Chapter 27

253.Hist. eccl., l. III, c. 21.254.Hist. eccl., l. III, c. 25.255.Breviarium, l. X, c. 10.256.Historiarum, l. VII, c. 30.257.V.Sozomene,Hist. eccl., l. VI, c. 1.Ammiano Marcellinodice (Rer. gest., l. XXV, c. 6) che nell'esercito si credette l'imperatore essere stato ucciso da un cavaliere romano. La Chiesa si vendicò di quell'accusa facendo Libanio stesso cristiano e santo per giunta. Si narra che avendo Libanio, durante la spedizione di Persia, domandato un giorno per ischerzo ad un cristiano che cosa facesse il falegname padre di Cristo, questi rispose: Prepara la bara per il tuo imperatore (v.Teodoreto,Hist. eccl., l. III, c. 25). Poi si narrò ancora che Libanio conobbe in visione il miracolo di San Mercurio e la morte di Giuliano, il che fu causa della sua conversione. Di questa conversione si fecero appositi racconti, ed uno se ne ha in una raccolta di vite di Santi che manoscritta si conserva sotto il n. 498 nella Biblioteca di Corte a Vienna, ed è intitolata:De mistica satis revelatione et morte apostatae Juliani. Nel già citato mistero francese Libanio si fa eremita, e tutto acceso del desiderio di vedere la Vergine Maria, acconsente a lasciarsi strappare dall'arcangelo Gabriele entrambi gli occhi, purchè il suo voto sia appagato. La Vergine, compiaciuta dell'amor suo, gli rende la vista, e fra il canto degli angeli ne lo conduce seco in paradiso. V. anche una vita latina di San Basilio pubblicata nelFlorilegium Casinense, in appendice allaBibliotheca Casinensis, t. III, p. 209-10.258.V.Sozomene,Hist. eccl., l. VI, c. 2.259.V.Teodoreto,Hist. eccl., l. III, c. 24. Della morte di Giuliano ebbero ancora notizia miracolosamente Teodoro Tabennense e l'abate Pannone, secondo che narra il vescovo Ammone (V.Acta sanctorum, t. III di Maggio, p. 356).260.Vastata Ecclesia Persas in bella vocarat,Ac multis septus millibus ibat atrox:Cum subito arentes deserti ruris in agrosDevenit, et cuneos perdit ubique suos.Qua neque victus erat, nec fons, nec fluminis unda,Caumate sed nimio tota jacebat humus.Dumque fremens montes, valles camposque peragrat;Sicubi vel modico stilla liquore fluat;Incidit adversae condigno errore phalangesPerfossusque atra cuspide pectus obit.Ap.Migne,Patrologia latina, v. C. XIX, col. 257.261.V. gliActa sanctorum, l. II di Giugno, p. 944-5.262.Hist. eccl., l. VI, c. 2.263.Spec. hist., l. XV, c. 23.264.Cosmodr., aet. VI, c. 17.265.Ed. del 1495, dist. VIII, 81.266.Quella particolarità si ritrova, oltrechè nel già citato mistero francese, anche in una leggenda italianaDi Santo Basilio vescovo e della crudele morte di Giuliano Apostata, che sta fra certi miracoli della Vergine nel cod. Riccardiano 1284. Quivi si legge, f. 43 v., col. 2ª a 44 r., col. 2ª: «El settimo dì uno c'avea nome Libanio, ch'era stato prochuratore del maladetto Giuliano, tornando del canpo et del paese de Persia, entroe in Ciesaria, cioè nella città. Il quale prima infedele essendo et pagano, corse al vescovo et con grande divotione si fecie battezzare. E raccontoe al vescovo la morte di Giuliano, la quale egli avea veduta co' suoi occhi, et disse in questo modo: — «Essendo noi tutti accanpati e 'l canpo era fortissimo, et bene cerchiato intorno di cavalieri armati, intanto che neuno non potrebbe essere entrato nel detto canpo, nondimeno eccoti venire nel canpo uno valoroso cavaliere armato di tutte armi in presentia di tutto lo essercito, et mise tanta paura nel canpo che nullo fu ardito a contastarlo. E arditamente corse a Giuliano, et ficcogli una lancia nel corpo, et ucciselo, poi di subito sparve. El misero Giuliano, così percosso per divino giudicio, cadde in terra supino, ecc.» —267.Miracula Beatae Virginis, cod. della Laurenziana, pl. XII, 23, f. 95 v., col. 1ª a 96 r., col. 1ª.268.Ed. cit., v. I, p. 550-2.269.Anche Giovanni Malala, Sozomene, Niceforo, Filostorgio, ricordano la tradizione secondo cui Giuliano avrebbe dato colpa della propria morte al Sole, protettore dei Persiani. Gotofredo da Viterbo fa ancor egli che l'ordine a San Mercurio sia dato, non dalla Vergine, ma da Cristo.270.Orat. l. V. anche il supplemento delVisdelone delGalandallaBibliothèque OrientaledelD'Herbelot, p. 458 a.271.Cronaca, cod. dell'Universitaria di Bologna 432, f. 60 r.272.Historia major, ad. a. 1098.273.CosìBalduino Ninoviense,Chronicon, Collection de chroniques belges inédites, p. 617, Sicardo, altri. Sicardo non parla di San Basilio, ma solamente di un abate di certo convento; Ciriaco sarebbe statoquidam milesmartirizzalo da Giuliano.274.Annales, ed. cit., p. 471.275.Iuxta palatium fuit templum Iuliani apostatae Imperatoris, in quo fulgure mortuus fuit propter nequitias et tristitias quas faciebat.276.Pantheon, partic. XXII:Regis Romani cesum corpus IulianiPersarum rex Sapor ibi iubet excoriari,Cumque sibi corpus protraheretur, aitHoc corio faldistorium nobis ad honoremFiat ut eterno sit Roma subacta pudore,Legeque mancipii serviat ipsa dolens.Sit species corii, rubeo vicina colori,Indeque sit cathedra conformis et apta decori,Unde dolens poterit Roma dolore mori.277.Et de isto Juliano alia hystoria legitur quod eodem tempore surrexit dictus Julianus cum exercitu suo, bellum commisit contra Perses, et ambulavit dictus imperator in partibus Persie, qui cum ambulasset, et pugna conflicta victus tenetur Julianus imperator et afflictus vivus decoriatur ab extremo vertice usque ad ungulas pedum, et tinctus vermiculo idem omni tempore reges Persarum septem diebus dum pacem habuerint super corium Juliani congratulabantur. Giovanni d'Outremeuse confonde ed esagera al solito: Adont fut par forche pris l'emperere Julien l'apostate: se lo fist le roy (Sapor) tantoist loyer sor une tauble, et ly fist trois fois le jour it cascouno fois talhyer I corroie de cure de son dos, et puis le faisoit saleir de vive chals; ensi viscat-ilh sons boire et sens mangier III jours, en criant à hault vois, enssi qui dist sains Jerome: «Tu m'as vanqut, Jhesus de Galilée, tu as vanquut»; et puis il mourut et adont ly roy Sapor le fiat jetteir en la mer. Enssi morut Julien ly apostate, le VIIIejour de mois de septembre. Op. cit., V. II, p. 79.278.Nella già citata cronacaDe VI aetate mundi(cod. della Nazionale di Torino I, II, 22, f. 6 v., col. 2ª) si legge: «Finito ergo prelio rex Persarum, qui fuit victor, fecit capere corpus Iuliani et excoriare et de corio fieri pedale omnibus regibus de Persia usque hodie in vituperium Romanorum». Qui non si nomina Sapore, e nemmeno nellaLegenda aurea, dove è detto: «ab omnibus autem suis insepultus relinquitur (Julianus) et a Persis excoriatur et de corio suo regi Persarum substratorium efficitur». Nell'Alte Passionalsi parla similmente di un re di Persia che non si nomina.279.Fact. et Dict. memor., l. VI.280.Dittamondo, l. II, c. 13.281.Gregorio Nazianzeno;Teodoreto,Hist. eccl., l. III, c. 20;Niceforo,Hist. eccl., l. X, c. 35. V.Heumann,Dissertatio in qua fabula de Juliani imperatoris voce extrema «vicisti Galileae», certis argumentis confutatur, ejusque origo in apricum profertur, Gottinga, 1740.282.V.Sozomene,Hist. eccl., l. VI, c. 2;Filostorgio,Hist. eccl., l. VII, c. 15;Niceforo,Hist. eccl., l. X, c. 35;Efremionei Cesari, ap.Mai,Scriptores veteres, v. III, p. 13.283.Così nelloSpeculum Regum; nelPantheon, in luogo dell'ultimo verso, c'è:Sic miser interiit, tartara regna colens.284.Nella già citata leggenda italianaDi santo Basilio vescovo et della crudele morte di Giuliano Apostata, Libanio racconta ancora come Giuliano fu seppellito. «Allora i baroni et cavalieri suoi, perch'egli era stato inperadore, il portarono in Costantinopoli, et feciero fare una orrevole sepultura di marmo nella quale il seppellirono. E sì come de' sepolcri di cierti santi escie alchuno licuore et olio pretioso, così per contrario dalla sepultura di questo pessimo huomo escie pece greca bogliente et puzzolente, la quale arde et consuma quel corpo et quell'ossa misere continuamente».285.V. I, p. 80.286.Non so se da altri sia stato osservato mai che Dante, il quale pone parecchi imperatori romani in cielo, non ne pone nessuno all'inferno, dove pur trova luogo più di un pontefice. Solo Giulio Cesare è posto, non nell'inferno, ma nel limbo, con l'altra onorata compagnia. E sì che un Nerone, un Domiziano, e, secondo le opinioni del tempo, un Giuliano Apostata, all'inferno ci sarebbero stati come a casa loro. Questa non fu certo dimenticanza, ma volontaria omissione, della quale io non saprei quale altra ragione si potrebbe assegnare, se non il religioso rispetto di Dante per l'impero e per tutto quanto avesse attinenza con esso. E bisognerebbe inferirne che Dante rispettava più l'impero che non la curia in cuor suo.287.V. intorno a questo importante argomento, su cui non mi è lecito di fermarmi,Lalanne,Influence des pères de l'Église sur l'éducation publique,Parigi, 1850;Comparetti,Virgilio nel medio evo, v. I, p. 105-26.288.V.Fabriani,Sull'immortale beneficio dagli ecclesiastici recato alla letteratura conservandola nel medio evo, nelle Memorie di religione, di morale e di letteratura, t. XVI, p. 283-363, t. XVIII, p. 497-520. Cf.Pouchet,Histoire des sciences naturelles au moyen-âge, Parigi, 1853, p. 103 e seg.289.Sermo41,Opera, ed. Caetani, Lione, 1623, p. 296.290.Sancti Eligii vita, ap.D'Achery,Spicilegium, t. II, p. 77, ed. De la Barre.291.Et quia vicarii Petri et eius discipuli nolunt habere magistrum Platonem, neque Virgilium, neque Terentium, neque ceteros pecudes philosophorum, qui volando superbe, ut avis aerem, et emergentes in profundum, ut pisces mare, et ut pecora gradientes terram descripserunt: dicitis eos nec hostiarios debere esse, quia tali carmine imbuti non sunt. Ap.Pertz,Script., t. III, p. 687.292.Rerum Gallicarum Scriptores, t. X, p. 23. Questo racconto, sebbene già più volte riferito, merita d'essere qui testualmente trascritto, perchè contiene alcune indicazioni curiose che più direttamente riguardano l'Italia. «Quidam igitur Vilgardus dictus, studio artis Grammaticae magis assiduus quam frequens, sicut Italis semper mos fuit artes negligere ceteras, illam sectari. Is enim cum ex scientia suae artis coepisset inflatus superbia stultior apparere, quadam nocte assumpsere daemones Poëtarum species Virgilii et Horatii atque Juvenalis; apparentesque illi fallaces retulerunt grates, quoniam suorum dicta voluminum carius amplectens exerceret, seque illorum posteritatis felicem esse praeconem: promiserunt ei insuper suae gloriae postmodum fore participem. Hisque daemonum fallaciis depravatus, coepit multo turgide docere fidei sacrae contraria, dictaque Poëtarum per omnia credenda esse asserebat. Ad ultimum vero haereticus est repertus, atque a Pontifice ipsius urbis Petro damnato. Plures etiam per Italiam hujus pestiferi dogmatis sunt reperti, qui et ipsi aut gladiis aut incendiis perierunt».293.Johannes,Sancti Odonis vita, ap.Mabillon,Acta Sanctorum ordini Sancti Benedicti, sec. V, p. 154.294.Chronic., c. XLVI, ap.Tissier,Bibliotheca patrum Cistercensium, t. VII.295.Dist. VII, c. 30.296.E altrove dice (l. VI, cantico 10):El mi sa sì gran sapire,Che un per Dio voglia impazire,Che 'n Parigi mai vederePotria ugual Phylosophia.Son noti i due versi:Hoc est nescire, sine Christo plurima scire,Si Christum bene scis, satis est si caetera nescis.297.Isidoro di Siviglia dice nella suaRegula monastica, c. 8: «Gentilium libros vel haereticorum volumina monachus legere caveat: melius est enim, eorum perniciosa dogmata ignorare, quam per inexperientiam in aliquem laqueum erroris incurrere». Ottone (XI secolo) tuttochè benedettino ammoniva: «Gentiles libri non sunt ab eis religendi qui servire Deo statuerunt pectore toto» (Proverb., c. VII, ap. Pez,Thesaurus anecdotorum, t. III, parte 2ª, p. 498. V. anche il suoLiber metricus de doctrina spirituali, ivi stesso, p. 441).298.V. Comparetti, op. cit., v. I, p. 113-4.299.Non più così nei secoli che seguirono. V. il parallelo che fa tra i monaci più antichi e quelli del XIV secolo Riccardo di Bury nelPhilobiblion.300.V. intorno alle biblioteche dei chiostriPetit-Radel,Recherches sur les bibliothèques anciennes et modernes, Parigi, 1819:Heeren,Geschichte der classischen Litteratur im Mittelalter, Gottinga, 1822, v. I, p. 161-7, 193-7;Graesse,Lehrbuch einer allgemeinen Literärgeschichte, v. II, parte 1ª, p. 824 e seg.; Boutaric nellaRevue des questions historiques, v. XVII, p. 16-9. Nel suo poemaDe pontificibus et Sanctis Ecclesiae EboracensisAlcuino dà l'elenco degli autori le cui opere si conservavano nella chiesa cattedrale di York. Benchè assai noto, esso merita d'essere qui riportato.Illic invenies veterum vestigia patrumQuidquid habet pro se Latio Romanus in orbeGraecia vel quidquid transmisit clara Latinis:Hebraicus vel quod populus bibit imbre superno,Africa lucifluo vel quidquid lumine sparsit.Quod pater Hieronymus, quod sensit Hilarius, atqueAmbrosius praesul, simulque Augustinus, et ipseSanctus Athanasius, quod Orosius edit avitus:Quidquid Gregorius summus docet, et Leo Papa:Basilius quidquid, Fulgentius atque coruscant,Cassiodorus item, Chrysostomus atque Johannes;Quidquid et Athelmus docuit et Beda Magister;Quae Victorinus scripsere, Boëtius; atqueHistorici veteres, Pompejus, Plinius, ipseAcer Aristoteles, Rhetor atque Tullius ingens;Quid quoque Sedullus, vel quid canit ipso Juvencus,Alcimus, et Clemens, Prosper, Paulinus, Arator,Quid Fortunatus, vel quid Lactantius edunt;Quae Maro Virgilius, Statius, Lucanus et auctorArtis grammaticae, vel quid scripsere Magistri,Quid Probus, atque Phocas, Donatus, Priscianusve,Servius, Eulicius, Pompejus, Commenianus.Invenies alios perplures, Lector, ibidemEgregios studiis, arte et sermone Magistros,Plurima qui claro scripsere volumina sensu:Nomina sed quorum praesenti in carmine scribiLongius est visum, quam plectri postulet usus.301.Il Roman de Thèbescomincia con questi notabili versi, ai quali si potrebbero trovare parecchi riscontri:Qi sages est nel doit celer,Ains doit pour çou son sens mostrer,Que quant il ert du siecle alesTos iours en soit plus ramembres.Se dans Omers et dans PlatonsEt Vergiles et CiceronsFuissent lor sens ale celant,Ja n'en fust mais parle avant.Chrestien de Troies dice nelCliget:Par les livres que nos avonsLes fais des anciens savonsEt del siecle, qui fu iadis.302.V.Prantl, inSitzungsberichte der bayr. Akad. der Wissenschaften, philos.