CAPITOLO XVIII.Severino Boezio.
Delle varie leggende di scrittori che siamo venuti esaminando sin qui, alcune, anzi le più, se pure riuscirono a passare la soglia del Rinascimento, sono ora in tutto morte, e appartengono di pien diritto alla storia delle immaginazioni del medio evo; altre si sono lasciate dietro un leggiero strascico, che va, ogni giorno più, dileguando: la leggenda di Boezio invece vive tuttora, e sebbene i fondamenti della sua credibilità non sieno gran che più saldi di quelli dell'altre, pure tuttora si afferma e ricalcitra alla critica.
La celebrità di Boezio fu grande nel medio evo, sostenuta non meno dalle opere autentiche di lui che da quelle suppositizie, attribuitegli nella credenza ch'egli fosse stato un teologo o un martire della fede. Per lungo tempo non si conobbe della filosofia di Aristotile se non quello che se ne poteva leggere nelle versioni e nei commentarii di Boezio, i quali ultimi, disgraziatamente, diedero l'indirizzo agli studii logici nel medio evo. Boezio è il primo degli scolastici. Le altre opere sue che siconservavano, intorno all'aritmetica ed alla musica, facevano testo, ed erano universalmente usate nelle scuole. Onorio Augustodunense, descrivendo nel già citato suo libroDe animae exilio et patriale due città di Aritmetica e di Musica, dice che nella prima insegnava Boezio, e nella seconda cantavano cori ammaestrati nelle sue dottrine. Della grande venerazione in cui egli era tenuto può far fede, tra molti altri, il seguente fatto. Nell'anno 996 l'imperatore Ottone III volle avere nella sua reggia l'effigie di Boezio, al qual proposito Gerberto, che fu poi papa Silvestro II, il più dotto uomo de' tempi suoi, compose alcuni versi, a modo d'iscrizione, ne' quali si fa del filosofo latino un magnifico elogio[635]. Nell'Image du mondesi dice[636]che Platone ed Aristotile non iscrissero nulla in latino,
Car andui furent Sarrazin[637].
Car andui furent Sarrazin[637].
Car andui furent Sarrazin[637].
Ma poi venne Boezio,
Ung grans philosophes et sages,Qui aprist de pluseurs langages,Et qui droiture moult ama.Cil de lor liure translata,Grant partie on mist en latin;Mais il vint ancois en la finQu'il les eust translates tous;Dont ce fu domages a nous.Puis en ont autre translate,Qui furent bon clerc et letre;Mais cil en translata le plus,Que nous auons encor en us,Et fist maint bon liure en sa vieDe moult haute philosophie,Qui nous ont encor bon mestierPour nous enuers dieu adrecier.
Ung grans philosophes et sages,Qui aprist de pluseurs langages,Et qui droiture moult ama.Cil de lor liure translata,Grant partie on mist en latin;Mais il vint ancois en la finQu'il les eust translates tous;Dont ce fu domages a nous.Puis en ont autre translate,Qui furent bon clerc et letre;Mais cil en translata le plus,Que nous auons encor en us,Et fist maint bon liure en sa vieDe moult haute philosophie,Qui nous ont encor bon mestierPour nous enuers dieu adrecier.
Ung grans philosophes et sages,
Qui aprist de pluseurs langages,
Et qui droiture moult ama.
Cil de lor liure translata,
Grant partie on mist en latin;
Mais il vint ancois en la fin
Qu'il les eust translates tous;
Dont ce fu domages a nous.
Puis en ont autre translate,
Qui furent bon clerc et letre;
Mais cil en translata le plus,
Que nous auons encor en us,
Et fist maint bon liure en sa vie
De moult haute philosophie,
Qui nous ont encor bon mestier
Pour nous enuers dieu adrecier.
Durante tutto il medio evo Boezio fu tenuto pel più grande filosofo, e pel più autorevole savio dopo Aristotile[638]. Una curiosa testimonianza dell'alto concetto in che s'aveva la saviezza di lui trovasi in una novella delPecorone[639], dove egli è introdotto ad ammaestrare coi suoi consigli Janni, che non poteva far masserizia, e Ciucolo, che aveva moglie perversa.
Ma il fondamento principale della gloria di Boezio nel medio evo lo porgeva il trattatoDe consolatione philosophiae, di cui sono innumerevoli codici. Lo spirito di umiltà e di rassegnazione ond'è tutto informato questo libro singolare, il sentimento vivo, che ad ogni istante vi si appalesa, della vanità delle cose terrene, l'aspirazione ad un vero assoluto, e ad una felicità che non è di questo mondo, gli assicuravano il gradimento di una età che il sommo della perfezione poneva nell'ascetismo; e la conoscenza delle condizioni in cui il libro era stato scritto contribuiva a farne più venerato l'autore[640]. Molti in quelle pagine, piene di una serena mestizia e di un alto sentimento di morale dignità, cercarono e trovarono consolazione ad acerbi dolori. Eberardo Bituricense dice nel terzo carmeDe versificatione:
Eximia ratione beat Boethius, ut detSolamen misero philosophia viro.
Eximia ratione beat Boethius, ut detSolamen misero philosophia viro.
Eximia ratione beat Boethius, ut det
Solamen misero philosophia viro.
Dante, poichè ebbe perdutoil primo dilettodella sua anima, Beatrice, rimase immerso in tanta afflizione che nessun conforto gli valeva. «Tuttavia, racconta egli stesso, dopo alquanto tempo, la mia mente, che s'argomentava di sanare, provvide (poichè nè il mio, nè l'altrui consolare valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello, non conosciuto da molti, libro di Boezio, nel quale, cattivo e discacciato, consolato s'avea»[641]. Alberto della Piagentina, più comunemente detto Alberto Fiorentino, tradusse il libro di Boezio nel 1332, mentre era chiuso nelle carceri di Venezia, dannato a quasi dieci anni di quella pena, e il traduceva per consolarsi della sua sciagura[642]. Cristina di Pisan, profondamente afflitta per la perdita dello sposo, ebbe anch'ella conforto da quel libro[643]:
Et lors me vint entre mainsUn livre que moult amay,Car il m'osta hors d'esmayEt de desolacion:C'iert de consolacionBoece le prouffitable,Livre qui tant est notable.
