II.

II.

In quell’istessa notte, in una sala ampia e bassa, rischiarata dalle torce infisse nei candelieri di argento i quali si ergevano innanzi ad alcune specchiere fra i broccati che tappezzavano le pareti, erano entrati silenziosi e guardinghi degli uomini intabarrati, introdotti da un vecchietto vestito di una zimarra che gli dava l’aria di un ecclesiastico. Pareva che i convenuti fossero sorpresi e insieme intimiditi dalla severità e dalla ricchezza della sala, perchè, seduti sulle ampie poltrone disposte in triplice fila nel centro di essa, guardavano intorno, guardavano in alto come per darsi conto del luogo ove fossero, e si sbirciavano per riconoscersi, ben comprendendo di essere ivi convenuti per un proposito comune.

Chiaro però appariva che si sentivano a disagio fra quei broccati, quei ceri, quegli argenti sicchè si tenevano silenziosi tossendo di tanto in tanto per darsi un contegno, e voltandosicuriosi allo scalpiccio di un nuovo introdotto, cui l’uomo dalla zimarra additava senza far motto una delle poltrone e poscia tornava sull’uscio della sala ad attendere gli altri. Ma faceva caldo colà dentro onde i tabarri si aprivano scovrendo giacche di grosso panno coi grandi bottoni di argento e le verdi risvolte, i larghi colletti bianchi ripiegati sulle giacche, i panciotti rossi o verdi con le tasche alla cacciatora, e le else dei pugnali e delle pistole che uscivan fuori dalla larga cinta di cuoio.

Ma già alcuni dei convenuti avevan finito col riconoscerci.

— To, sei tu, Parafante?

— Sei tu, Benincasa?

— E come diavolo ti trovi qui, Francatrippa?

— Ci sei tu pure, Panedigrano?

— Ma insomma, sai tu perchè siamo qui? Di che si tratta?

— E tu come ci sei?

— Me ne stavo tranquillo sì, ma un po’ seccato nel mio paesello, vivacchiando alla meglio, già credendomi dimenticato, perchè, sai bene, quando il diavolo vuol l’anima ti accarezza, quando poi gliel’hai data finge di non averti mai conosciuto.

— Ma hai tu un’anima da dare al diavolo?

— Così non fosse, mio caro, non avrei certe volte delle paure, sì, proprio delle paure, caso mai davvero ci sia l’Inferno, perchè ne facemmodelle grosse sotto quel diavolo di Cardinale. Ti ricordi a Cotrone? Ti ricordi ad Andria? Ti ricordi il giorno in cui entrammo qui? Era il 13 Giugno, il giorno di Sant’Antonio. Allorchè chiudo gli occhi, nella notte specialmente, al buio, veggo le donne, veggo i fanciulli sgozzati, sento il crepitio delle fiamme nelle quali avevamo gittati ancor vivi tanti poveri disgraziati, e poi sangue, sangue, sangue in cui nuotavano i cadaveri di coloro che avevano difeso le loro case, le loro donne, e veggo il Cardinale con le vesti rosse che parevan tinte di quel sangue, alzar la croce e benedirci mentre noi continuavamo nella carneficina...

— E dunque? se il Cardinale ci benediva vuol dire che ci aveva assolto. Io non ne ho di coteste minchionerie per la testa. Non hai altro da pensare? Di’ piuttosto che poi fummo dimenticati da coloro a cui riconquistammo il regno...

— Zitto, non dir queste cose... Chi sa non ci abbiano teso un tranello!...

— A quale scopo?

— Ma... per toglierci di mezzo. Sappiamo troppe cose noi...

— E perchè sei venuto?

— Incominciavo ad annoiarmi... Cercai di mettermi ad un lavoro, tanto per distrarmi, ma... io non son buono che a menar le mani... Eppoi vedevo di giorno in giorno ammancare quel gruzzoletto, poca cosa, che avevo serbatoper la vecchiaia, e... ero sul punto di mettere insieme un po’ di gente, vecchi amici, che avesse voluto fare in piccolo quel che avevano fatto in grande, allorchè...

— Allorchè un signore che aveva l’aria di un pezzo grosso, venne a dirti che ti si voleva in Napoli!

— Proprio così...

— Ti diede cinquanta ducati per le spese del viaggio e l’incarico di raccogliere gli antichi sotto capi della tua banda disposti a seguirti...

— To! e come lo sai?

— Perchè quel signore, quel pezzo grosso venne anche da me, che mi annoiavo come tu ti annoiavi, che al par di te vedevo venir meno il gruzzoletto e al par di te avevo in animo di rimettermi negli affari per conto mio...

— Contro il re e la regina che avevamo rimesso sul trono?

— Anche contro il santissimo diavolo.

