Chapter 3

Essere disgraziati è da tutti; non abbiosciarsi, saper sopportare con rassegnazione, pentirsi e riparare, è da pochi; è da buoni e forti!—susurrò.

Il pensiero le corse a Teresa, la sorella del povero Cecchino. La vide in convento, sorridente sotto la cuffia nera che le nascondeva i capelli d'oro, pietosa con gli infermi che avevano bisogno delle sue cure, lieta nell'idea di Dio.

C'era un gran silenzio intorno. L'aria calda e chiara pesava su 'l terrazzo e su le piante sgocciolanti del giardinetto. Il mare non mandava alito. Dopo la breve collera, quasi lotta momentanea fra esso e il cielo, ora tremolava nella sua vampa azzurra.

Suonavano le ore al campanile della parrocchia. Quello squillo argentino riportò ad un tratto la fanciulla al tempo della sua infanzia, quando c'era la mamma, ancora non erano fabbricati il villino in città e la villa su 'l lago, e lì si passava l'estate, nella intimità soave, nella onesta, cara semplicità di borghesi appena agiati.

La campana ripetè i due tocchi argentini. Era quella l'ora in cui, bambina, ella andava a la chiesa con la mamma per laperdonanza, come diceva lei. Le venne il desiderio di ritornare a la dolce abitudine; volle andare in chiesa. Entrò in salottino, mise il cappello e uscì.

La chiesa era vicina; a un cento di passi; vi si andava per una viuzza chiusa ai lati da due siepi di caprifoglio.

Gli scriccioli saltellavano tra le fronde, si cacciavano nel folto, sbucavano fuori pigolando.

Nel giardino del parroco, al di là della siepe, un usignuolo gorgheggiava. Alcune galline prataiuole, beccuzzavano starnazzando lungo la viuzza; una chioccia, accucciata a l'ombra della siepe, chioccolava ai pulcini raccolti sotto le ale, le sue prime lezioni di prudenza. Il verde, lavato dalla piova, spiccava fresco e luccicante. L'abbaiare di qualche cane, il muggire, in lontananza, di qualche vacca, qualche grido di fanciullo e lo scrosciare stanco dell'onda morta su la ghiaia, erano i soli suoni che rompessero il silenzio di quell'ora, in quel luogo.

I bagnanti quel giorno, come succedeva sempre nei dì di cattivo tempo che l'acqua era fredda e non si potevano far bagni, dovevano essere raccolti nei salotti dello stabilimento, a leggere, conversare,flirteggiare, far musica e magari quattro salti. A passeggiare non c'era pericolo che uscissero in quell'ora calda, con il suolo bagnato che i piedi si infangavano e bisognava camminare sollevando le sottane da terra.

Nella sicurezza di non incontrare nessuno, Lucia tirava via spigliata, lieta di trovarsi sola, di non essere seccata nella solitudine cara, necessaria al suo stato d'animo.

Davanti a la chiesa, il viottolo si apriva in una piazzetta folta di piante da cui pioveva la luce d'oro riempiendo il suolo ombreggiato, di allegre macchie tremolanti.

Presso il tronco d'una pianta, un fanciullo sgambucciato, vestito solo d'un paio di calzoncini e d'una camicia greggia, dormiva boccone, con la testa poggiata su le braccia incrociate.

Alcuni piccioni scesero frullando attraverso il fogliame e presero a beccuzzare. Un bel maschio dalle ali e il collo di un cupo azzurro metallico cangiante a la luce, con vezzosi movimenti girava intorno a una femmina bianca, tubando le sue lusinghe amorose.

Un gattone soriano accovacciato, con il muso fra le zampe anteriori, l'atteggiamento felino da predatore, spiava inutilmente il saltellare di alcuni passeri arditi e pronti al volo.

Alcune cicale stridevano al sole la loro canzone monotona; da oziose.

Lucia entrò nella chiesuola deserta, illuminata da una semi-luce rossastra. Si inginocchiò davanti a l'altare della Madonna, si raccolse nella preghiera. Nella fede e nell'amore, o piuttosto nell'amore credente, cercò conforto, cercò un sollievo al peso delle cure.

Ci sono momenti nella vita, in cui una provvidenziale chiaroveggenza dello spirito, inspira, per così dire, una inconscia diffidenza, quasi ripugnanza della gente e spinge verso la bontà, la potenza suprema e fa che solo nell'idea grandiosa ci si affidi e abbandoni.

Lucia, che soffriva crudamente della ruina del padre, che misurava le conseguenze di quei momenti di delirio, quasi pazzia, che presentiva l'avvilimento e lo schianto che ne dovevano essere la conseguenza, colpita nella tenerezza, nel rispetto figliale, si trovava in uno di questi momenti; non sperava nulla dagli uomini; anzi ne temeva le volgari, piccole passioni; diceva i suoi dolori a la Madonna; fidava in Dio.

Sempre inginocchiala, sempre fissa nella soave immagine che le sorrideva quasi a incoraggiarla, non sentì lo scricchiolio d'un passo, fuori, sulla ghiaia della piazzetta, non si accorse dello Svarzi. che dalla soglia della chiesuola la stava guardando con occhi intensi.

Si scosse e rivolse all'improvviso abbaiare d'un cane, e vide il giovine.

La dolcezza di quel momento di astrazione, le fuggì tosto dall'anima per lasciar luogo a un subito sentimento di sdegno, di mortificazione e ribellione insieme. Fino lì, fino in chiesa, la veniva a tormentare ed offendere quell'antipatico, quel vigliacco!… Si era davvero proposto di comprometterla, di farla andare su le bocche di tutti, forse di meritarle la disapprovazione, il disprezzo dei lontani!

Rivide improvvisamente l'espressione di muto rimprovero che aveva sorpreso su 'l volto dell'ingegnere Del Pozzo quel giorno, a Milano, quando l'aveva veduta uscire dal salottino insieme con lo Svarzi. Un'onda, gonfia d'amarezza e sconforto, le riempì il cuore. «Forse—pensò—egli sa già; e crede che io accolga e gradisca gli omaggi di questo sfacciato; forse crede che mi lasci attirare dalle sue ricchezze, adesso che sono povera!

Una vampa le scottò il cervello a questo pensiero.

Con gli occhi accigliati e su la bocca una piega amara, si alzò ed uscì, passando dinanzi alla Svarzi senza neppure guardarlo.

Ma egli non si lasciò intimorire da quell'aria di sussiego e repulsione. La passionaccia ignobile che gli serpeggiava nel sangue, non soffriva certo delicature.

Le si pose di fianco; volle accompagnarla ad ogni costo, qualunque fossero la via, e gli scorciatoi che ella prendesse.

E l'accompagnò in silenzio, mentre ella, senza mai rivolgergli nè una parola, nè uno sguardo, camminava frettolosa verso casa.

Vi si trovò repentinamente di fronte dopo una brusca scantonata, ed ebbe a trasalire vedendo ritto su la porta, insieme con Bortolo e Adele, l'ingegnere Del Pozzo.

Un violento sussulto le fece tremare il cuore in petto leggendo subito negli occhi chiari dell'ingegnere una disgustosa sorpresa.

