CAPITOLO XXI.L'impero nel medio evo.
La dimostrazione più solenne, e nel medesimo tempo più curiosa della potenza degl'influssi che Roma, o, per dir meglio, la memoria di lei, esercitava sulle credenze, sulle aspirazioni, sulla vita intera del medio evo, la porge il perpetuarsi della potestà imperiale in quella età, quando tutte le condizioni più necessarie della sua esistenza sono già da gran tempo mancate. Roma non è più che una ingente ruina; i popoli soggetti un tempo al suo dominio hanno fondato nuovi stati, nuove monarchie, e vivono indipendenti; della grande unità politica, procacciata a prezzo di tante fatiche e di tanto sangue, più non resta vestigio; non che la religione, la stessa civiltà di Roma è perduta; e pure l'impero, quell'impero sotto a cui Roma toccò il sommo della gloria e della potenza, continua a sussistere, quasi che la sua esistenza sia, per un arcano decreto della Provvidenza, fatto indipendente dal tempo e dallo spazio, e superiore a tutte le vicissitudini della storia.
Certo, quest'impero, di solito, non è che un'ombra, od un simbolo, ed i suoi mezzi materiali di dominazionenon rispondono in nessun modo al titolo amplissimo della ostentata sovranità. Ma ombra, o simbolo, esso serba tuttavia una meravigliosa potenza morale, che quanto meno si appoggia alla forza dell'armi, o degli ordinamenti, tanto più alto concetto fa concepire della virtù indestruttibile serbata dal nome e dalla tradizione di Roma. Dopo quella del pontefice, la dignità imperiale è la maggiore in terra, e non pure i principi, ma i popoli ancora se la contendono, e le emulazioni e le contese per cagion sua si susseguono sin verso il mezzo del secolo XVII. Pur di accrescere lustro e favore alla sua causa, a Cola di Rienzo pareva bello scoprirsi, o spacciarsi figliuolo naturale di Enrico VII di Lussemburgo[806]. L'impero è giudicato necessario alla vita del genere umano, starei per dire alla economia del creato, e per tosto avvedersi della parte che ebbe nella storia del medio evo basta ripensare un istante alle lotte secolari degl'imperatori e dei papi. Fantasma di signoria, esso durò lo spazio di mille anni[807]: secondo la leggenda non avrebbe dovuto finire altrimenti che col mondo soggetto ad esso. Tale vita gl'infondevano la tradizione romana e la coscienza della cristianità.
Cominciamo dall'esaminare alcune credenze che nel medio evo ebbero corso circa l'impero antico, e poi vedremoquali fossero i caratteri più spiccati del nuovo, e quali fantasie gli si raccogliessero intorno.
Abbiamo già veduto come per primo imperatore passasse comunemente Giulio Cesare[808]. Le eccezioni sono assai rare, e qui mi basterà di notare che Corrado Bottone afferma nel suoChronicon Brunsviciensium picturatum, scritto in dialetto sassone verso la fine del XV secolo, esservi stati prima di Cristo tre imperatori, Pompeo, Crasso e Giulio Cesare, i quali si divisero il dominio. Del resto l'impero romano era stato profetizzato già da Noè e da suo figlio Jonito, ed anzi Nembrot aveva mandato il proprio figliuolo Camese in Italia sperando così di poterlo assicurare alla sua discendenza[809]. Esso era l'ultimo dei quattro imperi simboleggiati dalla statua che Nabuccodonosor vide in sogno, e dalle quattro fiere di una delle visioni di Daniele[810]. Gli altri tre erano il babilonico, il persiano, il macedonico[811]. Il regno deiRomani corrispondeva alle gambe ferree della statua, perchè, siccome il ferro vince in durezza tutti gli altri metalli, così l'impero di Roma doveva vincere tutti gli altri imperi[812]. La potestà era discesa da un impero all'altro, e nel romano doveva rimanere sino al cominciamento del regno celeste, nel quale tutte le potestà della terra si sarebbero risolute[813]. Si scorge in questa immaginazione la tendenza generale del medio evo a far dell'impero una istituzione assoluta, superiore alle vicende storiche, soggetta sì a tramutar di sede, ma invariabile nella sostanza. NelloSpeculum regum[814]Gotofredo da Viterbo tesse la storia della potestà imperiale e dei lignaggi imperiali, che egli fa risalire sino a Nembrote ai tempi della umanità rinascente, dopo il diluvio. Nembrot regnò prima in Babilonia ed ebbe otto figliuoli, dei quali il primo, Crete, fu signore in Creta. Crete generò Celio, Celio generò Saturno, Saturno generò Giove. Ciò accadeva ai tempi di Abramo e di Isacco e di Giano, che fu primo re d'Italia. Giove usurpò il regno al padre, e dominò su tutti i re e tutti i popoli della terra. Da Giove, che fu, per valore e per sapienza, impareggiabile, vengono i Trojani, vengono i re, Alessandro Magno fra gli altri, vengono le leggi, la filosofia, l'arte della guerra, il trivio e il quadrivio. Roma e l'impero riconoscono i suoi principii da lui:
Iuraque mundana sunt a Iove condita clara;Menia Romana Iuppiter ipso parat.
Iuraque mundana sunt a Iove condita clara;Menia Romana Iuppiter ipso parat.
Iuraque mundana sunt a Iove condita clara;
Menia Romana Iuppiter ipso parat.
