Chapter 5

Baptizavit eum Silvester, idemque fatemur;Arrius hunc post hec corrupit, et inde dolemus,Scismate namque suo conmaculavit eum.Hoc fuit in villa, quam rite vocant Aquilonam,Quando rebabtizatus fedaverat ipse coronam:Scripta tripertita testificantur ita.

Baptizavit eum Silvester, idemque fatemur;Arrius hunc post hec corrupit, et inde dolemus,Scismate namque suo conmaculavit eum.Hoc fuit in villa, quam rite vocant Aquilonam,Quando rebabtizatus fedaverat ipse coronam:Scripta tripertita testificantur ita.

Baptizavit eum Silvester, idemque fatemur;

Arrius hunc post hec corrupit, et inde dolemus,

Scismate namque suo conmaculavit eum.

Hoc fuit in villa, quam rite vocant Aquilonam,

Quando rebabtizatus fedaverat ipse coronam:

Scripta tripertita testificantur ita.

E Fazio degli Uberti[161]:

Nell'acqua de la fe bis fu costuiLavato.

Nell'acqua de la fe bis fu costuiLavato.

Nell'acqua de la fe bis fu costui

Lavato.

Finalmente è da ricordare un'altra, ma meno diffusa e meno importante leggenda, secondo la quale Costantino sarebbe stato battezzato dal papa Eusebio, leggenda evidentemente immaginata per far vacillare con la uguaglianza dei nomi la tradizione storica che Costantino diceva battezzato da Eusebio di Nicomedia. In appoggio di tale leggenda s'era foggiata ed attribuita a quel pontefice una decretale, che esisteva ancora nel XII secolo, ma che poi sembra sia andata perduta[162]. Questa leggenda, fra gli altri, accetta anche Pietro de Natalibus[163].

Alla conversione di Costantino, Giovanni Colonna fa immediatamente succedere la conversione dei Romani[164]. Ricevuto il battesimo, Costantino fece un discorso ai senatori e al popolo, udito il quale e popolo e senatori gridarono:Qui Christum negant male pereant, quia ipse est verus deus. Et iterum iube qui thurificant diis urbi pellantur. Ma Costantino rispose, la fede non potersi imporre con la forza, anzi dover essere spontanea. Qui abbiamosenza dubbio una reminiscenza di quelle concioni che, se si deve prestar fede ad Eusebio, più di una volta Costantino tenne al popolo. Ma nella leggenda comune si narra, come abbiam veduto, di una disputa fra i dottori ebrei e Silvestro, dopo la quale molti si convertirono al cristianesimo. Questa disputa è già riferita nei documenti più antichi della leggenda; la stessa conversione di Elena si fa dipendere da essa[165]. Noi abbiamo veduto altre leggende fare Elena cristiana sin dalla giovinezza; ma oltre che Eusebio dice esplicitamente Elena essere stata convertita dal figlio, la leggenda che veniva raccogliendo e inventando i titoli di benemerenza della Chiesa e le prove della gratitudine di Costantino, non poteva concedere che costui avesse ricevuto l'inestimabile benefizio della fede, anzichè dalla Chiesa, dalla propria sua madre. Del resto una disputa consimile si ha nella leggenda di Barlam e Josafat, dove Barlam dimostra a dottori caldei, greci, egizii ed ebrei la falsità delle loro religioni.

Il miracolo del drago si trova già nei racconti più antichi, e ha molti, ma molti riscontri nell'agiografia cristiana[166]. Nelle numerose narrazioni che se ne hanno sitrova spesso qualche variazione rispetto al riferimento più antico. Amalrico Augerio dice, per esempio, negliActus Pontificum, che il drago aveva ucciso seimila persone, e che San Silvestro lo legòcum catenis aereis et fortissimis ferris. LaKaiserchronikpone il drago in un monte Mendel (Mendelberg)[167]; Simeone Metafraste, Corrado di Würzburg[168], altri, nel Monte Tarpejo, e qualcuno vi fu che volle anche narrare come il drago fosse venuto a Roma[169]. IMirabiliae laGraphiaricordano la leggenda di San Silvestro e del drago immediatamente dopo quella di Curzio, e ciò diede forse occasione a confondere l'una con l'altra, come fa Armannino Giudice nellaFiorita[170].Infernusera il nome, così della voraginedi Curzio, come della caverna in cui si credeva che San Silvestro avesse rinchiuso il drago. Senza dubbio in origine la leggenda altro non fu che un'allegoria, dove il drago stava a rappresentare il paganesimo, o fors'anche il demonio vinto e reso impotente dal santo pontefice. Come in molt'altre religioni e mitologie, così ancora nel cristianesimo il drago, o il serpente, rappresenta il principio del male e delle tenebre; nelle tradizioni religiose ed epiche di tutti i popoli lo spirito del male prende volentieri la forma di serpente o di drago, e come uccisori di serpenti e di draghi sono celebrati gli dei e gli eroi. Arimane assume forma di drago, e così ancora molto spesso il diavolo[171]. Apollo uccide il serpente Pitone, Odino uccide Fafnir; Giasone, Rustem, Siegfried, Sigurd, Siegmund, Beowulf, Tristano, Gilles de Chin, altri eroi senza numero uccidono draghi. Secondo una leggenda talmudica anche Salomone vinse un drago. La leggenda di San Giorgio prese origine, senz'alcun dubbio, da qualche pittura o altra rappresentazione allegorica. Eusebio racconta che Costantino si fece ritrarre col segno della passione sopra il capo e col diabolico drago precipitante nel mare[172]. Nella Vita di San Silvestro, scritta da Simeone Metafraste, il drago è rappresentato come una divinità in onor della quale i gentili celebravano esecrandi misteri[173]. La leggenda fu nel medio evo fra le più celebri: Tommaso di Stefano, detto il Giottino, ne fecesoggetto di un affresco nella cappella di San Silvestro in Santa Croce. Tutta del resto, la leggenda di San Silvestro ebbe grandissima celebrità: verso il 1280 Corrado di Würzburg la tolse ad argomento di un poema di 5220 versi[174].