Mentre avveniva questo dialogo sottovoce tra i due vecchi amici che il caso aveva fatto sedere l’un vicino all’altro, la sala si era andata a poco a poco riempendo di gente che si era fermata esitante, e in sulle prime non aveva osato di sedere sulle ampie e soffici poltrone, e che si guardava intorno non meno maravigliata di coloro i quali l’avevano preceduta nel trovarsi in quella sala sfarzosa.

— Saran d’argento quei candelieri? — chiedevaun individuo barbuto dalla truce fisonomia che vestiva all’uso dei ricchi contadini di Terra di Lavoro.

— Di che vuoi che siano? — rispose il vicino, un vecchietto ancor rubizzo la cui faccia rugosa era attraversata dalla larga margina di una ferita.

— Capperi! in tal caso valgono quanto quelli della chiesa di Altamura; io potei averne un solo che ridussi in pezzi e vendei per trenta ducati, ma mi costò due cariche di polvere e due palle di piombo.

— Non molto però...

— Già; capirai, eravamo in venti; quando non ci furono più repubblicani da scannare, ci scannavamo fra di noi... eravamo in venti a dare il sacco a quella chiesa.

— Io veramente le chiese le ho sempre rispettate...

— Ma quella lì era scomunicata perchè i repubblicani vi si erano chiusi dentro, perciò... Eppoi era con noi il cappellano che ebbe anche lui la sua parte. Ah, quello lì con la pistola in una mano e il crocifisso nell’altra ne valeva quattro di noi. Bisognava vederlo! Bei tempi, non è vero?

— Torneranno! — disse l’altro con voce sicura, da uomo che la sa lunga.

— Come? Torneranno? Ne sei sicuro? — gridòil barbuto che ebbe come un lampo di gioia negli occhi.

— Zitto!... Sai tu dove siamo?

— Non lo so, ma vorrei saperlo. Quei candelieri valgono per lo meno cento ducati ciascuno.

— Siamo in una sala del palazzo reale! — disse il vecchietto con voce sommessa e chinandosi all’orecchio del vicino.

— Tu che madonna dici?

— Mi hanno fatto entrare per una porticina dell’Arsenale, mi hanno fatto scendere e salire, ma io non mi son punto lasciato fuorviare. Ti dico che siamo in una sala del palazzo reale, di quelle a pianterreno, che danno sul mare. Senti come romba!

— È vero. Ma... che vogliono da noi?

— Sta zitto: lo saprai presto.

Però stanchi di aspettare, tutti quegli uomini ivi convenuti da prima avevano bisbigliato coi vicini, poi man mano il vocio era andato divenendo più forte. Vinta la suggezione del luogo, familiarizzati con l’ambiente, alcuni si erano alzati e avendo riconosciuti dei vecchi amici qua e là per la sala, discorrevano a voce alta evocando ricordi come gente che da gran tempo si fosse perduta di vista.

— E di capitan Riccardo, che ne è di capitan Riccardo? — chiese colui che aveva risposto al nome di Parafante volgendosi ad un uomo già maturo negli anni seduto in fondo alla sala.

— Non so — rispose l’interrogato — da gran tempo non ne ho più nuove!

— È qui a Napoli e avrebbe dovuto esser con noi — rispose una voce.

I due si rivolsero a quella voce.

— To, Pietro il Toro! — esclamarono. — Ci sei anche tu?

— Come vedete: ci sono io, ci è il Magaro, ci è il Ghiro, ve li ricordate? Io vi ho riconosciuto subito. In verità credevo che non ci saremmo incontrati mai più. Son sei anni che non ci vediamo.

— Ma dunque perchè capitan Riccardo non è con noi?

— Che volete vi dica? Eravamo nel teatro con lui... anzi io ne feci una delle mie... sapete, quando mi va la mosca al naso!... Poi andai via perchè il capitano così volle e... lo dico senza vergognarmene... quel ragazzo lì fa di me ciò che vuole. Stanco d’aspettarlo fuori tornai in teatro... anzi non volevano farmi entrare, ma io entrai lo stesso... e seppi dal Magaro e dal Ghiro che era uscito con due donne. Poi venne un tale e ci condusse qui ove speravo di trovarlo... Ma... tira più un capello di donna che una corda di barca...