L'impero romano, a dispetto di tutti i travolgimenti, a dispetto delle stesse invasioni barbariche, non aveva patito interruzione: quello del medio evo consideravasi come la naturale e legittima continuazione dell'antico. Carlo Magno era un successore di Giulio Cesare e di Augusto; Filippo di Svevia prendeva il nome di Filippo II a causa di Filippo Arabo, che aveva regnato prima di lui[815]. Il cronista Freculfo esprimeva unaopinione da cui il medio evo tutto intero doveva scostarsi, quando giudicava chiuso l'antico ordine di cose e cominciatone un altro; e lo stesso dicasi del monaco di San Gallo, che considerava Carlo Magno quale signore di un nuovo impero[816].
Nè Carlo Magno, nè il papa Leone, intesero, come noto, di restituire un impero di Occidente distinto e separato dall'impero di Oriente, o piuttosto di restituire una potestà imperiale diversa da quella degl'imperatori greci. Per essi quella potestà è una e indivisibile. Allorchè Costantino VI, fanciullo ancora, fu deposto dalla propria madre Irene, il trono, non essendovi altro legittimo successore, fu di diritto considerato come vacante, e Carlo Magno fu dalle necessità stesse della propria politica tratto ad occuparlo[817]. Nè tale occupazione poteva parere illegittima, dappoichè per essa Roma tornava ad essere, almeno di nome, la sede di quella potestà che a lei per diritto assai più che a Costantinopoli apparteneva. Vedremo del resto or ora che altre ragioni di legittimità non mancavano.
Certo gli è cosa assai strana che il fatto clamoroso egravissimo del ritorno della potestà imperiale in Occidente ed in Roma, o, come si disse, della sua traslazione dai Greci ai Franchi, abbia lasciato così poche tracce nelle finzioni epiche del medio evo. Mentre numerosechansons de geste, per non guardare che alla sola letteratura francese, celebrano le gesta tutte, reali o immaginarie, di Carlo Magno, non ve n'ha nessuna che narri quel fatto, nemmeno episodicamente; e sì che la fantasia avrebbe potuto agevolmente arricchirlo di particolarità romanzesche e farne degno argomento di epica narrazione. La leggenda assai antica, e già sorta nel X secolo, di una spedizione, o di una prima crociata, condotta da Carlo Magno in Terra Santa, mostra questo principe in relazione con gl'imperatori di Oriente; ma non fa ricordo della traslazione della potestà imperiale. Narrando tale leggenda Benedetto del Soratte dice[818]che Niceforo, Michele e Leone, imperatori a Costantinopoli, sospettarono che Carlo Magno volesse privarli della signoria, là dove questi strinse con essi buona e salda alleanza. Ma di quel sospetto non è fatto ricordo nella pretesa Storia del viaggio di Carlo Magno a Gerusalemme, scritta in latino nell'XI secolo, probabilmente da un monaco dell'abazia di San Dionigi in Francia, e accettata poi comunemente per vera sino al Rinascimento[819]. NellaChanson de RolandOrlando, pressoa morte, enumera le imprese compiute per suo zio, e ricorda d'avere assoggettato al suo dominio anche Costantinopoli[820]. NellaKarlamagnus-Sagainvece si racconta che avendo Carlo Magno ajutato l'imperatore d'Oriente contro i Saraceni, questi per gratitudine, avrebbe voluto diventar suo vassallo, ma che Carlo non lo sofferse. Suo vassallo diventa invece davvero l'imperatore Ugone in un curioso poemetto francese assai noto, in cui è narrato, con particolarità ben diverse da quelle della leggenda più antica, un viaggio di Carlo Magno a Gerusalemme e a Costantinopoli[821]. Questo silenzio della leggenda sembra tanto più singolare quanto più viva si sa essere stata l'impressione che sull'animo dei contemporanei fece l'incoronazione di Carlo Magno in Roma. Basterà ricordare a tale proposito l'entusiasmo manifestato da Alcuino, il quale, prima che Carlo Magno assumesse il titolo d'imperatore e d'Augusto, affermava essere la imperiale la più alta potestà sulla terra, e il nuovo incoronato chiamò col nome significativo di Flavio Anicio Carlo[822]. Una solenne glorificazione del grande avvenimento si sarebbe senza dubbio avuta nelCarmen de Carolo Magnodi Angilberto detto Omero, se questo poema fosse compiuto, ciò che assai probabilmente non è. Giova tuttavia avvertire che nei poemi francesi Carlo Magno è detto indifferentemente re o imperatore.
