DEGNA DI MORIREFIGURINA NERA.
Il suo nome non era lezioso come Aurora, nè ridicolo come Bianca, quando dal fonte battesimale è imposto ad una merla, nè latteo e monacale come Candida; nè avvicinava miopemente i colori dell’alba o dell’albore, come Albina; era un nome di una bellezza pagana, ellenica: Elena.
Il suo cognome, se per inutili riguardi ad una famiglia dovessi lasciarvelo allo stato di sciarada, direi che aveva la dignità marinata di un doge e l’olezzo sottile di un cespuglio in primavera. Invece ve lo spiattellerò bravamente: era Floresin.
Quando l’ispettore delle scuole giunse nel villaggio di Villarbona con la canna di zucchero sotto il braccio, ed entrò col sindaco nella 2ª elementare femminile, fu colpito da una voce che fra quaranta intuonò ilriverisconell’alzata elastica della scolaresca. Dicendo e accennando:Sedete! Sedete pure!egli vagolò con lo sguardo sui banchi per cercare subito quella voce, e credette di nonpigliare erroattribuendola a una bambina dal mento lustro e vermiglio come una pesca nocciuola e dagli occhi che parevano due morselli di marmo nero bagnato e lucente, o meglio due cucchiaiate di rivo cristallino scivolante nell’ombra.
Il Regio Ispettore, sicuro di dar fuori un’invenzione poetica, non si potè frenare dal dire alla maestra che quella bambina aveva due occhi che secondo lui potevano passare per due pietre preziose. La interrogò subito per la prima.
— Elena Floresin!
Quale incantesimo di aritmetica! Un portento nella tavola pitagorica.... E come sfoderò nell’analisi logica e grammaticale!...
E che voce!...
L’Ispettore, con la canna di zucchero sotto le ascelle, non s’accorse, che la bambina aveva finito di recitare il suo capitolo di Storia Sacra: egli stava ancora attento ad ascoltarla, dopochè essa s’era già arrestata come un pelottone. Infatti, mentre essa aveva principiato a sfringuellare, di fuori un fringuello si era messo a recitare la sua Storia Sacra nell’orto dappresso, e il buon Ispettore, rapito, confuse le due armonie in un solo godimento mentale, e credette parlasse tuttavia la ragazza, allorchè non c’era più altri che il fringuello, il quale cantasse.
Egli andò via salutato da un tuono diriverisco; e venne accompagnato fino nel corridoio dagli inchini della maestra, a cui offrendo una presa di tabacco, disse: — temo che quell’angioletto non campi.
Venne l’Arcivescovo a dare la Cresima a Villarbona, il vecchio e Santo Arcivescovo, Senatore del Regno, cugino del Re, — veemente come un apostolo, fiero come un templario, spargitore di carità come un pazzo ed umile come il Calasanzio, un uomo veramente grande nel suo posto, — al quale, quando morì, vero miracolo in questi tempi paterini, tutti gli ordini di una città liberale decretarono una statua.
Monsignore venne ricevuto dal sindaco, dai mortaletti, da sette archi trionfali, dal clero e popolo, da tutta la ragazzaglia in camice bianco e corona di fiori in testa. Egli si avanzava traballando con le ali larghe e benedicendo a mille cuori asserragliati, che picchiavano per lui di sacro entusiasmo.
Il parroco gli diede un pranzo monumentale, a cui collaborarono tutte le cuoche e tutti i guatteri della Vicaria, un pranzo preparato coi fondi di tre anni messi da parte perquella tempesta.
Dopo il pranzo si prese il caffè all’ombra nera delnocciolajo.
Sedevano pontificati ai lati dell’arcivescovo la trinatae nastrata vecchia marchesa, madrina della cresima, e il grigio conte ex-colonnello, padrino.
Attorno, ritti, una cornice di preti, che annuivano e applaudivano ridendo riverentemente ad ogni parola dell’arcivescovo, ed inchinandosi come pertiche rotte.