Narrata la conversione di Costantino al modo che abbiam veduto, e confermata con tanti miracoli la verità del cristianesimo, si doveva necessariamente credere che la falsa religione non fosse più tollerata nell'impero; e, in fatti, le storie, traviate dalla leggenda, raccontano che Costantino fece chiudere, o addirittura abbattere, i templi degl'idoli, e arricchì con le spoglie loro le chiese, molte delle quali egli stesso veniva con lodevole zelo innalzando. Ora, sebbene in ciò qualche cosa di vero vi sia, molto ancora si esagerò[175]. Si attribuì a Costantino la costruzione delle sette chiese più antiche di Roma[176], e, in generale, di ogni altra chiesa di cui siignorassero le origini; si ricordavano i doni ch'esse avevano ricevuto da lui[177].

L'ultima parte della leggenda complessa che abbiamo esaminata sin qui narra della cessione che di Roma e dell'impero d'Occidente fece Costantino al Pontefice, e della traslazione della sede imperiale a Bizanzio. La favola celebre della donazione, la quale è assai più una falsificazione storica che non una leggenda, e di cui nonmi spetta parlare di proposito, dev'essere stata immaginata in Roma, fra il 750 e il 754, quando i papi, avversarii acerrimi della dominazione longobardica, cominciarono a nutrire il pensiero di sostituire l'autorità propria a quella degl'imperatori d'Oriente, la quale oramai altro non era che un'ombra[178]. S'inventò allora il famoso Edictum Constantini, tante volte citato dai papi in sostegno delle lor pretensioni, tante volle impugnato dai loro avversarii. Costantino abbandonava Roma affinchè il papa potesse esercitarvi più liberamente l'alto suo ministero[179], e partendo, poneva in sua balìa tutto l'imperod'Occidente, e gliene trasmetteva l'insegne, e quella corona che, così si dirà più tardi, egli aveva dallo stesso pontefice ricevuta[180]. In Roma si mostrava il luogo dove l'imperatore e il papa s'erano baciati e separati[181]. Tutti conoscono i versi in cui Dante deplora la donazione ond'ebbe principio il pervertimento della Chiesa[182]; ma altri infiniti la deplorarono al par di lui: secondo una tradizione che credo tedesca, il giorno in cui Costantino cedette Roma al Pontefice si udì in cielo una voce a gridare: Oggi nella Chiesa è stato infuso il veleno[183].

Lasciata Roma, Costantino va a fondare Costantinopoli. Intorno a questa fondazione parecchie leggende si raccolsero, le quali non tutte s'accordano con la favola papale nel darne le ragioni. NellaKaiserchroniksi diceche Roma essendo afflitta dalla fame Costantino prese la risoluzione di partirsi con molti dei suoi e lasciare la città al papa[184]. NelChronicon Salernitanumsi racconta[185]che Costantino, lasciando per divina ispirazione la città di Roma alla Chiesa, si mise in mare insieme con la moglie, coi figli, con tutti gli ottimati e con l'esercito, diretto a Bizanzio. Spinte da una burrasca, due navi approdarono in Ischiavonia, e ottenutane licenza dagli abitanti, i Romani fermarono loro stanza in Ragusa. Ma non potendo soffrire l'oppressione dei Ragusei, tornarono indi a non molto in Italia, e vennero a Melfi, onde poi furono detti Amalfitani. Parecchi scrittori ecclesiastici narrano che Costantino erasi da prima accinto a ricostruir Troja; ma una voce del cielo lo ammonì di non voler ciò fare, e allora egli si volse a Bizanzio[186], o, secondo taluni, prima a Calcedonia, poi a Bizanzio. Giraldo Cambrense dà come ragione del divieto divino l'infame vizio della sodomia di cui Troja anticamente sarebbe stata infetta[187]. Manasse racconta[188]cheavendo Costantino cominciato a edificare la città di Calcedonia, sopraggiunsero alcuni grandi uccelli, i quali rapirono le pietre e le portarono a Bizanzio. In certeVitae Cæsaruminedite, Gianmichele Nagonio dice[189]che Costantino tentò di edificare una città, prima nell'agro Sardico, poi nella Troade, da ultimo presso Calcedonia; ma quivi alcune aquile rapirono le funi con cui gli architetti stavano spartendo l'area e le portarono a Bizanzio.