NellaKaiserchronik[823]la traslazione dell'impero è narrata per disteso, ma in modo assai strano, e in tutto contraddicente alla verità storica. Possedeva l'impero il greco Costanzo (l. Costantino), figliuolo d'Irene, donna di grandi virtù. Una notte costei sognò di trovarsi, insieme col figliuolo, dentro una nave, in mare: la nave affondava e Costantino periva; ella riusciva a salvarsi, ma un orso la rapiva e la trascinava in un bosco. Dopo questo sogno, madre e figlio vanno a Roma, recando con se grandi tesori. Colmati delle loro liberalità i Romani li accolgono festosamente; ma, facinorosi e crudeli, tornano poi ben presto ai loro tristi costumi. È ucciso un senatore: Costantino fa decapitare due dei colpevoli; ma gli amici di costoro assaltano il palazzo, trascinano la madre e il figlio in un campo, e loro strappano gli occhi e tagliano il naso. Da allora la potestà imperiale fu tolta ai Greci per sempre[824]. L'impero era vacante. La corona fu deposta sull'altare di San Pietro, e i signori di Roma, adunatisi tutti insieme, giurarono di non più eleggere un imperatore del loro sangue. C'era allora una usanza, che i giovani di nobile lignaggio andavano a passare alcun tempo in corte di Roma, e quando vi avevano ricevuta la spada, ossia erano stati armati cavalieri, tornavano ai loro paesi. Un re possente, pernome Pipino, aveva due figliuoli, dei quali l'uno si chiamava Leone, l'altro Carlo. Leone, recatosi prima del fratello in Roma, v'era stato fatto papa; ma dopo alcun tempo, mosso da una voce che gli parla in sogno, Carlo chiede ed ottiene dal padre di andare a Roma ancor egli. Quivi giunto, è incoronato re, e parte dopo aver promesso al papa di fargli racquistare tutti i suoi diritti. Lui partito, i Romani prendono il papa e gli strappano gli occhi: in questa parte il racconto non si scosta troppo dalle storie e si riscontra, sino ad un certo segno col poema di Angilberto. Carlo torna verso Roma con un immenso esercito, occupa la città, punisce i colpevoli, e incoronato imperatore fa valere la sua potestà che gli era stata già prima annunziata da un angelo[825]. Carlo Magno fu il primo imperatore tedesco[826].
Anche secondo il racconto dellaKaiserchronikdunque Carlo Magno altro non è che il successore di Costantino VI, e successore tanto più legittimo in quanto che lo stesso Costantino ha sua sede in Roma. La continuità dell'impero non patisce eccezioni, nè allora, nè dopo. Vero è che, compressa l'effimera tracotanza di Crescenzio, Ottone III e Gerberto annunziarono pomposamente al mondo l'avvenuta ricostituzione dell'impero di Occidente; ma dicendo ricostituzione, essi intendevano dire che l'impero era stato reintegrato in tutti i suoi diritti e intutte le sue prerogative, e non pensavano che fosse cessato mai[827].
Ma la traslazione dell'impero dai Greci ai Franchi, dai Franchi ai Germani, si legittimava anche con altri argomenti. Anzi tutto si poteva discutere se gl'imperatori di Oriente, inquantochè avevano nelle vene sangue greco, fossero, sebbene successori di Costantino Magno, imperatori legittimi. Il primo fondatore di Roma, e l'autore diretto dell'impero romano era Enea, Trojano. Roma era come una nuova Troja, naturalmente nemica dei Greci, e ripugnava che un Greco portasse la corona imperiale. Negli ultimi tempi si giunse a considerare l'impero greco come essenzialmente diverso dal latino, come contrapposto ad esso, e nella conquista che i Turchi, ancor essi, secondo la leggenda, di sangue trojano, fecero di Costantinopoli, si vide la tarda, ma giusta vendetta dell'eccidio di Troja[828]. Ma c'era di più. I Franchi, nei quali passava la potestà imperiale, erano anch'essi Trojani di origine, come tutte le genti germaniche in generale, e avevano ricevuto quel nome, che vuol dire audaci, combattendo e vincendo in servizio di Roma, gli Alani[829]. Da Troja erano usciti due gran lignaggi, il latino e il germanico: Carlo Magno apparteneva adentrambi, e per tal modo raccoglieva in sè tutto il diritto di cui Troja era come la prima sorgente. Nessun imperatore poteva essere più legittimo di Carlo Magno[830]. Gli è cosa degna d'essere notata che, mentre in antico non si credette punto necessaria agli imperatori la qualità di latini, nel medio evo si pose ogni studio a farli di sangue trojano, ch'era come dire di sangue latino.
Non solo Germani e Romani erano di una stirpe, eran fratelli, ma i principi di Germania erano più nobili di quelli di Roma, perchè, e per parte di padre, e per parte di madre, venivan da Priamo, mentre i romani venivano da Priamo soltanto per parte di madre[831].Ad essi dunque doveva spettare con preferenza l'impero. Ma non si dimentichi che al di sopra di tutti i diritti storici, veri o presunti, la coscienza cristiana del medio evo era condotta ad ammettere un diritto divino, la stessa volontà di Dio, a più riprese manifestata assai chiaramente, e in conformità della quale, secondo chiedeva la necessità dei tempi, l'impero doveva tramutarsi d'uno in un altro principe, d'una in un'altra gente. L'impero altro non era in sostanza che una delegazione di poteri divini, fatta con intendimenti speciali e pel raggiungimento di scopi determinati. Esso non era sorto, diciam così,causa sui, ma per preparare il mondo alla venuta di Cristo e alla diffusione delle nuove dottrine: sorto e costituito, esso non durava per fini suoi proprii, ma per tutelare la Chiesa e agevolarne il còmpito. Ogniqualvolta all'esercizio di così alta missione si addimostrava necessario il trasferimento, per ineluttabile decreto della Provvidenza il trasferimento avveniva[832].Nel già citato poema di Ugo d'Alvernia, e in altre versioni della medesima istoria, si narra come l'impero passasse ai Tedeschi. I Saraceni assediavano Roma. Il papa chiese ajuto ai Francesi, e non avendolo potuto ottenere, lo chiese ai Tedeschi, promettendo loro l'impero. I Tedeschi scendono in Italia, ma poco stante vi scendono anche i Francesi, mossi da Ugone. In Roma i due eserciti vengono alle mani, poi i Francesi sconfiggono da soli i Saraceni e liberano la Città Santa. Il papa, legato dalla fatta promessa, si trova in grande imbarazzo. Per consiglio di Ugone si commette alla fortuna dell'armi la decisione del piato, con questa condizione tuttavia, che non abbia la Francia in nessun caso a perdere la sua indipendenza. Combattono, da una parte, centocinquanta baroni tedeschi, fra cui Tommaso di Lussemburgo, dall'altra, centocinquanta baroni francesi, fracui Ugone. Si sterminano a vicenda, e al fine della pugna rimangono soli vivi, ma spiranti tutt'e duo, Tommaso ed Ugone. Ugone muore alcuni istanti prima, e l'impero tocca ai Tedeschi.
