No cuid qu'e Roma om de so saber fos;
No cuid qu'e Roma om de so saber fos;
No cuid qu'e Roma om de so saber fos;
e l'apocrifo libroDe disciplina scholarium, fa dire allo stesso Boezio come, per ragione di studio, passò diciott'anni in Atene. Facilmente dunque avrebbe potuto sorgere in Pavia, che si gloriava di conservarne le ossa, una leggenda di Boezio mago, come una leggenda di Virgilio mago era sorta in Napoli; ma a che sorgesse si opponeva il fatto universalmente conosciuto che in Pavia Boezio era stato relegato e chiuso in carcere e ucciso da ultimo. Con questa qualità di paziente male si sarebbe potuta accordare la qualità di mago: Boezio mago sarebbe come Virgilio uscito miracolosamente dal carcere e avrebbe delusi i suoi persecutori. Oltre di ciò, a lui santo la qualità di mago sarebbe stata oramai disdicevole; poteva ancora trasformarsi in mago il filosofo Boezio, il martire San Severino più nol poteva.
Abbiamo veduto quali, secondo la leggenda, furono gli ultimi casi del perseguitato; vediamo ora quale, secondo la leggenda medesimamente, fu la fine del persecutore. Questa fine, comechè da varii variamente narrata, è degna dei misfatti che la provocano; essa è sempre considerata come una giusta vendetta del cielo.
Notiamo anzi tutto uno stranissimo errore, ma tale tuttavia che a fronte della scienza storica del medio evo non sembrerà certamente eccessivo. Fredegario distingue il Teodorico che fece morire Boezio da un altro, di cui, facendo due persone di una, racconta la storia abbastanzaromanzesca. Di quel primo dice: «Theodoricus cum Papam Romae Apostolicum virum Joannem sine culpa morte damnasset, et Symmachum Patritium, nullis causis existentibus itemque trucidavit, ira percussus divina, a germano suo Gaiserico interficitur»[690]. Qui il fatto narrato è falso, ma semplice e naturale; Procopio comincia ad entrare nel meraviglioso. Racconta questo storico[691]che, dopo aver fatto morire Boezio e Simmaco, un giorno, a mensa, Teodorico credette di riconoscere nella testa di un gran pesce che i donzelli gli avevano posto dinnanzi, la testa di Simmaco, che lo guardava torva e minacciosa. Ammalatosi pel terrore, narrò ogni cosa al suo medico Elpidio, e, deplorando la commessa ingiustizia, in brev'ora morì. Procopio soggiunge benignamente che l'uccisione di Boezio e di Simmaco fu la prima e l'ultima ingiustizia da Teodorico commessa. Qui si parla di sola morte del corpo e non disperata; ma questa non doveva sembrare punizione sufficiente a quella Chiesa che serbava ancor viva la memoria delle offese ricevuto dal principe eretico, e la leggenda ecclesiastica inesorabile passa oltre a narrare della morte dell'anima. Teodorico dev'esser dannato. Gregorio Magno a cui, essendo pontefice, doveva sembrare immane la colpa del re che aveva osato rinchiudere e far morire in un carcere un vicario di Cristo, racconta[692], raccogliendolo da altre bocche, il caso di un solitariodell'isola di Lipari, che aveva veduto il papa Giovanni e Simmaco precipitar Teodorico nella bocca di quel vulcano. Ora è noto che le bocche dei vulcani erano universalmente credute nel medio evo spiracoli dell'inferno. Questa paurosa favola incontrò molto favore e si trova ripetuta da infiniti. Valafredo Strabone forse vi allude nel suo poemettoDe imagine Tetrici, quando dice:
Tetricus Italicis quondam regnator in orismultis ex opibus tantum sibi servat avarusat secum infelix piceo spatiatur Averno,cui nihil in mundo, nisi vix fama arida restat,quamquam thermarum vulgus vada praeparet olli,hoc sinc nec causa, nam omni maledicitur ore,blasphemumque dei ipsius sententia mundiignibus aeternis magnaeque addicit abysso.
Tetricus Italicis quondam regnator in orismultis ex opibus tantum sibi servat avarusat secum infelix piceo spatiatur Averno,cui nihil in mundo, nisi vix fama arida restat,quamquam thermarum vulgus vada praeparet olli,hoc sinc nec causa, nam omni maledicitur ore,blasphemumque dei ipsius sententia mundiignibus aeternis magnaeque addicit abysso.
Tetricus Italicis quondam regnator in oris
multis ex opibus tantum sibi servat avarus
at secum infelix piceo spatiatur Averno,
cui nihil in mundo, nisi vix fama arida restat,
quamquam thermarum vulgus vada praeparet olli,
hoc sinc nec causa, nam omni maledicitur ore,
blasphemumque dei ipsius sententia mundi
ignibus aeternis magnaeque addicit abysso.
I ripetitori al vulcano dell'isola di Lipari sostituiscono ora l'Etna, ora il Vesuvio[693]. A tal pena non fu condannato del resto il solo Teodorico; parecchi altri ebbero nella leggenda egual sorte, come, a ragion d'esempio, Bertoldo V, duca di Zäringen, e Attone, vescovo di Magonza[694].
