XXXIX.

Si si starebbe un agno intra duo brameDi fieri lupi, igualmente temendo;Si si starebbe un cane intra duo dame.

Si si starebbe un agno intra duo brameDi fieri lupi, igualmente temendo;Si si starebbe un cane intra duo dame.

Si si starebbe un agno intra duo brame

Di fieri lupi, igualmente temendo;

Si si starebbe un cane intra duo dame.

Finalmente esso pensò: — Quello là corre, perchè ha buon tempo: questo qui invece sembra abbia bisogno della mia assistenza: oh, sì! — e rimase con Pinotto.

Ecco che cosa era capitato all’usciere.

Aveva saputo che doveva giungere in Roma sua moglie diretta a Napoli con un garzone parrucchiere. A quella notizia gli erano venuti in mente i litri bevuti ammirandola nel villaggio natìo, gli era venuto alla gola quanto essa era bella, bionda, lustra e morbida; ed aveva sentito una forza irresistibile, che lo spingeva a ricuperarla strappandola a quelludro scellerato.

Forse avrebbe scacciato quella tentazione, se avesse avuto dinanzi il dovere di continuare la sua protezione a Pinotto, che se la fosse meritata. Ma, non vedendosi lì presente quel dovere, egli era scattato via.

Mentre egli era sparito, Fido e Pinotto si guardarono negli occhi quasi dicendosi reciprocamente: — Adesso siamo noi due soli in ballo. Ebbene balliamo.

Il giovane condusse malinconicamente il cane nel proprio covo, essendo la stanzetta dell’usciere rimasta chiusa per la partenza di lui.

Questa partenza aveva data una stretta al cuore del povero giovane abbandonato, lo aveva annientato, lui, che credeva di sbizzarrirsi tuttavia sull’amicizia del Capitano, fondandovisi come sopra un frammento di famiglia.

Mancandogli quell’ultima base, egli si mise a piangere.

Fido voleva che cessasse dalle lacrime; perciò si arrampicava sulle sue ginocchia, e gagnolava per farsi sentire. Egli lo ributtò dicendogli: — Seccante! — ma poi guardandolo, lo trovò negli occhi così pieno di leale e devoto affetto, che non potè tenersi dal chinarsi per stringergli la testa. Allora il cane sembrava matto; gli abboccava la barba, i capelli, lo baciucchiava per tutta la faccia in un modo disordinato e commovente.

Rinfrancato dall’amore di Fido, egli ebbe un altro dirizzone di bontà.

Appena riscosso alle Ipoteche il suo stipendio mensile di settanta lire, egli pensò di estinguere a un cavurrino per volta i suoi piccoli ma numerosi debitucci verso i portieri e i suoi colleghi d’ufficio, considerando che erano anche essi poveri come Giobbe e per di più padri di famiglia.

In questa operazione egli incominciò ad impiegare una quarantina di lire.

— Con le altre trenta lire, — egli ragionava con Fido, — noi altri due viviamo; se non benissimo, pure viviamo. —

Quella testa singolare, non certo chiamata per le matematiche, aveva dimenticato che c’erano da impostare nel suo bilancio mensile le venticinque lire della piccionaja. Pagata la pigione, gli restarono appena cinque lire per vivere lui e il cane durante un mese. Quindi, come era troppo naturale, egli dovette tosto farsi prestare nuovi cavurrini da quasi tutti coloro, a cui li aveva restituiti.

Così seguitò negli altri mesi restituendo e poi ridomandando di lì a poco il restituito, senza estinguere mai definitivamente il suo piccolo consolidato, che mancomale procedeva innanzi senza interessi come le cattiveazionidi un canale sfavorevolmente conosciuto.

Quella povera vita, nutricata con poche diecine di lire al mese, in compagnia di un grosso cane, non mancava però di dolcezze e di beatitudini, essendo egli poco per volta riuscito a formarsi un quissimile di guanciale nella sua miseria a forza di dimorarvi sopra.

Per esempio egli provava una specie di gioja pitocca nel sentirsi libero, oscuro, non soggetto alle imperiose leggi dell’educazione, della pubblicità e della personalità conosciuta, non costretto a stillare un articolo faceto di giornale col male ai denti, o a finire i periodi con grammatica al Tribunale o alla Camera.

Qualche volta indicava a Fido un giovinotto elegante per metà e per metà con acconciatura di «me ne impipo.»