Secondo altre tradizioni Costantino fu mosso a costruire, o per dir meglio, a ricostruire Bizanzio, da certa visione ch'egli ebbe, e che si trova narrata da parecchi. Ecco, in succinto, la narrazione che ne fa Sant'Aldelmo[190]. Una notte, Costantino, che già si trovava nell'antica Bizanzio, vide in sogno una vecchia decrepita, e che all'aspetto pareva quasi morta. Così comandandogli San Silvestro, Costantino la pregò di sorgere, e quella, alle sue parole, si mutò in una bellissima e fiorente fanciulla. Costantino compiacendosi in lei, la vestì della propria clamide, e le pose in capo la corona imperiale sfolgorante di gemme; e udì la madre Elena dirgli: Costei sarà tua, e non morrà sino che duri il mondo. Costantino, destatosi, non intendendo il sogno, comincia per la preoccupazione dell'animo, e per la troppa frugalità a macerarsi, finchè, trascorsa una settimana, preso da nuovo sopore, vede in sogno San Silvestro che così gli parla: «La vecchia decrepita è questa stessacittà di Bizanzio, la quale è tutta ormai una ruina. Sali in su quel tuo cavallo su cui, battezzato, visitasti in Roma i santuarii degli Apostoli e dei martiri, prendi nella destra il tuo labaro, e fitta la punta di esso in terra, allenta il freno al cavallo, e lascia che vada dove l'angelo di Dio sarà per condurlo. Tu, lungo la traccia che lascerà in terra la cuspide del vessillo, farai costruire le nuove mura, e rinnovellerai la città, e la chiamerai col tuo nome, e di tutte l'altre città la farai regina». Costantino, svegliatosi, offre doni a Dio, si comunica, esegue punto per punto il comandamento di San Silvestro, e costruisce la città, che dal suo nome fu detta Costantinopoli. Lo stesso, salvo qualche leggiera diversità, narra Guglielmo di Malmesbury, citando Aldelmo[191]. Un'altra leggenda, più semplice, narrava che Costantino, mentre camminando, tracciava la pianta della nuova città, era preceduto da un angelo[192]. Più di un prodigio fece intendere che la nuova città era serbata ad alti destini: alcuni narravano che al porre della fondamenta era apparsa la Fenice. Nessuna città si costruì poi nel mondo che l'eguagliasse in magnificenza: Nicolò Casola così racconta di Costantino e di Costantinopoli nella sua Storia di Attila[193]: «Il se fist batisier e fu granz ensuit e nos vos avons conte et puis s'en ala en Grece. E portoit davant luy la saint croiz et toz cels qe a la sainte cristientez voloient venir et vindrent furent sauvee decois (sic) e de voir e li autre furent danez e destruit. Il menoit avec lui si grant chevalerie e si gran people qe la ou il venoit nuls ne li ousoit contradire. Il fu sire e empereour en Grece. Il s'en aloit en (en) Bisançe, et illec s'arestoit, illec il fist une citez la plus belle et la greignor e la plus riche que de lors en avant fust faite ou secle. Il la apeloit de son nom Constantinople. Qe vos diroge? illec fist il son empire, e le tint de par l'apostoille de Rome e fu li pais apelle Romanie por ce qe li Romains i remestrent». Attingendo a non so quali fonti Bertran de Paris de Rouergue dice che Costantino consumò nella edificazione di Costantinopoli centovent'anni;

Cen vint an obret c'anc als no fet[194].

Cen vint an obret c'anc als no fet[194].

Cen vint an obret c'anc als no fet[194].

La leggenda narra inoltre qual modo tenesse Costantinoper far rimanere a Costantinopoli i patrizii romani, vogliosi di tornarsene a Roma. Prima di condurli a combattere contro i Persiani, dice Michele Glica[195], egli si fece consegnare da loro le anella, e queste mandò a Roma, fingendo che i mariti ingiungessero alle proprie mogli di venirli a raggiungere. Vedute le anella dei mariti le donne obbedirono, e vennero a Costantinopoli, dove Costantino fece costruire palazzi in tutto simili a quelli di Roma, così che quegli furono contenti di rimanere. Codino narra questa medesima favola, e dice che grande fu la meraviglia dei maestri delle milizie e dei patrizii quando, tornati a Costantinopoli, vi trovarono le famiglie e le case loro[196]. Altre leggende narrano di un'altra astuzia volta al medesimo fine. Costantino aveva promesso ai patrizii di ricondurli a Roma. Instando essi perchè la promessa fosse loro osservata, egli fece venire da Roma grande quantità di terra, e sparsala per le piazze di Bizanzio (secondo altri sul suolo di un'isola), e convocati poscia i patrizii, si dichiarò sciolto dall'obbligo suo giacchè essi trovavansi sulla terra di Roma.

