III.

III.

Quando capitan Riccardo venuto meno per la perdita del sangue, riacquistò i sensi, si trovò disteso su un soffice lettuccio con la coperta di seta e sormontato da un baldacchino di seta anche esso. Una lampada d’argento scendeva dal mezzo del soffitto e spandeva una blanda luce per la cameretta che agli occhi del giovane velati dallo sfinimento parve come un nido tutto morbido di stoffe con suppellettili quali non aveva visto che poche volte e di una foggia bizzarra come non aveva visto mai. Di alcuni mobili non comprendeva l’uso, degli altri sparsi qua e là non pareva a lui che dovessero usarsi nei quotidiani bisogni tanto eran belli e lucenti quasi fossero usciti allora allora dalle mani dell’artefice. Divanetti, poltroncine, tappeti e colonnine con fregi di bronzo e di argento, e tavolini con coppe e con vassoi da cui la rosea luce della lampada traeva scintille, lo stupivano, e non gli pareva vero di trovarsi fra tante ricchezze.

— Ma dove sono, dove sono? — mormorava nel guardare d’intorno.

Ricordava in confuso l’accaduto: le idee e le immagini si confondevano nella sua mente; solo le figure delle due donne mascherate che l’avevano indotto ad accompagnarle gli eran rimaste ben delineate nella memoria; pel resto era tutto un confuso succedersi di ricordi senza alcuna concatenazione. Era stato assalito, si era difeso, aveva ferito, era stato ferito, ma quelle due donne, che ne era avvenuto di quelle due donne? Ad una di esse gli assalitori avevano rivolte delle ingiurie, degli oltraggi, poi lui era caduto, infine aveva visti come due fantasmi dai quali era stato preso in braccio e quindi più nulla; senonchè aveva come una confusa reminiscenza di un uomo curvo su lui giacente col petto denudato in quel lettuccio; di un gran dolore che aveva inteso mentre quel fantasima armeggiava con alcuni ferri... poi più nulla, più nulla! Da poco si era destato, ma era ancora in preda ad uno intontimento, nè aveva forza di affissarsi in una idea e di seguirla.

Però di tanto in tanto, quasi quel pensiero surnuotasse su gli altri, balbettava:

— Il messo non mi avrà trovato... che avrà detto? Come dargli nuove di me? E i miei compagni di cui ero la guida?

Ma a poco a poco tornò ad addormirsi, non cessando nel sonno di dir parole sconnesse.

Era già l’alba; alcune voci, alcuni rumori indicavano che la città incominciava a destarsi, ma nella camera in cui il giovane giaceva regnava il silenzio, la blanda luce della lampada continuava a spandersi come se ancora fosse notte profonda. In questo una porticina nascosta dall’ampia tappezzeria si aperse e la Regina comparve. Stette un istante immobile, così immobile che pareva una dipinta immagine staccatasi dalla cornice. In quell’istante il giovane aperse gli occhi.

— Ah, il bel quadro — mormorò cercando, ma invano, di sollevar la testa dall’origliere — l’immagine di una regina...

Poi chiuse gli occhi di nuovo, in quel dormiveglia delle febbri di esaurimento in cui la realtà sfuma nel sogno.

La regina si avvicinò al lettuccio e si diede a contemplare il ferito che giaceva supino con mezzo il busto fuori dalla coltre di seta e la testa maschia e fiera affondata nei guanciali di piume. Il petto ampio e robusto era sollevato lenemente dal respiro; dal collo bruno e muscoloso che appariva tra il colletto slacciato pendeva una catenella d’oro con un medaglioncino, il quale posava sulla striscia di tela che copriva la ferita e che aveva nel mezzo una macchia di sangue.

— È il mio buon genio che me lo manda — mormorò la Regina. — Nella lotta che ho impresaavevo bisogno di un uomo devoto fino alla morte, incurante dei pericoli, prode e gagliardo come un cavaliere crociato, e ambizioso anche. È il mio buon genio che me lo manda!... Per giunta, un bel giovane, troppo bello e troppo giovane forse — aggiunse con un sospiro.

Ma un sorriso di superba fiducia in sè stessa le sfiorò il labbro.

— A novanta anni Ninon de Lenclos, dicono le cronache di Francia, faceva ancora delle conquiste; a sessantacinque destò delle fiere passioni nei cavalieri più belli e più prediletti dalle dame della Corte... Io ho di poco varcati i cinquanta, e se i cortigiani me ne dan trenta, i miei nemici mi dicono una formidabile seduttrice... Eppoi, son qualcosa di più che non era Ninon de Lenclos: son Regina di Napoli, e figlia e sorella di imperatori.

In questo le labbra del ferito si agitarono come se bisbigliassero delle parole. Ella si chinò trattenendo il respiro per intender meglio.

— Alma — mormorò il giovane.

— Alma? — chiese a sè stessa la Regina — Ha detto Alma? Un nome di donna o la metà di una parola di cui non ho inteso il principio?

Si chinò vieppiù raccogliendo tutte le sue facoltà nell’udito, ma le labbra del giovane rimasero mute.

Ella si alzò colpita da un ricordo.

— Alma? Ma si chiama così la mia giovane lettrice, la figliuola del duca di Fagnano! Si conoscono dunque? Ma lui che non l’ha vista in viso non poteva sapere che ella fosse una delle due incognite che lo richiesero di aiuto. Lei però potè vederlo allorchè si tolse la maschera...

Stette un istante pensosa, cupa in viso, punta da un’angoscia della quale non avrebbe saputo dire la causa. Poi a poco a poco si rasserenò.

— Ho certo inteso male. So che quella ragazza non ha mai messo il piede fuori dal castello di suo padre ove era gelosamente custodita, e questo giovane, come dicono le note, dopo il nostro ritorno dalla Sicilia ha vissuto una vita raminga. Non ha parenti, non ha amici, non ha stabile dimora; solo di tanto in tanto va a passar qualche giorno in casa di un vecchio nella quale trascorse l’adolescenza. Eppoi le note stesse lo dipingono per un giovane allegro, spensierato, proclive un po’ troppo alle avventure rischiose per impetuosità di carattere e per esuberanza di virile energia. Via, via, lasciamo all’abate Chiari far dei romanzi sentimentali. Del resto, quando sarà in grado di rispondere alle mie domande, saprò bene io strappargli dal cuore il suo segreto, se ne ha uno. Tenterò prima con lei. Quella lì è più furba di quanto la sua arietta lasci supporre...

Un lieve picchio alla porta la fece trasalire.

— Il sole deve essere già apparso; quegli imbecilli di generali e di ministri che si son lasciati sorprendere impreparati mi aspettano — disse avendo compreso il significato di quel picchio discreto. — Andiamo, andiamo a dir loro che come io ho saputo riacquistare il regno, così anche questa volta saprò difenderlo.

E si mosse per andar via volgendo un ultimo sguardo al ferito. Poi, come vinta da un bisogno irresistibile, si chinò e lo baciò in fronte.

— Certo, più bello, più prode, più degno di tutti coloro che ebbi il torto di elevare insino a me, dei quali il mio amore non riuscì a far grande l’animo meschino!

