Anzi, egli potè riuscire presto il carattere più spiccato di quella baraonda letteraria, che fu poi scherzosamente chiamata laGiovane letteratura torinese.
Egli però non disse mai una parola nelle sedute pubbliche della Società e ciò per la sua ripugnanza superbissima verso il pubblico; ma, per così dire, lavorò molto negli uffici; e di niun altro era tenuto di conto il giudizio quanto di lui; tanto erano lucidi, taglienti, diamantini i suoi concetti. Parecchi principianti d’allora, di cui adesso si comprano i romanzi come il pane e si applaudiscono le commedie, come trionfi, partivano dalle parti più discoste della città per recarsi a leggergli i loro lavori.
La sua cameretta soprastante al giardino del Valentino, divenne un vero nido di astore letterario. Era piena di aria, di luce, di frescura, di paesaggio. Aveva tutti gli emblemi della scapigliatura artistica; batterie di bottiglie dal collo inargentato o dorato, che mandavano nimbi e fosforescenze; sfilate di volumi eleganti sul camino, sul davanzale della finestra, per terra.
Il banco del giovane posava le sue quattro gambe sui quattro volumi dei satirici italiani. Egli intronizzatonella sua seggiola, sembrava Heine, sembrava Lucifero.
Abbatteva un uomo, un lavoro con una stretta di mano, con un elogio o con un’arguzia.
Un giorno Edoardo, il quale studiava di proposito i codici e frequentava assiduamente uno studio celebre di avvocato, facendo tutti i giorni una difesa gratuita al Tribunale Militare o a quello Correzionale, gli lesse un suo lavoro letterario sopra Ugo Foscolo.
Pinotto, dopo averlo sentito attentamente, pur fabbricando delle spagnolette, — gli disse sul serio: — Bravo! Mi rallegro.... Tu cominci a diventar asino. Ciò mi fa piacere, perchè ti farà del bene per la tua carriera e pei tuoi figli, quando ne avrai.... —
Al solito suo genio della beffa egli aveva unito un nuovissimo entusiasmo artistico; pareva si movesse alla conquista dell’arte con un lusso asiatico.
Per riuscire artista, egli soleva ripetere: bisogna anzitutto conoscere la vita reale; — e la società egli seguitava a conoscerla largamente, intensamente, lui sempre piacente, bizzarro, spiritoso, spenditore, — che danzava e cavalcava benissimo, lui, quando lo voleva, attillato, cesellato, irreprensibile in guanti, speroni e frustino.
Poi soggiungeva: bisogna conoscere la vita ideale. Ed egli conobbe singolarmente le letterature classiche, e si fece presentare a quelle forestiere e alla scienza; tanto che si trovavano mescolati ed aperti sul suo tavolo Bastiat, Anton Francesco Grazzini detto ilLasca, Shakespeare, Thiers, Aristofane, Mazzini, D’Azeglio, Augier, Giusti, Moleschott, Plauto, Darwin e Schiller.
Dopo essersi arroventato con Vittor Hugo, egli era capacissimo di pigliare una doccia ghiacciata nelle commedie di Gian Maria Cecchi.
Studiava giorno e notte in letture faticosissime. Lesue occhiaje nere e le sue palpebre orlate di rosso accusavano veglie straordinarie. Per rinvigorirsi fisicamente e intellettualmente, mise due assicelle sul materasso del letto.
Volle anche combinare l’eroismo con l’arte. Fece la campagna dei Vosgi, battendosi molto bene. Partì per la guerra, senza dir niente a nessuno, e ritornato non sofferse mai che glie ne parlassero. Solo un giorno discorrendo di soldatimobilottiin un pantano, li descrisse come si fosse trattato di anitre selvatiche o di beccaccini.
Oltre a ciò prese a dilettarsi di musica, ricavando nervosamente armonie sul pianoforte, e si sbizzarrì in nuovi viaggi scomparendo dalla tribù degli amici, senza lasciar loro il proprio ricapito.
Le sue elemosine divennero sempre più da cardinal Borromeo.
Così rinfrancandosi d’ingegno, di lavoro, di buona volontà, di studi, di vedute e di salute fisica e morale, egli lavorò secretamente intorno a un suo romanzo, di cui gli amici odoravano meraviglie.
Un fratello ne parlò alla sorella, la sorella a tutte le amiche del collegio; queste al direttore spirituale; il direttore spirituale all’economo, l’economo al negoziante, gli altri parenti agli amici, gli altri amici ai parenti, ecc., ecc. Fatto sta ed è, che poco per volta si diffuse per Torino, quasi direi, una irradiazione del nome di Giuseppe Panezio, e una calorosa aspettazione del suo capolavoro.
Edoardo, che più degli altri era dentro alle secrete cose di Pinotto, ebbe la singolare ventura di adocchiare l’epigrafe tolta a Coppée, che stava sul manoscritto del celebre romanzo in erba:
Pauvre mère! Pardonne-moiEt d’être malade et d’écrire.
Pauvre mère! Pardonne-moiEt d’être malade et d’écrire.
Pauvre mère! Pardonne-moi
Et d’être malade et d’écrire.
Ne fu commosso, e non si potè rattenere dal correre dalla signora Placida e dirle affannosamente, che richiamasse tosto suo figlio per dargli un bacio, perchè Pinotto si faceva onore nellaDante Alighieri, si faceva onore presso tutti gli amici letterati, si sarebbe fatto onore nel mondo e sarebbe divenuto sicuramente un grand’uomo per tutti e un grande figliuolo per lei.
LaMadre dei cania tutta quella lirica di amicizia rispose molto prosaicamente: — Ah! la Dante Alighieri! la Dante Alighieri! Ecco quella che rovina i figli di famiglia.... la Dante non da.... del pane (in musica). —
Il bisticcio materno dellaDante che non dava, riferito da Edoardo a qualche amico, e da costui ad un’altro pervenne eziandio alle orecchie di Pinotto, che partì incontanente da Torino.
Si diceva che egli era ritornato in Toscana per rinforzarsi vieppiù nell’uso del linguaggio schietto e vivo di quella gente benedetta.
Invece, altro che Toscana! — Di lì a poco tempo si sparse la voce dapprima vaga e poi certa che quel giovane, il quale sembrava marciare verso un avvenire di una saldezza adamantina, avea per lo contrario liquefatte quasi intieramente le sue sostanze nella sua preparazione artistica, si era tuffato nel commercio a Genova e poi era partito per l’America.
In effetto, parecchi mesi dopo, Pinotto ritornò dall’America tranquillo, come se tornasse da Cavoretto, raccontando di aver fatto l’ostetrico sopra un bastimento a vela, aver portato con le sue braccia damigiane di petrolio, ricevute mance da facchino e accordato pianoforti a Buenos Ayres; e nel ritorno essersi pubblicato inutilmente disponibile sulle tabelle della Borsa a Marsiglia. Aggiungeva allegramente avere ottenuto dalla cortesia di un macchinista il favore di abbruciare i suoi manoscritti letterari, i suoi lunghi studi nel fornello di una locomotiva a vapore.
D’allora in poi egli vagolò in campagna, a Torino, a Genova e a Firenze.
Però fino a quel tempo la sua fierezza artistica non aveva dovuto piegarsi per domandare mercè a chicchessia. E poteva tuttavia farne senza.
Imperocchè, quando aveva ricevuto le ottantamila lire in un picchio, egli ne aveva investito qua e là bizzarramente alcune parti; per esempio 10 lire in una cassa di risparmio; 200 in un’altra; magari soltanto una lira in una terza, tanto per incomodare un impiegato a scrivergli il libretto; 100 lire in conto correnteal Banco Sconto e Sete; 500 lire in una azione della Banca Indo-Germanica; 5000 in rendita turca, ecc.
Ora razzolando negli angoli del baule, gli fiorivano tra le mani quei titoli provvidenziali, e gli fecero buon prò anche quelli rinviliti dell’ottanta e più per cento.
Infatti un’azione dell’Indo-Germanica fu sufficiente a pagargli le uova per un giorno intiero e una cartella del prestito turco bastò a procurargli gli zolfini; onde egli coniò il proverbiomeglio serbar in turco, che sprecare in italiano.
