Chapter 11

ut cecinit sensu verax Horatius iste,caetera vitandus lubricus atque vagus:Pallida mors aequo pulsans pede sive tabernasAut regum turres, vivite, ait, venio![558]

ut cecinit sensu verax Horatius iste,caetera vitandus lubricus atque vagus:Pallida mors aequo pulsans pede sive tabernasAut regum turres, vivite, ait, venio![558]

ut cecinit sensu verax Horatius iste,

caetera vitandus lubricus atque vagus:

Pallida mors aequo pulsans pede sive tabernas

Aut regum turres, vivite, ait, venio![558]

Elinando li imita in queiVers de la mortfamosi nel medio evo, e ingiustamente attribuiti a Thibaut de Marly[559]:

Mors, tu abas a. I. seul iorainsi le roi dedens sa torcom le poure dedens son toit[560].

Mors, tu abas a. I. seul iorainsi le roi dedens sa torcom le poure dedens son toit[560].

Mors, tu abas a. I. seul ior

ainsi le roi dedens sa tor

com le poure dedens son toit[560].

Le satire e le epistole di Orazio erano molto lettenelle scuole del medio evo, e assai più che non le odi e gli epodi. Tra i manoscritti Harlejani del Museo Britannico si conserva un Orazio dove le odi sono omesse. Ugo di Trimberg, nel suoRegistrum multorum auctorum, qualifica i primi dilibri principales, e i secondi chiamaminus usuales quos nostris temporibus credo valere parum; ma le odi e gli epodi imitava, narrando la vita, il martirio, la traslazione, i miracoli di San Quirino, Metello di Tegernsee nella prima parte dei suoiQuirinalia, composti nella seconda metà dell'XI secolo[561].

Uno degli annotatori dellaHistory of english poetrydel Warton afferma che nel territorio di Palestrina il popolo ha tuttora Orazio in concetto di mago possente e benefico[562]. Non mi riuscì di accertarmi della cosa; ma alcune parole del Petrarca, rilevate dall'Hortis[563], provano che una tradizione intorno ad Orazio continuava n vivere nel medio evo. Nel trattato della vita solitaria[564]il Petrarca ricorda certo campo che, dopotanto tempo, e tanti possessori mutati, conservava ancora il nome di Campo d'Orazio.

Dopo Virgilio il poeta latino più letto e più gustato nel medio evo fu certamente Ovidio, e che così avesse da essere s'intende di leggieri. Le Metamorfosi dovevan porgere pascolo assai gradito alla curiosità di tempi avidi di meraviglioso, e l'Arte amatoria e i Rimedii d'amore dovevano ottener molto credito in mezzo ad una società che dell'amore faceva quasi la principale occupazione della vita, e quando fioriva una poesia che non s'inspirava d'altro sentimento che dell'amore. Certo, per altra parte, le lascivie e le disonestà di cui riboccano i libri del Sulmonense, dovevano offendere il sentimento religioso, e provocare l'avversione degli spiriti timorati; ma noi abbiam già veduto, e vedremo ancor meglio fra poco, che con l'ajuto dell'allegoria si potevano coonestare molte cose, e ritrovare sotto la oscenità delle parole o delle immagini la moralità dei pensieri. Se non altro, l'allegoria era un velo, che, senza nasconderle, dissimulava alquanto le nudità, e permetteva ai ben pensanti di contemplarle senza rimanerne scandolezzati. Finalmente le stesse pitture troppo vive che abbondano nei versi del più facile fra i poeti latini, dovevano trovar molti ammiratori, e non tutti fra i laici:

Vivere Naso facit quando per ora jacit,

Vivere Naso facit quando per ora jacit,

Vivere Naso facit quando per ora jacit,

trovasi detto in una poesia dell'XI secolo, opera probabilmente di un canonico della cattedrale d'Ivrea, il quale non pare che avesse troppa inclinazione all'ascetismo[565].Del resto, per dare alle cose il loro giusto valore, non bisogna dimenticare mai che gli uomini del medio evo spesso pare non abbiano nessuna facoltà di discernimento, e che quel loro spirito farraginoso e fantastico di nessuna contraddizione si offende, di nessuna mostruosità si spaura, ma le cose più disparate accozza insieme e confonde, senza addarsene nemmeno. Spesso nei bassorilievi che adornano le chiese del miglior tempo dell'arte gotica si veggono ritratti soggetti oscenissimi. La festa dell'asino celebravasi in chiesa. Un frate poteva passare la mattinata a trascrivere con amorosa sollecitudine sulla pergamena un'elegia di Catullo, e l'ore dopo il mezzodì a copiare il salterio. E che dire di uno che in diciott'ore d'ininterrotto lavoro copiava iRemedia amorisdi Ovidioin onor della Vergine?Un frate sì fatto poteva ancora fiorire in pieno Rinascimento, nell'anno di grazia 1467, e lasciò il documento irrefragabile dell'opera sua[566].