«Signorina!—disse l'ingegnere con voce un po' velata, inchinandosele dinanzi con il cappello in mano.—Sua zia mi manda qui per parlarle di affari!… Se ha la cortesia di ricevermi, mi sbrigherò presto. Devo tosto ripartire per Milano.

Disse senza badare allo Svarzi, come non fosse stato lì. Lasciò passare la fanciulla, che entrò in casa tutta pallida e agitatissima, e la seguì.

Nel salottino, aperto su 'l terrazzo al grandioso spettacolo del mare immenso, a la luce splendida, a l'aria profumata, seduti l'uno di fronte all'altra, Lucia con l'anima sconvolta da avvilimento e dolore, ascoltò per un quarto d'ora e più il conte Anton Mario Del Pozzo, che dignitosamente, freddamente, per incarico della signora Marta, la metteva al corrente degli affari della casa.

* * *

Come il conte Anton Mario del Pozzo se ne fu andato, impaziente di arrivare in tempo a la corsa, dopo di averle a pena sfiorato la mano ch'ella timidamente gli porgeva ringraziandolo, Lucia se ne stette con un gran freddo in cuore e un molesto formicolio nelle orecchie. Se ne stette a guardar fuori la veduta superba, senza vedere; perduta in uno smarrimento angoscioso. La richiamò a sè il fischio acuto del treno in partenza; il treno che portava a Milano il Del Pozzo. Ricordò le sue parole, l'espressione de' suoi occhi, quasi severa, il saluto freddo, il freddissimo modo con cui le aveva preso la mano.

Si guardò le dita affusolate e bianche della destra, che risentivano il contatto della mano di lui, che fremevano del desiderio d'una stretta. Inconsapevolmente se le portò a le labbra, le baciò per compensarle della delusione che le aveva lasciate diacce; le baciò là ove egli le aveva appena toccate; e un vivo rossore le corse su 'l volto melanconico.

Egli la credeva leggiera, non c'era dubbio. Peggio di leggiera, la doveva credere volgare e avida di ricchezza.

Oh quello Svarzi!

Nell'aria del salottino, risuonavano ancora certe frasi dell'ingegnere DelPozzo.

Dopo di averle detto del fallimento di casa Ferretti, egli aveva subito soggiunto che a lei restava intatta la piccola sostanza di sua madre.

E poi che a quelle parole, che la ferivano nella generosità, come se ella avesse potuto consolarsi della disgrazia del padre con il pensiero della propria sicurezza, le lagrime le erano corse agli occhi, egli aveva avuto la crudeltà di confortarla, facendola sperare in un avvenire che l'avrebbe rimessa nella condizione di prima; avvenire bello, brillante quale anche sua zia, la signora Marta, sospirava per lei!

Oh come egli le leggeva male nel cuore, come calunniava il suo sentimento!… Credere ch'ella potesse affliggersi della povertà, agognare a un matrimonio ricco, dividere le aspirazioni, i desiderii di quella povera donnicciuola di sua zia!… No, no; egli non la conosceva punto; non aveva per lei nessuna amicizia, nessuna pietà.

Perchè, perchè dunque la sera prima della sua partenza per la spiaggia, l'aveva guardata con un lampo di tenerezza negli occhi, e le aveva stretto la mano quasi affettuosamente?

«In qualunque circostanza si ricordi ch'io sono a suoi ordini!—le aveva detto quella stessa sera, salutandola.

«Sì; se ci fosse bisogno, egli accorrerebbe ad una mia parola, questo lo sò!—diceva a sè stessa la povera fanciulla.—È cavaliere, è di carattere nobilissimo; non dimenticherà mai che mio padre gli volle bene e lo stimò. Ma… mi ha in conto d'una sciocca, d'una vanitosa! mi sprezza! mi disdegna forse!..

Su 'l mare si andava avanzando una nave dalle bianche vele spiegate; vogavano al suo incontro barchette, cannotti, vaporini eleganti.

Dallo stabilimento vicino, venivano grida di piacere e scoppi di allegre risate insieme con il suono del pianoforte che qualcuno strimpellava.

Sempre seduta nella poltroncina con le braccia conserte e il dorso poggiato a la spalliera, Lucia guardava e sentiva con malata indifferenza.

Che mai importava a lei della gente, delle cose?.. Il suo mondo interiore era chiuso a tutto ciò che succedeva fuori di sè. Era come se le facoltà tutte le stessero imprigionate nell'anima. Nulla avrebbe potuto commuoverla. Per fino il senso del bello le giaceva dentro soffocato.

Dalla nave ormai vicina, scoppiò il rimbombo del cannone; una, due, tre volte.

Lucia, scossa nell'annichilimento, si tirò presso il tavolino, aperse la cartella, preparò un foglio di carta e scrisse d'un fiato:

Mia cara Lena,

Il fallimento è dichiarato. Casa Ferretti, venuta dal nulla, ritorna nel nulla. Se non fosse per il babbo, a me non importerebbe niente. Ma il pensiero di lui mi accora. Che cosa farà adesso che non ha più i mezzi di bruciare oro davanti al suo idolo?.. Che cosa farà l'idolo strappato a forza dal suo piedestallo?… È possibile che si acconci a la vita che dev'essere d'ora innanzi la sua, di moglie d'un impiegato?

La notizia ufficiale della ruina di casa Ferretti, è venuta a darmela il conte Anton Mario del Pozzo; lui stesso!.. E volle confortarmi con la certezza che a me non mancherà mai nulla, poi che mi resta intatta la modesta sostanza di mia madre; volle anche incoraggire le mie speranze parlandomi d'un avvenire brillante. Pensava certo a un ricco matrimonio; forse a quello dello Svarzi. Oh! il signor conte Anton Mario Del Pozzo è generoso quando si mette a consolare!.. È stato qui fra una corsa e l'altra; giusto il tempo di recare la notizia e di farla da consolatore; poi via, che pareva il suolo gli scottasse di sotto i piedi!..

Lo sposo di Adele fu licenziato dal villino insieme con le altre persone di servizio; così il matrimonio di Adele sarà anticipato. Ella andrà ad abitare un villaggio vicino a questo; la vedrò spesso. Con me resterà il vecchio Bortolo che mi ama, che è forse il solo essere su la terra che mi ami davvero. Una volta c'era anche Wise; ma ora è lontano. Dove sarà?.. Forse qualche amico di casa l'avrà preso con sè e gli farà la carità del nutrimento!.. Povera bestia affezionata e fedele!..

Sento squillare il campanello. Oh Dio! sono le sorelle Marri che vengono a prendermi!.. Mi tocca andare allo stabilimento, in mezzo a la gente chiassosa e lieta!.. Come rifiutarmi se non c'è mezzo di resistere alle insistenze di queste ragazzone?.. Coraggio, e via. E si scherzi e si rida e si ricevano gli omaggi degli oziosi e si accarezzi la speranza d'unavvenire brillantecon l'accettare lo sfacciato omaggio del fatuo e ardito Svarzi. Ciao, cara; e te beata che vivi tranquilla in codesto collegio, via della società che dicono bella!

tuaLUCIA.»

* * *

Allo stabilmento, quel giorno, Lucia non era d'umore da tollerare le occhiate, i susurri, i sorrisetti con cui veniva ricevuta da che si sapeva del fallimento e più non si ammirava nè si invidiava in lei l'ereditiera.