Strano contrasto tra quella gente in abito contadinesco, i cui volti fieri, alcuni truci, mostruosi in parecchi per larghe cicatrici, e quella sala tappezzata di broccato con le ampie tersespecchiere che riflettevano la luce dei candelabri di argento! Ma vieppiù acuiva la curiosità dei convenuti il vedere dinanzi alle poltrone nelle quali essi sedevano, però discoste per circa un terzo dalla sala, tre poltrone dorate, una delle quali, quella di mezzo sovrastante alle altre, era sormontata dalla corona reale. Sentivano che in quella notte qualcosa di strano sarebbe accaduto; vagamente intuivano che si aveva bisogno di loro, che erano stati convocati per uno scopo supremo; quantunque non fosse giunta fino ad essi la notizia che un esercito francese si avanzava per deporre dal trono la monarchia borbonica, pure sentivano esserci per l’aria qualcosa di assai grave; ma non osavano aprir l’anima alla speranza che tornassero i lieti tempi in cui impunemente, anzi ricevendone lodi e compensi, avevano potuto abbandonarsi a tutte le loro perverse passioni. È vero però che alcuni di essi eran nati per la lotta; caratteri irrequieti, indoli proclivi alla violenza vaghe di imprese guerresche, generosi e pietosi dopo le stragi, ma nelle stragi feroci ed implacabili. Di cotesti uomini si era servito il Cardinale per schiacciare la Repubblica Partenopea, di cotesti uomini che sarebbero stati dei gloriosi capitani se in alte imprese avessero rivolto il loro coraggio e se avessero combattuto per un ideale nobile e puro.

Pochi di essi avevano avuto un adeguatocompenso ai loro servigi: i Borboni, ingrati come tutti i re o meglio come tutti i beneficati, avevan posto in obblio quel che dovevano a quegli uomini, i quali per altro si tenevan paghi di tale obblio che involveva anche i loro delitti comuni e le nefandezze commesse per vendetta, per cupidigia o per malvagità di animo. Tornarono essi nei loro paeselli a godersi quella parte del bottino che era loro toccata; ma usati alla vita avventurosa ed alle emozioni violente, mal sopportavano lo starsene in ozio nella quiete sonnolenta di un solitario villaggio, e con occhi accesi di desiderio guatavan la vecchia carabina appesa al muro e l’arrugginito coltellaccio che forse serbava ancora le macchie del sangue rappreso. E quindi accolsero con esultanza l’invito di recarsi a Napoli, pur non sapendo che si volesse da loro, ma ciascuno aveva ricevuto del danaro per le spese del viaggio, ben lungo e disagevole; e la raccomandazione di recarvisi armati aveva fatto concepire la lieta speranza di un ritorno alla vita di un tempo. Il mistero dello invito, del luogo in cui dovevano raccogliersi, del nome di colui che a sè li aveva chiamati, il quale esser doveva ben ricco e potente se aveva potuto disporre di tanto danaro per pagare ad essi il viaggio teneva in fermento quelle accensibili fantasie, onde l’impazienza era al colmo, perchè già da parecchie ore aspettavano e la notte al certo era trascorsa di più di due terzi.

Il vocio cresceva sempreppiù; già alcuni avevano espresso il proposito di andarsene, ma nessuno rispondeva alla loro protesta come se coloro che li avevano introdotti colà dentro li avessero del tutto dimenticati; neanche quell’uomo in veste ecclesiastica, il quale aveva a ciascuno indicato il posto da occupare, era ricomparso.

— Almeno ci avessero dato da mangiare e da bere! — disse il Ghiro voltosi a Pietro il Toro.

— Io vorrei sapere — rispose questo che durante tutta la notte aveva rivolto impaziente gli occhi alla porta — dove sia capitan Riccardo.

— Starà al certo meglio di noi — rispose il Magaro. — Quelle due donnette a giudicare da ciò che appariva, dovevano essere bellocce, per tutti i gusti, l’una con una paio di spalle...

— Via via, non è uomo da dimenticare i suoi amici che si trovano qui solo per lui, da dimenticarli in grazia delle leziosaggini di due smorfiose. Non son tranquillo, no, non sono tranquillo! Se sapessi le vie, me ne andrei per rintracciarlo; ma chi ci si raccapezza? Se non ne avrò notizia neanche dimani, metterò sossopra la città, dovessi presentarmi al re ed alla regina.

— Va là, va là, che a quest’ora se la gode, mentre noi siamo qui come tanti imbecilli.

— Io me ne vado, non ne posso più...

— Ti impediranno d’uscire.

— A chi? A me? Vorrei veder questo! Da gran tempo sento il bisogno di sgranchirmi un po’ le braccia.

— Io ti seguo se vai via. Ci tratta con troppa disinvoltura cotesto signore che ci ha invitato.

— Dev’essere un burlone... Glie la darò io la burla...

— Ma che burla! Per una burla avrebbe speso tanti danari?

— Amici — disse una voce che pareva usa al comando. — Voglio comunicarvi un mio sospetto: ascoltatemi perchè forse si tratta della vita di tutti.

Ognuno tacque e si rivolse a colui che aveva parlato, il quale si era drizzato in piedi; e poi per sovrastare a tutta quella folla era salito sulla poltrona.

— Sì, sì, parli Parafante, parli Parafante!... — si gridò a coro.