-philol. Cl., 1861, p. 14.303.Nell'inedito poema di Carlo Martello e di Ugo conte d'Alvernia, francese di origine (v. intorno ad esso un mio scritto nelGiornale di filologia romanza, n. 2, p. 92-110), Ugo, viaggiando per l'inferno in compagnia di Enea e di san Guglielmo d'Oringa (Guglielmo d'Orange, l'eroe di uno dei sottocicli epici francesi) giunge al Limbo, dove non è nè fiamma, nè altro tormento infernale. Ciò nullameno, le anime che vi stanno rinchiuse piangono amaramente, e fanno alti lamenti. Enea, il quale esercita qui l'ufficio affidato nellaDivina Commediaa Virgilio, dice al cavaliere (cod. della Nazionale di Torino, N, III, 19):Questo asembiamento che tu vedy ya presenteyn questo limbo sono de quela zenteche fono vivy anze lo batesmoe de tali ge n'è che pechà non feno,a un di presso come Virgilio dice a Dante. Quivi stassi anche Enea, di quivi Cristo trasse i patriarchi; se coloro che vi sono rimasti avranno mai grazia di uscirne e d'andare a miglior soggiorno è occulto pensiero di Dio. Notisi che tutta questa parte del romanzo, dove si narra il viaggio infernale di Ugo, è imitazione manifesta dellaDivina Commedia, ma imitazione sgarbata, e di uno che non solo non ebbe una favilla dell'ingegno poetico di Dante, ma non ebbe nemmeno di costui il largo sentimento, e l'illuminata umanità. Però la condizione degli antichi illustri nel suo limbo è assai meno onorata, e assai più infelice di quello sia nel limbo dantesco. Anche Ugo trova un castello con sette porte, simbolo delle sette arti, nel quale è Tolomeo con molti discepoli, e assai altri cultori delle scienze, tra cui, pare, Aristotele. Ma tutti costoro si mostrano ben diversi da quei venerabili savii di Dante, cheParlavan rado, con voci soavi;essi, per contro, non essendo dallo studio, a cui attendono, appagato il lor desiderio, continuamente diverbiano e s'azzuffano. Se non che il racconto di tutto ciò è molto confuso nel poema; nel romanzo in prosa di Andrea da Barberino invece (Storia di Ugone d'Avernia, pur ora pubblicata dal Zambrini e dal Bacchi della Lega.Sc. d. cur. lett., disp. CLXXXVII, CLXXXX, l. IV, c. 1) esso è chiaro ed esplicito. Nel castello i demonii non possono entrare, ma l'ardore dell'incendio infernale vi si fa pur sentire. Quivi Ugone vide «molti che leggevano in sedia, che gridavano con grandi boci», e d'intorno molti che li stavano a udire; «e spesso la moltitudine che stavano a udire s'azzuffavano; e bestemmiando tutte le creature, e istracciavano i libri e la scrittura». Quivi sono, tra gli altri, Tolomeo, Tullio, Ipocrasso, Valerio; ed Enea dice a Ugone: «tutti coloro che istudiano nella scienza, sanza avere la diritta fede in Dio, ci vengono tutti». Ci si trova anche Aristotile; ma di Platone Enea dice: «perchè egli confessò la maggior parte, o una maggior parte delle trenta, non entra fra costoro; non ti so dire dov'è riserbato». In una versione libera in terzine, che certo Giovanni Vincenzo Isterliano fece di tutta quella parte del racconto dove si narra il viaggio di Ugone per l'inferno, e che si trova intercalata nel racconto medesimo, la lista degli antichi designati per nome è molto più lunga. Ecco i versi che la contengono:Udii di Tolomeo la sapïenza,Di Tullio, di Ipocrasso, e di Valerio,E d'Averrois con sua falsa sentenzia.E Polistrato e Lucano, ed Umerio,E Anasarco, Ipicurio, e Diogiene,E Vergilio che fe' Enea sì alterio.Di Socrate, Appollonio e NassimeneE Archimede, Diodoro e Orazio,Sallustio, Tito Livio e Filomene;Dimocrito, Ovidio, e vidi Ostazio;Antiganor poi mi fe' vedere,Aristotil più alto.Andando più oltre Ugone, così nel poema, come nel romanzo in prosa, trova gli eroi e i capitani famosi dell'antichità, che Dante aveva messi in compagnia coi filosofi e coi poeti, e, cosa degna di nota, la condizion loro è meno infelice che non quella dei savii, abitatori del castello simbolico.304.Ap.Pez,Thesaurus anecdotorum novissimus, t. II, parte 1ª, col. 227-34.305.In Cantica, sermoXXXVI.306.De gestis FredericiI, l. II, c. 13.307.V. intorno al perdurare della tradizione classica in ItaliaBartoli,I primi due secoli della letteratura italiana, c. VII, oGebhart,Les origines de la renaissance en Italie, Parigi, 1879, c. IV.308.Circa la persistenza dei metri classici v.Wright,On the origin of rhymes in mediaeval poetrynel v. II degliEssays on archaeological subjects.309.V.Fitting,Juristische Schriften des früheren Mittelalters, Halle, 1870, eZur Geschichte der Rechtswissenschaft am Anfange des Mittelalters, ibid., 1875.310.Tetralogus, ap.Pertz,Script., t. XI, p. 251.311.Ep. IV, Op., ed. del 1517.312.Duemmler,Gedichte aus dem elften Jahrhundert, in Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde,v. I, p. 181.313.Raterio da Verona dice, citando un verso d'Orazio nel suo trattatoDe contemptu canonum: «perlepide Flaccus cantitat noster».314.In un carmeAd Gregorium magistrum militumson questi versi:Sergius, ecce, polos magnus qui vertice pulsat,Dignus apostolicus divino munere lectus,Mistice qui factus conformis imagine divumAurea priscorum nunc reparat secla virorum,Scipiades claros, Fabios gentemque togatamFasces, curules, anulos ac paludamenta,Palmatas tunicas, trabeam falerasque nitentesImperium renovat heroum nomenque priorum.Duemmler,Auxilius und Vulgarius, p. 152.315.Hock,Histoire du pape Sylvestre II et de son siècle, traduzione dal tedesco arricchita di note e di documenti inediti dell'abate Axinger, p. 115-6.316.Alcuino dice in una delle sue epistole a Carlo Magno: «Ego vero Flaccus vester secundum exhortationem et bonam voluntatem vestram aliis per tecta sancti Martini sanctarum mella scripturarum ministrare satago; alios vetere antiquarum disciplinarum mero inaebriare studeo». Ep. 78, inJaffè,Monumenta Alcuiniana, Berlino, 1873, p. 345.317.V.Ozanam,Des écoles en Italie aux temps barbares, inDocuments inédits pour servir à l'histoire littéraire de l'Italie, p. 14.318.V.Jessen,Lucrez im Mittelalter, nelPhilologus, v. XXX. p. 236-8.319.NelRheinisches Museum, t. III, p. 7-8.320.Fu fatto conoscere dall'Ozanam (Documents inédits, p. 19-20), il quale, per una pudicizia assai fuor di proposito, ne diede solamente le prime strofe, tralasciando il resto. Esso fu poi pubblicato per intero dalWattenbach,Zeitschrift für deutsches Alterthum, v. XVIII, p. 127. Altre composizioni consimili si potrebbero ricordare: un poemetto ritmico avente a soggetto la storia di Giove e di Danae, pubblicato ancor esso dal Wattenbach (ibid., p. 457): un'Altercatio Phillidis et Florae, pubblicata già più volte (Aretin,Beyträge zur Geschichte und Literatur, t. VII, p. 302;Wright,Latin poems attributed to Walter Mapes, p. 258; Carmina Burana, p. 155); un poemettoDe gestis Herculis(Carm. Bur., p. 125), ecc.321.Ap.Murat,Script., t. VI.322.Archivio storico italiano, v. XVI, I.323.Sull'argomento delle possibili relazioni della leggenda di San Gregorio con la storia di Edipo v.Comparetti,Edipo e la mitologia comparata,Pisa, 1868;Lippold,Ueber die Quelle des Gregorius Hartmanns von Aue, Altenburg, 1869, p. 50-4;Constans,La légende d'Oedipe étudiée dans l'antiquité, au moyen-âge et dans les temps modernes, en particulier dans le roman de Thèbe, texte français du XII siècle, Parigi, 1881. L'Ozanam pubblicò (Documents inédits, p. 25-8) unPlanctus Edipidi su un codice del XII secolo dell'abazia di San Gallo. NelDolopathosdi Giovanni d'Alta Selva, e nelle versioni che se ne fecero, si trova narrata una storia che, salvo differenze di poco rilievo, è quella stessa di Ulisse e di Polifemo narrata nell'Odissea. Non perciò se ne deve inferire che il racconto omerico ne sia la fonte remota. Quella storia appartiene al grande patrimonio dei miti indoeuropei, e si ritrova nei racconti di moltissimi popoli. Gli è essai probabile che lo stesso autore dell'Odissea non abbia fatto se non appropriare ad Ulisse una fiaba corrente dei tempi suoi, e non sarebbe questo il solo esempio di fiabe popolari inserite in quel poema (V.Gerland,Altgriechische Märchen der Odyssee, Magdeburgo, 1869). Vero è che Giovanni di Alta Selva dà al gigante del suo racconto il nome di Polifemo, ma è questa in lui, senza dubbio, una reminiscenza classica, che non si accorda punto col resto, giacchè Ulisse e i suoi compagni non si nominano, e il luogo loro è tenuto da un capitan di ladri con cento ladroni. V. per quanto concerne questo antichissimo mitoW. Grimm,Die Sage von Polyphem, Abhandl. d. k. Akad. d. Wissensch. z. Berlin, 1857. Lo stesso, credo, potrebbe dirsi del mito di Circe e degli uomini trasformati in bruti, che così spesso riappare, mutati i nomi e le persone, nei racconti romanzeschi del medio evo. Ma non a torto forse collega il Goerres la storia di Helias e di Lohengrin con quanto, riportando un antico mito germanico, e alterando il nome dell'eroe, narra Tacito (De mor. Germ., c. 3) di Ulisse, che, peregrinando sarebbe giunto sin sulle coste della Germania, e rimontato il corso del Reno, avrebbe fondato Asciburgio. VediLohengrin, ein altteutsches Gedicht, pubblicato da I. Goerres, Eidelberga, 1813, p.LXXVII-LXXVIII.324.V.Cholevius,Geschichte der deutschen Poesie nach ihren antiken Elementen, Lipsia, 1854-6, v. 1, p. 3-9;Comparetti,Virgilio nel medio evo, v. II, p. 7.325.V.Roquefort,Poésies de Marie de France, Parigi, 1820, v. II,Notice sur les fables e Notice sur Romulus;Robert,Fables inédites du XIIe, XIIIeet XIVesiècles, Parigi, 1825;Du Méril,Poésies inédites du moyen âge, Parigi, 1854;Oesterley,Romulus, die Paraphrasen des Phaedrus und die aesopische Fabel im Mittelalter, Berlino, 1870.326.Roquefort,De l'état de la poèsie françoise dans les XIIeet XIIIesiècles, Parigi, 1821, p. 252.327.V.Schaarschmidt,Johannes Saresberiensis, Lipsia, 1862, p. 84.328.Id., ibid.329.V. Boutaric inRevue des questions historiques, v. XVII, p. 56 e seg.330.V.Sinner,Catalogus codicum manuscriptorum Bibliothecae Bernensis, v. III, p. 348.331.Tullius et Macer, Cicero sive Plato.De gestis Hludovici regis, l. I, v. 18.332.Polychronicon, l. III, c. 40.333.Tale accusa è fatta ad Omero da Guido Colonna, da Benedetto di Saint-More, il quale riconosce nondimeno che l'autore dell'Iliadefu clers merveilles,Des plus sachaux, çe trovon nos,(Roman de Troie, v. 45-6), da Alberto Stadense. In un frammento di versione castigliana dellaHistoria Trojana, riportato daAmador de Los Rios,Historia critica de la literatura española, v. IV, p. 346, si dice che l'Iliadefu bruciata in Atene.334.Bocados de oro, c. XI.335.Fiore di filosofi e di molti savi.336.Ciò si narra, con qualche piccola diversità, di Seneca nella VIII delle novelle inedite pubblicate dalPapanti,Catalogo dei novellieri italiani in prosa, Livorno, 1871. V. ancheBiagi,Le novelle antiche, CXLI, p. 142-3.337.Cap. 64.338.Bocados de oro. VIII, XII, XIII, XX.339.Biagi,Le novelle antiche, LXXXIV, p. 86-87. V. anche ilFiore di filosofi, testo del Cappelli, p. 8-9.340.V.Giovanni Sarisberiense,Polycrat., l. II, c. 26. Questa storiella era già stata raccontata anticamente di Omero, e di Omero si continua a raccontare nelleVite dei filosofiin italiano, stampate nel secolo XV (v.Bartoli,St. d. lett. it., v. III, p. 221), e nella prefazione di un libro francese intitolatoLes fantastiques batailles des grands roys Bodilardus et Croacus: translaté de latin en françoys, Lione, 1534 (v.Le Roux de Lincy,Le livre des légendes, Parigi, 1836, p. 45-7).