E dopo aver detto ciò disparve dietro la tappezzeria che nascondeva la porticina.

Il ferito a quel bacio aveva aperto gli occhi e gli era parso di vedere un fantasima che dileguasse. Quel po’ di sonno aveva dovuto ristorarne le forze perchè potè sollevarsi sul gomito e guardare intorno per la camera come chi voglia coordinare le idee. Vide sul comodino presso al letto un vassoio con un bicchiere ed una bottiglietta colma di un certo liquore: comprese esser quello un cordiale, e reputando inutile servirsi del bicchiere, prese la bottiglia e bevve.

— Ah! — disse con un sospiro di soddisfazione — doveva esser così il nettare degli dei: mi par che le forze mi tornino e che un’ondadi benessere si spanda per tutto l’esser mio. Ma orizzontiamoci...

Si guardò di nuovo intorno.

— Curioso — disse poi — il quadro è sparito! Strani giochi della fantasia! Mi era parso di vedere là in fondo il ritratto di una Regina che non ci era prima e che non veggo più al suo posto. Nell’aprir gli occhi, mi era parso che l’immagine di quel quadro si fosse staccata, fosse venuta qui, mi avesse baciato in fronte e poi dileguasse. Ma che diavolo è accaduto? Ah, sì, sì, ora comprendo, ora ricordo. Fui ferito con un colpo di pistola da uno di coloro che volevano far violenza a quelle due donne mascherate... Ma posso stare in pace con la mia coscienza perchè dei buchi nella carne ne ho fatti anche io. Ma quelle due donne? Il palazzo reale è vicino al teatro; il tafferuglio avvenne in uno spiazzo presso il teatro. Avevo le spalle ad un muro... anzi no, ad una porticina in cui quelle due donne entrarono... anzi... ecco, ricordo bene, mi era parso di riconoscere in una di esse... Via, via, avevo di già perduto molto sangue forse e perciò avevo le traveggole. Poi caddi... Altri tre corpi giacevano a me vicino... Poi vidi due ombre che si chinarono, mi presero in braccio e mi portarono qui...

Stette un istante pensoso, poi:

— Qui? Ma questa stanza dovrebbe far parte del palazzo reale e...

Si interruppe dando in uno scroscio di risa.

— Me lo diceva zio Carmine che la lettura dei Reali di Francia mi avrebbe guastato il capo. Nel palazzo reale io? E quelle due donne dovrebbero esser per lo meno due dame della Corte! Veramente — continuò tornando a guardarsi intorno — se sono in casa di una di esse o di tutte e due, debbono essere assai ricche. Solo nel castello del duca di Fagnano vidi dei mobili come questi.

Il volto lieto fin allora si velò di malinconia.

— Folle, folle, che non so scacciar da me quell’immagine, e mi par di udir sempre quella voce! Ci ha colpa zio Carmine e quella fattucchiera di Geltrude, zio Carmine che pure non voleva avessi letto i Reali di Francia! Ricordo quando gli parlai la prima volta di... ah, che io sento di farle oltraggio chiamandola col suo nome... di Alma, dopo averle riportato la bella collana che aveva perduta... Quanti anni son passati? Otto anni forse... e zio Carmine mi ascoltava con un certo sorriso e con certi occhi, e giunse financo a dirmi serio e grave: Sarebbe una bella moglie per te; e Geltrude mi disse un giorno; Va alla guerra, torna generale ed il duca te la darà in isposa; e zio Carmine non mi sgridava punto allorchè tornavo tardi la notte per aver gironzato intorno al castello di lei, e zio Carmine sapeva che io andavo pei boschi in cerca di fiori silvestri pergettarli la notte sul balcone della duchessina e parve compiacersene anzi, e quasi quasi avrebbe preteso che ella, la quale al certo di nulla si era accorta, avesse incoraggiata quella mia follia! Ma io ebbi più senno di zio Carmine e... e partii soldato... per tornar generale!

Bevve ancora del contenuto della bottiglietta, e poi riprese:

— Del resto è la sola follìa della mia vita che ho portata meco attraverso l’avventurosa esistenza di questi otto anni, e per tale follìa di tanto in tanto, come stanotte, mi par di vedere l’immagine di lei e di sentirne la voce. Una illusione come quella che mi fece credere per poco vi fosse là in fondo un gran quadro col ritratto di una regina bella come una dea e con una corona sul capo come una Madonna. E mi parve financo che si staccasse dal quadro, si avvicinasse a me e mi baciasse in fronte!... Ma insomma — disse mutando di un tratto pensieri — deve esser ben tardi, sento le grida dei venditori, il rumore della folla per le vie, e le voci dei marinai lungo il lido. La finestra di questa stanza deve aprirsi sul mare. Ma qualcuno dovrà pure venire per veder se son morto o vivo. Ah, ecco un laccio, un laccio di seta, che deve pur servire a qualche cosa.

In così dire trasse a sè il laccio e immediatamente intese squillar lontano un campanello.Stette trepidante in attesa, certo che qualcuno sarebbe venuto.

Non attese invano. Poco dopo le ampie cortine della parete a destra del lettuccio si sollevarono, e un cameriere senza livrea apparve sul limitare dell’uscio.

— Appressatevi — disse capitan Riccardo.

Il cameriere si avanzò, fece un inchino e si tenne immobile.

— Mio caro — disse il giovane — voi sapete come io sia stato portato qui, sapete dunque in casa di chi mi trovi.

Il cameriere rimase impassibile.

— Al certo non siete muto — continuò il giovane un po’ stizzito — perchè non siete stato sordo al suono del campanello. Parlate dunque...

Non ne ottenne nessuna risposta: quell’uomo continuava a tenersi immobile senza battere palpebra.

— Sentite, amico — esclamò capitan Riccardo sollevandosi con visibile sforzo in mezzo al letto — io sono usato ad andar per le spicce, e vi prevengo che aborro dai misteri. Se non rispondete, scendo dal letto e saprò trovare bene io la via della porta di strada.

— Io non posso rispondere perchè nulla so — disse infine il cameriere. — Ho però l’ordine dal medico di avvisarlo appena Vostra Signoria si fosse svegliata.

— Ma chi ti ha dato un tale ordine?

— Il medico.

— Ma io non son certo in casa di un medico. Come si chiama dunque il vostro padrone o... la vostra padrona?

— Non so altro, glielo dirà il medico che aspetta nell’anticamera.

E senza più dire fece un inchino ed uscì dalla camera.

Il giovane non si era ancora rimesso dal suo stupore, quando vide entrare un ometto coi calzoni corti, le calze di seta nera e un giubbone di velluto. Aveva sotto il braccio il cappello a tricorno e la parrucca incipriata finiva in un lungo codino alla cui punta era annodato un nastro di seta.

— Siete voi il dottore? — chiese il giovane con accento aspro e breve.

— Proprio io; ma voi, mio caro signore, siete bene imprudente; eppure ho riscontrato sul vostro corpo diverse cicatrici, ciò vuol dire che non siete nuovo alle carezze dei colpi taglienti e perforanti. Come vi viene in mente di alzarvi a mezzo sul letto, col rischio di spostare il bendaggio?