Fra i dotti che frequentavano la corte di Carlo Magno Ovidio godeva di grandissima riputazione: parecchi loimitavano; uno di essi andava superbo del nome di Nasone, per il quale soltanto è da noi conosciuto. Come più si va innanzi e più la sua fama cresce, e v'è chi si studia di scolparlo di certe accuse e di farlo parere migliore che veramente non fosse. In un manoscritto della Biblioteca di Zurigo, nel versohoc est quod pueri tangar amore minus[567], ilminusfu mutato innihil, ed una mano pietosa notò in margine: «ex hoc nota quod Ovidius non fuerit sodomita[568]». Non è vero che Ovidio fosse uno scostumato. Vincenzo Bellovacense reca nel suoSpeculum historiale[569], un'amplissima raccolta diflores moralestratti da tutte le opere di lui, e Alars de Cambrai, annoverandolo fra i filosofi, dice:

Ovides li tresime estoitQui molt noblement se vestoitEt molt par fu de bones mors,En ses liures parla d'amors.

Ovides li tresime estoitQui molt noblement se vestoitEt molt par fu de bones mors,En ses liures parla d'amors.

Ovides li tresime estoit

Qui molt noblement se vestoit

Et molt par fu de bones mors,

En ses liures parla d'amors.

Corrado di Megenberg gli attribuisce uno dei versi famosi della IV ecloga che avevano procacciato a Virgilio la dignità di profeta di Cristo[570]. Gli scrittori ecclesiastici non si fanno scrupolo di citarlo: Fra Paolino Minorita, parlando nelDe regimine principum[571]della educazion dei figliuoli, a canto a una citazione dell'Ecclesiaste reca un esempio tratto da Ovidio. Al par di Virgilio il poeta degli amori poteva essere tolto a duce e a maestro: Brunello Latini, nelTesoretto, si fa da lui liberare dalla tirannia dell'amore; nelRomam des trois pelerinages, composto da Guglielmo di Guilleville nella prima metà del secolo XIV, Ovidio ammaestra l'autore circa le maggiori verità della fede. Un altro po' e anche Ovidio diventava cristiano.

Della celebrità che Ovidio godeva più particolarmente come poeta non fa mestieri arrecar molte prove. Abbiam già veduto che il Gower dà a lui la gloria di aver condotto a perfezione la lingua latina. L'autore delJüngere Titurel, volendo citare esempii celebri d'intelligenza, d'arte, di forza, cita Aristotile, Salomone, Ovidio, Ercole[572]. Ma Ovidio era anche annoverato tra i filosofi, e in unamoralitàolandese si parla di lui come se fosse un astronomo. Non sei tu, dice un personaggio allegorico all'uomo, stato creato col capo eretto per contemplare il corso del cielo che Ovidio ci fece comprendere?[573]nelle quali parole si trova facilmente la reminiscenza di un verso famoso del primo libro delleMetamorfosi.

Le favole intorno ad Ovidio sono assai scarse, quasichè le molte da lui narrate bastassero a far sazie le fantasie. Nel XIV secolo si mostravano in Roma gli orti eil palazzo di Ovidio[574], ma nessuna leggenda sembra esser nata loro d'attorno. Qualche solitaria fantasia solamente troviamo circa il nome e circa l'esiglio. In una breve poesia latina[575], dandosi un cenno della vita e delle opere del poeta, si dà anche ragione del nome: Publius indica la pubblica fama; Naso e Ovidius traggono origine dal naso e dal vedere[576]. Giovanni dei Bonsignori nelle sueAllegorie ed esposizioni delle Metamorfosi,scritte negli anni 1375-77, e più volte stampate, spiega altrimenti e con non meno libera fantasia: «Publio fu detto dal nome della sua chasa, che furono chiamati Publei, Ovidio fu detto dal suo proprio nome: tanto è a dire Ovidio quanto dicitore di tutte le chose del mondo intendono (sic) il mondo meritevolmente. Poi fu detto Nasone per ciò che si chome pello naso odoriamo ogni chosa, chosì Ovidio ogni chosa mondana volse odorare e sapere[577]».

Dell'esiglio del poeta si fa spesso ricordo, e non meno delle altre opere di lui erano conosciuti iTristi. Teodulfo ed Ermoldo Nigello, essendo in disgrazia, li imitavanonelle loro elegie; nel secolo XIII Albertino Mussato ne traeva un centone. Modoino nel suo già citatorescriptumafferma che Ovidio fu relegato ingiustamente:

Pertulit an nescis quod longos Naso labores,Insons est factus exul ob invidiam;

Pertulit an nescis quod longos Naso labores,Insons est factus exul ob invidiam;