NellaKaiserchronikquesto fatto è legato con l'altro delle anella[197]: in un testo italiano esso è narrato come segue[198]: «....... e per ch'elli (Costantino) avea giurato ai suoi baroni e promesso di ritornare in terra di Roma, consappiendo che altrimenti nol voleno seguitare, fece torre le navi e caricare della terra di Roma, e fecela ispargere per le piazze, e propriamente per una, ed ivi fece suo parlamento, e disse come elli era sciolto del sacramento il quale egli avea lor fatto conciossia cosa ch'elli era in terra di Roma, e sapiate c'allora si votò Roma di molta buona gente[199]».

Nel citato sermone indebitamente attribuito a Beda[200]si narra, come già notammo, che quando Costantino ebbe costruita Bizanzio, i Saraceni mossero contro di lui per combatterlo, e che egli, rassicurato dall'apparizione della croce, venne con esso loro a battaglia, e ne uccise moltissimi. Giovanni Lydgate ricorda nella sua versione metrica del trattato del BoccaccioDe casibus virorum et feminarum illustriumuna statua equestre tutta di bronzo, che sorgeva in Costantinopoli, e rappresentava Costantino con una spada meravigliosa in mano in atto di minacciare i Turchi[201].

Se le leggende di Costantino esaminate sin qui hanno tutte, qual più qual meno, un appiglio nella storia, altre ve ne sono in tutto e per tutto immaginarie, le quali non hanno con lui nessuna necessaria attinenza, e non s'intende come e perchè siensi legate al suo nome. Queste riflettono più particolarmente la sua vita privata di marito e di padre, ad eccezione di una, che riferirò per la prima, nella quale egli comparisce ancora come uomo pubblico, e più propriamente come legislatore. NelFiore di virtùla nota leggenda di Licurgo, che fece giurare agli Spartani di osservar le sue leggi fino a che egli fosse tornato, è attribuita a Costantino, e narrata ne' seguenti termini: «Della virtù della constantia si legge nelle storie romane ch'el re Constantino aveva ordinate certe lege al populo le quali gli pareva troppo duro observare, et lo re pensava pure di fare che il populo l'observassi perchè erano legge forte et giuste, et disse al populo: Io voglio che giuriate d'osservare questo legge infino alla mia tornata: in questo mezo io voglio andare et parlare a nostri iddei, et pregargli che vi concedino licentia di mutarle secondo el vostro volere. Et udendo questo el populo si gli giurò d'observare. Et allora lo Re si partì et non tornò mai più acciocchè le leggi non si potessino ronpere, ma sempre si observassino. Et quando egli venne a morte comandò che il suo corpo fussi arso e facto in polvere et fussi gittato al vento accio che il populo non si credessi mai essere absoluto di quello sacramento chehauea facto se il corpo del re fussi stato riportato nella città. Et così fu facto come lui comandò».

Nel Roman du Comte de Poitiers[202]si racconta in assai strano modo come Costantino si ammogliò. Costantino è nipote di Nerone, trattenuto prigioniero dall'ammiraglio di Babilonia. Egli vuole andare a liberare lo zio; ma prima crede necessario di ammogliarsi, affinchè non manchi un erede all'impero. Spedisce trenta messaggieri i quali debbono percorrere tutte le terre soggette alla coronadusques en la mer Betée, e avvertire tutti i cavalieri, re, principi, conti e duchi, che vengano a Roma, senza fallo, entro la quindicina, recando ciascuno con sè la sorella o l'amica, purchè sia vergine. All'ordine di Costantino accorrono re e baroni con grandi cavalcate e sfoggiata magnificenza. Tanta gente capita a Roma,

Que les rues encortinéesFurent à grant anui passées.

Que les rues encortinéesFurent à grant anui passées.

Que les rues encortinées

Furent à grant anui passées.

La città è piena di festa e di sollazzo:

Li palais sambloit embrasésDe cierges c'on ot alumésCil haut borgois ont dras de soie.Ains mais à Rome n'ot tel joie.

Li palais sambloit embrasésDe cierges c'on ot alumésCil haut borgois ont dras de soie.Ains mais à Rome n'ot tel joie.

Li palais sambloit embrasés

De cierges c'on ot alumés

Cil haut borgois ont dras de soie.

Ains mais à Rome n'ot tel joie.

Le fanciulle venute alla gara sono in numero di trenta. Costantino, il quale giura per il suodroit signor St. Pierre, le fa entrar tutte

Dedens le fort lor principarQue fist rois Juliiens César,

Dedens le fort lor principarQue fist rois Juliiens César,

Dedens le fort lor principar

Que fist rois Juliiens César,

e ordina loro di spogliarsi ignude a fine di poter fare la sua scelta

Par jugement et por otroi.