Non volle sentirsi mortificata; non volle rinchiudersi nell'avvilimento. Per un inesplicabile senso di rivolta, quasi di sfida, volle invece apparire indifferente, anzi non curante. Era forse dignitoso che ella mostrasse le sue angustie a quella gente verso la quale non aveva nè vincoli nè simpatia?… La sua anima aveva forse bisogno della compassione, e magari del compatimento degli estranei?… Perchè non era più la ricca signorina Ferretti, perchè era anzi quasi povera, avrebbe dovuto tenersi in disparte, far pompa di inutile accasciamento, vergognarsi quasi?

Entrò a testa alta, bellissima nel vestito scuro, il volto animato da interno eccitamento, gli occhi sfolgoranti. Impose con il contegno, attirò con il fascino della bellezza, della grazia, della disinvoltura.

Allo Svarzi, che le fu tosto vicino, come di solito, parlò ridendo, celando l'ironia sotto la frase improntata a leggerezza, mascherando le punture, le piccole insolenze con la leggiadria dello spirito acuto e garbato.

Così insolitamente tollerato, lo Svarzi andava in solluchero; gli lucevano gli occhietti stupidi, si impettiva, rimbeccava con freddure, pavoneggiandosi. Diventò presto così melenso, così ridicolo, che Lucia ebbe voglia di mortificarlo in mezzo a tutti con una frase piccante. Ma si ricacciò in petto la frase insieme con la voglia; e per avere un momento di respiro, sedette al piano e attaccò con bravura, a memoria, un pezzo brillante.

Si fece un improvviso silenzio nel salotto. Tutti ascoltavano ammirati, strascinati da quella foga allegra, che metteva il brio nei cuori.

Ma ad un tratto la foga scemò, il brio morì in un brusco cambiamento d'espressione, in una interpretazione strana. Il pezzo pazzamente allegro diventò triste; quasi marcia funebre piena di singhiozzi, di gridi di dolore; il disfogo d'un'anima travagliata.

Molti s'erano fatti presso il pianoforte, sorpresi, commossi.

Con gli occhi aggrottati, il volto pallidissimo, Lucia adesso si isolava; l'anima sua si trasfondeva nei suoni; e nei suoni ella sentiva sè stessa con i suoi crucci, le sue care speranze infrante, il suo dolore.

Finì con un accordo che parve uno strappo. Si alzò come trasognata; allo Svarzi che la pregava di suonare ancora, rispose sgarbata, che ne aveva abbastanza. Salutò la signora Marri e le amiche frettolosamente, e guizzò via, inuggita della compagnia, smaniosa di solitudine.

A pochi passi dalla casa, Adele ed il suo fidanzato passeggiavano tenendosi per mano.

Come ella passò loro d'innanzi, il servitore di poco tempo prima lasciò la mano della sposa, si tolse il cappello, e, impettito, salutò con il solito rispetto. Adele le sorrise arrossendo un poco.

«Sono contenti!—pensò Lucia, ricambiando gentilmente il saluto—non fa bisogno di essere ricchi per amarsi ed essere felici!

«È però necessario che ci sia la stima!—soggiunse con un sospiro.

In vece di entrare in casa, si mise nel sentieruolo che saliva su 'l poggio, e guidava, fra due filari di pini, al cimitero.

«Vado a trovare la povera mamma!—si rivolse a dire a Adele.

Il cimitero, piccolo, modesto, senza lusso d'ornamenti, con una sola cappella mortuaria che raccoglieva le ossa degli avi, dei nonni e della mamma di Lucia, qualche croce arruginita sorgente fra le erbe alte, qualche angioletto di ferro dipinto indicante la tomba d'un bimbo, e cippi, alcuni spogli, sepolti nel verde, altri adorni di ghirlandine di fiori freschi o circondati da brevi aiuole coltivate, era messo di sghembo su la costa del poggio, riparato dal sole che vi batteva in pieno da un folto di piante che si innalzavano lungo il muricciolo di cinta.

Lucia vi giunse in pochi minuti. Al cigolio del cancello di ferro, che stentava ad aprirsi, frullò dalla pianta vicina, una capinera, che andò a posarsi un istante sopra il tetto della cappella, poi spiegò il volo alto.

Il piccolo viale era ingombro di erba che conveniva acciaccare per percorrerlo. Nell'erba era un guizzare di lucertole, un rincorrersi d'insetti, un fremere di vita fra le tombe dei morti; un monotono, flebile suono di zizzio e stridio, e susurro, che rompeva il silenzio senza disturbarlo.

Lucia si guardava intorno; ricordava persone conosciute nei nomi scolpiti nei cippi e nelle croci. Quanti non erano morti dalla sua infanzia in poi!

Si fermò dinanzi a una colonnetta spezzata di marmo bianco, che portava il nome di «Anna Ladini.»

«Aveva vent'anni quando la tisi la distrusse!—pensò; e pregò per l'anima della fanciulla che aveva veduta fiorente di salute, forte al lavoro, felice.

Una bruna pietra orizzontale, ricinta da una siepe di mortella, segnava la tomba di Marina del fabbro, morta di dolore per l'abbandono del marito.

Una croce pendente indicava il posto ove riposavano le spoglie di Bista, l'affittaiuolo che era morto solo invocando i figli sparsi per il mondo.

Lì sotto un rosaio incolto, bianco di fiori, giaceva Carolina del fornaio, sua compagna d'infanzia, che il mare aveva buttata a riva annegata, dopo una tempesta.

Più in là, sotto un capannuccio coperto di madreselva, consumavano i resti di Rosa, la vedova che aveva lasciati orfani sei figli.

«Si soffre tanto, si passa per ogni sorta di pene, per poi finire così, al cimitero!… Che mette conto di affannarsi per una vita così breve?

Era entrata nella cappella, fredda in confronto dell'aria esterna, illuminata dalla luce rossastra che pioveva passando attraverso i vetri delle alte finestrette. Vi ora un odore morto di rinchiuso e di fiori appassiti.

Lucia si inginocchiò. Ma in vece di pregare come soleva, quel giorno si ritrovò a monologare senza avvedersene.

Dov'era lo spirito dei morti?… si staccava dalle persone che aveva amate in terra?… le dimenticava?… o pure vive con noi, d'una vita che i nostri sensi imperfetti non possono sentire?… vita confusa, misteriosa, che forse si rivela nelle nostre aspirazioni, nei vaneggiamenti, nei sogni!

Hanno i morti pietà delle nostre debolezze, dei nostri dolori?

O sono severi della severità di chi più non lotta con la materia e più non può comprendere la miseria delle creature?

Fra questo mondo e l'altro c'è un invisibile legame, o pure una inesorabile rottura?…

«Mamma!… mi sei tu vicina con lo spirito o io ti invoco in vano?—susurrò la fanciulla tremante di dubbio, con in cuore un immenso desiderio di fede, di protezione e conforto.

Si raccolse; volle scacciare da sè la superba titubanza, che la scoraggiava e desolava.