Pertulit an nescis quod longos Naso labores,

Insons est factus exul ob invidiam;

ma altri la pensavano altrimenti. Curioso a tale riguardo è il racconto che si legge in una delle continuazioni della cronaca di Rudolf von Ems. Ovidio era cancelliere e primo scrivano di un re. Scoperta la colpevole amicizia di lui e della regina, il re lo fa mettere in una nave, gli fa dare, richiestone, penna, inchiostro e pergamena, e lo abbandona solo in balìa delle onde. La nave, tratta dai venti, vaga pei mari; ma intanto Ovidio scrive il libro di Troja, e riuscito ad approdare lo manda al re che gli perdona. Questo libro si chiamaOvidius de Pontus; scritto da prima inlingua pagana, esso fu tradotto poi in latino e in tedesco. Qui non si tratta, come potrebbe a primo aspetto sembrare, di una semplice confusione: un libro di Troja si trova attribuito ad Ovidio anche neiGesta Romanarumed altrove. Esso è, per avventura, quello stesso che si crede composto da un Bernardo Floriacense, vissuto nel X secolo, e che è sino a noi pervenuto col titolo diElegia de excidio Trojae. Brunetto Latini credette, pare, che Ovidio fosse stato, per ordine d'Augusto, rinchiuso in un carcere, giacchè, parlando dell'Ibis, così dice in un luogo del suoTresor: «Et sachiez que Ovides li très bon poetes, quant li empereres le mist en prison fist .i. livre où il apeloit l'empereor par le non de celui oisel; caril ne savoit penser plus orde creature». Non so poi come Brunetto conciliasse questa supposta invettiva dell'Ibiscon la sommessione servile espressa dal poeta neiTristie nelleEpistole dal Ponto, nè so del pari d'onde egli traesse quella curiosa notizia.

Ovidio non riuscì, come altri compagni suoi di poesia e di paganesimo, a entrare nel grembo della Chiesa, tuttochè Guglielmo di Guilleville lo facesse molto versato nelle dottrine cristiane. In certa novella latina[578]si racconta che due scolari si recarono una volta al sepolcro di lui per averne qualche ammaestramento,eo quod sapiens fuerat. Uno di essi domandò qual fosse il verso più efficace da esso poeta composto, e una voce gli rispose:

Virtus est licitis abstinuere bonis.

Virtus est licitis abstinuere bonis.

Virtus est licitis abstinuere bonis.

L'altro domandò quale fosse il verso peggiore, e gli fu risposto:

Omne juvans statuit Jupiter esse bonum.

Omne juvans statuit Jupiter esse bonum.

Omne juvans statuit Jupiter esse bonum.

Udite le risposte, i due scolari pensarono di pregare per l'anima del poeta; ma questi, essendo dannato, e conoscendo che a lui nulla giovavano le preghiere, gridò loro:

Nolo Pater Noster; carpe, viator, itor.

Nolo Pater Noster; carpe, viator, itor.

Nolo Pater Noster; carpe, viator, itor.

In questo racconto sono da notare due cose: la ragione dell'andata degli scolari al sepolcro, la quale presupponenon solo una grande scienza in Ovidio, ma ancora una certa potenza magica, a lui sopravissuta, e inerente in certo modo alle sue ossa, e il desiderio di riscattare dall'inferno l'anima del grande poeta. Anche qui ci si manifestano dunque le due principali tendenze con che la fantasia del medio evo si esercita intorno agli scrittori dell'antichità.

Non è proposito mio di discorrere qui partitamente della fortuna che Ovidio ebbe nel medio evo come scrittore, e di tener dietro alle vicende de' varii suoi libri. Altri attese già a tale studio importante con la erudizione e la diligenza che il soggetto richiede[579]: io mi terrò pago di alcuni rapidi cenni. Tutte le opere di Ovidio sono nel medio evo conosciute e citate, la più gran parte anche imitate e tradotte; il gran numero di quelle che a lui sono allora indebitamente attribuite fa testimonianza del molto favore onde gode il poeta[580]. I trovatori di Provenza, che della poesia latina avevano assai scarsa cognizione, citano Ovidio abbastanza spesso, e spessissimo lo citano i troveri francesi e i minnesinger tedeschi[581]: più di rado invece i lirici italiani del primo secolo. La sua celebrità viene principalmente dalleMetamorfosie dai libri amatorii: egli è in pari tempo la fonte inesauribile delle favole eil gran maestro dell'amore. Peire de Corbiac dice nel suoTezaur[582]:

Faulas d'auctors sai ieu a miliers et a cens,mais c'anc non fes Ovidis ni Tales lo mentens.

Faulas d'auctors sai ieu a miliers et a cens,mais c'anc non fes Ovidis ni Tales lo mentens.

Faulas d'auctors sai ieu a miliers et a cens,

mais c'anc non fes Ovidis ni Tales lo mentens.

Chi s'intendesse con questo Talete l'autore non so. Golia in quella curiosa visione da lui descritta nell'Apocalypsis, e già altrove ricordata, vede, fra molti altri antichi autori, anche Ovidio, lo spacciatore di favole,

Pascentem fabulis turbas Ovidium.

Pascentem fabulis turbas Ovidium.

Pascentem fabulis turbas Ovidium.