Ma i Francesi non si acchetarono mai ai decreti della sorte o della Provvidenza. Nel secolo XVI Guglielmo Postel, nella sua opera intitolataHistoire mémorable des expéditions des Gaulois, rivendica ai Francesi il primato, e sostiene che ad essi soli appartiene il legittimo impero; nel XVII l'Aubery, nel suo trattato intitolatoDe la prééminence de nos roys, et de leur préséance sur l'empereur et le roy d'Espagne, afferma soli legittimi imperatori essere i re di Francia. E pure della perdita essi non dovevano accusar che sè soli. Nel poema intitolatoLe Coronement Loeys[833]Carlo Magno, pieno d'anni e di gloria, desideroso finalmente di quiete, risolve di cedere la corona al figliuolo. Chiama costui in sua presenza, e ricordatogli quali sieno i doveri di un re, gli mostra la corona deposta sopra un altare e gli dice:
Fils Looys, vez ici la corone?Se tu la prens, emperere es de Rome.
Fils Looys, vez ici la corone?Se tu la prens, emperere es de Rome.
Fils Looys, vez ici la corone?
Se tu la prens, emperere es de Rome.
Ma l'imbelle Luigi, figlio indegno di tanto padre, vinto da sgomento, lascia cadere in terra l'emblema augusto che doveva recarsi in capo. I degeneri Carolingi noneran più fatti per tal fardello: giustamente sottentran loro gli Ottoni.
Voluto ed istituito dalla Provvidenza, deputato a tutelare la Chiesa e ad agevolare all'uman genere il raggiungimento degli alti suoi fini, l'impero assumeva un carattere peculiare di santità che molto ne accresceva il prestigio. Già i gentili ebbero il concetto della santità dell'impero; ma, naturalmente, un concetto molto diverso da quello che n'ebbero poscia i cristiani. Tertulliano riconosce quella santità, ma la deriva dall'ufficio che all'impero credeva fosse stato commesso dalla Provvidenza. Primo a farla palese al mondo e ad affermarla era stato lo stesso Cristo, che volle nascere e morire soggetto dell'impero, e disse: Date a Cesare quel che è di Cesare[834]. Questa testimonianza solenne sarà più tardi molto spesso invocata[835], e l'ammetteranno così coloro che fanno derivare l'autorità imperiale immediatamente da Dio, come coloro che la fanno derivare dal pontefice. Ma il titolo disantofu dato all'impero ufficialmente per la prima volta, a quanto pare, da Federico Barbarossa, e nella dieta di Roncaglia non mancò chi propose di dichiarare eretici coloro che all'impero non riconoscesserocarattere di sacro e di universale. All'elezione dell'imperatore, come a quella del pontefice, presedeva lo Spirito Santo, e Carlo Fabri dava per custodi ai sette Elettori dell'impero i sette angeli principali[836]. L'inviolabilità dell'impero, sebbene non fosse ammessa da tutti, era la logica conseguenza della sua santità[837], e come l'imperatore era il supremo gerarca temporale del mondo, così l'impero era la fonte di ogni diritto politico e civile.
Io non mi distenderò troppo lungamente, chè il soggetto mio nol comporta, a discorrere del concetto che il medio evo si fece della potestà imperiale, e delle dottrine che si escogitarono allora circa ai limiti di essa e al modo dell'esercizio. Ma alcuni rapidi cenni, più particolarmente intesi a richiamar l'attenzione sulla diversità che passava tra il concetto nuovo e l'antico, non saranno qui fuori di luogo.
Quando fu restituito, o, se così vogliam dire, traslato l'impero nell'800, la sovranità di Carlo Magno, procacciata con l'armi, si stendeva su buona parte dell'antico dominio di Roma. Il vasto e ben signoreggiato territorio era ottima base per novamente assidervi sopra la potestà imperiale, una potestà reale e concreta, non ideale ed astratta. Ma mutata in breve la condizione delle cose, guasta e disfatta, per colpa dei tralignati suoi successori,l'opera di Carlo Magno, l'impero non fu più che un'anima senza corpo, una volontà senz'organi. Fa meraviglia la sproporzione che passa sovente allora tra il diritto proclamato, e generalmente riconosciuto in teorica, e il potere reale di certi imperatori senza terra, senza denari, senz'armi, e a cui la stessa Roma, la metropoli nominale dell'impero, chiude in faccia sdegnosamente le porte. L'impero ridotto a tale, con le pretensioni larghissime e l'angustissima base, rende immagine di una piramide capovolta, che si regga per un miracolo di equilibrio, e che un soffio basti a mettere in terra. E pure esso dura per secoli, e attraversa i tempi più calamitosi e più difficili del medio evo. Gli è che una forza poderosissima, la forza delle credenze, lo sorregge e lo tutela.