In ciò dire avvicinatosi al giovine lo costrinse a rimettersi supino. Poi vedendo pressocchè vuoto la bottiglietta:

— Bravo, l’avete bevuto quasi tutto il cordiale. Vi faccio i miei complimenti, caro signore;vi trovo con una cera sorprendente, e sì che stamane sul luogo in cui cadeste c’era un lago di sangue. Immaginate i commenti! Anche gli altri feriti pare se la siano sgattaiolata e la polizia è in gran fermento. È stato dunque un duello come ne avvenivano sotto Enrico III? Vi siete battuti padrini e testimoni...

— Non fu un duello fu un’aggressione: io accompagnavo due signore mascherate a cui cinque mascalzoni volevano fare ingiuria...

— Ah, un’aggressione di cinque contro uno! — esclamò il dottore. — E voi solo contro quei cinque dei quali almeno tre a giudicare dalle tracce che han lasciato, feriste gravemente! Ma bravo, ma bravo, siete un eroe! E la polizia che si ostina a credere essere avvenuta in quel luogo una rissa fra alcuni calabresi che erano stati visti a teatro!

— Via, via, dottore — disse il giovane, punto persuaso che il dottore, come voleva far parere, fosse ignaro dei particolari di quella ancor per lui misteriosa avventura — voi sapete le cose più di me e meglio di me.

— Io? — esclamò il dottore stupito.

— Ditemi dunque dove sono e come si chiama colei che mi ha fatto portar qui.

— Come? non lo sapete?

— Se lo domando a voi...

— Non lo sapete? Ma ciò è strano, strano assai — esclamò il dottore il cui viso esprimeva una grande meraviglia.

— Appena ferito mi sentii a poco a poco venir meno; ricordo solo in confuso che fui sollevato dal suolo, fui messo in un letto, ove vidi come un fantasima curvo su me, certo voi che operavate sulla ferita per estrarre la palla...

— E la estrassi trionfalmente con due colpi di bistori. Aveva urtato nella clavicola e aveva strisciato lungo i muscoli del braccio. La scappaste bella! Ora ne avrete per una diecina di giorni, a patto che vi manterrete quieto ed ubbidirete agli ordini del dottore.

— Ma io voglio sapere dove sono, voglio, intendete?

— E lo volete sapere da me?

— Sì, perchè voi non l’ignorate.

— Mio caro giovanotto, da me non saprete niente per una ragione semplicissima.

— Ed è?

— Che non lo so neanche io.

Il dottore pareva così sincero che il giovane rimase intontito.

— Possibile? — mormorò.

— Possibilissimo. Stanotte ero a letto e dormivo della grossa quando fui svegliato perchè un ferito aveva bisogno della mia cura. Sappiate che io non mi rifiuto mai, mai ad invito simile, onde mi vestii in fretta e seguii l’uomo, che era venuto a chiamarmi e che mi parve un cameriere di buona famiglia.

— Ebbene, io non le so le strade di questaimmensa Napoli, perchè ci venni sei anni or sono col cardinale Ruffo e non vi dimorai che due giorni...

— Il gran Cardinale! — fece il dottore pel cui viso fin allora sorridente passò un’ombra di malinconia. — Ah, capisco adesso voi foste uno di quei valorosi che...

— Sì, sì — interruppe il giovane con un amaro sorriso — che dopo aver riacquistato il regno ai Borboni fummo da questi del tutto dimenticati.

Il dottore diede un balzo e si guardò attorno spaventato.

— Non dite così, non dite così — proruppe quasi volesse impedire al giovane di continuare. — I Borboni nostri amati sovrani non sono ingrati. Verrà la ricompensa, verrà quando meno l’aspettate.

Il giovane scrollò le spalle, ciò che gli fè dare un grido di dolore, poi:

— Son pronto a tornar da capo anche senza alcuna ricompensa... Ma non è di questo che si tratta adesso... Dunque io non so le strade, ma voi sì che dovete conoscerle, e perciò saprete per lo meno in qual via siamo.

Il dottore parve per poco imbarazzato, ma giunse a dominarsi e rispose con franchezza:

— Non so il nome della via, so soltanto che dà sul mare.

— Sapete almeno il nome di colui o di colei in casa del quale sono?

— Neanche, neanche, giovanotto mio; fui introdotto in questa casa, vi osservai, vi operai e nell’andar via mi fu dato dall’uomo che era venuto a chiamarmi il compenso di alcune monete... Ma io non so perchè dobbiate logorarvi il cervello per apprender cose di secondaria importanza. Siete alloggiato principescamente, con un servo alla porta pronto ad accorrere ad ogni vostro cenno; siete curato da un chirurgo che è annoverato fra i primari; avrete fra poco una delicata colazione, stasera un buon desinare: che cosa volete di più? Se chi ha tanta cura di voi vuol serbar l’incognito, vi è costretto al certo da gravi ragioni, forse dal vostro stesso interesse. L’insistere a voler saperne il nome potrebbe anche parere ingratitudine. Rassegnatevi dunque ad esser curato come un principe e ad esser trattato come un gran signore.

— Sì, sì, è vero — mormorò il giovane — ma gli è che io aspettavo un messo che ora ha perduto le mie tracce. Tutto il mio avvenire dipendeva da quello che mi avrebbe detto. Ecco, voi avete un viso che ispira fiducia ed io vo’ dirvi, caro dottore, quel che sarà di me dopo guarito; mi manderan via da questa casa ove fui curato come un principe e trattato da gran signore e mi troverò senza un soldo in tasca come un mendicante.

— Eh, chi sa! — rispose il dottore con un risolino che gli errava tra labbro e labbro.

— Lo so io, lo so io, se non trovo quel messo! — rispose il giovane.

— Orsù — fece il medico che non pareva punto commosso — pensiamo al presente: lasciatemi osservare la ferita; per ora è questo l’importante.

E si diede a slacciare la fascia che aveva sovrapposto al piumaccio.

— Benissimo, benissimo, fra dieci giorni il braccio tornerà gagliardo come era iersera quando deste di quei colpi ai vostri avversarî. Vi occorre però del riposo, della tranquillità di spirito e della fede nella vostra stella.

— Ahimè, caro dottore, la mia stella è appena appena un lumicino che può esser spento da ogni alito di vento.

— Invece io la credo prossima a sfavillare di luce intensissima se... se saprete tenerne acceso il fuoco...

E il dottore scoppiò in una risata la quale al certo rispondeva come la sua frase, ad un segreto pensiero. Ma il giovane non vi badò: appariva incerto, imbarazzato, come chi voglia dir cosa per la quale non trovi le parole. Infine facendo uno sforzo:

— Mio caro dottore, io vi son riconoscente delle vostre cure, ma la mia lealtà mi obbliga a dirvi che non ho di che pagarvi, il messo che aspettavo avrebbe dovuto darmi un po’ di danaro, ma a chi rivolgermi ora? Capite bene,se son forzato ad accettare la ospitalità di un ignoto, non voglio che per di più paghi il medico e quindi...

