abbiamo la prova in mano che veramente vi giunse. Gli è difficile credere che così non avvenisse in un tempo in cui sapere e magia sonavan quasi sinonimi; e il Comparetti separa troppo, mi sembra, la leggenda popolare dalla tradizione letteraria, che così potentemente aveva contribuito a farla nascere[432]. La leggenda in questo caso non fa che accelerare e rendere più intensi certi processi della tradizione. Nel medio evo, tra pensiero popolare e pensiero letterario o erudito, non v'è quella sostanziale disparità, e quella separazione profonda che solo appartengono a tempi d'illuminata coltura, dominati dallo spirito critico; e nella letteratura di quel tempo entrano liberamente e si adagiano le più bizzarre fantasie e lepiù insensate credenze della tradizione popolare. Non solo, quando la leggenda popolare di Virgilio è già nota e divulgata per l'Europa, noi vediamo crescere una leggenda puramente letteraria di lui, la quale non esce dai libri, e può, in una certa misura, dirsi provocata da quella; ma sino dalle origini possiamo vedere qualche segno di una leggenda letteraria che spontaneamente si forma. In una biografia del poeta, contenuta in un codice Marciano del secolo XV, si dice che Virgilio fu gran mago e molto atteso all'arte magica, come dimostra quell'ecloga:Pastorum musa Damonis et Alphesiboei. Qui la fama della magia di Virgilio riposa dunque non sui telesmi da lui costruiti, ma solamente sugli scritti[433]. Alessandro Neckam, detto, come s'è veduto innanzi, di alcune mirabili cose operate da Virgilio, descrive laSalvatioda lui attribuita al poeta. Ora, come si è mostrato a suo luogo[434], laSalvatio, la cui leggenda non pare sia di origine popolare, non fu attribuita a Virgilio se non molto tardi, e tale attribuzione si deve senz'alcun dubbio ad un letterato. Se questi sia lo stesso Alessandro, od altri più antico, nessuno è che possa dire con sicurezza, e così non si può nemmen dire se essa sia stata provocata dalla leggenda popolare, o sia sorta spontanea. Giovanni di Salisbury è il primo che raccontila favola della mosca di bronzo, ma nel suo racconto essa ha un carattere manifestamente letterario che va poi perdendo più tardi. Ecco in fatti le sue parole: «Fertur vates Mantuanus interrogasse Marcellum, quum depopulationi avium vehementius operam daret, an avem mallet instrui in capturam avium, an muscam informari in exterminationem muscarum. Quum vero quaestionem ad avunculum retulisset Augustum, consilio ejus praelegit ut fieret musca, quae ab Neapoli muscas abigeret, et civitatem a peste insanabili liberaret». Quelle reminiscenze di Marcello e di Augusto accennano assai più ad origine letteraria che popolare[435]; ma può darsi benissimo che la finzione, sorta da prima in Napoli come un prodotto letterario, passasse poi nel popolo, e si sciogliesse dai nomi, non abbastanza noti al volgo, di Augusto e di Marcello. Fatto sta che Corrado e Gervasio non li ricordano nemmeno[436].