253.Hist. eccl., l. III, c. 21.

253.Hist. eccl., l. III, c. 21.

254.Hist. eccl., l. III, c. 25.

254.Hist. eccl., l. III, c. 25.

255.Breviarium, l. X, c. 10.

255.Breviarium, l. X, c. 10.

256.Historiarum, l. VII, c. 30.

256.Historiarum, l. VII, c. 30.

257.V.Sozomene,Hist. eccl., l. VI, c. 1.Ammiano Marcellinodice (Rer. gest., l. XXV, c. 6) che nell'esercito si credette l'imperatore essere stato ucciso da un cavaliere romano. La Chiesa si vendicò di quell'accusa facendo Libanio stesso cristiano e santo per giunta. Si narra che avendo Libanio, durante la spedizione di Persia, domandato un giorno per ischerzo ad un cristiano che cosa facesse il falegname padre di Cristo, questi rispose: Prepara la bara per il tuo imperatore (v.Teodoreto,Hist. eccl., l. III, c. 25). Poi si narrò ancora che Libanio conobbe in visione il miracolo di San Mercurio e la morte di Giuliano, il che fu causa della sua conversione. Di questa conversione si fecero appositi racconti, ed uno se ne ha in una raccolta di vite di Santi che manoscritta si conserva sotto il n. 498 nella Biblioteca di Corte a Vienna, ed è intitolata:De mistica satis revelatione et morte apostatae Juliani. Nel già citato mistero francese Libanio si fa eremita, e tutto acceso del desiderio di vedere la Vergine Maria, acconsente a lasciarsi strappare dall'arcangelo Gabriele entrambi gli occhi, purchè il suo voto sia appagato. La Vergine, compiaciuta dell'amor suo, gli rende la vista, e fra il canto degli angeli ne lo conduce seco in paradiso. V. anche una vita latina di San Basilio pubblicata nelFlorilegium Casinense, in appendice allaBibliotheca Casinensis, t. III, p. 209-10.

257.V.Sozomene,Hist. eccl., l. VI, c. 1.Ammiano Marcellinodice (Rer. gest., l. XXV, c. 6) che nell'esercito si credette l'imperatore essere stato ucciso da un cavaliere romano. La Chiesa si vendicò di quell'accusa facendo Libanio stesso cristiano e santo per giunta. Si narra che avendo Libanio, durante la spedizione di Persia, domandato un giorno per ischerzo ad un cristiano che cosa facesse il falegname padre di Cristo, questi rispose: Prepara la bara per il tuo imperatore (v.Teodoreto,Hist. eccl., l. III, c. 25). Poi si narrò ancora che Libanio conobbe in visione il miracolo di San Mercurio e la morte di Giuliano, il che fu causa della sua conversione. Di questa conversione si fecero appositi racconti, ed uno se ne ha in una raccolta di vite di Santi che manoscritta si conserva sotto il n. 498 nella Biblioteca di Corte a Vienna, ed è intitolata:De mistica satis revelatione et morte apostatae Juliani. Nel già citato mistero francese Libanio si fa eremita, e tutto acceso del desiderio di vedere la Vergine Maria, acconsente a lasciarsi strappare dall'arcangelo Gabriele entrambi gli occhi, purchè il suo voto sia appagato. La Vergine, compiaciuta dell'amor suo, gli rende la vista, e fra il canto degli angeli ne lo conduce seco in paradiso. V. anche una vita latina di San Basilio pubblicata nelFlorilegium Casinense, in appendice allaBibliotheca Casinensis, t. III, p. 209-10.

258.V.Sozomene,Hist. eccl., l. VI, c. 2.

258.V.Sozomene,Hist. eccl., l. VI, c. 2.

259.V.Teodoreto,Hist. eccl., l. III, c. 24. Della morte di Giuliano ebbero ancora notizia miracolosamente Teodoro Tabennense e l'abate Pannone, secondo che narra il vescovo Ammone (V.Acta sanctorum, t. III di Maggio, p. 356).

259.V.Teodoreto,Hist. eccl., l. III, c. 24. Della morte di Giuliano ebbero ancora notizia miracolosamente Teodoro Tabennense e l'abate Pannone, secondo che narra il vescovo Ammone (V.Acta sanctorum, t. III di Maggio, p. 356).

260.Vastata Ecclesia Persas in bella vocarat,Ac multis septus millibus ibat atrox:Cum subito arentes deserti ruris in agrosDevenit, et cuneos perdit ubique suos.Qua neque victus erat, nec fons, nec fluminis unda,Caumate sed nimio tota jacebat humus.Dumque fremens montes, valles camposque peragrat;Sicubi vel modico stilla liquore fluat;Incidit adversae condigno errore phalangesPerfossusque atra cuspide pectus obit.Ap.Migne,Patrologia latina, v. C. XIX, col. 257.

260.

Vastata Ecclesia Persas in bella vocarat,Ac multis septus millibus ibat atrox:Cum subito arentes deserti ruris in agrosDevenit, et cuneos perdit ubique suos.Qua neque victus erat, nec fons, nec fluminis unda,Caumate sed nimio tota jacebat humus.Dumque fremens montes, valles camposque peragrat;Sicubi vel modico stilla liquore fluat;Incidit adversae condigno errore phalangesPerfossusque atra cuspide pectus obit.

Vastata Ecclesia Persas in bella vocarat,Ac multis septus millibus ibat atrox:Cum subito arentes deserti ruris in agrosDevenit, et cuneos perdit ubique suos.Qua neque victus erat, nec fons, nec fluminis unda,Caumate sed nimio tota jacebat humus.Dumque fremens montes, valles camposque peragrat;Sicubi vel modico stilla liquore fluat;Incidit adversae condigno errore phalangesPerfossusque atra cuspide pectus obit.

Vastata Ecclesia Persas in bella vocarat,

Ac multis septus millibus ibat atrox:

Cum subito arentes deserti ruris in agros

Devenit, et cuneos perdit ubique suos.

Qua neque victus erat, nec fons, nec fluminis unda,

Caumate sed nimio tota jacebat humus.

Dumque fremens montes, valles camposque peragrat;

Sicubi vel modico stilla liquore fluat;

Incidit adversae condigno errore phalanges

Perfossusque atra cuspide pectus obit.

Ap.Migne,Patrologia latina, v. C. XIX, col. 257.

261.V. gliActa sanctorum, l. II di Giugno, p. 944-5.

261.V. gliActa sanctorum, l. II di Giugno, p. 944-5.

262.Hist. eccl., l. VI, c. 2.

262.Hist. eccl., l. VI, c. 2.

263.Spec. hist., l. XV, c. 23.

263.Spec. hist., l. XV, c. 23.

264.Cosmodr., aet. VI, c. 17.

264.Cosmodr., aet. VI, c. 17.

265.Ed. del 1495, dist. VIII, 81.

265.Ed. del 1495, dist. VIII, 81.