Par jugement et por otroi.

Par jugement et por otroi.

Alla prima che ricusi taglierà il capo. Le fanciulle, vergognose e spaurite, obbediscono tremando, ed egli le bacia in bocca una per una. Loretta, che

Dame ert de Boulogne la crasse,

Dame ert de Boulogne la crasse,

Dame ert de Boulogne la crasse,

tra tutte la più bella e cortese, prima d'ogni altra domanda di potersi rivestire, ed è prescelta da Costantino, il quale ammira non meno la modestia che la bellezza di lei, ma dice, in pari tempo, che tutte l'altre terrebbe assai volentieri, se fosse lecito il farlo. Si passano in feste quindici giorni, e i baroni fanno ritorno alle case loro. Ma giunge allora Sansone il Forte, insieme con sua sorella e cento cavalieri. Costantino trova costei più bella assai di Loretta, e, tutti andando d'accordo, la sposa, e Loretta sposa Sansone. I due matrimonii si celebrano nella chiesa di San Pietro, e seguono altre feste, finite le quali, Costantino parte da Roma con un poderoso esercito, prende Babilonia, libera Nerone, occupa Gerusalemme, e conquista tutto il paese sino all'Albero Secco. Costantinopoli gli apre le porte: Parise, figliuola del morto imperatore dei Greci, s'innamora di Guido, siniscalco di Costantino, e lo sposa. Guido diventa imperatoredi Costantinopoli, e Costantino se ne ritorna a Roma[203].

Ed ecco qui comparire una curiosa leggenda, la quale senza essere in nessun modo connessa con la favola precedente, narra delle sciagure domestiche di Costantino: Costantino fu ingannato dalla moglie, ma prese dell'inganno aspra ed esemplare vendetta. Può darsi che tale leggenda sia stata in una certa misura provocata dalla storia. È noto che Costantino fece morire il proprio figliuolo Crispo ad istigazione dell'imperatrice Fausta, che l'accusò di averla voluta sedurre; scoperta più tardi la falsità dell'accusa, egli fece morir lei soffocata in un bagno: ma alcuni padri raccolsero una tradizione, secondo la quale Fausta, convinta di adulterio, sarebbe stata esposta in un monte alle fiere. Tuttavia è ben più probabile che la leggenda sia stata immaginata, o almeno appropriata a Costantino, in forza di quella tendenza a denigrare il sesso più debole che è così largamente espressa in tutte le letterature del medio evo, e per cui si fecero apparire come ingannati, traditi, scornati da donne, uomini insigni, quali, per non citare altri esempii, Aristotile e Virgilio. Nella leggenda nostra l'imperatrice, di cui non è detto il nome, tradisce il marito con un vile e mostruoso gobbo; scoperta la tresca, Costantino li fa entrambi morire. Di questa favola occorre frequente il ricordo nei poeti del medio evo. Bertran de Paris dicenel già citatoensenhamenche, per dispetto di quello inganno, Costantino lasciò Roma e se ne andò a Bizanzio. Egli rimprovera al giullare Guordo d'ignorare quella storia:

De Costanti l'emperador m'albirQue no sabetz com el palaitz majorPer sa molher pres tan gran deshonor,Si que Roma 'n volc laissar e gurpir;E per so fon Constantinobles mesEn gran rictat, car li plac que bastis,Que cen vint ans obret c'anc als no fe;E jes d'aisso non cug sapiat re.

De Costanti l'emperador m'albirQue no sabetz com el palaitz majorPer sa molher pres tan gran deshonor,Si que Roma 'n volc laissar e gurpir;E per so fon Constantinobles mesEn gran rictat, car li plac que bastis,Que cen vint ans obret c'anc als no fe;E jes d'aisso non cug sapiat re.

De Costanti l'emperador m'albir

Que no sabetz com el palaitz major

Per sa molher pres tan gran deshonor,

Si que Roma 'n volc laissar e gurpir;

E per so fon Constantinobles mes

En gran rictat, car li plac que bastis,

Que cen vint ans obret c'anc als no fe;

E jes d'aisso non cug sapiat re.

Guiraut de Cabreira fa al giullare Cabra lo stesso rimprovero:

De CostantiNon sabs c'on di.

De CostantiNon sabs c'on di.

De Costanti

Non sabs c'on di.

Nell'Auberi le Bourguignonsi legge:

Par femme sont maint homo abatu:Rois Constantine, qui tant estoit cremus,En fu hounis, ce aues vous seu,Par Segucon, qui moult ot court le bu;Ce fu uns nains petis et moscreus;.VII. ans la tint, ains qu'il fust parcheu[204].

Par femme sont maint homo abatu:Rois Constantine, qui tant estoit cremus,En fu hounis, ce aues vous seu,Par Segucon, qui moult ot court le bu;Ce fu uns nains petis et moscreus;.VII. ans la tint, ains qu'il fust parcheu[204].