A un tratto, si sentì uno squittÃo di fanciulli domato da scappellotti. Monsignore si alzò impetuoso, facendo lesti e ripetuti cenni ai suoi seguaci, perchè s’arrestassero, e si avviò balenando verso il vice-parroco, che rintuzzava la ragazzaglia rampichina, che a momenti scavalcava il muricciuolo.
—Sinite! parvulos venire ad me!— egli tonò giocondamente al vice-parroco, e fece atto di voler aprire egli stesso il rastrello. In un subito il giardino del parroco fu invaso e riempito da tutta la bambineria e monelleria della Villa. E il canonico penitenziere spiegando la cosa alla marchesa, al conte e ai preti del paese: — è come un fanciullo, loro disse, è come un fanciullo.
Infatti quei bambini indovinarono tosto che era una anima loro affine quell’immagine alta da Sant’Agostino e da San Grato, quel naso tabaccoso, quella grossa croce d’oro splendente su quel largo petto violaceo, quel grand’uomo dello Stato, cui il Re venerava.
E si misero subito a scherzargli intorno fiduciosamente, come fosse sempre stato loro compagno.
Ed egli, l’alto arcivescovo, già beatificato dal cuore di quanti lo conoscevano, in mezzo a quei conigli, che gli si rizzavano dattorno ai piedi, esultava, folleggiava dal contento.
A un tratto fece una faccia da rinoceronte, e disse con voce cupa:
— Bambini! io sono cattivo, sapete.
— Non è vero, non è vero! strillarono i bambini....
— Sono cattivo; — egli, fingendo di non sentirli, riprese con voce vieppiù cavernosa: — e sono venuto qui per ispiumarvi.... Ne avete dei soldi?...
— Non ne abbiamo, non ne abbiamo; — guairono i bambini...
— Allora, egli continuò con voce sempre più truce: andrete dalle vostre madri, e direte loro che vi diano un soldo per ciascheduno. Quindi li porterete a me, che ne ho bisogno per far indorare il mio campanile.... Avete capito?... li porterete a me... che avrò un bossolo in mano... Voi altri metterete il vostro soldo dentro il mio bossolo. Ed io farò indorare il campanile coi vostri soldi (e faceva l’atto di chi fa entrare una moneta in un salvadenari). Vediamo un po’, se mi avete compreso: che cosa direte a vostra mamma, quando le domanderete un soldo, ed a chi lo darete quel soldo, quando me lo porterete a me, e lo metterete così, dentro il mio bossolo?
I bambini tacevano curiosi, birichinescamente titubanti, e i loro volti splendevano come specchietti. In mezzo a quella luce si levò una voce limpida:
— Monsignore, quando andrò a casa.... dirò a mia mamma, che mi dia un soldo.
— Bene.... E quando te lo avrà dato....
— Quando me lo avrà dato....
— Ebbene, rantolò l’arcivescovo, con viso sempre più rinchiuso, ripetendo l’atto di una mano che lasci cascare un soldo in un bossolo... — Ebbene.... quando te lo avrà dato....
— Andrò a comperarmi delle castagne per me; — rispose quella voce limpida con una smorfietta da piccolo e gentile magnano.
L’arcivescovo, ingrondato come un mago, si recò le due palme delle mani alla bocca, per farne imbuto e oricalco, e suonò: — Hai capito un corno....
Quindi non ne potè più: cacciò via apertamente, luminosamente la burletta. Si levò in braccio la fanciulla, che gli aveva risposto così, le stampò due bacioni sulla fronte; e poi calatala in terra, la benedisse quella bella e cara impertinente.
Era la piccola Elena Floresin.
Allora, chiamato il canonico limosiniere, egli si fece portare un sacchetto di soldi spiccioli, e si diede a distribuirli, e sparnazzarli fra quei bambini, con una furia e con un godimento coriandoleschi. A molti ne toccarono due, tre, quattro, a certuni persino cinque soldi.