Ma contro ilfabularium Sulmonensem Ovidiumsi scaglia Guido de Columna nellaHistoria destructionis Trojae. Giovanni Lydgate, nel suo poema intitolatoThe temple of glass, descrive un tempio di vetro sulle cui pareti sono istoriati i casi di Medea e Giasone, di Adone e Venere, di Piramo e Tisbe, di Teseo, di Dedalo, insieme con quelli di Enea e di Didone, di Penelope, di Alceste, di Griselda, di Tristano ed Isotta, e d'altri parecchi[583]. Nella prima parte delPome del Bel FiorettoDomenico da Prato descrive una fonte di marmo istoriata. Accennate due di quelle storie il poeta soggiunge:

Molte più storie v'è ch'io non ho conte,D'Ovidio e de' poeti intorno intorno[584].

Molte più storie v'è ch'io non ho conte,D'Ovidio e de' poeti intorno intorno[584].

Molte più storie v'è ch'io non ho conte,

D'Ovidio e de' poeti intorno intorno[584].

NelRoman de Flamencasono ricordate le favole di Piramo e Tisbe, d'Ero e Leandro, di Cadmo, di Giasone, di Ercole, di Fillide e Demofoonte, di Narciso, di Orfeo ed Euridice, di Dedalo ed Icaro[585]: esse correvano per le bocche dei giullari.

DelleMetamorfosi, che andavano sotto il nome diOvidius magnus, omajor, in latino, diOvidio maggiorein italiano[586], diOvide le Grantin francese, si fecero assai per tempo versioni in francese, in tedesco, in italiano. LeMetamorfosierano tenute libro capitale, e Alfonso X di Castiglia dice nellaGrande e general historia[587]che esse erano pei gentili ciò che la Bibbia pei cristiani. Una vecchia traduzione francese, porta per titolo:La bible des poetes methamorphoze[588]. L'allegoria prestava compiacente il suo officio per dissimulare o attenuare l'impressione di quanto in esse poteva offendere gli animi onesti e morigerati. Già Teodulfo, vescovo di Orleans, uno degli uomini che più illustrarono la corte di Carlo Magno, credeva che in Ovidio, sotto le gaje e licenziose parvenze della favola, si nascondessero verità profonde, e Dante perseverava in talecredenza[589]. Moralizzare con l'ajuto dell'allegoria leMetamorfosifu, nel medio evo, occupazione gradita di letterati. Roberto Holkot, Pietro Berchorio[590], Filippo di Vitry, o piuttosto Cristiano Legouays de Sainte-More[591], Guglielmo di Nangis in vario modo vi attesero[592]. In Italia Dionigi da Borgo San Sepolcro compose sulleMetamorfosicerte tropologie che da Clemente VIII furono condannate. Un Giovanni Virgilio, che non so se sia tutt'uno col Giovanni del Virgilio amico di Dante, fece delleMetamorfosiuna esposizione allegorica[593], e una traduzione con allegorie ne dava Giovanni de' Bonsignori, più volte stampata[594]. Secondo quest'ultimo autore «Mettamorfoseosè nome grecho, e dicesi dameta, ch'è vochabol grecho, che viene a dire in gramaticha la scienza;morfoseoè anchora nome e vochabologrecho, e viene a dire in gramaticha latina mutato; e chosì rilieva in tutto trasmutazione».

Ma non tutte le favole di Ovidio maggiore piacevano a un modo; ce n'erano alcune assai più dell'altre conosciute e gradite, per esempio quelle di Narciso e di Piramo e Tisbe. Pietro Cantor, che morì nel 1197, dice, parlando in un luogo del suoVerbum abbreviatumdi certi preti che, recitata una messa, non ricevendo nessuna oblazione, tosto ne cominciano una seconda, e qualche volta una terza e una quarta: «Hi similes sunt cantantibus fabulas et gesta, qui videntes cantilenam deLandriconon placere auditoribus, statim incipiunt de Narcisso cantare: quod si nec placuerit, cantant de alio[595]». La favola di Narciso è ricordata da Guiraut de Cabreira, da Bernart de Ventadorn, da Peirol, nelRoman de Flamenca, nelRoman de la Rose, neiCarmina burana, dal Gower, dal Chaucer, dal tedesco Heinrich von Morungen ecc. ecc. Essa porge argomento a un racconto delNovellino, e ad una novella francese in versi[596]. In questa il soggetto è curiosamente accomodato al gusto romantico dei tempi: la mitologica Eco cede il luogo alla figliuola di un re, la bella Dana, che s'innamora del giovinetto Narciso, vedendolo un giorno tornar dalla caccia, a cavallo. Tutto lo svolgimento dell'azione è conforme alle tradizioni della letteratura amatoria e cavalleresca del tempo in cui scrisse l'autore[597].