266.Quella particolarità si ritrova, oltrechè nel già citato mistero francese, anche in una leggenda italianaDi Santo Basilio vescovo e della crudele morte di Giuliano Apostata, che sta fra certi miracoli della Vergine nel cod. Riccardiano 1284. Quivi si legge, f. 43 v., col. 2ª a 44 r., col. 2ª: «El settimo dì uno c'avea nome Libanio, ch'era stato prochuratore del maladetto Giuliano, tornando del canpo et del paese de Persia, entroe in Ciesaria, cioè nella città. Il quale prima infedele essendo et pagano, corse al vescovo et con grande divotione si fecie battezzare. E raccontoe al vescovo la morte di Giuliano, la quale egli avea veduta co' suoi occhi, et disse in questo modo: — «Essendo noi tutti accanpati e 'l canpo era fortissimo, et bene cerchiato intorno di cavalieri armati, intanto che neuno non potrebbe essere entrato nel detto canpo, nondimeno eccoti venire nel canpo uno valoroso cavaliere armato di tutte armi in presentia di tutto lo essercito, et mise tanta paura nel canpo che nullo fu ardito a contastarlo. E arditamente corse a Giuliano, et ficcogli una lancia nel corpo, et ucciselo, poi di subito sparve. El misero Giuliano, così percosso per divino giudicio, cadde in terra supino, ecc.» —

266.Quella particolarità si ritrova, oltrechè nel già citato mistero francese, anche in una leggenda italianaDi Santo Basilio vescovo e della crudele morte di Giuliano Apostata, che sta fra certi miracoli della Vergine nel cod. Riccardiano 1284. Quivi si legge, f. 43 v., col. 2ª a 44 r., col. 2ª: «El settimo dì uno c'avea nome Libanio, ch'era stato prochuratore del maladetto Giuliano, tornando del canpo et del paese de Persia, entroe in Ciesaria, cioè nella città. Il quale prima infedele essendo et pagano, corse al vescovo et con grande divotione si fecie battezzare. E raccontoe al vescovo la morte di Giuliano, la quale egli avea veduta co' suoi occhi, et disse in questo modo: — «Essendo noi tutti accanpati e 'l canpo era fortissimo, et bene cerchiato intorno di cavalieri armati, intanto che neuno non potrebbe essere entrato nel detto canpo, nondimeno eccoti venire nel canpo uno valoroso cavaliere armato di tutte armi in presentia di tutto lo essercito, et mise tanta paura nel canpo che nullo fu ardito a contastarlo. E arditamente corse a Giuliano, et ficcogli una lancia nel corpo, et ucciselo, poi di subito sparve. El misero Giuliano, così percosso per divino giudicio, cadde in terra supino, ecc.» —

267.Miracula Beatae Virginis, cod. della Laurenziana, pl. XII, 23, f. 95 v., col. 1ª a 96 r., col. 1ª.

267.Miracula Beatae Virginis, cod. della Laurenziana, pl. XII, 23, f. 95 v., col. 1ª a 96 r., col. 1ª.

268.Ed. cit., v. I, p. 550-2.

268.Ed. cit., v. I, p. 550-2.

269.Anche Giovanni Malala, Sozomene, Niceforo, Filostorgio, ricordano la tradizione secondo cui Giuliano avrebbe dato colpa della propria morte al Sole, protettore dei Persiani. Gotofredo da Viterbo fa ancor egli che l'ordine a San Mercurio sia dato, non dalla Vergine, ma da Cristo.

269.Anche Giovanni Malala, Sozomene, Niceforo, Filostorgio, ricordano la tradizione secondo cui Giuliano avrebbe dato colpa della propria morte al Sole, protettore dei Persiani. Gotofredo da Viterbo fa ancor egli che l'ordine a San Mercurio sia dato, non dalla Vergine, ma da Cristo.

270.Orat. l. V. anche il supplemento delVisdelone delGalandallaBibliothèque OrientaledelD'Herbelot, p. 458 a.

270.Orat. l. V. anche il supplemento delVisdelone delGalandallaBibliothèque OrientaledelD'Herbelot, p. 458 a.

271.Cronaca, cod. dell'Universitaria di Bologna 432, f. 60 r.

271.Cronaca, cod. dell'Universitaria di Bologna 432, f. 60 r.

272.Historia major, ad. a. 1098.

272.Historia major, ad. a. 1098.

273.CosìBalduino Ninoviense,Chronicon, Collection de chroniques belges inédites, p. 617, Sicardo, altri. Sicardo non parla di San Basilio, ma solamente di un abate di certo convento; Ciriaco sarebbe statoquidam milesmartirizzalo da Giuliano.

273.CosìBalduino Ninoviense,Chronicon, Collection de chroniques belges inédites, p. 617, Sicardo, altri. Sicardo non parla di San Basilio, ma solamente di un abate di certo convento; Ciriaco sarebbe statoquidam milesmartirizzalo da Giuliano.

274.Annales, ed. cit., p. 471.

274.Annales, ed. cit., p. 471.

275.Iuxta palatium fuit templum Iuliani apostatae Imperatoris, in quo fulgure mortuus fuit propter nequitias et tristitias quas faciebat.

275.Iuxta palatium fuit templum Iuliani apostatae Imperatoris, in quo fulgure mortuus fuit propter nequitias et tristitias quas faciebat.

276.Pantheon, partic. XXII:Regis Romani cesum corpus IulianiPersarum rex Sapor ibi iubet excoriari,Cumque sibi corpus protraheretur, aitHoc corio faldistorium nobis ad honoremFiat ut eterno sit Roma subacta pudore,Legeque mancipii serviat ipsa dolens.Sit species corii, rubeo vicina colori,Indeque sit cathedra conformis et apta decori,Unde dolens poterit Roma dolore mori.

276.Pantheon, partic. XXII:

Regis Romani cesum corpus IulianiPersarum rex Sapor ibi iubet excoriari,Cumque sibi corpus protraheretur, aitHoc corio faldistorium nobis ad honoremFiat ut eterno sit Roma subacta pudore,Legeque mancipii serviat ipsa dolens.Sit species corii, rubeo vicina colori,Indeque sit cathedra conformis et apta decori,Unde dolens poterit Roma dolore mori.

Regis Romani cesum corpus IulianiPersarum rex Sapor ibi iubet excoriari,Cumque sibi corpus protraheretur, aitHoc corio faldistorium nobis ad honoremFiat ut eterno sit Roma subacta pudore,Legeque mancipii serviat ipsa dolens.Sit species corii, rubeo vicina colori,Indeque sit cathedra conformis et apta decori,Unde dolens poterit Roma dolore mori.

Regis Romani cesum corpus Iuliani

Persarum rex Sapor ibi iubet excoriari,

Cumque sibi corpus protraheretur, ait

Hoc corio faldistorium nobis ad honorem

Fiat ut eterno sit Roma subacta pudore,

Legeque mancipii serviat ipsa dolens.

Sit species corii, rubeo vicina colori,

Indeque sit cathedra conformis et apta decori,

Unde dolens poterit Roma dolore mori.

277.Et de isto Juliano alia hystoria legitur quod eodem tempore surrexit dictus Julianus cum exercitu suo, bellum commisit contra Perses, et ambulavit dictus imperator in partibus Persie, qui cum ambulasset, et pugna conflicta victus tenetur Julianus imperator et afflictus vivus decoriatur ab extremo vertice usque ad ungulas pedum, et tinctus vermiculo idem omni tempore reges Persarum septem diebus dum pacem habuerint super corium Juliani congratulabantur. Giovanni d'Outremeuse confonde ed esagera al solito: Adont fut par forche pris l'emperere Julien l'apostate: se lo fist le roy (Sapor) tantoist loyer sor une tauble, et ly fist trois fois le jour it cascouno fois talhyer I corroie de cure de son dos, et puis le faisoit saleir de vive chals; ensi viscat-ilh sons boire et sens mangier III jours, en criant à hault vois, enssi qui dist sains Jerome: «Tu m'as vanqut, Jhesus de Galilée, tu as vanquut»; et puis il mourut et adont ly roy Sapor le fiat jetteir en la mer. Enssi morut Julien ly apostate, le VIIIejour de mois de septembre. Op. cit., V. II, p. 79.

277.Et de isto Juliano alia hystoria legitur quod eodem tempore surrexit dictus Julianus cum exercitu suo, bellum commisit contra Perses, et ambulavit dictus imperator in partibus Persie, qui cum ambulasset, et pugna conflicta victus tenetur Julianus imperator et afflictus vivus decoriatur ab extremo vertice usque ad ungulas pedum, et tinctus vermiculo idem omni tempore reges Persarum septem diebus dum pacem habuerint super corium Juliani congratulabantur. Giovanni d'Outremeuse confonde ed esagera al solito: Adont fut par forche pris l'emperere Julien l'apostate: se lo fist le roy (Sapor) tantoist loyer sor une tauble, et ly fist trois fois le jour it cascouno fois talhyer I corroie de cure de son dos, et puis le faisoit saleir de vive chals; ensi viscat-ilh sons boire et sens mangier III jours, en criant à hault vois, enssi qui dist sains Jerome: «Tu m'as vanqut, Jhesus de Galilée, tu as vanquut»; et puis il mourut et adont ly roy Sapor le fiat jetteir en la mer. Enssi morut Julien ly apostate, le VIIIejour de mois de septembre. Op. cit., V. II, p. 79.

278.Nella già citata cronacaDe VI aetate mundi(cod. della Nazionale di Torino I, II, 22, f. 6 v., col. 2ª) si legge: «Finito ergo prelio rex Persarum, qui fuit victor, fecit capere corpus Iuliani et excoriare et de corio fieri pedale omnibus regibus de Persia usque hodie in vituperium Romanorum». Qui non si nomina Sapore, e nemmeno nellaLegenda aurea, dove è detto: «ab omnibus autem suis insepultus relinquitur (Julianus) et a Persis excoriatur et de corio suo regi Persarum substratorium efficitur». Nell'Alte Passionalsi parla similmente di un re di Persia che non si nomina.

278.Nella già citata cronacaDe VI aetate mundi(cod. della Nazionale di Torino I, II, 22, f. 6 v., col. 2ª) si legge: «Finito ergo prelio rex Persarum, qui fuit victor, fecit capere corpus Iuliani et excoriare et de corio fieri pedale omnibus regibus de Persia usque hodie in vituperium Romanorum». Qui non si nomina Sapore, e nemmeno nellaLegenda aurea, dove è detto: «ab omnibus autem suis insepultus relinquitur (Julianus) et a Persis excoriatur et de corio suo regi Persarum substratorium efficitur». Nell'Alte Passionalsi parla similmente di un re di Persia che non si nomina.

279.Fact. et Dict. memor., l. VI.

279.Fact. et Dict. memor., l. VI.

280.Dittamondo, l. II, c. 13.

280.Dittamondo, l. II, c. 13.

281.Gregorio Nazianzeno;Teodoreto,Hist. eccl., l. III, c. 20;Niceforo,Hist. eccl., l. X, c. 35. V.Heumann,Dissertatio in qua fabula de Juliani imperatoris voce extrema «vicisti Galileae», certis argumentis confutatur, ejusque origo in apricum profertur, Gottinga, 1740.

281.Gregorio Nazianzeno;Teodoreto,Hist. eccl., l. III, c. 20;Niceforo,Hist. eccl., l. X, c. 35. V.Heumann,Dissertatio in qua fabula de Juliani imperatoris voce extrema «vicisti Galileae», certis argumentis confutatur, ejusque origo in apricum profertur, Gottinga, 1740.

282.V.Sozomene,Hist. eccl., l. VI, c. 2;Filostorgio,Hist. eccl., l. VII, c. 15;Niceforo,Hist. eccl., l. X, c. 35;Efremionei Cesari, ap.Mai,Scriptores veteres, v. III, p. 13.

282.V.Sozomene,Hist. eccl., l. VI, c. 2;Filostorgio,Hist. eccl., l. VII, c. 15;Niceforo,Hist. eccl., l. X, c. 35;Efremionei Cesari, ap.Mai,Scriptores veteres, v. III, p. 13.

283.Così nelloSpeculum Regum; nelPantheon, in luogo dell'ultimo verso, c'è:Sic miser interiit, tartara regna colens.

283.Così nelloSpeculum Regum; nelPantheon, in luogo dell'ultimo verso, c'è:

Sic miser interiit, tartara regna colens.

Sic miser interiit, tartara regna colens.

Sic miser interiit, tartara regna colens.