— Sì, sì, voi siete degno di far fortuna — esclamò il dottore che fissava il giovane con occhio scrutatore — perchè siete anche nobile e fiero, ammenochè, appunto per questo, non sappiate trar profitto...

— Che dite, dottore?

— Nulla, nulla... Vado via per tornare stasera. Attenetevi dunque alla mia prescrizione: riposo, tranquillità di spirito e fede nel vostro avvenire.

Ciò detto fece un cenno di saluto e si diresse verso l’uscio, giunto al quale si rivolse per salutare di nuovo il giovane e poi andò via.

— Parola d’onore, non mi ci raccappezzo — mormorò il giovane — pure son certo che il dottore, una brava persona a quel che pare, la sappia più lunga di quando mi voglia far credere. Che mistero è questo? Io son di sicuro in casa di quella incognita che fu la prima a prendere il mio braccio, che io già avevo giudicato per una signora, forse anche una gran signora. Ella mi mostra così la sua riconoscenza, pure avendo potuto lasciarmi giacente sulla via. Sì, ma se mi fece raccogliere onde io non ne indovinassi il nome e per evitare uno scandalo? In tal caso la riconoscenza si chiamerebbe prudenza! Insomma, io debbo sapere,voglio sapere, anche perchè il mio ospite, uomo o donna, sappia che io non son uomo da seguire il consiglio molto pratico, ma punto delicato, del dottore.

E con una rapida risoluzione, fece di nuovo squillare il campanello ed attese con l’aria di chi abbia formato un disegno.

L’istesso cameriere apparve sull’uscio.

— Datemi i miei panni — gli disse con l’accento di chi è sicuro d’essere ubbidito — il dottore mi ha trovato in grado di alzarmi e di uscire.

— Lei non può uscire — rispose l’impassibile cameriere — se prima non avremo ricevuto l’ordine.

— Noi? chi noi?

— Noi dell’anticamera, i valletti della sala di entrata, il portinaio...

— Ma dunque son prigioniero?

Il cameriere fece un gesto come per dire che non ne sapeva nulla.

— Via, via, non mi fate andare in collera chè io son buono a gittar dalla finestra voi dell’anticamera, i valletti della sala di entrata e il portinaio. Dite il mio desiderio al vostro padrone, chè non voglio mostrarmi scortese usando la forza.

— Il nostro padrone è assente.

— Anche questo? E quando tornerà cotesto vostro padrone?

— Fra cinque o sei giorni, anzi, prevedendo che lei avrebbe voluto andar via, ci ha detto di pregarlo ad aver pazienza.

— Dunque lo vedrò finalmente cotesto mio ospite?

Il cameriere rispose con lo stesso gesto evasivo, poi riprese:

— Se vorrà vestirsi, troverà in quell’armadio degli abiti: i suoi furon portati via perchè macchiati di sangue... Ha da comandarmi altro?

Il giovane rispose con un cenno della testa che fu dal cameriere inteso come di commiato.

Rimasto solo, Riccardo si diede a riflettere ai casi suoi davvero assai strani. Se il suo ospite gli aveva fatto dire di attenderlo, aveva dunque in animo di rivelarglisi e quindi era suo obbligo di attenderlo. Sempreppiù si andava persuadendo che l’ospite fosse una donna, e proprio quella donna per la quale era stato ferito. Un ricordo inoltre sopravvenutogli di un tratto, lo aveva fatto decidere a rimanere: la donna mascherata nel sentire il suo nome non si era mostrata consapevole di molti episodi della vita di lui, ciò che l’aveva vivissimamente sorpreso? Come dunque li conosceva? chi glieli aveva detti? dove mai l’aveva conosciuto?

Lui era un povero avventuriere che se si era fatto notare per la sua intrepidezza, anzi per la sua temerarietà, in quel sanguinoso periodo della storia napoletana, non si lusingavapunto che la sua fama si fosse sparsa così che al solo sentirne il nome la gente lo associasse all’assalto di Cotrone e alla scalata del forte di Vigliena. Chi era dunque quella donna così addentro nelle imprese da lui compiute?

E ricordava inoltre che i cinque contro i quali aveva difeso quella donna le avevano rivolto delle atroci ingiurie, l’avevan detta vile, fedifraga, adultera, e pur senza conoscerlo gli avevano rimproverato di prenderne la difesa, quasi quella creatura fosse indegna della protezione di qualsiasi onesto uomo. Come rinunciare dunque a scovrir un tal mistero? Rimanendo, non solo si sarebbe mostrato riconoscente alle cure che essa aveva avuto per lui, ma avrebbe al certo appagata la curiosità che andava divenendo in lui sempre più acuta. Però non sapeva spiegarsi, non bastando a dargliene una ragione ciò che egli diceva la sua follìa, come in tutto quello inestricabile viluppo si associasse l’idea e l’immagine di Alma! Non gli era parso di vederla nel fondo del palco reale mentre la Regina era per andar via dal teatro? non gli era parso di averne intesa la voce nelle parole del domino azzurro che era in compagnia di colei che gli aveva chiesto aiuto? Non gli era parso di vederne la figura ritta sotto l’arco di una porta mentre egli si accingeva a respingere gli aggressori delle due donne mascherate?

Ma a che logorarsi più oltre il cervello? Nongli restava dunque che di rassegnarsi ad attendere.

In capo a sette giorni la ferita poteva dirsi rimarginata, il giovane aveva ripreso le forze mercè anche i cibi succolenti e delicati insieme che gli erano serviti in vassoi di argento e i vini generosi. Alzatosi, si era vestito di un ricco abito tra il borghese ed il militare trovato nell’armadio con un mantello foderato di una ricca pelliccia. Nè mancavano le armi chè in una panoplia presso all’armadio aveva visto delle spade, delle pistole, dei pugnali di tempra finissima, come non mancavano libri in uno scaffale di ebano intarsiato, libri di amena lettura come i romanzi dell’abate Chiari, i melodrammi e le canzonette del Metastasio e i poemetti del Monti. Si era anche avvicinato alla finestra per aprirla, ma le massiccie imposte eran chiuse da catenaccio, onde non potè vedere attraverso i vetri che l’azzurra distesa del mare corsa da vele e da barche di pescatori.

Il dottore era venuto ogni giorno, ma nulla aveva potuto apprendere da lui: chiacchierava volentieri; ma appena il giovane accennava al suo ospite si chiudeva in un riserbo che avrebbe esasperato il recluso se essendo ormai trascorsi alquanti giorni non fosse stato certo che il mistero fra poco gli sarebbe stato svelato. Perchè perdere il merito della paziente attesa con una ribellione tardiva? Certo delle graviragioni avevano imposto al suo ospite di esser cauto; d’altra parte di che poteva lagnarsi lui? bene è vero che l’ozio incominciava a pesargli; uomo di azione, vissuto fin allora nella libertà dei grandi boschi e nelle vicissitudini di una vita avventurosa sempre incerta del domani; costretto ora a raggirarsi tutto il giorno per quell’angusta cameretta incominciava a sentire acuto il bisogno di uscirne. Nè la lettura bastava a distrarlo, e la vista del mare faceva più vivo in lui il desiderio dei grandi orizzonti e della libera vita sotto il sole, all’aperto.