Ma questi rinfranchi gli si andavano terribilmente assottigliando di giorno in giorno. Onde, molte volte, seduto al tavolino marmoreo di un caffè, davanti a due uova affrittellate miseramente le quali scoppiettavano schizzi rabbiosi per carestia di burro e si attaccavano tenacemente abbrustolite al fondo del tegame, molte volte egli esclamò, mezzo liricamente e mezzo elegiacamente: — vorrei che queste due uova mi durassero una eternità! — E volgendo gli occhi in su ne gustava il sapore, in modo da impietosire chicchessia ad eccezione di lui.
Molte volte egli, che nei suoi tempi felici aveva esibito agli altri il suo portamonete a chius’occhi, con quella noncuranza cortese e signorile, che non hanno nemmeno i milionari, quando offrono l’astuccio dei sigari, — si trovò coartato a scomporre mentalmente un soldo e a destinarne le preziose particole nel suo specchietto giornaliero: tanti centesimi per i fiammiferi e tanti per la pattona.
Egli prediligeva il soggiorno di Firenze per la compagnia dei fratelli della Misericordia, la cui instituzione egli da un pezzo considerava come un capitale, che avesse nello scrigno, in mancanza del capitaleassistenza materna.
Ma, per fare maggiore economia, abbandonò Firenze e andò a stabilirsi in una piccolissima città di provincia, dove era affatto sconosciuto. Quivi si diede addirittura alla dieta dei grandi uomini in erba: pane, acqua e formaggio; e cominciò un nuovo romanzo, rifusione più netta e più grandiosa del primo. Così viveva assai strettamente, ma serenamente, quando un giorno egli cascò ammalato.
Era una grave malattia dipeccati vecchi, penitenza nuova;per cui fu portato allo Spedale; e poco mancò non gli si dovesse amputare una gamba. Tre dottori stavano per l’operazione; uno solo contro e vinse. L’averlo potuto guarire, salvandogli quell’estremità combattuta, fu una vera gloria per il medico, che glie l’aveva difesa a viso aperto; onde la storia clinica del caso interessante venne narrata distesamente nelMorgagni,rinomata Rivista di Medicina e Chirurgia, adoperandosi mancomale le sole iniziali dell’ammalato.
In questo frattempo Pinotto, avendo fatto scrivere dal medico, suo Farinata ed istoriografo, avendo fatto scrivere a casa, che egli era all’Ospedale, si teneva sicuro che sua madre e sua sorella sarebbero venute a trovarlo; anzi si rammaricava acerbamente per aver potuto un sol giorno preferire nel proprio cuore la Misericordia di Firenze alla sua famiglia. Invece esse si fecero vive, ma non già rispondendo al dottore; bensì fecero scrivere dal Teologo al cappellano dell’Ospedale, raccomandandogli vivamente Pinotto, però esclusivamente per le cose dell’anima. Del resto esse accusavano un raffreddore; per il quale non potevano muoversi. Nè mandarono verun soccorso.
È facile il capire, come questa razza di sollecitudine per parte della madre e della sorella, facesse digrignare a Pinotto non solo i denti, ma l’anima.
Egli uscì dall’Ospedale con un appetito da convalescente, ed entrò in un caffè. Ora, per combinazione, la prima cosa che lo colpì, fu, a farlo apposta, la vista di una vecchia signora, rassomigliante un po’ a sua madre, che dava a leccare sucidamente lo scodellino alla sua cagnetta. Ciò fini per rovinargli completamente ogni programma di economia e di buona condotta, se aveva bisogno ancora che questo gli fosse rovinato.
— Dio santo! — egli esclamò: — Ci sono tanti e poi tanti poveri cristiani, che non prendono mai e poi mai il caffè.... Ci sono degli ammalati che ne mancano.... Io stesso, prima di andare all’Ospedale, sono stato cinque mesi senza assaggiare più il caffè, io.... io.... chè pure mi piace tanto; e credo di avere maggiori diritti di un Glafir qualsiasi, ai godimenti del mondo.
Ebbene! allora gli parve di avere il diritto preciso,sovrano, fulmineo, incontrastabile, e imperscrittibile di esigere dalla Società ogni giorno una costoletta pepata, una caciuolata con i tartufi, e una bottiglietta di barolo per colazione, con l’intiera bottiglia per il pranzo oltre al caffè e sopracaffè a semplice richiesta. Quindi, forte del suo diritto, si mise a spedire lettere circolari, che domandavano cento lire in prestito ai membri, che per lui rappresentavano la società sua debitrice, cioè ai suoi parenti ricchi e ai suoi compagni d’ozio, di crapula o di letteratura edita ed inedita. Non gli passò nemmanco per la mente di rivolgersi a sua madre, perchè la riteneva cosa inutile dopo il contegno da lei tenuto in occasione della sua malattia all’Ospedale.
Uno degli zii gli rispose, che in seguito alle inondazioni del Po gli erano caduti 3 mulini, per cui doveva farli rifabbricare ed era dolentissimo di non poterlo sovvenire di un centesimo. Un altro zio incominciava la lettera con mille imprecazioni contro al governo; diceva che i bachi da seta erano andati male, la canapa malissimo e che ciò nonostante quegli asini, mangioni ed assassini di ministri, lo costringevano ad anticipare la imposta fondiaria, per cui era egli stesso nella necessità di ricorrere al credito.
Un cugino gli rispose: «Se tu mi avessi scritto un giorno prima, non cento lire, ma te ne avrei mandate mille; imperocchè tenevo disponibile un capitale di diecimila lire, di cui ti avrei volentierissimo accomodato. Ma stufo di tenere quella piccola somma oziosa, non potei resistere alla tentazione di investirla nella compera di una casetta; un cattivo contratto, mio caro cugino! Pensa: diecimila lire in contanti nel rogito, e poi altre 10 mila da sborsare fra tre anni.... E poi gli emolumenti del notajo e del Registro, senza contare le riparazioni ordinarie e straordinarie e la tassa sui fabbricati.... Caro Giuseppe, ti assicuro che ho le mani neicapelli, tanto sono imbrogliato. Oh quanto avrei avuto più caro di prestare tutte a te le diecimila lire!... Ah, perchè non mi hai scritto prima? Perchè?...»
Gli amici gli risposero niente, ad eccezione di Edoardo e di Aurelio Auricola.
Il primo, avendo guadagnato cento lire in un concorso pubblicato da un giornale giuridico, ne mandò cinquanta a Pinotto, pensando semplicemente che era meglio darle a un amico, che ad un’amica.
Il secondo gli mandò una lettera untuosa, scritta sopra un mezzo foglio spiegazzato dentro una busta storta, di quelle che fabbricava lui con gli antichiattidell’ufficio. Il machione aveva preteso fare dello spirito. Infatti cominciava con tanto diSire!ricordava al Sovrano la propria nomina a suoMinistro di Grazia e Giustizia, quindi venivacon fede degli opportuni ricapitia supplicare la Maestà Sua a voler avere ad ogni cosa l’opportuno riguardo; onde conchiudeva, che se il monarca, dato evacuo a tutti gli incumbenti che del caso, non poteva prestare a lui ministro Guardasigilli la cauzione per mettere su un ufficio nuovo, gli mandasse per lo meno duecento lire, come voleva laGraziae non ricusavaGiustizia, acciocchè egli potesse vestirsi bene e così ottenere finalmente la desiata mano della figliuola unica del suo principale Barattini, facile apportatrice della desiatissimaprocurain suo capo.