La leggenda di Virgilio mago, fatta com'era per piacere agli spiriti creduli e fantastici, che è quanto dire alla quasi totalità degli uomini di quel tempo, incontrò in Europa favore grandissimo, e venne crescendo rapidamente. Le favole che la componevano erano di tal natura, che, ricevute nelle menti, altre subito ne suscitavano simili a sè, nè perchè una generazione così fattadovesse cessare eravi ragione, altra da quella che fosse per nascere dalla sazietà, e dal volgersi del pensiero ad altro indirizzo. L'elenco delle meraviglie attribuite a Virgilio s'allunga smisuratamente. Già Elinando, copiato da Vincenzo Bellovacense, parla di una torre costrutta dal poeta, la quale, quando vi si sonavano le campane, oscillava seguendo il moto di quelle, miracolo da lui posto in dubbio per questa ragion solamente che al tempo di Virgilio le campane non erano ancora inventate[437]. In Napoli stessa alcune favole nuove è probabile che prendessero nascimento; altre forse si trasformarono. Quella che narra dell'ovo consacrato da Virgilio e chiuso dentro un'ampolla, dal quale dipendeva la sorte del Castello dell'uovo e della intera città[438], è senza dubbio la stessa già narrata con qualche diversità da Corrado di Querfurt. Se non che la leggenda di nuova formazione, la quale non è più popolare, ma letteraria, palesa sin dal principio una curiosa tendenza, e molto significativa, che è di scostarsi da Napoli per far capo a Roma. Tal fatto conferma sempre più le origini popolaridella leggenda che diremo napoletana. Nelle opere numerosissime in cui, dopo il secolo XII, si accoglie, in tutto o in parte, la leggenda virgiliana, si continua a far ricordo delle meraviglie onde le finzioni più antiche avevano dotato Napoli, ma le meraviglie nuove che s'inventano vanno per lo più ad accrescere il numero di quelle per cui andava famosa Roma. Durante questo nuovo periodo della leggenda si vengono a legare a Virgilio non poche finzioni, le quali innanzi erano appartenute ad altri, o si trasportano a Roma alcune di quelle che già erano appartenute a Napoli. Io non istarò a riferire tutte queste strane immaginazioni, chè l'angustia dello spazio non mel consente, e, da altra banda, non se ne leva un grande costrutto; ma ne ricorderò rapidamente alcune delle principali.
In molte di esse Virgilio conserva il suo carattere di genio tutelare e benefico, ed esercita l'arte sua in benefizio di Roma come già l'aveva esercitata in benefizio di Napoli. Virgilio accese a Roma un fuoco, il quale ardeva costantemente, e a cui veniva a scaldarsi senza nessuna spesa la povera gente. Lo custodiva una statua di rame con un arco teso, la quale recava scritto in fronte:Se alcun mi percuote io tiro. Avendola un tale percossa, quella scoccò la freccia, che spense il fuoco per sempre[439]. Ancora fece Virgilio a Roma quattro grandi statue di pietra, e le pose in cima a quattro torri,a rappresentare le quattro stagioni, e ogni volta che, una stagion finita, un'altra ne cominciava, la statua che rappresentava la stagion passata, gettava a quella che rappresentava la nuova una palla di ottone, e così si conosceva appuntino quando le stagioni mutavano[440]. Fece parimente due statue di rame che il sabato si lanciavano alternativamente una palla[441]. A Virgilio fu inoltre attribuita la fattura di quella statua che portava scritto sul ditoPercute hic![442], come pure quella dei due cavalli di bronzo che nel Circo di Tarquinio Prisco eccitavano i cavalli alla corsa, e la fabbrica del Colosseo[443]. Ma l'opera principale di Virgilio in pro di Roma era laSalvatio, sia che questa si facesse consistere in un edifizio in cui erano raccolti i simulacri delle nazioni soggette, o in uno specchio custodito in una torre. Di questa meraviglia, avendone io già parlato distesamente, non faccio qui altre parole.
Una menzione particolare si meritano i telesmi costruitida Virgilio in servizio della verità e della giustizia. Il più celebre è quello della così dettaBocca della verità, di cui ho già fatto ricordo. Chi, giurando il falso, introduceva in quella bocca la mano, non poteva più ritrarnela; ma una donna seppe con certa sua astuzia render vana la prova[444]. NeiFaictz merveilleux de Virgillela bocca si trasforma in un serpente di rame che ha la stessa virtù. In unaHistoire des Pisans, scritta in francese nel secolo XV, e conservata nella Biblioteca di Berna, si parla di due colonne, opera di Virgilio, in cima alle quali apparivano le immagini di tutti coloro che avessero rubato o fornicato[445]. Giovanni d'Outremeuse dice che Virgilio fece a Roma un uomo di rame a cavallo, con una grande bilancia in mano, utilissimo ai mercanti. In un piatto della bilancia si poneva la mercanzia che si voleva vendere e nell'altro si poneva il prezzo. Quando questo aveva raggiunto il giusto valor della merce, il piatto che lo conteneva subito traboccava[446].
