I.

I.

Ecco quanto era accaduto.

Condotto a termine il trattato di Presburgo, Napoleone aveva fatto radunare un esercito a Bologna per scacciare i Borboni dal Reame di Napoli, e aveva lanciato un proclama ai Napoletani firmato dal generale Saint-Cyr, nel quale diceva: «La vostra Corte dopo aver conchiuso un trattato di neutralità ha aperti i suoi Stati ai Russi ed agli Inglesi: l’Imperatore Napoleone, la giustizia del quale è pari alla possanza, vuol dare un grande esempio, voluto dall’onore della Corona, dall’interesse dei suoi popoli dalla necessità di ristabilire in Europa il rispetto che si deve alla fede pubblica. L’esercito che io comando viene per punire questa perfidia, ma voi non avete di che temere: i soldati francesi saranno vostri fratelli».

Il proclama portava la data del 25 di ottobre 1806 ed era giunto a Napoli il 2 gennaio 1806 insieme colla notizia che l’esercito invasorecomandato dal Saint-Cyr e diviso in cinque corpi, cui si era aggiunto quello di Massena, in tutto quarantacinquemila uomini, si era mosso da Bologna, e che con lui veniva il fratello dell’Imperatore Giuseppe Buonaparte, principe dell’impero e luogotenente generale. Era stato un colpo di fulmine per la Corte di Napoli, un fulmine di quella tempesta scoppiata addosso ai Russi ed agli Austriaci, che aveva avuto per epici episodi la battaglia di Austerliz e la presa di Vienna e che si era in parte sedata colla pace di Presburgo. Napoli ne rimase atterrita: troppo recenti e sanguinanti ancora erano le piaghe della lunga guerra civile degli ultimi anni del trascorso secolo cui avean tenuto dietro le ferocie delle rappresaglie borboniche: non bene ristabilita, specialmente nelle più lontane provincie, l’autorità regia: le campagne corse dagli avanzi di quelle bande sanfediste che se avevano riconquistato il trono al re legittimo, avevano anche apportato rovina ovunque eran passate come lave devastatrici: le città divise in fazioni l’una trionfante e prepotente, quella dei legittimisti, l’altra dei repubblicani costretta a rodere il freno, ma anelante alla vendetta e in trepida attesa di nuovi rivolgimenti. Ed ecco che una nuova tempesta minacciava di scoppiare quando ancora sordamente rumoreggiava l’altra non del tutto sedata!

Al primo annunzio di quella marcia, Inglesi, Russi ed Austriaci, per favorire i quali i Borboni avevano rotto la neutralità promessa all’imperatore Napoleone e che avevano occupato Teano, Venafro, Mignano, ebbero ordine dai loro governi di ritirarsi! Il Lascy, generale russo, fece sapere al generale napoletano che era impossibile di difendere tutta la frontiera del Reame; e poichè gli eserciti del suo Signore erano sbarcati nelle Due Sicilie come ausiliarî dell’Austria, or che questa aveva cessato dalle ostilità, dovevano rimbarcarsi, perciò la Russia tornava ad essere neutrale! Tale era la ricompensa della mala fede, lo scherno aggiunto alla ruina! Re Ferdinando si vide perduto: spedì non pertanto il cardinale Ruffo al Massena per tentare un armistizio ed aver tempo d’indurre a più miti consigli lo Imperatore, ma quando seppe che il Ruffo era stato imprigionato a Ginevra, quando vide incerti i ministri convocati a consiglio, concordi i generali nel ritenere inutile ogni difesa contro l’invasore, elesse a Vicario generale il figlio Francesco e fuggì in Sicilia.

Ma il Vicario non potè o non seppe fare altro che ripetere i tentativi già falliti, onde disperò anche lui, e col fratello Leopoldo prese la via delle Calabrie per poi ricoverarsi in Sicilia. Così il nembo che si appressava, rumoreggiante ancor lontano, cacciava innanzi a sècoloro cui incombeva di opporglisi: il Reame che a gran pena si era ricomposto pochi anni innanzi, si sfasciava di nuovo per inettitudine dei suoi reggitori.

Pure, mentre gli uomini disperavano, mentre il re fuggiva, mentre i generali spezzavano la loro spada, una donna restava fiera, tenace, impavida, deliberata ad inabissarsi col regno se tale era il decreto dal fato... S. M. la Regina.

Era rimasta sola nella Reggia, ma bastava il saperla là vigile, istancabile, risoluta a lottare, bastava perchè il popolo s’illudesse che il pericolo potesse ancora scongiurarsi. Anche i più timidi, che poco innanzi avevano consigliato il Re a fuggire, incominciavano quasi a rincorarsi, a propendere per le risoluzioni ardite, a credere che si potesse resistere, sia pure per salvar l’onore, ai Francesi che sempre più si avanzavano. Per le scale della Reggia era un salire, un discendere di gentiluomini e di popolani, tra i quali alcuni ceffi che pochi anni innanzi si erano segnalati a capo dei lazzaroni; era uno scalpitar di cavalli nell’ampia corte, montati da corrieri che partivano curvi sugli arcioni o ne scendevano gettando le redini agli accorsi palafrenieri.

Il popolo commentava la notizia per le vie formando dei capannelli che presto si scioglievano, essendo pur sempre un pericolo l’occuparsidegli affari dello Stato, e ben si ricordavano i giorni di terrore che eran seguiti al ritorno della Corte e gli altri nei quali la città era rimasta in balia delle orde capitanate dal Cardinale. Però se coloro che aspettavano con impazienza l’esercito straniero per poter insorgere, pur non osando far voti palesi, eran tenuti incerti dal saper la Regina tuttora nella reggia; i più timidi, quelli che nei trascorsi rivolgimenti non avevano parteggiato nè per la repubblica nè per la monarchia, ma che avevano subito i danni della sanguinosa lotta tra le due nazioni, eran disposti a credere esagerate le notizie che correvano, e fidavano nella indomita energia dell’Austriaca che era rimasta per tener fronte all’uragano. Essa l’unica forza, essa l’unica volontà, essa infine l’unico uomo, come ebbe a dire Napoleone che col suo esempio rendeva arditi i più timidi e con le parole sue e col lenocinio della bellezza sapeva infondere fede nel trionfo anche ai più esitanti. E l’effetto era questo, che la città si serbava tranquilla in apparenza; e poichè già si era in Carnevale, gli spettacoli non erano stati sospesi, anzi correva voce che la Regina sarebbe intervenuta al veglione del S. Carlo e con essa sarebbero intervenute tutte le più belle dame della Corte, quelle che eran famose non solo per la bellezza, ma anche per gli amori e le avventure che loro si attribuivano. Coloro però che temevano per sè idanni di una invasione avevano ben altro pel capo che di divertirsi; ma le famiglie della grassa borghesia si sarebbero guardate bene dal mancare quella sera per non far credere che fossero ostili o avesser paura. Quarantacinque mila francesi già quasi ai confini del regno non le rassicuravano, tanto era il terrore che incuteva quella donna, l’unica che avesse accettato con saldo animo la sfida dell’onnipotente Napoleone.