Et lors me vint entre mainsUn livre que moult amay,Car il m'osta hors d'esmayEt de desolacion:C'iert de consolacionBoece le prouffitable,Livre qui tant est notable.
Et lors me vint entre mains
Un livre que moult amay,
Car il m'osta hors d'esmay
Et de desolacion:
C'iert de consolacion
Boece le prouffitable,
Livre qui tant est notable.
NelTroilus and Cresseidedel Chaucer, Pandaro conforta Troilo, abbandonato dalla donna amata, con argomenti tratti dalDe Consolatione.Spesso nelle versioni è richiamata l'attenzione del lettore sulla efficacia e la virtù consolatrice del libro[644].
Tutto il medio evo lavorò intorno ad esso. Chentigerno Giasconense, morto, secondo si crede, nel 560, pare chevi facesse su un commento[645], e lo commentarono poi Asser, vescovo di San Davide, intorno all'890, Bruno, monaco di Corbia, poscia vescovo di Colonia, Guglielmo di Conches, Nicola Triveth[646], Ugolino Malabranca da Orvieto nella seconda metà del secolo XIV, ed altri che sarebbe lungo noverare. Le traduzioni in tutte le lingue sono a dirittura innumerevoli. A me basterà di ricordare l'anglosassone antichissima, attribuita, ma a torto, ad Alfredo il Grande (m. nel 900)[647], la tedesca di Notker, appartenente al principio dell'XI secolo[648], la francese di Jean de Meung[649], l'inglese del Chaucer, che probabilmente tradusse, non dall'originale, ma da una traduzione francese, la spagnuola di Pero Lopez de Ayala (1332-1407). Le versioni italiane, sino a quella di Benedetto Vacchi, sono assai numerose[650]. Il testo latino fu uno dei primilibri stampati[651]. Ma non solo commentatori e traduttori, esso trovò anche imitatori in gran numero, sia quanto alla forma, sia quanto alla sostanza. Arrigo da Settimello lo imitò nel suo trattatoDe diversitate fortunae et philosophiae consolatione[652], Albertano da Brescia nel suoLiber consolationis et consilii. Pedro de Luna (Benedetto XIII) nel libro intitolatoVitae humanae adversus omnes casus consolationes, Giovanni di Tambacco nelDe consolationibus theologiae. Intorno al 1120 un benedettino francese per nome Eccard scrisse un trattatoDe Consolatione monachorum, dove la prosa alterna co' versi; e ad imitazione del libro di Boezio componeva Alano de Insulis il suoLiber de planctu Naturae. Brunetto Latini nella descrizione che della Natura fa nel Tesoretto imita quella che della Filosofia fa Boezio. Ma il monumento più singolare che della propria venerazione per Boezio ci abbia tramandato il medio evo, è quel curioso frammento di poema provenzale, parte parenetico, parte narrativo, a tutti i romanologhi cognitissimo, perchè uno dei più antichi documenti romanzi sino a noi pervenuti, nel quale Boezio apparisce come un predicatore della parola di Dio e come un martire, e in cui era tutto forse riprodotto il trattatoDe Consolatione philosophiae. Di esso dovrò riparlare.
Tanta riputazione era nel medio evo fondamento più che bastante ad alzarvi sopra qualsiasi leggenda, massime poi quella che tramutava Boezio, tuttochè laico, in un dottore della Chiesa e in un santo. Cominciamo anzi tutto dall'esaminare questa leggenda, che ancora atteggiasi a storia, nella sua totalità, poscia ci faremo a considerare alcune particolarità e varianti caratteristiche di essa.
La formola sua più generale è la seguente: Boezio, strenuo campione a parole e a fatti della fede cattolica, incorre nell'ira di Teodorico, ariano e persecutor della Chiesa. Relegato, chiuso in un carcere, egli sostiene con cristiana rassegnazione gl'immeritati patimenti, e, da ultimo, suggella col sangue il martirio. L'anima sua è fatta partecipe della gloria e dei gaudii del paradiso. Tale è la forma sotto cui la leggenda ci si porge nellaDivina Commedia. Dante pone l'anima di Boezio nel Sole, dove dimorano l'anime beate dei dotti in divinità. L'autore delDe consolatione philosophiaeha compagni di beatitudine San Tommaso d'Aquino, Alberto Magno, Graziano, Pietro Lombardo, Dionigi l'Areopagita, Isidoro di Siviglia, Beda, e altri parecchi; ed è lo stesso San Tommaso, il principe dei teologi, che lo addita al Poeta:
Or se tu l'occhio della mente traniDi luce in luce dietro alle mie lode,Già dell'ottava con sete rimani.Per vedere ogni ben dentro vi godeL'anima santa, che il mondo fallaceFa manifesto a chi di lei ben ode.Lo corpo ond'ella fu cacciata giaceGiuso in Cieldauro, ed essa da martiroE da esilio venne a questa pace[653].
Or se tu l'occhio della mente traniDi luce in luce dietro alle mie lode,Già dell'ottava con sete rimani.Per vedere ogni ben dentro vi godeL'anima santa, che il mondo fallaceFa manifesto a chi di lei ben ode.Lo corpo ond'ella fu cacciata giaceGiuso in Cieldauro, ed essa da martiroE da esilio venne a questa pace[653].
Or se tu l'occhio della mente trani
Di luce in luce dietro alle mie lode,
Già dell'ottava con sete rimani.
Per vedere ogni ben dentro vi gode
L'anima santa, che il mondo fallace
Fa manifesto a chi di lei ben ode.
Lo corpo ond'ella fu cacciata giace
Giuso in Cieldauro, ed essa da martiro
E da esilio venne a questa pace[653].