284.Nella già citata leggenda italianaDi santo Basilio vescovo et della crudele morte di Giuliano Apostata, Libanio racconta ancora come Giuliano fu seppellito. «Allora i baroni et cavalieri suoi, perch'egli era stato inperadore, il portarono in Costantinopoli, et feciero fare una orrevole sepultura di marmo nella quale il seppellirono. E sì come de' sepolcri di cierti santi escie alchuno licuore et olio pretioso, così per contrario dalla sepultura di questo pessimo huomo escie pece greca bogliente et puzzolente, la quale arde et consuma quel corpo et quell'ossa misere continuamente».

284.Nella già citata leggenda italianaDi santo Basilio vescovo et della crudele morte di Giuliano Apostata, Libanio racconta ancora come Giuliano fu seppellito. «Allora i baroni et cavalieri suoi, perch'egli era stato inperadore, il portarono in Costantinopoli, et feciero fare una orrevole sepultura di marmo nella quale il seppellirono. E sì come de' sepolcri di cierti santi escie alchuno licuore et olio pretioso, così per contrario dalla sepultura di questo pessimo huomo escie pece greca bogliente et puzzolente, la quale arde et consuma quel corpo et quell'ossa misere continuamente».

285.V. I, p. 80.

285.V. I, p. 80.

286.Non so se da altri sia stato osservato mai che Dante, il quale pone parecchi imperatori romani in cielo, non ne pone nessuno all'inferno, dove pur trova luogo più di un pontefice. Solo Giulio Cesare è posto, non nell'inferno, ma nel limbo, con l'altra onorata compagnia. E sì che un Nerone, un Domiziano, e, secondo le opinioni del tempo, un Giuliano Apostata, all'inferno ci sarebbero stati come a casa loro. Questa non fu certo dimenticanza, ma volontaria omissione, della quale io non saprei quale altra ragione si potrebbe assegnare, se non il religioso rispetto di Dante per l'impero e per tutto quanto avesse attinenza con esso. E bisognerebbe inferirne che Dante rispettava più l'impero che non la curia in cuor suo.

286.Non so se da altri sia stato osservato mai che Dante, il quale pone parecchi imperatori romani in cielo, non ne pone nessuno all'inferno, dove pur trova luogo più di un pontefice. Solo Giulio Cesare è posto, non nell'inferno, ma nel limbo, con l'altra onorata compagnia. E sì che un Nerone, un Domiziano, e, secondo le opinioni del tempo, un Giuliano Apostata, all'inferno ci sarebbero stati come a casa loro. Questa non fu certo dimenticanza, ma volontaria omissione, della quale io non saprei quale altra ragione si potrebbe assegnare, se non il religioso rispetto di Dante per l'impero e per tutto quanto avesse attinenza con esso. E bisognerebbe inferirne che Dante rispettava più l'impero che non la curia in cuor suo.

287.V. intorno a questo importante argomento, su cui non mi è lecito di fermarmi,Lalanne,Influence des pères de l'Église sur l'éducation publique,Parigi, 1850;Comparetti,Virgilio nel medio evo, v. I, p. 105-26.

287.V. intorno a questo importante argomento, su cui non mi è lecito di fermarmi,Lalanne,Influence des pères de l'Église sur l'éducation publique,Parigi, 1850;Comparetti,Virgilio nel medio evo, v. I, p. 105-26.

288.V.Fabriani,Sull'immortale beneficio dagli ecclesiastici recato alla letteratura conservandola nel medio evo, nelle Memorie di religione, di morale e di letteratura, t. XVI, p. 283-363, t. XVIII, p. 497-520. Cf.Pouchet,Histoire des sciences naturelles au moyen-âge, Parigi, 1853, p. 103 e seg.

288.V.Fabriani,Sull'immortale beneficio dagli ecclesiastici recato alla letteratura conservandola nel medio evo, nelle Memorie di religione, di morale e di letteratura, t. XVI, p. 283-363, t. XVIII, p. 497-520. Cf.Pouchet,Histoire des sciences naturelles au moyen-âge, Parigi, 1853, p. 103 e seg.

289.Sermo41,Opera, ed. Caetani, Lione, 1623, p. 296.

289.Sermo41,Opera, ed. Caetani, Lione, 1623, p. 296.

290.Sancti Eligii vita, ap.D'Achery,Spicilegium, t. II, p. 77, ed. De la Barre.

290.Sancti Eligii vita, ap.D'Achery,Spicilegium, t. II, p. 77, ed. De la Barre.

291.Et quia vicarii Petri et eius discipuli nolunt habere magistrum Platonem, neque Virgilium, neque Terentium, neque ceteros pecudes philosophorum, qui volando superbe, ut avis aerem, et emergentes in profundum, ut pisces mare, et ut pecora gradientes terram descripserunt: dicitis eos nec hostiarios debere esse, quia tali carmine imbuti non sunt. Ap.Pertz,Script., t. III, p. 687.

291.Et quia vicarii Petri et eius discipuli nolunt habere magistrum Platonem, neque Virgilium, neque Terentium, neque ceteros pecudes philosophorum, qui volando superbe, ut avis aerem, et emergentes in profundum, ut pisces mare, et ut pecora gradientes terram descripserunt: dicitis eos nec hostiarios debere esse, quia tali carmine imbuti non sunt. Ap.Pertz,Script., t. III, p. 687.

292.Rerum Gallicarum Scriptores, t. X, p. 23. Questo racconto, sebbene già più volte riferito, merita d'essere qui testualmente trascritto, perchè contiene alcune indicazioni curiose che più direttamente riguardano l'Italia. «Quidam igitur Vilgardus dictus, studio artis Grammaticae magis assiduus quam frequens, sicut Italis semper mos fuit artes negligere ceteras, illam sectari. Is enim cum ex scientia suae artis coepisset inflatus superbia stultior apparere, quadam nocte assumpsere daemones Poëtarum species Virgilii et Horatii atque Juvenalis; apparentesque illi fallaces retulerunt grates, quoniam suorum dicta voluminum carius amplectens exerceret, seque illorum posteritatis felicem esse praeconem: promiserunt ei insuper suae gloriae postmodum fore participem. Hisque daemonum fallaciis depravatus, coepit multo turgide docere fidei sacrae contraria, dictaque Poëtarum per omnia credenda esse asserebat. Ad ultimum vero haereticus est repertus, atque a Pontifice ipsius urbis Petro damnato. Plures etiam per Italiam hujus pestiferi dogmatis sunt reperti, qui et ipsi aut gladiis aut incendiis perierunt».

292.Rerum Gallicarum Scriptores, t. X, p. 23. Questo racconto, sebbene già più volte riferito, merita d'essere qui testualmente trascritto, perchè contiene alcune indicazioni curiose che più direttamente riguardano l'Italia. «Quidam igitur Vilgardus dictus, studio artis Grammaticae magis assiduus quam frequens, sicut Italis semper mos fuit artes negligere ceteras, illam sectari. Is enim cum ex scientia suae artis coepisset inflatus superbia stultior apparere, quadam nocte assumpsere daemones Poëtarum species Virgilii et Horatii atque Juvenalis; apparentesque illi fallaces retulerunt grates, quoniam suorum dicta voluminum carius amplectens exerceret, seque illorum posteritatis felicem esse praeconem: promiserunt ei insuper suae gloriae postmodum fore participem. Hisque daemonum fallaciis depravatus, coepit multo turgide docere fidei sacrae contraria, dictaque Poëtarum per omnia credenda esse asserebat. Ad ultimum vero haereticus est repertus, atque a Pontifice ipsius urbis Petro damnato. Plures etiam per Italiam hujus pestiferi dogmatis sunt reperti, qui et ipsi aut gladiis aut incendiis perierunt».

293.Johannes,Sancti Odonis vita, ap.Mabillon,Acta Sanctorum ordini Sancti Benedicti, sec. V, p. 154.

293.Johannes,Sancti Odonis vita, ap.Mabillon,Acta Sanctorum ordini Sancti Benedicti, sec. V, p. 154.

294.Chronic., c. XLVI, ap.Tissier,Bibliotheca patrum Cistercensium, t. VII.

294.Chronic., c. XLVI, ap.Tissier,Bibliotheca patrum Cistercensium, t. VII.

295.Dist. VII, c. 30.

295.Dist. VII, c. 30.

296.E altrove dice (l. VI, cantico 10):El mi sa sì gran sapire,Che un per Dio voglia impazire,Che 'n Parigi mai vederePotria ugual Phylosophia.Son noti i due versi:Hoc est nescire, sine Christo plurima scire,Si Christum bene scis, satis est si caetera nescis.

296.E altrove dice (l. VI, cantico 10):

El mi sa sì gran sapire,Che un per Dio voglia impazire,Che 'n Parigi mai vederePotria ugual Phylosophia.

El mi sa sì gran sapire,Che un per Dio voglia impazire,Che 'n Parigi mai vederePotria ugual Phylosophia.

El mi sa sì gran sapire,

Che un per Dio voglia impazire,

Che 'n Parigi mai vedere

Potria ugual Phylosophia.

Son noti i due versi:

Hoc est nescire, sine Christo plurima scire,Si Christum bene scis, satis est si caetera nescis.

Hoc est nescire, sine Christo plurima scire,Si Christum bene scis, satis est si caetera nescis.

Hoc est nescire, sine Christo plurima scire,

Si Christum bene scis, satis est si caetera nescis.

297.Isidoro di Siviglia dice nella suaRegula monastica, c. 8: «Gentilium libros vel haereticorum volumina monachus legere caveat: melius est enim, eorum perniciosa dogmata ignorare, quam per inexperientiam in aliquem laqueum erroris incurrere». Ottone (XI secolo) tuttochè benedettino ammoniva: «Gentiles libri non sunt ab eis religendi qui servire Deo statuerunt pectore toto» (Proverb., c. VII, ap. Pez,Thesaurus anecdotorum, t. III, parte 2ª, p. 498. V. anche il suoLiber metricus de doctrina spirituali, ivi stesso, p. 441).

297.Isidoro di Siviglia dice nella suaRegula monastica, c. 8: «Gentilium libros vel haereticorum volumina monachus legere caveat: melius est enim, eorum perniciosa dogmata ignorare, quam per inexperientiam in aliquem laqueum erroris incurrere». Ottone (XI secolo) tuttochè benedettino ammoniva: «Gentiles libri non sunt ab eis religendi qui servire Deo statuerunt pectore toto» (Proverb., c. VII, ap. Pez,Thesaurus anecdotorum, t. III, parte 2ª, p. 498. V. anche il suoLiber metricus de doctrina spirituali, ivi stesso, p. 441).

298.V. Comparetti, op. cit., v. I, p. 113-4.

298.V. Comparetti, op. cit., v. I, p. 113-4.

299.Non più così nei secoli che seguirono. V. il parallelo che fa tra i monaci più antichi e quelli del XIV secolo Riccardo di Bury nelPhilobiblion.

299.Non più così nei secoli che seguirono. V. il parallelo che fa tra i monaci più antichi e quelli del XIV secolo Riccardo di Bury nelPhilobiblion.

300.V. intorno alle biblioteche dei chiostriPetit-Radel,Recherches sur les bibliothèques anciennes et modernes, Parigi, 1819:Heeren,Geschichte der classischen Litteratur im Mittelalter, Gottinga, 1822, v. I, p. 161-7, 193-7;Graesse,Lehrbuch einer allgemeinen Literärgeschichte, v. II, parte 1ª, p. 824 e seg.; Boutaric nellaRevue des questions historiques, v. XVII, p. 16-9. Nel suo poemaDe pontificibus et Sanctis Ecclesiae EboracensisAlcuino dà l'elenco degli autori le cui opere si conservavano nella chiesa cattedrale di York. Benchè assai noto, esso merita d'essere qui riportato.Illic invenies veterum vestigia patrumQuidquid habet pro se Latio Romanus in orbeGraecia vel quidquid transmisit clara Latinis:Hebraicus vel quod populus bibit imbre superno,Africa lucifluo vel quidquid lumine sparsit.Quod pater Hieronymus, quod sensit Hilarius, atqueAmbrosius praesul, simulque Augustinus, et ipseSanctus Athanasius, quod Orosius edit avitus:Quidquid Gregorius summus docet, et Leo Papa:Basilius quidquid, Fulgentius atque coruscant,Cassiodorus item, Chrysostomus atque Johannes;Quidquid et Athelmus docuit et Beda Magister;Quae Victorinus scripsere, Boëtius; atqueHistorici veteres, Pompejus, Plinius, ipseAcer Aristoteles, Rhetor atque Tullius ingens;Quid quoque Sedullus, vel quid canit ipso Juvencus,Alcimus, et Clemens, Prosper, Paulinus, Arator,Quid Fortunatus, vel quid Lactantius edunt;Quae Maro Virgilius, Statius, Lucanus et auctorArtis grammaticae, vel quid scripsere Magistri,Quid Probus, atque Phocas, Donatus, Priscianusve,Servius, Eulicius, Pompejus, Commenianus.Invenies alios perplures, Lector, ibidemEgregios studiis, arte et sermone Magistros,Plurima qui claro scripsere volumina sensu:Nomina sed quorum praesenti in carmine scribiLongius est visum, quam plectri postulet usus.