Chi dunque verso le prime ore della notte di quel giorno di gennaio avesse visto la folla gaia e spensierata in apparenza che faceva ressa innanzi alla porta del S. Carlo; chi alla luce delle torce che i valletti sorreggevano mentre dai cocchi scendevano le dame avvolte negli scialli fra le cui pieghe scintillavano le gemme che ne ornavano il seno, i capelli, avesse visto le brigatelle di maschere rumoreggianti su per le scale, e la folla variopinta salire interminabilmente come se tutta la città fosse accorsa anelante, non avrebbe punto creduto che il nemico si avanzasse apportatore di rovina. Si sapeva che l’Austria aveva quasi imposto che quella sera la città si divertisse, e la città pareva ben lieta di ubbidire, a giudicare dal brio e dalla folla.

La vasta sala che non aveva ancora in Europa altra a sè simile, fiammeggiava rumoreggiante di una folla di maschere che però ancorasi contenevano compostamente. I palchetti eran tutti gremiti: nella luce degli specchi si centuplicavano gli smaglianti colori delle vesti, e nello scintillìo delle gemme si delineavano le leggiadre figure delle dame, alcune delle quali, anche esse in maschera di seta o di velluto.

Solo il palchetto reale era ancora vuoto, e tutti gli occhi vi si fissavano impazienti, mentre l’ampia sala continuava a riempirsi di maschere dai costumi bizzarri, taluni grotteschi, altri di una ricchezza che faceva correre un mormorio di meraviglia. Nel rumore confuso delle porte che sbatacchiavano, del fruscìo delle sete o del velluto, del vocìo di quella gente quasi tutta mascherata sentivansi gli accordi dei violini dell’orchestra in fondo al palcoscenico. All’aprirsi di ogni palchetto, e al comparire in essi delle signore col seno e con le spalle denudate, e delle maschere elegantissime che si sporgevano per guardar nella sala, si mormoravano i nomi più cospicui dell’Olimpo napolitano e della colonia forastiera.

Ma il vocio tacque quando si videro due valletti della Corte avanzarsi nel palco reale e sciorinare un tappeto di broccato sul davanzale. Ciò voleva dire che Sua Maestà la Regina si sarebbe degnata di intervenire al veglione in segno di benevolenza pei suoi fedelissimi sudditi: ciò voleva dire anche che il pericolo era ancora lontano se non del tutto scongiurato, eche S. M. dava per la prima l’esempio d’animo sereno e fidente. Ci era dunque dell’esagerazione in quel che si diceva? Del resto poichè la Regina mostrava di non essere punto preoccupata, non sarebbe stato meglio godersela quella notte di piacere? Parve che di questo avviso fosse tutta quella folla rincorata dall’apparizione dei due valletti che si ritrassero dopo aver spiegato il gran tappeto di broccato che portava nel mezzo trapunto in oro lo stemma dei Borboni.

In fondo alla sala col gomito appoggiato alle pareti, la testa in alto si teneva immobile un brigante calabrese che aveva di una maschera nera coperto il viso, ma i cui occhi scintillavano attraverso i fori. Il costume di velluto nero coi bottoni di argento giustificava il lungo pugnale la cui elsa arabescata scintillava anche essa sopra la larga fascia rossa che cingeva i fianchi dell’uomo mascherato, il cui cappello a cono infettucciato posava un po’ a sghembo sulla lunga nera capellatura, che, come era nell’uso del tempo, cadeva a riccioli sul largo collare della bianca camicia ripiegata sulle spalle. Molte maschere, la cui muliebre leggiadria era tradita dalle linee del corpo nelle vesti bizzarre, e lo spirito ardente dal lampo dello sguardo attraverso le mascherine, gli si erano fatte intorno guardandolo con ammirativa curiosità che sarebbe stata più indiscreta e più rumorosa sel’attesa dalla Regina non l’avesse tenuta a freno. Ma il giovane, che tale era di sicuro a giudicare dalla gagliardia delle membra e dalla sveltezza della figura, non pareva accorgersi della ammirazione che destava, pur non potendo suporre che si parlasse d’altri che di lui.

— Un capobanda del cardinale Ruffo — disse una delle maschere che si era fermata a contemplarlo.

— Il povero Ruffo è prigioniero a Ginevra — rispose una voce — almeno così si dice.

— Non si parli di politica: l’ordine è di divertirsi. Abbiamo avuto le forche, chi sa se avremo la farina, è certo che stasera abbiamo una festa...

— Ma è proprio in maschera cotesto brigante? O che non abbia della maschera solo quella del viso?

Ma colui del quale si parlava non prestava ascolto a tali voci: si teneva tuttora immobile non distogliendo gli occhi dal palco reale. Sol quando alcune mascherine a braccetto fingendo non vederlo l’investirono così da farlo rimuover da quello atteggiamento, ebbe come un lampo nello sguardo.

— Donnette mie, non è ancor l’ora. Venite più tardi a gittarvi fra le mie braccia che sono abbastanza robuste per portarvi via tutte e quattro.

Non aveva punto mutato tono di voce: lemascherine a quelle brutali parole rimasero perplesse, poi soffocando uno scoppio di riso passarono oltre.

— Capperi, è un brigante sul serio! — disse una di esse.

— Portarci via tutte e quattro? Sì, e poi?

— Oh, eccone un altro — esclamò una delle maschere.

In fatto avevan dato di petto in un altro brigante calabrese mascherato anche esso, ma nella persona differiva dall’altro. Era tozzo, massiccio, assai negletto nelle vesti che potevano dirsi povere. Alcune ciocche grige gli cadevano sulle guance coperte dalla maschera, e l’incedere un po’ incerto, l’evidente imbarazzo dei suoi atti facevano supporre che ei fosse affatto nuovo a quel bailamme. Invero, urtato dalle quattro mascherine non si fece da parte, ma alla sua volta diede una spinta e con una spallata fece cader due del gruppo che si diedero a gridare come gazze ferite.

— Mascalzone, villanaccio! — urlavano non più con le vocine in falsetto le due mascherine che erano andate giù a gambe in aria.

Ad una di esse si era sciolta la maschera e coloro che le avevan fatto cerchio intorno riconobbero nella caduta la più vezzosa delle ballerine che aveva un nome molto noto fra i gaudenti, onde molti si affrettarono a porgerle la mano per aiutarla a rimettersi in piedi.