No; non era possibile, che dopo tanta tenerezza, la mamma sua l'avesse lasciata sola su la terra!…

Il suo spirito le stava vicino sempre; esso le susurrava al cuore suggerimenti buoni e santi; le dava la forza di sopportare il dolore e le delusioni, la confortava a sperare, la compativa.

«No, mamma!… fra te e me non è spezzato il vincolo d'amore!… non può essere!… Dio non lo permetterebbe!… stammi vicina, mamma! proteggimi, mamma!

Una tenerezza di pianto le strappava le lagrime mentre l'anima accoglieva un soave senso di fiducia e si chetava nella sicurezza dell'amore, della protezione materna.

Quando uscì dal cimitero, il sole s'era ritirato nel brusco tramonto, segnando una riga di fuoco giù, in lontananza, nel punto che il cielo pare si abbassi a congiungersi con il mare.

Quella sera a cena, non prese cibo; le ripugnava; sentiva la testa pesa; un gran desiderio di riposo.

Andò a letto che la sera non era ancora calata.

Si tirò su a sedere, lasciò andare la testa sui guanciali.

Gli ultimi bagliori staccavano spiccati i paesaggi, le scene, le figurette della vecchia, bizzarra tappezzeria.

Ogni paesaggio, ogni scena, ogni figuretta le ridestava nell'animo un ricordo; la tuffava nel passato. Quante volte, nella sua infanzia, ella non si era ritrovata ad animare con la fantasia le figure dai colori vivaci e dalle linee inverosimili e spesso ridicole che adornavano le pareti di quella cameretta! C'era una nevicata su la costa della montagna con una capannuccia quasi sepolta nella neve e due fanciulli a poca distanza, che le ricordava tutta una storia di miseria, di sventura, di eroismo; storia di poveri montanari sopraffatti da valanghe, lottanti con frane e gelo. C'era una nave nel mare burrascoso con passeggieri e marinai in atteggiamenti disperati, che le risvegliavano in cuore l'antica pietà per i naufraghi immaginari; c'erano antri con bestie favolose, villaggi abbattuti da terremoto, graziosi angoli verdi con gente tranquillamente raccolta. Poveri sgorbi che per lei si animavano interessandole il sentimento e la fantasia. Era stata la mamma, che durante i lunghi giorni di piova o le brevi malattie della sua infanzia, l'aveva le tante e tante volte intrattenuta illustrando con semplici racconti e descrizioni le figure della vecchia tappezzeria. Il ricordo dell'affetto materno, caldo, previdente, ingegnoso, le faceva sentire più amaro il suo presente di fanciulla quasi abbandonata a sè stessa. Si commosse nella pietà di sè, fu presa d'inquietitudine, sentì che non poteva dormire, sgusciò dal letto e si fece a la finestra così com'era, avvolta nella lunga camicia da notte.

La notte era chiara, che ci si vedeva come di pieno giorno; le alte scogliere che stavano ai lati della casetta, fantastiche nel bagliore, si sarebbero dette immani mostri accucciati nell'onda. Il mare appena agitato dalle onde morte, pareva dormisse sotto le stelle. Nell'aria della notte limpida, si spandevano acutamente gli odori forti delle alghe, i soavi profumi delle gaggie, dei gelsomini, e magnolie e reseda.

Lucia si abbandonò al piacere di respirare liberamente l'aria profumata. Il riposo dello spettacolo che le si spiegava dinanzi, la calmò come un bagno fresco. L'agitazione silenziosa delle bestie che si svegliano durante la notte nascondendo al sole la loro oscura esistenza, le accarezzava l'orecchio di rumori indistinti.

Nel molle bagliore della notte, Lucia sentì corrersi nel sangue fremiti di speranza e di fiducia come se una affinità misteriosa l'unisse a quella poesia vivente.

Rimase a fantasticare senza saperlo, finchè l'aria si fece frizzante e fu costretta a chiudere i vetri ed a cacciarsi sotto le coltri.

Dormì poco. Verso oriente, l'orizzonte impallidiva nella luce smorta del mattino, quando ella si svegliò.

Un gallo buttò il suo canto nell'aria; un altro gli rispose a distanza; fu in breve un concerto di voci rauche e acute e nell'immensa vôlta del cielo, che andava insensibilmente biancheggiando, le stelle illanguidivano e sparivano.

Gli uccelli cominciarono a pipillare, poi a chiamarsi con pigolii, in fine a volare fra le piante e gli scogli con garriti e trilli e gorgheggi.

Dalla finestra di fianco al suo letto, Lucia stette a vedere le nuvole rosee che gettavano su 'l mare una luce fantastica, finchè, lentamente, il sole, sfolgorante, grandioso, illuminò maestosamente il mare, i monti, in distanza; ogni cosa.

Lucia si alzò; si vestì e pensò che l'Autore di tanto cose sublimi, non avrebbe potuto permettere che nel suo cuore fosse spenta ogni luce di speranza.

* * *

Zia Marta, nelle sue lettere piagnucolava. Aveva dovuto abbandonare il villino; s'era ridotta a vivere in tre stanzucce fuori porta; la pensione le bastava a pena per non morire di fame; era una vita misera.

Invidiava la nipote. Ella poteva vivere tranquilla o in qualche agiatezza. Peccato che la sua casa fosse perduta in quel villaggio ove durante l'inverno non si vedeva anima viva; se fosse stata in città l'avrebbe pregata di ospitarla; avrebbero fatto vita insieme. Di lasciare Milano, le sue abitudini cittadine, le sue amiche, ella non si sentiva il coraggio. E stava lì sola soletta, stancando il cervello per studiare il modo di fare economia, imponendosi privazioni, sacrifici d'ogni maniera.

Erano lettere gemebonde che infastidivano perchè inspirate dall'egoismo.

Lucia si proponeva di soccorrere la zia; si sarebbe ristretta. Per lei eBortolo ci voleva così poco!

Pippo Ferretti, impiegato in una casa commerciale di Londra, scrisse una sola lettera a la figliuola, dopo il fallimento. Poche parole senza un'allusione a la disgrazia; si felicitava con la figlia, che, se non altro, non aveva bisogno di nessuno. La felicitazione mal celava una punta d'invidia, quasi un rimprovero.

«Se io morissi—pensava qualche volta la fanciulla—il poco che possiedo passerebbe a papà, e verrebbe, forse a stabilirsi qui con la moglie.

Si figurò la signora Rabbi nella modesta casetta e un senso amaro le sconvolse il cuore,

«Sarebbe spostata come una regina in un capanno!—disse:—Lo spirito della povera mamma, ne soffrirebbe. Se quella donna entrasse qui, i ricordi ne sarebbero offesi e si involerebbero. Ma… papà non avrebbe forse bisogno di lavorare a la dipendenza degli altri!

Poco a poco, il pensiero della sua agiatezza, per quanto modestissima, la turbò come una colpa, le riuscì incresciosa come un rimorso.

Si esagerò la condizione del padre, il suo avvilimento da persona usa a comandare, ora dipendente; misurò con il proprio sentimento il suo dolore d'uomo ruinato; ne rimase accasciata. «Se morissi—si trovò ancora a pensare—quel poco che possiedo passerebbe a lui e potrebbe vivere, se non altro, indipendente!

«Si duole di morire chi è circondato da affezioni!—continuò fra di sè.—Quando si è soli e non si è amati, a che cosa serve vivere?.. A che cosa serve?