Io non posso entrare in una discussione particolareggiata della leggenda, argomento già troppe volte trattato, ma bisogna che mi limiti a raccoglier qui le prove più convincenti e che più perentoriamente appunto dimostrano l'esser suo di leggenda[654]. Prima di ognialtra cosa è da osservare che i fatti asseriti in essa non sono indissolubilmente legati tra loro, e che non tutti rivelano egualmente a primo aspetto il loro carattere leggendario. Ciò che in essa si narra del martirio di Boezio è di sì notoria falsità che non ha mestieri di lunga confutazione. Lo stesso Boezio dà le ragioni della sua disgrazia. Egli fu da malvagi calunniatori accusato di tramare contro Teodorico, di essere desideroso di cose nuove, di serbare con l'imperatore Giustino secreta intelligenza. L'aver levato la voce in difesa di altri senatori accusati gli volse contro le ire del principe barbaro, ch'egli chiama bensìrex avidus communis exitii, ma non mai un persecutor dei cattolici. Boezio dichiara apertamente di soffrire per la causa della giustizia, non per quella della religione. La sua sola testimonianza basterebbe a sbugiardare la leggenda del martirio; ma ad essa si può aggiungere quella degli storici più antichi, provante come la leggenda non sorse subito, osorta, non subito si diffuse. Procopio, contemporaneo, dice assai chiaro nel l. I dellaHistoria Gothorumche Teodorico fece morire Simmaco e Boezio per false accuse di delatori invidiosi, i quali gli diedero a credere che i due senatori tramassero contro di lui: di motivi religiosi neppure un cenno. L'Anonimo Valesiano, il quale dovette scrivere non molto dopo il mezzo del VI secolo, parlando del supplizio di Boezio e di Simmaco, non dice nulla, egli cristiano, della loro fede cristiana, nè fa intendere in nessun modo che avessero per essa sofferto il martirio[655]. Gregorio di Tours e San Gregorio Magno non fanno nessun ricordo di Boezio martire; Beda non lo considera come tale nel suo Martirologio; e poichè questi scrittori conoscevano pienamente l'autore delDe consolatione philosophiae, il loro silenzio prova che essi nulla sapevano del supposto martirio di lui, o che se avevano notizia di una falsa tradizione, forse già nata, a tale riguardo, non le davano fede. Anzi quello di Beda, più che silenzio, si può chiamare a dirittura una testimonianza in contrario, giacchè di papa Giovanni, chiuso per ordine di Teodorico nelle carceri di Ravenna, e quivi morto, questo scrittore dice espressamente che diede la vita per la fede, mentre di Simmaco e di Boezio, la cui fine era stata molto più clamorosa e più tragica, dice soltanto che Teodorico li fece morire. Chè se la tradizione fosse stata già nota, o se avesse avuto in sè qualche argomento di credibilità, tale e tantaera sin da allora la riputazione di Boezio, che il martirio di lui sarebbe stato registrato solennemente, come fatto da onorarsene tutta la Chiesa. Nel l. VII aggiunto alle Istorie di Eutropio, Paolo Diacono chiama Simmaco e Boezio cattolici, ma non martiri[656]. Nella già citata versione anglosassone dei metri di Boezio attribuita ad Alfredo il Grande, e senza dubbio antichissima, si dice che il filosofo scrisse lettere all'imperatore di Oriente per invitarlo a rifarsi signore di Roma. Avvertito della trama, Teodorico lo fece rinchiudere in carcere. Adone di Vienna, nel IX secolo, è il primo che riconosca in Simmaco ed in Boezio due martiri[657]; ma nel secolo seguente Gerberto, nella riportata iscrizione, parla del consolato e degli studii e della preclara morte di Boezio; del martirio e della santità non fa motto. Anche dopo che fu cognita in tutta Europa, la leggenda del martirio non fu da tutti accolta e creduta[658].
Vediamo ora l'altra parte della leggenda se sia più plausibile. Senz'esser martire, Boezio potrebb'essere stato un fervente cristiano, un teologo di molta levatura, uno strenuo campione della ortodossia, e autore di opere teologiche importanti, degno in tutto d'essere tenuto un santo e venerato sugli altari. La quistione dell'autenticità degli scritti teologici di Boezio è evidentemente subordinata ad un'altra: Boezio fu egli, o non fu cristiano? Se non che sul valore della parolacristianobisogna intendersi prima di tutto. Nel senso più lato e generico, cristiano è chiunque abbia, mediante il battesimo, ricevuto il segno indelebile: nel senso più vero e proprio, cristiano è solamente colui che vive in ispirito nel dogma. Come fu cristiano Boezio? Che nella famiglia degli Anicii, a cui egli apparteneva, fosse antichissima e diffusa la professione della fede cristiana è certo; che Boezio fosse nato da genitori cristiani, e avesse ricevuto il battesimo, e fosse cresciuto nella fede, non v'è ragione di dubitare, anzi v'è ogni buona ragione di credere, e così ancora ch'egli visse ostensibilmente nel grembo della Chiesa, ed ebbe in Roma nome di cristiano. Ma altrettanto e più certo si è che egli fu cristiano solamente di nome, e che dedito in tutto alla filosofia, visse indifferente a qualsiasi religione positiva, e non ne professò nessuna nell'animo suo, sebbene le sue stesse dottrine filosofiche e il perdurante influsso della educazionericevuta lo dovessero piuttosto inclinare al cristianesimo che non al politeismo pagano. In nessuna delle opere, ond'è sicuramente riconosciuto autore, Boezio manifesta o indica come che sia la propria credenza religiosa; ma la maggiore e la più famosa tra quelle, il trattatoDe consolatione philosophiae, già col titolo prava che egli non ne aveva nessuna, o piuttosto che la filosofia era la sola religione da lui professata. Si ricordi in quali condizioni e perchè fu composto il libro della Consolazione filosofica. Perduti gli agi e gli onori, relegato, dubbioso della sua sorte, o già sicuro di prossima e trista fine, Boezio cerca conforto a tanto e così doloroso rivolgimento di fortuna. Che altro avrebbe potuto fare nel caso suo un qualsiasi, ancorchè mediocre cristiano, se non rivolgersi al Dio crocifisso, al consolatore degli afflitti, al redentore dei perduti, e cercare nelle promesse indefettibili di lui la virtù della rassegnazione e la speranza che mutano in trionfi le sciagure di quaggiù? A chi ricorre invece Boezio? Alla filosofia, a quella filosofia che il Vangelo aveva o sbugiardata, o resa superflua. In tutto il suo libro non una parola che accenni ai dogmi più solenni della fede, non un passo delle Scritture riportato, non il nome di Cristo segnato almeno una volta; tutta la inspirazione è filosofica e profana dal principio sino alla fine. E dovrem noi credere che con sì fatta preparazione si accostasse alla morte un cristiano fervente, un flagellatore dell'ariana eresia, l'autore di trattati trinitarii e cristologici? La incompatibilità dello spirito che informa quel libro e dello spirito cristiano fu già da gran tempo avvertita, e pose a dura prova più di un ingegno desideroso di toglier quella contraddizione. Sin dal X secolo Bruno, monacodi Corbia, commentandone un luogo, avvertiva trovarsi nel libroalcune cose contrarie alla fede cattolica, e fiutarvisi il velen dei filosofi[659]. Giovanni Sarisberiense lo loda, e ne commenda la lettura, ma dice schietto che esso non esprime il Verbo incarnato, ossia che non vi si trova dentro lo spirito cristiano. Il Glareano fu talmente colpito del contrasto che è fra il trattato dellaConsolazione filosoficae le presunte opere teologiche di Boezio che, ritenute queste per autentiche, dubitò non quella fosse apocrifa[660]; e il Bertius immaginò che il trattato dovesse avere un sesto libro, nel quale, se non fosse stato prevenuto dalla morte, Boezio avrebbe parlato della vita eterna, e si sarebbe dimostrato, qual era, cattolico[661].