— Che è accaduto, che è accaduto? — le si chiedeva premurosamente. — Vi siete fatta male?

— No, no, nulla — rispose la ballerina accesa in volto per lo scorno e cercando di ricomporre le vesti del suo costume di fioraia. — Gli è che a certi facchinacci non si dovrebbe dar l’accesso ai luoghi in cui va la gente come noi.

— Ha ragione, ha ragione — urlarono alcune voci. — Tutta una invasione di sanfedisti stasera al S. Carlo! Ne ho contato almeno una dozzina.

— È una indecenza.

— Uno scandalo.

— Zitto — disse una voce — son gli amici della Regina.

— Son dunque briganti sul serio?

— Ma no, ma no, saran magari dei gentiluomini che per far la corte a Sua Maestà...

— Quel villanaccio non è certo un gentiluomo! — disse uno dei più ardenti corteggiatori della bella Coralia la ballerina.

E si diede a gridare:

— Alla porta il brigante, alla porta.

— Alla porta — gridarono alcuni altri che si erano fatti intorno alla bella fioraia e col pretesto di ricomporle le vesti ne carezzavano le spalle bianche e grassocce — alla porta.

A quelle grida la folla non sapendo l’accadutosi era riversata tutta intorno al gruppo delle quattro mascherine, impedendo così a colui che era stato causa del fermento di rompere il cerchio che si era fatto intorno a lui. Se ne stava immobile sotto la maschera, volgendo qua e là due occhietti grigi quasi incerto se proprio a lui si rivolgessero quelle voci, ma non potè dubitarne quando un pulcinella alto e robusto con un gran naso di cartapesta, con voce chiocciante gli gridò all’orecchio:

— Hai inteso, hai inteso? Alla porta, facchinaccio.

— Ah, santo diavolo! — urlò l’ometto — dite proprio a me?

— A te, sì — risposero alcuni mostrando le pugna.

— A me per aver risposto all’urto di quella sguaiatella infarinata come un pesce da friggere?

— Te lo do io in faccia il pesce da friggere — urlò il pulcinella che fidava forse un po’ troppo sulla sua forza muscolare.

Ed alzò il braccio, ma di un tratto si intese sollevato di peso: l’omiciattolo lo aveva abbrancato per le gambe e incurante dei pugni, che l’altro gli faceva piovere sulla testa, lo sollevò sulle braccia gridando alle maschere:

— Largo, largo, altrimenti ve lo scaravento addosso!

E senza visibile sforzo si aprì il passo tra lafolla, che mutabile come è sempre d’impressione, si diede a ridere e ad urlare dietro al nano, che imperturbato portava sulle braccia quel gigante cui accrescevano comicità le vesti di pulcinella. La musoneria per l’attesa della Regina si era rotta di un tratto. La folla dei palchetti si sporgeva per veder meglio, e le risate, le voci, i battimani si confondevamo in un rumore assordante.

Ma la marcia trionfale dell’ometto fu arrestata di botto. Fendendo la folla l’altro mascherato da sanfedista, che fin allora, forse perchè assorto nell’attesa della Regina, non si era accorto di quel che era avvenuto, giunto innanzi all’ometto gli mise una mano sulla spalla dicendogli:

— Non fare il fanciullo, via, lascia andare cotesto pulcinella.

— Lo voglio mettere alla porta come voleva far di me lui.

— Lascialo andare, te lo impongo.

L’ometto rispose con una scrollata di spalle, esitò un istante, poi aprì le braccia e il pulcinella cadde tra la folla che si diede di nuovo a ridere e ad urlare.

— Ho fatto il piacer tuo — disse l’ometto al nuovo sopraggiunto — ora andiamo via, andiamo via, perchè... tu mi conosci, se mi sale il sangue agli occhi te ne scanno una dozzina. Io non son fatto per...

— Va ad aspettarmi fuori, dove sai — rispose l’altro sottovoce. — Verrò presto a raggiungerti. Resti soltanto qui il Ghiro ed il Magaro che san più contenersi...

— Contenersi, contenersi! — borbottò l’ometto seguendo l’altro che si era diretto verso la porta sottostante al palco reale.

Ivi giunto sostò: volse lo sguardo per la folla e vide qua e là alcuni mascherati nella sua foggia istessa i quali parevano guardassero verso di lui. Egli fece un segno, e poco dopo li vide ad uno ad uno venire alla sua volta. Nel passar loro d’accanto mormorò pur facendo sembiante di non badare ad essi:

— Seguite Pietro il Toro... qui siamo in troppi.

Fece un segno ai due ultimi che si arrestarono.

— Voi restate, ma non mi perdete di vista.

Intanto per l’ampia sala era corso un mormorio che si era propagato pei palchi: le teste si levavano in alto, e tutti gli sguardi convergevano nel palco reale la cui porta in fondo si era aperta e lasciava vedere una doppia fila di valletti che sostenevano dei candelabri d’argento i: cui ceri accesi mandavano una vivissima luce. Di un tratto in quella luce apparve la Regina. Quantunque nell’età in cui ogni altra donna mostra in volto l’ingiuria del tempo, Carolina d’Austria era ancor fiorente di bellezzaalla quale cresceva fascino la naturale maestà della persona. Si avanzò lasciando cadere il ricco mantello di bianca pelliccia e agli sguardi ammirati tutta si offerse la stupenda persona vestita di broccato trapunto d’oro che lasciava scoperto parte del seno e delle spalle sulla cui lattea bianchezza spandevan vivide scintille le gemme di una collana. Su la folta massa dei capelli incipriati leggermente, sicchè ne traspariva l’aureo colore, fiammeggiava al lume dei ceri la reale corona, ma vieppiù fiammeggiavano gli occhi grandi e azzurri il cui sguardo superbamente sorridente scorreva per la folla. Le labbra umide e accese mettevano come una macchia di sangue nel viso di un ovale perfetto, il cui naso profilato e dritto, il mento accentuato eran segno di volontà e di tenacità inflessibile.