A tutti diceva: andate a comperarvi delle castagne, e andate dalle fruttajuole più vecchie e più povere.
Ciò fatto, egli si ritrasse nella sua camera, fatta imbiancare e tappezzare apposta per la sua venuta. Quivi s’inginocchiò, e si mise a piangere e a pregare. Il suo torace largo, che pareva una corazza da templario, sussultava come il petto di un bambino: e gli scappò detto al guercio, suo cameriere fidato, soprannominato la spia del vescovo: — Augusto!... Se mi riesce, voglio fare tutto il possibile per andare in paradiso, per trovarmi sempre con quella innocente bambinaglia, e quella là voglio tenermela sempre sulle mie ginocchia, quella santa monella! Hai visto, Augusto?... Sembra che le spuntino già le ali per volare in su.... Va via, non ho bisogno di nulla. Lasciami pregare.... Augusto.... —
La piccola Elena fu presto condotta ai balli dalla mamma, adoratrice delle cene; ma benchè questa la profferisse a tutti in corrispettivo della sua pensione di riposo, pochi volevano prenderla a danzare, perchè tuttavia rigida; e dicevano: Noi altri non vogliamo saperne di questa roba cruda.
Finalmente il commissario delle contribuzioni dirette, un vecchio peccatore, un satiro sboccato, per cui tutte le ballerine erano sempre anticipatamente impegnate con altri, la fece saltare per un intiero ballo; e il giorno dopo, palesò in piazza la sua scoperta che l’Elena s’era snodata benissimo, e che oramai era un fior di corpicino.
La scoperta divulgata fu trovata giusta: e d’allora in poi nei balli l’angioletto della scuola e della cresima andava a ruba.
Quei balli erano veglioni del contado, dove ad ogni piè sospinto si doveva scansare il mento precipite di un ubbriaco, si ingozzavano mattoni in polvere, ed in ogni canto si stiaffava uno schiamazzo, uno sghignazzo, o una piattonata nella schiena.
Un giorno saltò il ticchio di parteciparvi al cavaliereAlfredo, il giovane feudatario della villeggiatura autunnale, un artista che coi suoi dipinti pieni di realtà pensosa contribuì a rendere illustre la pittura piemontese in Italia, e a far conoscere l’arte italiana dei nostri giorni a Parigi.
Era un volto d’un pallore bruno, fatto vieppiù risaltare dall’orlo di una barba castana, dentro cui spiccava eziandio la bianchezza smaltata dei denti. Come tutti i giovani artisti rosi dalrealismo psicologico, egli si sentiva rinvecchignito: tanto che ad alcuni terrazzani, i quali gli avevano annunziato con intenzione deputatesca la suaetà politica, egli aveva risposto: Brava gente, voi vi siete accorti che io ho trenta anni; granchè! io v’assicuro che sento di averne perlomeno trecento: lasciatemi in pace, che sono più vecchio deldixit.
Adunque egli si presentò ad uno di quei veglioni; e si presentò in cravatta rossa e giacchettina di velluto, con un’acconciatura così spigliata e con una potatura così divinata alla misura altrui, che egli, il cavaliere, l’artista di grido, il promesso deputato, in mezzo a quei rumorosi e vittoriosi telegrafisti, scrivani di cancelleria, studentini, soldati in permesso, fattorini di caffè venuti da Torino a spaccarla in paese da marchesini, — trippaj, i fabbro-ferrai e simili, quasi non istonava punto.
Egli osservò tosto, come in quellaSocietà non imperava niun regolamento di pubblica sicurezza in favore del buon costume: ma per lo contrario si custodiva gelosamente e ferocemente l’ordine delle danze. Contro allo sventurato ballerino che avesse osato tentare un giro o un passo di più del suo buon diritto, si annidava negli occhi di tutti gli altri la minaccia di uno sgrugnone, fors’anche di una coltellata.