— Quello lì io lo conosco; ma egli non mi conosce o finge di non riconoscermi più; egli è meno proprietario di noi, ed ha più debiti di noi, mancandogli già qualche diecina di migliaia di lire, perchè si possa considerare nullatenente, come diceva Giulio Cesare: ma a differenza di noi egli non si abbasserebbe nemmenoper raccattare i quattrini, con cui egli dovesse pagare un creditore, ancora che questi fosse affamato o gli avesse prestato i denari della laurea. Eppure a lui non difettano mai i mezzi per vivere disonestamente bene. Due anni fa egli ha ricevuto ventimila lire da.... (e qui bisbigliò un nome proprio illustre, che a noi non è lecito ripetere) e le mangiò in quindici giorni. Quando alla mattina esce da casa sua o da una casa di gioco o da luogo peggiore, senza aver più un centesimo in tasca, egli con viso sicuro arriccia le nari per fiutare l’aria e interrogare sè stesso: — ho da andare di qui o di là? — e scommette tra sè e sè: — non vado lontano cinquanta passi, che ho cento lire in tasca. Infatti, movendosi verso una direzione qualsiasi, al primo senatore, o ministro, o monsignore, o grand’uomo, o personaggio venerando, che inciampa, ei gli mette famigliarmente e con protezione birrichina le mani sulle spalle: e gli dà deltue si fa dare le cento lire. Fido! Quello li è uno scroccone di spirito, ma non invidiamolo; deve essere una grande fatica pel cervello e anche per il senso morale l’essere di spirito tutti i giorni a quella maniera.

— Fido! adesso guarda questo qui, con quel peperone gonfio al posto del naso, con quella ciccia fosca, falsa e tremula come quella dei bevoni e dei cretini, con quei calamai intorno agli occhi, con quella bocca sdentata e con quell’andatura di oca balorda. La sua posizione ha poco da invidiare alla nostra. Guardalo nella faccia: Come è bucherellata! che macchie nere e sinistre da appestato! Eppure è una bella testa, e lavora; ma lavora in cose che non fruttano, in versi. Quello lì è scannato come noi, e per di più ha l’abitudine di ubbriacarsi mortalmente tutte le sere, ed ha una moglie, che è persino peggiore della sua abitudine. Non la vorrestinemmeno tu, che sei cane. Che tribolazione profonda ed estesa deve essere la sua vita! Noi consoliamoci, perchè non siamo come lui miserabili di genio.... —

Pinotto e Fido si sentivano contenti della loro sorte non solo nei colloqui e nelle apostrofi, che si comunicavano, ma eziandio nei soliloqui, che ciascuno faceva per suo conto, sebbene spesso si incontrassero.

Infatti gli stessi ricordi martellavano nei cervelli del cane e del giovanotto; erano ricordi del Piemonte, in cui erano ambidue compatriotti; ricordi del villaggio di Edoardo, dove Pinotto nei suoi tempi migliori, fulgido e bizzarro come era, aveva fatto da Satana e da Messia per quelle signore e signorine dei campi, — dove l’inserviente comunale lo aveva preconizzato con certezza matematica per un futuro grand’uomo politico e grandissimo oratore, — dove Fido con la sua indole facile alle entrature era divenuto intrinseco del padre di Edoardo, sindaco; lo accompagnava nelle adunanze della Giunta municipale, nei balli e al teatro, ed aveva oneste accoglienze da per tutto, persino in chiesa, tanto che era chiamato il vice-sindaco del paese.

Il cane non abbandonava mai il nuovo padrone: si recava con lui alle Ipoteche, dove era tollerato in un canto.

Quando si avvicinava l’ora di uscire dall’Ufficio, Fido lo annunziava a tutti, raspando contro alle porte e ai banchi, e andando ad avvertire specialmente Pinotto con mille squittii d’impazienza; quindi precedendolo voleva mostrargli la strada d’uscita.

Quando poi egli usciva davvero, allora esso scavallava nella via sfolgorando, come divenisse sua la Città Eterna, e scorrazzava intorno al padroni con cerchi fulminei come un cavallo da corsa flagellato dal fantino.

Andavano insieme dal minestraro, dal cioccolattiere, all’osteria di cucina; si facevano mille complimenti. Il cane non voleva quasi mai mangiare ciò che gli offriva Pinotto, temendo che questi soffrisse qualche privazione per cagion sua; voleva provvedere esso stesso ai proprii bisogni, e se avesse potuto, avrebbe provvisto abbondantemente anche a quelli del compagno.

Portava sempre nella cameretta ossa abbondanti e ancora ricche di polpa. Una volta portò addirittura unintiero prosciutto, che avrebbe tentato l’appetito di chicchessia, non che dello stomaco vuoto di Pinotto. Ma questi per delicatezza non osava mai defraudare il cane del frutto delle sue fatiche.

Era un vero idillio di pace e d’amore, tutto circondato da attenzioni di un galateo diplomatico.

Alla sera, nei caffè da due soldi, sopportavano insieme tutti e due per lunghe ore le occhiate dei fattorini, che volevano cacciarli via; così risparmiavano l’illuminazione a casa.

Era sì grande in Pinotto la soggezione del cane e la relativa inspirazione del bene, che un giorno essendogli comparsa nella cameretta laquaglia, per cui l’usciere quella volta non aveva potuto farsi da lui ricevere, la congedò per sempre.