La giornata ora smagliante di sereno; non una nuvola in cielo; il mare a pena increspato, l'aria biancastra, troppo piena di luce.

Nel suo costume di bagno, Lucia, seduta fra gli scogli, in una insenatura, a l'ombra, con i piedi nell'acqua, pensava.

«Papà non mi vuol più bene!.. Se, morissi non gli importerebbe nulla!

Le si gonfiò il cuore ricordando il tempo in cui suo padre l'adorava, non aveva occhi e cure che per lei, la sua unica figliuola; il tempo in cui la gente diceva che egli la viziava!

Come era felice allora!…. per certo avrebbe riso su la faccia a chi le avesse predetto che quella tenerezza esclusiva dovesse un giorno mutarsi in indifferenza.

«Quella donna gli ha cambiato il cuore!—mormorò—lo ha affascinato!

C'era dunque il fascino?… una potenza individuale, che attrae e incatena spogliando d'ogni volontà!… C'era dunque davvero il fascino?

Rivide con la fantasia, gli occhi chiari dell'ingegnere Del Pozzo; occhi che frugavano nell'anima commuovendo, destando sensazioni non mai provate.

Come erano dolci, affettuosi quegli occhi, là, a Milano, la sera prima della sua partenza per la spiaggia!

Come erano torbidi e severi il dì ch'egli era venuto a darle la notizia del fallimento!

E quella sera, al letto del povero Cecchino morente?

Nel cuore le si agitò la smania di rivederli quegli occhi chiari e luminosi; di sentirsene guardata, fosse anche torbidamente, severamente come l'ultima volta. Ed era una smania che le faceva martellare il cuore in petto, premendole le lagrime.

Su 'l mare in calma, nelle barchette, che si staccavano dalla riva dello stabilimento, spiccavano nella luce dorata, signore e signorine nei loro capricciosi costumi, con in testa gli ampi cappelloni bianchi, e i giovinetti, che lo accompagnavano, quale a cavalcione della prua, quale ritto in poppa, altri con il remo vogando.

Ed era un vociare festoso, uno scoppiettio di risatine squillanti, ogni tanto uno strillo di affettata paura.

Lucia ritirò i piedi dall'acqua; si rizzò. L'aveva scossa il timore di essere sorpresa dalle sorelle Marri e da esse obbligata a passare la scogliera, a recarsi allo stabilimento.

Al pensiero di ritrovarsi con la gente, specialmente con lo Svarzi, le saliva la nausea a la gola. Voleva essere sola; perchè non la lasciavano sola?….

Quel giorno poi non si sentiva punto bene. Aveva la testa greve; le correvano i gricciori per la vita, e nello stesso tempo, le scottavano le mani, il capo, tutto il resto del corpo. Era da un pezzo che provava un malessere strano; una debolezza a le gambe che le si piegavano sotto, frequenti capogiri, ripugnanza al cibo e un gran bisogno di starsene sdraiata o seduta senza far nulla.

Ora sentiva il desiderio di tuffarsi in acqua; un bagno l'avrebbe rinfrescata, le avrebbe ridata un po' d'energia.

Si arrampicò su lo scoglio estremo, che sporgeva innanzi e dal quale si poteva saltare con sicurezza come da un trampolino.

Con i capelli raccolti in grosso nodo su la nuca, la testa scoperta, bella nel costume che ne delineava la persona snella e elegante, le braccia stese e le mani serrate palma a palma, stava per spiccare il salto, quando si sentì afferrata a la vita e si trovò fra le braccia dello Svarzi.

Un urlo di terrore e di ribrezzo insieme le sfuggì dal petto. Si divincolò con una stratta violenta e nel parossismo si lasciò andare nel vuoto.

All'urlo era accorso Bortolo; erano venuti nuotando vari bagnanti.

Dopo un istante la fanciulla precipitata in mare, riapparve, agitò una mano; sarebbe ripiombata a fondo se un nuotatore non l'avesse prontamente sostenuta e tratta a riva.

Bortolo e Adele se la presero fra le braccia, la portarono in casa di peso, come morta.

Lo Svarzi stesso recò la notizia allo stabilimento. Egli l'aveva veduta precipitare; non era stato in tempo di impedire la caduta.

La volgare menzogna lo salvava da rimproveri e disprezzo, lo rendeva interessante con i particolari del fatto.

La signora Marri e le figliuole corsero alla casetta; si informarono. Bortolo era stato per il medico. Nella camera della malata non erano che questi e Adele. Nessuno doveva entrare; era indispensabile la quiete.

Quel giorno a la spiaggia dello stabilimento, si fece un gran parlare di Lucia, di suo padre, della signora Rabbi, della passione dello industriale per lei, delle sue pazzie, della ruina.

L'invidia, covata a lungo, si disfogava in esagerazioni, in maldicenze. Non si risparmiava nè pure la fanciulla innocente, la vittima, che adesso là nel suo lettuccio, giaceva nell'incoscienza della febbre.

Lo Svarzi era sparito subito dopo il racconto del fatto. Forse una punta di rimorso l'aveva obbligato a fuggire quei luoghi, ad allontanarsi dalla fanciulla che gli aveva inspirato una passione trista ma così forte da resistere non solo a l'indifferenza, ma al disdegno.

* * *

Il mare era sconvolto dalla tempesta. Non si facevano bagni quel pomeriggio; impossibile. Manco i più arrischiati avrebbero osato affrontare l'ira dei cavalloni, minacciosi sotto il cielo corrucciato e le ventate rabbiose.

I bagnanti, seccati, inuggiti, si erano raccolti nel salotto dello stabilimento, portati là dall'abitudine, dall'ozio, forse anche dalla smania delle emozioni.

Nel salotto erano crocchi, erano tavolini da giuoco, era musica.

Il pianoforte gemeva sotto le dita d'una signorina che strimpellava musica classica.

Degli uomini, chi fumava, chi sfogliava giornali, chi faceva dello spirito. Varie signore, con il ricamo in mano, facevano mostra di lavorare per il gusto di spettegolare parendo occupate; alcune leggevano; altre ancora passeggiavano.

Entrò ad un tratto, come un razzo, un giovanotto. Veniva da Genova ove si era recato il mattino. Aveva fatto il viaggio con una suora; una monachella giovanissima e bella, che aveva sempre snocciolato il rosario, senza mai badare a gli altri viaggiatori, rispondendo a monasillabi alle loro domande.

Era scesa lì, con lui. Egli aveva voluto vedere dove andasse e l'aveva seguita. Era andata nella casetta della signorina Ferretti.

«Oh!

«Ah!

«Che stia male davvero?

«Che si tratti proprio di cosa seria?

«Povera signorina!… così giovine e bella!

«Povera Lucia!

«E suo padre che non si lascia vedere?

«E sua zia?

«Conviene dire che l'abbiano abbandonata tutti se hanno avuto bisogno d'una suora che l'assista!

«L'ha abbandonata per fino lo Svarzi che pareva innamorato morto!

«Oh! in quanto a quello, era lei che lo teneva a la larga!

«Una signorina strana quella!

«Un po' troppo altiera per la sua condizione presente!