Par femme sont maint homo abatu:

Rois Constantine, qui tant estoit cremus,

En fu hounis, ce aues vous seu,

Par Segucon, qui moult ot court le bu;

Ce fu uns nains petis et moscreus;

.VII. ans la tint, ains qu'il fust parcheu[204].

La leggenda è inoltre ricordata nelTristan[205], nelLe Blasme des Fames[206], nellaBible Gulot[207]. Enenkel la racconta nel suoWeltbuchcon alcune particolarità che non si veggono altrove accennate, e che probabilmente, son frutto della sua fantasia[208]. Costantino commette ad un suo cancelliere di far coniare monete con l'effigie imperiale ad esempio di Augusto. Il cancelliere aveva un fratello sbilenco, ma molto ardito, il quale abitava in un sottoscala. Costui riesce ad ottenere i favori dell'imperatrice, e la loro tresca dura finchè viene all'orecchio di Costantino. Questi li coglie sul fatto; trafigge con la spada la donna e calpesta lo sbilenco sotto i piedi del suo cavallo. Il cancelliere, udita la morte del fratello, fa coniar monete rappresentanti un uomo in atto di trafiggere una donna, e ciò a fine di perpetuare l'infamia di Costantino, poi si parte dal regno[209].

Enenkel dice che in Roma si vedeva un gruppo di pietra il quale rappresentava Costantino a cavallo in atto di calpestare lo sbilenco[210]: questo mi dà naturalmenteoccasione a parlare delCaballus Constantinidi cui feci già altrove ricordo.

Col nome diCaballus Constantini, ma non con questo nome soltanto, si designava nel medio evo la statua equestre di Marc'Aurelio, che si vede ora dinnanzi al palazzo del Senatore in Campidoglio, ma che per più secoli sorse nella piazza di San Giovanni in Laterano[211]. La prossimità della chiesa costruita da Costantino fu causa, senz'alcun dubbio, che alla statua si desse quel nome, e in grazia del nome essa, sola di tutte le statue equestri di Roma, giunse intera, o quasi, insino a noi[212]. Il nome diEquusoCaballus Constantinieraancora in uso ai tempi di Paolo II, come risulta da certi mandati di pagamento per restauri fatti alla statua negli anni 1466 e 1467[213]. Ai tempi di Andrea Fulvio si dubitava se la statua fosse di Marc'Aurelio, o di Lucio Vero[214], ma gli è probabile che il popolo continuasse a chiamarla di Costantino. Enenkel non è il solo a dire che la statua fosse di pietra; Giovanni d'Outremeuse afferma il medesimo, e dice che essa era stata portata da Costantinopoli a Roma[215]. Bartolomeo della Pugliola sa che la statua è di metallo, ma incorre in un ben più grave errore, se, come non pare che possa dubitarsi, nel seguente passo della sua Cronica intende parlare della statua di Marc'Aurelio[216]. «Clemente III di Roma fu fatto Papa, il quale fece il Chiostro del Monastero di San Lorenzo fuori delle mura di Roma, e fece un palazzo molto alto in Laterano, e molto ornato. Ancora fece un cavallo grandissimo di rame». Clemente III tenne la sedia pontificale dal 1187 al 1191.

Il presunto Cavallo di Costantino comparisce più di una volta nelle storie della città. Giovanni XIII (965-972)vi fece appendere un prefetto pei capelli. Nelle feste che si celebrarono in Roma l'agosto del 1347, quando furono conferite a Cola di Rienzo le insegne tribunizie, il Cavallo di Costantino ebbe la parte sua: «Ibi fuit equus Domini Constantini Imperatoris de metallo coopertus de varo, ita artificialiter ordinatus, quod ex naribus egrediebatur vinum et aqua continuo, et nemo videbat quomodo poneretur»[217]. Ciò che qui si dice della statua coperta di vajo in occasione di pubbliche feste, rende intelligibile un luogo delRoman de Rou, dove Wace racconta che Roberto I, duca di Normandia, vide a Roma la statua di Costantino e le fece dono di un manto[218]:

Costentin vit, ki ert a Rome,De quiure fait, en guise de home,Cheual a de quiure ensement,Ne muet pur pluie ne pur vent.Pur la hautece et pur le honurDe Costentin l'empereur,En ki num l'image est leuceE par ki num est apelee,La fist d'un mantel afubler,Del plus riche qu'il pot trouer.

Costentin vit, ki ert a Rome,De quiure fait, en guise de home,Cheual a de quiure ensement,Ne muet pur pluie ne pur vent.Pur la hautece et pur le honurDe Costentin l'empereur,En ki num l'image est leuceE par ki num est apelee,La fist d'un mantel afubler,Del plus riche qu'il pot trouer.

Costentin vit, ki ert a Rome,

De quiure fait, en guise de home,

Cheual a de quiure ensement,

Ne muet pur pluie ne pur vent.