Il famoso capobanda aveva nello aspetto ciò che occorre per dominar una folla come quella alla quale non ne erano ignote le gesta. I suoi occhi profondi nell’orbita e coperti da folte ciglia scintillavano come carbonchi: la barba incolta e le folte fedine gli coprivano metà del volto: in tutta la membruta persona ci era qualcosa di rude, che imponeva a quella gente laquale non stimava e non ammirava che la forza fisica ed il coraggio irriflessivo.

— Ecco qui, amici miei, io mi vo persuadendo che ci abbiano teso un tranello.

— Chi, chi ci ha teso un tranello? — urlarono alcune voci.

— Chi? La polizia.

Un fremito corse per gli astanti che si guardarono in volto impallidendo.

— Perchè nasconderlo, amici miei? — continuò Parafante. — Ognuno di noi ha sulla coscienza diversi peccatuzzi: inezie, non dico di no, qualche schioppettata ad un nemico, una donnetta schifiltosa portata via al marito, qualche catapecchia a cui in una notte d’inverno si pose fuoco per scaldarci le mani; un po’ di roba, qualche miserabile pugno di monete preso qua e là pei nostri bisogni più urgenti... Inezie, ripeto, ciocchè non tolse che si ricorresse a noi allorquando la nostra santa religione e il nostro venerato monarca vollero abbattere i loro nemici. Ora però, non si ha più bisogno di noi, e perchè non si dica che si chiude un occhio su i nostri peccati, ci han raccolti qui o per fucilarci o per mandarci in galera.

— Ah, per Gesù Cristo! — gridarono alcune voci. — Sì, sì, deve esser proprio così!

— Se è così... beh, se è così — esclamò il barbuto contadino di Terra di Lavoro — stacchiamo quei candelieri e diamo fuoco alla casa.

— Sì, sì, diamo fuoco alla casa.

— Silenzio, silenzio! — urlò una voce — ora parlo io, tocca a me. Ascoltatemi e vi dimostrerò che tutti quanti siete, non escluso cotesto famoso Parafante, non siete che dei conigli...

Ed il vecchietto, la cui faccia rugosa era attraversata dalla cicatrice di una larga ferita, salito anche esso su una sedia, volse attorno gli occhietti lucenti come per confermare con lo sguardo quel che aveva detto con la parola.

— A me coniglio, a me? — urlò Parafante.

Poi dando in uno scoppio di risa:

— Sai tu il sapore della carne umana, vecchietto mio, lo sai?

Il vecchietto era per rispondere, quando di un tratto la porta in fondo si spalancò e apparvero alcuni servi in livrea che sostenevano, tenendosi ritti in piedi ed immobili in doppia fila, dei candelabri accesi. Poi una voce gridò:

— Sua Maestà la Regina!

Lo stupore fu così grande che ognuno rimase come fulminato nell’atteggiamento in cui era stato sorpreso da un tal grido. Per incanto si era fatto un silenzio profondo prodotto non soltanto dalla stupefazione, ma anche dalla paura. La Regina, di cui avevano inteso discorrere, ma che non avevano mai veduto, nè credevano che potesse esser visibile ai loro occhi, era un essere sovrumano per quelle menti rudi ed ingenue per le quali la regalità era sinonimodi divinità, una divinità più immediata e quindi più temibile, padrona ed arbitra assoluta della vita di tutti. Istintivamente le teste e i dorsi si curvarono appena lo stupore diè luogo alla riflessione; coloro che erano seduti si alzarono. Nei volti si leggeva la meraviglia e la trepidanza, negli occhi la curiosità intensa.

Finalmente la Regina apparve incedendo con regale maestà nella luce dei doppieri che ne facevano scintillare le gemme della corona posata sulle dorate chiome, anche esse un’aureola al viso di scultoria bellezza, e della collana che cingendole il collo eburneo cadeva sul seno a metà discoperto. Vestiva un abito di nero velluto che lasciava nude le braccia e si appuntava agli omeri per mezzo di due borchie gemmate. Dietro a lei, che si era fermata presso la poltrona di mezzo sovrastante alle altre si teneva immobile una giovinetta vestita di candidi veli, con le bionde chiome ricciolute fluenti per le spalle e un viso delicato e bianco di una mistica soavità; a qualche passo di là dalla giovinetta tra la doppia fila degli immobili valletti che sostenevano gli accesi candelabri, apparivano i personaggi del seguito regale dalle magnifiche divise e ricami d’oro, col petto costellato di croci e di stelle fiammeggianti.

— Gesù, Giuseppe e Maria! — mormorò Pietro il Toro quando ebbe riacquistato la parola — ma questo è il paradiso, il paradiso!

— In ginocchio tutti, in ginocchio tutti! — esclamò sommessa una voce che nel profondo silenzio fu intesa come un ordine.