«Quante non avrebbero accolti gli omaggi dello Svarzi!—osservò con un sorrisetto malizioso una signora attempata.

«Sfido io!… un giovine come lui, ricco e sciocco per di più!… figlio unico e un banchiere per padre. Una fortuna a questi lumi di luna, che pochi sono i giovani che si ammogliano!—disse un signore parlando con lo sigaro in bocca, fra una boccata e l'altra.

La signora Marri e le figliuole si mostrarono afflitte, lagnandosi però del medico e specialmente di Bortolo, che davano risposte evasive e non lasciavano passare nessuno, nemmeno esse, che erano intime di casa Ferretti e amiche della malata.

La signora che sedeva al piano, cessò di strimpellare e cedette il posto a un giovinotto che prese a suonare un walzer.

Fu come un invito al ballo. Si tirò in disparte la tavola di mezzo e le coppie cominciarono a danzare scacciando l'uggia del cattivo tempo, dimenticando la malata, che languiva lì, a pochi passi.

Languiva davvero poveretta! abbandonata su 'l lettuccio bianco, i capelli sparsi su 'l guanciale, il volto, dagli occhi chiusi, vampante di febbre. Era in quello stato pietoso da parecchi giorni, e già il medico, il vecchio medico di casa, che aveva conosciuti e visti morire i nonni materni della malata, cominciava a impensierirsi, a scuotere il capo.

Adele, che non sapeva più a qual santo votarsi, aveva scritto, di suo impulso, a la sorella del povero Cecchino, a la suora novizia, che già era pratica della cura dagli infermi, e che era subito accorsa.

Non a pena entrata, a la vista della Signorina così ridotta, che non pareva più lei e ansimava tanto penosamente che il petto le si sollevava di sotto le lenzuola, Teresa s'era buttata ginocchioni presso il letto, piangendo tacitamente. Abituata a la vista degli infermi, aveva subito capito che si trattava di male grave, gravissimo, e non era stata capace di vincere la commozione.

Ma si era subito fatta forza. Non era certo venuta lì per piangere, ben sì per prestare le sue cure a la buona, a la generosa fanciulla che aveva a lei facilitata la via della salvezza, che l'aveva compatita e confortata con le cortesi parole, con le prove di interessamento; che l'aveva intenerita baciandola, lei, la povera creatura che era stata spinta al male dall'abbandono e dal bisogno!..

Alzatasi, si diede subito in torno a provvedere, a ordinare, con quella tacita e tranquilla attività previdente, propria delle suore.

Quel giorno la malata stava peggio del solito; forse in causa della tempesta che infieriva. Certe ondate grosse, immense, che si rinfrangevano contro i muri della casa in uno scroscio pauroso; certe ventate rabbiose, che fischiavano minacce su tutti i toni e pareva volessero portar via la villetta!

Calò la sera prima del solito. Si dovette accendere la lucerna, che di sotto al paralume d'un verde cupo, spandeva per la camera una luce smorta.

Il medico se ne andò promettendo che sarebbe tornato il mattino dopo. Ora che c'era la suora poteva stare più tranquillo. Se ci fosse stato peggioramento, lo chiamassero.

A una cert'ora anche Adele, che moriva di stanchezza e di sonno, si ritirò a riposare nella stanzetta attigua.

Il vecchio Bortolo non volle a nessun costo lasciare la camera. Si adagiò nella poltrona; e vinto anche lui dalla fatica e dalle emozioni, in poco andare si addormentò.

Rimase sola con la malata, suor Teresa.

Nel silenzio della camera, giungeva il fragore della furia marina; certi ululati, e gemiti e urli; voci sovrumane di minaccia, scoppi di collera.

La luce della lampada illividiva la malata, a farla sembrare morta.

Suor Teresa tolse il rosario dalla cintola e prese a snocciolarlo, stando seduta al capezzale dell'inferma.

Pregava movendo a pena le labbra che mormoravano iPater nostere leAve Marie; mentre il cuore in lagrime, invocava Dio, la Madonna, i Santi tutti per il miglioramento, per la guarigione della malata.

Era la preghiera della riconoscenza schietta e affettuosa.

A una terribile raffica che scosse i vetri delle finestre e fece tremolare la fiammella della lucerna, Lucia si mosse e le uscì un lieve gemito dalle labbra semiaperte.

La suora si alzò, le fu subito vicina e le prese una mano, che, bruciava; poi cercò di addattarle su 'l capo la vescica di ghiaccio. Ma la malata la respinse; con atto repentino, si tirò a sedere su 'l letto, e ad occhi sbarrati, stendendo le braccia quasi a difesa, mormorò con voce alterata: «Via! via! via!… Ah vigliacco!… ah come l'odio!

Bortolo, svegliato di soprassalto, accorse al fianco, del letto; Adele fu lì in un salto.

«Via! via! via!—continuava l'inferma, agitandosi, con gli occhi smarriti nel vuoto.

A stento, la suora e Adele riuscirono a riadagiarla, a farle posare il capo su i guanciali sovrapposti.

Si calmò, rinchiuse gli occhi. Ma dopo un momento di silenzio, tornò a parlare, a frasi tronche, con voce gemebonda, come un lamento.

«Mi disprezza!… mi crede volgare!…

Parve esaurita; respirava con affanno; pareva assopita.

Una nuova ventata impetuosa la scosse ancora.

«Come sono severi quegli occhi chiari!… come sono pieni di rimprovero!—susurrava in un soffio.

Si portò lentamente la mano destra alle labbra.

«Gli ho steso la mano e l'ha toccata a pena!… non l'ha stretta!.. povera mano!

La baciò e la lasciò andare inerte.

Passò la notte nell'assopimento, rotto da delirio.

Una volta invocò il suo papà; un'altra volta chiamò Lena. Si agitò ancora cercando di tener lontano qualcuno e ripetendo la parola «vigliacco!» Ma l'idea fissa era quella degli occhi chiari, severi e pieni di rimprovero.

«Mi disprezza!—sospirava ogni tanto.

«Mamma!… tu sai che lo amo!—piagnuculò mentre suor Teresa le bagnava la fronte.

Quando il medico capitò, a l'alba, parve svegliarsi. Aperse gli occhi, lo guardò; forse lo riconobbe e disse con un filo di voce, che si sentiva a pena: «Se muoio, papà avrà il poco che ho!…

Al sorgere del sole, che mandava per le gelosie chiuse, la sua luce a strisce su 'l pavimento, illuminando la camera mitamente, la povera fanciulla girò in torno gli occhi con coscienza di sè. Riconobbe Teresa e fece un atto di meraviglia. Si rivolse al medico, e additandola bisbigliò: «Sto male assai?

Il vecchio dottore le piegò sopra la testa canuta guardandola con pietà senza rispondere.

«Male?… proprio male?—ripetè la malata tentando di alzare il capo che subito ricadde su i guanciali.

«Vuol vedere sua zia?—le chiese il medico in risposta.

Lucia accennò di no con la testa.

«Il suo papà?

Una contrazione delle labbra che voleva essere un sorriso amaro, accompagnò il cenno negativo del capo.

«Non desidera vedere nessuno?—insistette il medico.

Con uno sforzo penoso la poveretta fissando intensamente il dottore, gli chiese: «Sto proprio, proprio male?… devo morire?