Erano scorsi già sette giorni di tale vita solitaria e monotona alla quale però nulla mancava pel benessere del corpo, chè anzi i cibi succolenti, i vini generosi ne avevano ringagliardito le fibre ed acceso il sangue da fargli sentire vieppiù penosa la strana prigionia. La ferita era del tutto rimarginata, il dottore non era più venuto: il giovane dunque si trovava solo, solo col mistero sul quale convergeva ogni suo pensiero, preoccupato anche dalla incertezza del domani, quantunque tanto la donna mascherata, quanto il dottore gli avessero raccomandato di aver fede. In lotta seco stesso, chè incominciava a sentir vergogna di quella sua inazione, e di quella ospitalità sontuosa la quale lo umigliava, aggiravasi per l’angusta cameretta ora risoluto di andar via a qualunque costo, or cedendo al vivo desiderio di conoscereil mistero dal quale si sentiva avvolto e nel quale spesso si approfondiva senza venirne a capo.

— Domani, domani andrò via, andrò via! Tornerò da zio Carmine a cui certo quel tale che mi invitò a venir qui si sarà rivolto per aver mie nuove.

Questo aveva detto a se stesso quasi ogni sera nell’andare a letto, e questo ripeteva a se stesso la sera di quel giorno, dopo che il cameriere avendo acceso la lampada lo lasciò solo.

— Chiunque sia il mio ospite avrebbe bene il diritto di giudicare male di me se mi credesse così vile da essermi acconciato a questa esistenza da parassita.

Si coricò dopo disposto il paralume in modo che l’alcova in cui era il lettuccio fosse nella penombra; e aspettando che il sonno scendesse sulle pupille si diede a riflettere ai casi della sua vita e ad evocarne i ricordi.

Sapeva pur troppo di esser solo al mondo: il vecchio zio Carmine quando il giovinetto, dotato di una precoce intelligenza che accoppiava ad un ardire e ad una forza di animo di molto superiore alla sua età, fu da lui reputato in grado di conoscere il vero, non gli nascose che l’aveva raccolto nel bosco ove colei che l’aveva partorito l’aveva esposto forse per occultare la colpa commessa nel generarlo. Egli era dunque un povero trovatello che sarebbe mortodi fame e di freddo senza la pietà di quell’uomo che egli amava come un padre e che continuò ad amare con filiale devozione anche quando venne a sapere che non era stretto a lui da alcun vincolo, se non dalla gratitudine. Ed invero zio Carmine aveva avuto per lui le cure più affettuose, e se perchè povero, vivendo del provento di un poderuccio, non gli aveva potuto dare uno stato, ne aveva curato l’educazione per quanto era nelle sue forze, tenendolo a scuola fin presso ai diciotto anni, sicchè fra i giovanotti di quella montana contrada Riccardo di zio Carmine, come veniva chiamato, poteva dirsi uno dei più istruiti, notevole anche per una innata gentilezza di animo, e ciò faceva dire a parecchi che certo scorreva sangue di signori per le vene di quel trovatello. Il giovanetto invero si sentiva diverso dagli altri suoi compagni, dando ragione a quel che la gente diceva di lui non solo a proposito dei modi, ma anche della figura la quale, pure essendo maschio e robusta, aveva qualche cosa di delicato e di signorile che persuadeva a farlo credere non di sangue contadinesco. Zio Carmine d’altra parte si faceva scuro in viso quando qualcuno accennava all’origine di Riccardo, ed il giovane era convinto che il mistero della sua nascita non doveva essere ignoto al suo benefattore.

E ci era un altro che esser ne doveva consapevole,un amico di zio Carmine, ben noto a tutti i montanari della Sila per la sua rozza e grottesca figura e per la sua forza muscolare, per la quale aveva meritato di esser detto il Toro. Si chiamava Pietro, ed apparteneva a quella classe tra il borghese e il contadino che vive del proprio lavoro accudendo alla coltura di un poderetto o ad altri negozi. Se la vita di zio Carmine era scorsa tranquilla e monotona nel suo villaggio presso al castello dei duchi di Fagnano, non così quella del suo amico Pietro che aveva avuta una giovinezza assai burrascosa. Innamoratosi di una bella giovinetta, l’aveva sposata, non calcolando che la sua bruttezza lo avrebbe esposto a gravi pericoli e che la bellissima Rosaria più che lui aveva sposato la casuccia e il poderetto che Pietro il Toro aveva ereditati; se ne accorse un triste giorno in cui messo in sull’avviso dai vicini aveva trovato Rosaria in intimo colloquio con un guardaboschi. Pietro il Toro aveva di una sola stretta delle sue dita di ferro strozzato i due amanti, poi aveva preso il bosco per sottrarsi alla giustizia e si era unito con una banda non prendendo però parte a nessuna delle atrocità che essa commetteva, limitandosi soltanto a chiedere di che sostentarsi ai signori che avevano boschi e mandrie sulle montagne. Scendeva spesso nel suo paesello per riveder gli amici ed era da tutti stimato come un buon galantuomo, eper la bizzarria del suo carattere era bene accolto anche dai signori, che gli davano da vivere a patto che egli non ne danneggiasse i beni.

Pietro il Toro era stato dei primi ad accorrere sotto la bandiera del Cardinale Ruffo ed aveva fatto prodigi di valore negli assalti della città e nelle mischie coi repubblicani. Poi era tornato glorioso e trionfante nel paesello e si era rimesso a coltivare il poderetto sicuro che non lo avrebbero molestato nè nel doppio omicidio, nè per i dieci anni di vita brigantesca, che aveva, a parer suo, largamente scontato col combattere pel trionfo del trono e dell’altare. Ed invero se prima lo si stimava, dopo il ritorno dalla crociata lo si ammirava; e poichè aveva ben dimostrato che il coraggio in lui era pari alla forza muscolare, era divenuto un pezzo grosso per tutti i montanari silani che giungevano financo a non trovarlo poi tanto brutto.

Il giovane Riccardo aveva in lui più che un amico: spesso quando Pietro il Toro viveva da bandito andava a raggiungerlo sulla montagna ed era accolto con affettuosa compiacenza; e lo strano era questo, e che riusciva inesplicabile pel giovanotto: Pietro il Toro di modi burberi e scontrosi con tutti, era come lui quasi umile e gli parlava con una certa sommissione. Il giorno in cui seppe che il giovanotto era gravemente ammalato, passò piùnotti al capezzale di lui col rischio di farsi sorprendere dai gendarmi che avevano avuto l’ordine di arrestarlo. Al par dello stesso Carmine aveva a cuore l’avvenire del giovane che già aveva varcato i venti anni e mal volentieri si piegava ai lavori dei campi quantunque ben lo comprendesse, l’aiutare il vecchio Carmine che aveva preso a coltivare anche il poderetto di Pietro il Toro, fosse un obbligo per lui.

— L’inclinazione di questo nostro giovanotto è per le armi. Io ne farei un soldato — disse un giorno Pietro il Toro discorrendo col suo amico.

— Il duca di Fagnano ha bisogno di un armigero. Lo prenderebbe volentieri al suo servizio...