300.V. intorno alle biblioteche dei chiostriPetit-Radel,Recherches sur les bibliothèques anciennes et modernes, Parigi, 1819:Heeren,Geschichte der classischen Litteratur im Mittelalter, Gottinga, 1822, v. I, p. 161-7, 193-7;Graesse,Lehrbuch einer allgemeinen Literärgeschichte, v. II, parte 1ª, p. 824 e seg.; Boutaric nellaRevue des questions historiques, v. XVII, p. 16-9. Nel suo poemaDe pontificibus et Sanctis Ecclesiae EboracensisAlcuino dà l'elenco degli autori le cui opere si conservavano nella chiesa cattedrale di York. Benchè assai noto, esso merita d'essere qui riportato.

Illic invenies veterum vestigia patrumQuidquid habet pro se Latio Romanus in orbeGraecia vel quidquid transmisit clara Latinis:Hebraicus vel quod populus bibit imbre superno,Africa lucifluo vel quidquid lumine sparsit.Quod pater Hieronymus, quod sensit Hilarius, atqueAmbrosius praesul, simulque Augustinus, et ipseSanctus Athanasius, quod Orosius edit avitus:Quidquid Gregorius summus docet, et Leo Papa:Basilius quidquid, Fulgentius atque coruscant,Cassiodorus item, Chrysostomus atque Johannes;Quidquid et Athelmus docuit et Beda Magister;Quae Victorinus scripsere, Boëtius; atqueHistorici veteres, Pompejus, Plinius, ipseAcer Aristoteles, Rhetor atque Tullius ingens;Quid quoque Sedullus, vel quid canit ipso Juvencus,Alcimus, et Clemens, Prosper, Paulinus, Arator,Quid Fortunatus, vel quid Lactantius edunt;Quae Maro Virgilius, Statius, Lucanus et auctorArtis grammaticae, vel quid scripsere Magistri,Quid Probus, atque Phocas, Donatus, Priscianusve,Servius, Eulicius, Pompejus, Commenianus.Invenies alios perplures, Lector, ibidemEgregios studiis, arte et sermone Magistros,Plurima qui claro scripsere volumina sensu:Nomina sed quorum praesenti in carmine scribiLongius est visum, quam plectri postulet usus.

Illic invenies veterum vestigia patrumQuidquid habet pro se Latio Romanus in orbeGraecia vel quidquid transmisit clara Latinis:Hebraicus vel quod populus bibit imbre superno,Africa lucifluo vel quidquid lumine sparsit.Quod pater Hieronymus, quod sensit Hilarius, atqueAmbrosius praesul, simulque Augustinus, et ipseSanctus Athanasius, quod Orosius edit avitus:Quidquid Gregorius summus docet, et Leo Papa:Basilius quidquid, Fulgentius atque coruscant,Cassiodorus item, Chrysostomus atque Johannes;Quidquid et Athelmus docuit et Beda Magister;Quae Victorinus scripsere, Boëtius; atqueHistorici veteres, Pompejus, Plinius, ipseAcer Aristoteles, Rhetor atque Tullius ingens;Quid quoque Sedullus, vel quid canit ipso Juvencus,Alcimus, et Clemens, Prosper, Paulinus, Arator,Quid Fortunatus, vel quid Lactantius edunt;Quae Maro Virgilius, Statius, Lucanus et auctorArtis grammaticae, vel quid scripsere Magistri,Quid Probus, atque Phocas, Donatus, Priscianusve,Servius, Eulicius, Pompejus, Commenianus.Invenies alios perplures, Lector, ibidemEgregios studiis, arte et sermone Magistros,Plurima qui claro scripsere volumina sensu:Nomina sed quorum praesenti in carmine scribiLongius est visum, quam plectri postulet usus.

Illic invenies veterum vestigia patrum

Quidquid habet pro se Latio Romanus in orbe

Graecia vel quidquid transmisit clara Latinis:

Hebraicus vel quod populus bibit imbre superno,

Africa lucifluo vel quidquid lumine sparsit.

Quod pater Hieronymus, quod sensit Hilarius, atque

Ambrosius praesul, simulque Augustinus, et ipse

Sanctus Athanasius, quod Orosius edit avitus:

Quidquid Gregorius summus docet, et Leo Papa:

Basilius quidquid, Fulgentius atque coruscant,

Cassiodorus item, Chrysostomus atque Johannes;

Quidquid et Athelmus docuit et Beda Magister;

Quae Victorinus scripsere, Boëtius; atque

Historici veteres, Pompejus, Plinius, ipse

Acer Aristoteles, Rhetor atque Tullius ingens;

Quid quoque Sedullus, vel quid canit ipso Juvencus,

Alcimus, et Clemens, Prosper, Paulinus, Arator,

Quid Fortunatus, vel quid Lactantius edunt;

Quae Maro Virgilius, Statius, Lucanus et auctor

Artis grammaticae, vel quid scripsere Magistri,

Quid Probus, atque Phocas, Donatus, Priscianusve,

Servius, Eulicius, Pompejus, Commenianus.

Invenies alios perplures, Lector, ibidem

Egregios studiis, arte et sermone Magistros,

Plurima qui claro scripsere volumina sensu:

Nomina sed quorum praesenti in carmine scribi

Longius est visum, quam plectri postulet usus.

301.Il Roman de Thèbescomincia con questi notabili versi, ai quali si potrebbero trovare parecchi riscontri:Qi sages est nel doit celer,Ains doit pour çou son sens mostrer,Que quant il ert du siecle alesTos iours en soit plus ramembres.Se dans Omers et dans PlatonsEt Vergiles et CiceronsFuissent lor sens ale celant,Ja n'en fust mais parle avant.Chrestien de Troies dice nelCliget:Par les livres que nos avonsLes fais des anciens savonsEt del siecle, qui fu iadis.

301.Il Roman de Thèbescomincia con questi notabili versi, ai quali si potrebbero trovare parecchi riscontri:

Qi sages est nel doit celer,Ains doit pour çou son sens mostrer,Que quant il ert du siecle alesTos iours en soit plus ramembres.Se dans Omers et dans PlatonsEt Vergiles et CiceronsFuissent lor sens ale celant,Ja n'en fust mais parle avant.

Qi sages est nel doit celer,Ains doit pour çou son sens mostrer,Que quant il ert du siecle alesTos iours en soit plus ramembres.Se dans Omers et dans PlatonsEt Vergiles et CiceronsFuissent lor sens ale celant,Ja n'en fust mais parle avant.

Qi sages est nel doit celer,

Ains doit pour çou son sens mostrer,

Que quant il ert du siecle ales

Tos iours en soit plus ramembres.

Se dans Omers et dans Platons

Et Vergiles et Cicerons

Fuissent lor sens ale celant,

Ja n'en fust mais parle avant.

Chrestien de Troies dice nelCliget:

Par les livres que nos avonsLes fais des anciens savonsEt del siecle, qui fu iadis.

Par les livres que nos avonsLes fais des anciens savonsEt del siecle, qui fu iadis.

Par les livres que nos avons

Les fais des anciens savons

Et del siecle, qui fu iadis.

302.V.Prantl, inSitzungsberichte der bayr. Akad. der Wissenschaften, philos.-philol. Cl., 1861, p. 14.

302.V.Prantl, inSitzungsberichte der bayr. Akad. der Wissenschaften, philos.-philol. Cl., 1861, p. 14.

303.Nell'inedito poema di Carlo Martello e di Ugo conte d'Alvernia, francese di origine (v. intorno ad esso un mio scritto nelGiornale di filologia romanza, n. 2, p. 92-110), Ugo, viaggiando per l'inferno in compagnia di Enea e di san Guglielmo d'Oringa (Guglielmo d'Orange, l'eroe di uno dei sottocicli epici francesi) giunge al Limbo, dove non è nè fiamma, nè altro tormento infernale. Ciò nullameno, le anime che vi stanno rinchiuse piangono amaramente, e fanno alti lamenti. Enea, il quale esercita qui l'ufficio affidato nellaDivina Commediaa Virgilio, dice al cavaliere (cod. della Nazionale di Torino, N, III, 19):Questo asembiamento che tu vedy ya presenteyn questo limbo sono de quela zenteche fono vivy anze lo batesmoe de tali ge n'è che pechà non feno,a un di presso come Virgilio dice a Dante. Quivi stassi anche Enea, di quivi Cristo trasse i patriarchi; se coloro che vi sono rimasti avranno mai grazia di uscirne e d'andare a miglior soggiorno è occulto pensiero di Dio. Notisi che tutta questa parte del romanzo, dove si narra il viaggio infernale di Ugo, è imitazione manifesta dellaDivina Commedia, ma imitazione sgarbata, e di uno che non solo non ebbe una favilla dell'ingegno poetico di Dante, ma non ebbe nemmeno di costui il largo sentimento, e l'illuminata umanità. Però la condizione degli antichi illustri nel suo limbo è assai meno onorata, e assai più infelice di quello sia nel limbo dantesco. Anche Ugo trova un castello con sette porte, simbolo delle sette arti, nel quale è Tolomeo con molti discepoli, e assai altri cultori delle scienze, tra cui, pare, Aristotele. Ma tutti costoro si mostrano ben diversi da quei venerabili savii di Dante, cheParlavan rado, con voci soavi;essi, per contro, non essendo dallo studio, a cui attendono, appagato il lor desiderio, continuamente diverbiano e s'azzuffano. Se non che il racconto di tutto ciò è molto confuso nel poema; nel romanzo in prosa di Andrea da Barberino invece (Storia di Ugone d'Avernia, pur ora pubblicata dal Zambrini e dal Bacchi della Lega.Sc. d. cur. lett., disp. CLXXXVII, CLXXXX, l. IV, c. 1) esso è chiaro ed esplicito. Nel castello i demonii non possono entrare, ma l'ardore dell'incendio infernale vi si fa pur sentire. Quivi Ugone vide «molti che leggevano in sedia, che gridavano con grandi boci», e d'intorno molti che li stavano a udire; «e spesso la moltitudine che stavano a udire s'azzuffavano; e bestemmiando tutte le creature, e istracciavano i libri e la scrittura». Quivi sono, tra gli altri, Tolomeo, Tullio, Ipocrasso, Valerio; ed Enea dice a Ugone: «tutti coloro che istudiano nella scienza, sanza avere la diritta fede in Dio, ci vengono tutti». Ci si trova anche Aristotile; ma di Platone Enea dice: «perchè egli confessò la maggior parte, o una maggior parte delle trenta, non entra fra costoro; non ti so dire dov'è riserbato». In una versione libera in terzine, che certo Giovanni Vincenzo Isterliano fece di tutta quella parte del racconto dove si narra il viaggio di Ugone per l'inferno, e che si trova intercalata nel racconto medesimo, la lista degli antichi designati per nome è molto più lunga. Ecco i versi che la contengono:Udii di Tolomeo la sapïenza,Di Tullio, di Ipocrasso, e di Valerio,E d'Averrois con sua falsa sentenzia.E Polistrato e Lucano, ed Umerio,E Anasarco, Ipicurio, e Diogiene,E Vergilio che fe' Enea sì alterio.Di Socrate, Appollonio e NassimeneE Archimede, Diodoro e Orazio,Sallustio, Tito Livio e Filomene;Dimocrito, Ovidio, e vidi Ostazio;Antiganor poi mi fe' vedere,Aristotil più alto.Andando più oltre Ugone, così nel poema, come nel romanzo in prosa, trova gli eroi e i capitani famosi dell'antichità, che Dante aveva messi in compagnia coi filosofi e coi poeti, e, cosa degna di nota, la condizion loro è meno infelice che non quella dei savii, abitatori del castello simbolico.