La folla rimase per un istante in silenzio, come sopraffatta dal fascino di quella regale bellezza che il tempo non aveva punto alterato. Nè le tante sconcie dicerie che correvano intorno alle sregolatezze di quella figlia di una imperatrice, nè il suo sanguinoso passato, nè i lamenti delle tante vittime che per odio di lei avevano asceso il patibolo, nè le crudeltà, nè i tradimenti che le si attribuivano valevano ad attenuare l’ammirazione che ella destava con la sua prepotente bellezza. Si sapeva che ella era fra le più colte, se non la più colta donnad’Europa: che parlava e scriveva ben quattro lingue; che era raffinata nello spirito cui non era estranea nessuna delle più astruse discipline; che nei consigli della Corona aveva portata la sua volontà adamantina la quale era stata costretta a piegare innanzi alla molle inettitudine dei ministri e del Re; che era stata lei, col suo fascino a decidere e coi suoi consigli a sorreggere il cardinale Ruffo nella conquista del Regno; lei a tener schiavo lord Nelson; lei a depurare della setta liberalesca le provincie; lei a voler soffocata nel sangue la Repubblica Partenopea. E a tante immagini di morte, di eccidii, di rovine fumanti su cui si ergeva tragicamente superba quella donna, degna di lottar coi giganti, ma costretta a vivere fra i pigmei, si univano, si confondevano con uno strano contrasto, con una ben cruda antitesi, i suoi amanti più noti. Gualengo, il duca di Regina, Caramanico, Rameski, Acton, Saint Cler; le sue amiche, fra le quali quella Lady Hamilton, il cui nome era tutto un miraggio di lascivie; e le debolezze, i capricci, le avventure vere o false, le orge di una notte, gli amori di un istante. Di un tal complesso di ombra e di luce, di oro e di fango, di maestà e di abbiettezza, di capriccio e di volontà ferrea, di epiche imprese e di intrighi volgari, di arditi progetti a cui poco mancò non assentisse Napoleone e di dimestichezza, come attestano le sue lettere, coipiù feroci capibanda, era fatta quella donna, quella Regina, che al par di sua madre che disse: Io sono il re Maria Teresa, avrebbe potuto dire: Io sono il re Maria Carolina.

E tutto un tal complesso soggiogava la folla, stupita altresì di quella bellezza giovanile e sfolgorante in una donna già sul declivio, che quasi a sfida del destino, mentre un esercito marciava per scacciarla dal trono, mentre il marito, i figli, i ministri, i grandi dignitari del regno vinti dal terrore, eran fuggiti in Sicilia, sola, imperturbabile si presentava in una notte di piacere alla folla, nelle vesti regali, con la corona regale, fiera, imperiosa e pur sorridente come assoluta signora e sovrana al cui cenno eran cadute tante teste, al cui corrugar del ciglio aveva tenuta dietro tanta rovina.

E come vinta da tanta audacia, come vinta da tanto sfolgorar di bellezza, un grido formidabile si elevò dalla folla che gremiva la sala e i palchetti:

— Viva Sua Maestà la Regina!

Ella rimase dritta, immobile, senza che una piega del labbro o un lampo dei grandi occhi cerulei tradisse gli interni moti dell’animo. Era la sovrana che accoglie l’omaggio dovutole; era l’arbitra della vita e della morte di tutti quei suoi sudditi che non doveva ad essi neanche un segno di aggradimento. Solo allorchè gli evviva divennero vieppiù insistenti, piegò ilcapo come infastidita, e sedette, volgendosi a mezzo verso l’interno del palco a discorrere con un personaggio dalla sfarzosa divisa di generale, col petto costellato di decorazioni che si teneva in piedi, mentre alcuni ufficiali del seguito si eran ritratti in fondo al palchetto.

La folla a poco a poco cessò dagli evviva, pure si conteneva tenuta in soggezione dalla presenza della Regina quantunque non ne vedesse che le spalle e il profilo della testa. Ma un’altra figura attrasse l’attenzione di coloro che avevan fissi gli occhi nel reale palchetto: era la stella presso al sole, la stella di una luce più mite, più soave, più evanescente, che si affisa non tanto con meraviglia, quanto con affettuosa, rapida compiacenza: un profilo di giovinetta, bionda anche essa e bianca, che nella luce dei ceri onde sfolgorava il palco reale delineavasi come una immagine radiosa. Nessuno sapeva chi fosse: era la prima volta che anche i più assidui ai balli ed ai ricevimenti della Corte vedevano quella gentile creatura che pareva una santa discesa dall’altare. Dal modo come la Regina le rivolgeva la parola chiaro appariva che molto l’amasse: ora Carolina d’Austria non aveva fatto mai un mistero delle sue predilezioni, anche di quelle onde tanto si parlava: chi era dunque la nuova favorita che mentre le altre tutte allo appressarsi della tempesta eran fuggite abbandonando la Corteresa famosa pei loro vizi come per le loro bellezze, appariva di un tratto quale una nuova stella di una luce sì blanda e sì dolce?

Agli evviva ed al rumore che si eran destati all’apparir della Regina, il giovane mascherato da bandito aveva lasciato di botto gli altri due compagni ed era entrato nella sala facendosi largo a forza di gomito. Giunto nel mezzo si rivolse, però indarno cercò di vedere in viso la regal donna che continuava a discorrere volta a mezzo nello interno del palco. Ma mentre lo sguardo di lui cercava il viso della Regina si incontrò in quello di colei che le sedeva a fianco, un po’ discosta.

— Ah! — esclamò il giovane trasalendo — ho le traveggole al certo, ho le traveggole!

Era rimasto immobile, incurante degli spintoni della folla, con gli occhi che dardeggiavano attraverso la maschera e fissi nel palco reale.

— Vaneggio forse, vaneggio? — mormorava il giovane. — Alma qui, Alma, nel palco della Regina! Non è possibile, non è possibile! Strana, prodigiosa rassomiglianza però... Ma bisogna che sappia, bisogna che vegga, dovessi anche arrischiare la vita...

In questo fu investito da un gruppo di maschere entrate allora allora come un turbine: colto all’improvviso non resse all’urto e ne fu travolto. In quello stesso istante la Regina siera alzata, aveva fredda ed impassibile guardato per poco la folla, quindi si era avvolta nel bianco mantello che uno dei personaggi del seguito teneva spiegato dietro a lei e si era incamminata verso l’uscio del palchetto per andar via. Quando il giovane potè liberarsi dalla folla delle maschere e alzò il capo, la Regina era già uscita: però dietro a lei intravide per un attimo quella che lo aveva fatto trasalire di stupore, ma non ne intravide che il profilo e la figura sottile e l’aureo volume delle chiome senza cipria. Poi il palco rimase vuoto quantunque continuasse a sfavillare di luce.