Il vecchio amico di casa chinò la testa senza rispondere.

«Se devo morire… proprio.. vorrei.. vorrei vedere… il signor DelPozzo!—disse. E svenne.

** *

La notte era splendida; non ci mancava nulla; nè pure la luna che batteva la sua mite luce bianca su 'l mare tranquillo.

La festa vagheggiata dai bagnanti non poteva a meno di riuscire splendida.

In fatti su l'acqua, a poca distanza dalla riva, perchè lo spettacolo fosse veduto e goduto da tutti, i vaporetti, le barche illuminate, spiccavano pittorescamente.

Si trattava d'una serenata in mare. Sopra un vapore era tutta un'orchestra formata dagli stessi bagnanti. Una signora suonava il piano, un'altra il mandolino, una terza la chitarra; completavano il resto dell'orchestra parecchi giovinotti dilettanti.

Lungo la spiaggia, e su per gli scogli, a gruppi, a capannelli, erano le persone accorse al fantastico spettacolo. Pochi i curiosi poveri, già a letto a riposare delle fatiche della giornata; moltissimi i signori e le signore in gran sfarzo.

E la musica si diffondeva per l'aria, soave come una carezza, eccitando gli animi a manifestazioni di simpatia, dando agli sguardi languide espressioni, alle mani desideri di strette amorose.

Le signorine Marri, in una barchetta illuminata da palloncini colorati, disposti a festoni, tutto intorno, godevano dello spettacolo, godevano della musica, e si lasciavano corteggiare con poetico abbandono.

Mai non avevano rivolti gli occhi a un punto conosciuto della spiaggia, a la casetta della scogliera, al tremolante fievole lume, che veniva da una di quelle finestre. Mai, in quella sera, il pensiero della povera amica malata, forse morente, era venuto a turbare il loro piacere.

Da tutta quella gente, che avevano ammirato, corteggiato e invidiata la bella signorina Ferretti, nella gioia di quell'ora, nell'estasi di quella musica, fra il mare luccicante al chiaro di luna e il cielo fitto di stelle, non si staccava un sentimento di mesta tenerezza per l'assente inferma. Nessuno pensava che i suoni soavi, dovessero in quel momento giungere là ove si celebrava una mesta, dolorosa funzione, ove si svolgeva una scena pietosa.

Lucia aveva voluto il prete, presto, subito, in tanto che si sentiva in sè.

E il prete aveva avuto tempo di confessarla e comunicarla, prima che si assopisse di nuovo.

«Ora posso andare dalla mamma!—aveva bisbigliato la poverina oppressa dalla lieve fatica, chiudendo gli occhi, ricadendo nell'assopimento.

E nell'assopimento sorrideva. Vedeva la mamma scendere dall'alto in mezzo a una luce d'oro; si sentiva chiamare a nome; un coro d'angeli la circondava facendole in torno una musica dolcissima, paradisiale. Oh come scendeva al cuore quella musica! quale calma metteva ne' suoi poveri nervi eccitati!

«Lucia! Lucia!

Era una voce sommessa e piangente che la chiamava.

«Lucia! cara, povera fanciulla!

Chi le diceva cara?… chi la chiamava povera fanciulla?

Era la mamma? erano gli angeli in coro?

Che dolcezza in quella voce, che soavità in quel nome!

«Lucia! Lucia!

Una mano fresca e leggiera le si era posata su la fronte. Come le faceva bene il contatto di quella mano!

Ad un tratto, la musica cessò. Scoppiarono gli applausi dai vaporetti, dalle barche, dalla spiaggia; un battere di mani fragoroso, un gridar «bravi» a tutto spiano.

La malata si rabbruscò in volto, stendendo le braccia a la cara visione che le sfuggiva e che avrebbe voluto trattenere.

«No! No!—supplicò in un susurro.

E dopo un istante di abbattimento, tornò al delirio doloroso.

«Via! Via!… vigliacco!

Si agitava facendo l'atto di disvincolarsi, di fuggire.

Un braccio le passò delicatamente dietro il capo che si abbandonò sopra un petto palpitante. Parve tranquillarsi in quella posizione. Mormorò in un soffio: «Come sono severi quagli occhi chiari!.. come sono pieni di rimprovero!… Mi disprezza e io lo amo! lo amo!

«Lucia!

Era tanto strazio, tanta passione in questo grido dell'anima, che la malata aperse lentamente le palpebre e guardò.

Gli occhi chiari, aperti, spauriti, gonfi di lagrime, la fissavano con tenerezza, con passione; più non erano severi, più non esprimevano rimprovero.

La fanciulla sorrise, come in sogno, non staccando lo sguardo da quegli occhi, che la supplicavano di riposare, di dormire, imponendole una volontà che veniva dall'amore.

E cadde nel sonno; un sonno calmo e riparatore, che permise al prete di ritirarsi rassicurato, che fece strabiliare il vecchio medico.

I vaporetti, le barche, raccolte per la serenata, tornando a riva passarono dinanzi a la casetta dello scoglio.

La luce dei palloncini colorati entrò nella camera dell'inferma illuminandola fantasticamente.

Presso il letto, suor Teresa, inginocchiata, con la testa nelle mani, pregava.

Il medico, con il capo sporgente sopra la malata, ne spiava con ansia il respiro ormai regolare.

Presso lui un giovine signore, alto, bruno, dagli occhi chiari, stentava a vincere l'emozione, che gli faceva nodo a la gola.

Il vecchio Bortolo piangeva nello sguancio dell'ultima finestra; Adele, confortata dalla speranza, si dava in torno leggera a far ordine.

I vaporetti e le barche della serenata, toccando riva, diedero il saluto al mare, a la notte stellata, con una mesta barcarola suonata con maestria.

E la dolce musica fece sorridere la fanciulla addormentata, cullandola nel sogno d'amore che la rendeva felice.

* * *

Ai primi bagliori del mattino, suor Teresa spense la lucernetta e si fece a la finestra di fondo, che il medico aveva ordinato fosse sempre aperta per lasciar entrare liberamente l'aria marina.

Dal mare fumava un tenue vapore bianco che si andava inalzando in forme capricciose nella luce rosea e si perdeva nel vuoto.

Su l'orizzonte, la luna e le ultime stelle, svanivano nella luce mattinale.

Il silenzio era rotto dallo scrosciare stanco dell'onda su la spiaggia.

Un usignuolo gorgheggiava a poca distanza, nel folto d'una pianta.

Suor Teresa con gli occhi sgranati guardava ammirata lo spettacolo che le si spiegava dinanzi. Mai, nella sua povera vita, aveva goduto di tali grandiose bellezze. L'immensità del mare le metteva in cuore la commozione; elevava il suo sentimento, la faceva pensare al povero Cecchino. Le pareva che là, attraverso lo spazio, fra acqua e cielo, il suo e lo spirito del fratello, meglio potessero congiungersi e comprendersi; le pareva che la preghiera di lì volasse al cielo più pura e fosse meglio accetta.

Ci sono momenti in cui l'idea di Dio, che popola i luoghi solitari, rimargina le cicatrici delle nostre sciagure e dei nostri disinganni, innalza, il sentimento con un fremito soavissimo.