Pur la hautece et pur le honur

De Costentin l'empereur,

En ki num l'image est leuce

E par ki num est apelee,

La fist d'un mantel afubler,

Del plus riche qu'il pot trouer.

Ma già iMirabiliae laGraphianegano che la statua sia di Costantino: «Lateranis est quidam caballus aereus qui dicitur Constantini, sed non est ita, quia quicumque voluerit veritatem cognoscere hoc perlegat». E soggiungonola seguente singolarissima istoria. Al tempo dei consoli e dei senatori, un potentissimo re dell'Oriente, venne in Italia, e assediata Roma dalla parte del Laterano, afflisse i Romani con asprissima guerra. Allora un cavaliere di molta prudenza e valentia propose ai consoli e ai senatori di liberare la città, a patto che, condotta l'impresa a buon fine, gli si dessero in premio 30000 sesterzii, e gli si ergesse una statua. Accettata da quelli l'offerta, egli raccomandò loro di armarsi, e di tenersi, verso la mezzanotte, pronti ad ogni suo cenno. Per più notti consecutive aveva egli veduto quel re venire per suoi bisogni corporali appiè di un albero, ed ogni volta una civetta che su quello si stava, s'era messa a cantare. Uscito di città all'ora opportuna, sopra un cavallo senza sella, trovò il re, e rapitolo a forza, non curando i seguaci di lui ch'erano poco discosto, si volse verso la città: i Romani, da lui chiamati, uscirono alla lor volta, ed ebbero allora sui nemici facile vittoria. Al cavaliere fu mantenuta la promessa; gli si fece la statua, e sul capo del cavallo si pose la immagine della civetta, e sotto le zampe quella del re, ch'era di piccola persona. Il nome del cavaliere non è indicato. Ranulfo Higden descrive la statua allo stesso modo[219]. La suppostaimmagine della civetta posta sul capo del cavallo altro non è che il ciuffo dei crini annodati in fra gli orecchi. La figura del re nano, che più non si vede al luogo suo, rappresentava certamente un qualche popolo soggiogato. Questa figura, di cui più non s'intendeva nel medio evo il vero significato, fu senza dubbio cagione che s'immaginasse la storia narrata da Enenkel, accennata dagli altri.

Il capitolo XIV delLibro delle Storie di Fioravante[220]contiene un racconto che concilierebbe il nome di Costantino con la narrazione deiMirabilia. Costantino è assediato in Roma da Dinasor, figlio del re di Sassonia. In una battaglia i Romani hanno la peggio, e Costantino stesso è scavalcato. Alcuni fuggiaschi s'imbattono in un pastore, che, saputo della rotta, li forza a seguirlo sul campo. Trovato quivi il cavallo di Costantino, gli monta sopra, va incontro a Dinasor, lo tragge a forza di sella, e prigioniero lo conduce in Roma; poi torna addietro e con un bastone sconfigge e volge in fuga tutti iSaracini. Se ne va allora alle sue faccende, ma non trova più nè i buoi, nè le vacche, i quali aveva lasciato per andare a combattere. Torna a Roma, ed è con gran festaaccolto da Costantino, il quale da indi in poi lo tiene molto onorevolmente con sè. «E sì fecie venire i migliori orafi di tutta cristianità, e fecie fare un cavallo di metallo, e fecievi far su il villano col bastone in mano e co' calzari legati in piè, e ogni cosa fecie fare di metallo, e il cavallo fecie fare senza sella. Ecchì va a Roma sillo potè vedere, e vedrà sempre che 'l mondo si basterà»[221]. Non è improbabile che questo racconto sia stato messo insieme per far concordare fra loro le varie tradizioni; ad ogni modo, tanto in esso, quanto in quello deiMirabilia, e nell'altro di Enenkel, abbiamo nuovi esempii di leggende nate da falsa interpretazione di monumenti.

Ranulfo Higden dice che la statua era detta di Teodorico dai pellegrini, di Costantino dal volgo, di Marco o di Quinto Curzio dai chierici[222]. Forse la ragionedi quella prima denominazione non è da cercare molto lontano. È noto che Carlo Magno fece togliere da Ravenna, per portarla in Aquisgrana, una statua equestre metallica di Teodorico. Tale statua rimase, qual che ne fosse il motivo, in Pavia, dove fu lungamente tenuta in gran pregio e chiamata con lo strano nome di Regisol. Essa molto rassomigliava a quella di Marc'Aurelio[223]. Qualche pellegrino, che veniva da Pavia, cominciò forse a chiamare, per ragione della rassomiglianza, Cavallo di Teodorico quello che più comunemente in Roma si chiamava Cavallo di Costantino. Ranulfo narra di Quinto Curzio la nota storia di Marco, e anche con essa pone in relazione il Cavallo[224]; mentre, come abbiam veduto, attribuisce a Marco la storia narrata neiMirabilia.