La partenza della Regina fu il segnale del baccano che scoppiò di un tratto. Le prime note di un ballo vibrarono nel chiasso sempre crescente e si mescevano agli urli, alle risa, al calpestio delle maschere delle quali i bizzarri costumi dagli sgargianti colori si fondevano in una iridescenza che turbinava per la vasta sala al cui schiamazzo si univa il vocio assordante che veniva dai palchi, dai corridoi, dalle scale. Forse ben pochi di quella folla si conoscevano, ma accomunati dall’ebbrezza, e dal proposito di darsi al piacere si erano presi per la mano formando così una catena che riddava volgendo nelle sue spire anche coloro che avrebbero avuto intenzione di starsene in disparte. La maschera toglieva ad ognuno che ne aveva coperto il viso la personalità che imponeriguardi e gravità di modi, sicchè, mentre le note della danza si spandevano fragorose sferzando al piacere, la folla delirante si contorceva come ossessionata riddando in una catena che si scioglieva, si aggrovigliava in una matta confusione, nella quale le acute grida delle donne si mescevano agli urli degli uomini.

Alcuni pochi però si erano garentiti dall’esser travolti tenendosi ben saldi con le spalle alle pareti in fondo alla sala; fra questi i tre dal costume brigantesco, che con le braccia conserte parevano del tutto estranei a quel baccano infernale, e si tenevano impassibili mentre alcune maschere staccatesi dalla folla cercavano di trarli a sè or con moine, ora con ingiurie.

Parve intanto che uno dei tre fosse stanco perchè staccatosi dalla parete si avvicinò a colui che poco anzi gli aveva imposto di restare.

— Ma insomma — gli disse — capitano Riccardo, che facciamo? Io non ne posso più, mi par d’ammattire. Sapete che la pazienza non è fra le mie virtù...

Colui che era stato chiamato capitan Riccardo rispose aspramente:

— Se ne ho io della pazienza, puoi averne ancora tu. L’appuntamento è per questa notte al veglione del S. Carlo, ma l’ora non ci fu indicata.Se andiamo via, come raccapezzarci poi, come ritrovarci?

— Ma io soffoco con questa maschera al viso, soffoco — borbottò l’altro tornando ad appoggiarsi alla parete. — Se perderò la pazienza, ne farò una delle mie con coteste sfacciate male femmine che mi vengono innanzi per tentare il cane che dorme.

La ridda continuava vieppiù sfrenata nel baccano: delle donnette in abito dapierrots, da postiglione, da pescivendole pressochè denudate nell’arruffio della folla si lasciavano rincorrere da alcuni pulcinelli che emettevano grida selvagge; nei palchetti non era meno chiassoso il brio quantunque più composto. Era scoccata la mezzanotte e alle note della musica, alle grida della folla, allo scalpiccìo dei ballerini si univa l’acciottolìo dei piatti, il tintinnìo degli argenti chè già nei palchetti incominciavano a servirsi le cene.

— Ma dunque, bel brigante — disse una delle pescivendole fermandosi innanzi a colui che aveva risposto al nome di capitan Riccardo — non balli, non urli, non ti muovi con cotesti tuoi compagni! A chi fai la posta dunque? Vuoi che io ti sequestri con altre due amiche e ti imponga il riscatto di una cena?

— Non me lo sarei fatto dire due volte — rispose capitan Riccardo — ma, bella mascherina, aspetto qui una persona.

— Ah, una donna?

— Può anche essere.

— E cotesti tuoi compagni?

— Aspettano con me.

— Nulla da fare dunque?

— Nulla.

In questo il giovane si intese preso per le due braccia, si rivolse: due donne mascherate di un ricco domino di seta e velluto, scarlatto l’uno, azzurro l’altro, si stringevano a lui: l’azzurro dalla taglia svelta e flessibile tremava senza profferir parola, l’altro dalla persona magnifica di plastica bellezza pareva meno spaventato e gli si rivolse dicendogli:

— Se siete giovane, se siete gentiluomo, se avete il coraggio che si conviene all’abito che portate, accompagnateci fino alla porta per garentirci da alcuni ubbriachi che ci perseguitano.

Egli intanto sentiva stretto alla sua persona tremante, convulsa l’altro domino il cui mascherino di seta lasciava scoverto il mento di una luminosa bianchezza e una bocca piccola e rosea come un fiore.

— Presto, presto — disse il domino scarlatto attirando il giovane verso la porta.

Rimase per un istante irrisoluto. Era un tranello che gli si tendeva, un tranello da veglione per scroccargli una cena? Ma la voce che aveva parlato con uno spiccato accento straniero,pur pregando era così imperiosa che il giovane non dubitò più oltre che un pericolo le minacciasse, e che quelle due donne, l’una al certo assai più giovane dell’altra, appartenessero alla nobiltà o per lo meno alla ricca borghesia.

— Ve ne prego, ve ne prego, signore! — mormorò il domino azzurro stringendoglisi vieppiù alla persona.

Egli allora si rivolse ai due suoi compagni e disse:

— Aspettatemi; se intanto viene colui che sapete, aspetti anche esso.

— Capperi! — borbottò l’uomo mascherato che aveva risposto al nome di Magaro — il capitano se le porta via a due a due...

— O meglio, si lascia portar via...

— E noi che ci facciamo qui?

— Aspettiamo finchè verrà il messo, poi una di quelle pescivendole mi ha stuzzicato un po’ troppo. Non piacerebbe anche a te di fare un po’ di carnevale?

— A me piacerebbe d’essere sui i nostri monti, con un buon fiasco di vino innanzi, e una bella ragazza di Gimigliano sulle ginocchia.

Le femmine di Gimigliano, paesello della provincia di Catanzaro godevano anche allora fama di essere le più belle e insieme le più facili delle Calabrie.

Capitan Riccardo alla voce del domino azzurroche pregava con accento così sommesso e così tremante, si era scosso come se non per la prima volta sentisse quella voce, quasi l’eco lontano di una voce ben nota.

— Eran dunque queste le donne che aspettavi? — gridò la pescivendola facendosi innanzi — Capperi, mamma e figlia! Non hai molti scrupoli tu, da vero brigante!

Il domino che pel primo aveva rivolto la parola a capitan Riccardo si fermò ed ebbe negli occhi un lampo di ira terribile che scoccò come un baleno dai fori dalla maschera.

— Ah, ah! — urlò ridendo la pescivendola — pare che la mamma non voglia che si scherzi sul vero. Te la raccomando, bel brigante, serbale le bricciole, poveretta!

Intanto erano giunti presso la porta. Il domino scarlatto che pareva più avanzato negli anni dell’altro si fermò, sicchè capitan Riccardo ebbe l’agio di osservarlo. Dai lembi del cappuccio sbucavano fuori alcune ciocche bionde che serbavano tracce di polvere di Cipro: il mento e metà delle guance non coperte dalla maschera erano di una scultoria purezza, quantunque il mento fosse fortemente pronunziato. Se non era giovane molto, doveva essere assai bella quella donna di cui sentiva le forme magnifiche aderenti talvolta alla persona, di cui vedeva gli occhi limpidi e azzurri che avevano però una certa superba espressione di durezza.