Già da molti fu detto che il medio evo, età cui fece difetto in singolar modo la critica, non ebbe, come di molte altre cose non ebbe, un giusto concetto dello stato, e che tutta la sua politica fu una politica artificiale o chimerica, ignara, o sprezzante, della realtà storica o delle storiche necessità. Questa sentenza è vera, ma vuol essere temperata con una considerazione. Le idee onde essenzialmente si giova il medio evo per la costruzione delle sue dottrine politiche, non sono idee puramente fantastiche, vaganti fuori della vita, sono idee morali e religiose intimamente legate con essa, sono forze della coscienza e della storia. L'impero, quale la coscienza d'allora lo concepisce, non è una mera utopia, ed errerebbe di grosso chi volesse metterlo in fascio con la repubblica di Platone e con la Città del Sole del Campanella, o con altre sì fatte concezioni essenzialmentesubjettive di spiriti solitarii. L'impero non nega gli ordini esistenti, ma in parte si sovrappone ad essi, e in parte si compone con essi. Nel mondo, su cui esso deve esercitare la sovrana sua potestà, ci sono nazioni e principati e città, c'è la Chiesa madre dei credenti: esso a nessuna di queste cose sottentra, nessuna toglie di luogo, ma con tutte s'accorda pel raggiungimento di uno scopo che non è terreno. Non dimentichiamo che pel medio evo cristiano la politica non poteva essere intesa al solo conseguimento dei beni materiali e della prosperità temporale, ma doveva ancora adoperarsi pel conseguimento del sommo bene e della eterna felicità. Secondo la coscienza del medio evo l'impero doveva essenzialmente consistere in una potestà giusta e sovrana, investita di un alto còmpito morale, scevra d'ogni terrena cupidigia, regolatrice universalmente rispettata ed infallibile della vita del genere umano. Esso era una forma più alta di reggimento e di legge. Il suo diritto veniva da Dio e la forza materiale non era necessaria sanzione de' suoi precetti se non in quanto la tristizia dei tempi lo richiedesse; data una umanità più disciplinata e virtuosa, l'impero avrebbe potuto sussistere ed esercitare il suo officio senz'altra forza che quella della legge morale.Ad imperatorem totius orbis spectat patrocinium, dice Ottone di Frisinga[838]:Imperator est animata lex in terris, è detto in un documento del 1230[839]. S'intende pertanto come nel medio evo una potestà imperialenon sorretta da vasti dominii, non suffragata dalla forza dell'armi, potesse nulladimeno parer degna di riverenza e aver gran peso nelle cose del mondo. Nè si dica che ciò avveniva soltanto in virtù di una illusione degli spiriti, remota da ogni possibile realtà, giacchè il papato era lì per provare come una potestà puramente spirituale fosse in grado di estendere senz'altro ajuto sul mondo un formidabile ed incontrastato dominio[840].
Si vede quale divario corresse tra l'impero secondo il concetto antico e l'impero secondo il concetto del medio evo. Pei Romani dei tempi di Augusto e di Trajano l'imperium Romanorumera l'insieme delle province conquistate con l'armi, era la numerosa famiglia delle genti soggette ed obbedienti a Roma. La conquista era il suo principio e il suo diritto; la forza, l'opulenza, la gloria, erano gli aspetti e i momenti suoi principali; il fine massimo la esaltazione di una città il cui nome figurava tra quelli degli dei, o di un imperatore adorato sugli altari. Di un còmpito morale qualsiasi non si vede che Roma si desse gran fatto pensiero. Ciceroneparla della dominazione romana come se fosse piuttosto patrocinio che signoria[841], e Virgilio ricorda ai suoi concittadini la missione di civiltà e di giustizia loro affidata dal cielo[842]; ma questi erano pensieri che passavano per la mente di pochi, poeti o filosofi; la comune coscienza non se ne inspirava e gl'imperatori ben di rado mostrarono di ricordarsene. Ad ogni modo il còmpito morale di Roma non si estendeva oltre i limiti della vita presente e della storia: tenere in pace il mondo per amore o per forza dopo averlo soggiogato in guerra, imporre ai popoli vinti la lingua e la civiltà propria, gratificarli col titolo pomposo di cittadini romani, tali erano i più alti fini civili a cui l'antico impero potesse mirare. L'impero del medio evo a ben più arduo ufficio aveva a sobbarcarsi: esso doveva procacciare che gli uomini vivessero, non conformemente ad una legge sua propria, ma conformemente alla legge divina, e che i cittadini della terra diventassero cittadini del cielo. L'imperatore aveva, come il papa, cura d'anime. L'impero antico serviva a se stesso ed era lo strumento della propria grandezza; l'impero del medio evo serviva a Dio ed era un organo della Provvidenza.