Però per unica eccezione a quelle misure draconiane,una ballerina salterellava qua e là , eslege, come una cavalletta: trascinava essa stessa per un braccio il compagno al rubarizio; nella sala delle danze si vedeva sempre la sua testolina splendere come una gemma su qualche spalla difraco di cacciatora. Sembrava la scorribanda di un gelsomino, di una stella bianca.
Era mancomale Elena Floresin.
Tutti se la disputavano, se la strappavano di mano, e coloro che non riuscivano ad ottenere da lei un intieroballabile, si mettevano al varco, per mendicare ed ottenere in prestanza dal fortunato possessore un giro o un mezzo giro con lei.
Essa volava fervente e felicissima con gli uni e con gli altri; a quando a quando in riga o in danza si vedeva scrollare in fretta la gemmea testa ed era per iscuotere un bacio che le si era avventato come un calabrone.
Quando la manovella dell’organino, occhieggiata da tutti, stava per discendere il suo primo mezzo arco ad annunziare una nuova polca, sette ballerini già ronzanti o appostati strategicamente si slanciarono da sette parti per agguantare latotinaElena; ma poi tutti si ritrassero rispettosamente, vedendo che il cavaliere Alfredo si era mosso per pigliarla lui.
Questo giovane artista e signore, che a trent’anni credeva ormai di avere perso il sapore della vita e di avere già logorato nelle sue fucine intellettuali tutti i mondi esistenti e possibili, ed era tornato in quell’autunno a Villarbona, nauseato a morte della istituzione femminina, delle donne spettacolo, delle corporature dense, delle maturità frenetiche che beatificano o galvanizzano i sardanapali cittadini, egli partito per quella polca provò una nuovissima ed insperata vertigine sentendo palpitare ed aderire fra le sue braccia il giunco della innocenza, lo stelo del fiore, il virgulto virgineo, la cartilagine bambinesca....
Gli pareva di essere avviluppato con una inebbriante leggerezza in una nuvola tutta pollini di rose e pollini di gigli, e di volare a strane nozze con una farfallaangelica, che lo infarinasse della sua cipria celestiale.
Nella prima sosta giuridica della polca, messosi in riga, trafelante, discese dalle alture dei suoi rapimenti e s’accorse che aveva daccanto quella graziosa bambina diventata feroce per la pura voluttà del moto come il vento.
Ed egli, che pur aveva fatto le più audaci, severe, capitali corti dei saloni, non sapeva che cosa dire a quel demonietto che gli balzava a lato; si vergognava, malediceva di essere quello ch’egli era, avrebbe voluto invece essere anche lui uno studentino, un quindicenne fattorino di caffè, conoscere la loro lingua, sapere i bei motti che essi adoperano per interessare quel genietto fisiologico della danza e forse per farsene amare.
Intanto rimaneva nella contemplazione piùoca, quando lo scosse un colpicino di gomito. Era lei che con due occhi traforelli e con una pugnalata di voce da ladroncello che proponga un assalto al ciliegio altrui, gli disse: — rubiamo.
Egli non ebbe tempo di osservare che veramente alla sua età e alla sua condizione.... non n’ebbe il tempo; perchè essa, rapinandolo a braccetto, lo fece correre innanzi, calpestando i sacrosanti diritti di dodici coppie aspettanti, e lo ricacciò nella polca; lo fece rivolare più acremente di prima in un nembo tutto pollini di fiori e cipria farfallina, e quasi lo ridusse a svenire facendogli sentire stretta in braccio la leggerezza di un angelo.