— Mai, no, mai! — esclamò Pietro il Toro guardando fisso il suo amico.

— Hai ragione, sì, hai ragione — mormorò questi — sono uno sciocco!

Fu allora che il cardinale Ruffo sbarcò in Calabria e chiamò intorno a sè tutti coloro i quali volessero combattere pel Re legittimo e per la Religione: e fu Pietro il Toro che indusse il giovane Riccardo a seguirlo. Il giovane se da una parte vedeva aprirsi un vasto orizzonte ad una certa confusa ambizione che covava nell’animo, dall’altra un sentimento che ancora non aveva nome per lui, un sentimento vago, senza propositi gli rendeva sordamenteincrescioso il doversi allontanare da quel luogo. A diciotto anni aveva trovato un giorno in un viale del castello del duca una collana d’oro con una bella crocetta tutta petruzze scintillanti: certo apparteneva alla figliuola del duca che allora allora era passata a cavallo con un seguito di armigeri: il giovanotto l’aveva raccolta, era andato al castello e per favore singolare era stato ammesso alla presenza della duchessina che piangeva pel gioiello disperso essendo esso una memoria di sua madre. Era stata tale la gioia che la giovinetta gli si era slanciata incontro e lo aveva ringraziato con una effusione pressochè sconveniente per una donna del suo grado. Poi rivoltasi alla governante, una vecchia signora dall’aria burbera ed altezzosa, le aveva detto mentre rimetteva al collo la collana di dare una buona mancia a quel contadinello.

Il contadinello aveva arrossito e senza attendere che la vecchia signora eseguisse l’ordine della duchessina era andato via.

Ma da quel giorno non sapeva bene qual sentimento nuovo, strano, imprecisabile ed ineffabile gli era nato nell’anima: dapprima celato a tutti, poi intravisto da pochi che avevan dimestichezza col giovanotto, e specialmente da una vecchia amica di zio Carmine, certa Geltrude, che viveva dei provventi di un mulino giù nella vallata e che accoglieva volentieri ilgiovanotto allorchè si recava da lei. E fu appunto essa che un giorno, vedendolo seguire con uno sguardo pensoso la duchessina che passava fra la consueta scorta degli armigeri, aveva detto ridendo al giovane:

— Ti piace, eh, ti piace? Non sei di cattivo gusto! Capperi, la figlia di una dei più grandi signori del Regno e per giunta bella e luminosa come un raggio di sole! Va fatti soldato, torna generale e tela daranno in isposa.

Il vecchio Carmine fece un gesto di stupore quando la sua amica Geltrude gli parlò di quello che le era parso di leggere nell’animo del giovane, ma non se ne mostrò sdegnato quasi che non gli fosse parso punto oltraggioso il qualsiasi sentimento del suo figliuolo adottivo verso quella superba figlia di uno dei più nobili signori del regno, come sarebbe parso agli altri di quel paesello, anzi un giorno in cui sorprese il giovanotto col naso in aria e gli occhi fissi sul lontano castello aveva detto: sarebbe una bella moglie per te! con un accento che aveva della ironia, ma aveva anche una certa tristezza.

E perciò Riccardo, il figlio adottivo di colui che era chiamato zio Carmine, pure anelando di uscir da quella solitudine in cui la sua gagliarda giovinezza si disfaceva, nel dividersi da zio Carmine e da Geltrude, che erano stati i soli suoi amici, nel cingere al fianco il coltellaccioe nel mettersi in ispalla la carabina che zio Carmine gli aveva regalato; sentì come se una acuta spinta gli pungesse il cuore. Ed era partito seguendo Pietro il Toro con una speranza nell’animo ingenuo e gonfio di illusioni, di tornar generale.

La bellezza della persona, l’ardire che gli si leggeva nello sguardo eran piaciuti al Cardinale che volendo metter su un reggimento di milizia regolare col nomeReal Calabriaandava scegliendo fra i più prestanti di coloro che erano accorsi a lui, per farne un corpo disciplinato che fosse di nucleo agli altri. E il giovane Riccardo vi fu ammesso come soldato; ma nelle diverse fazioni era stato tale il suo valore, che salendo man mano di grado, era stato per la temerità dimostrata nell’assalto del forte di Vigliena promosso a capitano. Bisogna però dire che egli non aveva commesso nessuna di quelle nefandezze che disonorarono quell’eroica impresa: che era stato pietoso coi vinti, umano coi nemici e che più volte anzi aveva impedito che si commettessero quelle sceleraggini che il Cardinale pur volendo, pur deplorandole, non aveva saputo evitare.

Onde dopo la sanguinosa campagna i due amici, Pietro il Toro e capitan Riccardo si trovarono insieme, non sapendo a qual partito appigliarsi. Il Cardinale si era dimesso; il Re era tornato dalla Sicilia e pareva del tutto dimenticodi coloro che avevano sparso tanto sangue per rimetterlo sul trono: le bande si erano disciolte; i gradi conseguiti non eran riconosciuti: il vecchio bandito ed il giovane capitano si trovarono soli e come perduti nella immensa Napoli che avevano ritolta ai repubblicani per ridarla al re legittimo.

— Tu partisti per divenir generale, ritorni ora capitano — disse ridendo Pietro il Toro — più fortunato di me che torno quel che ero, ma con qualche piastra in tasca che tu non hai.

E i due amici fecero la via servendosi un po’ per uno del cavallo di capitan Riccardo, che il giovane aveva guadagnato in uno scontro coi repubblicani. Pure, mentre Pietro il Toro tornava alla coltura del suo poderello, il giovane che sdegnava di vivere in ozio, oramai però esperto del mondo, si era dato a negoziare di bestiame che trasportava in Sicilia per rivenderlo. Aveva ricacciato in fondo al cuore il qualsiasi sentimento che gli faceva vagheggiar l’immagine della figliuola del Duca, la quale aveva rivista non sapendo trattenere un sussulto dell’anima sua, e ne era stato per la prima volta guardato con una certa curiosità benevola, poichè si era sparso nel paesello la fama delle prodezze da lui compiute. Ma aveva vissuto pur troppo in quei sei mesi a contatto del mondo perchè potesse accarezzar nell’anima sua le ingenue illusioni della prima giovinezzae si era dato ai suoi commerci coi quali sperava di farsi uno stato modesto e tranquillo.

Quando un bel giorno un messo giunto da Napoli aveva chiesto di lui al vecchio Carmine; quel messo che non aveva voluto dire chi lo mandasse, lo invitava a recarsi a Napoli ove in un luogo che poi gli sarebbe indicato avrebbe visto raccolti tutti gli antichi capibanda delle milizie sanfediste: quel messo gli conferiva la facoltà di condurre a tal convegno coloro che si erano segnalati nell’impresa del Cardinale, e nel dir ciò porgeva al giovane una borsa con duecento piastre per la spesa del viaggio di lui e degli altri che avrebbe condotto seco. Ah, finalmente! era quella, quella la fortuna che da tanto aspettava, chè mai si era piegato a quella vita monotona e triste del mercante di bestiame. A ben altro si sentiva nato: sentiva di aver in sè un tesoro di energie: anelava alla lotta, ad una esistenza di perigli e di grandi imprese; quando si parlava delle guerre che altrove si combattevano, quando sentiva discorrere di coloro che nati poveri ed oscuri avevano conquistato sui campi di battaglia un nome famoso, un grado cospicuo, un titolo, ed alcuni erano giunti fino a cingere una corona; quando in qualche giornale capitato chi sa come in quel suo paesello leggeva il racconto delle fiere battaglie coi nomi di coloro che avevano in esse trionfato od anche che in esseerano gloriosamente od eroicamente morti, sentiva come una invidia ed insieme un dolore profondo che a lui fosse negato tanto di raggiungere la meta che la sua confusa ambizione gli additava, quanto di morire eroicamente e gloriosamente nello assalto di un ridotto o nella difesa di una trincea.