— Il pericolo è là, nel peristilio, ove essi ci attendono, dopo aver perduto le nostre tracce.

— Essi? Chi? — disse lui che incominciava ad esser punto non solo dalla curiosità, ma da un certo interessamento.

— Eravamo in un palco, per goder dello spettacolo che la mia compagna non ha mai visto, quando alcuni signori, al certo ubbriachi, han forzato l’uscio. Fra essi ci era anche un marinaio, in divisa da ufficiale.

— In divisa? — chiese lui.

— In divisa: si son precipitati su noi perchè quel marinaio aveva scommesso d’aver riconosciuto in me... non so quale signora di sua conoscenza.

— E come siete sfuggite?

— Quei signori erano male in gambe: ne rovesciai due con una spinta, e trascinando la mia compagna fui sull’uscio. Presero ad inseguirci pei corridoi, finchè tra la folla ci perdettero di vista e noi potemmo rifugiarci nelle sale ove non hanno osato di seguirci, ma ci aspettano al certo nel peristilio.

— Ma può anche darsi che siano andati via...

— No, no: quel marinaio, quantunque ubbriaco, aveva scommesso e quando un marinaio scommette... Eppoi aveva un altra motivo forse...

— Ma perchè proprio a me avete chiesto aiuto?

— Voi vestite un abito che indica un valoroso... Eran vestiti così coloro che riconquistarono il regno al re legittimo — rispose l’incognita alzando gli occhi per scrutare quelli del giovane. — Ma se mi sono ingannata, se avete paura...

— Paura io? — esclamò il giovane scoppiando in una risata come se avesse inteso la cosa più strana del mondo. — Sappiate, signora che quesito per me non è un abito di maschera, è l’abito che vesto ordinariamente, e che io fui con coloro che, come voi dite, riconquistarono il regno al re legittimo.

— Siete calabrese dunque?

— Ho questo vanto...

— E come vi chiamate?

— Mi chiamo capitan Riccardo.

— E niente altro?

— E niente altro — rispose il giovane, il cui accento fino allora tranquillo ebbe una inflessione di amarezza.

L’altro domino che in quel mentre si era tenuto in silenzio pur guardandosi intorno come se temesse di veder da un istante all’altro sopraggiungere coloro dai quali era sfuggito, fece un atto di maraviglia e si distaccò dal giovane a cui fin allora si era tenuto stretto.

— Pare dunque che aspettavate delle donne! — rispose il domino che fin allora aveva parlato. — La vostra amante al certo...

— No — disse il giovane — non aspettavo un donna. Son giunto ieri con alcuni compagni... Insomma, signora, ditemi fin dove dovrò accompagnarvi chè io non posso di molto allontanarmi da questa sala.

— Ah! — fece il domino con un grido — capisco ora, capisco. Voi aspettate un messo, un messo che vi dirà in qual luogo e in quale ora vi si aspetta coi vostri antichi compagni.

— Che ne sapete voi, che ne sapete voi? — esclamò il giovane trabalzando. E si chinò per guardar negli occhi l’incognita che chinò il capo soffocando uno scoppio di riso.

— Andiamo, andiamo, mi son ben diretta, non ho nulla a temere con voi. Non foste voi a dar pel primo la scalata al forte di Vigliena difeso da centocinquanta dei vostri compaesani, bravi al par di voi, ma che avevano la testa sconvolta dalle infamie rivoluzionarie? Eravate sergente allora di una delle bande più valorose del... del Cardinale, e foste fatto ufficiale.

— Si, sì, è vero, ma mi conoscete dunque, mi conoscete? — gridò il giovane sbalordito.

— Guadagnaste il grado di sergente all’assalto di Cotrone, ove foste ferito nel petto — continuò l’incognita.

— Ma ditemi chi siete, ditemi che siete! — gridò il giovane.

Il grido fu inteso da alcune maschere che si rivolsero:

— Oh, lo sciocco, oh lo scioccone! — esclamarono con uno scroscio di riso — È una femmina che ti vuole scroccare una cena per sè e per la compagna... Ah, ah, il cafone!

E prendendosi per la mano si diedero a riddare intorno al calabrese e ai due domino.

— Usciamo, usciamo! — mormorò il domino che fin allora si era tenuto in silenzio stringendosi al calabrese da cui si era un po' scostato.

— Bel pezzo di femmina, il domino scarlatto, come piacciono a me! — disse un postiglione che facendosi largo, arrotondò il braccio e chinandosi verso il domino scarlatto. — Venite meco, mascherina: prendete il mio braccio e giuro sulla bellezza delle vostre spalle che ce la godremo...

— A me piacciono le cosettine gentili — disse un turco — gli occhi di stella nuotanti nel languore del tramonto, come scrisse un poeta.

E aveva già infilato il braccio in quello del domino azzurro che più dell’altro pareva spaventato e convulso.

In questo il Calabrese che fin allora si era contenuto cercando di trarre fuori le due sconosciute, si liberò da esse e slargando con forza le braccia fece andare ruzzoloni il turco ed il pulcinella. Poi strappandosi e gittando via la maschera si fece innanzi alla folla e gridò:

— Ed ora che mi vedete qual sono in viso,se non ci lasciate libero il passo vi spezzo il cuore come è vero Dio!

Era un bello e fiero viso dall’ampia fronte, dagli occhi neri e lucenti, dai baffi neri e folti, un bello e fiero viso di soldato con un’impronta di audacia che fece dare un passo indietro alla folla, la quale comprese che il giovane diceva sul serio.

— Andiamo, signore, andiamo, chè questa canaglia non oserà più di infastidirvi.

E prendendo col braccio le due donne si diresse verso la porta che varcò senza che nessuno gli contrastasse il passo. Ma la folla appena egli disparve coi due uomini si diede ad urlare, mentre il turco ed il pulcinella erano trattenuti dagli amici.

— Ed ora permettere che rientri — disse il giovane appena furono in istrada.

Questa volta fu il domino azzurro che si era tenuto silenzioso quantunque apparisse più dell’altro preoccupato e tremante che gli si strinse al braccio dicendo con voce soffocata:

— Eccoli, eccoli, li riconosco, son quelli che entrarono nel palco... riconosco il marinaio!

Invero in fondo al portico, al riverbero della luce di una delle porte un gruppo di uomini discorreva sotto voce.

A tali parole capitan Riccardo trasalì: quella voce non gli era nuova, suscitava in lui certi antichi ricordi della prima giovinezza, che nonaveva punto obbliati ad onta della avventurosa sua vita.

— Oh! — disse arrestandosi a contemplare l’incognita che chinò il viso stringendo con una manina piccioletta nel guanto che la copriva i lembi del cappuccio.