Dopo quel giro, il cavaliere Alfredo condusse la sua ballerina nel salotto del buffet, e come avesse perso la testa, domandò dello sciampagna. Il garzone del servizio, non volendo dare a vedere che egli non teneva dello sciampagna e che anzi non sapeva nemmeno che cosa fosse, rispose: — Mi rincresce, signor cavaliere;se vuole, abbiamo ancora degli agnellotti ed un arrosto freddo. Il.... lo.... quello che ha detto lei, lo hanno già mangiato tutto. —
Il cavaliere sorridendo gli ordinò che gli desse in cambio della gazosa o meglio una bottiglia di Canelli.
Bevuto il néttare monferrino, egli ed essa dissero contemporaneamente: ho caldo; come dirà contemporaneamente per tutti i secoli ogni coppia di ballerini, che abbia volontà di discorrere senza testimoni sopra un balcone.
Andarono sul balcone; si strinsero le mani, dentro cui cominciarono a confluire i fiotti accesi e tumultanti del sangue.
Egli si fece coraggio, e le domandò: — Elena, sono curioso; quanti anni hai? Scusa veh! se ti do ancora del tu.
— Vorrei vedere, che non mi desse più del tu, a una cittona come me.
— Dunque, quanti anni?
— Ne ho già tredici.
— Appena tredici? Bambina! sei ancora giovine come l’aglio.... Io sì, che sono già vecchio da ammazzare. Spaventati! ne ho già trenta.
— Oh, per un uomo non è mica niente....
— Taci tu, cittona, che ne hai tredici e non sarai ancora passata alla prima Comunione. Sei ancora una povera innocente. Tredici anni! Che bella età ! Mi rallegro; (quindi con impeto): Ah! adesso capisco perchè tutti ti possono baciare senza far peccato..... Ebbene fammelo anche a me un bacio....
— No!
— Tanto lo sai, che non è peccato.
— Sì, che è peccato.
— Fammelo un po’....
— Mai più.
— E perchè non vuoi farmelo a me un bacio? Mi offendi. Perchè?
— Perchè.
— Perchè ti sembro vecchio come il cùculo!
— No! No! No! (come tre pistolettate; e poi con una scintilla improvvisa, inesprimibile): Perchè lei è bello, e glielo farei d’amore....
Dove è montata la sua testa? Essa sfacendosi gli diede a suggere un lungo ed ardente bacio.
Scintillarono le volgari stelle che fanno sempre da candeliere sopra tutti i balconi, in cui si becchino due tortore.
Alfredo si riscosse stremato da quel bacio; le serrò la fronte tra le proprie mani, e spingendola indietro lei disse con suprema amarezza: — Vai là , povera ragazzina! alla tua età , sei veramente degna di morire! — Quindi la ricondusse nella sala da ballo e la restituì ai suoi telegrafisti, e computisti, e studentini e fattorini. Egli, infilzato il pastrano, lasciò la festa e siccome aveva un’anima ragionevole, ragionò così:
— Ho detto giusto a quella fanciulla che sarebbe benedetta da Dio, se partisse proprio adesso da questa valle di lagrime, come dice laSalve Regina!
Essa, perchè si sente un profumino alato, crede adesso di poter amare a cielo aperto come amano i fiori suoi fratelli e le farfalle sue sorelle; crede che i ballerini a cui si avvinghia abbiano una animula da garofano o da libellula come ha lei; non sa le laide osservazioni che fanno sul suo conto quegli scribi e strofinaccioli; non conosce la loro anima belluina, la loro sanità selvaggia e le loro malattie della civiltà infracidita; non sa perchè molte volte dell’anno portino nel taschino una cipolla in luogo dell’orologio e perchè studino certi annunzi sulla quarta pagina dei giornali.
Se vola via adesso, lo spiritello tredicenne andrà in un mondo migliore, in cui forse le bambine ameranno a cielo scoperto come le dalie e i parpaglioni; e se esiste il vecchio paradiso insegnato dalle nonne, i bei angeli grassocci e torniti si arroteranno giojosamente per riceverla, e scotendo le aluzze da scarabeo farannopiovere su lei un ineffabile zucchero pesto; e la Madonna, la più alta bellezza, che sia mai comparsa per i cieli e per le terre, la raccoglierà in grembo, ed essa la birichina incelata, col capottino riverso sulle sideree ginocchia della Mamma tutta santa, sentirà sotto la nuca la sofficità alma e profonda dell’oceano.