Quando si trovavano al Pincio, Pinotto faceva a Fido la spiegazione dei busti degli uomini illustri.

— Vedi, cane! questo qui è Brofferio. Dovrebbero ristampare in una collezione le sue arringhe forensi e i suoi discorsi parlamentari. Così, studiandoli, i nostri giovani imparerebbero a discorrere con chiarezza e con fuoco, e non farebbero il brodo lungo, torbido e scipito, che fanno gli avvocati e i deputati adesso.

— Questo qui, cane, è il busto di un minchione. — Così dicendo, per una recrudescenza del suo spirito beffardo, egli schiaffeggiava leggermente ma vistosamente le guance marmoree di quel grand’uomo, giudicato tale dal municipio, e da lui battezzato per un famoso minchione.

Alcune volte seduto sopra una panca pubblica, godendo le largizioni delpadre dei poveri, come questi chiamano il sole, egli sentiva l’ultima felicità terrena, quella degli ammalati e degli accattoni, che a poco a poco si addomesticano alle loro piaghe, ai loro parassiti, al loro sucidume o al loro fetore, e finiscono per trovarvi una specie di gustosa occupazione diquesta inesorabile vita, che è data a consumare agli uomini.

Ma certe altre volte, egli vedendo passare una carrozza, di cui il cocchiere davanti e il lacchè di dietro avevano l’alito affocato di salute e la pelle rossa come marrocchino, o vedendo dalla via traverso i vetri di un caffè una lunga tavola apparecchiata con quei filari di salviette bianche come oche e trascorrere un pettinatissimo fattorino, recando, con elegante agilità acrobatica, in palma di mano una larga guantiera, oppure leggendo in un giornale qualche bestialità straordinaria detta da un deputato o da un ministro, egli sentiva sprazzare via da sè velocissime tutte le acquiescenze e le pretese beatitudini dei poveri diavoli rifiniti come lui; egli risentiva allora nuove smanie e più acute di voler mangiar bene, vestir meglio, dormire ottimamente ed entrare cogli speroni nel Parlamento, nei giornali e nei ministeri, dare una presa di ciuchi a quei signori ed insegnar loro col frustino, come si fa e come si parla. Allora si sarebbe arrotato contro alle muraglie per torsi la ruggine dalla pelle; avrebbe mangiato il bottino di Fido vettovagliato nella sua stanzetta; allora si mordeva i pugni, scalpitava.

In uno di taliricorsi storici, egli ebbe una vera ripresa di esplodente lepidezza, passando davanti a Montecitorio.

— Ah! se fossi mai ricco! — egli borbottò nella sua mente, rivolgendosi al cane: — Ah, se fossi mai ricco come il fu duca di Galliera, come Torlonia, come Telfener! Oh! non vorrei mica perder tempo nè aspettare che si introducesse qualche suffragio universale o scrutinio di lista a sciuparmi la propizia occasione. Vorrei tosto presentarmi candidato nelle prossime elezioni generali al suffragio ristretto di tutti i 508 collegi uninominalidel Regno, e farmi nominare deputato proprio da tutti i cinquecento e otto, niuno eccettuato.... Ah! Ah!... (E così pensando, Pinotto gioiva febbrilmente:) Farei, sarei io solo, almeno per le prime sedute.... tutto Montecitorio, io solo.....; compilerei da me solo la risposta della Camera al discorso della Corona, mi verificherei da me stesso i poteri; mi nominerei presidente, vice-presidente, segretario, sotto-segretario, questore e bibliotecario; muoverei interpellanze e presenterei ordini del giorno; solleverei io solo, come un burattinajo nella baracca dei burattini, le più tempestose discussioni....

Dopo avere urlato sul mio seggio di rappresentante universale del popolo, salterei sul seggiolone del Presidente, e griderei a me stesso: facciano silenzio, onorevoli colleghi!... Scampanellerei, come per l’arrivo di un piroscafo; e nei casi estremi, afferrato il cappello, me lo calcherei sulla testa, per sedare il tumulto di me medesimo; avrei per me solo gli sguardi delle bellezze brevettate della tribuna diplomatica e di quelle della Presidenza, le sonnolenze della tribuna dei senatori, le attenzioni delle altre tribune pubbliche o riservate, mascoline o femminine, civili o militari; si farebbe per me solo il resoconto magro e sbagliato dei giornalisti appollajati nella loro colombaja,a cui non giunge la voce bassa dell’oratoree quello sovrabbondante, riveduto e corretto dagli stenografi.

Farei e riscuoterei da me solo gliapplausi, ivivi applausi, quelligenerali e prolungati, i semplicisegni di approvazione, l’ilarità, lerisa ironichee anche imormorii, non esclusi nemmeno imovimenti in senso diverso; quindi, in fine della mia sudata eloquenza, mi affollerei a stringere da me stesso la mano all’.... oratore.