Sopra queste risposte e non risposte Pinotto fece le seguenti considerazioni filosofiche: — Belle combinazioni! I fiumi straripano, i bachi da seta e la canapa intristiscono, il Governo pretende l’anticipazione delle imposte, un cugino si rovina con uno scellerato carrozzino, gli amici perdono l’uso della parola, o falliscono del cinquanta per cento, o peggio ancora i cretini imparano afare dello spirito chiedendo il doppio di ciò che devono dare, tutto questo per impedire a me Giuseppe Panezio la possibilità, che hanno tutti gli straccioni di raggranellare la somma di cento lire rotonde. —
Quindi conchiuse: — La carta non diventa rossa, ma la epidermide della faccia umana, sì! Il silenzio è d’oro; ma la parola è di diamante. Andrò io a prendere di fronte questi parenti delle inondazioni e questi amici mutoli, a cui regalerò un francobollo per vergognarli di non avermi risposto. E vorrò vedere, se a quattr’occhi oseranno negarmi qualche miserabile biglietto di banca. Voglio vedere, se potranno dirmi di no, quelli specialmente che mi hanno aiutato a mangiare migliaja di lire in cene, sovvenzioni, sigari,et reliqua!... Voglio vederli a dirmi di no! —
Piombò, come un agente fiscale, fra lo stuolo degli amici e dei parenti, e fece un abbondante bottino, però rilevando questo. La gente più lo credeva tuttavia ricco e capace di dare mance vistose alle serve, più gli dava volontieri da pranzo, restando persino di buon umore, se egli, uso alle taverne e senza veruna scuola di famiglia, faceva scricchiolare maledettamente le sedie e minacciava di romperle ad ogni movimento. Ma, come si accorgevano, che egli aveva veramente bisogno di soccorso, tutti si imbrunivano e si inacidivano a vederlo comparire, e lo mortificavano con avvertimenti e con certe facce da Ebreo Errante, appena avessero dovuto dargli semplicemente da sedere.
Egli segnò queste ed altre osservazioni sopra un taccuino, come materiali di un altro suo capolavoro, destinato a non essere mai pubblicato e intitolato:Al Verde!
Dapprima egli accettava i soccorsi e l’ospitalità altrui con franchezza, perchè egli era sicuro di diventare, quando che fosse, un milionario, un milionario, che avrebbe ammazzato i suoi pitocchi soccorritori con una profusione di doni e avrebbe restituito con pranziall’albergoTrombettale braciòle casalinghe, che egli aveva mangiato nelle famiglie altrui. Poi cominciò a pesargli il sospetto di essere tenuto per uno scroccone, per un cavaliere del dente; in quei momenti i denari degli amici gli bruciavano le mani, e gli facevano salire le vampe alla faccia. Infine con il vigore del suo cervello sviato, riuscì persino ad addomesticarsi baldamente a quella vita.
Un amico era tassato da lui per il caffè, un altro per i sigari, altri per altro; ed egli viveva completamente alle spalle del prossimo, come se fosse stato il Governo.
Ma un giorno, nell’avvicinarsi della fredda stagione, quando ricevette da Edoardo un pastrano usato, divenne di nuovo superbo e vergognosissimo, e disse amaramente a sè stesso: — Sono proprio un accattone! — Però riprese subito nella vigoria del suo animo: — Sono un accattone, ma mi infischio di tutti. —
E andò da due altri suoi amici a domandare a ciascuno di loro il pastrano usato; così avutine tre, scappò a venderli nel Ghetto, per comperarsene uno nuovo da Bocconi.
Intanto, per cessare quello stato di cose, cercava un impiego quale si fosse e non lo trovava. Vedeva che riuscivano ad occuparsi vantaggiosamente ufficiali e bassi ufficiali smessi, cantanti, commedianti e suggeritori, i quali avevano perduto la voce, nobili spiantati e stangati d’ogni estrazione e che ne erano pieni i ministeri, i licei, e le fabbriche di bottoni e di zolfanelli; solo egli non poteva scovare alcun posticino per sè. Tutti si schermivano dall’aiutarlo, chi perchè si fidava poco della sua testa bizzarra, chi perchè non osava metterlo in un ufficio troppo misero, e chi perchè sentiva quella tendenza naturale di dare il tratto a chi rotola in giù.
Questi gli diceva: — Ah, se fosse ancora vivo il commendatore Caramella! Egli era un uomo veramentedalle braccia lunghe, e per far piacere a me e a mia moglie avrebbe fatto nominare vicario generale della diocesi anche il vescovo dei frammassoni.... Ma quel degno galantuomo, ah! proprio di quelli di una volta, ora non è più. Mi rincresce, mi rincresce, caro mio, di non poterle essere utile presentemente.... Ma, se fosse vivo il commendatore Caramella.... avrebbe visto.... —
Quegli gli rispondeva: — Peccato non ci sia più quella cara madama Storione! Vieni qui, Enrichetta.... Puoi dirlo tu, mia cara figlia, se quella buona signora non poteva quello che voleva. Ah! quantiemigratiabbiamo fatto impiegare da lei! Era così buona e ci voleva tanto bene.... Ma ora quella brava signora anche essa se n’è andata.... Fanno tutte così le persone che sono utili al mondo e rimangono solo i bisognosi.... Ah! buon signore, peccato che non ci sia più quella cara nostra madama Storione! Ah! Madama Storione non faceva anticamera da nessun ministro, oh no! no! —
Un terzo lo assicurava che avrebbe fatto moltissimo per lui, se non fosse caduto il gabinetto antecedente.
Insomma il povero Pinotto era suffragato da una legione di condizionali, di defunti o di cascati, e non era punto aiutato nei bisogni presenti della sua vita.
Spinto dalla rabbia di questi smacchi, egli un giorno assaltò da sè stesso per via un commendatore francese, gran sopracciò delle strade ferrate, e gli disse: — Sono il tal dei tali, sono mezzo ingegnere, ho mangiato ottantamila lire in pochi anni; ho conosciuto le signore più belle ed eleganti della città, ed ora le domando un posto da guardiasale in una delle tante sue stazioni. —
Il commendatore lo licenziò frettolosamente, sospettando di essere stato abbordato da un borsajuoloo da un suicida futuro prossimo, e lo invitò a recarsi l’indomani nel suo ufficio.
Portatosi puntualmente l’indomani alla Direzione delle ferrovie, egli non ottenne di poter parlare col commendatore; ma parlò con un vice-sostituto sottosegretario del medesimo, il quale gli mise sul naso un paio d’occhiali spessi come due fette di salame. Pinotto ci vedeva dentro come in un nebbione enon altrimenti che per pelle talpe; quindi fu licenziato qualeinabile per vista corta.
Sconfitto da tutte le parti, non conoscendo più altro rifugio, egli finalmente accondiscese alle istanze di Edoardo, che da più mesi lo sollecitava a presentarsi da sua madre. Bisogna dire che egli salì gli scalini materni, più per togliersi ogni appicco di biasimo davanti all’amico, che per fondata speranza di riuscire nell’intento.
Fu breve e secco il colloquio fra madre e figlio. La signora Placida diede un piccolo soprassalto, quando si vide dinanzi il suo Pinotto, ma poi si rattenne e assunse il contegno più dignitoso, che possa assumere una madama borghese, quando voglia dare una lezione di civiltà a una odiata amica.
Lo condusse nella sala di ricevimento, e senza accennargli che si sedesse, gli domandò: — Ebbene, che cosa si vuole da me? —
In quel punto fecero per entrare Carolina e i cani, ma la signora Placida ordinò loro di ritornare premurosamente indietro, quasi essi non dovessero onorare di loro presenza quel discolo. Quindi ripigliò: — Ebbene che cosa si vuole da me?
— Signora madre.... Scusi del disturbo.... È una speciedi ritorno delfigliuol prodigo. Ho già consumato le mie ottantamila lire, ed ora vivo a spese degli amici, e cerco un impiego con il loro aiuto. Sono venuto a vedere, se mia mamma alle volte avesse dispiacere che gli amici prendessero il suo posto....
— No, no, no.... Io non voglio saperne di niente. Sta pure con gli amici, facciano pure loro quello che vogliono, essi che ti avranno aiutato a disperdere e divorare le sostanze guadagnate da tuo padre.... Io non ci entro per niente.... Ah, gli amici, gli amici!
— Allora.... — E fece a sua mamma un inchino. Questa gli rispose con un cenno di testa pieno di dignità borghese.
Discendendo le scale, mentre gli si spezzava il cuore, il povero giovane diceva: — E pure mia mamma non è cattiva! Non mi capisce, ma non è cattiva.... —
Girando per la città, con la testa bassa, inciampò in quel rospo di Aurelio Auricola.
— Ecco lì, — disse fra sè, — ecco lì sotto quell’untume da cappellano e sotto quella fronte da cretino, ecco lì dove ci sono dei pozzi di ricchezza mobile. E gli passò per il cervello la voglia di strangolarlo e depredarlo; ma fu una voglia semplicemente ridicola; tanto è vero, che lo fece ridere di cuore.
— Che cosa hai, Giuseppe, che ridi come un maniaco?