Fatte delle opere tutte che vanno sotto il nome di Boezio due classi, l'una delle filosofiche, l'altra delle teologiche, si vede essere in questa la dimostrazione amplissima di una fede onde manca nell'altra qualsiasi vestigio. Se una singolarità così fatta possa avere plausibile spiegazione altra da quella che si ottiene negando recisamente l'autenticità delle opere teologiche, vegga chiunque ha piena la libertà del giudizio, e non è, o dagli interessi particolari di una Chiesa, o da una poco sennata sollecitudine della gloria di Boezio, tratto a fardi costui un teologo e un santo per forza. Dopo di che non fa mestieri ch'io entri nella critica speciale di tali opere, nè sarebbe questo il luogo da ciò. Chi vuol saperne di più in proposito, e vedere come i principii filosofici stessi annunziati nelle opere teologiche discordino da quelli professati nelle opere autentiche di Boezio, ricorra al libro già citato del Nitzsch. A maggior prova della falsità delle prime ricorderò solamente che Ennodio, Cassiodoro, Isidoro di Siviglia, Beda, non ne fanno parola, e che la più antica testimonianza che di una di esse si trovi è di Alcuino, e riguarda il libroDe unitate Trinitatis[662]. Come si può egli ammettere che quegli scritti, chiamati poi a tanta celebrità, rimanessero così ignoti, o così poco noti almeno, da non trovarsene fatta nessuna memoria per lo spazio di due secoli e mezzo circa, quanti ne corrono dalla morte di Boezio al tempo in cui Alcuino scriveva, mentre le altre opere del romano filosofo, non solamente erano conosciute, ma formavano anzi la base della coltura ed erano il sussidio massimo degli studii? Considerata la cosa anche sotto questo aspetto bisogna dire di necessità, o che le opere teologiche suppositizie furono composte a medio evo già fatto (VII-VIII secolo), o che, congettura più probabile, composte prima, esse furono attribuite a Boezio molto più tardi. Ma checchè sia di ciò, l'attribuzione delle opere in discorso, la quale mostra quanta fosse un tempo la fama di Boezio, ha mestieri essa stessa dispiegazione[663]. Indaghiamo come la leggenda della santità e del martirio di Boezio possa essere sorta, e tale spiegazione ci si porgerà da sè.
Tutti sanno che negli ultimi anni di sua vita Teodorico perseguitò i cattolici, e giunse a far morire in carcere lo stesso papa Giovanni. Questa persecuzione, la quale contraddice a tutta la sua precedente politica, fu la conseguenza quasi necessaria dell'accordo novamente stabilito nel 518 fra l'imperatore d'Oriente, che in allora era Giustino, e la Chiesa di Roma. Questo accordo poteva esser causa di molti pericoli per la dominazione gotica in Italia, che gl'imperatori d'Oriente sopportavano assai di mal animo. Teodorico era ariano. Egli scorse un segno precursore di maggiori offese nelle vessazioni ingiustificate a cui gli ariani andarono soggetti negli stati dell'imperatore. Tuttavia l'animo suo era inclinato alla conciliazione. Egli mandò suo legato a Costantinopoli lo stesso Giovanni a procacciarla; male pratiche non sortirono, qual che ne fosse la cagione, l'effetto desiderato da lui, ed egli, insospettito e inasprito, cominciò a dar opera alle minacciate rappresaglie. Di ritorno a Ravenna Giovanni fu rinchiuso in un carcere dove, l'anno 526, cessò di vivere. Egli passò per martire: ma ognuno può vedere che le ragioni le quali spinsero Teodorico a provvedimenti severi contro lui e contro la Chiesa furono, non già religiosi, ma politici. A quei provvedimenti non si può a rigore dar nome di persecuzione, ma è certo che persecuzione dovevano parere a coloro che in un modo o in un altro n'erano colpiti.