E quei fieri capibanda del truce aspetto, ladri ed assassini la maggior parte, ognuno dei quali aveva commesso i più orrendi delitti, sentirono che le ginocchia si piegavano e caddero prostrati a capo chino innanzi alla maestà regale.

Carolina d’Austria ebbe un lampo di gioia e di trionfo insieme negli occhi cerulei che sapevano esser feroci nell’odio e carezzevoli ardentemente nell’amore. Stette immobile ed in silenzio un buon tratto scorrendo con lo sguardo per quegli uomini prostrati che ella dominava dall’alto dello zoccolo dorato e di tutta la magnifica persona: poi sedette e con voce che era insieme di comando e di compiacenza disse:

— Alzatevi.

Ma poichè non ubbidivano sia per non avere inteso, sia perchè non osavano, ella ripetè imperiosamente:

— Vi comando di alzarvi!

Le teste si sollevarono, i dorsi si raddrizzarono, tutta quella gente come un solo uomo si alzò in piedi.

Il silenzio continuava profondo; pareva che quegli uomini trattenessero il respiro.

— Amici miei — disse la Regina — il messoche vi ha invitato a venir qui fu mandato da me, ma era necessario, pel vostro meglio, che si ignorasse chi lo mandava. Voi avete dei nemici, anche fra coloro che sono nella mia Corte, i quali vi invidiano i servigi che avete prestati alla Monarchia. Se io non avessi vegliato su tutti voi, se io distratta dalle cure dello Stato avessi anche per poco trascurato di occuparmi di voi, non sareste qui a me dinanzi, ma o nel fondo di una galera o già da gran tempo nel carnaio in cui si gittano i corpi dei giustiziati.

Un fremito corse per gli astanti; alcuni, i più audaci si guardarono furtivamente tentennando il capo come per assentire.

— Voi, Francatrippa — continuò la Regina volgendo lo sguardo verso il luogo in cui si teneva immobile il nominato — avreste dovuto render conto di non so che assassinii e che incendii che i vostri nemici vi attribuivano: voi, Parafante, voi Panedigrano, voi Benincasa, voi Fra Diavolo, voi Spaccaforno siete stati denunciati alla giustizia come autori di delitti raccapriccianti. Lo so, sono calunnie, ma che vi avrebbero portato dritti alla forca. La vostra Regina che vegliava su voi le ha sventate.

— Grazie, Maestà, grazie, Maestà! — proruppero i nominati. — Sì, è vero, sono calunnie, noi siamo innocenti.

— Lo so, ma, ed ecco perchè vi ho invitato a venir qui, io son costretta per poco a lasciarquesta Napoli e a seguire Sua Maestà il Re in Sicilia. Questo povero regno resterà di nuovo in balìa degli eretici scatenati dall’inferno contro la nostra corona che ci fu data da Dio e contro la santa religione, e i nostri nemici non potendo colpir noi, colpiranno i nostri fedeli, rievocheranno le calunnie sparse contro di voi e vi appresteranno quella galera e quella forca dalle quali io finora vi ho salvati!

Si interruppe per giudicare l’effetto delle sue parole. Un sordo mormorio era corso per gli astanti; alcuni visi erano impalliditi e altri apparivano accesi d’ira; coloro che erano in fondo alla sala subendo meno la suggezione della Regina, avevan fatto sentire alcune esclamazioni di minaccia.

— La mia carabina è ancora in buono stato!

— Il taglio del mio coltellaccio può servire ancora.

— Che vengano gli eretici, che vengano!

— Silenzio, amici miei, silenzio — ripigliò la Regina lieta in cuor suo di aver raggiunto l’intento. — La vostra causa è la mia ed io non vi abbandonerò: per questo vi ho voluto tutti intorno a me. Se voi fidate in me, io fido in voi. I Francesi, miei e vostri nemici, hanno inviato un esercito per invadere di nuovo il mio regno, ma i re miei alleati, che li hanno scacciati dai loro possedimenti, ne invierannoun altro assai più forte in nostro soccorso; così quei maledetti che vengono qui per devastare le nostre terre, rapire le vostre donne, oltraggiare i nostri santi e le nostre madonne, saranno presi fra due fuochi: le vostre infallibili carabine, e i fucili dei soldati dei re e degli imperatori miei congiunti. Volete voi prender parte a questa santa impresa? Volete voi mostrare di nuovo a cotesti vili stranieri, a cotesta gente uscita dallo inferno, che già avete visto fuggire a voi dinanzi, che basta un solo di voi a schiacciar dieci di essi?

— Sì, sì, sì! — gridò quella folla affascinata dalle parole e dalla regale bellezza di quella donna.