Insomma vorrei pigliarmi tanti e tali spassi da empirne e disgradarne un romanzo di Giulio Verne; e dopo averne fatte più che Bertoldo, non mi degnerei poi nemmeno di optare per verun collegio; li rinunzierei tutti 508 a cinquecento e otto uomini di buona volontà. Quindi noi, Fido, avanti, in marcia! Andremmo in un altro paese mezzo costituzionale, ad acquistarvi la cittadinanza e ripetervi le stesse scenate di gusto milionario.

D’ordinario quelle smanie dolorose o gaudiose, erano terminate da un colpo di tosse, a cui non tardò ad unirsi lo sputo di sangue, che venne da lui salutato come un cortese amico.

Chi finiva poi per consolarlo completamente era sempre Fido. Con lo sfregacciolare il proprio muso e le tempia contro gli stinchi di lui, col fargli sentire sulle mani l’incrinatura dei suoi baffi, col rizzarsi sulle gambe posteriori a far la manovra dell’orso e della scimmia o gli esercizi del soldato, e con lo stare attento per pigliare al volo ogni battito delle palpebre di lui; col pedinarlo da per tutto, esso gli diceva continuamente: — Pinotto, tu non sei solo; tu hai in me un fedele amico, servitore e protettore. —

E Pinotto ciò ben intendeva, ed amava veracemente quel cane; lo amava e lo trovava bello nelle sue mattie e nella sua gravità; — quando si riversava poco decentemente per terra e quando si acciambellava pulitamente sopra una seggiola, tutta riempiendola; — quando incedeva glorioso con un osso in bocca e quando camminava a randa dei suoi piedi, il muso dimesso e la coda in mezzo alle gambe; — quando ringhiava contra qualche canucciaccio maleducato, che gli si avvicinava, e quando fremitava, scalpitava e brillava di luce amorosa rizzando le orecchie in piegature metallichedavanti a qualche leggiadra e indulgente cagnolina; — quando si discostava quasi per fargli la celia di tradirlo e poi ritornava a lui fragorosamente, quasi per portargli la buona novella, — e quando, da lui minacciato di esser chiuso in casa, protestava graffiando, zufolando, mugulando e sputava via persino i grummoli di zucchero, con cui si cercava di abbonirlo. Pinotto lo amava Fido, lo amava appassionatamente e liricamente.

Allorchè egli pensava a Glafir, origine della sua prima maledizione materna, e guardava Fido, di cui si sentiva ogni giorno più innamorato;

— Ah! la vita — diceva — è proprio piena di compensazioni! Sì, Fido, tu cane, mio unico consorte, sei pure il mio riparatore. —

Ma oramai poco tenacemente egli poteva pensare. Il suo cervello già così gagliardo, così prepotente e fino all’estremo motteggiatore del cielo e della ferra, sotto la calca delle disgrazie si era oramai rammollito come il cervelluzzo di una villanella cretina, che nelle sue estasi vede apparire la Madonna sopra il ciliegio del giardino del prevosto.

Quindi spesso lo riassalivano entusiami infantili di moralità, impeti collegiali di sacrifizio patriottico, di martirio religioso, e di intolleranza ingenua, come se fosse stato ammesso appena ai palpiti della prima comunione. Allora rabbrividiva nel vedere due giovani persone di sesso diverso, sebbene fossero stati sposi, che passeggiassero insieme a braccetto. Allora dentro la sua rigidezza allobroga facendo un morboso intruglio delle ultime idee bollitegli in testa e dell’ultimocomunicatoletto sui giornali, desiderava e si figurava pazzamente di riuscire un mistico eucalipto, che producesse nella Città maggior bene di quello aspettato dal vero eucalipto nella campagna romana; cioè prosciugasse ad ogni minuto nella imporrita razza prelatizial’umido per dieci tanti del volume del proprio corpo.

Ma quelle fantasie gli svanivano, ed egli si trovava tosto, come trasportato di punto in bianco nella più assaettata, affamata e desolata realtà.

Un giorno, spinto sconsideratamente da una ghiottoneria elaborata dal digiuno, e dimentico di ciò che era in quel tempo, cioè un mendico, e fidente forse di essere tuttavia il giovane elegante e ricco di una volta, entrò senza avvedersene nella trattoria di Spilmann.

Rimase subito spaventato a quell’atmosfera calda, a quegli atomi impregnati di squisita cucina, a quell’acciottolío di porcellana, a quel tintinnío di posate d’argento, a quel nero luccicore dei cappelli a cilindro, a quei bianchi sparati di camicia deipajnie dei diplomatici. Egli, che quattro mesi prima scrivendo a sua madre si era confessato ancora superbo come Lucifero, egli tremolò di paura davanti al bel cameriere, che compariva al suo cospetto.