La disgrazia e la morte di Boezio, avvenuta, secondo la opinione più probabile nel 524, cadono appunto nel tempo di questa persecuzione, durante il quale era naturalissimo che agli occhi dei cristiani molti atti di Teodorico paressero avere per prima o per sola ragione l'odio contro la Chiesa. In Teodorico i cristiani non vedevano più il politico, il principe geloso del proprio potere, cui credeva, a torto o a ragione, minacciato; vedevano solamente l'eretico inteso a far trionfare a danno della Chiesa la propria credenza. Boezio era uno dei loro. Uomo d'illibato costume e di grandissima fama, qual altra colpa gli si poteva apporre, se non di essere cristiano, e qual altro scopo poteva aver Teodorico nel togliergli la vita, se non di privare la società cristiana di uno de' suoi membri più illustri? Ho detto già che Boezio in Roma doveva vivere ostensibilmente nel grembo della Chiesa; ben pochi del resto a quel tempo sarebbero stati in grado di penetrare il segreto della sua coscienza. Gli è assai probabile che fra gli stessi contemporanei moltissimi vi furono (non certamente i più colti e i meglioinformati) che considerarono la morte di Boezio come un martirio. Nel famoso dittico di Monza, reputato opera del secolo VI[664], si vede Boezio in atto d'uomo afflitto e sofferente, seduto sopra un letto, in carcere forse: nella mano destra egli stringe un rotolo su cui è scritto:In fide Jesu maneam; ai piedi ha una pergamena, che vuol essere la difesa sua contro Basilio, e il libro Deconsolatione philosophiae; nessuno dei libri teologici, che probabilissimamente non erano nati ancora[665]. Non v'è nulla in questa curiosa rappresentazione che direttamente accenni a martirio; ma l'aspetto tristo di Boezio, e la scrittura della difesa contro Basilio, mostrano che l'artista ha voluto rappresentare il filosofo dopo la disgrazia, e quelle paroleIn fide Jesu maneamrichiamano assai bene alla mente la condizione del martire che sollecitato a rinnegar la sua fede irremovibilmente vi persevera.
Così, senza dubbio, ebbe a formarsi il primo ordito della leggenda, la quale non tardò poscia ad avere il ripieno. Non è impossibile, e nemmeno improbabile, che i resti mortali di Boezio sieno stati raccolti da mani pietose, e deposti in luogo, se non illustre, almeno onorevole e sacro. Ciò che mille e mille volte erasi fatto per i corpi di martiri oscuri, sotto la dominazione di persecutoriefferati, si può credere che si facesse per quello di un uomo celeberrimo, sotto il dominio di un principe che fu d'indole mite e generosa, e che, se le storie non mentono, ebbe a pentirsi della commessa ingiustizia. Può darsi che sin da allora la tomba di Boezio, di cui Pavia si vanta posseditrice, fosse onorata di una certa venerazione; ma questa venerazione, per estendersi, per diventare un culto, abbisognava di certe condizioni che non le mancarono lungamente.
Finchè durò la dominazione gotica l'arianesimo ebbe favore ed appoggio; ma quella cessata, e succedutale la longobardica, l'eresia fu novamente depressa in Italia. Liutprando, grandissimo fautore del cattolicismo, ristaurò, o riedificò in Pavia l'antica chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro, e per accrescerle lustro e riputazione fece venir di Sardegna, e vi depose, il corpo di Sant'Agostino e di altri santi. Può darsi che il corpo di Boezio già riposasse in quella chiesa; può darsi che lo stesso Liutprando ve lo facesse trasportare da luogo meno onorevole; e quando a ciò fare non lo avesse indotto la opinione della santità di Boezio, altre ragioni potevano indurlo. Era atto di giudiziosa politica il denigrare quanto più fosse possibile il governo di Teodorico; e di quanto si abbassava la riputazione di costui, di tanto conveniva esaltare quella degli uomini che ingiustamente egli aveva fatto segno dell'ira sua. Con onorare Boezio s'infamava Teodorico. Un biografo di Boezio, il Barberini[666], narra sulla fede di un antico manoscritto,non mai fatto di pubblica ragione, che l'anno 722 Liutprando ritrovò il sepolcro di Boezio, con una iscrizione che or ora vedremo. Di che autorità fosse il codice in discorso, andato, sembra, smarrito, nessuno può dire: ma le testimonianze più antiche non fanno cenno di ritrovamento. Paolo Diacono dice bensì che Liutprando fece venire dalla Sardegna, devastata dagli Arabi, il corpo di Sant'Agostino; ma di Boezio non fa parola[667]. Ora, egli che altrove parla di Boezio come di un cattolico, se fosse vero quel ritrovamento, ne avrebbe dovuto, pare, saper qualche cosa, non potendosi ammettere che un tale fatto, il quale concerneva un uomo di tanta celebrità, potesse avvenire senza che se ne levasse rumore; e notisi che Paolo Diacono fu cresciuto ed educato alla corte di Pavia, e compose i sei libri dellaHistoria Longobardoruma Monte Cassino, intorno al 790, settant'anni circa dopo il supposto ritrovamento. Agnello, nel suoLiber pontificalis Ecclesiae Ravennatis, composto verso il mezzo del IX secolo, non dice altro se non che Boezio e Simmaco, uccisi insieme, furono insieme chiusi in un'arca che sussisteva ancora al suo tempo[668]. L'Anonimo Ticinense, nelDe laudibus Papiae, così parla della chiesa, dell'epitafio e del santo[669]: «Ecclesia S. Petri in Coelo-aureo, quam amplificavitLiutprandus Rex Longobardorum, atque dotavit. In qua jacet Corpus Beatissimi Augustini Episcopi Hipponensis Doctoris eximii, qui multas ibi virtutes ostendit; et corpora BB. MM. Luxorii, Ciselli, Camerini, Robustiani et Marci, nec non B. Apiani Episcopi et Confessoris, quae omnia translata sunt de Sardinia illuc cum corpore B. Augustini per dictum Regem; cujus Regis illic etiam Corpus quiescit translatum de Ecclesia S. Adriani per abatem Olricum. Item Corpus Severini Boëtii Philosophi viri Dei, qui in praefata Urbe exul a Roma Librum de Philosophiae Consolatione composuit, qui Liber manu sua conscriptus usque ad haec fere tempora ibi servatus est, et in hac Urbe ipso Boëtius trucidatus occubuit, sicut patet in versibus, in ejus tumulo scriptis qui sic dicunt:
Hoc in Sarcofago jacet ecce Boëtius arctoMagnus et omnimodo orando magnificandus homo.