La commovente storia di Piramo e Tisbe è ricordata da Guiraut de Cabreira, da Arnaut de Marueil, da Rambaut de Vaqueiras, da Elias de Barjois, da Peire Cardenal, da Arnaut de Carcasses, da Raimon de Durfort, nella tenzone di Rufian e Izarn, nelRoman de Flamenca, nelRoman de la Poire, neiGesta Romanorum, da molti poeti epici e lirici francesi italiani, tedeschi, inglesi. Essa aveva, come esempio, una gran forza nelle cose d'amore, e i nomi di Piramo e Tisbe si citavano insieme con quelli dei più fedeli e più illustri amanti, Ero e Leandro, Lancilotto e Ginevra, Tristano ed Isotta. Quanti non espressero, in una od in altra forma, il pensiero da Pier delle Vigne significato alla sua donna in quei versi:

E direi come v'amai dolcementePiù che Piramo Tisbe.

E direi come v'amai dolcementePiù che Piramo Tisbe.

E direi come v'amai dolcemente

Più che Piramo Tisbe.

Due poeti latini del medio evo la rinarravano in nuovi versi, la rinarrava il Chaucer, la rinarrava Dirk Potter, la rinarravano gli autori sconosciuti di un poemetto francese, di uno olandese, di una novella italiana[598]. Onorevole ricordo dei due amanti infelici fa il Boccaccio nell'Amorosa Visione[599]e nelDe claris mulieribusne rinarra la storia. Persin nelle chiese s'istoriava il lacrimevole caso. Nella cattedrale di Basilea esso si vedescolpito sulle quattro facce di un capitello, opera del secolo XII[600]. Può darsi del resto che anche in esso si scoprisse un'allegoria, giacchè il leone nel simbolismo cristiano è spesso figura del diavolo[601].

Anche la favola di Orfeo ed Euridice, la quale, oltre che da Ovidio, era stata narrata da Virgilio nel IV delleGeorgiche, fu molto conosciuta, e in parte per le medesime ragioni. Essa porse argomento a una novella francese in versi, a un poemetto inglese, a un poemetto popolare italiano molto volte stampato: l'Orfeo del Poliziano non cade qui in considerazione. Ma essa si prestava ancora meglio di molte altre alla interpretazione allegorica. Già Boezio, narrandola in fine del l. IIIDe Consolatione, se ne giova come di una parabola atta a fare intendere che l'anima, la quale vuole darsi a Dio, deve rinunziare al mondo, e non più rivolgere ad esso il desiderio e lo sguardo. In una versione francese del trattato De consolatione, opera probabilmente di un italiano, e scritta nel secolo XIV, il racconto di Boezio è stranamente alterato, ma in modo da farlo più conforme ai gusti di allora. Orfeo passa la vita a piangere sulla tomba della sua diletta Euridice. Una notte un diavolo gli apparisce, ed egli tosto domanda di poter andare con lui all'Inferno, per rivedere la sposa. Il demonio acconsente, gli fa da guida, e quando Orfeo ritrova nel tenebroso regno la sua donna, tutta la famiglia dei diavolisi smascella dalle risa al vedere i segni della sua incomposta letizia. Orfeo chiede di poter ricondurre seco la sposa, e i diavoli, che meditano di fargli una strana burla, glielo concedono, a patto che egli, Orfeo, non si volti indietro per nessuna cosa che veda, o che oda. Orfeo si parte insieme con la sposa, e la sua felicità non ha pari; ma i diavoli non tardano a suscitargli dietro un così spaventoso fracasso, che egli, sgomentato, si volta, e perde novamente il suo amore. Così parimente succede a coloro che in compagnia della loro donna, la Verità, se ne vanno verso il Paradiso, e cammin facendo si lasciano vincere dalla tentazione di rivolgersi novamente al mondo[602].

Molte altre delle favole narrate nelleMetamorfosisi trovano ricordate qua e là, in iscritture di diversissima indole, a far testimonianza della riputazione del libro. NeiGesta Romanorumsi moralizza sulla favola di Argo[603]. Quella di Dedalo ed Icaro, che pure si prestava molto bene alla moralizzazione, è ricordata da Guiraut de Calanson, da Richart de Barbezil, da Bertran de Paris, nelRoman de Flamenca, nelRoman de la Rose. La storia romantica degli Argonauti doveva andar molto a genio all'uditorio dei giullari. Essa è ricordata spesso, e anche nelFierabras, dove si fa del Colco un'isola:

l'ille de Corcoil, dont on a moult parlé,Là ou Jason ala, là û fu endité,Por l'ocoison d'or fin, ce dient li letré[604].

l'ille de Corcoil, dont on a moult parlé,Là ou Jason ala, là û fu endité,Por l'ocoison d'or fin, ce dient li letré[604].

l'ille de Corcoil, dont on a moult parlé,

Là ou Jason ala, là û fu endité,

Por l'ocoison d'or fin, ce dient li letré[604].

Benoit de Sainte-More la narra nelRoman de Troye. UnaHistoria di Giasone e Medea, poemetto popolare di 124 ottave, fu stampato la prima volta in Firenze nel 1557[605].