Il nome di Costantino si trova impegnato in parecchi altri racconti favolosi e romanzeschi, nelKoenig Ruother, nella storia di Seghelijn van Jerusalem, neiReali diFrancia, nellaStoria di Fioravante. NelKoenig Ruother, poema composto verso la fine del XII secolo, si narra come Rotari (Ruother), re di Bari e di Roma, al quale obbedivano settantadue re, riuscì ad avere in isposa la figlia di Costantino, che puniva di morte chiunque glie la chiedesse. Da quelle nozze nacque Pipino, padre di Carlo Magno[225]. Questo racconto ha strettissima relazione con quello della Vilkinasaga, dove, per altro, l'azione è sostenuta da altri personaggi, a cui solamente più tardi debbono essere stati sostituiti quelli del poema tedesco. Nel poema neerlandese di Seghelijn van Jerusalem, questo eroe sposa Florette, figliuola di Costantino, trova insieme con lei la croce, diventa imperatore, uccide inconsapevole il padre e la madre, si fa eremita, e dopo quindici anni di penitenza in un deserto è eletto pontefice sotto il nome di Benedetto I[226]. Questa storiaderiva senza dubbio da fonte francese. Era naturale che si volessero far risalire certe genealogie sino a Costantino, per certi rispetti, il più illustre fra gl'imperatori. NeiReali di Francia, nelLibro di Fioravante, nellaFlocents Sagasi narra come Fiovo (Flovent), figlio, o nipote di Costantino, fuggito da Roma per avervi ucciso un uomo di grande affare, conquistò la Francia, fece battezzare tutto il popolo, e fu stipite dei Carolingi e di altri lignaggi illustri[227].

Sulla morte di Costantino ben poche notizie raccolse la leggenda. Giovanni d'Outremeuse lo fa morir di veleno[228]; secondo la cronaca di Giovanni di Londra (cod. dell'Herald's College) il suo corpo fu trovato a Cair Segeint da Eduardo I nel 1383, lo che riporta ad un'altra leggenda già indicata di sopra e riguardante, o Costanzo padre, o Costanzo figlio di Costantino.

Trasportando a Costantinopoli la sede dell'impero Costantino aperse per Roma l'era della decadenza, e i posteri, di ciò consapevoli, più di una volta ne lo biasimarono. Già in alcuni versi antichissimi riportati in un precedente capitolo[229]si deplora il trasferimento degli antichi onori di Roma ai Greci. Quando risorse in Occidentel'impero, Costantinopoli dovette essere considerata come un'usurpatrice, e l'operato di Costantino dovette parere a molti illegittimo e dissennato. Gotofredo da Viterbo, nella seconda metà del XII secolo, esce contra di lui in questa invettiva[230]:

Hunc alienigenam sibi Roma creavit alumnum,Cui dedit imperii solium per secula summum,Qui quasi morte ream post viduavit eam.Fraude dolo procores subtraxit ab Urbe Latinos,Et quasi captivos mox esse coegit Achivos,Constituens Romam rebus et arte novam.Transtulit imperium, Danais dedit ipse favorem,Dans alienigenis, quem Roma tenebat honorem,Romula destituens, Grecula regna colens.Spurius hic fuerat, quem pretulit aurea Roma;Interimens dominum, fertur rapuisse coronam;Cum foret ante bona, nunc fama mala volat.Non fuit augustus: minuit, non auxit honorem;Roma suis studiis fertur caruisse decore,Pressaque perpetuo Roma caduca dolet.

Hunc alienigenam sibi Roma creavit alumnum,Cui dedit imperii solium per secula summum,Qui quasi morte ream post viduavit eam.Fraude dolo procores subtraxit ab Urbe Latinos,Et quasi captivos mox esse coegit Achivos,Constituens Romam rebus et arte novam.Transtulit imperium, Danais dedit ipse favorem,Dans alienigenis, quem Roma tenebat honorem,Romula destituens, Grecula regna colens.Spurius hic fuerat, quem pretulit aurea Roma;Interimens dominum, fertur rapuisse coronam;Cum foret ante bona, nunc fama mala volat.Non fuit augustus: minuit, non auxit honorem;Roma suis studiis fertur caruisse decore,Pressaque perpetuo Roma caduca dolet.

Hunc alienigenam sibi Roma creavit alumnum,

Cui dedit imperii solium per secula summum,

Qui quasi morte ream post viduavit eam.

Fraude dolo procores subtraxit ab Urbe Latinos,

Et quasi captivos mox esse coegit Achivos,

Constituens Romam rebus et arte novam.

Transtulit imperium, Danais dedit ipse favorem,

Dans alienigenis, quem Roma tenebat honorem,

Romula destituens, Grecula regna colens.

Spurius hic fuerat, quem pretulit aurea Roma;

Interimens dominum, fertur rapuisse coronam;

Cum foret ante bona, nunc fama mala volat.

Non fuit augustus: minuit, non auxit honorem;

Roma suis studiis fertur caruisse decore,

Pressaque perpetuo Roma caduca dolet.

Costantino aveva data a Roma la fede, ma le aveva scemata la sovranità: il danno quasi compensava il beneficio.


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