Aveva tratto istintivamente di tasca un pane per accompagnare una scodella di trippe, che voleva domandare; invece rispose al cameriere:

— Scusi... mi sono sbagliato di portina. —

Il cameriere con un inchino gli aprì la portiera; ed egli appena toccò le lastre della via, si trovò libero e contento, come se fosse uscito di prigione; e disse seco stesso con una bonarietà religiosa e rispettosa da vecchio organista del villaggio: — Che bravo signorino è quello là! Come mi ha trattato gentilmente!

Quella sera però non potè tenersi dall’entrare in una osteria e consumarvi voracemente due lire.

— Domani faremo economia; — egli disse a Fido, e fece un’atroce economia. Comperò soltanto due soldi di pane per totale nutrimento di ambidue, ed abolì lacandela di sevo, che soleva piantare dentro il collo della bottiglia nera, borbottando: — Fido, dobbiamo d’ora innanzi coricarci al bujo. —

Intanto fra la solitudine e l’inedia gli si rammolliva sempre più il cervello; e, oltre al cane, lo accompagnava sempre un’apparizione, che navigava come una luna nella nebulosa della sua testa.

Di lì a quattro giorni egli non potè rattenersi dall’entrare nella trattoria della Rosetta, dove comandò una costoletta alla milanese. Gli piacevano tanto siffatte costolette ed era da tanto tempo, che non ne aveva più assaggiate!

Pure, essa gli apparve come un delitto di gola, quando se la vide dinanzi. Credette di divorarla... Folle! Non era più capace nemmanco di mandarla giù tutta.

— Fido, ne vuoi?

Fido gli fece cenno di no.

— Come sono debole!...

Venne il cameriere a domandargli: — Comanda altro?

Egli fu vergognoso di avere comandato soltanto una costoletta in quel luogo, e domandò ancora una minestra di cappelletti al brodo, una crostata di visciola, un mandarino e un pezzo di formaggio lodigiano con mezzo litro di vino bianco asciutto. Egli rintuzzava il rimorso che lo ingombrava per quel rialto così lussurioso, dicendo seco stesso e a Fido: Eppure, anche io ho diritto di vivere! non è vero?

Si sforzò a spilluzzicare più che poteva, ma non riuscì ad ingollare gran cosa.

Richiese il conto, e senti che faceva 4 lire e 25 centesimi. Ne rimase costernato e fu lì lì per piangere. Gli parve di udire sua madre, che gli dicesse con ragione: Ah! tu che hai gettato i denari dalla finestra, oh! se tu li avessi adesso quei denari là! come ti farebbero buon pro’!

Guardò nel portabiglietti; non c’era tutto il bisognevole; ma razzolando i soldi e i soldoni nel taschino del panciotto potè fare le 4 lire e i 25 centesimi, a cui aggiunse altri 5 centesimi per la mancia, restandogli ancora 3 soldi per il vitto del giorno successivo.

Egli, uscendo dalla trattoria, si malediceva da sè stesso: — Sono proprio sempre stato uno spensierato; ma tu, Fido, dovevi correggermi, non dovevi lasciarmi entrare, dovevi mordermi! —

Ritornando a casa, egli guardava amoreggiando le finestre degli ospedali.

Il giorno dopo, portò un ludibrio di fagotto al Monte di Pietà, ritraendone pochi centesimi.

Passati tre altri giorni, non aveva più un soldo in tasca per il pane quotidiano. Voleva domandare qualche cosa al Capo Ufficio, ma quel giorno questi era di cattivo umore inaccessibile. Il rigiro dei cavurrini restituiti e poi ridomandati egli lo aveva già fatto.

Dopo avere titubato per tutta la giornata, una lunga giornata della proverbiale lunghezza, che dà l’angoscia dell’esser senza pane, finalmente, prima d’uscire dall’Ufficio, abbordò un suo collega:

— Scusi, ho dimenticato a casa il portabiglietti.... Vorrebbe favorirmi per pochi giorni cinque o sei lire?

— Mi rincresce! non ne ho; — gli rispose l’altro asciuttamente.

E Pinotto imperterrito: — Allora favorisca prestarmi un soldo, per comperare laCapitaleda basso.

— Prenda! — e il collega glielo diede con la mala grazia di un Istituto Bancario verso un patriota illustre ma non solvente. Certamente pensò: Ah sì! comprerà laCapitaleper involgervi dentro l’ultima camicia, che ha indosso e portarla al Pietoso Monte!

Ma Pinotto trionfava; lo aveva il soldo: il suo cuoregli batteva forte: — Ah! è giusto il proverbio, che non si muore di fame.

Andò a comperare un pane, e si sentì la forza di aspettare ancora qualche ora prima di addentarlo. Passeggiò. Nel cielo stagnavano nubi sanguigne. Egli guardava in su: vedeva la sua solita apparizione, una Madonna. Era sua madre.