Ma la riputazione maggiore Ovidio la godeva come autore dei libri amatorii; egli era nelle cose d'amore autorità indiscutibile. Gli è per questo che Alano de Insulis lo chiamaAmorigraphus[606]. Ovidio era il maestro a cui doveva ricorrere chiunque desiderasse d'intendere addentro le secrete arti d'amore. Già neiDisticha Catonissi dice:

Si quid amare libet vel discere amore legendoNasonem petito.

Si quid amare libet vel discere amore legendoNasonem petito.

Si quid amare libet vel discere amore legendo

Nasonem petito.

E questo consiglio si ripete naturalmente nelle traduzioni. Brunetto Latini nelTesorettomette in mostra anzitutto il poeta degli amori:

Vidi Ovidio maggiore,Che gli atti dell'amore,Che son così diversi,Rassempra e mette in versi;

Vidi Ovidio maggiore,Che gli atti dell'amore,Che son così diversi,Rassempra e mette in versi;

Vidi Ovidio maggiore,

Che gli atti dell'amore,

Che son così diversi,

Rassempra e mette in versi;

e Don Amor dice all'Arciprete di Hita[607]:

Si leyeres Ovidio el que fue mi criado,En él fallaràs fablas, que le hobe yo mostrado,Muchas buenas maneras para enamorado.

Si leyeres Ovidio el que fue mi criado,En él fallaràs fablas, que le hobe yo mostrado,Muchas buenas maneras para enamorado.

Si leyeres Ovidio el que fue mi criado,

En él fallaràs fablas, que le hobe yo mostrado,

Muchas buenas maneras para enamorado.

Francesco Imperial, in una poesia composta nel 1405 per la nascita dell'infante che poi fu Giovanni II re di Castiglia, augura tra l'altre cose al fanciullo di esseremas sabidor de amor que Nason[608].

Chi aveva letto i libri amatorii del Sulmonense non poteva essere ignorante della scienza d'amore; l'una cosa escludeva l'altra. Gli è per ciò che in certa poesia italiana, fatta tutta, ad imitazione di certe poesie provenzali, di concetti contraddittorii e di versi contrapposti, l'anonimo autore per dare ad intendere com'egli abbia il cervello a soqquadro, dice fra l'altro:

E de l'amore no' so dir ragione,Ed aggio letto verso dell'Onvidio[609].

E de l'amore no' so dir ragione,Ed aggio letto verso dell'Onvidio[609].

E de l'amore no' so dir ragione,

Ed aggio letto verso dell'Onvidio[609].

S'è visto che, per designare più particolarmente l'autore delleMetamorfosi, si diceva Ovidio maggiore. Quando si diceva Ovidio, senz'altro, pare s'intendesse più propriamente dell'autore dei libri amatorii. I versi testè citati danno di tale uso del nome un esempio, e Cino da Pistoja comincia un sonetto a Onesto Bolognese, dicendo:

Se mai legesti versi de l'Ovidi;

Se mai legesti versi de l'Ovidi;

Se mai legesti versi de l'Ovidi;

dove del nome di Ovidio si fa il medesimo uso.

L'Ars amandifu tradotta in tutte le lingue. In Francia essa fu tradotta e imitata più volte[610], e primo a tradurla fu nel XII secolo Chrestien de Troies, che diede pure una versione deiRemedia amoris, secondochè si rileva dalla sua stessa testimonianza[611]. Una versione italiana deiRemediafu fatta da Andrea Lancia nel secolo XIV[612], e di quel medesimo secolo forse è anche una versione anonima dell'Ars amandi, stampata la prima volta dal Riessinger in Napoli[613]. IRemediasi ritrovano, abbreviati, in un poema francese del secolo XIV, intitolatoLes èchechs amoureux[614], e molti degli ammaestramenti amatorii del poeta metteva in una specie difabliauun tal Guiart[615]. Le citazioni da tutti i libri amatorii sono innumerevoli. Veramente parrebbe che il medio evo, il quale escogitò quella sottilissima, e diciam pure fastidiosissima metafisica dell'amore che tutti sanno, non dovesse trovar troppo di suo gusto quei libri, fatti assai più in servigio della pratica che della teorica; e pure icorali amadorie ledonne finese ne beavano. In un poemetto olandese di Florio e Biancofiore, composto da Dideric van Assenede nelXIV secolo, si dice che i due giovani innamorati leggevano l'arte amatoria di Ovidio[616], e lo stesso si dice in una versione islandese in prosa di quella storia celeberrima[617], e nelFilocopodel Boccaccio.

Delle altre opere del poeta, tutte anch'esse molto conosciute, tralascio di parlare: noterò solo che neiMirabiliaiFastisono indicati col nome strano diMartyrologium Ovidii de Fastis.