— Non ci lasciate ora, non ci lasciate! — mormorò l’altro domino — essi ci han visto... Si avanzano verso di noi...

— Rientriamo, rientriamo — fece la compagna.

— No, no, sarebbe peggio...

Poi voltasi al giovane:

— Se vi sta a cuore il vostro avvenire, continuate a difenderci... Afferrate pel ciuffo la fortuna... occorre assai meno di coraggio di quel che non mostraste all’assalto del forte di Vigliata.

— Sì, sì, ma, ve l’ho detto, aspetto un messo: appunto perchè ho bisogno che la fortuna finalmente mi sorrida è necessario che il messo mi trovi ove ha detto che sarebbe venuto.

— Quanti anni avete? — chiese di un tratto l’incognita.

— Ventisette, ventotto anni, non so bene. Ma... che importa a voi?

— Siete dunque nel fiore della giovinezza, siete soldato, un bel soldato, avete un cuore da leone e... e non vi commovete alle preghiere di due donne in pericolo che forse sono anche giovani e belle?

Non ebbe tempo di rispondere, il gruppo si era mosso, ma pareva ancora incerto: il giovane si sentì trascinato dal domino il quale gli aveva volto quel rimprovero e che aveva preso la via della piazza rasentando il muro, quindi aveva voltato verso l’angolo del palazzo reale.

— Usate prudenza — mormorò il domino — fra pochi istanti saremo al sicuro e potrete tornare nelle sale.

— Oh, sentite — disse il giovane — poichè mi ci avete messo in questo ballo, ci resto. Se per mettervi al sicuro vi fa bisogno di poche istanti, andate andate, ed io vi giuro che dovessi anche farmi uccidere saprei impedire a chicchesia di seguirvi.

— Ne ero certa, ecco che vi rivelate qual siete, ed io...

Ma non potè proseguire: il gruppo che si era avanzato finallora silenzioso, di un tratto si avventò su loro gridando:

— Non ci sfuggirai, adesso, non ci sfuggirai. Ti abbiamo riconosciuta, vile, fedifraga, adultera! È il sangue delle tue vittime che ha dato il colore al tuo domino?

Con un rapido atto, capitan Riccardo spinse dietro a sè le due donne in modo da ricoprirle tutte col corpo e traendo il largo e lungo pugnale che portava alla cintola per completare il costume, si rivolse al gruppo mentre indietreggiavaper giungere in un angolo ove aveva visto una porticina che poteva garentirgli le spalle.

— Piano, piano — disse rivolgendosi al gruppo che era sostato vedendo balenare l’arma nel pugno del giovane. — Che diavolo contate? Queste qui son due ragazze che ho incontrate questa notte al veglione.

— Seguitemi, seguitemi — mormorava intanto dietro a lui il domino scarlatto — giunte alla porticina siamo salve.

— Se è così — fece il marinaio che pareva il più risoluto degli altri quattro — ignorate chi siano coteste due femmine! Vogliamo vederle, e perciò vi consigliamo di andar via, di lasciar che noi facciamo i nostri conti con una di esse.

— Questo poi no, cari signori — rispose il giovane che si manteneva calmo e freddo — questo poi no. Del resto vi perdono perchè se, come dite, conoscete una di queste mie amiche, non conoscete me. Io sono il capitan Riccardo, ai vostri servigi.

— Un capitano! — disse una voce. — Ma è indegno di un soldato d’onore difendere cotesta baldracca.

— Prudenza, prudenza! — mormorava l’incognita dietro al giovane che nello indietreggiare rasente il muro era guidato dalla mano di lei — altri dieci passi e siamo giunte.

— Ecco qui — disse il giovane nel cui accentogià incominciava a fremere l’ira — la mia amica mi raccomanda la prudenza e vedete bene, cari signori, che son prudente ed anche gentile. Io poi non sono un capitano dell’esercito: mi rimase un tal titolo da che feci parte delle bande del Cardinale.

— Un sanfedista! — urlarono quei cinque — dovevamo comprenderlo. Uno di quei briganti, di quei ladri, di quegli assassini...

Non avevano finito di dire che il giovane dando un balzo si slanciò sul gruppo:

— Ah, per Gesù Cristo, ora poi mi avete seccato, bisogna che ve la dia una buona lezione.

La zuffa si accese muta e feroce: già due del gruppo che il giovane aveva colpito al capo con l’elsa del pugnale erano caduti; gli altri tre avevan tratti gli stocchi e si stringevano intorno al giovane che si teneva dritto parando i colpi e cercando di avvicinarsi sempre più al muro per garentirsi le spalle, ma pur parando colpiva, benchè si sentisse ferito in più parti.

— Tenete fermo, tenete fermo! — mormorava l’incognita che era salita sul gradino di una porta cercando di aprirla. — Poco altro ancora...

Il giovane lottava con calma senza dir parola mentre i suoi avversari imprecavano cercando di colpirlo al petto, stupiti della difesa che il pugnale opponeva ai loro lunghi stocchi. Più acceso di tutti era il marinaio che aveva già toccato una ferita alla gola.

— A questo ballo sì che so ballare! — diceva intanto capitan Riccardo il cui accento si manteneva calmo ed ironico. — Ma non vi sta bene lo stocco nelle mani...

La porta intanto si era aperta le due donne vi erano entrate e si tenevano sull’uscio.

— Venite, venite — diceva il domino dall’accento straniero — avete fatto abbastanza... Dio ve ne rimuneri!

— Salvatevi, ve ne scongiuro! — disse l’altro che si era tolta la maschera.

Il giovane si rivolse e diede un grido. Nella penombra gli era parso di riconoscere un volto, il volto bianco e soavissimo di una fanciulla, a cui era caduto il cappuccio e le disciolte chiome bionde le facevano come un aurea criniera. Ma era stato un lampo: quella figura si era ritratta nel buio della porta ed egli più non vide che un’ombra.

— Alma — mormorò sussultando. — Alma! È il buon Dio che mi manda tale celeste visione.

E conte se avesse attinto maggior forza, se non maggior coraggio, poichè oramai le due donne erano al sicuro, si scagliò e trovando innanzi a sè il marinaio vibrogli un colpo.

— Ve lo avevo detto che non vi sta bene in mano lo stocco? — disse vedendolo cadere.

— Vediamo allora se mi sta bene un’altra arma — urlò uno dei due rimasto in piedi e che si era tenuto discosto dalla mischia.

Rimbombò un colpo di pistola: il giovane si sentì ferito al petto, pure con uno sforzo sovrumano si resse in piedi.

— Ah, vile, vile! — gridò.

Ed era già per dare un balzo quando si sentì venire meno e sdrucciolando cadde dando col capo sul gradino della porta che le due donne avevano testè aperto.