— Viene, viene! — borbottava fra sè.

Il cane non poteva farsi guardare da lui, per quanto vi si adoperasse; gli correva fra le gambe come una fiondata a rischio di stramazzarlo, gli addentava le falde dell’abito e le tibie, gli era sempre tra i piedi, ma tutto inutilmente.

Pinotto guardava sempre in su.

Finalmente egli risolvette di tornare a casa.

Il sole tramontava sinistramente. Rientrato nella sua piccionaja, egli fu offeso da un giallore di pessimo augurio, che vagolava sul pavimento, sulle colonne sverniciate del letto e sull’attaccapanni tarlato, ed entrava persino a illuminare il vuoto completo dell’armadio aperto: senza una ciabatta! Se avesse potuto, egli lo avrebbe smorzato quel giallore!

Si sedette; estrasse il pane di tasca; — tossì.

Aveva una fame che gli rodeva le viscere. Quel panetto lo fumerà in un flato. Si provò ad addentarlo, — Dio mio! Non ne aveva nè la forza, nè il coraggio. Ne esibì al cane: — Fido, prendi; anche tu avrai fame. —

E il cane aveva fame davvero; imperocchè, preoccupato in tutto quel giorno a tener d’occhio il padrone per l’inquietudine che gli destava il suo aspetto — esso aveva trascurato di fare la solita provvista delle ossa; pure temendo di recare il minimo torto a lui, rifiutò l’offerta.

Pinotto volle ficcargli forzatamente un boccone fra i denti; ma non riuscì ad aprire quella rastrelliera sprangata.

Allora estenuato lasciò andare le mani spossate; chiuse gli occhi, tossi più forte e si senti nella bocca il sapore plumbeo del sangue caldo, mentre gli girava addosso il senso di un freddo marmoreo.

Credeva di avere sulle ginocchia il muso di Fido, il quale invece dimorava là lontano, tutto turbato per lostato di lui; ogni po’ usciva sul ripiano, per vedere, se c’era qualcheduno da avvertire, e poi rientrava e stava lì con quei suoi occhioni aperti, quasi volesse medicare il padrone con le guardate amorose.

Questi sognava, e credendo di palpare le orecchie a Fido, borbottava: — Grazie, Fido!.... Eccellenza... —

Egli scorgeva luminosamente ed ampiamente l’apparizione che lo aveva seguitato da più giorni. Era la Madonna, e la Madonna era sempre sua madre. Era tutta santa, tutta augusta, tutta fulgida di stelle.... Lo riceveva e lo irradiava d’oro, d’amore e di sole....

Ed era stato Fido il parlamentario, che lo aveva presentato e fatto ricevere. Aveva cominciato a parlare con Glafir, e si erano scambiate alcune note. Glafir da principio era stato un po’ sostenuto e aveva risposto con certe frasi acidule e sardoniche sullo stile del cardinale Antonelli; ma poi la argomentazione ampia, cavurriana di Fido aveva vinto.... Ora Glafir stava presentando a Fido uno per uno tutti i membri della sua corte di cani.... Il monte Pincio era nel cortile dell’Università di Torino, dove lussureggiavano meravigliosi eucalipti con ciocche lunghe e splendide di foglie salutari.... la signora Placida incoronava suo figlio.... Lo felicitavano tutte le persone felici uscenti dai cartoni dell’Elenco spietato.... L’erbajuola Ortensia, riconciliata, rideva largamente dalla consolazione e ridendo faceva ballare la sua ciccia rossa....

Edoardo applaudiva freneticamente. Teodoro beveva, beveva pel legittimo contento.... Aurelio scappava come una spia.... Fido aveva un lungo colloquio sugli affari d’Oriente con l’onorevole Depretis, Presidente del Consiglio dei Ministri, e tutti i giornali politici di qualche importanza avevano un articolo di fondo intitolato:L’Intervista di Fido.... C’erano moltissime signore, c’eranomille faccini da figurini della moda che volevano ballare con Pinotto; fra tutte primeggiava la signorina del notajo Raffa. Poi Madonna.... Pincio.... Ortensia.... Università di Torino.... giornali.... signore.... signori.... signorine.... sparivano.... Restava Pinotto attaccato al collo di sua mamma, tutto irrigato di lagrime calde; mentre Fido e Glafir mangiavano nella stessa scodella.

Mentre Pinotto sognava gemendo di quando in quando, Fido si sentiva vieppiù agitato: correva a raspare indarno contra gli usci della sua scaletta, indarno, perchè quelli erano usci di legnaja, di magazzini, o usci annullati.

Il ministro della casa, che aveva affittata quella piccionaja senza saputa del padrone, dimorava lontano in un’altra ala della casa.

Fido deliberò di abbandonare la sua scaletta e di salirne un’altra per raspare contro un uscio, dietro cui ci fosse gente. — N’ebbe una crudele mestolata fra le gambe.