Grande era dunque la riputazione di Ovidio; ma non poteva essere, da altra banda, che la molta disonestà dei suoi libri non desse argomento di avversione e di biasimo a parecchi. Sebbene più di un poeta cristiano dei primi secoli lo avesse, senza scrupoli, imitato quanto alla forma, la sostanza de' suoi versi repugnava troppo alla coscienza cristiana. Dice Sant'Isidoro nel trattatoDe summo bonoche il poeta pagano che più si deve fuggire è Ovidio: vero è che nemmen egli si tiene dal citarlo spesso. Così Cristina di Pisan, che pure nella sua epistolaau dieu d'amoursi giova con frequenza dell'Arte amatoria[618], raccomanda al proprio figliuolo di non leggere nè ilRoman de la Rose, nè quella:

Se bien veulx et chastement viureDe la Rose ne lis liure,Ne Ouide de l'Art d'amer,Dont l'exemple sert a blasmer.

Se bien veulx et chastement viureDe la Rose ne lis liure,Ne Ouide de l'Art d'amer,Dont l'exemple sert a blasmer.

Se bien veulx et chastement viure

De la Rose ne lis liure,

Ne Ouide de l'Art d'amer,

Dont l'exemple sert a blasmer.

Ma ben più innanzi era andata Maria di Francia, la quale nelLai de Gugemer[619]descrive una pittura dove è rappresentata Venere in atto di dare alle fiamme il libroDe arte amandi, e scomunicare chi lo legge, o ne segue gli ammaestramenti.

Vénus la dieuesse d'amur,Fu très bien mis en la peinture,Les traiz mustrez è la nature,Cument hum deit amur tenir,E léalement è bien servir.Le livre Ovide ù il ensegne,Coment cascun s'amour tesmegne,En un fu ardent les jettout;È tuz iceux escumengout,Ki jamais cel livre liraient,Et sun enseignement fereient.

Vénus la dieuesse d'amur,Fu très bien mis en la peinture,Les traiz mustrez è la nature,Cument hum deit amur tenir,E léalement è bien servir.Le livre Ovide ù il ensegne,Coment cascun s'amour tesmegne,En un fu ardent les jettout;È tuz iceux escumengout,Ki jamais cel livre liraient,Et sun enseignement fereient.

Vénus la dieuesse d'amur,

Fu très bien mis en la peinture,

Les traiz mustrez è la nature,

Cument hum deit amur tenir,

E léalement è bien servir.

Le livre Ovide ù il ensegne,

Coment cascun s'amour tesmegne,

En un fu ardent les jettout;

È tuz iceux escumengout,

Ki jamais cel livre liraient,

Et sun enseignement fereient.

Certo si è ad ogni modo che queste scomuniche di Venere fecero poco frutto.

Un poeta, ancor esso molto letto e molto amato nel medio evo, è Lucano. LaFarsagliaè allora tra i libri classici più conosciuti, e tutte le storie romanzesche di Giulio Cesare ne dipendono. Come gli altri poemi dell'antichità, essa va soggetta a rifacimenti, i quali tuttavia presentano questo di particolare, che l'alterazione fantastica del modello è in essi assai minore che in altri.Bensì, come ebbi già occasione di avvertire, si muta lo spirito generale dell'opera, che di avverso a Cesare diviene favorevole. Giovanni di Tuim e Giacomo di Forez, de' quali ebbi già a parlare, si dichiarano, e sono veramente in sostanza, semplici traduttori e continuatori di Lucano; anzi nei loro racconti sparisce pressochè interamente il poco meraviglioso che nel poema latino si trova, cosa certo abbastanza singolare. Così il passaggio del Rubicone è da essi descritto con la più grande semplicità. Cesare è trattenuto alquanto da difficoltà puramente naturali, giacchè «par les flueves et par les plueves cele riviere estoit fors issue de son canal[620]»; la famosa prosopopea di Roma è soppressa di pianta[621]. Nel XIV secolo laFarsagliasi traduceva in catalano[622]; alcune opere, come iFaictz des Romains, e iFatti di Cesareattingevano da essa e insieme da Sallustio, da Svetonio, da altri.

La celebrità del poema veniva essenzialmente dal soggetto in esso trattato; ma il medio evo non sarebbe poi stato in caso di avvedersi della inferiorità del suo autore di fronte ad altri poeti latini. Si sa che gli antichi non fecero grande stima di Lucano come poeta: Quintilliano disse di lui schietto schietto: «Oratoribus magis quam poetis annumerandus[623]». Tuttavia nel medio evo ci fu chi lo mise sopra Virgilio. Nel XIII secolo l'anonimo autore di una Vita di Sant'Osvaldo in versi latini, nomina, quali i tre principali poeti, Omero, Gualtiero di Chatillon e Lucano[624].

Il Benedettino Otlone, nato circa il 1013, morto nel 1072, o 1073, portava sempre, prima che prendesse in avversione gli studii profani, il suo Lucano con sè[625]. Onorio Augustodunense discerne quattro generi nella poesia, i quali sono Tragedia, Commedia, Satira e Lirica. Per tragedia intende, come comunemente s'intende nel medio evo, la poesia epica:Tragoediae sunt quae bella tractant; e volendo citare un esempio di questa poesia, cita Lucano[626]. Già altrove ho riportato il verso dell'Apocalypis Goliae:

Lucanum video ducem bellantium.