I cinque mesi della sanguinosa reazione che aveva fatto crollare la Repubblica partenopea erano stati i più belli della sua giovane vita: la prova che aveva dato di sè e che aveva attirato l’attenzione dello stesso Cardinale, lo avevano persuaso di esser nato per la guerra, non per quella combattuta sì ferocemente accanto a coloro che la consideravano un mezzo per appagare le più turpi passioni e per far bottino; non accomunato ai ladri ed agli assassini che avevano sparso intorno a sè il terrore e che avevano commesso tante inaudite nefandezze: non contro i suoi stessi concittadini devastando, incendiando, depredando, ma per quella combattuta lealmente contro gli eserciti stranieri sui campi di battaglia. Dopo quei cinque mesi, aveva dovuto soffocare le speranze e le ambizioni; aveva dovuto considerar come inutilmente sparso il suo sangue col quale aveva pure conquistato un grado: aveva dovuto tornare nella volgarità della vita paesana a vendere e rivendere pecore e buoi, rinunciando al proposito col quale si era votato di riparare all’oltraggiodel destino col farsi un nome glorioso. Ma ecco che di nuovo la fortuna picchiava alla sua porta con la mano di quello ignoto messaggero, perchè era evidente che gravi avvenimenti maturavano e che si aveva bisogno ancora del braccio di coloro che, a parte l’indole malvagia e delittuosa di alcuni, avevan dato prova di tanto valore guerresco, e questa volta forse si sarebbe combattuto non contro i propri concittadini, ma contro lo straniero.

— Sta sicura — aveva detto sorridendo a Geltrude — che questa volta tornerò generale!

E aveva rivolto uno sguardo verso il castello con una espressione di tristezza e insieme di amara ironia, ma aveva visto cosa che assai lo fece meravigliare: il castello, di ordinario, così silenzioso, amando il Duca vivere nella quiete allorchè lasciando la Corte in cui teneva l’ufficio di primo scudiere della Regina, veniva per pochi giorni a visitare la sua unica figliuola Alma, era in una insolita animazione; e nello spiazzale gli armigeri a cavallo pareva aspettassero che le due lettighe, ferme presso la porta, si mettessero in via.

Geltrude seguendo la direzione dello sguardo di Riccardo, aveva detto:

— È il Duca che riparte. Non sapevi forse che era tornato da parecchi giorni?

Ah! la sua follìa, che di tanto in tanto lo sopraffaceva, non era del tutto dileguata, quantunqueegli ben misurasse l’insormontabile distanza che lo divideva da quella giovanetta, tanto lontana da lui quanto una stella da una lucciola!

Non aveva mancato di partecipar l’invito a Pietro il Toro, il quale quantunque avesse di qualche anno varcato i cinquanta, pure anelava anche lui ad una vita avventurosa; al Ghiro, al Magaro che avevano fatto tanto buona prova sotto il Cardinale e a parecchi altri degli antichi commilitoni che non chiedevano nulla di meglio, quantunque ignorassero di che si trattasse; ma la vista delle duecento piastre li assicurava e li incoraggiava a seguire il giovane.

Così era partito con quei suoi compagni; così era giunto a Napoli, ove sul Ponte della Maddalena un uomo, fattoglisi incontro gli aveva dato un biglietto nel quale era scritto che coi suoi compagni avesse aspettato il messo nella sala del veglione al S. Carlo. Così gli era accaduto quella strana avventura, per la quale era stato ferito e si trovava ora quasi prigioniero sulla parola in una casa a lui ignota, ospite forse di quello sconosciuto che aveva protetto.

················

Tali ricordi lo avevano per un pezzo tenuto sveglio, col pensiero lontano da quel luogo, ma che a quel luogo era tornato e alle conseguenzedi quell’avventura, conseguenze che rendevano inutile il suo viaggio a Napoli e quello dei suoi compagni. Che avrebbe detto ad essi? Come avrebbe giustificato il suo abbandono? avendolo visto uscire dal teatro con due donne, non avrebbero creduto che chi sa in quali bagordi avesse del tutto dimenticato i suoi amici? E pure che li avesse ritrovati come avrebbe provveduto ai loro bisogni poichè delle duecento piastre ben poche gli erano rimaste in tasca?

Poi, a poco a poco le pupille gli si velarono: i gravi e tristi pensieri avevano a lungo lottato col sonno che gli gravava le ciglie, poi si erano confusi, poi il sonno lo aveva vinto. La notte era già alta: la lampada spandeva un fioco chiarore per la stanzetta, ma il paralume che il giovane aveva spiegato innanzi ad esso lasciava nella penombra l’alcova in cui era il tettuccio.

Il silenzio era profondo.

Ma il silenzio profondo fu rotto da un lieve cigolìo: le cortine del fondo si aprirono, una donna apparve, che si inoltrò pian pianino, varcando il semicerchio di luce che spandeva la lampada. I magnifici capelli biondi disciolti per le bianche spalle che una nera vestaglia lasciava denudata, gli occhi accesi come per febbre, le labbra rosse e tremanti nel pallido viso, il seno magnifico che ansava facevano di quella regalebellezza una prepotente fascinatrice. Ella con gli occhi lampeggianti fisi sul giovane si accostò al tavolinetto accanto al tettuccio sul quale era un vassoio con un bicchiere ed una bottiglietta piena di un roseo liquore: l’aperse e vi lasciò cadere una polvere contenuta in una scatoletta d’oro. Poi...

Il giovane dormiva supino con la testa fiera e maschia affossata nei morbidi guanciali. Era sogno o era realtà? Sentiva sulla bocca una bocca ardente e due braccia che lo stringevano su un seno morbido e caldo.

Aperse gli occhi e diede un grido.

— Siete venuta, siete venuta? — disse lui discostando un poco quella donna da sè per contemplarne meglio le fattezze. — Come siete bella, come siete divinamente bella!

— Parlate sommesso — disse lei con un soffio di voce.

Capitan Riccardo non avrebbe saputo dire se fosse sveglio o se quello fosse un sogno, un sogno divino.

— Era il vostro ritratto dunque quello che vidi una notte e che fu poi tolto?

— No, no — affrettossi a rispondere lei.

— Come vi somiglia, come vi somiglia! Ma siete voi, dite, siete voi l’incognita che chiese il mio aiuto?

— Sì, sì, taci, taci! — mormorò lei.