— Volete voi — continuò la Regina che aveva serbato per l’ultimo ciò che doveva accendere fino al delirio l’entusiasmo dei convenuti — farvi i giustizieri in mio nome e nel sacro nome del Re di tutti quei nostri sudditi che o per malvagità di animo o per losche ambizioni o perchè sedotti dagli spiriti infernali, parteggeranno con gli stranieri e prenderan le armi contro di voi sostenitori della Monarchia e della Fede? Io fin d’adesso vi abbandono le loro persone, le loro case, i loro beni, le loro donne: estirpate col ferro e col fuoco le male piante; uccidete, sterminate donne, vecchi fanciulli anche se avran cercato rifugio a piè degli altari. Sua Santità il Papa vi assolve di ognipeccato che potrete commettere pel trionfo della Fede, sia pure del sacrilegio più orrendo se compiuto per lo sterminio dei nostri nemici. Tutti i mezzi son buoni, tutti i mezzi son santi per scacciare lo straniero dal nostro regno e per punire i nostri sudditi fedifraghi; e voi, appena la grande impresa sarà compiuta, ne avrete da noi in premio condegno, che considereremo come legittimo acquisto, tutto ciò che avrete tolto ai nostri nemici, e il perdono da Dio che vedrà in voi i difensori della sua Fede e del suo altare. Dite, volete voi?

— Sì, sì, vogliamo. Viva la nostra Regina!

Fu un grido formidabile che proruppe da quei petti invasati dal delirio. Sarebbero tornati dunque i bei tempi? Tutto un miraggio di orge, di tripudî, di carneficine, di assalti, di rapine, di lauti banchetti, di libertà sconfinata si dispiegava innanzi agli occhi di quella gente a cui ogni legge era insopportabile, ogni civile disciplina nemica! Vi avrebbero lasciata la vita, ma che importava se per un anno o per un mese avrebbero vissuto appagando tutte le loro passioni? Meglio un anno toro che cento anni bue, era il detto dei loro padri: eppoi sarebbero morti con le armi in pugno nella pienezza della vita e forse del godimento, non sul misero giaciglio affranti dalla vecchiaia, dopo tutta una vita di stenti, di schiavitù, di lavoro mal retribuito, dopo una lunga agonianella quale avrebbero inteso rodersi le carni, e avrebbero assistito al proprio disfacimento!

L’entusiasmo aveva vinto il ritegno: le esclamazioni esultanti si incrociavano: i vicini si davano dei vigorosi pugni per esprimere la loro gioia, i lontani gesticolavano per farsi intendere meglio dagli amici. Di tanto in tanto il grido di «Viva la Regina» tornava ad echeggiare per l’ampia sala che non aveva mai accolta gente così delirantemente gioiosa.

La Regina aveva un sorriso di benevola compiacenza e con occhio lieto guardava l’agitarsi di quella folla; ma la giovinetta che se ne stava immobile dietro a lei era divenuta vieppiù bianca in viso e aveva nello sguardo una espressione di ineffabile tristezza. I cortigiani rimasti in fondo della sala pur senza muoversi e senza che l’aspetto ne tradisse il pensiero, si scambiavano delle parole sommesse.

— Alma — disse la Regina volgendo il capo verso la giovinetta — appressati.

Ella si appressò, ma incerta guardando come sgomenta la folla rumoreggiante.

— Dio mio, come sei pallida! — le disse Carolina sottovoce — hai paura forse?

— Sì, ho paura... Che Vostra Maestà mi perdoni! — rispose la giovinetta.

— Scioccherella — continuò la Regina con un sorriso tra lo scherno e la pietà — di chi hai paura? Di cotesta gente? Ma essa ora adun mio cenno darebbe fuoco a tutta questa Napoli e ne farebbe un bel falò. In essa è riposta la nostra salvezza, capisci? Che uomini, che uomini! Così li intendo io, deliberati a tutto, nel male e nel bene dritti come una spada! Del resto non son poi tutti così rudi, così barbari! Ce n’è uno, un bel giovane... non è vero che è un bel giovane? Ne faremo un bello e valoroso colonnello di cavalleria! Si è battuto contro cinque e ne ha ucciso o ferito tre... e infine per due sconosciute! Ciò per altro vuol dire che è sensibile un po’ troppo forse, alle preghiere delle donne. A proposito che ha detto don Leonardo, il mio medico? Per questo ti ho chiamato.

— Ha detto che la ferita è grave, ma non mortale — balbettò la giovinetta.

— Ah, respiro... Ne faremo, ripeto, un magnifico colonnello... Un bel giovane, non è vero, un bel giovane!

E la guardò in viso con un profondo sguardo di donna che sa penetrare addentro nei cuori. La giovinetta chinò gli occhi e non rispose.

— Va, va — disse la Regina dopo averla contemplata per un istante in silenzio — Bisogna che me la sbrighi con cotesta gente.