Rientrato nella sua cameretta, urlò da lupo.

La mattina seguente rientrava in Roma il Capitano; rientrava come Sganarello scornato e bastonato dall’amante della moglie. Infatti dopo molte, lunghe ed ostinate ricerche aveva scovato a Napoli la sua ostessa, e ne aveva avuto alcune moine. Ma essa se n’era stufata presto, e dopo avergli vuotato il portamonete lo aveva fatto pigliare fra due usci dal suo drudo.

Dice Brofferio: — «Non vedeste mai un gatto lussurioso nel mese di febbraio, dopo dieci o dodici giorni di soggiorno clandestino sopra le gronde o in fondo alla cantina, presentarsi tutto ad un tratto in casa col pelo ritto, colle orecchie coperte di ragnateli, magro, sottile, trasparente come una bestia immorale che ha fatta cattiva vita?»

Tale e quale era il reduce usciere.

Dopo essere passato a casa sua e aver trovato l’uscio chiuso, trottò verso la stanzetta di Pinotto.

Fido gli si fece incontro silenzioso; e silenzioso, aprendo la bocca come una pinza, gli diede una ganasciata così forte in una gamba, che gli lacerò i calzoni e la pelle, facendogli gocciolare del sangue. Così lo castigò meritamente della sua improvvida scappata.

Il povero usciere trovò il suo amico freddo cadavere. Gli fece fare la sepoltura, cui egli seguì dietro la bara, solo, al luogo dei parenti e in sembianza di reggere tutti lui gli invisibili cordoni del feretro; Fido, tenendo la coda e le orecchie basse in segno di cordoglio, gli camminava dappresso con quei passi che fanno i cavalli gualdrappati di nero nei funerali militari. Quando ritornò a casa, la povera bestia era tutta coperta di bioccoli di cera, come un fratello della Misericordia.

L’usciere si affrettò a scrivere alla signora Placida, che il figlio di lei era mortonelle bracciadel proprio cane, e mandò un analogo telegramma ad Edoardo.

Quando Edoardo e gli altri amici ricevettero la notizia della morte di Pinotto, ne rimasero costernati.... Per un pezzo si sentirono lo spirito spento dal dolore e dallo stupore, e si maledissero in secreto, per non essere nati milionari, per non aver potuto custodire in un Eden quell’anima bella, fintantochè avesse potuto o voluto luccicare in faccia al mondo.

Riavutisi, si dissero: — è impossibile, che sia morto Pinotto!... Era così vivo.... —

E ne aspettarono per un po’ di tempo la risurrezione.

Ma vedendo che Pinotto, al pari degli altri estinti non risuscitava, presero a parlarne con tutti, come se si fosse trattato di una morte europea, telegrafata dall’Agenzia Stefani, per cui tutti fossero in diritto e in obbligo di commuoversi.

Quando sentivano lodare un letterato di prima pezza: — Che! Che! — prorompevano: — Pinotto avrebbe pigliato a scapaccioni lui, e altri della stessa risma, se ce ne fossero stati.

Per maggiore sfogo proposero di erigergli un busto con una lapide (solito pane, con cui si sfamano i letterati morti di fame) e di fare un pellegrinaggio appositoa Campo Varano, pubblicando contemporaneamente un volume di componimenti esequiali in suo onore. Tutta questa colluvie di progetti commemorativi, al solito, si condensò in un articolo necrologico, che comparve nel giornale di Edoardo.

Noi ne riporteremo poltronescamente la chiusa, a scanso di far noi tutta la morale del Racconto. Diceva:

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... «E così si dileguò a ventott’anni al pari di un volgare disgraziato quell’indole fiera e singolare; e si portò via con sè i suoi fantasmi estetici e bisbetici, le folgori e i coltelli della sua satira, i tesori della sua mente e gli entusiasmi del suo cuore e quella forma orgogliosa e squisita, che egli aveva vagheggiato così lungamente e così caldamente, e che temette o sdegnò profanare, non avendo concesso neppure una riga di suo al pubblico, benchè non gli siano mancati i difficili inviti a dar fuori i propri scritti con profferte di sollievo alle sue strettezze.

«Certo egli disprezzava sovranamente il basso pubblico dei barbieri sfaccendati, di queitravetti, che con gli sbadigli scroccano la paga e degli altriignorantelliborghesi, che non posseggono altro motto o altro pensiero fuorchè quello dell’ultimo articolo letto, sono sprovvisti di grammatica, di ortografia ed eziandio di un vocabolario tascabileLonghi e Menini, sono muniti di albagia e di ottusità, eppure sotto la veste di assidui formano il gusto corrente e l’opinione pubblica dittatrice per la letteratura di parecchi giornali importanti d’Italia.

«I brutti scherzi, che Mefistofele voleva fare agli angioli del Padre Eterno e che i bambini fanno allelibellule, sono nulla in paragone dei martirii gaudiosi, che egli escogitò per umiliare quel pubblico poco rispettabile — altro che concedergli un alito di sè stesso!

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«Egli aveva tutti gli ideali, anche quelli della virtù casalinga. Creduto uno scioperato qualsiasi dai suoi più cari, di lui inconsapevoli o incapaci di capirlo, egli, fabbricatosi con il più tormentoso lavoro cerebrale la sua gelosa utopia letteraria, forse un giorno le avrebbe dato fuoco, solo per irradiarne l’altare di sua famiglia.

«Egli infine, ridotto al lumicino, lasciò la costosa adorazione degli idoli estetici, chi sa con quale orribile sacrifizio della sua anima di artista! e logorò acutamente gli ultimi anni della sua tisica vita nelle facchinerie più materiali, per il bello ed onesto proposito di rendere sereni gli occhi dei suoi cari e gloriosi di lui, posato finalmente sopra il solito piedestallo di un impiego, gioja pressochè unica di moltissime famiglie.

«Ma egli, che aveva attraversato a zig zag elettrici i fiori della vita, non potè raccoglierne, assaporarne nè farne assaporare neppure un frutto, egli che pure aveva ingegno, onestà, portatura, cavalleria,chice conoscenza di lingue straniere, per riuscire stupendamente e meritamente nella prosa del mondo, dove ingrassano, lustrano e spampanano a tradimento miriadi di fanulloni, di minchioni e di cialtroni.

«Povero giovane! Povero amico! Ma benchè finito misero e oscuro — noi dobbiamo altamente asserirlo: — Egli fu grandissima parte del nuovo gruppo letterario di giovani piemontesi, i quali gli devono quasi tutti moltissimo, avendo ricevuto o trasfuso nei lorolavori qualche lembo di quella poderosa natura artistica, senza che certamente abbiano saputo esprimere nulla, come egli avrebbe voluto e avrebbe saputo.

«Povero perduto! a cui fecero guerra spietata le immagini delMeglioe dell’Ottimo, nemici proverbiali delBenepositivo, semplice e pratico.»

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Il giornalista avrebbe potuto aggiungere ragionevolmente e coscienziosamente, che Pinotto, non ostante i suoi ideali troppo superlativi, sarebbe certo riuscito ad egregie cose, ove avesse trovato la direzione pratica del lavoro nel sorriso intelligente di sua madre.

Veniamo a lei nell’ultima scena. — Come nella prima:Cani!

Lamadre dei caniin tutto questo tempo non aveva avuto nessun altro momento memorabile della sua vita, fuorchè i biglietti di visita, che aveva fatto litografare per Roma e Glafir, e la sua tentazione di far parte della Società Protettrice degli animali, tentazione che però il suo teologo confessore le aveva scacciato presto dicendole, che «anche quella era tutta framassoneria.» Quindi, a scanso di un’altra teologale proibizione, essa aveva taciuto tutto al confessore, quando disperata per aver smarrito uno dei tanti pronipoti di Glafir ne raccolse religiosamente i peli dal pettine dell’ultima strigliatura, e li portò, trascinando con se anche la figlia, al Gabinetto magnetico di un professore Filippa, dove invocò dalla chiaroveggenza della rinomata sonnambula l’itinerario arcano per rintracciare la bestiolina diletta.

Ora la povera mamma, all’annunzio mortuario datole dall’usciere, ebbe uno svenimento, e fece gli ululati di rito, con le strappate di capelli volute dalla Prammatica,recandosi a schiamazzare e versare lacrime da pazza presso la vicina del pianerottolo, mentre Carolina la accompagnava in tono minore.

Sfogato il dolore rituale, la signora Placida andò a consigliarsi dai suoi soliti consulenti legali, e saputo dall’avvocato classico, non che dall’ex-cancelliere e dal teologo avvocato Sturlimandi, cheacreditatis appellatio sine dubio continet etiam damnosam successionem, essa in buon volgare non indugiò a rinunziare formalmente all’eredità dei debiti, quasi tutti alimentari, lasciatale da suo figlio e trascurò persino di rispondere all’usciere, sospettando che fosse anche lui uno deigaribaldiniche lo avevano pervertito.

Essa fece però cantare una messa solenne nella chiesa della Consolata per suffragare l’anima del figliuolo perduto; e mentre il prete uffiziava e i cantori strapazzavano per trenta soldi iltuba mirumborbottando nel loro latino di sacristiaqualis pagatio, talis laboratio, — la damigella Carolina correva dietro alla turba sguinzagliata dei suoi cagnolini, alcuni dei quali abbajavano persino sulla porta della chiesa, — e la signora Placida, sempre pregando con fervore, era intenta a coprire accuratamente col suo scialle la schiena al vecchio Glafir, acciocchè non gli si inasprisse la tosse.


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