— Ah, sì, ricordo che mi diceste di esserbella, ed io bella vi ho sognato... Ma la realtà supera il sogno... Oh, che vi guardi, che vi contempli...

E il giovane con le mani nel morbido viluppo della bionda capellatura di lei ne discostò vieppiù il volto dal suo e si diede a scorrere con lo sguardo fiammeggiante per tutte le bellezze di quella donna di cui respirava il profumo acre, ma pur soave.

— Voi siete la Regina...

— Io? — esclamò lei sollevandosi con un atto di sgomento.

— Sì, sì, la regina della bellezza, e se fossi morto per voi, purchè vi avessi per un istante vista in viso, mi sarei inteso compensato abbastanza. Ma perchè mi avete fatto aspettare tanto?

— Eravate ferito — mormorò lei chinandosi di nuovo sul giovane che l’aveva rassicurata con le sue parole. — Temetti che la mia presenza, una qualsiasi emozione potessero ritardare la guarigione...

— Ah, sì comprendo ora — fece il giovane che non si saziava di contemplar quelle bellezze alle quali la penombra conferiva una vaghezza di fantasima. — Ah, come dovete essere vieppiù divinamente bella al sole, e nello sfolgorar di cento ceri! E la vostra compagna, dite, la vostra compagna? Perchè eravate in due quella sera...

— Era la mia cameriera — rispose lei con accento brusco e reciso.

Il giovane fece un atto di meraviglia, ma poi sotto il fascino di quella donna, del mistero che la circondava, col cervello inebriato dei profumi, con gli occhi abbagliati, sentendo sempre per le vene una fiamma e ancor incerto se quello fosse un sogno, cinse con le braccia la vita della incognita attirandola a sè.

— Dimmi, dimmi chi tu sei, dimmi con qual nome debbo invocarti...

— Ti piaccio? — domandò lei con un sorriso che mise un bagliore di neve nella bocca rossa ed ardente.

— Sì, sì, assai! — esclamò lui fissandola estasiato nelle pupille.

— Ebbene, chiamami come vuoi tu, il piacere, la voluttà, l’amore, ed ecco quel che sono ora per te.

— Sì, sì, il piacere, la voluttà — mormorò lui.

— Perchè non dici anche l’amore? Ami forse un’altra donna tu?

E nel fargli questa domanda, il labbro inferiore, un po’ più pronunziato dell’altro, le tremava, gli occhi azzurrini che erano così dolci nei baci, ebbero un lampo ferino, e la voce ne era aspra e stridente.

— L’amore! — rispose lui allentando la stretta e ripiegando il capo come sorpreso daun pensiero o da un ricordo. — No, no, nessuna donna mi ha mai amato!

Sperò così di aver deluso la domanda per una certa diffidenza che pur nell’ebbrezza lo teneva guardingo, ed anche perchè in quel subito divampare del suo sangue, aveva ritegno di frammettere il nome e l’immagine di una fanciulla come temesse di farle oltraggio. Poi proseguì:

— Certo nella mia vita avventurosa a molte donne io piacqui, molte mi piacquero, ma nessuna nessuna lasciò di sè memoria nell’anima mia.

Poi sopraffatto dall’ebbrezza, trasse a sè di nuovo quella donna che si piegò e fissandolo con uno sguardo acuto da penetrargli nel fondo del cuore, gli disse:

— Sì, sì, ma mi amerai sempre, per la vita e per la morte?

— Sì, sempre! — rispose lui anelante — per la vita e per la morte!

— Bada — continuò a dir lei dominandosi come se volesse anzi tutto svelargli l’animo suo — bada: il mio amore è di quelli che uccidono o è di quelli che esaltano fin dove l’ambizione di un uomo può giungere. Esso è come il sole, o brucia o feconda: esso è come il torrente, o devasta, o...

— Sia morte, sia vita, sia inferno, sia paradiso, che importa? — esclamò lui.

— Così ti voglio, così ti ho sognato, così — rispose lei fremente!

Quante ore trascorsero? Non essi l’avrebbero potuto dire. Le ore che conta l’ebbrezza sono istanti, quelle che conta il dolore son secoli! Nel silenzio profondo si sentiva il delirio di quella giovinezza e di quella beltà.

— Ho sete! — disse lui nel destarsi da quel delirio.

Egli si era sollevato sul gomito e la contemplava. Era una magnifica statua calda e palpitante d’amore, con gli occhi languenti di dolcezza e le labbra roride di voluttà.

— Hai sete? Non ho che lo squisito liquore di questa bottiglietta. Vino da imperatori.... che tu hai bevuto ogni giorno.

— Se mi veniva da te, nettare degli Dei! — disse lui per continuare nello scherzo.

Ella rispose seria e grave:

— No, sul serio, vino da imperatori... del Tokai. Mescine nel bicchiere.

Egli si rivolse, sturò la bottiglia e riempì il bicchiere che le porse.

— Bevi tu — disse lei.

— No, no, mia dolce signora...

— Bevi, così voglio! — esclamò con voce imperiosa.

— Non andare in collera, via. Vai presto in collera tu! — rispose Riccardo un po’ sorpreso. — Ma bada, veh, che anche io vo in collera talvolta, e in tal caso, so essere uomo, comprendi?

— Ah, sai esser uomo! — esclamò lei col viso sfavillante di gioia. — Sì, sì, lo credo. Hai avuto un gesto superbo di orgoglio e un accento reciso di dominatore. Perdona sai. Gli è che finora io ho vissuta fra femminucce in calzoni. Sei un uomo tu! È vero, è vero: me ne accorgo dal lampo che hai nello sguardo. Se avessi ubbidito alla mia voce, ti avrei stimato meno. Sei bello, sei prode, e sai volere! Ah, se il re che è fuggito fosse stato prode, e avesse avuto negli occhi quel tuo sguardo di fiera volontà...

— Che importa del re a noi, in questa ora? — disse lui scrollando le spalle.

— È vero che importa a noi del re che è fuggito vigliaccamente?...

— Via, non facciamo della politica: lasciamo in pace quel povero re, pel quale ho pure sparso il mio sangue.

— E della Regina... non parli tu della Regina?

— Ne ho inteso dir tanto male, ma.. non importa, io sento che è una grande anima, fiera, risoluta, imperterrita nell’odio come nell’amore, tremenda nella lotta e superba anche nella disfatta.

— Proprio così, proprio così proruppe lei — e a cui finora mancò un uomo!

— Ma insomma bevi se hai sete — disse il giovane porgendole il bicchiere.

— No — fece lei raccogliendosi tutta in lui che la teneva stretta con un braccio. — No... vedi, ora prego... bevi tu, bevi, mio bel cavaliere. Sii docile al capriccio della tua donna...

— Così, berrei la morte — rispose lui galantemente.

Vuotò di un fiato il bicchiere, poi riempiendolo lo porse a lei.

Ella lo prese, vi bagnò le labbra, e cogliendo un istante in cui il giovane si era ripiegato verso la sponda opposta, lasciò cadere il bicchiere che si ruppe.

— La sgarbata che sono — disse lei.

Non gli diè tempo di rispondere e lo strinse fremente fra le braccia.


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