Ma la leggenda che si allarga in pari tempo si altera. L'immagine di Virgilio, che nelle finzioni più antiche appare nella luce più pura, in alcune delle nuove finzioni comincia ad offuscarsi. Un primo sintomo di tale offuscamento si ha nelle immaginazioni in cui si vuole spiegare la origine della scienza magica del poeta, enelle quali si appalesa il progressivo sfiacchirsi della tradizione letteraria. Nella leggenda primitiva il bisogno di tale indagine non si sente ancora; la magia di Virgilio, scevra di qualsiasi reità, è il portato naturale del suo alto sapere. Per nessuna delle sue opere mirabili Virgilio ricorre all'ajuto di potenze malvage; a lui basta la cognizione delle proprietà delle cose, basta il suo sapere di astrologia, di matematica, di medicina. Ma un tale concetto della magia di Virgilio era destinato irremissibilmente a corrompersi in mezzo ad una società ignorante o superstiziosa, propensa a scorgere in qualunque cosa paresse trascendere i termini della natura, l'opera di potestà tenebrose ed inique, e che la stessa scienza considerava come cosa diabolica.
Giustamente osserva il Comparetti che se «nella sua prima forma napoletana, la leggenda di Virgilio non poteva parlare di arti diaboliche, perchè ripugnava al sentimento popolare dei Napoletani il credere che la loro città andasse debitrice ad arti siffatte di tutti quei pretesi benefizi, e se Virgilio, figurando in essa come protettore di Napoli, non poteva essere posto in una luce poco onorevole per lui e per la città, tutto ciò non aveva ragione di essere quando la leggenda uscendo di Napoli si diffuse in Europa[447]».
A poco a poco la taumaturgia onesta di Virgilio doveva mutarsi in riprovevole necromanzia, e questa si doveva immaginare acquistata da lui nel modo che nella comune credenza reputavasi consueto. Ed ecco farsi inmezzo la idea volgare del libro in cui il poeta avrebbe imparati tutti i secreti dell'arte sua. Già Gervasio di Tilbury parla, come abbiam veduto, di un libro diarte notoriatrovato dentro la tomba di Virgilio, ma non ne dice altro, e quel libro poteva essere opera dello stesso Virgilio, come il ristretto delle Sette Arti ricordato da Giovanni di Alta Selva. Questa era una notizia troppo vaga, che non soddisfaceva abbastanza la curiosità, e non andò molto che se ne parlò più esplicitamente. Nel poema anonimo tedesco diReinfried von Braunschweig[448]si narra una strana storia di un gran negromante per nome Zabulon, il quale, dimorando sul Monte della Calamita, aveva letta nelle stelle la venuta di Cristo milledugento anni prima che accadesse, e per impedirla aveva scritto parecchi libri di negromanzia e di astrologia, delle quali scienze egli era inventore. Poco tempo prima che Cristo nascesse, Virgilio, uomo di singolare virtù, saputo di questo mago e delle sue arti, navigò alla volta del Monte della Calamita, e mercè l'ajuto di uno spirito potè impadronirsi dei tesori e dei libri di lui. Venuto il termine prescritto la Vergine partoriva Gesù. In questo racconto, il quale comparisce anche in un altro poema tedesco, ilSingerkriec uf Wartburc, i fini che muovono Virgilio, il quale serba in parte il carattere suo leggendario di profeta di Cristo, sono in tutto lodevoli; ma in altri non è già più così. Heinrich von Müglin narra in una sua poesia[449]come Virgilio, con molti nobili signori,partì da Venezia sopra una nave tratta da due grifoni. Giunta la nave al Monte della Calamita, Virgilio trova chiuso in una fiala un demonio, il quale, a condizione d'essere posto in libertà, gl'insegna come possa impadronirsi di un libro di magia che si trova in una tomba. Avuto il libro ed apertolo, Virgilio vede comparirsi davanti ottantamila diavoli, e comanda loro di costruirgli subito una buona strada, dopo di che se ne torna tranquillamente coi suoi compagni a Venezia. Sul punto di partire Virgilio invoca la Vergine, e durante il viaggio egli e i compagni si raccomandano a Dio; qui, se non abbiam più il profeta, abbiamo ancora l'uomo devoto, ma l'alterazione doveva proceder più oltre. Enenkel dice che il poeta, il quale altro non era che un figlio dell'inferno, imparò le arti della magia liberando dodici diavoli chiusi in un fiasco.