303.Nell'inedito poema di Carlo Martello e di Ugo conte d'Alvernia, francese di origine (v. intorno ad esso un mio scritto nelGiornale di filologia romanza, n. 2, p. 92-110), Ugo, viaggiando per l'inferno in compagnia di Enea e di san Guglielmo d'Oringa (Guglielmo d'Orange, l'eroe di uno dei sottocicli epici francesi) giunge al Limbo, dove non è nè fiamma, nè altro tormento infernale. Ciò nullameno, le anime che vi stanno rinchiuse piangono amaramente, e fanno alti lamenti. Enea, il quale esercita qui l'ufficio affidato nellaDivina Commediaa Virgilio, dice al cavaliere (cod. della Nazionale di Torino, N, III, 19):

Questo asembiamento che tu vedy ya presenteyn questo limbo sono de quela zenteche fono vivy anze lo batesmoe de tali ge n'è che pechà non feno,

Questo asembiamento che tu vedy ya presenteyn questo limbo sono de quela zenteche fono vivy anze lo batesmoe de tali ge n'è che pechà non feno,

Questo asembiamento che tu vedy ya presente

yn questo limbo sono de quela zente

che fono vivy anze lo batesmo

e de tali ge n'è che pechà non feno,

a un di presso come Virgilio dice a Dante. Quivi stassi anche Enea, di quivi Cristo trasse i patriarchi; se coloro che vi sono rimasti avranno mai grazia di uscirne e d'andare a miglior soggiorno è occulto pensiero di Dio. Notisi che tutta questa parte del romanzo, dove si narra il viaggio infernale di Ugo, è imitazione manifesta dellaDivina Commedia, ma imitazione sgarbata, e di uno che non solo non ebbe una favilla dell'ingegno poetico di Dante, ma non ebbe nemmeno di costui il largo sentimento, e l'illuminata umanità. Però la condizione degli antichi illustri nel suo limbo è assai meno onorata, e assai più infelice di quello sia nel limbo dantesco. Anche Ugo trova un castello con sette porte, simbolo delle sette arti, nel quale è Tolomeo con molti discepoli, e assai altri cultori delle scienze, tra cui, pare, Aristotele. Ma tutti costoro si mostrano ben diversi da quei venerabili savii di Dante, che

Parlavan rado, con voci soavi;

Parlavan rado, con voci soavi;

Parlavan rado, con voci soavi;

essi, per contro, non essendo dallo studio, a cui attendono, appagato il lor desiderio, continuamente diverbiano e s'azzuffano. Se non che il racconto di tutto ciò è molto confuso nel poema; nel romanzo in prosa di Andrea da Barberino invece (Storia di Ugone d'Avernia, pur ora pubblicata dal Zambrini e dal Bacchi della Lega.Sc. d. cur. lett., disp. CLXXXVII, CLXXXX, l. IV, c. 1) esso è chiaro ed esplicito. Nel castello i demonii non possono entrare, ma l'ardore dell'incendio infernale vi si fa pur sentire. Quivi Ugone vide «molti che leggevano in sedia, che gridavano con grandi boci», e d'intorno molti che li stavano a udire; «e spesso la moltitudine che stavano a udire s'azzuffavano; e bestemmiando tutte le creature, e istracciavano i libri e la scrittura». Quivi sono, tra gli altri, Tolomeo, Tullio, Ipocrasso, Valerio; ed Enea dice a Ugone: «tutti coloro che istudiano nella scienza, sanza avere la diritta fede in Dio, ci vengono tutti». Ci si trova anche Aristotile; ma di Platone Enea dice: «perchè egli confessò la maggior parte, o una maggior parte delle trenta, non entra fra costoro; non ti so dire dov'è riserbato». In una versione libera in terzine, che certo Giovanni Vincenzo Isterliano fece di tutta quella parte del racconto dove si narra il viaggio di Ugone per l'inferno, e che si trova intercalata nel racconto medesimo, la lista degli antichi designati per nome è molto più lunga. Ecco i versi che la contengono:

Udii di Tolomeo la sapïenza,Di Tullio, di Ipocrasso, e di Valerio,E d'Averrois con sua falsa sentenzia.E Polistrato e Lucano, ed Umerio,E Anasarco, Ipicurio, e Diogiene,E Vergilio che fe' Enea sì alterio.Di Socrate, Appollonio e NassimeneE Archimede, Diodoro e Orazio,Sallustio, Tito Livio e Filomene;Dimocrito, Ovidio, e vidi Ostazio;Antiganor poi mi fe' vedere,Aristotil più alto.

Udii di Tolomeo la sapïenza,Di Tullio, di Ipocrasso, e di Valerio,E d'Averrois con sua falsa sentenzia.E Polistrato e Lucano, ed Umerio,E Anasarco, Ipicurio, e Diogiene,E Vergilio che fe' Enea sì alterio.Di Socrate, Appollonio e NassimeneE Archimede, Diodoro e Orazio,Sallustio, Tito Livio e Filomene;Dimocrito, Ovidio, e vidi Ostazio;Antiganor poi mi fe' vedere,Aristotil più alto.

Udii di Tolomeo la sapïenza,

Di Tullio, di Ipocrasso, e di Valerio,

E d'Averrois con sua falsa sentenzia.

E Polistrato e Lucano, ed Umerio,

E Anasarco, Ipicurio, e Diogiene,

E Vergilio che fe' Enea sì alterio.

Di Socrate, Appollonio e Nassimene

E Archimede, Diodoro e Orazio,

Sallustio, Tito Livio e Filomene;

Dimocrito, Ovidio, e vidi Ostazio;

Antiganor poi mi fe' vedere,

Aristotil più alto.

Andando più oltre Ugone, così nel poema, come nel romanzo in prosa, trova gli eroi e i capitani famosi dell'antichità, che Dante aveva messi in compagnia coi filosofi e coi poeti, e, cosa degna di nota, la condizion loro è meno infelice che non quella dei savii, abitatori del castello simbolico.

304.Ap.Pez,Thesaurus anecdotorum novissimus, t. II, parte 1ª, col. 227-34.

304.Ap.Pez,Thesaurus anecdotorum novissimus, t. II, parte 1ª, col. 227-34.

305.In Cantica, sermoXXXVI.

305.In Cantica, sermoXXXVI.

306.De gestis FredericiI, l. II, c. 13.

306.De gestis FredericiI, l. II, c. 13.

307.V. intorno al perdurare della tradizione classica in ItaliaBartoli,I primi due secoli della letteratura italiana, c. VII, oGebhart,Les origines de la renaissance en Italie, Parigi, 1879, c. IV.

307.V. intorno al perdurare della tradizione classica in ItaliaBartoli,I primi due secoli della letteratura italiana, c. VII, oGebhart,Les origines de la renaissance en Italie, Parigi, 1879, c. IV.

308.Circa la persistenza dei metri classici v.Wright,On the origin of rhymes in mediaeval poetrynel v. II degliEssays on archaeological subjects.

308.Circa la persistenza dei metri classici v.Wright,On the origin of rhymes in mediaeval poetrynel v. II degliEssays on archaeological subjects.

309.V.Fitting,Juristische Schriften des früheren Mittelalters, Halle, 1870, eZur Geschichte der Rechtswissenschaft am Anfange des Mittelalters, ibid., 1875.

309.V.Fitting,Juristische Schriften des früheren Mittelalters, Halle, 1870, eZur Geschichte der Rechtswissenschaft am Anfange des Mittelalters, ibid., 1875.

310.Tetralogus, ap.Pertz,Script., t. XI, p. 251.

310.Tetralogus, ap.Pertz,Script., t. XI, p. 251.

311.Ep. IV, Op., ed. del 1517.

311.Ep. IV, Op., ed. del 1517.

312.Duemmler,Gedichte aus dem elften Jahrhundert, in Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde,v. I, p. 181.

312.Duemmler,Gedichte aus dem elften Jahrhundert, in Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde,v. I, p. 181.

313.Raterio da Verona dice, citando un verso d'Orazio nel suo trattatoDe contemptu canonum: «perlepide Flaccus cantitat noster».

313.Raterio da Verona dice, citando un verso d'Orazio nel suo trattatoDe contemptu canonum: «perlepide Flaccus cantitat noster».

314.In un carmeAd Gregorium magistrum militumson questi versi:Sergius, ecce, polos magnus qui vertice pulsat,Dignus apostolicus divino munere lectus,Mistice qui factus conformis imagine divumAurea priscorum nunc reparat secla virorum,Scipiades claros, Fabios gentemque togatamFasces, curules, anulos ac paludamenta,Palmatas tunicas, trabeam falerasque nitentesImperium renovat heroum nomenque priorum.Duemmler,Auxilius und Vulgarius, p. 152.

314.In un carmeAd Gregorium magistrum militumson questi versi:

Sergius, ecce, polos magnus qui vertice pulsat,Dignus apostolicus divino munere lectus,Mistice qui factus conformis imagine divumAurea priscorum nunc reparat secla virorum,Scipiades claros, Fabios gentemque togatamFasces, curules, anulos ac paludamenta,Palmatas tunicas, trabeam falerasque nitentesImperium renovat heroum nomenque priorum.

Sergius, ecce, polos magnus qui vertice pulsat,Dignus apostolicus divino munere lectus,Mistice qui factus conformis imagine divumAurea priscorum nunc reparat secla virorum,Scipiades claros, Fabios gentemque togatamFasces, curules, anulos ac paludamenta,Palmatas tunicas, trabeam falerasque nitentesImperium renovat heroum nomenque priorum.

Sergius, ecce, polos magnus qui vertice pulsat,

Dignus apostolicus divino munere lectus,

Mistice qui factus conformis imagine divum

Aurea priscorum nunc reparat secla virorum,

Scipiades claros, Fabios gentemque togatam

Fasces, curules, anulos ac paludamenta,

Palmatas tunicas, trabeam falerasque nitentes

Imperium renovat heroum nomenque priorum.

Duemmler,Auxilius und Vulgarius, p. 152.

315.Hock,Histoire du pape Sylvestre II et de son siècle, traduzione dal tedesco arricchita di note e di documenti inediti dell'abate Axinger, p. 115-6.

315.Hock,Histoire du pape Sylvestre II et de son siècle, traduzione dal tedesco arricchita di note e di documenti inediti dell'abate Axinger, p. 115-6.

316.Alcuino dice in una delle sue epistole a Carlo Magno: «Ego vero Flaccus vester secundum exhortationem et bonam voluntatem vestram aliis per tecta sancti Martini sanctarum mella scripturarum ministrare satago; alios vetere antiquarum disciplinarum mero inaebriare studeo». Ep. 78, inJaffè,Monumenta Alcuiniana, Berlino, 1873, p. 345.

316.Alcuino dice in una delle sue epistole a Carlo Magno: «Ego vero Flaccus vester secundum exhortationem et bonam voluntatem vestram aliis per tecta sancti Martini sanctarum mella scripturarum ministrare satago; alios vetere antiquarum disciplinarum mero inaebriare studeo». Ep. 78, inJaffè,Monumenta Alcuiniana, Berlino, 1873, p. 345.

317.V.Ozanam,Des écoles en Italie aux temps barbares, inDocuments inédits pour servir à l'histoire littéraire de l'Italie, p. 14.

317.V.Ozanam,Des écoles en Italie aux temps barbares, inDocuments inédits pour servir à l'histoire littéraire de l'Italie, p. 14.

318.V.Jessen,Lucrez im Mittelalter, nelPhilologus, v. XXX. p. 236-8.

318.V.Jessen,Lucrez im Mittelalter, nelPhilologus, v. XXX. p. 236-8.

319.NelRheinisches Museum, t. III, p. 7-8.

319.NelRheinisches Museum, t. III, p. 7-8.

320.Fu fatto conoscere dall'Ozanam (Documents inédits, p. 19-20), il quale, per una pudicizia assai fuor di proposito, ne diede solamente le prime strofe, tralasciando il resto. Esso fu poi pubblicato per intero dalWattenbach,Zeitschrift für deutsches Alterthum, v. XVIII, p. 127. Altre composizioni consimili si potrebbero ricordare: un poemetto ritmico avente a soggetto la storia di Giove e di Danae, pubblicato ancor esso dal Wattenbach (ibid., p. 457): un'Altercatio Phillidis et Florae, pubblicata già più volte (Aretin,Beyträge zur Geschichte und Literatur, t. VII, p. 302;Wright,Latin poems attributed to Walter Mapes, p. 258; Carmina Burana, p. 155); un poemettoDe gestis Herculis(Carm. Bur., p. 125), ecc.