Se invece camperà .... già non avrà un soldo di dote, perchè suo padre liquiderebbe in vino ed altri liquori la proprietà di sette chiese, e sua madre convertirebbe un globo terracqueo di beni parafernali in gale e cravatte vistose e in ghiottonerie di ascosaglia.
Dunque Elenuccia non avrà un soldo di dote. Ancora giovanissima, le faranno sposare un veterano delle patrie battaglie, che le metterà su un’osteria, oppure la faranno maestra o levatrice comunale; ben detto comunale. Quante persecuzioni a quella povera bella, dai professori della scuola all’assessore anziano, dall’enorme cappellano ai direttori del libello quotidiano o del gazzettino didattico! e niuno saprà , vorrà , o potrà innalzarla a quelle stelle, in cui la donna cessa di esser donna per diventare Maria, e tutti la terranno con loro sulle spiaggie, in cui la donna cessa di esser donna per diventare Pasifae.
Quando poi sarà divenuta vecchia prima del tempo, scipata, diroccata, sorda, tanto che per farla sentire bisognerà parlarle dentro un corno acustico, — allora, se mai la vedranno comparire da un capo all’altro di una strada, sprezzeranno i suoi adoratori e consumatori della sua gioventù. Niuno proteggerà il suo diritto alla pensione, le sue cartelle e le sue scritture di credito, se ne avrà . E quando essa sarà morta, per dieci anni farà ancora sghignazzare le tavolate col ricordo del suo corno acustico.
Elenuccia, senti: va via da questo brutto mondo; vavia, nella tua primavera sacra, mentre hai tredici anni, mentre sei innocente, sei fiore, sei farfalla; va allo spolverio inzuccherato degli angeli che ti attendono; va sulle ginocchia sconfinate della Madonnaconsolatrix afflictorum.
Sei degna di morire. —
Qualcheduno non intese a sordo le paure del R. Ispettore, le preghiere del santo arcivescovo e il lungo soliloquio del cavaliere artista: e fu un personaggio coreografico che non parla, il Sole.
Questo pastore di mondi, cui regge, illumina e colorisce, sebbene di indole impassibile, qualche volta si degna fissare nel mare infinito degli esseri da lui dipendenti qualche pecorella prediletta, e specialmente qualche bella ragazza.
Un mattino di aprile, Elena Floresin sciorinava sul ballatoio la biancheria di bucato; si levava sulla punta dei piedi, tendeva le braccia, si torceva, si spenzolava, come volesse sciorinare tutta la sua forma al sole: girava il capo come volesse leccarlo, incoronarlo di raggi; gli si spiattellava innanzi come un ninfale elitropio.
E il sole le corrispondeva: faceva correre palpiti di calore crescente nel suo altoforno empireo: i suoi raggi cocenti fremitavano: e cremandola le artigliavano la testa come carezze di leone amoroso.
La mamma da basso gridava: Elena, vien giù.... Non hai ancora finito?...
— No, mamma.
— Che cosa fai?... A momenti vengo su io.... Nonsembra vero.... Stare lì delle ore ad alloccare quei seminaspezie che tornano dalla scuola e che non valgono ancora tutti insieme un bottone nell’aria.... a costo di prenderti una solata.... vieni giù, dico.... ti comando di venir giù. —
In quel punto Elena si sentì crocchiare qualcosa nella testa, come uno schiaccia-nocciole le avesse fracassato la vôlta del cranio; e discese a basso con una encefalite.