Lucanum video ducem bellantium.

Lucanum video ducem bellantium.

Eberardo Bituriéense si contenta di dire, paragonando Lucano e Stazio:

Lucanus clarae civilia bella lucernaeImponit, metro lucidiore canit[627].

Lucanus clarae civilia bella lucernaeImponit, metro lucidiore canit[627].

Lucanus clarae civilia bella lucernae

Imponit, metro lucidiore canit[627].

Alars de Cambrai pone Lucano pel quinto tra i filosofi:

Li quins est apeles LucansQui sot de musique et de cansEt a merveilles fu cortois,Cil savoit bien totes les lois.

Li quins est apeles LucansQui sot de musique et de cansEt a merveilles fu cortois,Cil savoit bien totes les lois.

Li quins est apeles Lucans

Qui sot de musique et de cans

Et a merveilles fu cortois,

Cil savoit bien totes les lois.

Anche Guiot de Provins lo pone nel novero dei filosofi, tra Virgilio e Stazio. Il Chaucer pare che lo consideri piuttosto come storico che come poeta, giacchè nella suaHouse of Famelo mostra sopra una colonna di ferro, in compagnia di parecchi storici. Per Dante Lucano è l'ultimo dei grandi poeti che ritrova nel Limbo[628].

Stazio non ebbe minor fama nel medio evo, e fu per giunta annoverato tra i santi. LeSelvenon si conobbero che assai tardi; ma laTebaidefu travisata al solito nelRoman de Thèbes[629], e nellaStory of Thebesdi Giovanni Lydgate, e largamente usufruita per la composizione dellaTeseidedal Boccaccio e delTemple of Marsdal Chaucer. Konrad von Würzburg, nel suo grande poema della guerra di Troja, attinse non poco dall'Achilleide[630]. NelCarmen de Ernesti Bavariae ducis fortuna, composto fra il 1206 e il 1233, Oddonedice che sullo scudo del duca Ernesto erano figurate le storie tebane[631].

Nel medio evo si credette comunemente che Stazio fosse nativo di Tolosa, cagionato l'errore dal confondersi il poeta col retore Stazio Surculo o Ursulo, come fa ancora il Boccaccio nella Vita del Petrarca. Dante e il Petrarca partecipano del comune errore. Nel già citato trattato manoscrittoDe vita et moribus philosophorum, quell'errore apparisce in buona compagnia, giacchè vi si legge: «Stacius autem Cecilius poeta socius et contemporaneus Ennii poetae, natione Gallus, Mediolani obiit. Huius est sententia ista, ut ait Agelius (Aulus Gellius?): Inimici pessimi sunt illari fronte et cordetristi. Hic duos filios habuit poetas metricos, scilicet Achimenidem (l.Achilleidem) et Thebaidem».

Tutti ricordano l'incontro di Dante con Stazio nel c. XXI delPurgatorio. Il poeta latino dice dell'esser suo, e narra poi nel canto seguente come dalla lettura della IV ecloga di Virgilio fosse tratto a credere in Cristo, e ricevesse il battesimo, benchè tenesse celata la sua fede. Si credette nel medio evo che, avendo voluto ammansare l'ira del gran persecutor di cristiani Domiziano, egli avesse pagato col martirio il suo zelo, ed era per questo annoverato tra i santi. NellaTebaidesi leggono due versi che dovevano molto andare a genio ai cristiani, e favorir l'opinione che il suo autore fosse nemico dell'idolatria:

Nulla autem effigies, nulli commissa metalloForma dei, mente habitare et pectore gaudet.

Nulla autem effigies, nulli commissa metalloForma dei, mente habitare et pectore gaudet.

Nulla autem effigies, nulli commissa metallo

Forma dei, mente habitare et pectore gaudet.

Dante è forse il solo che leghi ai versi famosi di Virgilio la conversione di Stazio; ma ciò facendo egli non seguitava una fantasia puramente arbitraria. NellaImage du monde[633]si accenna a conversioni operate appunto da que' versi:

Si ot de ceulx qui par lor sensProphetisierent le saint tempsDe la venue Ihesucrist,Si comme Virgiles qui dist,Qui fu au temps Cesar de Romme,Dont maint deuindrent puis preudomme,Dist qu'une nouuelle lignie,Etc.

Si ot de ceulx qui par lor sensProphetisierent le saint tempsDe la venue Ihesucrist,Si comme Virgiles qui dist,Qui fu au temps Cesar de Romme,Dont maint deuindrent puis preudomme,Dist qu'une nouuelle lignie,Etc.

Si ot de ceulx qui par lor sens

Prophetisierent le saint temps

De la venue Ihesucrist,

Si comme Virgiles qui dist,

Qui fu au temps Cesar de Romme,

Dont maint deuindrent puis preudomme,

Dist qu'une nouuelle lignie,

Etc.

Narra inoltre la leggenda che i tre pagani Secundiano, Marcellino e Veriano si convertirono al cristianesimo in virtù di que' versi famosi[634].


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