Il medio evo spiritualizzò l'impero secondochè eradalla sua coscienza richiesto. La mente in cui il concetto di questo impero spiritualizzato appare più sublime e più chiaro è la mente di Dante. L'impero fu istituito da Dio a perfezione della vita umana; tale perfezione non si può ottenere senza la monarchia unica ed universale. Una è la umanità, uno il suo còmpito: due sono i fini a cui essa tende; l'uno la felicità terrena, l'altro la felicità eterna. Quel primo fine è necessariamente sottordinato al secondo, e la felicità terrena, la quale nasce dal buon reggimento e dall'ordinato e virtuoso vivere civile, in tanto solo è degna di essere procacciata in quanto agevola il conseguimento dell'altra. Senza il peccato dei primi nostri parenti, dal quale ebbe cominciamento ogni nostra sciagura, gli uomini di per sè avrebbero raggiunto l'uno e l'altro fine; ma pervertita la lor natura, essi abbisognarono di due guide sicure che li scorgessero a conseguirli. Queste due guide sono l'imperatore e il papa, entrambi istituiti da Dio con proprii e separati uffici, i quali ogniqualvolta si confondono insieme, sono causa di sciagura al mondo. L'unico imperatore dev'essere signore di tutta la terra; ma il suo dominio è piuttosto un dominio sovrano che un dominio diretto. Sotto la sua legge continuano a regnare i principi, la cui potestà e le cui azioni egli contiene dentro i limiti del diritto e della giustizia. Egli deve fare in modo che sieno serbate fra gli uomini la pace, la giustizia, la libertà, condizioni prime ed indispensabili della felicità terrena. La vacanza dell'impero è cagione d'irreparabile ruina; da un imperatore aspetta il mondo salute. Tale è la dottrina che Dante espone nel libroDe Monarchia, nel trattato IV delConvito, in alcunedelle sue epistole, in molti luoghi dellaCommedia, la dottrina che seguì e propugnò tutta la sua vita[843]. E la dottrina di Dante è ancora, in sostanza, la dottrina del Petrarca[844].
Qui si possono notare altre differenze tra l'impero antico e l'impero del medio evo. L'unità dell'impero antico nasceva da un fatto di conquista, dallo imporsi di una città e di una gente a tutte le terre e a tutti i popoli; l'unità dell'impero del medio evo si faceva risalire all'unità di Dio, e all'opera unica della redenzione compiuta in benefizio di tutti gli uomini. L'impero antico arrivava al concetto di umanità raccogliendo sotto una medesima legge le varie genti; l'impero del medio evo moveva dal concetto di umanità come da principio che lo spiegava e lo giustificava.
Ma se necessario alla salute dell'uman genere era l'impero, non meno necessario era il papato, a cui anzi si accordava volentieri, in ragione della qualità del suo ufficio, la preminenza. Imperatore e papa erano tutt'e due vicarii di Dio: dice Dante con frase pittoresca che le due potestà di Pietro e di Cesare si biforcavano daDio come da centro comune[845]. Nè i due grandi partiti, Ghibellino e Guelfo, negavano l'uno la potestà di cui l'altro era fautore: il loro contendere era solo circa i limiti rispettivi, e il grado d'entrambe. Federico II diceva che le due potestà, la sacerdotale e l'imperiale, erano state da Dio medesimo istituite sin dal principio per compiersi a vicenda[846]. I papi incoronavano gl'imperatori, e all'occorrenza si dichiaravan vicarii dell'impero vacante. Su molte monete del IX e del X secolo si vede da una parte l'effigie del papa e dall'altra l'effigie dell'imperatore. Finalmente è da notare che tra l'impero, quale il medio evo lo concepisce, ed il papato sono non poche somiglianze ed analogie: la gerarchia civile, con a capo l'imperatore, era modellata sulla gerarchia ecclesiastica, con a capo il papa.
Tuttochè per molti rispetti assai diverso dall'antico, l'impero del medio evo era pur sempre, e si voleva che fosse l'impero romano. Nè a torto così si voleva, giacchè se è lecito congetturare che una dottrina d'impero universale sarebbe sorta ad ogni modo nel medio evo, qualenaturale e necessario portato della coscienza cristiana, anche quando non ci fosse stato l'esempio dell'impero antico, è tuttavia difficile ammettere che quella dottrina potesse mai di per sè sola tradursi in fatto. Nell'impero romano del medio evo, esistente in realtà, ha grande e incontrastabile parte la tradizione romana[847]. Sieno quali esser si vogliano i travolgimenti e i mutamenti delle cose, sia qualsivoglia la nazione di colui sul cui capo sta la corona imperiale, l'impero, che non può perire, è e rimane sempre romano. Nel secondo libro dell'Africa il Petrarca introduce Scipione, il quale saputo come un giorno lo scettro imperiale verrà a mani di barbari, si duole di questa che gli sembra grandissima vergogna del nome latino; ma il padre lo conforta dicendo:
Depone, precor, lacrimaeque metumqueVivet honos Latius, semperque vocabitur unoNomine Romanum imperium[848].
Depone, precor, lacrimaeque metumqueVivet honos Latius, semperque vocabitur unoNomine Romanum imperium[848].
Depone, precor, lacrimaeque metumque
Vivet honos Latius, semperque vocabitur uno
Nomine Romanum imperium[848].
La traslazione della sede imperiale a Costantinopoli, se ai più parve nel medio evo un atto ragionevole e giusto, col quale si procacciava alla Chiesa la libertà e la sovranità necessaria, ad altri sembrò, com'ebbi giàoccasione di avvenire, un atto illegittimo, una solenne ingiuria fatta a Roma. E però nella restituzione dell'impero d'Occidente si vide e si salutò con gioja il ritorno della potestà imperiale nella sua propria e legittima sede. È vero che in questa sede essa non posò più mai, ma è pur vero del pari che ad essa ebbe sempre a tendere più o meno, e che con essa fu sempre in qualche modo legata. Roma è la metropoli nominale dell'impero, e in Roma gl'imperatori ricevono la corona. Anzi Ottone III e Lodovico il Bavaro ebbero in mente di fermar di nuovo in Roma la sede della suprema potestà civile. Nell'interno della corona imperiale era scritto il verso famoso:Roma caput mundi regit orbis frena rotundi, e la Bolla d'oro del 1356 prescriveva che gli elettori dovessero sapere il latino, e che non potesse essere eletto imperatore chi non avesse cognizione della lingua di Roma.