Quattro giorni dopo, essa era distesa sopra un fianco nel suo letticciuolo con le braccia riverse fuori delle lenzuola in segno di eternale stanchezza. Pareva che le sue labbra sfarfallassero: dormo: non toccatemi in eterno. E niuno era ardito di toccarla in quel momento, salvo una mosca. Pareva che la morte l’avesse ridotta in marmo cogliendola nell’ascesa di un palpito, e conservando nel cadavere verginale tutte le tumide promesse di una splendida Eva.
Suo padre e sua madre ululavano; e furono trascinati in casa dei prossimi parenti.
Si fece la sepoltura a mezzogiorno. Le campane spandevano rimbombi, che incalzavano al cimitero tutto il villaggio.
Il sole glorioso rinfocava nel suo coperchio fiammante i suoi marosi di luce; e si univa alle campane per isferzare al cimitero le nuche dei sacerdoti, dei confratelli, delle consorelle e dei bimbi infiorati. Niuno poteva reggerne il riflesso. Erano obbligati a calare le palpebre, e così procedendo ad occhi chiusi vedevano le strane visioni dell’emorragia: laghi di pece, in cui guizzavano e si coagulavano raggi neri, iridi nere. Un’onda di suono, di sole, e di malinconia avvolgeva e conduceva al cimitero tutto il villaggio. Ed agli sguardi del campanaro che sbatacchiava dall’alto, il funerale pareva avanzarsiin un deserto immenso, svolgendosi come un bruco caldo, colle punte del dorso scintillanti.
Quando sentirono il tonfo della piccola bara, i fiori circostanti mostrarono un tremolÃo di letizia come per un tocco farfallino, e ravvivarono i colori, per fare un complimento festoso alla nuova vicina.
Nel principio dell’inverno seguente il cavaliere Alfredo, già fatto deputato, si sentì stomacato della vita. Gli pareva che l’umanità in generale e l’Italia in particolare fossero carcasse fruste, e che i nostri scrittori e artisti più adulati d’adesso, succeduti immediatamente alle olimpiche, pelasgiche, e basilicali intelligenze di Canova, di Leopardi, di Gioberti e di Rossini fossero scarafaggi ischeletriti, mancanti dei due sacramenti fondamentali dell’arte, lo studio o l’intuizione dell’antico e l’osservazione o l’intuizione moderna, sbalzati dal polo della realtà , sbalzati dal polo della tradizione, — che uno di essi non avesse nerbo più appropriato di quello che ci vuole per dare la biacca a un centurino e un altro non avesse maggior cervello di quello che si richiede per combinare un giuoco di pazienza infantile; — che il resto del prossimo fosse bestiame di Sallustio; — e che intorno alla sua persona non si aggirasse più un solo cervello integro. E sentiva una smania prepotente di dare una presa di somaro a tutti, compreso il signor sè stesso.
Per lenire quel fastidio disperato, egli pensò di ricoverarsinella solitudine della sua villa e di passarvi tutto l’inverno. Quivi giunto, venne assediato dalla neve che salì così alta da toccare le ginocchia a Giorgio Antenna, il più grandonaccio svivagnato di Villarbona.
Guardando dalla finestra, Alfredo vedeva soltanto guanciali, tumuli, baratri e basterne di bianco; nella corte, sul legname da ardere vedeva cinghiali squartati nel marmo.
In mezzo a quel silenzio, a quel freddo e a quegli albori scintillanti, il nobile artista sentì emergere nella sua fantasia l’immagine di una vergine borghese, di Elena Floresin. E si disse: — degna di morire, essa doveva vivere per la mia vita; solo il picchio vivido del suo sangue potrebbe snidarmi questo gelo scettico dalle ossa: farmi riamare il mio paese, il mio mondo e forse anche gli scrittori e gli artisti contemporanei. Come sarebbe bella questa neve immensa per noi due; trovarci prigionieri insieme, volerci bene tutto il giorno, rincorrerci con la scopa per la fuga delle stanze, baciarci dietro un uscio e poi scendere in cucina a fare le cialde! —