— Ho.... ho, che non ho nemmanco un soldo da far cantare un cieco.... E non so proprio più dove battere la testa. Guarda tu, che sei procuratore, non potresti regalarmi un’azione di qualche compagnia di ladri.... oppure indicarmi qualche posto vacante da assassino? Lo accetterei e comincierei dallo svaligiare te.
— Grazie tante.... Hai voglia di scherzare?... — rispose Aurelio un po’ livido per un quissimile di paura. — Aspetta....
Ed accese il suo perpetuo mozzicone di sigaro.
— Aspetta.... Tu devi ancora avere la proprietà di ciò che tua madre gode in usufrutto sulla eredità di tuo padre.... Vendi laquarta uxoriadi tua madre.
— Sei un’aquila. —
Secondo il solito, il sostituito procuratore si incaricò egli stesso di trovare lo strozzino e il notajo dello strozzino.
Alle cinque di un pomeriggio invernale, nello studio del commendatore notajo Raffa, mentre la luce grigio-scura del giorno morente si allontanava, e la raggiera gialla di una lucerna si allargava nello spazio, dentro una mutezza strangolatrice, si sentiva saltellare ed intaccare lo scricchiolío di una penna. Si rogava il contratto, per cui Giuseppe Panezio vendeva il suo restante patrimonio usufruito dalla madre, del valore approssimativo di lire trentamila al signor Abraam Isacco X del fu Giacobbe, il quale, dopo essersi accertato della età legale del venditore, mediante la produzione della costui fede di nascita, gli concedeva in corrispettivo lire millecinquecento, di cui cinquecento in contanti, cinquecento che si dichiaravano ricevute prima del rogito e le altre cinquecento valutate in altrettanti effetti di merce, fra cui alcuni elmi di cavalleria di antico modello e la scrittura di un basso profondo, protestato da un teatro di provincia.
Mentre scricchiolava la penna del notajo, una ragazza bionda come una stella attraversò lo studio sulla punta dei piedi.
Intascate le cinquecento lire, pagato profumatamente il notajo, e lasciati gli elmi ed il basso cantante a chi li voleva, senza dire ai nè bai a nessuno, egli bruciò gli alloggiamenti, piantando lo stuolo dei suoi amici patroni, i quali in generale si videro senza soverchio rammarico cessare a un tratto l’obbligo delle rispettive quotidiane contribuzioni al sostentamento del loro misero cliente.
Egli dilapidò quelle cinquecento lire proporzionatamente in fretta quasi come le altre, tanto per allontanare da sè un senso di maledizione materna; imperocchè ogni po’ un eco del freddo scricchiolío della penna del notajo lo faceva rabbrividire.
Di lì a pochi mesi, dopo essersi presentato inutilmente a cento usci, dopo essersi offerto agli uffici dei giornali, alla stenografia della Camera, alle fabbriche dell’acqua gazosa e del gaz combustibile, dopo aver giocato al lotto gli ultimi cavurrini, dopo di essere stato spinto dalla necessità fino sulla porta delle parrocchie e delle sacrestie e dopo avere inspirato a tutti un sentimento di ripulsione con la sua aria di un Satanamorto di fame, egli si trovava una sera d’estate a Roma, seduto sopra un sasso, lungo uno stradone.
Si sentiva estenuato dal digiuno e rotolato giù agli ultimi scalini della degradazione sociale, e si diceva amaramente nella sua anima: — Possibile che nessuno voglia darmi da lavorare per vivere! Non domando molto io.... domando da mangiare per vivere.... E mi sento capace di fare qualsiasi cosa per guadagnarmi la pagnotta quotidiana, a cui ho diritto, Dio Santo! se non è bugiardo il Paternostro.... Farei anche il giornalista clericale o andrei anche ad ammazzare Bismark, se me lo comandassero!...
Poi soggiunse: — No, no.... non mi sentirei mai capace di fare del male, anche a costo di morire di fame.... —
La sua fisionomia era pressochè irriconoscibile.
Egli portava in testa un cappellone polveroso con la visiera dura per le pioggie ricevute e lucida per l’unto che vi si era appastato. Portava addosso un pastrano da inverno in immediato contatto con la camicia che era dello scuro più laido; (essendo la divisa dei poveri nel più caldo dell’estate il pastrano, che essi poi si affrettano a consegnare al ghetto, appena si approssimi l’inverno), un pastrano giallo come il mantello di certi cani levrieri, con istrappi ed altre macchie indelebili. Aveva la barba lunga e squallida, le occhiaje livide: era scarno come un crocifisso; aveva le unghie orlate di velluto nero, come un prete del Porta.
Egli pensava con invidia alle turbe ricoverate negli ospizi di carità, a quelle vecchie vestite tutte di un’uniforme rigatino, con il numero di matricola per decorazione sul petto, — a quei vecchi colla blusina azzurra e con il bastone legato per un cordoncino ad una manica, — a tutti quei poveri rimbambiti, che nel tramontodella loro esistenza possono ancora, grazie alla carità pubblica, risentire le gioie infantili e collegiali, come quella di rubare un rociolo di zucchero nella zuccheriera altrui o bere di straforo una tazza di caffè ed un quintino di vino; — pensava agli ammalati menati agli ospedali sui carrettoni duri e sussultanti pelle strade polverose e pensava ai vagabondi, che viaggiano per mercè da Questura in Questura e da Sindaco a Sindaco. Egli scopriva allora proprio nettamente una divisione del mondo, a cui non aveva quasi mai pensato, quando conduceva vita capricciosa, studiosa, operosa e beata, la grande divisione degli uomini in gaudenti ed in pitocchi. Egli, più scannato di tutti, apparteneva col corpo ai pitocchi e si sentiva ancora fitto fra i gaudenti con i maggiori desideri dell’anima. Sopratutto lo rodeva il grande martirio di non aver più nulla, proprio nulla, nulla, nulla; e gli pareva l’ultima parola: nulla.
Lo rasserenò il ricordo di una buffonata, con cui altre volte aveva fatto ridere le brigate; ciò era la diceria, che si dessero da qualcheSocietà Evangelicaduecento lire ai cattolici che si facevano protestanti. Allorchè nei suoi tempi migliori, egli perdeva tutti i suoi denari al gioco, soleva dire giocondamente ai compagni che lo avevano squattrinato: — Amici, aspettatemi! Vado a farmi protestante e poi ritorno subito a farmi spennacchiare di nuovo da voi altri. —
Ora su quel sasso egli pensava: — Oh fosse davvero che si dessero duecento lire a chi si fa protestante! Volerei subito... — E gli pareva già di mangiare qualche cosa; ma ricadeva tosto spossato: — Ah forse non è vero, non è vero!... e poi, quand’anche fosse vero, io benchè morto in piedi, non mi sentirei il coraggio di cambiare per paga di religione; e sì che sono quasi certo oramai di non averne più nessuna! Siamo pure curiosi noi altri noi, della nostra specie. Vendiamo con un enorme facilità,spaventiamovia una casa, una tenuta, un intiero patrimonio, che ci dava da vivere lautamente; e poi ci ripugna.... io sento che per me sarebbe affatto impossibile vendere un mio pensiero, unpezzo della mia supposta coscienza od anche un solo mio capriccio, che pure non mi dà da mangiare una maledetta. Imbecille! Ho fame e.... credo nella immortalità dell’anima. —
In questo punto egli si senti raspare una scarpa da un colpo di lingua. Era un cane che gliela leccava, un bel cane barbone, con i fiocchi della sua lana bianchi di saponetta. Aveva l’aspetto signorile, e la giubba come un leone da burla; era certamente un cane benestante ed anche di buon cuore. Vi sono dei cani, che per un sentimento di malintesa aristocrazia non possono vedere le persone malvestite, si avventano contra loro con una furia di ringhi rabbiosi, vogliono morderle, lacerarle, sbaragliarle; e vi sono per lo contrario altri cani, che per un sentimento di filantropia, che li onora, se la dicono bene con i poveri, con i fanciulli, con i vecchi, con tutti i deboli e li proteggono. Tale era questo barbone.
Come si avvide, che Pinotto si era accorto di lui, esso si acculattò per terra accomodandosi sulle gambe posteriori, e rimanendo ritto su quelle davanti: figgeva benevolmente negli occhi smunti del giovane i suoi occhioni pieni e lustri come un calcalettere di cristallo, umidi come ostriche, ed oscillava la coda quasi per dirgli qualchecosa di amichevole, e di consolante.
Poi levò in arco una delle sue gambe anteriori, come per proporgli con quella zampata un patto di alleanza; e vedendo che ciò non gli bastava a farsi capire, finì con il porgli il muso sulle ginocchia.
— Fido! Qua, Fido! Fido! Fido! Fido.... oh! Qua, qua!
Così, alla distanza di un tiro di pietra, chiamava il cane un vecchietto con un berretto da militare, i baffi spessi e grigi, la barba molticolore, fra cui alcuni cespugli di nero e alcuni zampilli di bianco, — il frac nero abbottonatoe i calzoni cilestrini con le bande rosse. Vedendo che il cane non lo ubbidiva, si avvicinò egli al cane.
Allora Pinotto potè meglio adocchiarlo e lo raffigurò. Raffigurandolo, sentì un’acre vergogna di essere alla sua volta riconosciuto da lui, e poi si scopri da sè stesso alzandosi alla bracalona e lasciandosi sfuggire automaticamente queste parole:Il capitano!
E questi di slancio: — Come? Possi....bile! sarebbe mai l’ingegnere Panezio?... Ma sa, che mi ha fatto paura? Ma non ha sua madre, lei?... —
Il giovane gli rispose con una indefinibile amarezza: — Mia madre non è come la madre di Edoardo.... Adesso io non spero più in nessuno a questo mondo.... —
Il Capitano salutato da Pinotto era un sergente giubilato, che i compaesani avevano accresciuto di grado con il nomignolo appioppatogli. Pinotto lo aveva conosciuto assai famigliarmente, molti anni prima nella villa del suo amico Edoardo, dove il Capitano era un casigliano amatissimo, come quegli che dirigeva la preparazione del majale, l’imbottatura del vino e tutte le altre operazioni principali della azienda domestica.
Avendo sposato una giovane ostessa, (come capita alla maggior parte dei bassi ufficiali in ritiro) la quale gliene aveva fatte a piedi e a cavallo, e secondo la sua espressione, lo aveva volutomangiar vivo, — egli scorrucciato aveva abbandonato il villaggio nativo e per la protezione del suo antico colonnello aveva ottenuto un posto da usciere in un ministero a Roma.
Il capitano dovette far violenza a Pinotto per indurlo a ritirarsi con lui in città, e la violenza del padrone fu superata dalla violenza del cane, il quale per far risolvere definitivamente il renitente, gli abboccò i calzoni, ponzando per tirarselo dietro.
Strada facendo, l’usciere per distrarre il giovane disgraziato, acciocchè non si avvedesse della commiserazioneche destava, si fece a raccontargli allegramente vita e miracoli di Fido.
—Porta, sa?... Va dal panattiere, va al macello preciso come un servitore.... Buono poi, buono come il pane. Lui si lascia mettere gli occhiali sul naso e magari un kepì in testa.... Sa persino tenere una pipa in bocca.... Sicuro, fuma questo demonio! Per gentilezza poi, non discorriamone nemmeno....Parlacome un bambino di due mesi,parla; e se il bambino gli tira le orecchie, lui non dice mica nulla, povero minchione! e lascia tirare.... anzi sembra che goda.... Non è vero, Fido? —
Fido, quasi si accorgesse, che parlavano favorevolmente di lui, anzi capisse tutto ciò che dicevano, saltellava qua e là con balzi di modestia contenta, e di quando in quando tentava di baciare le mani a Pinotto.
D’altra parte Pinotto pensieroso e pauroso, che il suo salvatore sospettasse troppo male della madre di lui a cagione del motto sfuggitogli, si fece ad accusarsi da sè stesso, dicendo che egli era stato un cattivo originale ed aveva perso tutto al giuoco, ma che sua mamma, povera mamma, non aveva nessuno, nessunissimo torto.
Alloggiato nella camera sublime del Capitano, egli pensò che non doveva rimanere lungamente parassita di un povero usciere: e in quello stremo, l’unica àncora di salvezza naturale e decorosa gli parve la mamma ricordatagli dal buon vecchio, per cui nel mattino seguente gli disse festosamente: — Scrivo a mia mamma.
— Bravissimo! gli rispose quegli, bevendo una lacrima, mentre si incamminava all’ufficio.
Pinotto scrisse:
Cara mamma!
«Sai che pur troppo sono sempre stato superbo come Lucifero e il tuo Signore m’ha castigato.... Quasi mi sento ancora superbo adesso; ma so magnificamente, che non c’è nessuna umiliazione di un figlio verso la propria madre. Anzi io sono fiero di umiliarmi davanti a te e domandarti perdono in ginocchio, anche con i gusci di noce sotto.
«Che cosa vuoi? mamma, sono stato un disgraziato. Credevo certe cose ed erano certe altre. Ho proprio fatto come ilFigliuol Prodigo, della Sacra Scrittura,che è andato fra gli animali immondi.... Ma non voglio mica che tu mi ammazzi il vitello più grasso per questo. Oh no, no! Guarda, mamma, solo perchè scrivo a te, sono tutto rasserenato, mi sento allegro.... Ho fatto delle cattive vite e meritamente. Ho fatto delle lunghe astinenze e mi sono nutrito alcuni giorni solo con un po’ di pane puro, ed era una grazia per me l’averne.
«Pensa, mamma, che vita!... Io che ero assuefatto da te ai buoni piatti e sani della tua cucina casalinga. Però, ti assicuro, mamma. Mi sarò fatto del male a me stesso, oh questo sì! Ma non ho mai fatto del male al prossimo, a nessuno; te lo giuro! Sono ancora un ragazzo onorato. Piuttosto che far torto con una cattiva azione al buon nome della nostra famiglia e alla sacra memoria del povero mio padre, che ci guarda di lassù, piuttosto.... avrei preferito di morire per la strada.... e di fame, peggio che il conte Ugolino.
«Ora sono stato raccolto da un buon vecchio, da un usciere al Ministero, che avevo conosciuto in casa del mio ottimo amico Edoardo.... Sto qui con lui, via dei Giubbonari, N.... È una carissima persona, di gran cuore, un galantuomo proprio dei tempi patriarcali di una volta.... Mi usa ogni riguardo.... Insomma sto bene. Mi sento rinato, massimamente perchè penso a te, perchè fondo tutte le mie speranze sopra di te.... Ha poi un cane l’usciere, un cane, che è una meraviglia. Si chiamaFidoe non usurpa il suo nome. Vorrei che tu lo vedessi, mamma, e lo vedesse anche Carolina! È un grosso barbone, bianco come la giuncata. Va lui in piazza con la sporta fra i denti, e pare dica ai passeggeri come Napoleone I con la corona di ferro: Guai a chi me la tocca!... Vedi,mamma, se non sono diventato buono. Mi sono persino riconciliato con i cani....
«Adesso mi sento ancora addosso mille forze e una smania di adoperarle, ma tutte a fine di bene.... Te lo giuro; non ho più nessuna pazzia per la testa. Un po’ di digiuno me le ha fatte passare via tutte. Se tu vuoi aiutarmi, mamma, farò l’agrimensore, l’impiegato, metterò su una bottega da sellajo o da cappellajo, purchè tu lo voglia, mamma.... Ma ho bisogno del tuo soccorso e di una tua parola.... Capirai che io non posso restare sulle spese a un povero usciere.... Non sarebbe neppure nostro decoro.... Da me solo, ah! l’ho provato pur troppo alle mie spalle: io non sono buono a nulla, non sono nemmeno capace di guadagnarmi l’acqua che bevo. Ma con te, con la tua protezione sento che anderei fino alla fine del mondo e che farei l’impossibile.... Per riuscire a qualche cosa di buono su questa terra, mia cara, ci vuole proprio la stella,l’omen, l’amen, l’amen dico vobisdi una mamma. Scusa, mamma. Non so più quello che mi dica.... Parlo persino latino.
«Tu non me lo negherai, mamma, questo soccorso, questa parola, che ti domando piangendo e contrito. Pensa, mamma, che ho patito la fame. No, non pensarci più.... Consolami subito tu, che lo puoi.... tu sarai la mia risurrezione, tu mi darai un’altra volta la vita, che ti devo... Consolami presto.
«Il più affettuoso abbraccio a te, mia mamma! lasciami ripetere questa parola: mia mamma! Ripetendola, mi pare di essere ricco di un tesoro immenso, e lo sono.
«Un altro bacio a te e a Carolina.
«Sempre tuo figlio«Pinotto.»
«PS.— Sono un po’ ammalato, mamma, sfinito per causa delle midolle vuote.... No, no; sto benissimo, mamma. Consolami, benedicimi, mamma!
«AltroPS.— Salutami i cagnolini, e dà loro per me uno zuccherino.»
Appena egli ebbe impostato questa sfuriata arruffona di amor figliale, due minuti dopo egli aspettava già la risposta; poi gli veniva un dubbio di uno scrupolo amaro, il dubbio di avere sbagliato la soprascritta della lettera e di avere messoFirenze, che aveva sempre per il capo, in luogo diTorino.
— Ma no! Ho proprio scrittoTorinoe non posso aver scrittoFirenze; mi ricordo dell’o, unolargo così, che sembrava lo avessi fatto con l’imbuto.... Ed ho proprio messoVia..., N. 14, sì, sì! Sì.... sono certo che ho fatto il 4 alla mia maniera....
Assicurato sul ricapito della sua lettera, egli andò a farsi radere la barba, accorciare e ravviare i capelli, rovinò una spazzola sfregacciandola sopra i suoi abiti rifiniti. Egli faceva tutta una acconciatura da tritino, voleva farsi bello più che poteva, per far festa alla risposta di sua mamma.
— E se mia mamma venisse in persona?... Sicuro.... Verrà.... Essa stessa... con Carolina. Le ho scritto io, proprio io che avevo patito la fame, che ero ammalato:... A sentire queste coso, le poverette non potranno tenersi dal volare a trovarmi,... oh verranno, verrannoanche se non istessero troppo bene le meschinelle! Avranno paura che io sia ancora affamato.... Povere donne! E la nota tenera del cane! Chi sa come le avrà toccate! Oh che buon politicone sono mai stato io! E che poscritto da Cavour! Cavour del cuore sono stato io!... Purchè non si confondano nel prendere il treno e non vadano a Venezia o a Innspruck!... Chi sa che cosa diranno a trovarsi qui in una Roma?.. a vedere San Pietro, il Colosseo e il Mosè del Michelangelo, esse che credono che la chiesa dei SS. Martiri a Torino e ilCavallo di marmosullo scalone del Palazzo Reale siano le principali meraviglie del mondo?... Scommetto che mia mamma sosterrà sempre che ilCavallo di marmoè più bello del Mosè di Michelangelo. LaVenere Capitolinanon la farò nemmanco loro vedere.... Esse si scandalizzerebbero e nessuno potrebbe toglier loro dalla testa, che siano stati iGaribaldiniquelli che hanno portato lassù quellaribalderia, — come direbbero, — per fare vieppiù dispetto al povero Papa, dopo che lo hanno messo in prigione.... Oh, le mie povere donne e care semplicione!... Oh verranno.... Verranno... Sì, che verranno! —
Così pensando, batteva palma a palma con gioia infantile.
Nell’amore della mamma gli pareva di avere trovato la leva di Archimede e il punto di appoggio per far muovere a suo modo il mondo; e dava a divedere pubblicamente questa sua persuasione intima col modo glorioso, con cui egli incedeva per via.
Fidopoi non era da meno di lui: tutto pieno di sè stesso e della contentezza del suo nuovo amico, se qualche cagnolino schizzinoso gli ringhiava contro, esso non si degnava nemmanco di rispondergli con uno sguardo:de minimis non curabat praetor.
Il povero giovane rientrato nell’orbita umana della famiglia, sentiva di voler bene a tutti coloro che passavano e di amare anche qualche fanciulla. Quale fanciulla? Non lo sapeva neppure egli.... Forse quella stellina vaporosa, quella biondina che aveva attraversato sulla punta dei piedi lo studio del notajo, mentre si sentiva ilcric cracdi quella penna diabolica?... Forse qualche altra? Egli fino allora era stato bensì un famoso straziafanciulle, ne avevacontato loro più che Bertoldo, e se lo era sentito rinfacciare: ma non ne aveva mai amata nessuna di vero cuore, nessuna; anzi soleva dire che nella nostra società non vi era cosa più imbecille di una signorina da marito.
Ma ora, che amava la mamma e la sorella, sentiva altresì il bisogno di amare proprio una signorina da marito.... E l’avrebbe sposata, sì! e a preferenza la signorina del notajo.... Avrebbero aggiustato tutto, perchè il notajo Raffa ne sa un punto più del diavolo.... E quella ragazza ha tutto l’ingegno del babbo, e più tanto di cuore ben fatto.... La violetta ama quasi sempre di nascere sotto le spine.... Sì! Egli ne è sicuro: la damigella Raffa è un’ottima ragazza e bella.... bella poi comeil più bello degli angeli. Che felicità! Come sarà contenta la mamma Placida! Al primo bamboccio si metterà il suo nome; sarà una Placidina, e se invece sarà un maschio, allora il nome del povero babbo.... Che delirio di felicità! —
Egli richiamava in testa i tipi di mamme che aveva conosciuto, e prima di tutte, la mamma più caratteristica delle altre, la mamma del deputato X, quella che ama i figliuoli, come la cagna i suoi cucciolini, e ringhia continuamente intorno a loro e contro a tutti, per paura che glieli portino via. Questa mamma, abbia pure il figliuolo già ministro, mettetela in un pranzo: ella strepiterà continuamente dal fondo della tavola, e nojerà tutti con certi occhi che fucilano la gente, per paura che a quel buon uomo di suo figlio ministro si facciano dei torti, e non si dia tutta la torta e tutto il fritto o la quaglia che gli si conviene.
Pinotto pensava all’ottima mamma che aveva conosciuto nella signora madre di Edoardo, alla mamma la cui vita virtuosa e santa, dalle preghiere che recita sull’inginocchiatojo al mattino e alla sera, fino ai lavori di calza e di trapunto fatti dalle sue mani benedette, è tutta una sola cospirazione, perchè suo figlio sia sempre bello, ben vestito, sano, contento, onorato ed onesto.
Egli pensava alle mamme storiche, alle mamme raccontate dal Tommaseo, alla mamma esemplare dell’abate Jacopo Bernardi, alla mamma, di cui Edmondo De Amicis ha fatto innamorare tutto il suo paese.
E conchiudeva: — Ah, le mamme sono uniche al mondo per saper amare i figliuoli!... Sono tutte compagne.... Basta che i poveri figliuoli se lo meritino o sappiano pigliarle per il loro verso!
Mamma.... Amorosa.... Nuovo cibo.... Nuovo sangue.... Che cosa mancava ancora a Pinotto?
Le nuove idee e il nuovo sangue gli fecero ribollire più potentemente nella testa l’immagine dell’arte.
Egli si ricordò dell’immensità di libri da lui letti, studiati e venduti, dei suoi manoscritti distrutti, di cui però non aveva perduto dentro di sè neppure una sola goccia di sostanza, perchè si sentiva ancora lui, tutto lui, più forte di prima e più capace di rifondere le sue statue e inchiodarle eternamente sopra un piedestallo di porfido.
Un giorno alla finestra parve che gli passassero sotto le narici tutti i profumi di Villa Pamphili e di Villa Borghese; e gli venne nel cervello un nome, il nome di un villaggio, che era pure il nome patronimico di una famiglia, e doveva essere il soggetto di un suo nuovo prossimo racconto.
—Volar di fiori.... Due sposini, il conte e la contessinaVolar di fiorisopra un balcone, davanti a un giardino all’italiana del settecento.... Belli, belli, quali i pittori dipingono sè stessi e le loro amanti, quando vogliono dipingersi per prototipi di bellezza in costumedi feudatari.... buoni, buoni, e tanto più preziosamente buoni, quanto era più facile l’essere cattivi per i nobili dei secolo passato....
I fiori del giardino erano giunti all’ultima loro splendidezza, all’ultima loro prosperità: loro più non rimaneva altro a fare, che dar luogo ai frutti.... — Venne una folata di vento nel giardino.... — Spicca, ramassa, fa turbinare le teste dei fiori....
—Volar di fiori!si dicono soavemente il contino e la contessina guardandosi negli occhi.
Bisogna descrivere il volo dei fiori, l’incrociarsi dei loro colori e dei loro profumi per l’aria, come una gazzarra d’amore celeste e combinare i fiori con i bisbigli e coi baci dei nobili sposi tortoreggianti.... profilare per il ritratto della contessina, profilare in rosa, in oro e in perle la signorina del notajo.... — Ma non solo parole e descrizioni.... Idee! Idee!... Far presagire da quei bellissimi e felicissimi sposini l’ottantanove, i nuovi destini della plebe, la necessità di una nuova religione.... Baci.... fiori.... amori.... Volar di fiori.... —
Durante questa concezione letteraria, Pinotto si sentì colare in seno tanto dolce di miele da disgradarne le labbra di Galatea; si sentì capace di innamorare e far svenire di soavità tutti i ciclopi d’Italia; e ad un tempo si sentì addosso una forza da Sansone, per far rinculare di ottanta passi tutti i letterati del secolo.
Si mise al tavolino con la febbre di scrivere le più raggianti cose che si siano mai scritte.
Scrisse, scrisse, si levò in piedi, e riscrisse; e tanto si inebbriò nel suo soggetto, che non fu più lui; ebbe un ineffabile prudore e languore nel cuore e nel cervello; vide luccicare le idee, come gemme e come spade sulla testa, e volargli i fiori a mille a mille intorno alla fronte, piccargli contro al petto, e dargli solletichistrazianti, abbattimenti di gioia e tutto inghirlandarlo figlio, amante e poeta.
L’usciere rientrando in casa trovò il suo ospite con il volto così trasumanato, che egli, dopo avere aperto la bocca, non osò dirgli più nulla.
Non c’era che dire: dallo scrivereVolar di fiorial discorrere con l’usciere era un bel cascare dalla poesia alla prosa. Eppure Pinotto si trovò così buono nello sfogo del suo Bello, che, appena visto l’amico, mise frettolosamente l’impagliatura di una scranna sopra il suo manoscritto e poi corse a girare le braccia intorno al collo dell’usciere.
Questi allora incoraggiato parlò: — Volevo dire.... Non si offenda sa.... Io mi sono permesso, perchè sapeva che, Ella desiderava un impiego, mi sono permesso, di parlare per lei al mio capo-sezione, cognato della cugina del mio colonnello.
— Ebbene? domandò con affannoso desiderio Pinotto.
— È contento Lei? Sia lodato Iddio! Le ho ottenuto un posto da scrivano nelle Ipoteche con settanta lire al mese.... Può incominciare domani.... Lo accompagnerò io....
— Grazie! Grazie! Gioja! Gioja! — Esclamò Pinotto prendendo l’usciere per le mani e forzandolo a far un mezzo giro di monferrina.
Il Capitano baciò il suo protetto, e quel corifeo di Fido gli saltò sulle spalle.
Sfogato il primo impeto, Pinotto ripercosse le mani insieme dicendo:
— Adesso, Capitano! Capitanò!...
— Ebbene, che cosa?
— Senta, senta, se non sono indiscreto. Abbia ancora la bontà di farmi l’anticipazione di un’altra lira sul mio futuro stipendio.... Veda, veda! desidero ardentementedi comperarmi una cravatta, una famosa cravatta, con cui ho fatto all’amore tutta questa mattina sul Corso. Questa mi otterrà di colpo una promozione, appena mi presenterò all’ufficio.
— Ma subito! Subito! S’immagini! Ecco.... Ecco mia gioja! —
Ma invece di pensare neppure a comperarsi la cravatta, Pinotto trottò lesto all’ufficio telegrafico dove spedì il seguente telegrammino alla mamma: —Ottenuto impiego, finalmente! settanta lire mese. Evviva! tu, Carolina, quanto contente! Lavoro.
Così entrato nelle Ipoteche con le più belle fantasie nella testa, egli si mise a sgobbare altresì materialmente come un martire. Quando era al banco, lo si vedeva girare qua e là con gli occhi che sembrava volassero in cerca di pubblico da servire.... Poi su e giù per le scale e per le scalette con enormi libracci sulle spalle.
Quei libracci, come si può immaginare, costituivano il vero carico di un pover’uomo. Allorchè egli doveva toglierne tre o quattro dagli scaffali o riporveli, metteva in mostra la più farraginosa disinvoltura travettiana. Alzava le mani per tenere in aria gli uni, e usava la compressione del petto verso gli altri, perchè non cadessero in terra ad ammaccarsi le loro orecchie. Pazienza fossero state quelle del prossimo! Certe volte pareva addirittura inchiodato come una bestia da macello a quegli assi della scansia.
Appena uscito poi dall’ufficio, si metteva intorno al suoVolar di fiorie vi spendeva sopra molte ore della notte.
Madre! Amorosa! Pane quotidiano! Arte e lavoro!... Che cosa mancava tuttavia a Pinotto?
Gli mancava il fondamento di tutte le sue cose. Gli mancava l’assicurazione dell’amore e del soccorso materno.
Dopo aver aspettato indarno per una settimana la risposta della signora Placida, il poveretto cominciava a ritornare di cattivo umore, dubbioso, quando il Capitano gli si fece innanzi con cera allegra e promettente.
— Ecco per lei!
E gli presentò due lettere: l’una con la soprascritta in caratteri grossi e piatti del secolo passato, e l’altra con un bel corsivo minutino e moderno.
Pinotto impallidendo, aprì la prima, che era di sua mamma.
Eccola testualmente, salve le maggiori sgrammaticature e la più grottesca ortografia, che l’avrebbero resa poco intelligibile al pubblico; essa diceva:
«Signor, signor figlio,
«Dopo tutto quello, che hai fatto anche ultimamente, mi stupisco forte, che tu abbia ancora avuto l’ardire di indirizzarti a una tua madre. Ah! ci vuole un bel coraggio! Mangiar tutto, vendere tutto!
«Io l’ho subito detto, e poi me lo ha ripetuto anche il teologo, che sarei pazza da legare se ti ascoltassi ancora. Ti ho già ascoltato fin troppo per il passato, e pur troppo è stata la rovina tua e la mia.
«Adesso io ne ho appena abbastanza per andare innanzi con Carolina onoratamente.... Invece tu mi sembra, che tu abbia ancora buon tempo e delle storie per la testa. Dovresti tu aiutarmi nella vecchiaia e non pretendere il contrario... Basta, basta, caro figlio; se tu avessi avuto un po’ più di Religione non ti sarebbero capitate tante disgrazie. Questo solo posso risponderti, di essere una volta bravo e di andare sempre in chiesa a fare le tue devozioni da cristianobattezzato. Ecco ciò che ti è capitato a voler disobbedire i Santi Comandamenti di Dio e della Chiesa, e a stare a quello che dicevano quei scellerati garibaldini, tuoi amici, e anche a scaldarti sempre la testa con i romanzi che lo inferno li abbruciasse tutti una volta!
«Ah, caro figlio, mi raccomando tanto e poi tanto, va subito dentro una chiesa a domandare perdono nel confessionale delle tue mancanze. Io farò quantum possio per ottenere dalla Madonna la tua grazia. Anderò a sentire una messa per te alla Consolata, e farò anche venire la Carolina. Pregheremo con fervore la Madonna per la tua conversione dei peccatori. Faremo magari accendere una candela dinanzi all’altare maggiore in onore del Santissimo Esposto, acciocchè voglia toccarti più facilmente il cuore.
«Guarda, Pinotto, guarda la bontà, che hanno ancora per te tua madre e tua sorella, dopo tutto il male che hai fatto loro...
«Del resto noi due non possiamo fare mica di più, povere meschine che siamo per causa tua! Quindi aggiustati da te, come meglio saprai o potrai, soprattutto domandando perdono di cuore a Dio delle tue colpe e accostandoti con frequenza ai Santi Sacramenti.
«Ti saluto, ti saluto, anche per parte della Carolina che adesso fa il pastone dei Canarini.
«Addio, addio! Ai cagnetti non ho detto niente del tutto. Addio, addio. Credimi, sono e mi chiamo tua affezionatissima madre, signora signora Placida.
«VedovaPanetionataRhoccia»
«N. B.Ricevuto, appena dopo vergata presente, tuo dispaccio impiego.
«Si vede che sei già più ricco di noi, che spendi denaro nel telegrafo.
«Se hai poi veramente ottenuto costà impiego, ciò mi dà quasi fastidio. Guarda, guardati sopratutto, come dice anche il teologo, che non sia poi un impiego del Governo scomunicato e usurpatore in Roma della Santa Sede di San Pietro, a fine di non disonorare la tua famiglia che è sempre stata cristiana e non fare portar pena all’anima di tuo padre, che è morto in seno alla nostra Sacrosanta Religione e non giàsine crux e sine lux, come le brutte bestie. Ah! È meglio piuttosto far niente e digiunare in orazione piuttosto che servire un governo ladro, libertino e sacrilego, come dice il giornale nella Cattolica di Domenica. Guardati, guardati ben bene. — Questo è un vero consiglio da madre, per salvarti. Sono, sono di nuovo tua affezionatissima madre, Placida.»
Finita la lettura di questa lettera idiotica, crudele e bacchettona, Pinotto stette fermo e silenzioso, come chi aspetta un prorompimento di lagrime; ma poi vedendo che queste tardavano a venire, ne perdette persino la speranza, e fece sentire un verso ingratissimo, bestiale, come una voce mista di pappagallo, di struzzo e di maniaco.
Il capitano accorse a lui spaventato.
— Niente, niente, brav’uomo... Non posso piangere...
E in quel punto uscì in un fiotto di lagrime.
Rasciuttosi in un baleno:
— Niente, niente — ripetè — Sono stato un mammifero dell’ultima specie a credere a mia madre.... Fossi stato un cane... allora sì, mia mamma mi avrebbe perdonato, anche se gli avessi morsicchiata e ridotta tutta in pezzettini la sua veste di sposa... Ma suo figlio, oibò! —
Sentì nella bocca il ribaldo ribrezzo di avere assaggiato la pappa dei cani e torse orribilmente la figura.
— Si tranquillizzi, signor Pinotto — gli diceva l’usciere con un’aria un po’ inquieta. — Si tranquillizzi.
— Tranquillo...? Altro che tranquillo, Capitano. Aisuoi ordini, Capitano. (portando militarmente la mano destra all’ala del cappello).
Vi fu un minuto di silenzio straziante; per interrompere quello strazio e per tentare la sorte, chi sa? di una rivincita, l’usciere ripigliò:
— Guardi che ha ancora da leggere una lettera....
— Ah sì, è vero..... Che smemorato! Me ne dimenticavo.
— E guardi.... Uh! uh! come è spessa. Ci deve essere qualche mago lì dentro....
— Ah!... È il suo, il mio Edoardo che ci manda cento lire... Cento lire! — E fece scoppiare una formidabile risata. — Oh! come ti voglio bene, caro Edoardo. Grazie!... Ti mangerei vivo...
— La prego, si tranquillizzi, signor Pinotto si calmi...
— Tranquillo, tranquillissimo, signor Capitano, tranquillissimo.... Che cosa vuole di più tranquillo che così? Vuole che lo abbruci questo biglietto per accendere la pipa? Oppure vuole che lo adoperiamo per far cuocere un paia d’uova, come ha fatto quel principe o ban... chiere di.... di.... di.... di Barcellona.... Ma... bisognerebbe averne di più... Bisognerebbe.....
— Per carità, sia buono; mi ascolti.....
— Ah! signor Capitano! Lei ha paura di me.... Ebbene, se lo vuole, se lo pigli pure per lei il suo biglietto... Lo pigli, lo tenga...
— Io no, io..... Lo tenga per sè, è suo; ma dico.....
— Io sono tranquillo come un Battista, Capitano! Io canto, ballo, suono e rido..... Vuole che gli faccia vedere i ritratti degli inquisitori?... Eccoli qua; li ho comperati a Trieste... —
Aperse una scatoletta e sciorinò una filza di ritrattini ovali attaccati insieme, poi con la chioccata di un lampo li fece scomparire rinserrandoli nella scatoletta.
Qua e là gli scoppiettavano le idee nella testa, come sprizzano le faville, quando il martello stramazza sopra un ferro rovente.
La sua atmosfera cerebrale si era fatta alida e satura di elettricità, come una sera di estate dopo una lunghissima asciutta.
— Capitano? vuole un pesce salato? Vado ad inforcare una salacca nella credenza... Aspetti...
— No, no, no!...
— Vuole due giuochi di prestigio?
— Ma no, m’ascolti.
— Non si inquieti, Capitano........ Anche avessi mia sorella, dove ci teneva le sue l’onorevole, il venerabile Pietro Aretino, scusi un signore, che noi non abbiamo avuto la fortuna di conoscere personalmente, anch’io, dico, (facendo la voce acuta e i gesti puntuti da ubbriaco) sarei tranquillo lo stesso... tutti mi leverebbero il cappello... Riverito, signor ingegnere, riverit..o! —
E si faceva da sè stesso delle profonde scappellate.
— Vuole che balliamo di nuovo, signor Capitano? Su, io lo sfido, sopra una gamba sola. —
E si mise a girare vorticosamente a piè zoppo, e con la lingua un palmo fuori dei denti. Spossato dall’asma, dal capogiro e dal sudore, egli ristette traballando. —
— Capitano? mi gira, qui non si può più respirare. —
Spalancò la finestra.
— Auff! Non c’è più aria..... Io soffoco.... Chi l’ha mangiata?... Io vado a cercarla..... —
Uscì furiosamente sbatacchiando l’uscio con fracasso. Fido si rizzò sulle due piote di dietro, alto come un cavallo, e si arrotò contro l’uscio guaendo lamentosamente per seguire quel forsennato.
L’aria fresca di fuori gli smorzò l’incandescenza del cervello; egli pensò tosto: — Se non uscivo, correvo rischio di diventar matto!... Ah, stupido!... e per una cosa, che è poi prestissimo spiegata.... Voglio dirla subito al capitano e a Fido che mi sono venuti dietro. Mia madre non mi capisce e io non posso farla capire. Non c’è vocabolario, non c’è crittografo fra noi. In questo squilibrio della società moderna ci sono membri in una stessa famiglia più distanti fra loro e più incapaci di comprendersi vicendevolmente che non siano una tartaruga e un elefante. Che farci? La colpa non è di nessuno; mia madre mi crede unoscappa di casaordinario, di quelli di una volta, che fuggivano dal collegio o derubavano dell’orologio la serva del professore, per andare a suonare l’organino nelle vie o per fare il trombetta in un reggimento spiantato. Essa ignora completamente la nuova varietà del mio tipo. Essa non ha torto.... Che farci?
Queste cose egli disse press’a poco, sebbene in forma più popolare, al Capitano, quando fu raggiunto da costui e da Fido, il quale voleva persuadergli, chi sa che cosa, stampandogli le impronte delle sue zampe sul panciotto.
Ritornato a dormire nella cameretta del suo ospite, egli provò un estremo disagio per tutta la notte: sentiva emanare dalla compagnia di lui un odore caprino insopportabile, che egli non aveva mai avvertito prima di ricevere l’ultima scomunica materna.
Nel mattino seguente egli spifferò senza ambagi al suo benefattore: — Caro mio, io soffro a dormire nella stessa camera con altri; non sono assuefatto a questo, e ce ne andrebbe di mezzo la mia salute, se seguitassi; quindi io vi ringrazio e mi affitto una stanza da me. —
L’usciere restò quasi mortificato e anche pauroso, che il giovane avesse trovato quel pretesto per non incomodarlo maggiormente, dopo che aveva ricevuto quelle cento lire da Edoardo.
— Senta, signor ingegnere: tra noi non dobbiamo fare complimenti. Mi senta: è molto meglio, che rimanga con me.
— No, no, no! — rispose con fuoco Pinotto.
— Non si offenda, mio caro signore. Tra noi, veda, si farebbe più economia...
— Non voglio! — ribattè Pinotto con rabbia vivace. — ... E non mi secchi.
L’usciere rimase mortificato del tutto.
— Senta, signorino, io sono un contadino rispetto a lei, e non mi ricordo più nemmanco di essere stato militare, quando discorro con lei. Quindi mi scusi..... Quanto alla stanza, faccia pure come vuole..... poichè ella vuole assolutamente così. Io dicevo soltanto... perchè mi rincresce privarmi della sua compagnia..... dicevo.... —
Ma vedendo contro di sè una terribile morsicatura di baffi, cambiò discorso.