Hoc in Sarcofago jacet ecce Boëtius arctoMagnus et omnimodo orando magnificandus homo.
Hoc in Sarcofago jacet ecce Boëtius arcto
Magnus et omnimodo orando magnificandus homo.
In fine vero sic scriptum est:
Qui Theodorico Regi delatus iniquoPapia senium ducunt in exilium.In quo se moestum solans dedit inde libellum,Post ictus gladio exiit a medio.
Qui Theodorico Regi delatus iniquoPapia senium ducunt in exilium.In quo se moestum solans dedit inde libellum,Post ictus gladio exiit a medio.
Qui Theodorico Regi delatus iniquo
Papia senium ducunt in exilium.
In quo se moestum solans dedit inde libellum,
Post ictus gladio exiit a medio.
Del ritrovamento non fanno ricordo nè il Gualla nella sua storia della Chiesa Pavese, nè il Sacco nella sua storia di Pavia; e però non si ha nessun buon argomento per asserire che il sepolcro di Boezio fosse stato interamente dimenticato in Pavia e che Liutprando lo ritrovasse.
Bensì è da ammettere che solo dopo la restaurazione della chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro, e la traslazione del corpo, o i nuovi onori avuti da Liutprando, Boezio cominciasse a fruire di una più ferma e larga riputazione di santità. L'epitafio di cui l'Anonimo Ticinense è il primo a riportare alcuni versi, e che altri altrimenti riferiscono[670], fu fatto porre assai probabilmente dallostesso Liutprando. Giulio Marziano Rota[671], il Barberini testè citato, e alcun altro, pretendono che sia anteriore; ma certo, mentre durava la signoria dei Goti non si sarebbero messe nell'epitafio di chi era accusato di aver voluto rovesciare quella signoria, le ingiuriose parole che vi si leggono contro Teodorico, e che così naturalmente vi trovavano luogo sotto un re longobardo. Inoltre è assai ragionevole il credere che Liutprando volesse onorare con nuovo e più solenne epitafio il sepolcro del filosofo e del martire. Se la iscrizione intera riportata testè in nota fosse autentica, essa conterrebbe la più antica allusione che si conosca alle opere teologiche di Boezio. Cominciò allora, come dissi, a diffondersi e a vie maggiormente confermarsi la opinione della santità di Boezio, il nome del quale fu da indi in poi registrato nei Martirologi e nei Cataloghi di Santi al 23 di Ottobre. L'attribuzione di opere teologiche fu una conseguenza logica di quella opinione, sia prima, sia dopo la più solenne canonizzazione seguìta per fatto di Liutprando. La santità di Boezio dalle sue opere autentiche non si sarebbe potuta rilevare, nè si sarebbe potuta trovare in esse la ragione del suo martirio. Era quasi necessario l'immaginare ch'egli avesse con opere di molta autorità, difendendo i dogmi della Chiesa cattolica e combattendo gli eretici, e in più particolar modogli ariani, provocata l'ira di Teodorico, e poichè nel medio evo (ne abbiam veduti sin qui troppi esempii), facilmente si dava qualità di reale a quanto s'immaginava, era assai naturale che quell'opere o prima o poi comparissero.
Tutte queste, a dir vero, son congetture; ma chi voglia spiegare in qualche modo la nascita della leggenda, e mostrare a chi è di contrario avviso che i fatti asseriti in essa possono essere intesi anche da chi non li ritiene per veri, è pur forza, mancando le testimonianze storiche, procedere per via di congetture. Ad ogni modo quelle che qui si sono prodotte potranno parere abbastanza plausibili, sorrette come sono dagli esempii conformi di molte altre leggende, e la stessa loro normalità e semplicità le farà parer più accettabili. Riepilogando in brevi parole il detto sin qui, si ha il seguente risultamento. Boezio, nato di genitori cristiani, battezzato, cresciuto nel grembo della Chiesa, era universalmente tenuto in concetto di cristiano, sebbene, dedito in tutto alla filosofia, egli fosse alieno da qualsiasi religione positiva. Caduto in disgrazia, e punito di ingiusta morte, nel tempo che Teodorico si era dato ad affliggere con atti ostili la Chiesa, fu creduto da quanti non erano in grado di meglio conoscere la ragion delle cose, che in Boezio fosse stato colpito il cattolico, e che la sua morte fosse stata un martirio. Tale opinione durò forse più particolarmente in Pavia, dove si può credere che gli avanzi di Boezio fossero stati onorevolmente conservati; ma non si avvalorò, non si diffuse, se non dopochè Liutprando ebbe procacciato nuovo lustro allaChiesa Pavese. L'attribuzione delle opere teologiche fu una conseguenza della opinione di santità[672].
Al Jourdain, di cui ho testè ricordato lo scritto, parve di dover ricorrere ad un'altra ipotesi, secondo che io penso, non necessaria. Il Boezio santo e martire non sarebbe l'autore delDe consolatione philosophiae, ma un altro, solamente con lui confuso. Nel secolo VI vi furono quattro vescovi che, come il filosofo, portarono il nome di Boezio, tra' quali uno che fu vescovo d'Africa, esiliato e morto in Sardegna. Il Jourdain crede che il corpo di costui sia stato trasportato, insieme con quello di Sant'Agostino e di altri santi, di Sardegna in Pavia, dove diede occasione alla leggenda. Egli sarebbe l'autore dei libri teologici attribuiti poscia al filosofo. Tale ipotesi, anzi tutto, non è necessaria, perchè parmi, o m'inganno, che il filosofo avesse tutte le qualità necessarie per trasformarsi in santo da se stesso. Altri scrittori latini abbiamo veduto compiere una trasformazione sì fatta, che ne avevano assai meno ragione di Boezio. Inoltre essa è poco probabile. Della morte e della sepoltura di Boezio si conservava memoria nel secolo VIII, come provano le testimonianze di Agnello e di Paolo Diacono, ed è difficile ammettere che lo scambio avvenisse con un vescovo omonimo sì, ma morto di morte naturale e sepolto in Sardegna. Del resto il dittico di Monza è sempre lìche prova nata la opinione della santità del filosofo un pezzo prima che avvenisse la supposta traslazione del vescovo. Che qualcuno dei libri teologici sia opera di costui può darsi, ma non vi è modo nè di affermarlo, nè di negarlo. Che il vescovo, ammessa la sua traslazione, abbia esercitato qualche influsso sulla leggenda del filosofo può darsi del pari, ma è del pari impossibile a provare. Lo stesso dicasi per San Severino vescovo di Colonia, riguardo al quale sono da notare due fatti molto curiosi, che potrebbero dare appiglio a facili congetture, e cioè che nel Martirologio dell'Usuardo egli è registrato al 23 di Ottobre, nel qual giorno abbiam veduto cadere appunto la commemorazione di Severino Boezio, e che ivi stesso si dice avere egli strenuamente difeso la sua Chiesa contro la infestazione dell'ariana eresia[673].