Altri narrano d'altri castighi. Giovanni da Verona, in uno dei racconti che riferisce a tale proposito, fa cheTeodorico spiri l'anima in man dei demonii; ma prima descrive la morte sua spaventosa, prodotta da inaudito e formidabile morbo. Ricordati alcuni orrendi prodigi che avvennero circa quel tempo, egli così si esprime[695]: «Set omnipotens deus noluit pati ulterius ut fidei vere cultores deprimerentur. Nam tyrannus Theodoricus, mox ut sententiam contra catholicos dictavit, divina sententia punitus est. Statim enim gravissimo ventris profluvio egrotans, ad instar Arrii auctoris eius, intra triduum omnia viscera cum pulmone, iecore et splene et aliis precordis egessit, et die dominico, quo se credebat invadere catholicorum ecclesias, regnum finivit, et animam in manu demonum exalavit». Secondo certi racconti germanici, Teodorico non sarebbe mai morto, ma sarebbe solamente sparito in modo meraviglioso, e per virtù diabolica, di tra i viventi. In una delle redazioni dellaVilkina Saga[696], il prodigio è narrato nel seguente modo. Un giorno che Teodorico, essendo già vecchio, ma valido ancora, s'era bagnato nel luogo che da lui appunto prese il nome di bagno di Teodorico, uno dei suoi famigli gridò: «laggiù corre un cavallo nero di tanta bellezza e vigoria ch'io mai non vidi l'eguale». Udite tali parole Teodorico balza fuori dell'acqua, si copre alla meglio, e domanda che tosto gli sieno condotti il suo proprio cavallo e i suoi cani. Ma tardandoquesti a venire, egli salta sul cavallo nero, il quale tosto si mette a fuggire più rapido di un uccello. Lo insegue, ma indarno, con tutti i cani sguinzagliati, il miglior cavaliere della scorta. Teodorico, sentendo essere nel cavallo che lo invola alcunchè di soprannaturale, si sforza di scendere, ma non gli vien fatto. Il cavaliere da lungi gli grida: «Signore, perchè corri tu in cotal guisa, e quando farai ritorno?» e quegli risponde: «È il diavolo stesso che mi porta. Tornerò quando piacerà a Dio e alla Vergine Maria». Da allora in poi di Teodorico non s'ebbe più nuova; ma gli uomini di Germania dicono essersi risaputo per visioni, che Dio e la Vergine, cui egli ricordava nelle sue preghiere, gli usarono misericordia. Secondo un vecchio poema tedesco, l'Etzels Hofhaltung, ossia la Corte di Attila, Teodorico, per aver bestemmiato Dio, fu, vivo ancora, rapito dal diavolo sotto figura di un cavallo, e portato nella deserta Romania, dove dovrà combattere coi serpenti sino al giorno del giudizio[697]. Secondo un altro racconto tedesco,quando furono morti tutti gli eroi dei Nibelunghi, un nano si presentò a Teodorico e lo invitò a seguirlo. Questi andò con lui, e nessuno mai ha più saputo s'egli viva ancora, e in qual parte del mondo si trovi[698]. In alcuni luoghi di Germania il capo della Caccia furibonda, il Cacciatore selvaggio (der wilde Jäger), è Berndietrich, cioè Teodorico. In quella medesima forma appajono parecchi altri grandi colpevoli; ma anche Artù, Carlo Magno, Carlo V.[699].
In Germania la leggenda si mostrò in generale molto indulgente per Teodorico: l'eroe sparisce invocando i nomi di Dio e della Vergine; il suo castigo, non gravissimo, durerà sino al dì del giudizio. In Italia, come già per un esempio solenne abbiamo veduto, essa fu ben più severa. E non poteva non essere, giacchè là dove cresceva il grido della santità di Boezio, doveva crescere parimente l'infamia di Teodorico, e il desiderio di ottenere sopra costui più esemplare vendetta. La leggenda del cavallo diabolico e rapitore nacque probabilmente in Italia, d'onde passò in Germania, e quivi, incontrandosi con tradizioni d'altra natura, e nelle quali suona glorioso il nome di Teodorico, ebbe a temperar di necessitàil suo spirito d'odio e di vendetta. In Verona Teodorico era creduto figlio del diavolo, e la leggenda lo ricacciava all'inferno, ond'era uscito. NellaHistoria Imperialisdi Giovanni da Verona si legge a tale proposito il seguente curioso e notabile passo[700]: «Hic est Theodoricus, quem Veronenses appellant Diatrichum[701], de quo fabulose fertur a personis vulgaribus quod fuit genitus a diabolo, et regnavit Verone, et fecit fieri arenam veronensem; et postmodum, misso nuntio ad infernum, recepit a patre suo diabolo equum unum et canes, et dum hec munia Theodoricus accepisset tanto gaudio repletus est, quod de balneo in quo lavabatur, solum involutus linteamine, exiens, equum ascendit, et statim nunquam comparuit, set per silvas adhuc de nocte venari dicitur et persequi nimphas[702]». A canto alla porta di San Zeno in Verona è un antico bassorilievo il quale rappresenta e ricorda ancora questa fantastica avventura, sebbene i versi latini che l'accompagnanoe lo spiegano non contengano il nome di Teodorico[703].
La Germania faceva di Teodorico, il prode guerriero, uno degli eroi della sua epopea nazionale; ma in Italia la Chiesa, secondando il sentimento della nazione, faceva del principe barbaro ed eretico un dannato, e non ne lasciava posare le ossa[704], mentre innalzava all'onor degli altari il martire Boezio, detto l'ultimo dei Romani. Con Boezio trionfavano congiuntamente il cattolicismo e la romanità.