Quando si rivolse per far cessare lo strepito che era andato sempreppiù crescendo e mentre la giovinetta si ritraeva al posto che le imponeva il cerimoniale, il viso della Regina eratornato austero e grave. La folla sotto lo sguardo acuto e freddo di lei cessò dallo schiamazzo, onde ella riprese:

— Il mio tesoriere vi darà il danaro pel ritorno. Raccogliete intanto intorno a voi gli antichi compagni e tutti i volenterosi: chi di voi ebbe il comando di una banda si consideri come capo di un reggimento e sia sollecito a raccogliere uomini ed armi. Un mio messo vi raggiungerà per provvedervi di quanto occorre all’entrata in campagna. Nessuno indugio: appena il nemico avrà invaso il regno, insorgerete sterminando per primi tutti coloro che potrebbero parteggiar per lui. Ma già, vi farò tenere al più presto le mie istruzioni. Che ognuno di voi destinato ad un comando giuri su questo crocefisso di esser fedele al Re e di morire se occorre per la difesa della Religione.

In così dire si rivolse e fece un cenno: un personaggio del seguito si avanzò e dopo essersi inchinato porse alla Regina un crocefisso d’argento.

La Regina stese il braccio e mostrando alla folla il crocefisso disse con voce solenne alzandosi in piedi sicchè tutta la magnifica persona si stagliava dal fondo luminoso della sala:

— Giurate voi di dar la vita per la difesa del trono e dell’altare?

— Lo giuriamo! — risposero gli astanti ad una voce.

— Giurate voi di non dar quartiere a chiunque paesano o forastiere sia nostro nemico?

— Lo giuriamo! — ripetè la folla.

E tutte le mani si stesero verso il crocefisso a conferma del giuramento.

— Ed ora — disse Carolina d’Austria trasfigurata e tutta raggiante di regale maestà che accresceva il fascino della stupenda bellezza — che l’Onnipotente vi benedica come io in nome del Re che sol da Dio ebbe il regno, vi benedico e in segno del mio regale favore vi do a baciare la mia mano.

— Viva la Regina! — gridarono tutti ad una voce precipitandosi per esser fra i primi a baciare quella mano bianca ed affusolata che ella aveva stesa verso la folla.

Nessuno però aveva gridato «Viva il Re».

Gli è che per quegli uomini rozzi, pressochè primitivi, la monarchia si impersonava in quella donna che era rimasta mentre gli altri erano fuggiti, che incitava alla resistenza mentre gli altri avevan ceduto senza combattere. Essa aveva il fascino della bellezza e della forza; sentivano che l’anima di quella donna era fatta di tutte le passioni che più prepotentemente vibravano nei loro cuori: l’odio, la vendetta, l’istinto della lotta; che era audace ed impulsiva e al par di essi di ferrea tenacità nei propositi. D’ora innanzi poteva ben contare sulla cieca devozione di quegli esaltati dall’inaudito onoredi essere stati ammessi alla di lei presenza, di averne ascoltate le parole, di averne baciata la mano. Il Cardinale aveva trascinato dietro a sè tutta quella gente col fastigio del nome e della superstizione, con la promessa di un pingue bottino; ed aveva combattuto per sè ed anche per l’odio che alla gente primitiva ispirano gli stranieri: ora invece avrebbe combattuto, si sarebbe fatta uccidere per quella Regina che era scesa dalla sua immane altitudine per parlare ad essa e che ad essa si era mostrata in tutto il fasto, in tutto lo splendore della regalità.

Ben lo comprese Carolina d’Austria, che seguita dalla sua giovane amica, dopo avere accomiatato con un cenno i cortigiani, era entrata nel suo appartamento ove l’aspettavano alcune cameriste.

— Andate via — disse loro entrando — ha da lavorare; vi chiamerò quando avrò voglia di andare a letto.

Intanto si era fermata innanzi ad uno scrittoio ingombro di lettere che apriva distratta come se il suo pensiero fosse altrove. Di certo discorreva seco stessa perchè il viso si contraeva secondo i moti dell’animo; ma le labbra avevano un sorriso che si sarebbe detto feroce, e lo sguardo le balenava sinistramente.

Parve di un tratto che si sovvenisse di alcuna cosa, gettò sul tavolo le lettere che aveva preso e di cui aveva letto sol poche linee e si rivolse dirigendosi verso l’uscio.

Si fermò di botto con un gesto di dispetto, dispetto che le si dipinse nel volto: aveva visto nel fondo della stanza la giovinetta, che con le braccia conserte se ne stava immobile.

— Che fate voi qui? — le chiese aspramente fissandola con uno sguardo scrutatore — avevo detto di volere restar sola.