Veduto come, secondo probabili congetture, dovesse aver nascimento e crescere la leggenda di Boezio, vediamo ora sotto quale aspetto questa leggenda medesima ci si presenti in alcuno dei più antichi documenti che la raccolsero. Ho già parlato del frammento di poema provenzale, la cui composizione indubitabilmente risale al X secolo. Noi vi troviamo la leggenda della santità e del martirio di Boezio pienamente accolta e confermata. Dopo un breve esordio parenetico e morale, l'ignoto autore entra a narrare la storia di Boezio. Gli uomini erano pieni d'ogni tristizia, e Boezio, desideroso di correggerli, predicava loro, e li ammoniva che credessero in Dio, il quale aveva sofferto passione per essi, e tuttili avrebbe redenti[674]. Non fecero frutto le sue parole e i nemici suoi lo perdettero. Boezio fu di bella persona, e pieno di tanta sapienza che nessuno v'era in Roma che gli si pareggiasse. Egli era conte di Roma, e in tanta grazia appo l'imperatore Manlio Torquato (Mallio Torquator)[675], che in suo nome governava tutto l'impero. Ma morto il buon imperatore Manlio, ecco in Roma l'eretico Teodorico, il quale non credeva in Dio. Boezio, che aveva amaramente pianta la morte del suo primo signore, non volle riconoscere come tale il miscredente, non volle avere da lui l'investitura dei proprii tenimenti. Egli lo ammoniva anzi; ma Teodorico, pien di mal animo, mal sopportando le sue rimostranze, pensò al modo di disfarsi di lui. Egli simulò lettere dalle quali appariva che Boezio invitava i Greci a passare il mare, e a venirsi a prendere Roma, ch'egli avrebbe data loro nello mani. Accusato di tradimento, Boezio fu tratto nel Campidoglio in mezzo ai suoi pari e sottoposto a giudizio. Coloro ch'egli aveva più beneficato lo abbandonarono: egli fu condannato e chiuso in carcere. Lo stesso libroDe consolatione philosophiaeporge materia al resto delframmento, che, disgraziatamente, non passa oltre il verso 258. Senza dubbio il poema finiva con la narrazione della morte di Boezio, e forse con indicazioni, che per noi sarebbero state di molto interesse, circa la sepoltura e la canonizzazione.
Ciò che v'ha di più singolare in questo strano racconto, dove non è fatto nessun ricordo nè di Simmaco, nè del papa Giovanni, si è la combinazione abbastanza ingegnosamente procacciata degli elementi storici coi leggendarii: le cause apparenti della disgrazia di Boezio sono su per giù quelle stesse che la storia conosce, ma le vere sono la miscredenza di Teodorico e lo zelo del filosofo per la fede. NellaKaiserchronick, per contrario, ogni motivo religioso è soppresso, anche per Simmaco e per il pontefice[676]. Al tempo di Teodorico erano in Roma Boezio, Seneca (l. Simmaco) e un papa per nome San Giovanni. Questi tre mandarono messi all'imperatore Zenone, significandogli come all'onor suo disdicesse che un uomo di vili natali tenesse l'impero di Roma. I messi, colti per via, confessarono ogni cosa. Teodorico fece venire i colpevoli,chierici e laici, a Pavia, e gettatili in un carcere ve li fece morire di fame.
Passiamo ora a considerare alcune particolarità e varianti della leggenda, delle quali non ci si porse sin qui opportunità di discorrere. Io ho nelle pagine che precedono implicitamente accettata la opinione che fa di Pavia il luogo della relegazione, della morte, della sepoltura di Boezio. È questa la opinione più probabile epiù universalmente ricevuta[677]. La tradizione a tale riguardo è antichissima in Pavia, dove durò sino al 1584 una torre, chiamata Torre di Boezio, appunto perchè si credeva che in essa fosse stato chiuso il filosofo. In memoria, pare, dello ingiusto castigo ivi sofferto da lui fu chiamata anche Fraudulenta[678]. Ai tempi di Alessandro Neckam il sepolcro di Boezio era considerato come cosa da cui ridondava a Pavia grandissimo onore[679]. Ma, a tacere di alcune opinioni critiche di moderni[680],da parecchi si credette nel medio evo che Boezio fosse stato ucciso e sepolto in Ravenna, opinione evidentemente suggerita dal sapersi che nelle carceri di Ravenna era morto il papa Giovanni, e dalla tendenza della leggenda a stringere in un gruppo, e a far morire per le stesse ragioni, e quindi anche nello stesso luogo, Giovanni, Simmaco, Boezio. Agnello dice Simmaco e Boezio sepolti nella stessa arca in Ravenna, dove era anche sepolto il loro uccisore Teodorico. Balduino Ninoviense dice che Boezio fu relegato in Ravenna, e quivi scrisse il trattatoDe consolatione philosophiae[681]; e tale opinione fu ricevuta anche dal Tritthemio[682].