— Fuggiamo, fuggiamo! — disse uno dei due rimasti incolumi. — Accorrerà della gente e non è prudenza farsi cogliere...

— Io vorrei assicurarmi se quel diavolo incarnato sia morto...

— Morto, arcimorto, te l’assicuro.

— E intanto lei ci è sfuggita?

— Ma... eri proprio sicuro che fosse lei?

— Il povero Ercole l’aveva vista in viso in un momento in cui le si era rimossa la maschera...

— Povero Ercole, aveva giurato sulla sacra memoria del suo ammiraglio Caracciolo di uccidere quell’infame e questa notte pareva proprio destinata a tale giusta vendetta. Assicuriamoci almeno se Ercole e se gli altri abbiano bisogno di soccorso.

— Fuggiamo, fuggiamo: quantunque il rumore che abbiamo fatto non sia stato avvertito nel chiasso del veglione, temo che il colpo di pistola richiami qui della gente. Certo... son corsi ad avvertire le guardie nel teatro... È meglio battersela...

E i due presero il largo, lasciando distesi sul lastrico i loro amici e il Calabrese in un lago di sangue col capo al gradino della porta.

Lo spiazzo rimase deserto; si udiva il chiasso della folla e le note vivaci dell’orchestra, pure nessun dubbio che il colpo di pistola fosse stato inteso, con le voci e il rumore della mischia, quantunque di breve durata; ma chi avrebbe osato di avventurarsi al buio in un’epoca in cui si era avvezzi alle scene di sangue e la notte si assassinava e si derubava impunemente anche nelle principali vie della città? Già i caduti, riavutisi alquanto, gemevano pel dolore delle ferite, ma lo spiazzo continuava ad esser deserto, mentre vibravano per l’aria tenebrosa le note musicali che si elevavano sul confuso vocio della folla data al piacere.

Capitan Riccardo nel rinvenire tentò di alzarsi, ma comprese che mal si sarebbe tenuto in gambe. Perdeva sangue da più ferite, però solo quella del petto gli pareva gravissima e per la quale era necessario un pronto soccorso. Pure sol per un istante il pensiero fermossi a considerane il suo stato e l’imbroglio in cui lo aveva messo quell’avventura, che ai suoi occhi, velati dallo sfinimento, si presentava l’immagine intravista nella penombra fra la porta socchiusa innanzi alla quale era caduto.

Era lei, proprio lei, Alma?

Quella voce che l’aveva fatto trasalire era lasua? La personcina che vagamente si delineava nelle larghe pieghe del domino di seta era proprio quella di colei da tanti anni nei suoi sogni che a lui pareva di contemplar da lontano, così lontano come una di quelle nuvole bianche che nei rosati tramonti van pel cielo e si dissolvono appena scende la notte? Ma era possibile, era possibile? Lei, la gemma più pura e più fulgida di una superba casa ducale custodita con cura gelosa come se anche il raggio del sole potesse affuscarne il limpido splendore; lei in un veglione tra la folla sfrenata, in una notte di piacere, nell’arruffio di un ballo in cui la follìa di un’ora faceva lecito ogni rilasciatezza; lei che aveva sol visto intorno a sè i vassalli in ginocchio i quali non osavano neanche baciarle il lembo della veste? Lei, così lontana, nel suo castello sui monti, in mezzo a un bosco; lei il cui nome di fanciulla egli mormorava sottovoce, tanto a lui pareva irreverente il non farlo precedere dal pomposo titolo che gli avi di quella nivea creatura avevano portato dalla Spagna?

No, no, non era possibile: era stata una allucinazione la sua, dovuta forse al supremo pericolo a cui si era esposto: il suo cuore l’aveva invocata come aveva fatto tante volte nella mischia, e ai suoi occhi era parso di vederla come tante altre volte l’avevano vista nell’affrontare la morte. Questa volta però lavisione era stata più sensibile, più evidente da confondersi con la realtà. Ma la realtà vera era lui ferito, lui che aveva bisogno di un pronto soccorso, lui senza amici, senza conoscenti in quell’immensa città, che non sapeva neanche come dar notizia di sè ai compagni che l’avevan seguito dal fondo della Calabria e che stanchi di aspettarlo nel teatro e nel luogo che aveva loro indicato sarebbero andati via!

Ed il messo al quale doveva affidarsi, il messo dal quale sperava un po’ di fortuna? Certo aveva trovato i due compagni; ma come, come fargli sapere che lui era là ferito, a pochi passi dal teatro, che lui aveva bisogno di soccorso?

— Chi pensa a venir qui? — mormorò guardandosi intorno. — Senti che chiasso, senti che musica! Ma perchè mi lasciai indurre da quelle due donne? Ben mi sta adesso, ben mi sta! Pare che i miei avversari non stiano meglio di me: gemono come tortore ferite. Via, non facciamo imprudenze, che questa volta ne ha fatto già tante. Se mi veggono vivo, chi sa non mi vengano addosso tutte e tre per finirmi! Ho perduto anche il pugnale... dove diavolo è caduto? L’avventura è curiosa, come piacciono a me, pur rimettendoci l’unica mia speranza! Ma chi era quella donna contro la quale scagliavano tante ingiurie! In cinque contro una donna, vigliacchi! Ma l’altra, l’altra?...

Stette un istante pensoso:

— Si vede che invecchio: ne ho sparso tanto del sangue altravolta, eppure non ho avuto mai le traveggole! Come credere che lei, a quest’ora dormente nel suo palazzo custodito da cinquanta armigeri, si fosse esposta mascherata in un ballo pubblico?... Che vuol dir questo?... — gridò sorpreso.

Aveva visto aprirsi la porticina ed uscirne due uomini vestiti di nero, uno dei quali dopo essersi guardato intorno si avvicinò a lui, chinossi e sommessamente gli chiese:

— Siete voi il capitano Riccardo?

— Sì sono io — rispose il giovane. — Se siete venuti per soccorrermi, davvero fate cosa opportuna perchè mi sento venir meno... Credo non mi sia rimasta neanche una goccia di sangue nelle vene.

La voce gli si affiochiva sempreppiù, tentò di alzarsi, ma ricadde pesantemente.

— Meglio così — disse uno dei due uomini. — È svenuto, ma a giudicare del sangue sparso deve aver l’anima bene avviticchiata al corpo.

— Silenzio — fece l’altro.

Si chinarono entrambi, presero fra le braccia il giovane e sollevandolo entrarono nella porticina che rinchiusero.

Gli altri feriti gemevano sommessi. Il veglione continuava a rumoreggiare sordamente e le note allegre e vivaci dell’orchestra vibravano per l’aria tenebrosa.


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