Suor Teresa si prostrò davanti a la bellezza sublime della veduta che le stava davanti agli occhi; e, con uno slancio di riconoscenza, susurrò una fervida preghiera.

Che cosa sarebbe stato di lei se Dio non avesse avuto pietà della sua giovinezza abbandonata, se non le avesse mandato un angelo a trarla dalla via della perdizione, ad aprirle le porte dell'asilo sicuro e santo!… Forse Iddio aveva voluto con sè in Paradiso, il suo fratellino, per risparmiare a lui i dolori della vita, per accordare a lei la possibilità dell'espiazione!.. il Signore sa lui quello che fa, e fa sempre per il bene.

Con le mani giunte, il volto supino, gli occhi nell'aria d'un azzurro rosato, suor Teresa pregava.

Era tutto uno slancio di riconoscenza verso la bontà suprema; era una fervente invocazione per la guarigione e la felicità della malata; il suo angelo pietoso.

Si alzò di scatto a sentirsi chiamare a nome.

Lucia, con il capo staccato dai guanciali, le mani puntate su la rimboccatura, la guardava con i grandi occhi scuri cerchiati di livido.

«Suor Teresa!

Si riadagiò subito, affievolita dal lieve sforzo; rinchiuse gli occhi che male sostenevano la languida luce, e disse i suoi sentimenti a frasi spezzate; in un soffio.

Aveva desiderato, aveva sperato che Dio la prendesse con sè. Il suo papà avrebbe ereditato il poco che possedeva e non sarebbe stato costretto a lavorare sotto gli altri. Ma il Signore non la voleva. Sentiva che sarebbe guarita!…

«Mi farò suora anch'io!—soggiunse movendo a pena le labbra.—Papà avrà lo stesso il poco che ho, come se fossi morta!…

Il lieve bisbiglio la stancò. Volse la testa da un lato, vinta dal sonno.

Il sole sorgeva sfavillante e caldo; alcune voci in lontananza, i rintocchi della campana per la prima Messa, una cantilena di pescatore, dicevano il risveglio del villaggio, il ritorno a la solita vita della giornata.

* * *

Un guaito pietoso, una carezza umida e calda su la mano sinistra, svegliarono Lucia dal lungo sonno tranquillo.

Si tirò a sedere su 'l letto a fatica.

Un altro guaito, un'altra carezza, attrassero la sua attenzione.

«Wise!—esclamò in un sussulto—Wise!

Il cane, con le zampone poggiate su lo scrimolo del letto, guaiva dimenando la coda.

Lucia gli pose la mano sopra il collo. La povera bestia non potè frenare la gioia; abbaiò in segno di festa; un abbaiare che fini in un gemito, quasi espressione di piacere e dolore insieme.

«Wise! mio povero Wise!

Nella debolezza, sopra fatta dalla emozione, la fanciulla pianse tacitamente.

Il medico, dai piedi del letto le sorrideva; suor Teresa l'obbligò a prendere alcune cucchiaiate di cordiale. Poi con Adele, che era entrata in punta di piedi, le pose un altro guanciale di sotto il capo, le acconciò i capelli copiosi, sfuggenti in ciocche e riccioli, intorno al volto smagrito e pallido; e uscirono quindi tutte due in silenzio, lasciandola sola con il medico.

Meno una grande stanchezza, un affievolimento dei sensi, Lucia non sentiva alcun male. Le era entrata nell'animo una calma dolcissima; il suo sguardo si posava con compiacenza e tenerezza, su gli oggetti famigliari raccolti nella camera; accarezzava il cane con atto monotono e lento, risentiva inconsciamente il piacere di tornare a la vita, a la giovinezza.

Non pensava che aveva desiderato di morire. L'avvilimento e le pene sofferte le giacevano in petto illanguiditi; come se sopra vi fossero passati parecchi anni.

Un raggio di sole sfuggente da una stecca della gelosia, che segnò un striscia d'oro scintillante di polviscolo nel mezzo della camera, la fece sussultare ricordandole la bella luce aperta su la campagna verdeggiante, su 'l mare immenso.

Il medico si era messo a sedere nella poltrona e la guardava con compiacenza, senza parlare.

Come era buono il vecchio medico!… Come erano buone suor Teresa eAdele!… E Bortolo?.. E Wise, il fedele Wise che era venuto a trovarla?

«C'è della gente buona!—pensava—Ce n'è molta di gente buona!

La fiducia serena le scendeva in cuore, riscaldandolo con la simpatia per le persone.

Ricordò il suo papà, zia Marta, i molti amici del tempo felice.

Nessuno era venuto; forse non avevano saputo della sua malattia; forse anche, sapendolo, non se ne erano interessati.

L'amarezza non la turbò a questo pensiero.

Suo padre ormai non aveva cuore e mente che per sua moglie; la signoraRabbi.

Manco un fremito di gelosia la fece sussultare a questa sicurezza.

«Quando sarò guarita mi farò suora come Teresa e papà avrà il poco che possiedo!—concluse.

Avrebbe compiuto quello che credeva suo dovere e la sua coscienza riposava in pace.

La fantasia le fece vedere a sè dinanzi la figura alta e bruna d'un giovine signore, che la guardava severamente, con muto rimprovero.

Il povero cuore prese a batterle in petto con violenza e le venne voglia di piangere, come un bambino, che si sente vittima dell'ingiustizia.

Nello stesso tempo il cane abbaiò staccandosi dal letto e balzando verso l'uscio

Che cosa aveva Wise?… Ella lo seguì dello sguardo, e stette sorpresa, quasi spaurita, con gli occhi grandi aperti.

Un giovine signore alto, bruno, pallido, era apparso su l'uscio, si avanzava, le veniva vicino, di fianco al suo letto; con voce tremante la chiamava a nome, come nel sogno, il suo ridente sogno.

«Lucia!

Le si chinò sopra; e sotto voce, avvolgendola del suo sguardo dolce e potente, le susurrò alcune parole, la baciò in fronte con rispetto.

Un grido fioco di gioia uscì dal petto della fanciulla che si abbandonò svenuta su i guanciali.

«Non è nulla!—disse il medico accorrendo.—È la felicità che deve guarirla del tutto.

* * *

Nel salottino che dava su 'l terrazzo inondato di sole, profumato dalle gaggie in fiore, Lucia ancora un po' pallida, ancora molto debole, ma raggiante di gioia, scriveva a l'amica lontana.

«Lena mia!

«Ho veduto la morte da vicino. Ora sono guarita.

Quando caddi ammalata era tanto infelice da desiderare la fine. Adesso non ho parole per ringraziare Iddio della gioia che mi concede.

L'ingegnere Del Pozzo mi amava quando lo credeva indifferente e disdegnoso.Mi ama e sarò sua moglie.

Moriva volentieri per lasciare a mio padre il poco che possiedo; volevo farmi monaca per cedergli tutto, quando sentii di guarire.

Mario Del Pozzo esige che sia soddisfatto il mio desiderio. Mio padre avrà quello che è mio di diritto.

Egli ama me. Ricca non mi avrebbe sposata per orgoglio; povera mi sposa per amore.

Oh Lena! come sono felice e come Dio fu buono con me!

«TuaLUCIA.»

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