Tutti sanno con quanto ardore Dante rivendichi ai Romani l'imperial potestà[849]. Non usurparono essi, ma con ragione e diritto si tolsero l'impero del mondo. Il popolo romano fu, al pari di quello d'Israele, un popolo eletto da Dio, e questa elezione esso meritò per la nobiltà sua e per le grandi virtù. Dio stesso la fece manifesta con solenni miracoli, come quello dello scudo che ai tempi di Numa cadde dal cielo, e quello dell'oche capitoline che salvarono la rocca dai nemici, ed altri parecchi. In ogni tempo i Romani procacciarono il benedell'uman genere, anche con disagio e danno lor proprio, e furono egualmente remoti da cupidigia e da crudeltà. Parecchi popoli e principi tentarono in varii tempi di occupare l'impero, ma non venne lor fatto, giacchè non era la esaltazione loro nei disegni della Provvidenza, ma bensì quella dei Romani. Però chi nega che l'impero appartenga di pien diritto ai Romani contraddice alla manifesta volontà della Provvidenza. Nè diverso da Dante pensava e ragionava il Petrarca, a cui la potestà imperiale pareva inseparabile da Roma, e pareva danno massimo del mondo l'assenza da Roma così dell'imperatore come del papa. A Dante Roma senza Cesare rende immagine di una vedovella derelitta[850], e similmente al Petrarca Roma abbandonata ad un tempo dai suoi duesposi, dai suoi due lumi[851]. Nella canzone da Pietro o da Jacopo Alighieri indirizzata al papa ed all'imperatore si prega questi due nocchieri del mondo di rifermare in Roma la loro sede, e ci fu un'ora che Lodovico il Bavaro potè far concepire grandi speranze in Italia che la sede imperiale vi sarebbe stata rifermata davvero[852]. La fantasia popolare, che volentieri immaginacome esistente ciò che dovrebbe essere, traduceva in fatto quanto si desiderava dai più: in molti racconti popolari, come, ad esempio, nellaHistoria della Reina d'Orientedel Pucci, l'imperatore e il papa dimorano tutt'e due in Roma. Del resto, che l'imperatore fermasse novamente sua stanza in Roma era desiderio assai antico. In una sua poesia Anselmo il Peripatetico esclama:
Christe preces intellege, Romam tuam respiceRomanos pie renova, Vires Romae excita.Surgat Roma imperio Sub Ottone tertio![853].
Christe preces intellege, Romam tuam respiceRomanos pie renova, Vires Romae excita.Surgat Roma imperio Sub Ottone tertio![853].
Christe preces intellege, Romam tuam respice
Romanos pie renova, Vires Romae excita.
Surgat Roma imperio Sub Ottone tertio![853].
A Cino da Pistoja pareva che Roma non avesse più ragione di essere, dappoichè non reggeva più il mondo. In uno de' suoi sonetti egli dice:
A che, Roma superba, tante leggiDi senator, di plebe, e degli scrittiDi prudenti, di placiti e di edittiSe 'l mondo come pria più non correggi?
A che, Roma superba, tante leggiDi senator, di plebe, e degli scrittiDi prudenti, di placiti e di edittiSe 'l mondo come pria più non correggi?
A che, Roma superba, tante leggi
Di senator, di plebe, e degli scritti
Di prudenti, di placiti e di editti
Se 'l mondo come pria più non correggi?
Veduto così brevemente che cosa fosse l'impero del medio evo, e quali idee e quali sentimenti si facesse nascere intorno, facciamoci ora ad esaminare alcune particolarità curiose di quello che si potrebbe addimandare il suo apparecchio simbolico. E cominciamo dalla incoronazione dell'imperatore.
Normalmente la incoronazione doveva farsi in Roma, per le mani del pontefice, nella basilica di San Pietro. Lodovico il Bavaro contravvenne al diritto, e suscitò grande malcontento, quando nella Dieta di Magonza, adunatasi nel 1338, fece deliberare che a conseguire legittimamente la dignità imperiale la incoronazione in Roma non fosse più necessaria. Il rituale delle cerimonie era stabilito per consuetudine. Senza troppo distendermi a darne la descrizione, mi basterà riportar qui testualmente ciò che Benzone dice della processione imperiale: «Processio vero Romani imperatoris celebratur talibus modis. Portatur ante eum sancta crux gravida ligni dominici, et lancea Mauricii. Deinde sequitur venerabilis ordo episcoporum, abbatum et sacerdotum, et innumerabilium clericorum. Tunc rex indutus bysino podere, auro et gemmis inserto, mirabili opere, terribilis calcaribus aureis, accinctus ense, adopertus Frisia clamide, imperiali veste, habens manus involutas cyrothecis lineis cum anulo pontificali, glorificatus insuper diademate imperiali,
Portans in sinistra aureum pomum,Quod significat monarchiam regnorum,In dextera vero sceptrum imperiiDe more Iulii, Octaviani et Tiberii;Quem sustentant ex una parte papa Romanus,Ex altera parte archipontifex Ambrosianus.Hinc et inde duces, marchiones et comites,Et diversorum procerum ordines.
Portans in sinistra aureum pomum,Quod significat monarchiam regnorum,In dextera vero sceptrum imperiiDe more Iulii, Octaviani et Tiberii;Quem sustentant ex una parte papa Romanus,Ex altera parte archipontifex Ambrosianus.Hinc et inde duces, marchiones et comites,Et diversorum procerum ordines.