320.Fu fatto conoscere dall'Ozanam (Documents inédits, p. 19-20), il quale, per una pudicizia assai fuor di proposito, ne diede solamente le prime strofe, tralasciando il resto. Esso fu poi pubblicato per intero dalWattenbach,Zeitschrift für deutsches Alterthum, v. XVIII, p. 127. Altre composizioni consimili si potrebbero ricordare: un poemetto ritmico avente a soggetto la storia di Giove e di Danae, pubblicato ancor esso dal Wattenbach (ibid., p. 457): un'Altercatio Phillidis et Florae, pubblicata già più volte (Aretin,Beyträge zur Geschichte und Literatur, t. VII, p. 302;Wright,Latin poems attributed to Walter Mapes, p. 258; Carmina Burana, p. 155); un poemettoDe gestis Herculis(Carm. Bur., p. 125), ecc.

321.Ap.Murat,Script., t. VI.

321.Ap.Murat,Script., t. VI.

322.Archivio storico italiano, v. XVI, I.

322.Archivio storico italiano, v. XVI, I.

323.Sull'argomento delle possibili relazioni della leggenda di San Gregorio con la storia di Edipo v.Comparetti,Edipo e la mitologia comparata,Pisa, 1868;Lippold,Ueber die Quelle des Gregorius Hartmanns von Aue, Altenburg, 1869, p. 50-4;Constans,La légende d'Oedipe étudiée dans l'antiquité, au moyen-âge et dans les temps modernes, en particulier dans le roman de Thèbe, texte français du XII siècle, Parigi, 1881. L'Ozanam pubblicò (Documents inédits, p. 25-8) unPlanctus Edipidi su un codice del XII secolo dell'abazia di San Gallo. NelDolopathosdi Giovanni d'Alta Selva, e nelle versioni che se ne fecero, si trova narrata una storia che, salvo differenze di poco rilievo, è quella stessa di Ulisse e di Polifemo narrata nell'Odissea. Non perciò se ne deve inferire che il racconto omerico ne sia la fonte remota. Quella storia appartiene al grande patrimonio dei miti indoeuropei, e si ritrova nei racconti di moltissimi popoli. Gli è essai probabile che lo stesso autore dell'Odissea non abbia fatto se non appropriare ad Ulisse una fiaba corrente dei tempi suoi, e non sarebbe questo il solo esempio di fiabe popolari inserite in quel poema (V.Gerland,Altgriechische Märchen der Odyssee, Magdeburgo, 1869). Vero è che Giovanni di Alta Selva dà al gigante del suo racconto il nome di Polifemo, ma è questa in lui, senza dubbio, una reminiscenza classica, che non si accorda punto col resto, giacchè Ulisse e i suoi compagni non si nominano, e il luogo loro è tenuto da un capitan di ladri con cento ladroni. V. per quanto concerne questo antichissimo mitoW. Grimm,Die Sage von Polyphem, Abhandl. d. k. Akad. d. Wissensch. z. Berlin, 1857. Lo stesso, credo, potrebbe dirsi del mito di Circe e degli uomini trasformati in bruti, che così spesso riappare, mutati i nomi e le persone, nei racconti romanzeschi del medio evo. Ma non a torto forse collega il Goerres la storia di Helias e di Lohengrin con quanto, riportando un antico mito germanico, e alterando il nome dell'eroe, narra Tacito (De mor. Germ., c. 3) di Ulisse, che, peregrinando sarebbe giunto sin sulle coste della Germania, e rimontato il corso del Reno, avrebbe fondato Asciburgio. VediLohengrin, ein altteutsches Gedicht, pubblicato da I. Goerres, Eidelberga, 1813, p.LXXVII-LXXVIII.

323.Sull'argomento delle possibili relazioni della leggenda di San Gregorio con la storia di Edipo v.Comparetti,Edipo e la mitologia comparata,Pisa, 1868;Lippold,Ueber die Quelle des Gregorius Hartmanns von Aue, Altenburg, 1869, p. 50-4;Constans,La légende d'Oedipe étudiée dans l'antiquité, au moyen-âge et dans les temps modernes, en particulier dans le roman de Thèbe, texte français du XII siècle, Parigi, 1881. L'Ozanam pubblicò (Documents inédits, p. 25-8) unPlanctus Edipidi su un codice del XII secolo dell'abazia di San Gallo. NelDolopathosdi Giovanni d'Alta Selva, e nelle versioni che se ne fecero, si trova narrata una storia che, salvo differenze di poco rilievo, è quella stessa di Ulisse e di Polifemo narrata nell'Odissea. Non perciò se ne deve inferire che il racconto omerico ne sia la fonte remota. Quella storia appartiene al grande patrimonio dei miti indoeuropei, e si ritrova nei racconti di moltissimi popoli. Gli è essai probabile che lo stesso autore dell'Odissea non abbia fatto se non appropriare ad Ulisse una fiaba corrente dei tempi suoi, e non sarebbe questo il solo esempio di fiabe popolari inserite in quel poema (V.Gerland,Altgriechische Märchen der Odyssee, Magdeburgo, 1869). Vero è che Giovanni di Alta Selva dà al gigante del suo racconto il nome di Polifemo, ma è questa in lui, senza dubbio, una reminiscenza classica, che non si accorda punto col resto, giacchè Ulisse e i suoi compagni non si nominano, e il luogo loro è tenuto da un capitan di ladri con cento ladroni. V. per quanto concerne questo antichissimo mitoW. Grimm,Die Sage von Polyphem, Abhandl. d. k. Akad. d. Wissensch. z. Berlin, 1857. Lo stesso, credo, potrebbe dirsi del mito di Circe e degli uomini trasformati in bruti, che così spesso riappare, mutati i nomi e le persone, nei racconti romanzeschi del medio evo. Ma non a torto forse collega il Goerres la storia di Helias e di Lohengrin con quanto, riportando un antico mito germanico, e alterando il nome dell'eroe, narra Tacito (De mor. Germ., c. 3) di Ulisse, che, peregrinando sarebbe giunto sin sulle coste della Germania, e rimontato il corso del Reno, avrebbe fondato Asciburgio. VediLohengrin, ein altteutsches Gedicht, pubblicato da I. Goerres, Eidelberga, 1813, p.LXXVII-LXXVIII.

324.V.Cholevius,Geschichte der deutschen Poesie nach ihren antiken Elementen, Lipsia, 1854-6, v. 1, p. 3-9;Comparetti,Virgilio nel medio evo, v. II, p. 7.

324.V.Cholevius,Geschichte der deutschen Poesie nach ihren antiken Elementen, Lipsia, 1854-6, v. 1, p. 3-9;Comparetti,Virgilio nel medio evo, v. II, p. 7.

325.V.Roquefort,Poésies de Marie de France, Parigi, 1820, v. II,Notice sur les fables e Notice sur Romulus;Robert,Fables inédites du XIIe, XIIIeet XIVesiècles, Parigi, 1825;Du Méril,Poésies inédites du moyen âge, Parigi, 1854;Oesterley,Romulus, die Paraphrasen des Phaedrus und die aesopische Fabel im Mittelalter, Berlino, 1870.

325.V.Roquefort,Poésies de Marie de France, Parigi, 1820, v. II,Notice sur les fables e Notice sur Romulus;Robert,Fables inédites du XIIe, XIIIeet XIVesiècles, Parigi, 1825;Du Méril,Poésies inédites du moyen âge, Parigi, 1854;Oesterley,Romulus, die Paraphrasen des Phaedrus und die aesopische Fabel im Mittelalter, Berlino, 1870.

326.Roquefort,De l'état de la poèsie françoise dans les XIIeet XIIIesiècles, Parigi, 1821, p. 252.

326.Roquefort,De l'état de la poèsie françoise dans les XIIeet XIIIesiècles, Parigi, 1821, p. 252.

327.V.Schaarschmidt,Johannes Saresberiensis, Lipsia, 1862, p. 84.

327.V.Schaarschmidt,Johannes Saresberiensis, Lipsia, 1862, p. 84.

328.Id., ibid.

328.Id., ibid.

329.V. Boutaric inRevue des questions historiques, v. XVII, p. 56 e seg.

329.V. Boutaric inRevue des questions historiques, v. XVII, p. 56 e seg.

330.V.Sinner,Catalogus codicum manuscriptorum Bibliothecae Bernensis, v. III, p. 348.

330.V.Sinner,Catalogus codicum manuscriptorum Bibliothecae Bernensis, v. III, p. 348.

331.Tullius et Macer, Cicero sive Plato.De gestis Hludovici regis, l. I, v. 18.

331.

Tullius et Macer, Cicero sive Plato.

Tullius et Macer, Cicero sive Plato.

Tullius et Macer, Cicero sive Plato.

De gestis Hludovici regis, l. I, v. 18.

332.Polychronicon, l. III, c. 40.

332.Polychronicon, l. III, c. 40.

333.Tale accusa è fatta ad Omero da Guido Colonna, da Benedetto di Saint-More, il quale riconosce nondimeno che l'autore dell'Iliadefu clers merveilles,Des plus sachaux, çe trovon nos,(Roman de Troie, v. 45-6), da Alberto Stadense. In un frammento di versione castigliana dellaHistoria Trojana, riportato daAmador de Los Rios,Historia critica de la literatura española, v. IV, p. 346, si dice che l'Iliadefu bruciata in Atene.

333.Tale accusa è fatta ad Omero da Guido Colonna, da Benedetto di Saint-More, il quale riconosce nondimeno che l'autore dell'Iliade

fu clers merveilles,Des plus sachaux, çe trovon nos,

fu clers merveilles,Des plus sachaux, çe trovon nos,

fu clers merveilles,

Des plus sachaux, çe trovon nos,

(Roman de Troie, v. 45-6), da Alberto Stadense. In un frammento di versione castigliana dellaHistoria Trojana, riportato daAmador de Los Rios,Historia critica de la literatura española, v. IV, p. 346, si dice che l'Iliadefu bruciata in Atene.

334.Bocados de oro, c. XI.

334.Bocados de oro, c. XI.

335.Fiore di filosofi e di molti savi.

335.Fiore di filosofi e di molti savi.

336.Ciò si narra, con qualche piccola diversità, di Seneca nella VIII delle novelle inedite pubblicate dalPapanti,Catalogo dei novellieri italiani in prosa, Livorno, 1871. V. ancheBiagi,Le novelle antiche, CXLI, p. 142-3.

336.Ciò si narra, con qualche piccola diversità, di Seneca nella VIII delle novelle inedite pubblicate dalPapanti,Catalogo dei novellieri italiani in prosa, Livorno, 1871. V. ancheBiagi,Le novelle antiche, CXLI, p. 142-3.

337.Cap. 64.

337.Cap. 64.

338.Bocados de oro. VIII, XII, XIII, XX.

338.Bocados de oro. VIII, XII, XIII, XX.

339.Biagi,Le novelle antiche, LXXXIV, p. 86-87. V. anche ilFiore di filosofi, testo del Cappelli, p. 8-9.

339.Biagi,Le novelle antiche, LXXXIV, p. 86-87. V. anche ilFiore di filosofi, testo del Cappelli, p. 8-9.

340.V.Giovanni Sarisberiense,Polycrat., l. II, c. 26. Questa storiella era già stata raccontata anticamente di Omero, e di Omero si continua a raccontare nelleVite dei filosofiin italiano, stampate nel secolo XV (v.Bartoli,St. d. lett. it., v. III, p. 221), e nella prefazione di un libro francese intitolatoLes fantastiques batailles des grands roys Bodilardus et Croacus: translaté de latin en françoys, Lione, 1534 (v.Le Roux de Lincy,Le livre des légendes, Parigi, 1836, p. 45-7).

340.V.Giovanni Sarisberiense,Polycrat., l. II, c. 26. Questa storiella era già stata raccontata anticamente di Omero, e di Omero si continua a raccontare nelleVite dei filosofiin italiano, stampate nel secolo XV (v.Bartoli,St. d. lett. it., v. III, p. 221), e nella prefazione di un libro francese intitolatoLes fantastiques batailles des grands roys Bodilardus et Croacus: translaté de latin en françoys, Lione, 1534 (v.Le Roux de Lincy,Le livre des légendes, Parigi, 1836, p. 45-7).


Back to IndexNext