— Credevo che un tale ordine non riguardasse me — rispose Alma con una lieve inflessione di alterezza nella voce dolcissima. La fisonomia della Regina si rischiarò e tornando benevola:

— Sì, sì, hai ragione, figlia mia — disse con un accento di affettuosa bonomia — ma son tanti, tanti i pensieri che mi van pel capo! Hai visto che bella accoglienza ho preparato ai signori Francesi, e che bella festa a tutti quei cialtroni che aspettano la loro venuta per ribellarsi apertamente a chi Dio volle padrone e signore di questo regno? Ma sei stanca, povera figliuola! Avrebbe dovuto essere una notte di svago questa per te, ci saremmo tanto divertite se avessimo potuto confonderci tra quella folla, e a te che sei così bellina non sarebbero mancate le avventure, di quelle che lusingano l’amor proprio di noi donne. Io intendo la vita in tutti i suoi doveri e in tutte le sue gioie. Certo che a te, povera colombella nata e vissuta nei boschi, dovè parerti ben temerario e, diciamolo pure, sconveniente per una Regina l’andaread un veglione pubblico mascherata, e chi sa forse che avrai detto in cuor tuo!

— Io ho ubbidito agli ordini di Vostra Maestà — rispose la giovinetta impassibile.

— Di una Maestà che talvolta ha dei gusti di una capricciosa piccola borghese; ma ciò non toglie che se questa mano che ancor dicono bella, potesse stringere una spada, saprebbe ben difenderlo questo regno che gli uomini han lasciato in balia dei loro nemici! E se ti son parsa dimentica del mio decoro tra la folla che senza saper chi fossimo ci si stringeva attorno, ti sarò parsa ben diversa innanzi a quegli uomini che dovran difendere il trono dei miei figli.

— Io non mi arrogo il diritto di giudicare le azioni di Vostra Maestà — disse la giovinetta sostenendo serenamente lo sguardo scrutatore della Regina.

— Insomma — riprese la Regina — questa volta fu una serata sbagliata, mentre in tante altre mi divertii un mondo. Avevo delle amiche allora — continuò con un sospiro e con un accento di profonda amarezza — delle buone e leali amiche che sapevano darmi dei savi consigli tanto negli affari dello Stato, quanto in quelli del... piacere. Ah, senza quei marrani ci saremmo confuse tra la folla, e quanti bei giovanotti avresti avuto d’intorno non perchè tu sei la figlia del Duca di Fagnano, primoscudiero di Sua Maestà la Regina, ma perchè la tua bocca è un fiore, i tuoi capelli son raggi di sole, il tuo seno è il nido dell’amore, la tua personcina dello alabastro scolpito da Fidia... Ah, quante di coteste belle cose che fan così dolce piacere a sentirle, non mi intesi io ripetere quando in un veglione... o in altri siti, io non ero per la gente... che una donnetta allegra propensa a divertirsi!

Certo delle liete reminiscenze evocava in quell’istante l’animo della Regina che era rimasta immobile, con gli occhi fissi a sè dinanzi come se rivedesse dei fantasmi che le sorridessero ricordando le gioie di altri tempi.

— Vostra Maestà — disse Alma — vuole che mi ritiri anche io?

La voce della giovinetta trasse la Regina dal suo sogno: si passò la mano sulla fronte, trasse un sospiro, poi con viso che serbava ancora l’impronta di una vaga malinconia:

— Sei stanca, povera figliuola, va, va a dormire.

La giovinetta si inchinò profondamente e quindi si ritrasse.

— Ero così anche io alla sua età, ma guai guai se il cuore di quella ragazza sarà un giorno morso dalla passione!...

Per quale strana associazione di idee tali parole evocarono l’immagine del ferito che da due dei suoi più fidi familiari aveva fatto portare in una delle stanze più riposte del palazzo?

— Bello, fiero, valoroso come un paladino! — mormorò. — Le note biografiche che avevo letto nella lista dei capibanda non mentono. Del resto egli può considerarsi come ufficiale dell’esercito. Non era sergente delReal Calabriaprima che il Cardinale gli affidasse il comando di una banda? Tali uomini mi occorrono, e saprò bene io farli schiavi di un mio cenno!

Stette incerta un istante come se lottasse con un pensiero sovraggiuntole; infine parve decisa:

— Non gli debbo la vita, e forse più della vita? — mormorò. — E la riconoscenza non dovrebbe essere la prima virtù dei Sovrani?

Nel dir ciò sorrideva, forse perchè la coscienza dava un altro nome al suo interessamento.

Non aveva deposta nè la corona regale, nè la magnifica collana che ne cingeva il collo bellissimo cadendole sul seno, il quale stretto dal nero velluto aveva fulgori di neve. Prese da un tavolinetto una lanternina di argento, l’accese a uno dei candelabri ed uscì dalla camera, dirigendosi verso un’ala del palazzo che era immersa nel buio.


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