Portans in sinistra aureum pomum,
Quod significat monarchiam regnorum,
In dextera vero sceptrum imperii
De more Iulii, Octaviani et Tiberii;
Quem sustentant ex una parte papa Romanus,
Ex altera parte archipontifex Ambrosianus.
Hinc et inde duces, marchiones et comites,
Et diversorum procerum ordines.
Sic imperator incedit ad processionem; nulla humana lingua potest explicare talem gloriam tantumque honorem. Etc.[854]. A proposito delle vesti dell'imperatoredelle quali è qui fatta menzione, giova avvertire che, per quanto era possibile, si cercò di serbar loro l'antica foggia romana, e che in suggelli del X secolo si vedono ancora gl'imperatori effigiati con la tunica e il manto[855].
L'aquila, che Dante chiamapubblico segno e uccel di Dio[856], l'aquila romana, è pur sempre il segno e il simbolo dell'impero. Carlo Magno fece porre un'aquila di bronzo sul vertice del suo palazzo in Aquisgrana[857], e a cominciare da Enrico III lo scettro imperiale fu sormontato da un'aquila[858]. Narrasi nelLibro Imperialeche il primo ad usare di tal segno fu Giove quando cacciò Saturno, e noi abbiamo veduto che sino a Giove si facevanoda taluno risalire le origini dell'impero. Enea poi fu quegli che lo portò di Troja in Italia[859]. Armannino Giudice dice che Romolo e Remo lo tolsero per impresa[860]. Secondo Giovanni Villani Pompeo portò aquila d'argento in campo azzurro, Giulio Cesare aquila d'oro in campo vermiglio, Ottaviano aquila nera in campo d'oro, e come Ottaviano poi tutti gli altri imperatori[861]. Giova avvertire a tale proposito che nel medio evo si credette i Romani avere usato bandiere e stendardi simili in tutto a quelli d'allora. Descrivendo il bassorilievo che rappresentava il caso di Trajano e della vedova, Dante dice che ci si vedeva l'imperatore circondato di cavalieri, e che
l'aquile nell'oroSovresso in vista al vento si movieno[862];
l'aquile nell'oroSovresso in vista al vento si movieno[862];
l'aquile nell'oro
Sovresso in vista al vento si movieno[862];
dove qualcuno volle assai malamente correggere:l'aquile dell'oro. In un manoscritto francese della Biblioteca Nazionaledi Torino[863]un elenco dei re e degl'imperatori romani è accompagnato da una serie di miniature rappresentanti gli stemmi dei varii principi. L'aquila nera è a tutti comune, ma non così altre imprese e figure. Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, hanno sullo scudo un grifone rosso in campo giallo; Trajano, Adriano, Antonino Pio, Marc'Aurelio, Commodo, un grifone nero in campo bianco. Decio ha lo scudo a liste orizzontali bianche e rosse. Diocleziano ha per impresa una nave; Costantino il Grande un bucefalo bianco in campo rosso, e così ancora suo padre, i suoi figli e Giuliano l'apostata. Uno dei mosaici del Triclinio Lateranense a Roma rappresenta Carlo Magno in atto di ricevere dalle mani di Cristo la bandiera dell'impero, o l'orifiamma. Questa bandiera è rossa, ma l'aquila non vi figura. Durante il medio evo l'aquila imperiale fu sempre effigiata con una testa sola. Gioverà finalmente notare che neiPhisiologie neiBestiariidel medio evo si narrano dell'aquila molte meraviglie, tra l'altre questa, che quando essa è vecchia può ringiovanire immergendosi in un fonte che scaturisce dalle parti di Levante. L'aquila, che godeva di tal privilegio, e che, al morale, si considerava quale un simbolo di Cristo, era per tutti i rispetti degna di rappresentare l'impero sussistente in perpetuo e cristiano.
Ma una potestà così augusta quale si era la potestà imperiale, e così intimamente legata con tutto l'ordine delle cose, aveva mestieri d'altri segni ancora e d'altri simboli che figurassero e manifestassero l'alta sua dignitàe il provvidenziale suo officio. Facciamoci a dir brevemente qualche cosa dei principali.
Sotto il nome generale d'insigniasi comprendevano due classi di oggetti attinenti strettamente all'impero ed alla persona dell'imperatore, ed erano iclenodiae lereliquiae. Clenodia[864]erano più propriamente le insegne significative della imperial potestà, come la corona e lo scettro;reliquiae, certe reliquie di massimo pregio, le quali conferivano alla santità, e in pari tempo alla forza e alla stabilità dell'impero. Le insegne dell'impero si trovano ora sparse qua e là, a Vienna, a Parigi, a Roma, a Madrid, a Pietroburgo, a Milano, a Monza, a Palermo, in altre città ancora; ma per la più parte tuttavia sono rimaste in possesso della Casa d'Austria[865].
Grande era la importanza che alle insegne si attribuiva nel medio evo, nè un imperatore poteva considerarsi in legittimo e definitivo possesso del suo gradofinchè non le avesse ottenute. Lodovico il Pio, volendo, presso a morte, trasmettere in Lotario la potestà imperiale, fece a costui recapitare le insegne. Per contro si vide alcun principe pretendere alla imperial potestà solo perchè aveva le insegne in suo dominio[866]. Nel famosoChronicon Norimbergense, lodata grandemente la città di Norimberga, si dice: «Pallium enim, enses, sceptrum, ponia coronamque Karoli Magni Nurembergenses in eorum archivis observant, que in coronatione novi regis ob sanctitatem et antiquitatem auctoritatem prestant».
Gotofredo da Viterbo enumera sei insegne principali[867]: