Sbalzato un’altra volta dall’orbita della famiglia, Pinotto ritornò nuovamente un individuo buono a nulla e vizioso come un somarello, dove poco prima fidando negli auspicii della mamma si era sentito capace di afferrare con dita di ferro la rettorica chioma della Fortuna, e il suo povero cuore era già divenuto tutta un’iride di magnifiche speranze.
D’allora in poi nel suo ufficio egli si adoperò non solo rimessamente ma poltronescamente. Quando dal piano superiore doveva trasportare qualche grosso volume ipotecario nel piano inferiore, egli anzichè recarselo in mano o sulle spalle, lo pigliava a calci per farlo rotolare giù dalle scale.
Egli si dimenticava persino di andare a trovare l’usciere suo salvatore. Un giorno questi, mosso dall’affetto e dalla puntura di non averlo visto da un pezzo, si recò a cercar lui. Trovò l’uscio chiuso; girò invano la maniglia, orecchiò e sentì bisbigliare dentro la cameretta la voce squarrata di una ragazzaccia che nella sua raucedine cronica, accusava le scollacciature dei veglioni. Dondolò la testa, come un bue offeso, e ritornò indietro borbottando!
— Questa poi mi dispiace veramente.... Brutto.... Mah! mah! —
Fido abbajò, come ci fossero stati i ladri.
Per mantenere sè stesso e i propri vizi, Pinotto mandava di nuovo lettere sopra lettere ai parenti e massimamente agli amici, da cui invocava continui soccorsi.
Però rattenuto da un certo sentimento misto di onta, di riserbo e di gratitudine, egli risparmiava Edoardo.
Fu questi il primo dopo un lungo silenzio a farsi vivo con lui, affrontando egli stesso il pericolo pecuniario, mediante la seguente lettera importantissima:
Milano, il ....
«Caro Pinotto,
«Ho rinunziato all’idea di un primato avvocatesco in una cittaduzza di provincia, e siccome sono nato vestito, mi sono presa la libertà calamitosa di venire a Milano per fondarvi un giornale letterario, intitolatoIl Guastatore, di cui ti unisco il primo fascicolo.
«Il nome ti dice abbastanza il programma.
«È, salva la modestia, una specie diFrusta Letterariaadattata ai giorni che corrono.
«Io veggo nella letteratura italiana contemporanea una specie di selvaaspra e fortecon relative Maremme e paludi pontine. Bisogna diboscare, spianare, colmare, prosciugare, fognare, bonificare.... Ecco il perchè del mioGuastatore Letterarioe per giuntaScientificoeArtistico.
«Tu mi sembri fatto per la quale.
«Con il tuo ingegno, con i tuoi studi, tu sei stampato apposta per godere la suprema voluttà di dare dell’asino a chi se lo meriti.
«Mi pare già di vederti abbarbicato come un rovo alla letteratura di chi so io.
«Ti creo quindi mio collaboratore con carta bianca.
«Non insisto però, affinchè tu faccia la polemica. Fa quello che vuoi; mandami quello che stimi meglio: racconti, bozzetti, poesie, epigrammi, schizzi di viaggi e di costumi; filosofia popolare, ecc., ecc., insomma tutto quello che ti pare e piace, purchè mi mandi qualche cosa.
«Credo bene aggiungerti che anche in Italia i giornali letterarii hanno presa la lodevole consuetudine di pagare. Pagano poco, ma pagano qualche cosa per ora.... e pagheranno finchè potranno. Il mioGuastatoredà L. 2 e 50 cent. al colonnino.... È nulla, ma sono i sigari.
«Appena riceverò un tuo manoscritto, te lo conteggierò e te ne spedirò l’importo a volta di corriere.
«A te farò buone anche le interlinee, la firma e l’intestazione e ti lascierò andare a capo e mettere tanti asterischi, quanti e finchè vorrai.
«Non ti pago anticipato, perchè voglio costringerti, non solo a scrivere, ma altresì a pubblicare.
«È mia ambizione quella di essere il primo a farti rompere il ghiaccio con il signor Pubblico.
«Addio — manda — e credimi
«Tuo aff.moecc.»
Appena letta questa lettera, Pinotto corse a prendere il suoVolar di fiori, che era già diligentemente copiato,un bel manoscrittone, che ridotto in istampa avrebbe occupato per lo meno cento colonne delGuastatore. Cento colonne! 250 lire! Che bazza!
Il povero giovane nel rivolgere il suo scartafaccio fra le mani, ebbe malauguratamente una sensazione complessa, più che quadernaria, una di quelle sensazioni, che costituiscono il pensare velocissimo dei genii e dei pazzi. Egli sentì nello stesso punto la sua alterezza e la sua impotenza artistica, il suo sovrano disprezzo per il pubblico e la sua vergogna di divertire per paga con la penna, chicchessia: il ladro, il prete, il porco, il commendatore, la marchesa, la cortigiana, la tabaccaja, la signorina, la fame e l’indigestione, insomma qualsiasi galantuomo o malandrino possessore di un soldo.... A un tempo sentì echeggiare caninamente nelle orecchie la voce di sua sorella che abbaiava smascellando dalla risa:Bo..jno!Bo..jno! — e sentì scolpitamente la voce secca di sua madre, che aggiungeva:faresti meglio a studiare d’aritmetica e a imparare a servire la messa. Più che tutto vide stampata davanti a sè l’ultima lettera di lei...
Alzò sulla testa il manoscritto, e poi lo sfracellò per terra, rovesciandogli sopra il motto di Cambronne con una grossa bestemmia contro alla Divinità innocente. Quindi, raccattatolo, fece fare la fine più turpe al suo povero ed eccelsoVolar di fiori.
Così distrutto ignominiosamente il suo ultimo lavoro letterario, quello che gli aveva dato maggiori contentezze e maggiori speranze, egli si credette più grande di Dante — si credette un glorioso Vergine e Martire dell’Arte, degno di sedere in paradiso più vicino di tutti al trono di Dio, perchè riporterebbe intatti all’Eterno i fiori del suo genio.
Così ricacciato del tutto, e per colpa principale di sua madre, nella più deplorevole superbia artistica e ristrettezza pecuniaria — egli, dopo avere rifiutato la retribuzione, seguitò a ricorrere alla elemosina, tanto che una sera di domenica, in una famiglia di Torino dove si facevano giuochi di società e si tagliavano i fogli alGuastatore, tre amici poterono combinare lo scherzo di estrarre nello stesso tempo di tasca e leggere la stessa lettera circolare diretta a ciascuno di loro dallo stesso Pinotto:
— Mio carissimo!
— Mio carissimo!
— Mio carissimo!
— Nuovamente piombato...
— Nuovamente piombato...
— Nuovamente piombato...
Poi il terzetto così seguitava: — «Nuovamente piombato nella più profonda miseria, ti scongiuro di inviarmi al più presto, che ti sarà possibile, la piccola somma di cento lire. Ti assicuro di restituirle sull’onor mio a dieci per mese. Saprai comprendere le mie dolorose necessità, senza che io tirattristi ad enumerartele. Fammi quest’ultimo favore, che è per me di una suprema importanza: questione di vita o di morte. Prometto di non domandarti più nulla per l’avvenire. Nel restituirti la somma, terrò calcolo degli interessi.
«Tuo, ecc.»
Nel leggere queste parole, i tre amici davano a divedere di sentire nelle medesime più l’alito dello scrocco che quello della disgrazia; e commentavano più malignamente con gli occhi che con la voce.
— Mi sembra che potrebbe bastare... Ogni cosa deve avere un termine...
— Sull’onor mio! Magra garanzia!... e quella continua ostentazione degli interessi?
— E quel perpetuo annunzio dell’ultima rappresentazione delle sue domande? —
Una signorina butirrosa, che in altri tempi era stata molto perseguitata da Pinotto, su cui però essa aveva fondate grandissime speranze, — ora volendo ingraziarsi i nuovi amici, fece trasparire dagli occhi la maggiore volontà di mostrarsi spiritosamente ingenua e domandò: — Ma se è sempre nella miseria, perchè non si ammazza quel birrichino?
Un’altra signorina dal collo molto lungo, e che aveva lettoNotre Damedi Vittor Hugo, allungò ancora di più il collo e rispose con grande pretesa di malignità: — Ah! egli non si ammazza, perchè ammazzando sè stesso avrebbe paura di ammazzare un grand’uomo.
Se la maggior parte del mondo, che lo conosceva, trattava così crudelmente Pinotto, questi non trattava meno crudelmente il mondo da lui conosciuto; prova ne siano gliappunti ed aforismi, che egli scriveva sul suo taccuino, a sfogo del suo animo e come materiali di qualche nuovo suo capolavoro da distruggersi. Eccone alcuni tratti spietati, o volgari, o semplicemente barocchi, o addirittura infami:
«Ho fatto degli studi, che credo esatti, sulla felicità umana, e ne ottenni i seguenti risultati:
«Detta felicità non consiste, come taluni credono, nellavoro; imperocchè il lavoro, acciocchè faccia l’uomo felice, bisogna sia una esplicazione di forze geniali, quanto dire, sia già determinato da un sentimento di felicità.
«Del resto, che razza di felicità è mai illavoro?!
«Io stamattina, con lo stomaco vuoto, mi sono messo a copiare un estratto ipotecario nauseantissimo. A un certo punto mi venne una vertigine, ed ebbi uno sforzo di vomito, come dopo il mio tentativo di mangiare gli avanzi di Glafir.»
«Neppure la tranquillità della propria coscienza costituisce la vera felicità umana.
«Ammetto, che, quando taluno stia per partire da questo mondo, provi un certo gusto nel volgersi indietro, e trovare, che non abbia mai commesso una viltà o altra azione cattiva. È una cara soddisfazione, che ho provata io stesso molte volte.
«Ma questa non è la felicità, nè l’igiene della vita; è la felicità, l’igiene della morte.»
«Adunque la vera felicità secondo me consiste nella illusione, nella presunzione o nella ferma persuasione di essere felici, dettata dall’amor proprio, più o meno coadiuvato da una malattia o anche da una sanità del cervello.»
«In prova facciamo la rassegna alfabetica degli uomini felici.
«A., mio capo ufficio, è un uomo che ha l’incrollabile convinzione di avere una bella voce. Tutti coloro, che ebbero la disgrazia di sentirlo a cantare, riconoscono invece unanimamente, che la sua voce è molto inferiore di pregi a quella della foca,di questo vitello marino, che allatta anche i nostri figliuoli, preso dal celebre capitano Carbone Kock, nei deserti della rabbia, come diceva stamattina colui, che faceva la spiegazione nel Baraccone di Piazza di Termini.
«Eppure nè il Collegio de’ Cavalieri dell’Annunziata, nè il Presidente del Senato, nè il sommo Pontefice, nè altre autorevoli persone e nemmanco suo padre, se tornasse dall’altro mondo, potrebbero diminuire di un atomo la persuasione ferrea del signor A., di avere una voce stupenda.
«Il mondo, d’ordinario, quando vede in qualcheduno una stima invincibile di sè stesso, la rispetta, si tratti di qualsiasi materia, anche più importante della musica e della politica. Quindi il signor A. è lasciato nel pieno e pacifico possesso della sua immaginazione, ed è per sopprappiù mantenuto giuridicamente nel medesimo dalla giurisprudenza delle Corti di Cassazione di Firenze e di Torino, che accordano l’azioneDe Reintegrandacontro chi tentasse uno spoglio violento e clandestino di qualsiasi possesso d’immaginativa.
«In questo stato di cose, egli non può più stare nella pelle dal contento. Tanto è vero, che avendo affittato alcuni giorni sono un villino nella campagna di Frosinone, e avendo sentito suonare un pianoforte nella palazzina limitrofa, volle curiosamente informarsene; e seppe, che lo suonavano due signorine da lui sconosciute, le quali ogni mattina ad una data ora andavano adabbeverarsiad una certa fontana magnesiaca.
«Si trovò anch’egli all’ora fissa presso la fontana magnesiaca, si levò il cappello, aprì le braccia con uno slancio rapido, che fece fare al cappello una graziosa curva di un metro e mezzo e si presentò da sè stesso alle signorine con questa magnifica ed inaudita autopresentazione: — Sono loro, signorine, che suonano così bene il pianoforte? me ne rallegro... (quindi con un accento inesprimibile) Ed io sono.... Sono baritono!
«Oh, uomo (più che baritono) felice!»
«B., altro mio superiore di ufficio, ha comperato parecchi ettolitri di vino siciliano scelleratissimo, che dà al palato il gusto preciso dell’inchiostro. Eppurenessuno potrebbe togliere dalla testa al signor B., che quel vino, perchè l’ha comperato lui, non sia ottimo, e che il vinattiere, vendendoglielo, non abbia per lo meno rimesse del suo cinque lire ogni ettolitro per la sua bella faccia. Ed egli è tanto contento di questa sua persuasione, che contro la sua abitudine di bere annacquato, giunto alla frutta, si permette di versarsi nel bicchiere un dito puro della suanuova compera; e lo centellina con tanto gusto, che pare ascolti la propria ammirazione; poi dice a sua moglie: — Ah! non c’è nessuno che sappia e che possa comperare del vino buono, come noi!»
«C., mestierante di letteratura, benchè di complessione atletica, è nello scrivere molto più snervato dell’Abate Chiari di evirata buesca memoria; eppure egli ha l’intima convinzione di essere uno scrittore colossale come la sua corporatura e di dare il suo nome per lo meno a un quarto di secolo.
«Questa credenza non gli è inspirata dal consenso universale delle serve e delle signore, che gli manca, ma dalla superba fiducia in sè stesso; ed egli ne dimostra la relativa felicità con la lunghezza e la nerezza del frac, e con la maniera grave di sbottonarlo, quando ha da pagare il vermout: frac e maniera copiati dai ritratti in rame dei più celebri scrittori francesi contemporanei.»
«D., è un altro negoziante di carta sporca, sebbene anch’egli abbia pochissimi compratori della sua merce. In fondo, egli è certamente un ottimo ragazzo, ma didottrina scarsa e menna; come il Bonghi diceva del compianto Rattazzi. Quando io volgo lo sguardo alla sua cultura, provo una sensazione penosa, come sedovessi passeggiare a piedi nudi sul pavimento di una bottega da rigattiere o peggio in un campo seminato di bicchieri rotti.
«Eppure il signor D., trincerato rigidamente nel suo castelletto di quattro idee fisse, è completamente soddisfatto di sè stesso, perchè egli è fortemente persuaso che quel poco, che egli sa, sia tutto ciò che un cervello acuto e assegnato come il suo debba sapere, e che quel moltissimo che egli non sa, non meriti per verun conto che una creatura ragionevole lo sappia.»
«E., ha una moglie brutta come la notte, nojosa come il male di pancia, e cattiva come i debiti per le persone timorate.
«La peggiore non se l’è sognata Simonide scrivendo la sua satira contro alle donne. Io preferirei alla medesima un reggimento di cimici.
«Eppure il signor E. crede di possedere un miracolo di moglie. La ragione ne è semplicissima.
«Il signor E. è un uomo di giudizio, anzi è un uomo realmente furbo.
«Se quindi sua moglie se la fosse sposata, anzichè lui un suo amico, egli sarebbe stato il primo a riconoscere la costui disgrazia e a deplorarla con sincerità e profondità di convinzione. Ma per tutto quello che fa egli personalmente, la sua furbizia gode di una specie di infallibilità pontificia; è impossibile che egli dimostri un solo momento di non avere buon gusto o peggio ammetta di aver fatta una corbelleria.
«Quindi la cosa non è neppure discutibile: la signora E., per la sola ragione che il signor E., ha creduto bene di sposarsela, deve essere e diventa effettivamenteun portento di bontà e di leggiadria per lui e per tutti.»
«F., possiede un’amante, che cede di molto in dignità a quelle disgraziate suonatrici ambulanti, che girano nelle birrerie di ultima classificazione a strimpellare sulla chitarra con accompagnamento di voce fessa,camicia rossa, camicia ardente....
«Ebbene il signor F., è persuaso che con la benefica irradiazione del suo animo sempre caldo di poesia elevata e simili ingredienti, e con l’insistenza e l’opportunità de’ suoi savi consigli, egli ha oramai riabilitata, che so io, rigenerata quella creatura perduta, insomma le ha salvata addirittura l’anima.
«Ma essa non gli salva nemmeno una bottiglia di Barolo secco, e va dicendo a tutti, che, se non fosse per quei pochi, avrebbe già mandato, chi sa quante volte, a carte quarantanove quell’uggiosissimo predicatore!
«Ciò lo sanno tutti, lo sentono tutti, anche coloro che non vorrebbero sentirlo; ma per il signor F., è impossibile che egli ne sappia nulla, ne senta nulla. Del resto, egli non sarebbe più quello, cui egli si stima, cioè il Direttore Generale dei fenomeni amorosi nel Regno con monopolio bancario di riabilitazione femminina.
«G, H, I, L, M, N, O, P e Q sono nove tra figliuole e nipoti di una portinaia; hanno tutte l’ossame grosso con certe facce mascoline, che starebbero molto bene non già alle nove muse, ma ad altrettanti suonatori di tamburo della defunta Guardia Nazionale.
«Eppure esse formano una potenza di felicità.
«Quando escono dalla fabbrica delle cartucce, in cuisono tutte impiegate, la fanno sgallettare e scoppiettare visibilmente per via la loro felicità terribile.
«È un mercato, una fiera luminosamente allegra che passa. Nessuno, che le guardi, commette il minimo peccato di desiderio per loro conto. Eppure esse si infischiano sovranamente di tutto e di tutti.
«Allevate insieme, use a chiacchierare insieme dal mattino alla sera, hanno costituito una rispettabile consorteria di pensieri e di buon umore, di gergo convenzionale e di beffa presuntuosa, di sottintesi e di occhiate assassine, a cui nulla resiste.
«Esse pigliano chiunque passi nella via o più disgraziatamente davanti il loro casotto, sia egli un pezzente o unpajno, un capitano dei pompieri od un uomo di Stato, e lo colpiscono con mirabile divinazione nel suo lato debole, o nel suo piccolo punto vulnerabile, si trovi esso nel naso o nel nodo della cravatta, nel gozzo incipiente o negli stivaletti mal fatti, e lo svestono e lo scuojano con una maestria di una felicità invidiabile, che meglio non potrebbe fare Vittorio Imbriani.»
«R., (si ommettehonestatis causa).
«S. — Severina è una perla di ragazza, un colonnino di bellezza, di morbidezza e di dolcezza.
«Fu assassinata anzitutto da suo padre, che prima di morire ebbe cura di mangiarle disgraziatamente quattro quinti della sostanza lasciatale dalla defunta sua mamma. In seguito fu vieppiù assassinata dai preti, i quali continuano a rosicchiare le due vecchie cugine, con cui ella convive mantenendole del suo.
«Nessun giovinotto osò amarla, perchè la sua fortunaandò sempre liquefacendosi in modo viemmaggiormente riconoscibile, e anche perchè ella non diede mai una stretta di mano, che non fosse frigida e rigida.
«Oltre a ciò la poveretta non divide la terza parte delle credenze e delle pratiche religiose, in cui infuriano le vecchie beghine, alla cui compagnia si è condannata.
«Per tutti questi motivi, Severina avrebbe tutti i diritti di essere infelice: lei bella senza ricchezze; buona, senza amore; sempre in mezzo all’odore di sacristia, essa che ha il cervellino mezzo filosofico; per di più pare sia stato scritto per lei —nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria!— Infatti se non fosse stato di certi se, in cui ella non ci ebbe proprio veruna colpa, insomma, se le cose fossero andate, come dovevano andare, ella avrebbe dovuto trovarsi al presente sfolgoratamente ricca e corteggiata.
«Eppure nonostante questi ottimi requisiti di infelicità, Severina è tutt’altro che infelice. Con la squisitezza del suo animo e l’elevatezza del suo ingegno si è fabbricata alcune massime, che mette rigorosamente in pratica, e della loro scoperta è gelosa e contentona, più che se avesse ottenuto da un Congresso Astronomico il permesso autentico di battezzare con il suo nome quattro nuovi pianeti e il relativo brevetto di invenzione dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio.
«Per esempio ella ha trovato, che le ragazze povere non devono mai amare, perchè glielo proibiscono l’interesse e soprattutto la dignità.
«Questatrovataè una delle sue principali ricchezze. Ha poi scartato da sè, mediante un lunghissimo processodi analisi, quasi tutta la scoria degli atti del culto esterno, ed ha condensato la sua religione in un brodo consumato di ideale evangelico.
«Tutto questo preparato di chimica religiosa secondo lei è riuscito addirittura un capolavoro, cui ella va ogni giorno raffinando di più, mentre vi si affina lei stessa; per cui, oramai atrofizzatosi completamente il cuore con altre parti della vita animale, non solo si crede ma sisentein diretta relazione con certe intelligenze e consolazioni di ordine sovranaturale; quindi giornalmente compie atti di eroismo domestico con la più felice ed eterea indifferenza.»
«T. (non si può inserire per la ragione detta alla lettera R).
«U. (Idem).
«V. (Idem).
«Z. è un dottorino lungo e rettilineo con la testa da rettile, nella quale si trova un cervellino microscopico, che brilla di una luce insistente, rabbiosa e ridicola come una scheggia di madreperla in un banco di sabbia.
«Egli è venuto al mondo con la sconfinata ambizione di signoreggiare la Società, mostrandole apertamente il proprio disprezzo; cómpito difficile e metodo fallacissimo, imperocchè la Società non concede i suoi favori se non a chi la piaggia vistosamente; padronissimo questi di sputarle contro, ma solo dopo essersi trincerato nel più stretto incognito.
«Quindi il dottorino Z., invece di riempire di sè cento volte al giorno, come neppure sarebbe bastatoal suo desiderio, le Camere, la Stampa, la Scienza, l’Italia e il mondo, divenne dopo mille sforzi e rimase nel suo mestiere un oscurissimo specialista di malattie vergognose.
«La sua anima dovrebbe esserne afflitta eruggirecontinuamente, come lospirto d’abisso, quando se ne parteVôta stringendo la terribil ugna.
«Eppure l’altra settimana io ho riveduto il mio caro dottorino, con uno splendido cappello a cilindro che quasi mi abbarbagliò. — Quel cappello — dissi meco stesso, — è un indizio certo di sicurezza e di felicità interiore, perchè un’anima fiacca e malinconica fa il contrappelo al suo cilindro nel primo uscio, in cui scantoni. Quale sarà la ragione di questo fenomeno?
«La investigai.
«Mancando al Nostro qualsiasi supremazia esterna, egli si è cristallizzato poco per volta nel suo sè un sentimento di supremazia interna, per cui giunse a dire sul serio ad una allieva infermiera, che egli non si credeva inferiore ad Alessandro Magno.
«Il continuo esercizio di questo sentimento gli fece ammucchiare giorno per giorno un tesoro di prodigiosa imbecillità, che basterebbe a rendere felici quattordici generazioni di Accademici delle Scienze, non che un solo dottorino. Eccone due soli esempi:
«Il dottorino Z. l’altro giorno ricevette il diploma diItaliano benemeritodella Società Neo-latina sotto la presidenza onoraria del Principe Ereditario, con medaglia d’oro e mediante pagamento immediato di lire ventisei.
«Ebbene egli, l’antico scettico, lo ha accettato, mandando senza dilazione al Gran Maestro Creatore del nuovo ordine di iniziativa privata il desiderato vagliapostale di lire ventisei, e non solo ha fatto questo, ma scrivendo ad un mercante di campagna aggiunse alla sua firma con la litania degli altri titoli anche quello dimembro Italiano Benemerito della Società Neo-latinadimostrando l’evidente pretesa, che il campagnuolo rispondendogli riproducesse tutto quel carnevale di titoli sulla soprascritta.
«Un’altra più marchiana. — Ieri il dottorino Z. seminò in un vaso di fiori un pizzico di seme bachi da seta, presumendo, che avrebbero a spuntar come il trifoglio o il prezzemolo per la sola ragione che li seminava lui.
«Si teme che quest’eccesso di felicità lo abbia a far tradurre prestissimo al Manicomio Provinciale, locchè sarebbe per chicchessia la massima delle felicità terrene.»
«Insomma, ricapitolando, senza una capitale presunzione non si dà felicità a questo mondo, ed essa si può un’altra volta definire con una piccola variante: — La felicità è la suppostaprivativadella infallibilità personale per parte della cocciutaggine, della imbecillità, e meglio della pazzia umana.
«Un immenso proverbio aveva già detto: —chi si contenta, gode.»
«Mi pare cosa certa, che oramai l’Arte si muta in mestiere, e l’Artista in artigiano.
«Nessuna persona ammodo ha il coraggio di leggere un libro che abbia fatto furore dieci anni fa, come niuna signora elegante ha il coraggio di mettersi in testa un cappellino, che sia stato di moda dieci anni prima.
«Si estendono agli artisti le regole degli artigiani, e prima di tutte quella di non fare nulla che possa eccedere le facoltà estetiche ed intellettuali, che sono normalmente comuni a tutti itravetti, a tutte le maestre elementari, a tutti i parrucchieri, a tutti i lavapiatti e a tutti gliassiduidei giornali politici.
«Insomma si dà come principale norma dell’Arte lamisura, la quale fino a ieri è stata soltanto la norma dei sarti, dei calzolai e dei falegnami.
«Secondo me invece la principale norma dell’Arte non è già lamisura, ma lasmisuratezza.
«Per me il genio del vero artista è una specie di pazzo furioso, che dà delle enormi capate in cielo e ne stacca stelle e procelle a illuminare o interrorire la terra.
«Così mi è parso leggendo la Bibbia, Omero, Dante e Shakspeare.
«E la scienza del professore Lombroso è d’accordo con me nelGENIO E FOLLIA!»
Seguita ilSillabo dei pensieri cattividi Giuseppe Panezio, dai quali si pare a quale disperazione gelida e atroce dell’intelletto possa condurre più che la miseria l’abbandono di una madre.
················
«Sempre nuovi tormenti e nuovi tormentati.»
«La donna più onesta è la donna, che ha più cattivo cuore.
«Viceversa la donna disonesta è la donna di più buon cuore.»
«Ho sentito ieri dire da una popolana, che suo marito era soltanto geloso degli amanti poveri di lei.»
«In demissamacheronicaquelatinitate, qua utimurlarvandarumliberarum idearum causa, — uxor infidelis est quædam mulierGENEROSAsine permissione Quæstorisque taxatione.»
«Mulier occupatur difficilius, quae aliquam infirmitatem timet accipiendam.»
«Nell’aritmetica dei giovani celibi, la signora altrui equivale ognora ad una Taide gratuita. Essi dopo aver fatto ben bene il proprio conto, credono sempre più economico lo spendere una grossa somma di moralità, che non una piccola di denaro. — Però questo computo non torna quasi mai loro veritiero.»
«In nome della Verità, del Buon Senso e della Legge vorrei sbandire dal Vocabolario e dalle superstizioni dell’Umanità le parolefanciulla sedotta.
«Non ci è mai stata, e non ci sarà mai una ragazza sedotta. Lo si può calcolare con esattezza matematica valutando l’interesse che ha ciascuna delle parti a tirare a sè l’altra, e la posta che ciascuna mette in giuoco.
«La ragazza ha l’interesse del matrimonio, che è la sua dignità e la sua impunità in questo mondo, e mette in giuoco un nonnulla.
«L’uomo, il preteso seduttore, ha un piccolo interesse momentaneo, e mette in giuoco una immensità, la libertà personale e l’onore della sua vita, se casca nel baratro del matrimonio. Quindi è facile capire che è sempre la cosidetta ragazza sedotta quella che ha sedotto il suo calunniato seduttore.»
«L’uomo che meriti in qualche modo il titolo di seduttore, è l’uomo che siasi ammogliato appositamente, cioè siasi acconciato a perdere volontariamente la sua libertà e la sua dignità rispetto a una donna, per poter tradire con sicurezza di impunità tutte le altre.»
Seguita ancora l’Album atrocedi Pinotto.
«L’amore per le donne è ciò che dicesi uno scioccoconvenzionalismo.
«La stessa bellezza delle donne è un convenzionalismo.
«Può essere, cioè parere bella una donna, che si vegga fuggitivamente, con cui non si abbia parlato nè ballato mai.
«Allora la donna reale è bella, come la donna ideale che si trova nei libri e in altre opere d’arte, perchè ci lavora o ci ha lavorato intorno la fantasia.
«Ma si mangi il sale insieme e per un sol giorno con la più portentosa e più ammirata bellezza di donna che esista realmente, e poi riuscirà impossibile ad un osservatore coscienzioso di trovarla ancora bella, dopo che abbia potuto osservare minutamente a tempo debito le chiazze della sua epidermide sotto le occhiaje.
«Quindi io nego, nego recisamente l’assurdo dell’amore reale per l’umanità presente.
«Amare realmente e naturalmente è una cosa, chepotranno fare tuttavia i fiori dei campi e gli uccelli del bosco, le cui generazioni si sono mantenute sane e illibate ai benefizi dell’aria libera e ai lavacri delle intemperie.
«Ma per l’Umanità, che discendendo per i secoli si è sempre più imputridita nei fetidi cubicoli della sua civiltà, l’amore è diventato bugiardo, benchè pochi si accorgano o vogliano ammettere, che sia tale.
«L’unico amore logico, vero e tuttavia possibile per un uomo sincero è l’amore platonico verso una donna quasi da lui sconosciuta.
«Quanto a me, il solo ricordo delle donne, che mi hanno dato un bacio, mi muove a stomaco.
«Sento invece, che amo furiosamente la figliuola del notaio Raffa, che ho vista una volta sola e nella penombra.
«L’amo tanto che morirei per lei.»
«Non saprei precisare, se la razza umana presentemente sia più vile o più convenzionale.
«Essa si mostra convenzionale anche nell’esercizio delle sue più importanti prerogative, per esempio nel suicidio.
«Di tanto in tanto un garzone parrucchiere disperato, perchè una modista invece di sposare lui ha accettato il solidotrattamentooffertole da un banchiere, pone fine miseramente ai suoi giorni mediante asfissia, annegamento o salto mortale dal quinto piano; e si legge costantemente nellaCronaca Neradei giornali, che in mezzo ai pettini dell’infelice suicida, sul tavolino da notte, presso il braciere dell’asfissiato, o sulla ghiaja del fiume d’accosto alle scarpe dell’annegato, si trovarono aperte le inevitabiliUltime lettere di Jacopo Ortis.
«Or bene queste lettere, dinanzi al nostro modo di sentire odierno, secondo me, non sono più altro che una freddissima decorazione di malinconia patria ed amorosa, una decorazione materiale e posticcia, come quelle gramaglie listate di similoro, con cui i tappezzieri addobbano le porte delle chiese e gli usci di casa invitando il pubblico a pregare per l’anima della damigella X, Y o Z, deceduta nella verde età di anni settantacinque.
«La lettura dell’Jacopo Ortis, a chi abbia le sue facoltà naturali in equilibrio, può far nascere l’occasione di uno sbadiglio e l’idea di andare a bere un bicchierone di birra, ma non mai quella di ammazzarsi.
«Eppure, chi sa fino a quando nelle rispettabili corporazioni dei giovani parrucchieri, dei garzoni panattieri, sartine, ecc.; durerà questa benedetta usanza di darsi volontariamente la morte, facendola precedere dalla lettura dell’Jacopo Ortis?»
«Molto vile è l’uomo ammodo od anche di genio, quando a porte chiuse domanda ad una donna, che gli faccia la carità di quell’illusione che è l’amore. Egli allora si abbassa ad adorazioni ed abbiettezze verso una guattera o una squarquoja, con una procedura, la quale ripugnerebbe persino all’accattone, che per avere un soldo di elemosina disegna con la lingua una croce in terra.»
«Ma vilissimo, e molto superlativamente vilissimo, è poi il medesimo individuo, quando, fuori dellaCamera charitatis, — in pubblico caffè o passeggio sforza i suoi colleghi mascolini a sentire la litania dei suoi miracoli amorosi, millantando la propria superiorità facilissimasopra tutte le donne e sballando di aver ricevuto da fanciulle e da principesse certe cortesie esagerate, che forse gli rifiutarono le vecchie cuoche. Egli allora in seduta pubblica tenta innalzarsi sul sesso femminino, — davanti a cui poco prima, in seduta privata, si era inginocchiato e aveva piagnucolato miseramente — tenta innalzarsi come un pallone areostatico, ripieno di ridicolaggine, vanagloria e menzogna vergognosissime.»
«Uomini profondamente immorali, superbi, malefici, traditori, furfanti di cuore leggerissimo e senza un briciolo di coscienza, bricconi simpatici, farabutti invadenti e soverchiatori, trovano poi nella vita un istante di debolezza morale per diventare vittime ridicolissime di una serva o di un matrimonio.»
«La viltà della razza umana si dimostra eziandio nelle sue più umili manifestazioni, per esempio nella critica letteraria.
«Essa ha per iscopo patente di demolire ilvero merito.
«Ma c’è un veromerito, grasso, lustro, felicemente e completamente riuscito, riconosciuto da tutti, ben voluto da tutti, perchè non va mai a contrappelo di niuna convenienza o convenzione sociale, — unvero meritocostituito in così floride condizioni di salute o sopra una così solida piattaforma, che sarebbe non pure cosa innocente, ma sarebbe un bello e coraggioso esercizio ginnastico il giostrarvi contro.
«Eppure state sicuri, che questovero meritofortunato nessuno lo toccherà.
«Invece vi è un altrovero merito, forse di portata maggiore del primo, ma tuttavia incipiente o ammalatood osteggiato da numerosi nemici per la sua audacia di novità o funestato dalla miseria o dalla moglie impudica.
«Ebbene questovero meritodisgraziato sono quasi tutti d’accordo nel dilaniarlo e nel cercare di ammazzarlo.»
Ultime note tristi e bizzarre di Giuseppe Panezio:
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«Se io dovessi pubblicare un libro, vi metterei come prefazionela verità, tutta la verità,NIENT’ALTRO CHE LA VERITÀ, (art. 297 del Codice di Proc. Penale).
«Vorrei poi fare stampare il mio libro su carta nera con inchiostro bianco. Così darei ai miei lettori un magnifico effetto di ossicini intagliati nelle tenebre di una cassa da morto; e farei del bene alla vista del prossimo, come mi assicura un professore di ottica.»
«Ma quale è la vera causa della voga e fortuna straordinaria di certi capi di letteratura industriale?
«Senza essere una Commissione d’Inchiesta, rispondo, che ciò dipende non già dal valore intrinseco dell’autore o della merce, ma da circostanze estrinseche.
«Per esempio ilLibro di lettura per le scuole, ecc., dell’abate Gineprai è un libro pieno di sugo, e vale per lo meno un milione di volte più di quello dell’abate Zuccheroni, il quale è pieno di sgrammaticaturee di minchionerie (rubate per soprammercato) e non vale proprio niente.
Eppure l’ab. Zuccheroni con lo spaccio deilibri di lettura, Sillabarii, Aritmetiche, Grammatichette, ecc., ha già potuto farsi fabbricare una magnifica villeggiatura sui colli, mentre l’abate Gineprai, dopo l’aumento di tariffa nei tabacchi, non può più nemmanco fornire al suo naso del rapato a petizione.
«Il motivo si è che quel lecchino dello Zuccheroni è entrato nelle grazie del Consiglio Superiore dell’Istruzione Pubblica e di quasi tutti i Consigli Provinciali Scolastici, ecc.; mentre quest’istrice del Gineprai si è fatto prendere nel sedere da tutti i magnati.
Ciò che dicemmo dei libri scolastici si può benissimo intendere delle opere di letteratura amena. Anche per queste c’è il Consiglio Superiore e sopratutto ci sono i Consigli Provinciali scolastici delle signore.»
«Saggio di eloquenza, chiarezza, proprietà ed eleganza forense-burocratica: — Voi, Corte dei Conti, prima di interinare il cennato decreto in discorso, onde difendere ogni ulteriore rimarco, dovevate rendervi edotta, che non si era dato competente evacuo a tutti gli incumbenti che di ragione per l’emarginato rilievo.»
«L’umorismo è un ferro tagliente, che attraversa un argomento e ne svescia gli umori, come da un tumore.
«La coreografia è il bagliore superficiale e muto dei prospetti e dei contorni.
«Certi scrittori, braccati d’oggi dì, sono semplici coreografi di sentimenti.»
«Se io dovessipartecipareil mio prossimo matrimonio farei imprimere nell’intestazione della lettera listata di nero una grossa croce nerissima coll’urna mortuaria e relativo salice piangente e terminerei l’annunzio con
«UNA PRECE!»
«In moltissimi uomini la Bontà non è altro, che l’impotenza di essere cattivi.»
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«La disonestà è la maggior ricchezza delle fanciulle povere e il miglior mezzo per maritarle.»
«Ultima e vera sentenza sulla felicità relativa data da un povero diavolo, mentre si sentiva stilettato profondamente dal male dei denti: — L’uomo felice è quegli, che non ha male ai denti.»
«Le assolute disgrazie in famiglia sono: — cani e letteratura inedita.»
Non meno feroce di quello che fosse verso l’uman genere in genere mostravasi Pinotto verso i suoi creditori in particolare, ai quali non si sentiva legato da niun vincolo di riconoscenza. Anzi, per uso e consumo della sua beffa, se ne era formata in mente una gerarchia feudale, o meglio un cielo astronomico: c’erano i vassalli o meglio i pianeti, che avanzavano da lui mille lire, c’erano quelli da cinquecento, quelli da cento; ce n’era una lunghissima tratta da venti a cinquanta; quelli da cinque, da dieci e da due lire, erano numerosi come i pulcini; e fra essi c’erano persino gli uscieri del suo ufficio.
Quando egli era sovrappreso dal malumore, si consolava tosto, immaginandosi di convocare tutti i suoi creditori in unmeetingal Colosseo. Quivi avrebbe voluto farli svenire tutti recitando loro un’orazione di sette ore, e poi bagnarli persino nelle tasche manovrando una immane tromba da giardiniere.
In quei momenti estrosi di beffarda superbia, egli passeggiava vigoroso fra la folla di Roma come un robusto e nero serpentello. Allora si doleva di essere piccinodi statura; onde avrebbe voluto salire sopra un alto cavallo e allargare spropositamente le gambe, quasi tanto da raschiare le muraglie dalle due parti della via o per lo meno forbire con la punta degli stivali il naso dei passanti, precisamente come faceva quel cavaliere Adimari, a cui Dante fece rincarare la condanna per contravvenzione al Regolamento di edilizia municipale.
O meglio avrebbe voluto essere un grandazzone della posta di quel gonfiagote, spauracchio dei bambini e delle signore torinesi, che sotto l’ala tremenda di un cappellone calabrese, svolgendo al vento un nastro d’occhialino largo mezzo metro, camminava normalmente a passi da tiranno di teatro diurno, — colla giubba superbamente spaccata e le rivolte spedite indietro, — ora col pollice uncinato all’imboccattra della sottoveste, agitando il ventaglio delle altre dita, ora affondando le falangi dell’indice e del medio nel taschino dello stesso panciotto, — spingendo alternativamente le spalle, quasi tragiche catapulte, come avesse voluto con l’una far indietreggiare un popolo di calessi e con l’altra crollare un muro maestro, — sornacchiando fragorosamente all’appressarsi di qualcheduno, — ed esalava da tutta la persona la più sublime prepotenza e il più profondo disprezzo verso l’umanità restante, a cui sbuffava in faccia il fumo del suo sigaro, facendone poi cascare a grammi la cenere sul cappello dei cittadini più umili.
Pinotto invidiava il ricordo di quel gigante di monomania orgogliosa; o avrebbe voluto giullarescamente demolirlo, forandolo con l’ago del nano Papiol.
Mentre egli così si infischiava di tutti e specialmente dei suoi amici e benefattori, questi finirono collo stufarsi definitivamente delle sue continue richieste, a cui risposero da ultimo con quella congiura, di cui si lagnanoordinariamente gli scrittori, la congiura del silenzio.
Ad Edoardo non osò più scrivere, nè questi dopo il gran rifiuto scrisse più a lui.
Allora inaridita affatto la sorgente delle solite sovvenzioni, Pinotto ritrovandosi con il corto da piede, si degnò di andare a ricercare il Capitano.
Quando fu davanti alla porta di costui, eccolo sbucare e quasi balzargli sul petto coll’impeto di un gatto furioso. Dopo lui ecco Fido.
Il capitano stralunato seguitava a correre, non avendo avvertito chi veniva a cercarlo.
Il cane rimase un po’ di tempo in tentenne: se dovesse seguitare l’usciere o restare con l’amico sopraggiunto.