Intorno al modo della morte di Boezio corsero nel medio evo varie opinioni. Agnello, Freculfo, Paolo Diacono, Anastasio Bibliotecario, altri, lo dicono decapitato; l'Anonimo Valesiano racconta che Eusebio, prefetto della città di Pavia, per ordine di Teodorico sottopose Boezio a tortura, e tanto gli fece serrare intorno al capo una corda, che ne schizzarono gli occhi, e poi lo fece moriresotto il bastone, se per bastone dev'essere intesa la vocefustisqui adoperata dall'Anonimo[683]. Abbiamo veduto che, secondo laKaiserchronik, il papa Giovanni, Simmaco e Boezio furono fatti morire di fame. Anche qualche altra favola, men razionale, si spacciò e circa il modo, e circa la ragione della morte di Boezio. Giovanni da Verona, nella inedita suaHistoria imperialisne riporta una secondo la quale Teodorico non v'avrebbe avuto parte alcuna, e Boezio sarebbe stato libero in Pavia. Ecco le sue proprie parole[684]: «De huius morte diversi diversa scripserunt..... Alii dicunt quod dum Boetius esset Papie contigit quod inter duos fratres orta est pro patris hereditate dissensio. Cumque questio delata fuisset ad Boetium utpote iurisconsultum, secundum leges sententiam tulit, et uni fratrum victoriam litis, alteri vero perditionem iudicavit. Tunc frater qui succubuerat, missis satellitibus, Boetium quadam mane orantem in ecclesia beati Petri ad Celum aureum occidi fecit».
Era assai naturale che si cercassero nuove prove della santità di Boezio, e che nella biografia di lui s'introducessero nuovi fatti, inventati di pianta, ma che venivanomodificando il carattere dell'uomo come le fantasie e gl'ideali dei tempi portavano. Si sapeva che Boezio aveva sposato Rusticiana, figlia cristiana del cristiano Simmaco; ma questa non parve essere compagna abbastanza degna del teologo insigne e del martire venerato. Onde che s'inventò e gli si pose a fianco una Elpidia, sua prima moglie, figlia del senatore Festo, autrice di due inni in onore dei santi Pietro e Paolo, morta poco dopo il suo matrimonio, e sepolta come il suo sposo in Pavia. Secondo Ranulfo Higden questa Elpidia era nientemeno che figliuola del re di Sicilia. Ma un'altra cosa doveva stare più a cuore agl'inconscii favoleggiatori del medio evo. Boezio era un teologo, era un martire, ma non era un chierico. Ciò doveva parere sconveniente in tempi in cui, se non tutta la santità, almeno tutta la scienza era nei chierici. Bisognava che Boezio, console di Roma, e gran feudatario dell'impero secondo il poema provenzale, si rassegnasse a entrare in religione e a ricevere gli ordini. Nella Vita di San Placido martire, scritta da Gordiano Monaco, e interpolata da Pietro Diacono, si narra che Boezio, Simmaco ed altri uomini insigni di Roma recaronsi a Monte Cassino, e furono da San Benedetto ricevuti nella società dei suoi monaci[685]. Notisi che Boezio e Simmaco furono messi a morte tre anni prima che San Benedetto andasse a Monte Cassino. Gordiano fioriva intorno al 541, ed è difficile credere che a così poca distanza di tempo egli osasse spacciareuna fanfaluca così solenne; Pietro Diacono fioriva verso il 1120, e non è improbabile che l'onore della invenzione si appartenga a lui. Un bel pezzo dopo, il Tritthemio accoglieva la favola, temperandone tuttavia la soverchia assurdità[686].
La prova più evidente della santità è il miracolo, e la pietosa fantasia dei credenti era naturalmente tratta ad immaginare qualche miracolo a cui appoggiare la santità di Boezio. Tutti conoscono il prodigio con cui San Dionigi illustrò la propria morte, e sbalordì i suoi carnefici; a Boezio ne fu attribuito uno in tutto simile. Narra l'Anonimo Ticinense che il filosofo martire, decollato, si tolse la propria testa fra le braccia, e la portò dal luogo della decollazione sino alla Chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro. Francesco da Buti narra con più particolari come «andando (Boezio) una mattina a la chiesa, a la volta d'uno cantone li fu dato uno colpo tra 'l capo e 'l collo dai suoi emoli che ne mandò il capo, lo quale capo elli ricevè nelle sue mani e ripuoseselo in sul collo et andò alla chiesa, et tanto visse ch'elli si confessò et rimissesi nelle mani del sacerdote»[687]. In questa uccisione, come in quella di cui narra Giovanni da Verona, Teodorico non c'entra per nulla; il supplizio si muta in un assassinio; si noterà ancora che qui Boezio è libero di girar per Pavia, mentre, secondo la più vulgata tradizione, egli vi fu chiuso in carcere. Dice in fatti Francescoda Buti che Boezio era in Pavia relegato e posto in esilio dal re Teodorico. Il Gualla racconta anch'esso il miracolo, attenendosi alla versione dell'Anonimo Ticinense, che, secondo l'affermazione sua, sarebbe stata quella di antichissime cronache pavesi (pervetustis etiam Ticini cronicis attentantibus); ma fa ancor egli menzione dei ricevuti sacramenti. Giulio Marziano Rota vi mette qualche fioritura: richiesto dal carnefice chi gli avesse troncato il capo, Boezio rispose: Gli empii[688].
Se non fosse stata la leggenda della santità e del martirio, sufficiente di per sè ad occupare le fantasie, un'altra leggenda sarebbe forse sorta intorno al nome di Boezio, ancor essa molto consentanea ai gusti e alle tendenze del medio evo, quella cioè del sapere e del potere magico. Le ragioni da farla nascere non mancavano. Una delle accuse lanciategli contro dai suoi nemici si fu appunto l'accusa di magia, e da essa, come dalle altre, Boezio si difese. In una di quelle famose epistole scritte in nome di Teodorico[689], Cassiodoro fa a Boezio grandissime lodi pel suo meraviglioso sapere, gli raccomanda certi orologi da mandare a Gundibaldo, re dei Burgundi, ricorda un serpe e alcuni uccelli consommo artifizio dal filosofo fabbricati. L'autore del poema provenzale dice di lui: