4.LA SFERZA DEI VILLANI

4.LA SFERZA DEI VILLANI

Tra le numerose satire che nella seconda metà del secolo decimoquinto furono composte contro i villani, spetta indubbiamente il primo posto allaSferza contro i Villani; essa deve aver goduto di una grande popolarità, perchè sintetizza tutte le accuse che abbiamo visto lanciate fino a questo tempo contro i contadini, e tra il numero grandissimo di poemetti popolari che uscirono verso la fine di quel secolo e il primo quarto del susseguente deve essere stato certamente uno tra i più diffusi. Il Doni la ricorda nellaLibreria[287], e neiMarmi[288]fa dire a Tofano di Razzolina: «Io mi ricordo haver letto anch'io nellaSferza de' Villani, o nelSonaglio delle donne, se ben ho memoria, che i Romani quando volevan dir villania a uno, che si lasciasse menar per il naso dalla sua donna, dicevano: Colui starebbe bene in Achaia.» La stampa più antica che noi conosciamo di questo poemetto, posseduta dalla Biblioteca Casanatense di Roma[289], differisce notevolmente dalle ristampe che di esso furono fatte nella seconda metà del secolo decimosesto. In primo luogo porta un titolo diverso,cioèMalitie de' villani; questo titolo probabilmente gli venne per analogia dagli altri poemetti popolari satirici di quel tempo da noi più addietro ricordati, cioèLe Malitie delle Arti,Le Malitie delle Donne[290]ecc. che formarono la delizia e il repertorio del popolino in quel tempo, e che, barbaramente raffazzonati, continuano ad essere stampati anche ai giorni nostri. Inoltre si differenzia dalle edizioni posteriori anche per il numero delle ottave e per le silografie; crediamo opportuno descrivere le edizioni dellaSferzache abbiamo avuto sottocchio, e quelle ricordate in Cataloghi bibliografici.

I. — L'opuscolo della Casanatense che contiene le sopradetteMalitie de' villanidella fine del secolo XV si può ritenere, tra le edizioni dellaSferzache ci sono pervenute, la più vicina all'originale, se pure non è la prima. Nel primo foglio, dopo il titolo, vi è una bella silografia che appartiene al periodo classico fiorentino[291]rappresentante un pastore nudo, o per meglio dire, mal coperto da una veste svolazzante, che sta seduto ai piedi di un albero, e suona il violino, mentre dinanzi a lui scherzano nell'erba un cane e due pecore; poi le tre prime ottave. Inc.Per far una leggiadra mia vendetta, etc., fogli 4, doppia colonna, ottave 73, in-4º, car. got., senza segnatura nè numero di pagina, s. l. e a., mm. 213 × 139;tienti quest'opra per un buon ricordo||finisce la Malitia dei villani.

II. — Biblioteca Trivulziana. Miscellanea storica, volume III, nº 13, Scaffale 48.

La Sferza dei Villani.Poi una silografia rappresentante cinque villani, uno dei quali viene frustato; indi le tre prime ottave. Inc.Per far una leggiadra mia vendetta, ecc.;e tienti questo per un buon ricordo||Il Fine| In-4º, car. rom., fogli 6, con segn., A, A₁, A₂, A₃, senza numero di pag., s. l. e a., 96 ottave, doppia colonna, mm. 200 × 150.

III. — Biblioteca Trivulziana. Scaffale VI, 3.

La Sferza de | Villani. — Poi una silografia come nel nº II, indi le tre prime ottave. In-4º, car. rom., senza segn. nè numero di pagina, s. l., e a., mm. 210 × 150, doppia colonna, 96 ottave; in fine un'altra silografia rappresentante tre pastori con pecore. Questa edizione ha tre postille di Rosso Martini, Accademico della Crusca.

Queste sono le edizioni che noi abbiamo avuto sotto occhio; dellaSferzasono menzionate le altre seguenti:

IV. —La Sferza de' villani, (in ottava rima). Firenze, 1553, in-4º de 6 ff. à 2 colon., fig. en bois, mar. r. tr. d. Vedi: Catalogue de la Bibliothèque de M. Libri, Paris, 1847, pag. 217, nº 1360.

V. — Il dott. G. Milchsack nellaDescrizione ragionata del Volume miscellaneo della Biblioteca di Wolfenbüttel contenente Poemetti popolari italiani, con aggiunte di A. D'Ancona[292], pag. 233, nº LVIII, dà la descrizione bibliografica di un'edizione dellaSferza, stampata in Firenze nel 1568, in-4º, car. rom., 6 fogli, 96 ottave, colle due silografie da noi ricordate al nº III.

VI. — NellaBibliotheca Manzoniana, Catalogue des livres composant la Bibliothèque de feu M. Le Comte Jacques Manzoni, Città di Castello, Lapi, 1892, Ierepartie, pag. 403, nº 2997, è ricordata la seguente edizione dellaSferza: Firenze, G. Baleni, 1588, in-4º, di 6 ff., con due silografie; la prima di queste, cioè quella rappresentante i cinque villani, uno dei quali viene frustato, è riprodotta in questo Catalogo.

VII. —La Sferza de' Villani. — Vicenza, per gli Eredi di Perin Libraro, 1602. È ricordata dal Guerrini, op. cit., pag. 395, nº 105 del Saggio bibliografico delle opere del Croce.

VIII. — NelCatalogue de la Bibliothèque de M. Libri, nº 1361, è fatta menzione di un'altra edizione dellaSferza, stampata in Firenze nel secolo decimosettimo.

Nulla sappiamo dell'autore di questo poemetto satirico; sulla custodia dell'edizione trivulziana da noi descritta al nº II si legge un'annotazione manoscritta, forse di manodell'abate Carlo, che, come abbiamo detto più addietro, era solito annotare i libri che veniva acquistando: «ottave molto belle e di ottima Lingua. Si vogliono del Giambullari, ma, dice l'abate Tiraboschi, dell'Autore nulla si sa fuori di quello che nellaStoria de' Poeti Italianipiacque allo Zilioli di porre senza alcuna prova.» Confessiamo di non aver trovato questo passo nel Tiraboschi, e il conte Soranzo, alla cui ben nota cortesia noi ci eravamo rivolti per sapere se nelle due copie manoscritte dellaStoria de' Poeti Italianidello Zilioli che esistono nella Marciana fosse fatta menzione dell'autore dellaSferza, rispondeva che le sue diligenti ricerche erano rimaste infruttuose. Bernardo Giambullari, padre dello storico Pier Francesco, visse nella seconda metà del secolo XV e nel primo quarto del XVI; Giulio Negri[293]dice di lui: «Viveva dopo Luca Pulci: scrisse la storia di S. Zanobi Vescovo con due Laudi nel fine in ottava rima, e terminò ilCiriffo Calvaneodi Luca Pulci: scrisse inoltre molti Canti Carnascialeschi ed altre poesie amenissime tutte stampate;» ricorda quindi alcuni scrittori che parlano di lui con lode. Il Giambullari occupa certo un posto distinto in quella accolta di ingegni colti e geniali di cui amava circondarsi Lorenzo il Magnifico, ad imitazione del quale compose i più svariati componimenti, dalla Lauda al Canto Carnascialesco, dalla Novella ai Poemetti satirici. In questi ultimi anni si sono pubblicati parecchi componimenti di questo scrittore, e probabilmente molti altri giaceranno inediti nelle Biblioteche in qualche raccolta di poesia popolareggiante. Ignorato quasi dagli storici della nostra letteratura, siamo certi che l'importanza e il valore del Giambullari andranno sempre più aumentando, quanto più sarà fatta oggetto di studio quella mirabile fioriturapoetica popolareggiante della seconda metà del secolo XV che ebbe in Toscana tanti geniali cultori. Sotto il nome di «Biagio del Capperone» fu per lungo tempo creduto appartenente alla Congrega dei Rozzi di Siena, come autore di Sonetti «in stile rusticale;» ma fu dimostrato dal Mazzi che questi appartengono al Giambullari, come si legge in una rarissima stampa del Museo Britannico. A pag. 2 di detta stampa, di cui il Mazzi potè avere copia, si legge: «Sonetti Rusticani Composti per Bernardo Giambullari. Mandati al mio carissimo Giannozzo di Bernardo Salviati Ciptadino Fiorentino. L'anno 1515» a pag. 3: «Sonecti di Biagio del Chapperone rusticani, fatti a Roma a Papa Leone X et altri», dalle quali parole apprendiamo che il Giambullari fu scrittore di poesie rusticali, (il che può rendere più ammissibile la nostra attribuzione dellaSferza), che fu a Roma chiamatovi, come i Rozzi, da Leone X, figlio di quel Lorenzo di cui il Giambullari fu uno dei più geniali e imitatori. Se egli non appartenne ai Rozzi, ad essi però è strettamente collegato, perchè può considerarsi come iltrait-d'uniontra la poesia rusticale del Magnifico e la drammatica dei Rozzi. Al Giambullari appartengono pure: IlSonaglio delle Donne[294], ilTractato del Diavolo co' Monaci[295], una novella intitolataUna resia che un Demonio volle mettere in un monastero di Monaci, laContentione di Mona Costanza e di Biagio[296], ilTrattato della Superbia e della Morte di Senso, pubblicato ultimamente dal D'Ancona[297], una raccolta di Canti Carnascialeschi[298], molte Canzoni ed è pure ricordato come autore di Laudi dal Gaspary. Se noi confrontiamo laSferza dei Villanicon questi poemetti satirici, troviamo grande affinità sia nello stile, come nella vena satirica e nel fine umorismo; vedremo inoltre come vi siano tra questi e quella delle frasi comuni. Questo complesso di analogie, come pure la forma spigliata e la vivacità festevole dellaSferzamilitano in favore di questa attribuzione della satira all'autore dei sopradetti componimenti. LaSferzaincomincia parafrasando il primo verso del secondo sonetto del Petrarca:

Per far una leggiadramiavendetta.

Per far una leggiadramiavendetta.

Per far una leggiadramiavendetta.

Anche l'ottava IX delleMalitie delle Donneche potrebbero forse essere dello stesso autore dellaSferza, incomincia col noto verso dantesco:

È di natura sì malvagia et ria.

È di natura sì malvagia et ria.

È di natura sì malvagia et ria.

Questi ricordi classici attestano la coltura dello scrittore di questi poemetti popolari. Anche il fatto di vedere nel passo citato deiMarmidelDoniricordati insieme laSferzaed ilSonaglio delle Donnepuò servire ad avvalorare la nostra supposizione, che, cioè, i due poemetti siano dovuti allo stesso scrittore. Diremo ora del metodo da noi seguito nel curare la ristampa dellaSferza deiVillani. Abbiamo tenuto per base l'esemplare Casanatense, valendoci delle due ristampe trivulziane per le correzioni più ovvie, ed aggiungendo l'interpunzione e le altre particolarità grafiche dove ci parve opportuno. Così pure abbiamo aggiunte allaSferzaCasanatense le ottave che si leggono nelle edizioni posteriori, perchè dall'esame di esse ci parve indubitato che appartengono al medesimo autore; segneremo tuttavia con un asterisco le ottave in più delle ultime edizioni. In quanto al titolo, abbiamo adottato quello diSferza de' Villanisotto il cui nome, come abbiamo visto, è sempre ricordata, essendo evidente che il titolo primitivo diMalitie de' Villanifu nelle ristampe posteriori, che erano state sensibilmente aumentate, cambiato in quello diSferza, forse anche in questo caso per analogia con altri poemetti satirici di quel tempo dello stesso nome.[299]

La Sferza dei Villani.

I.Per fare una leggiadra mia vendetta,disposto son di cavarmi lo stecco,di compilare in versi un'operetta,[300]che suoni Nanni e Tonio e Nencio e Checco,[301]perchè sono una razza maladetta;5e per invocation vo' chiamar Eccohabitator delle selve, e de' boschi,dove stanno i crudel' rustichi foschi.II.E come d'Ecco la voce rimbombain ville in valle, dov'altri lo chiama,10Eco faccia i miei versi eguali a tromba,che risuoni per tutto la lor fama,[302]de' rustichi crudeli in ogni tomba,e mettagli in disgratia di chi gli ama:perchè ogni piacere e cortesia15che si fa lor tutto è gittato via.III.Non fe' natura un animal più strano,nè più vitiato, nè manco virilesopra alla terra, quanto fu il villano,e quel che non diventa mai umile,20se non quando ti porge un po' la manoche necistà lo caccia del suo ovile,[303]se non ti può rubar mercè ti chiedepoi dice mal di te se non ti vede.IV.Io ho veduto tanta esperienza25già tante e tante volte in vari modidi questa rusticana e ria semenza,che par proprio che un verme il cor mi rodi[304]sì ch'io non posso avere più patienza,et una Sferza fo' con aspri nodi,30che sonerà la rusticana setta:la Sferza lor sarà quest'operetta.V.La qual darà manifesta notizia,generalmente dei villan cattivi,benchè interamente lor tristizia35non si può dir di quei superlativi,de' quali è da schifar loro amicizia,nè da voler che in casa tua n'arrivi;chè son come il carbon che cuoce o tinge[305],quel villan che par buon, par perchè finge. 40VI.La prima volta che il villan ti parla,ne viene a te con sì benigna vista,che tu non puoi nella mente assettarla,se non d'avere udito un Vangelista:[306]guardati da quel che sì dolce ciarla,45che la sua intenzion drento è pur trista,[307]e viene a te con sì dolce manieraper porti il colpo suo nella visiera.VII.Se ti parlasse superbo et altiero,sa ben che non avrebbe teco accordo:50ma egli ha fatto prima suo pensiero,d'esser lui la civetta e tu sia il tordo,le sue parole il vischio a tal mestiero,e simulare il semplice e il balordo;e mentre che ti parla, spesso ghigna,55e così ti conduce nella vigna.[308]VIII.E quando t'ha dove volea condotto,e' comincia a scoprire un canestruccioche t'ha recato; tenevalo sottoperchè tu non andassi a santo alluccio[309]60credendo che tu sia come lui ghiottoed aspetti al presente dare il succio;[310]sarà poi un canestro come un nicchioe fiavi drento un quattrin di radicchio.IX.Io ho già visto a' villani comperare65più e più volte un quattrin d'insalatao dua, e portar quella a presentareall'oste, ol balio, e sono una brigata;[311]non per amore, ma voglionsi sfamarealle sua spese con quella derrata;70se le son donne, tre o quattro roccheporteranno e faran cinque o sei bocche.X.E viene sempre col disegno fattoil rustico fellon di far lo scottoalle tua spese: stu lo inviti un tratto75terrà lo invito tuo con questo motto,che per farti piacere ad ogni pattovorrà ber teco, e comincia di botto;e fa lo scotto suo da vetturale,a tuo dispetto se tu l'hai per male.80XI.Par che il diavol gli sia nella mascella,et è da ogni man ritto e mancino,e bada a maciullare e non favella,e poco o rare volte annacqua il vino;stu gli ponessi innanzi una camella,[312]85non ne fare' rilievo il paterino,mentre che v'è del pan l'altre vivandele schifa come fa il porco le ghiande.[313]XII.Non fia sì tosto poi uscito fuori,che dirà mal di te con chi che sia:90e che tu scanni e' tua lavoratorie ognor fai loro qualche villania,e ponti mille falsi e mille errori,e giura per far creder la bugia;se lui ti avrà giuntato se ne vanta,95chè gli pare aver fatto un'opra santa.XIII.Quell'altro ch'è cattivo al par di questo,commenda la tristizia che gli ha fatta,e pargli darsi un vanto molto onestod'un furto fatto, e contalo per natta,100dicendo: guarda s'io colsi l'agresto[314]avale al balio, ella mi venne adatta;in mentre che beevo, o la fu bella,gli tolsi una forchetta e poi vendella.XIV.Guarda se questa è di quelle del sacco,105e se son gente da far loro onore,aspetta ch'io ho messo più d'un bracco,che mi daran de' lor vizi sentore;parratti che io sia Ercole che Caccofaccia della sua tana sbucar fore,110comincio appunto adesso a tor la pennala qual so che non fia di vizi menna.[315]XV.Dico di questa rusticana greggeche non si può fidar di lor col pegno,senza timor di Dio, fede, nè legge,[316]115non prezzan nulla e cerca in ogni regno,non so come la terra se gli regge;ma il ciel dimostra ben d'averli a sdegno,che le tante tempeste e gran furori,di venti e d'acque, son per loro errori. 120XVI.Nessun si può lamentar del Signore,lui ci apparecchia le ricolte grande,Cerere e Bacco ogni anno viene in fiorecopiosamente, e molte altre vivande;ma il seme rustican tanto fetore125ne spira al ciel, che il ciel poi giù ne spande,grandine, e pioggie, e pessime influenzeche Bacco affligge e le buone semenze.XVII.Questo è proprio l'origine del danno,e il giusto pate la pena del reo130per le ingiurie che al ciel fan tutto l'anno,quest'asin battezzato Tonio e Meo,che credo certo che all'inferno vannodi lor per ogniun cento del Giudeo,perchè non hanno nè timor nè fede135esperienza ognora se ne vede.XVIII.Quanti villan si trova per migliaioche i precetti di Dio s'abbino a mente,certo non credo che ne sia un paio,e non fu mai la più astuta gente;140sa ben quanti covon è in un pagliaio,come lo vede o giugnevi rasente,ma non sa già che cosa si sia fede,et a fatica crede quel che vede.XIX.Credo che pochi tra molti ne sia,145che abbino della fede cognizione,nè sappin pur ben dir l'Avemaria,nè il Paternostro, o altra orazione,e il Credo parre' loro una pazzia,perchè non hanno niuna divozione;150odon la messa poche volte l'annoe quelle per pappar quando vi vanno.[317]XX.Come ch'è la mattina d'Ognisanti,vi vanno perchè il prete dà lor bere,e del pane impepato a tutti quanti,155e per la Pasqua come dei sapere,[318]che dà dell'erbolato a donne e a fanti;e i ghiotti, più che l'orso delle perevannovi tutti, insino a' pecorai,piccoli e grandi che non mancan mai.160XXI.Non che vi vadin già per devozione,nè per rimorso d'esserne obbligati,ancor vi vanno con intenzioned'essersi l'un con l'altro ritrovati,chi per chiarire una contenzione,165chi per concluder qualche lor mercati,di porci, o buoi, o pecore, o castroni;queste alla chiesa son loro orazioni.XXII.E fanno in chiesa cerchi e capannelle,come fanno a' mercati e in su la piazza;170mentre che dicon quelle lor novelle,chi picchia in terra il piede, e chi la mazza,e il prete non può dir messa cavelle,pel cicalio di quella gente pazza,se gli riprende e' ne pigliano il broncio,175poi non ti dico come il prete è concio.XXIII.E fanno peggio ancor que' di più anniche que' lor fanciullacci, e quei garzoni;questi paiono in chiesa barbagianni,ovvero allocchi, sempre per cantoni180a vagheggiare, e vagheggiano i pannidi quelle lor mattote, e' bighelloni,[319]ch'elle son sì di biacca imbrodolateche paion proprio tinche infarinate[320].XXIV.Quest'è la divozion, questo el timore,185quest'è la fede de nostri villani,ignoti e ingrati verso il Creatore,[321]tua perfidi nimici, crudi e strani;e tanta è la stoltizia e il loro errore,ne' domestici luoghi e ne' silvani,190che non conoscon mai grazia, nè dono,che ricevin da Dio, sì ingrati sono.XXV.Quanti ne son che faccin conscienzadi torre e di voler restituire,ma con tutta l'industria e lor potenza195s'ingegnan sempre di poter rapireperchè non temon alla gran sentenzaindie iudicijdover comparire,ma quel che ruban più chiaro lo veggioche ne vanno ogni dì di male in peggio.200XXVI.Se tu vuoi stare a veder la ricoltain villa, al tempo della battituratu perdi il tempo, sia o poca o molta,qui giuoca solo aver buona ventura,che se te la vuol fare egli avrà colta205la rosa a tempo, che non val tua cura;se el gran battuto el dì resta nell'aia,la notte scemerà parecchie staia.XXVII.Il villan finge di starlo a guardarela notte sotto il monte della paglia,210e manda l'oste in casa a riposare,coglie l'agresto e insacca e non lo vaglia,ma del fondo del monte usa cavareperchè vi è poca pula, e poi ragguagliail monte in modo tal che non si paia,215el cane al suo padron mai non abbaia.XXVIII.Ed ogni notte lui coglie l'agresto,et in più vari modi pur che voglia,e mai non pensa di farla pel restoquesta tristizia ancora se la moglia,220e non ti torrà mai il quinto ol sestoper poco che del tuo dover ti toglia,ma trattandoti bene al suo parere,ti darà la metà del tuo dovere.XXIX.Deh, odi come un rustico toglieva225ogni anno el gran sull'aia d'ogni bica,fatte le biche il padron le vedevae poi non se ne dava altra fatica,el rustico di poi le disfacevae rifaceva: odi tristizia antica,230nel disfarle e rifarle tanto ammaccail gran, che ne trarrà parecchie sacca.XXX.Se il tuo podere è di frutte copioso,non creder che a te tocchin le più belleche te le ruba e vende di nascoso235poi dice che gli furon tolte quelle,e mostrasene a te molto crucciosocon dir che non vi può campar cavellee simulando cuopre sue magagnepoi drieto ti farà sette castagne.[322]240XXXI.Alla vendemmia quel che egli usan farenon è da dire dell'uva e del mosto,se v'è niun buon vignazzo da mangiare[323]innanzi al tempo l'ha colto, e riposto,dico per sè, e stu ne vuoi serbare245e' dice che è al tuo voler disposto,e che ne basta a lui una bigoncia,che è quella che la sua tristizia acconcia.XXXII.E ti si mostra piacevole e largoe che te ne vuol dar per una dua,250ma nota ben lettor, quel che qui spargo,auzza se tu sai la mente tua,chè non ti basterebbon gli occhi d'Argo,a veder l'arte e la tristizia sua;quella bigoncia che ripon palese255ne vende più di quattro alle tue spese.XXXIII.E se fa il vino e che tu non vi stia,quante mezzine e bigoncie n'attignementre che bolle, e' ne bee tuttavia,e poi, allo svinare e' te la cigne;260il primo sempre mai vuol che il suo siapoi ti ragguaglia con quel che gli strigne,ma come l'altre cose te lo ammezza,e nel canale o nel tin te 'l battezza.XXXIV.Vientene poi al Dicembre o al Gennaio,265al far dell'olio e' ti vuol ristorare,e del grano e del vino il buon massaioche fa sì bene il tuo usufruttare;sempre dell'olio si toglie il primaioche olio vergine si usa di chiamare,270che è più dolce e più chiaro che il secondoe non fa mai posatura nel fondo.XXXV.E dice poi: cotanto ve n'è stato;ma non ti dice il rustico felloneche s'ha tolto il miglior et ha lasciato275a te l'olio ristretto del sansone,et hallo tutto insieme mescolato,e se egli è sapiente e' dà cagione,che l'ulive eran troppo state in caldo:forse che manca mai scusa al ribaldo?280XXXVI.Vientene al tempo della potaturad'ulivi, e viti, e così d'altri frutti,per te fa col pennato, e con la scurataglia per sè i rami grossi tutti,et arde tutto il verno alla sicura285alle tue spese, e stan caldi et asciutti;le legne che gli avanzan le dividee fa le parte, e piglia, e poi ne ride.XXXVII.Prima al seccar de' fichi, chi gli coglieal fico, sempre scelgono e' più passi,290sia qual si vuole, el marito o la moglie,non creder quelli all'oste si portassi;poi quando alla fornace gli raccoglie,con diligenza un'altra cerca fassi;e finalmente e' più grassi e più belli295non creda l'oste aver nessun di quelli.XXXVIII.Chè il rustico quei bei vuol davantaggio,che delle dotte sue si vuol pagare,e serba quelli alle rose di Maggioet a quel tempo gli vuol maritare,300e dice: se d'un fico a terra caggioun tratto, chi me n'ha a ristorare?s'io tolgo questi, e' son ben guadagnati,e non gli pare avertegli rubbati.XXXIX.Se tu gli dai a far qualche lavoro305di velti o fosse a cotanto la canna,o vuoi insomma strazi il tuo tesoro,come tu non vi se' il villan t'inganna,che massi non trarrà del luogo loro,nè aprirà la fossa a una spanna,310nè affonda un braccio che te la riempiesenza fognare, e pelati le tempie.XL.Se tu darai alcun bosco a tagliare,in somma, o a cotanto la catasta,in ogni modo e' ti vuole ingannare,315guarda pur di non metter mano in pasta;la toglie in somma e la vuole spacciareper l'util suo, e il tuo disegno guasta,e guasta le ceppaie, e in modo taglialungo, nè poi con la scura ragguaglia.320XLI*.Non creder tu che molte ne rifenda,nè ritondi le teste con la scura,perchè in queste due cose è la faccenda,e falle giuste di buona misura,la qual cosa non fa per chi le venda,325ma di questo il villan poco si curafatte le legne adesso, e noi e' frasconi,et empie le fastella di bronconi,XLII*.che sarebbono a schegge sufficientie lui l'addossa per vicine presto;330ma se facessi le legne altrimenti,non farebbe per lui di farti questo,che e' taglierebbe infin ceppi rasenti,poi le rifenderebbe, in quarto, e in sesto,e d'ogni stecco ne farebbe due,335per far più somma alle cataste tue.XLIII*.Se a cataste gl'ha a essere pagato,e' te la cigne nell'accatastare;mette pezzi bistorti in più d'un lato,e fagli come ponti ritti stare,340e le scheggio rifesse avrà voltato,la scorza con scorza, che fa staree' pezzi sollevati, e poi rituracon fruscoli le buche e ponvi cura.XLIV*.Et ha tutte le teste capovolte345da ogni lato, e mostran bella facciaalle cataste, e più serrate e foltepaion le scheggie, e così te la schiaccia;le poche legne fan cataste molteper questo modo, ma questa bonaccia350torna in tristizia del comperatore,et inganna te e lui quel traditore.XLV*.Se a tanto la soma fa e' frasconi,farà e' fastelli come covoncini,et empiele di sterpi, di bronconi355per farne più, e toccar più quattrini,et non gli serra troppo per cagioni,che non ti pain come son piccini,e se fa in somma quel rustico fellovorria metter il bosco in un fastello.360XLVI.Se tu da' un podere ad un villanoche lavori altre terre che la tua,poi dir d'avergli dato il sacco in manoperchè ti rubi a tutta voglia sua,di frutte, vino, e olio, e legne, e grano365nè vorrà più di te per ogniun dua;se tu ti duoli che ti tolga il tuo,dice che quello ha ricolto nel suo.XLVII*.Se tu dai terre a fitto a niun villano,non far pensiero d'aver mai l'intero370dal patto della scritta di sua mano,che ti dimostrerà per bianco nero,dirà che il temporal sia stranoper lui, e mai non ti dirà un vero,quando gli fia nociuto il secco, o 'l molle,375e così t'avrà giunto dov'ei volle.XLVIII*.Così con la bugia ti fa un restocon buon pensier d'averti strapagato;se tu gli hai dato vigna intendi questo,che 'l tempo non t'avrà mai osservato,380quando avrà colto a suo modo l'agrestotirandogli gli orecchi col pennato,[324]o non ti paga, o qualche scusa ha dareche ti convien la vigna ripigliare.XLIX.Se tu gli hai dato sodi da pastura385in piano o in piaggia, o prati da far fieno,sempre ti conterà qualche sciaura,o che le bestie altrui state vi sieno,ovver che per la sua disavventurache tutto il giorno le nebbie vi stieno,390o veramente che il vento rovaiogli abbia abbruciati che par di gennaio.L*.E sempre mai ti conta qualche indozza[325]per non ti dar l'intero del tuo fittoch'egli abbi auto, e mente per la strozza395il malvagio, crudel, pessimo, ghiotto,ma e' si vorrebbe aver la lingua rozzaa mille il giorno senza alcun risquitto,perchè e' son pur come dà lor natura,tutti d'un pelo, e d'una cornatura.400LI*.Se tu dai al villan bestiame a soccio,credi che a te tocca a dargli le spese;quando dirà che si sia morto un boccio,quando che il lupo un bel temporal prese,o ch'è in peculio indozzato, e sta chioccio,405per la mala vernata sì l'offeseche le son piene di rogna e di scabbia,e crede poca lana e trista s'abbia,LII*.per poter coglier ben l'agresto a quella,e d'un toson ne saperà far dua,410e sceglier la più fine e la più bellaper vestir sè e la brigata sua;almeno un capperone, o la gonnellati torrà spesso della parte tua,la qual fia piena di croste di lappole,415e per rubarti lui fa mille trappole.LIII.Al divider del cacio fa pensierod'averne men che mezza la tua parte,chè vende le ricotte, il latte, il siero,e poi nel far del cacio egli usa un'arte,420che farà il tuo in un certo bicchierominor che il suo e tien questo in disparte,e farà il tuo come una spugna vanoe il suo serrato, e incolpane la mano.LIV*.Se la tua donna dà qualche gallina425a mezzo a la tua lavoratore,fa tuo pensier che poi la Mecherinagli chiede da beccare a tutte l'ore,e qualche volta pur quattr'uovolina,gli recherà pur sempre le minore,430che ragguagliando l'uova col beccaretu vien la coppia un grosso a comperare.LV*.Se la gli dà galletti a far capponi,ovvero una chiocciata di pulcini,credo n'assaggerai pochi bocconi,435che nibio, o volpe, o lor mani a uncinite gli aran tolti, dicono i felloni;se tu nol credi sappil da' vicini,ch'ognor senton gridar: ai, ai, e troia,ah, Mecherina mia, tu sei pur gioia!440LVI.Se t'ha dar l'anno due paia di capponi,o qualche serqua d'uova ch'è ne' patti,daratti almen che sia tre gallioniet un cappone infermo che dà i tratti;l'uova piccine serbano i felloni445per l'oste, e l'altre vendon questi gatti,che quelle grosse ti farebbon male,e logoran più cacio, legne e sale.LVII*.E' polli e l'uova, fatto berlingaccio,s'indugiano a portarli tutti quanti,450che se te gli recassino più avaccio,conosceresti que' galli a' lor canti,ma comunque son giunti tu gli spacciperchè sien triti, a tutti il collo schianti,così dell'uova non vi si pon cura,455che se ne rompe una intriditura.LVIII*.Se tu hai aver lin pon qui l'orecchio;di patto fatto quando il poder tolle,daratti qualche lin fradicio e vecchio,di fuor lisciato, e dentro fia capecchio460et anco molto ben umido e molle,a te lo dà nel tempo autunnale,e poi le pioggie incolpa e il temporale.LIX.Se la tua donna di state, o il Gennaiodà a far bucato alla Nencia o la Checca,465le pare a lei non le costi danaio,ma tanto la crudel ne pappa e lecca,che sare' meglio dargli al curandino,e non ti sare' fatto la cileccadi qualche zaccarella che vi manca,470sempre quando il villan panni t'imbianca.LX.Come sarebbe una o dua camiciuole,qualche tovagliolino o tovagliolache la Bartola ha tolte, e se le vuolein casa sua per la sua famigliuola;475se la tua donna del danno si duoleil rustico mentendo per la golasi scusa e finge averne grande affanno,stringesi nelle spalle e tu t'ha il danno.LXI.Se tu lo servi o prestigli danari480senza testimonianza o senza pegno,al far del conto poi perchè tu imparili niega, stu non dai buon contrassegno,sicchè chi ha a imparar è buon che imparialle spese d'altrui in ogni regno;485ma prima impareresti ogni scienza,che del villan la vera conoscenza.LXII.Stu gli fidi le chiavi di tua casa,per la cantina, o per la colombaia,si faria più per te, sendo rimasa490sola, a mandarvi il fante o la massaia,che l'olio e il vin ti ruba, e poi le vasariempie d'acqua perchè non si paia;e in colombaia da sera e mattinal'agresto coglie e incolpa la faina.495LXIII.E caverà della coltrice tuaqualche sacco di penna il rustichetto,che sia sì piena che gli par la suarispetto a quella vota nel suo letto;e così fa d'una coltrice dua,500e poi per ricoprir questo difetto,ha in più d'un luogo la tua cincischiata,poi dice: e' topi l'hanno rosicchiata.LXIV*.E se tu lasci vendere al villano,sia che cosa si vuole, o tanto, o quanto,505legumi, frutte, biade, vino o granood olio, non potrai mai darti il vantoche il vero prezzo ti rassegni in mano,se fusse bene il dì di Vener Santo,sempre ti ruba con mille bugie,510e se nulla t'ha compro l'attessie.[326]LXV.E per non esser tristo poi tenutodal prete per le sue operazione,se si confessa mai il villano astuto,cerca d'un che non ha sua cognizione515e quanto può di non esser veduto,da chi potesse darne relazione;e qui d'ogni sua ladroncelleria,è assoluto per la simonia.LXVI.Poi se ne va quel rustico fellone520al popol suo, et risciacqua il bucato,e fassi coscienza d'un melloneche nell'orto dell'oste avrà imbolato;e finge aver nel cuore uno stecconecioè lo stimol di questo peccato,525ma che vuol pel mellon dargli una zucca,così inganna il prete, e te pilucca.LXVII.Questo crudel con sua simulazione,inganna il prete, ed è tenuto buono;così gli venga per sua punizione530la folgore di Giove col gran tuono,benchè egli avran l'eterna dannazionepoi che fien desti all'angelico suono,della città di Dite e' contadinifaransi allora eterni cittadini.535LXVIII.Per la lor trista et insaziabil seteche gli hanno di rubare al cittadino,andranno tutti a bere all'onde Letecome promette il giudizio divino,che di quel che si semina si miete540ne' Campi Elisi il frutto per destinoceleste, e fia renduto giusto meritoa ciaschedun del suo tempo preterito.LXIX.E se egli avvien che il rustico felloneabbia a uscire del tuo contra sua voglia545o di sua volontà, egli è sì stranoe tristo che convien che lui ti toglia,se vi avrà posto nulla di sua mano,qualche bel nesto o cosa che ti doglia,e vende al tempo, e vorrebbe potere550portarne seco la casa e il podere.LXX.E se nessun servigio t'ha mai fattoo preso qualche po' di scioperio,te gli ricorda e vuolne esser rifatto,e non pensa il crudel, malvagio e rio555alle cose che t'ha di casa tratto,in soddisfarlo: e per l'amor di Diosenza le zaccherelle che t'ha tolte,che s'è pagato a doppio cento volte.LXXI.Et oltre a quelle cose che ti toglie,560quel che vi lascia cerca di guastaregiusta a sua possa il marito e la moglietutto quel verno a rompere e tagliare;e quando vien che l'ulive ricoglieguasta gli ulivi e finge di potare,565quelle belle vermene che ne fannole taglia o fiacca per farti più danno.LXXII.Se vuoi saper lor ladroncellerie,di' che tu voglia il podere allogare:qualche crudele a te viene ognidie570a chiederlo: e comincia a biasimare[327]quel che v'è drento, e mostrati le viele quali ha usate a poterti rubare,che sono tante e tali che t'attoscano;gli artefici l'un l'altro si conoscano.575LXXIII.E dice mal di quel perchè tu il caccise fusse bene un suo carnal fratello,e mostra di saper perchè tu faccila voglia sua, e fassi il buono e il bello,e quanto è più cattivo par più tracci580d'entrarvi: poi ti fa peggio che quello,che ti farà tutte quelle magagne,che pose all'altro e delle più taccagne.LXXIV.E così tutti quanti han per naturadi biasimar l'un l'altro, e fansi scorgere585viziati e tristi ad ogni creatura,e noi non ci possiam del tutto accorgereperchè e' non ruban mai con la misura,ma sempre a vista, e fannosela porgerela cosa tolta, e son tutti d'accordo590a questo, e sanno fare il cieco e il sordo.LXXV.Se tu metti dell'opere e tu stiaappresso a loro a veder lavorare,odi sempre dir mal di chicchessia,dell'oste, o di vicini, o di comare;595ognun di qualche ladroncelleriasi vanta d'aver fatto, e sannol fare,di furti, d'adulteri, o false pruovee senti tutto il dì tristizie nuove.LXXVI.Se tu hai qualche serva, schiava, o fante,[328]600in casa di villan non la mandare,che le fanno cattive tutte quante,massime della gola, e del rubare;se v'è niun pollastron si fa suo amantee le promette volerla sposare,605ella sel crede, e poi mena il rastrelloa ciò ch'ella può in casa e porge a quello.LXXVII.Non ti fidar d'alcun, che ogniun t'ingannagiusta sua possa; e poi ti dà la berta,e par lor che dal ciel venga la manna610quando e' ti tolgon la cosa coperta;quando e' ti viene intorno e che si affannain tuo aiuto vuolsi stare all'erta,che le carezze che i villan ti fannoson tutte per loro utile e tuo danno.615LXXVIII.Se pure alcun discreto e costumatone trovi, benchè pochi ce ne sia,non creder che di rustico sia nato,ma che di seme mescolato siadi qualche gentilotto che avrà dato620la pace di Marcon per qualche via[329]alla madre di quello in giovanezza;però tien quel villan di gentilezza.LXXIX.Non può la vera linea rusticanapartecipar d'alcuna gentilezza,625ma perfida, crudele, iniqua e strana,nè onore, nè virtù ama, nè prezza,ma tutti son d'una sardesca lana[330]che mai si può ammorbidar sua asprezza,ma la divina giustizia gli doma,630come bestie che son portan la soma,LXXX*.di schegge, di steccon, colonne e bracee così doma il ciel la lor superbia,e sol del vitto in tanta contumaceche si pascon com'asini dell'erba;635la crusca loro par manna verace,a chi ne può avere, o vita acerbache fanno universal, pe' lor peccatioggi questi crudel' villan sfacciati!LXXXI.Se io volessi in tutto satisfare640a molti degni, e nobil cittadini,che m'han pregato ch'io debbi narrarele gran tristizie d'assai contadini,se fosse inchiostro tutto quanto il mare,la terra carta, e tutti gli uccellini[331]645avessin tutti lor penne da scrivere,i' non potrei avendo sempre a vivere.LXXXII.È tanto natural la lor tristizia,ch'ognor si fanno tra lor mille inganni,e benchè gli abbin le cose a dovizia650si fanno l'uno all'altro di gran danni,vicino, o parentado, o amicizianon riguardan, nè più Nencio che Nanni;sia qual si voglia, o amico, o parenteogni tristizia tra lor si consente.655LXXXIII.Quanti ne sono che hanno già venduto,una soma di legna, o paglia, o brace,tu l'hai pagata, e sì t'avrai creduto,che te la porti a casa, e ti stai in pace,e la vende ad un altro il gatto astuto660e pur se ve la porta è sì fallaceche si farà pagare un'altra voltaalla tua donna se la può aver colta.LXXXIV.Stu compri dal villan una bigonciadi mele, o pere, o qual frutte si sieno,665credi che l'ha di sotto in modo acconciacon paglia, strame, felce, frasche o fieno,che non ritornerà la libbra un'onciabenchè per buon mercato te la dieno;di sopra fien parecchie belle e grosse,670poi, mescolate, piccole e percosse.LXXXV*.Stu comperi in mercato delle fruttesusine, o fichi, mandorle o baccelli,usano un'arte nel contarle tutteche il conto non ti torna mai da quelli,675sien che frutte si vuole, o belle o brutte,mostronne quattro e tre te ne dà egli;stu paghi prima che tu l'abbi tolte,lo niega e ti convien pagar due volte.LXXXVI*.Se tu dai a balia, come tu l'hai dato,680in capo d'otto dì torna il villano,e dice che il bambino è raddoppiato,ma vien per trarti un ducato di mano;ma non vien mai a dir che il latte sia mancato,o che la balia è pregna, o sia mal sano685il tuo figlio, ma mentre che dà i tratti,appunto allor tel dicon questi gatti.LXXXVII.Nota, lettore, una tristizia atroce,che ti parrà che a l'altre porti el maio;un villan tolse un sacco pien di noce690all'oste, e si le misse nel pagliaioverso levante, che da quella foceera molto percosso dal rovaio,e quivi tanto le tenne nascose,che i topi tutte quante l'ebbon rose.695LXXXVIII.Odi quest'altra d'un ch'aveva un perocarico ben di pere carovelle;l'oste d'averle tutte fe' pensieroe d'accordo pagò il villan di quelle,el gatto ch'era pratico al mestiero700prese il danaio e colse le più belle,vendelle ad un treccon qui di mercato,l'oste lo giunse e via l'ebbe cacciato.LXXXIX*.Odi quest'altra, se colgon le dottea far tutte lor' opere cattive:705intesi d'un che già s'ebbe condottesotto il suo letto un'anfranta d'ulive,ed avendo il fattoio, le fe' di nottequando dormiva ognun per quelle rive,l'oste non seppe mai nulla di questo,710forse che un dì gli sarà manifesto.XC*.Un bel fico sampiero era in un orto,carco di fichi come citriuoli;l'oste a guardarlo molto stava accortodal villan, dalla moglie, e da figliuoli,715ma il perfido villan gli fe' gran torto,al furto destro più che i capriuoli,scaricò il fico, e poi quando ne scese,in prova e' più bei rami egli scosese.XCI*.E poi se ne vantò pel vicinato,720pur con suoi pari come i tristi fanno,che fanno il male, e nol tengon celatotra loro anche si ridon dell'inganno;gli ebbe quel fico in modo fracassatoche si seccò prima che fusse l'anno725così fosser a lui secchi le braccia,anco la lingua, e gli occhi nella faccia.XCII*.Deh! odi questa d'un villano ingrato,qual era preso in forza di comuneet era già a morte sentenziato,730e trito come un pollo dalla fune,l'oste fe' tanto che l'ebbe scampato;così ne fusser sue voglie digiune!odi se quel villan gli fe' gran vezzi,rubollo e volle poi tagliarlo a pezzi.735XCIII*.Odi quest'altra, se l'è pur di quelliche ti voglion rubare a tutti i patti:un villan quattro, o cinque, o sei agnellirubava ogni anno a l'oste de' più fatti;dico più grassi, naturali e belli,740e si gli nascondevan tra lor gatti,poi si scusava, e mentia per la strozza,che gl'eran tutti morti d'una indozza.XCIV.Quando egli avvien, siccome i fatti danno,che fortuna ti ponga d'alto in basso,745guardati da' Villan, che ti porrannoper darti il tuffo in su le spalle un masso,e primi sono e' tua che a saccomannometton il tuo e ingrassan del tuo grasso;se vuoi che in un verso il ver conchiuda,750in tre e Chersi sia, e Cacco e Giuda.XCV.Perchè tu intenda, discreto auditore,la chiosa della Sferza dei villani,cioè della perfidia del lor core,e' furon quei che di lor proprie mani755presono, e flagellorno il tuo Signore,e crocifissol, que' perfidi cani;se furo a lui tanto ingrati e crudelicome vuo' tu che sieno a te fedeli.XCVI.E però fa con tutto il tuo potere760che tu schifi la lor conversazione,stu gli fai lavorar, fagli il doverema che non entri in tua abitazione,e non fare a nessun mai un piacere,sia qual si vuol di tal generazione;fa ch'io non abbi, auditor detto a sordo[332]e tienti questo per un buon ricordo.

I.

I.

Per fare una leggiadra mia vendetta,disposto son di cavarmi lo stecco,di compilare in versi un'operetta,[300]che suoni Nanni e Tonio e Nencio e Checco,[301]perchè sono una razza maladetta;5e per invocation vo' chiamar Eccohabitator delle selve, e de' boschi,dove stanno i crudel' rustichi foschi.

Per fare una leggiadra mia vendetta,

disposto son di cavarmi lo stecco,

di compilare in versi un'operetta,[300]

che suoni Nanni e Tonio e Nencio e Checco,[301]

perchè sono una razza maladetta;5

e per invocation vo' chiamar Ecco

habitator delle selve, e de' boschi,

dove stanno i crudel' rustichi foschi.

II.

II.

E come d'Ecco la voce rimbombain ville in valle, dov'altri lo chiama,10Eco faccia i miei versi eguali a tromba,che risuoni per tutto la lor fama,[302]de' rustichi crudeli in ogni tomba,e mettagli in disgratia di chi gli ama:perchè ogni piacere e cortesia15che si fa lor tutto è gittato via.

E come d'Ecco la voce rimbomba

in ville in valle, dov'altri lo chiama,10

Eco faccia i miei versi eguali a tromba,

che risuoni per tutto la lor fama,[302]

de' rustichi crudeli in ogni tomba,

e mettagli in disgratia di chi gli ama:

perchè ogni piacere e cortesia15

che si fa lor tutto è gittato via.

III.

III.

Non fe' natura un animal più strano,nè più vitiato, nè manco virilesopra alla terra, quanto fu il villano,e quel che non diventa mai umile,20se non quando ti porge un po' la manoche necistà lo caccia del suo ovile,[303]se non ti può rubar mercè ti chiedepoi dice mal di te se non ti vede.

Non fe' natura un animal più strano,

nè più vitiato, nè manco virile

sopra alla terra, quanto fu il villano,

e quel che non diventa mai umile,20

se non quando ti porge un po' la mano

che necistà lo caccia del suo ovile,[303]

se non ti può rubar mercè ti chiede

poi dice mal di te se non ti vede.

IV.

IV.

Io ho veduto tanta esperienza25già tante e tante volte in vari modidi questa rusticana e ria semenza,che par proprio che un verme il cor mi rodi[304]sì ch'io non posso avere più patienza,et una Sferza fo' con aspri nodi,30che sonerà la rusticana setta:la Sferza lor sarà quest'operetta.

Io ho veduto tanta esperienza25

già tante e tante volte in vari modi

di questa rusticana e ria semenza,

che par proprio che un verme il cor mi rodi[304]

sì ch'io non posso avere più patienza,

et una Sferza fo' con aspri nodi,30

che sonerà la rusticana setta:

la Sferza lor sarà quest'operetta.

V.

V.

La qual darà manifesta notizia,generalmente dei villan cattivi,benchè interamente lor tristizia35non si può dir di quei superlativi,de' quali è da schifar loro amicizia,nè da voler che in casa tua n'arrivi;chè son come il carbon che cuoce o tinge[305],quel villan che par buon, par perchè finge. 40

La qual darà manifesta notizia,

generalmente dei villan cattivi,

benchè interamente lor tristizia35

non si può dir di quei superlativi,

de' quali è da schifar loro amicizia,

nè da voler che in casa tua n'arrivi;

chè son come il carbon che cuoce o tinge[305],

quel villan che par buon, par perchè finge. 40

VI.

VI.

La prima volta che il villan ti parla,ne viene a te con sì benigna vista,che tu non puoi nella mente assettarla,se non d'avere udito un Vangelista:[306]guardati da quel che sì dolce ciarla,45che la sua intenzion drento è pur trista,[307]e viene a te con sì dolce manieraper porti il colpo suo nella visiera.

La prima volta che il villan ti parla,

ne viene a te con sì benigna vista,

che tu non puoi nella mente assettarla,

se non d'avere udito un Vangelista:[306]

guardati da quel che sì dolce ciarla,45

che la sua intenzion drento è pur trista,[307]

e viene a te con sì dolce maniera

per porti il colpo suo nella visiera.

VII.

VII.

Se ti parlasse superbo et altiero,sa ben che non avrebbe teco accordo:50ma egli ha fatto prima suo pensiero,d'esser lui la civetta e tu sia il tordo,le sue parole il vischio a tal mestiero,e simulare il semplice e il balordo;e mentre che ti parla, spesso ghigna,55e così ti conduce nella vigna.[308]

Se ti parlasse superbo et altiero,

sa ben che non avrebbe teco accordo:50

ma egli ha fatto prima suo pensiero,

d'esser lui la civetta e tu sia il tordo,

le sue parole il vischio a tal mestiero,

e simulare il semplice e il balordo;

e mentre che ti parla, spesso ghigna,55

e così ti conduce nella vigna.[308]

VIII.

VIII.

E quando t'ha dove volea condotto,e' comincia a scoprire un canestruccioche t'ha recato; tenevalo sottoperchè tu non andassi a santo alluccio[309]60credendo che tu sia come lui ghiottoed aspetti al presente dare il succio;[310]sarà poi un canestro come un nicchioe fiavi drento un quattrin di radicchio.

E quando t'ha dove volea condotto,

e' comincia a scoprire un canestruccio

che t'ha recato; tenevalo sotto

perchè tu non andassi a santo alluccio[309]60

credendo che tu sia come lui ghiotto

ed aspetti al presente dare il succio;[310]

sarà poi un canestro come un nicchio

e fiavi drento un quattrin di radicchio.

IX.

IX.

Io ho già visto a' villani comperare65più e più volte un quattrin d'insalatao dua, e portar quella a presentareall'oste, ol balio, e sono una brigata;[311]non per amore, ma voglionsi sfamarealle sua spese con quella derrata;70se le son donne, tre o quattro roccheporteranno e faran cinque o sei bocche.

Io ho già visto a' villani comperare65

più e più volte un quattrin d'insalata

o dua, e portar quella a presentare

all'oste, ol balio, e sono una brigata;[311]

non per amore, ma voglionsi sfamare

alle sua spese con quella derrata;70

se le son donne, tre o quattro rocche

porteranno e faran cinque o sei bocche.

X.

X.

E viene sempre col disegno fattoil rustico fellon di far lo scottoalle tua spese: stu lo inviti un tratto75terrà lo invito tuo con questo motto,che per farti piacere ad ogni pattovorrà ber teco, e comincia di botto;e fa lo scotto suo da vetturale,a tuo dispetto se tu l'hai per male.80

E viene sempre col disegno fatto

il rustico fellon di far lo scotto

alle tua spese: stu lo inviti un tratto75

terrà lo invito tuo con questo motto,

che per farti piacere ad ogni patto

vorrà ber teco, e comincia di botto;

e fa lo scotto suo da vetturale,

a tuo dispetto se tu l'hai per male.80

XI.

XI.

Par che il diavol gli sia nella mascella,et è da ogni man ritto e mancino,e bada a maciullare e non favella,e poco o rare volte annacqua il vino;stu gli ponessi innanzi una camella,[312]85non ne fare' rilievo il paterino,mentre che v'è del pan l'altre vivandele schifa come fa il porco le ghiande.[313]

Par che il diavol gli sia nella mascella,

et è da ogni man ritto e mancino,

e bada a maciullare e non favella,

e poco o rare volte annacqua il vino;

stu gli ponessi innanzi una camella,[312]85

non ne fare' rilievo il paterino,

mentre che v'è del pan l'altre vivande

le schifa come fa il porco le ghiande.[313]

XII.

XII.

Non fia sì tosto poi uscito fuori,che dirà mal di te con chi che sia:90e che tu scanni e' tua lavoratorie ognor fai loro qualche villania,e ponti mille falsi e mille errori,e giura per far creder la bugia;se lui ti avrà giuntato se ne vanta,95chè gli pare aver fatto un'opra santa.

Non fia sì tosto poi uscito fuori,

che dirà mal di te con chi che sia:90

e che tu scanni e' tua lavoratori

e ognor fai loro qualche villania,

e ponti mille falsi e mille errori,

e giura per far creder la bugia;

se lui ti avrà giuntato se ne vanta,95

chè gli pare aver fatto un'opra santa.

XIII.

XIII.

Quell'altro ch'è cattivo al par di questo,commenda la tristizia che gli ha fatta,e pargli darsi un vanto molto onestod'un furto fatto, e contalo per natta,100dicendo: guarda s'io colsi l'agresto[314]avale al balio, ella mi venne adatta;in mentre che beevo, o la fu bella,gli tolsi una forchetta e poi vendella.

Quell'altro ch'è cattivo al par di questo,

commenda la tristizia che gli ha fatta,

e pargli darsi un vanto molto onesto

d'un furto fatto, e contalo per natta,100

dicendo: guarda s'io colsi l'agresto[314]

avale al balio, ella mi venne adatta;

in mentre che beevo, o la fu bella,

gli tolsi una forchetta e poi vendella.

XIV.

XIV.

Guarda se questa è di quelle del sacco,105e se son gente da far loro onore,aspetta ch'io ho messo più d'un bracco,che mi daran de' lor vizi sentore;parratti che io sia Ercole che Caccofaccia della sua tana sbucar fore,110comincio appunto adesso a tor la pennala qual so che non fia di vizi menna.[315]

Guarda se questa è di quelle del sacco,105

e se son gente da far loro onore,

aspetta ch'io ho messo più d'un bracco,

che mi daran de' lor vizi sentore;

parratti che io sia Ercole che Cacco

faccia della sua tana sbucar fore,110

comincio appunto adesso a tor la penna

la qual so che non fia di vizi menna.[315]

XV.

XV.

Dico di questa rusticana greggeche non si può fidar di lor col pegno,senza timor di Dio, fede, nè legge,[316]115non prezzan nulla e cerca in ogni regno,non so come la terra se gli regge;ma il ciel dimostra ben d'averli a sdegno,che le tante tempeste e gran furori,di venti e d'acque, son per loro errori. 120

Dico di questa rusticana gregge

che non si può fidar di lor col pegno,

senza timor di Dio, fede, nè legge,[316]115

non prezzan nulla e cerca in ogni regno,

non so come la terra se gli regge;

ma il ciel dimostra ben d'averli a sdegno,

che le tante tempeste e gran furori,

di venti e d'acque, son per loro errori. 120

XVI.

XVI.

Nessun si può lamentar del Signore,lui ci apparecchia le ricolte grande,Cerere e Bacco ogni anno viene in fiorecopiosamente, e molte altre vivande;ma il seme rustican tanto fetore125ne spira al ciel, che il ciel poi giù ne spande,grandine, e pioggie, e pessime influenzeche Bacco affligge e le buone semenze.

Nessun si può lamentar del Signore,

lui ci apparecchia le ricolte grande,

Cerere e Bacco ogni anno viene in fiore

copiosamente, e molte altre vivande;

ma il seme rustican tanto fetore125

ne spira al ciel, che il ciel poi giù ne spande,

grandine, e pioggie, e pessime influenze

che Bacco affligge e le buone semenze.

XVII.

XVII.

Questo è proprio l'origine del danno,e il giusto pate la pena del reo130per le ingiurie che al ciel fan tutto l'anno,quest'asin battezzato Tonio e Meo,che credo certo che all'inferno vannodi lor per ogniun cento del Giudeo,perchè non hanno nè timor nè fede135esperienza ognora se ne vede.

Questo è proprio l'origine del danno,

e il giusto pate la pena del reo130

per le ingiurie che al ciel fan tutto l'anno,

quest'asin battezzato Tonio e Meo,

che credo certo che all'inferno vanno

di lor per ogniun cento del Giudeo,

perchè non hanno nè timor nè fede135

esperienza ognora se ne vede.

XVIII.

XVIII.

Quanti villan si trova per migliaioche i precetti di Dio s'abbino a mente,certo non credo che ne sia un paio,e non fu mai la più astuta gente;140sa ben quanti covon è in un pagliaio,come lo vede o giugnevi rasente,ma non sa già che cosa si sia fede,et a fatica crede quel che vede.

Quanti villan si trova per migliaio

che i precetti di Dio s'abbino a mente,

certo non credo che ne sia un paio,

e non fu mai la più astuta gente;140

sa ben quanti covon è in un pagliaio,

come lo vede o giugnevi rasente,

ma non sa già che cosa si sia fede,

et a fatica crede quel che vede.

XIX.

XIX.

Credo che pochi tra molti ne sia,145che abbino della fede cognizione,nè sappin pur ben dir l'Avemaria,nè il Paternostro, o altra orazione,e il Credo parre' loro una pazzia,perchè non hanno niuna divozione;150odon la messa poche volte l'annoe quelle per pappar quando vi vanno.[317]

Credo che pochi tra molti ne sia,145

che abbino della fede cognizione,

nè sappin pur ben dir l'Avemaria,

nè il Paternostro, o altra orazione,

e il Credo parre' loro una pazzia,

perchè non hanno niuna divozione;150

odon la messa poche volte l'anno

e quelle per pappar quando vi vanno.[317]

XX.

XX.

Come ch'è la mattina d'Ognisanti,vi vanno perchè il prete dà lor bere,e del pane impepato a tutti quanti,155e per la Pasqua come dei sapere,[318]che dà dell'erbolato a donne e a fanti;e i ghiotti, più che l'orso delle perevannovi tutti, insino a' pecorai,piccoli e grandi che non mancan mai.160

Come ch'è la mattina d'Ognisanti,

vi vanno perchè il prete dà lor bere,

e del pane impepato a tutti quanti,155

e per la Pasqua come dei sapere,[318]

che dà dell'erbolato a donne e a fanti;

e i ghiotti, più che l'orso delle pere

vannovi tutti, insino a' pecorai,

piccoli e grandi che non mancan mai.160

XXI.

XXI.

Non che vi vadin già per devozione,nè per rimorso d'esserne obbligati,ancor vi vanno con intenzioned'essersi l'un con l'altro ritrovati,chi per chiarire una contenzione,165chi per concluder qualche lor mercati,di porci, o buoi, o pecore, o castroni;queste alla chiesa son loro orazioni.

Non che vi vadin già per devozione,

nè per rimorso d'esserne obbligati,

ancor vi vanno con intenzione

d'essersi l'un con l'altro ritrovati,

chi per chiarire una contenzione,165

chi per concluder qualche lor mercati,

di porci, o buoi, o pecore, o castroni;

queste alla chiesa son loro orazioni.

XXII.

XXII.

E fanno in chiesa cerchi e capannelle,come fanno a' mercati e in su la piazza;170mentre che dicon quelle lor novelle,chi picchia in terra il piede, e chi la mazza,e il prete non può dir messa cavelle,pel cicalio di quella gente pazza,se gli riprende e' ne pigliano il broncio,175poi non ti dico come il prete è concio.

E fanno in chiesa cerchi e capannelle,

come fanno a' mercati e in su la piazza;170

mentre che dicon quelle lor novelle,

chi picchia in terra il piede, e chi la mazza,

e il prete non può dir messa cavelle,

pel cicalio di quella gente pazza,

se gli riprende e' ne pigliano il broncio,175

poi non ti dico come il prete è concio.

XXIII.

XXIII.

E fanno peggio ancor que' di più anniche que' lor fanciullacci, e quei garzoni;questi paiono in chiesa barbagianni,ovvero allocchi, sempre per cantoni180a vagheggiare, e vagheggiano i pannidi quelle lor mattote, e' bighelloni,[319]ch'elle son sì di biacca imbrodolateche paion proprio tinche infarinate[320].

E fanno peggio ancor que' di più anni

che que' lor fanciullacci, e quei garzoni;

questi paiono in chiesa barbagianni,

ovvero allocchi, sempre per cantoni180

a vagheggiare, e vagheggiano i panni

di quelle lor mattote, e' bighelloni,[319]

ch'elle son sì di biacca imbrodolate

che paion proprio tinche infarinate[320].

XXIV.

XXIV.

Quest'è la divozion, questo el timore,185quest'è la fede de nostri villani,ignoti e ingrati verso il Creatore,[321]tua perfidi nimici, crudi e strani;e tanta è la stoltizia e il loro errore,ne' domestici luoghi e ne' silvani,190che non conoscon mai grazia, nè dono,che ricevin da Dio, sì ingrati sono.

Quest'è la divozion, questo el timore,185

quest'è la fede de nostri villani,

ignoti e ingrati verso il Creatore,[321]

tua perfidi nimici, crudi e strani;

e tanta è la stoltizia e il loro errore,

ne' domestici luoghi e ne' silvani,190

che non conoscon mai grazia, nè dono,

che ricevin da Dio, sì ingrati sono.

XXV.

XXV.

Quanti ne son che faccin conscienzadi torre e di voler restituire,ma con tutta l'industria e lor potenza195s'ingegnan sempre di poter rapireperchè non temon alla gran sentenzaindie iudicijdover comparire,ma quel che ruban più chiaro lo veggioche ne vanno ogni dì di male in peggio.200

Quanti ne son che faccin conscienza

di torre e di voler restituire,

ma con tutta l'industria e lor potenza195

s'ingegnan sempre di poter rapire

perchè non temon alla gran sentenza

indie iudicijdover comparire,

ma quel che ruban più chiaro lo veggio

che ne vanno ogni dì di male in peggio.200

XXVI.

XXVI.

Se tu vuoi stare a veder la ricoltain villa, al tempo della battituratu perdi il tempo, sia o poca o molta,qui giuoca solo aver buona ventura,che se te la vuol fare egli avrà colta205la rosa a tempo, che non val tua cura;se el gran battuto el dì resta nell'aia,la notte scemerà parecchie staia.

Se tu vuoi stare a veder la ricolta

in villa, al tempo della battitura

tu perdi il tempo, sia o poca o molta,

qui giuoca solo aver buona ventura,

che se te la vuol fare egli avrà colta205

la rosa a tempo, che non val tua cura;

se el gran battuto el dì resta nell'aia,

la notte scemerà parecchie staia.

XXVII.

XXVII.

Il villan finge di starlo a guardarela notte sotto il monte della paglia,210e manda l'oste in casa a riposare,coglie l'agresto e insacca e non lo vaglia,ma del fondo del monte usa cavareperchè vi è poca pula, e poi ragguagliail monte in modo tal che non si paia,215el cane al suo padron mai non abbaia.

Il villan finge di starlo a guardare

la notte sotto il monte della paglia,210

e manda l'oste in casa a riposare,

coglie l'agresto e insacca e non lo vaglia,

ma del fondo del monte usa cavare

perchè vi è poca pula, e poi ragguaglia

il monte in modo tal che non si paia,215

el cane al suo padron mai non abbaia.

XXVIII.

XXVIII.

Ed ogni notte lui coglie l'agresto,et in più vari modi pur che voglia,e mai non pensa di farla pel restoquesta tristizia ancora se la moglia,220e non ti torrà mai il quinto ol sestoper poco che del tuo dover ti toglia,ma trattandoti bene al suo parere,ti darà la metà del tuo dovere.

Ed ogni notte lui coglie l'agresto,

et in più vari modi pur che voglia,

e mai non pensa di farla pel resto

questa tristizia ancora se la moglia,220

e non ti torrà mai il quinto ol sesto

per poco che del tuo dover ti toglia,

ma trattandoti bene al suo parere,

ti darà la metà del tuo dovere.

XXIX.

XXIX.

Deh, odi come un rustico toglieva225ogni anno el gran sull'aia d'ogni bica,fatte le biche il padron le vedevae poi non se ne dava altra fatica,el rustico di poi le disfacevae rifaceva: odi tristizia antica,230nel disfarle e rifarle tanto ammaccail gran, che ne trarrà parecchie sacca.

Deh, odi come un rustico toglieva225

ogni anno el gran sull'aia d'ogni bica,

fatte le biche il padron le vedeva

e poi non se ne dava altra fatica,

el rustico di poi le disfaceva

e rifaceva: odi tristizia antica,230

nel disfarle e rifarle tanto ammacca

il gran, che ne trarrà parecchie sacca.

XXX.

XXX.

Se il tuo podere è di frutte copioso,non creder che a te tocchin le più belleche te le ruba e vende di nascoso235poi dice che gli furon tolte quelle,e mostrasene a te molto crucciosocon dir che non vi può campar cavellee simulando cuopre sue magagnepoi drieto ti farà sette castagne.[322]240

Se il tuo podere è di frutte copioso,

non creder che a te tocchin le più belle

che te le ruba e vende di nascoso235

poi dice che gli furon tolte quelle,

e mostrasene a te molto cruccioso

con dir che non vi può campar cavelle

e simulando cuopre sue magagne

poi drieto ti farà sette castagne.[322]240

XXXI.

XXXI.

Alla vendemmia quel che egli usan farenon è da dire dell'uva e del mosto,se v'è niun buon vignazzo da mangiare[323]innanzi al tempo l'ha colto, e riposto,dico per sè, e stu ne vuoi serbare245e' dice che è al tuo voler disposto,e che ne basta a lui una bigoncia,che è quella che la sua tristizia acconcia.

Alla vendemmia quel che egli usan fare

non è da dire dell'uva e del mosto,

se v'è niun buon vignazzo da mangiare[323]

innanzi al tempo l'ha colto, e riposto,

dico per sè, e stu ne vuoi serbare245

e' dice che è al tuo voler disposto,

e che ne basta a lui una bigoncia,

che è quella che la sua tristizia acconcia.

XXXII.

XXXII.

E ti si mostra piacevole e largoe che te ne vuol dar per una dua,250ma nota ben lettor, quel che qui spargo,auzza se tu sai la mente tua,chè non ti basterebbon gli occhi d'Argo,a veder l'arte e la tristizia sua;quella bigoncia che ripon palese255ne vende più di quattro alle tue spese.

E ti si mostra piacevole e largo

e che te ne vuol dar per una dua,250

ma nota ben lettor, quel che qui spargo,

auzza se tu sai la mente tua,

chè non ti basterebbon gli occhi d'Argo,

a veder l'arte e la tristizia sua;

quella bigoncia che ripon palese255

ne vende più di quattro alle tue spese.

XXXIII.

XXXIII.

E se fa il vino e che tu non vi stia,quante mezzine e bigoncie n'attignementre che bolle, e' ne bee tuttavia,e poi, allo svinare e' te la cigne;260il primo sempre mai vuol che il suo siapoi ti ragguaglia con quel che gli strigne,ma come l'altre cose te lo ammezza,e nel canale o nel tin te 'l battezza.

E se fa il vino e che tu non vi stia,

quante mezzine e bigoncie n'attigne

mentre che bolle, e' ne bee tuttavia,

e poi, allo svinare e' te la cigne;260

il primo sempre mai vuol che il suo sia

poi ti ragguaglia con quel che gli strigne,

ma come l'altre cose te lo ammezza,

e nel canale o nel tin te 'l battezza.

XXXIV.

XXXIV.

Vientene poi al Dicembre o al Gennaio,265al far dell'olio e' ti vuol ristorare,e del grano e del vino il buon massaioche fa sì bene il tuo usufruttare;sempre dell'olio si toglie il primaioche olio vergine si usa di chiamare,270che è più dolce e più chiaro che il secondoe non fa mai posatura nel fondo.

Vientene poi al Dicembre o al Gennaio,265

al far dell'olio e' ti vuol ristorare,

e del grano e del vino il buon massaio

che fa sì bene il tuo usufruttare;

sempre dell'olio si toglie il primaio

che olio vergine si usa di chiamare,270

che è più dolce e più chiaro che il secondo

e non fa mai posatura nel fondo.

XXXV.

XXXV.

E dice poi: cotanto ve n'è stato;ma non ti dice il rustico felloneche s'ha tolto il miglior et ha lasciato275a te l'olio ristretto del sansone,et hallo tutto insieme mescolato,e se egli è sapiente e' dà cagione,che l'ulive eran troppo state in caldo:forse che manca mai scusa al ribaldo?280

E dice poi: cotanto ve n'è stato;

ma non ti dice il rustico fellone

che s'ha tolto il miglior et ha lasciato275

a te l'olio ristretto del sansone,

et hallo tutto insieme mescolato,

e se egli è sapiente e' dà cagione,

che l'ulive eran troppo state in caldo:

forse che manca mai scusa al ribaldo?280

XXXVI.

XXXVI.

Vientene al tempo della potaturad'ulivi, e viti, e così d'altri frutti,per te fa col pennato, e con la scurataglia per sè i rami grossi tutti,et arde tutto il verno alla sicura285alle tue spese, e stan caldi et asciutti;le legne che gli avanzan le dividee fa le parte, e piglia, e poi ne ride.

Vientene al tempo della potatura

d'ulivi, e viti, e così d'altri frutti,

per te fa col pennato, e con la scura

taglia per sè i rami grossi tutti,

et arde tutto il verno alla sicura285

alle tue spese, e stan caldi et asciutti;

le legne che gli avanzan le divide

e fa le parte, e piglia, e poi ne ride.

XXXVII.

XXXVII.

Prima al seccar de' fichi, chi gli coglieal fico, sempre scelgono e' più passi,290sia qual si vuole, el marito o la moglie,non creder quelli all'oste si portassi;poi quando alla fornace gli raccoglie,con diligenza un'altra cerca fassi;e finalmente e' più grassi e più belli295non creda l'oste aver nessun di quelli.

Prima al seccar de' fichi, chi gli coglie

al fico, sempre scelgono e' più passi,290

sia qual si vuole, el marito o la moglie,

non creder quelli all'oste si portassi;

poi quando alla fornace gli raccoglie,

con diligenza un'altra cerca fassi;

e finalmente e' più grassi e più belli295

non creda l'oste aver nessun di quelli.

XXXVIII.

XXXVIII.

Chè il rustico quei bei vuol davantaggio,che delle dotte sue si vuol pagare,e serba quelli alle rose di Maggioet a quel tempo gli vuol maritare,300e dice: se d'un fico a terra caggioun tratto, chi me n'ha a ristorare?s'io tolgo questi, e' son ben guadagnati,e non gli pare avertegli rubbati.

Chè il rustico quei bei vuol davantaggio,

che delle dotte sue si vuol pagare,

e serba quelli alle rose di Maggio

et a quel tempo gli vuol maritare,300

e dice: se d'un fico a terra caggio

un tratto, chi me n'ha a ristorare?

s'io tolgo questi, e' son ben guadagnati,

e non gli pare avertegli rubbati.

XXXIX.

XXXIX.

Se tu gli dai a far qualche lavoro305di velti o fosse a cotanto la canna,o vuoi insomma strazi il tuo tesoro,come tu non vi se' il villan t'inganna,che massi non trarrà del luogo loro,nè aprirà la fossa a una spanna,310nè affonda un braccio che te la riempiesenza fognare, e pelati le tempie.

Se tu gli dai a far qualche lavoro305

di velti o fosse a cotanto la canna,

o vuoi insomma strazi il tuo tesoro,

come tu non vi se' il villan t'inganna,

che massi non trarrà del luogo loro,

nè aprirà la fossa a una spanna,310

nè affonda un braccio che te la riempie

senza fognare, e pelati le tempie.

XL.

XL.

Se tu darai alcun bosco a tagliare,in somma, o a cotanto la catasta,in ogni modo e' ti vuole ingannare,315guarda pur di non metter mano in pasta;la toglie in somma e la vuole spacciareper l'util suo, e il tuo disegno guasta,e guasta le ceppaie, e in modo taglialungo, nè poi con la scura ragguaglia.320

Se tu darai alcun bosco a tagliare,

in somma, o a cotanto la catasta,

in ogni modo e' ti vuole ingannare,315

guarda pur di non metter mano in pasta;

la toglie in somma e la vuole spacciare

per l'util suo, e il tuo disegno guasta,

e guasta le ceppaie, e in modo taglia

lungo, nè poi con la scura ragguaglia.320

XLI*.

XLI*.

Non creder tu che molte ne rifenda,nè ritondi le teste con la scura,perchè in queste due cose è la faccenda,e falle giuste di buona misura,la qual cosa non fa per chi le venda,325ma di questo il villan poco si curafatte le legne adesso, e noi e' frasconi,et empie le fastella di bronconi,

Non creder tu che molte ne rifenda,

nè ritondi le teste con la scura,

perchè in queste due cose è la faccenda,

e falle giuste di buona misura,

la qual cosa non fa per chi le venda,325

ma di questo il villan poco si cura

fatte le legne adesso, e noi e' frasconi,

et empie le fastella di bronconi,

XLII*.

XLII*.

che sarebbono a schegge sufficientie lui l'addossa per vicine presto;330ma se facessi le legne altrimenti,non farebbe per lui di farti questo,che e' taglierebbe infin ceppi rasenti,poi le rifenderebbe, in quarto, e in sesto,e d'ogni stecco ne farebbe due,335per far più somma alle cataste tue.

che sarebbono a schegge sufficienti

e lui l'addossa per vicine presto;330

ma se facessi le legne altrimenti,

non farebbe per lui di farti questo,

che e' taglierebbe infin ceppi rasenti,

poi le rifenderebbe, in quarto, e in sesto,

e d'ogni stecco ne farebbe due,335

per far più somma alle cataste tue.

XLIII*.

XLIII*.

Se a cataste gl'ha a essere pagato,e' te la cigne nell'accatastare;mette pezzi bistorti in più d'un lato,e fagli come ponti ritti stare,340e le scheggio rifesse avrà voltato,la scorza con scorza, che fa staree' pezzi sollevati, e poi rituracon fruscoli le buche e ponvi cura.

Se a cataste gl'ha a essere pagato,

e' te la cigne nell'accatastare;

mette pezzi bistorti in più d'un lato,

e fagli come ponti ritti stare,340

e le scheggio rifesse avrà voltato,

la scorza con scorza, che fa stare

e' pezzi sollevati, e poi ritura

con fruscoli le buche e ponvi cura.

XLIV*.

XLIV*.

Et ha tutte le teste capovolte345da ogni lato, e mostran bella facciaalle cataste, e più serrate e foltepaion le scheggie, e così te la schiaccia;le poche legne fan cataste molteper questo modo, ma questa bonaccia350torna in tristizia del comperatore,et inganna te e lui quel traditore.

Et ha tutte le teste capovolte345

da ogni lato, e mostran bella faccia

alle cataste, e più serrate e folte

paion le scheggie, e così te la schiaccia;

le poche legne fan cataste molte

per questo modo, ma questa bonaccia350

torna in tristizia del comperatore,

et inganna te e lui quel traditore.

XLV*.

XLV*.

Se a tanto la soma fa e' frasconi,farà e' fastelli come covoncini,et empiele di sterpi, di bronconi355per farne più, e toccar più quattrini,et non gli serra troppo per cagioni,che non ti pain come son piccini,e se fa in somma quel rustico fellovorria metter il bosco in un fastello.360

Se a tanto la soma fa e' frasconi,

farà e' fastelli come covoncini,

et empiele di sterpi, di bronconi355

per farne più, e toccar più quattrini,

et non gli serra troppo per cagioni,

che non ti pain come son piccini,

e se fa in somma quel rustico fello

vorria metter il bosco in un fastello.360

XLVI.

XLVI.

Se tu da' un podere ad un villanoche lavori altre terre che la tua,poi dir d'avergli dato il sacco in manoperchè ti rubi a tutta voglia sua,di frutte, vino, e olio, e legne, e grano365nè vorrà più di te per ogniun dua;se tu ti duoli che ti tolga il tuo,dice che quello ha ricolto nel suo.

Se tu da' un podere ad un villano

che lavori altre terre che la tua,

poi dir d'avergli dato il sacco in mano

perchè ti rubi a tutta voglia sua,

di frutte, vino, e olio, e legne, e grano365

nè vorrà più di te per ogniun dua;

se tu ti duoli che ti tolga il tuo,

dice che quello ha ricolto nel suo.

XLVII*.

XLVII*.

Se tu dai terre a fitto a niun villano,non far pensiero d'aver mai l'intero370dal patto della scritta di sua mano,che ti dimostrerà per bianco nero,dirà che il temporal sia stranoper lui, e mai non ti dirà un vero,quando gli fia nociuto il secco, o 'l molle,375e così t'avrà giunto dov'ei volle.

Se tu dai terre a fitto a niun villano,

non far pensiero d'aver mai l'intero370

dal patto della scritta di sua mano,

che ti dimostrerà per bianco nero,

dirà che il temporal sia strano

per lui, e mai non ti dirà un vero,

quando gli fia nociuto il secco, o 'l molle,375

e così t'avrà giunto dov'ei volle.

XLVIII*.

XLVIII*.

Così con la bugia ti fa un restocon buon pensier d'averti strapagato;se tu gli hai dato vigna intendi questo,che 'l tempo non t'avrà mai osservato,380quando avrà colto a suo modo l'agrestotirandogli gli orecchi col pennato,[324]o non ti paga, o qualche scusa ha dareche ti convien la vigna ripigliare.

Così con la bugia ti fa un resto

con buon pensier d'averti strapagato;

se tu gli hai dato vigna intendi questo,

che 'l tempo non t'avrà mai osservato,380

quando avrà colto a suo modo l'agresto

tirandogli gli orecchi col pennato,[324]

o non ti paga, o qualche scusa ha dare

che ti convien la vigna ripigliare.

XLIX.

XLIX.

Se tu gli hai dato sodi da pastura385in piano o in piaggia, o prati da far fieno,sempre ti conterà qualche sciaura,o che le bestie altrui state vi sieno,ovver che per la sua disavventurache tutto il giorno le nebbie vi stieno,390o veramente che il vento rovaiogli abbia abbruciati che par di gennaio.

Se tu gli hai dato sodi da pastura385

in piano o in piaggia, o prati da far fieno,

sempre ti conterà qualche sciaura,

o che le bestie altrui state vi sieno,

ovver che per la sua disavventura

che tutto il giorno le nebbie vi stieno,390

o veramente che il vento rovaio

gli abbia abbruciati che par di gennaio.

L*.

L*.

E sempre mai ti conta qualche indozza[325]per non ti dar l'intero del tuo fittoch'egli abbi auto, e mente per la strozza395il malvagio, crudel, pessimo, ghiotto,ma e' si vorrebbe aver la lingua rozzaa mille il giorno senza alcun risquitto,perchè e' son pur come dà lor natura,tutti d'un pelo, e d'una cornatura.400

E sempre mai ti conta qualche indozza[325]

per non ti dar l'intero del tuo fitto

ch'egli abbi auto, e mente per la strozza395

il malvagio, crudel, pessimo, ghiotto,

ma e' si vorrebbe aver la lingua rozza

a mille il giorno senza alcun risquitto,

perchè e' son pur come dà lor natura,

tutti d'un pelo, e d'una cornatura.400

LI*.

LI*.

Se tu dai al villan bestiame a soccio,credi che a te tocca a dargli le spese;quando dirà che si sia morto un boccio,quando che il lupo un bel temporal prese,o ch'è in peculio indozzato, e sta chioccio,405per la mala vernata sì l'offeseche le son piene di rogna e di scabbia,e crede poca lana e trista s'abbia,

Se tu dai al villan bestiame a soccio,

credi che a te tocca a dargli le spese;

quando dirà che si sia morto un boccio,

quando che il lupo un bel temporal prese,

o ch'è in peculio indozzato, e sta chioccio,405

per la mala vernata sì l'offese

che le son piene di rogna e di scabbia,

e crede poca lana e trista s'abbia,

LII*.

LII*.

per poter coglier ben l'agresto a quella,e d'un toson ne saperà far dua,410e sceglier la più fine e la più bellaper vestir sè e la brigata sua;almeno un capperone, o la gonnellati torrà spesso della parte tua,la qual fia piena di croste di lappole,415e per rubarti lui fa mille trappole.

per poter coglier ben l'agresto a quella,

e d'un toson ne saperà far dua,410

e sceglier la più fine e la più bella

per vestir sè e la brigata sua;

almeno un capperone, o la gonnella

ti torrà spesso della parte tua,

la qual fia piena di croste di lappole,415

e per rubarti lui fa mille trappole.

LIII.

LIII.

Al divider del cacio fa pensierod'averne men che mezza la tua parte,chè vende le ricotte, il latte, il siero,e poi nel far del cacio egli usa un'arte,420che farà il tuo in un certo bicchierominor che il suo e tien questo in disparte,e farà il tuo come una spugna vanoe il suo serrato, e incolpane la mano.

Al divider del cacio fa pensiero

d'averne men che mezza la tua parte,

chè vende le ricotte, il latte, il siero,

e poi nel far del cacio egli usa un'arte,420

che farà il tuo in un certo bicchiero

minor che il suo e tien questo in disparte,

e farà il tuo come una spugna vano

e il suo serrato, e incolpane la mano.

LIV*.

LIV*.

Se la tua donna dà qualche gallina425a mezzo a la tua lavoratore,fa tuo pensier che poi la Mecherinagli chiede da beccare a tutte l'ore,e qualche volta pur quattr'uovolina,gli recherà pur sempre le minore,430che ragguagliando l'uova col beccaretu vien la coppia un grosso a comperare.

Se la tua donna dà qualche gallina425

a mezzo a la tua lavoratore,

fa tuo pensier che poi la Mecherina

gli chiede da beccare a tutte l'ore,

e qualche volta pur quattr'uovolina,

gli recherà pur sempre le minore,430

che ragguagliando l'uova col beccare

tu vien la coppia un grosso a comperare.

LV*.

LV*.

Se la gli dà galletti a far capponi,ovvero una chiocciata di pulcini,credo n'assaggerai pochi bocconi,435che nibio, o volpe, o lor mani a uncinite gli aran tolti, dicono i felloni;se tu nol credi sappil da' vicini,ch'ognor senton gridar: ai, ai, e troia,ah, Mecherina mia, tu sei pur gioia!440

Se la gli dà galletti a far capponi,

ovvero una chiocciata di pulcini,

credo n'assaggerai pochi bocconi,435

che nibio, o volpe, o lor mani a uncini

te gli aran tolti, dicono i felloni;

se tu nol credi sappil da' vicini,

ch'ognor senton gridar: ai, ai, e troia,

ah, Mecherina mia, tu sei pur gioia!440

LVI.

LVI.

Se t'ha dar l'anno due paia di capponi,o qualche serqua d'uova ch'è ne' patti,daratti almen che sia tre gallioniet un cappone infermo che dà i tratti;l'uova piccine serbano i felloni445per l'oste, e l'altre vendon questi gatti,che quelle grosse ti farebbon male,e logoran più cacio, legne e sale.

Se t'ha dar l'anno due paia di capponi,

o qualche serqua d'uova ch'è ne' patti,

daratti almen che sia tre gallioni

et un cappone infermo che dà i tratti;

l'uova piccine serbano i felloni445

per l'oste, e l'altre vendon questi gatti,

che quelle grosse ti farebbon male,

e logoran più cacio, legne e sale.

LVII*.

LVII*.

E' polli e l'uova, fatto berlingaccio,s'indugiano a portarli tutti quanti,450che se te gli recassino più avaccio,conosceresti que' galli a' lor canti,ma comunque son giunti tu gli spacciperchè sien triti, a tutti il collo schianti,così dell'uova non vi si pon cura,455che se ne rompe una intriditura.

E' polli e l'uova, fatto berlingaccio,

s'indugiano a portarli tutti quanti,450

che se te gli recassino più avaccio,

conosceresti que' galli a' lor canti,

ma comunque son giunti tu gli spacci

perchè sien triti, a tutti il collo schianti,

così dell'uova non vi si pon cura,455

che se ne rompe una intriditura.

LVIII*.

LVIII*.

Se tu hai aver lin pon qui l'orecchio;di patto fatto quando il poder tolle,daratti qualche lin fradicio e vecchio,di fuor lisciato, e dentro fia capecchio460et anco molto ben umido e molle,a te lo dà nel tempo autunnale,e poi le pioggie incolpa e il temporale.

Se tu hai aver lin pon qui l'orecchio;

di patto fatto quando il poder tolle,

daratti qualche lin fradicio e vecchio,

di fuor lisciato, e dentro fia capecchio460

et anco molto ben umido e molle,

a te lo dà nel tempo autunnale,

e poi le pioggie incolpa e il temporale.

LIX.

LIX.

Se la tua donna di state, o il Gennaiodà a far bucato alla Nencia o la Checca,465le pare a lei non le costi danaio,ma tanto la crudel ne pappa e lecca,che sare' meglio dargli al curandino,e non ti sare' fatto la cileccadi qualche zaccarella che vi manca,470sempre quando il villan panni t'imbianca.

Se la tua donna di state, o il Gennaio

dà a far bucato alla Nencia o la Checca,465

le pare a lei non le costi danaio,

ma tanto la crudel ne pappa e lecca,

che sare' meglio dargli al curandino,

e non ti sare' fatto la cilecca

di qualche zaccarella che vi manca,470

sempre quando il villan panni t'imbianca.

LX.

LX.

Come sarebbe una o dua camiciuole,qualche tovagliolino o tovagliolache la Bartola ha tolte, e se le vuolein casa sua per la sua famigliuola;475se la tua donna del danno si duoleil rustico mentendo per la golasi scusa e finge averne grande affanno,stringesi nelle spalle e tu t'ha il danno.

Come sarebbe una o dua camiciuole,

qualche tovagliolino o tovagliola

che la Bartola ha tolte, e se le vuole

in casa sua per la sua famigliuola;475

se la tua donna del danno si duole

il rustico mentendo per la gola

si scusa e finge averne grande affanno,

stringesi nelle spalle e tu t'ha il danno.

LXI.

LXI.

Se tu lo servi o prestigli danari480senza testimonianza o senza pegno,al far del conto poi perchè tu imparili niega, stu non dai buon contrassegno,sicchè chi ha a imparar è buon che imparialle spese d'altrui in ogni regno;485ma prima impareresti ogni scienza,che del villan la vera conoscenza.

Se tu lo servi o prestigli danari480

senza testimonianza o senza pegno,

al far del conto poi perchè tu impari

li niega, stu non dai buon contrassegno,

sicchè chi ha a imparar è buon che impari

alle spese d'altrui in ogni regno;485

ma prima impareresti ogni scienza,

che del villan la vera conoscenza.

LXII.

LXII.

Stu gli fidi le chiavi di tua casa,per la cantina, o per la colombaia,si faria più per te, sendo rimasa490sola, a mandarvi il fante o la massaia,che l'olio e il vin ti ruba, e poi le vasariempie d'acqua perchè non si paia;e in colombaia da sera e mattinal'agresto coglie e incolpa la faina.495

Stu gli fidi le chiavi di tua casa,

per la cantina, o per la colombaia,

si faria più per te, sendo rimasa490

sola, a mandarvi il fante o la massaia,

che l'olio e il vin ti ruba, e poi le vasa

riempie d'acqua perchè non si paia;

e in colombaia da sera e mattina

l'agresto coglie e incolpa la faina.495

LXIII.

LXIII.

E caverà della coltrice tuaqualche sacco di penna il rustichetto,che sia sì piena che gli par la suarispetto a quella vota nel suo letto;e così fa d'una coltrice dua,500e poi per ricoprir questo difetto,ha in più d'un luogo la tua cincischiata,poi dice: e' topi l'hanno rosicchiata.

E caverà della coltrice tua

qualche sacco di penna il rustichetto,

che sia sì piena che gli par la sua

rispetto a quella vota nel suo letto;

e così fa d'una coltrice dua,500

e poi per ricoprir questo difetto,

ha in più d'un luogo la tua cincischiata,

poi dice: e' topi l'hanno rosicchiata.

LXIV*.

LXIV*.

E se tu lasci vendere al villano,sia che cosa si vuole, o tanto, o quanto,505legumi, frutte, biade, vino o granood olio, non potrai mai darti il vantoche il vero prezzo ti rassegni in mano,se fusse bene il dì di Vener Santo,sempre ti ruba con mille bugie,510e se nulla t'ha compro l'attessie.[326]

E se tu lasci vendere al villano,

sia che cosa si vuole, o tanto, o quanto,505

legumi, frutte, biade, vino o grano

od olio, non potrai mai darti il vanto

che il vero prezzo ti rassegni in mano,

se fusse bene il dì di Vener Santo,

sempre ti ruba con mille bugie,510

e se nulla t'ha compro l'attessie.[326]

LXV.

LXV.

E per non esser tristo poi tenutodal prete per le sue operazione,se si confessa mai il villano astuto,cerca d'un che non ha sua cognizione515e quanto può di non esser veduto,da chi potesse darne relazione;e qui d'ogni sua ladroncelleria,è assoluto per la simonia.

E per non esser tristo poi tenuto

dal prete per le sue operazione,

se si confessa mai il villano astuto,

cerca d'un che non ha sua cognizione515

e quanto può di non esser veduto,

da chi potesse darne relazione;

e qui d'ogni sua ladroncelleria,

è assoluto per la simonia.

LXVI.

LXVI.

Poi se ne va quel rustico fellone520al popol suo, et risciacqua il bucato,e fassi coscienza d'un melloneche nell'orto dell'oste avrà imbolato;e finge aver nel cuore uno stecconecioè lo stimol di questo peccato,525ma che vuol pel mellon dargli una zucca,così inganna il prete, e te pilucca.

Poi se ne va quel rustico fellone520

al popol suo, et risciacqua il bucato,

e fassi coscienza d'un mellone

che nell'orto dell'oste avrà imbolato;

e finge aver nel cuore uno steccone

cioè lo stimol di questo peccato,525

ma che vuol pel mellon dargli una zucca,

così inganna il prete, e te pilucca.

LXVII.

LXVII.

Questo crudel con sua simulazione,inganna il prete, ed è tenuto buono;così gli venga per sua punizione530la folgore di Giove col gran tuono,benchè egli avran l'eterna dannazionepoi che fien desti all'angelico suono,della città di Dite e' contadinifaransi allora eterni cittadini.535

Questo crudel con sua simulazione,

inganna il prete, ed è tenuto buono;

così gli venga per sua punizione530

la folgore di Giove col gran tuono,

benchè egli avran l'eterna dannazione

poi che fien desti all'angelico suono,

della città di Dite e' contadini

faransi allora eterni cittadini.535

LXVIII.

LXVIII.

Per la lor trista et insaziabil seteche gli hanno di rubare al cittadino,andranno tutti a bere all'onde Letecome promette il giudizio divino,che di quel che si semina si miete540ne' Campi Elisi il frutto per destinoceleste, e fia renduto giusto meritoa ciaschedun del suo tempo preterito.

Per la lor trista et insaziabil sete

che gli hanno di rubare al cittadino,

andranno tutti a bere all'onde Lete

come promette il giudizio divino,

che di quel che si semina si miete540

ne' Campi Elisi il frutto per destino

celeste, e fia renduto giusto merito

a ciaschedun del suo tempo preterito.

LXIX.

LXIX.

E se egli avvien che il rustico felloneabbia a uscire del tuo contra sua voglia545o di sua volontà, egli è sì stranoe tristo che convien che lui ti toglia,se vi avrà posto nulla di sua mano,qualche bel nesto o cosa che ti doglia,e vende al tempo, e vorrebbe potere550portarne seco la casa e il podere.

E se egli avvien che il rustico fellone

abbia a uscire del tuo contra sua voglia545

o di sua volontà, egli è sì strano

e tristo che convien che lui ti toglia,

se vi avrà posto nulla di sua mano,

qualche bel nesto o cosa che ti doglia,

e vende al tempo, e vorrebbe potere550

portarne seco la casa e il podere.

LXX.

LXX.

E se nessun servigio t'ha mai fattoo preso qualche po' di scioperio,te gli ricorda e vuolne esser rifatto,e non pensa il crudel, malvagio e rio555alle cose che t'ha di casa tratto,in soddisfarlo: e per l'amor di Diosenza le zaccherelle che t'ha tolte,che s'è pagato a doppio cento volte.

E se nessun servigio t'ha mai fatto

o preso qualche po' di scioperio,

te gli ricorda e vuolne esser rifatto,

e non pensa il crudel, malvagio e rio555

alle cose che t'ha di casa tratto,

in soddisfarlo: e per l'amor di Dio

senza le zaccherelle che t'ha tolte,

che s'è pagato a doppio cento volte.

LXXI.

LXXI.

Et oltre a quelle cose che ti toglie,560quel che vi lascia cerca di guastaregiusta a sua possa il marito e la moglietutto quel verno a rompere e tagliare;e quando vien che l'ulive ricoglieguasta gli ulivi e finge di potare,565quelle belle vermene che ne fannole taglia o fiacca per farti più danno.

Et oltre a quelle cose che ti toglie,560

quel che vi lascia cerca di guastare

giusta a sua possa il marito e la moglie

tutto quel verno a rompere e tagliare;

e quando vien che l'ulive ricoglie

guasta gli ulivi e finge di potare,565

quelle belle vermene che ne fanno

le taglia o fiacca per farti più danno.

LXXII.

LXXII.

Se vuoi saper lor ladroncellerie,di' che tu voglia il podere allogare:qualche crudele a te viene ognidie570a chiederlo: e comincia a biasimare[327]quel che v'è drento, e mostrati le viele quali ha usate a poterti rubare,che sono tante e tali che t'attoscano;gli artefici l'un l'altro si conoscano.575

Se vuoi saper lor ladroncellerie,

di' che tu voglia il podere allogare:

qualche crudele a te viene ognidie570

a chiederlo: e comincia a biasimare[327]

quel che v'è drento, e mostrati le vie

le quali ha usate a poterti rubare,

che sono tante e tali che t'attoscano;

gli artefici l'un l'altro si conoscano.575

LXXIII.

LXXIII.

E dice mal di quel perchè tu il caccise fusse bene un suo carnal fratello,e mostra di saper perchè tu faccila voglia sua, e fassi il buono e il bello,e quanto è più cattivo par più tracci580d'entrarvi: poi ti fa peggio che quello,che ti farà tutte quelle magagne,che pose all'altro e delle più taccagne.

E dice mal di quel perchè tu il cacci

se fusse bene un suo carnal fratello,

e mostra di saper perchè tu facci

la voglia sua, e fassi il buono e il bello,

e quanto è più cattivo par più tracci580

d'entrarvi: poi ti fa peggio che quello,

che ti farà tutte quelle magagne,

che pose all'altro e delle più taccagne.

LXXIV.

LXXIV.

E così tutti quanti han per naturadi biasimar l'un l'altro, e fansi scorgere585viziati e tristi ad ogni creatura,e noi non ci possiam del tutto accorgereperchè e' non ruban mai con la misura,ma sempre a vista, e fannosela porgerela cosa tolta, e son tutti d'accordo590a questo, e sanno fare il cieco e il sordo.

E così tutti quanti han per natura

di biasimar l'un l'altro, e fansi scorgere585

viziati e tristi ad ogni creatura,

e noi non ci possiam del tutto accorgere

perchè e' non ruban mai con la misura,

ma sempre a vista, e fannosela porgere

la cosa tolta, e son tutti d'accordo590

a questo, e sanno fare il cieco e il sordo.

LXXV.

LXXV.

Se tu metti dell'opere e tu stiaappresso a loro a veder lavorare,odi sempre dir mal di chicchessia,dell'oste, o di vicini, o di comare;595ognun di qualche ladroncelleriasi vanta d'aver fatto, e sannol fare,di furti, d'adulteri, o false pruovee senti tutto il dì tristizie nuove.

Se tu metti dell'opere e tu stia

appresso a loro a veder lavorare,

odi sempre dir mal di chicchessia,

dell'oste, o di vicini, o di comare;595

ognun di qualche ladroncelleria

si vanta d'aver fatto, e sannol fare,

di furti, d'adulteri, o false pruove

e senti tutto il dì tristizie nuove.

LXXVI.

LXXVI.

Se tu hai qualche serva, schiava, o fante,[328]600in casa di villan non la mandare,che le fanno cattive tutte quante,massime della gola, e del rubare;se v'è niun pollastron si fa suo amantee le promette volerla sposare,605ella sel crede, e poi mena il rastrelloa ciò ch'ella può in casa e porge a quello.

Se tu hai qualche serva, schiava, o fante,[328]600

in casa di villan non la mandare,

che le fanno cattive tutte quante,

massime della gola, e del rubare;

se v'è niun pollastron si fa suo amante

e le promette volerla sposare,605

ella sel crede, e poi mena il rastrello

a ciò ch'ella può in casa e porge a quello.

LXXVII.

LXXVII.

Non ti fidar d'alcun, che ogniun t'ingannagiusta sua possa; e poi ti dà la berta,e par lor che dal ciel venga la manna610quando e' ti tolgon la cosa coperta;quando e' ti viene intorno e che si affannain tuo aiuto vuolsi stare all'erta,che le carezze che i villan ti fannoson tutte per loro utile e tuo danno.615

Non ti fidar d'alcun, che ogniun t'inganna

giusta sua possa; e poi ti dà la berta,

e par lor che dal ciel venga la manna610

quando e' ti tolgon la cosa coperta;

quando e' ti viene intorno e che si affanna

in tuo aiuto vuolsi stare all'erta,

che le carezze che i villan ti fanno

son tutte per loro utile e tuo danno.615

LXXVIII.

LXXVIII.

Se pure alcun discreto e costumatone trovi, benchè pochi ce ne sia,non creder che di rustico sia nato,ma che di seme mescolato siadi qualche gentilotto che avrà dato620la pace di Marcon per qualche via[329]alla madre di quello in giovanezza;però tien quel villan di gentilezza.

Se pure alcun discreto e costumato

ne trovi, benchè pochi ce ne sia,

non creder che di rustico sia nato,

ma che di seme mescolato sia

di qualche gentilotto che avrà dato620

la pace di Marcon per qualche via[329]

alla madre di quello in giovanezza;

però tien quel villan di gentilezza.

LXXIX.

LXXIX.

Non può la vera linea rusticanapartecipar d'alcuna gentilezza,625ma perfida, crudele, iniqua e strana,nè onore, nè virtù ama, nè prezza,ma tutti son d'una sardesca lana[330]che mai si può ammorbidar sua asprezza,ma la divina giustizia gli doma,630come bestie che son portan la soma,

Non può la vera linea rusticana

partecipar d'alcuna gentilezza,625

ma perfida, crudele, iniqua e strana,

nè onore, nè virtù ama, nè prezza,

ma tutti son d'una sardesca lana[330]

che mai si può ammorbidar sua asprezza,

ma la divina giustizia gli doma,630

come bestie che son portan la soma,

LXXX*.

LXXX*.

di schegge, di steccon, colonne e bracee così doma il ciel la lor superbia,e sol del vitto in tanta contumaceche si pascon com'asini dell'erba;635la crusca loro par manna verace,a chi ne può avere, o vita acerbache fanno universal, pe' lor peccatioggi questi crudel' villan sfacciati!

di schegge, di steccon, colonne e brace

e così doma il ciel la lor superbia,

e sol del vitto in tanta contumace

che si pascon com'asini dell'erba;635

la crusca loro par manna verace,

a chi ne può avere, o vita acerba

che fanno universal, pe' lor peccati

oggi questi crudel' villan sfacciati!

LXXXI.

LXXXI.

Se io volessi in tutto satisfare640a molti degni, e nobil cittadini,che m'han pregato ch'io debbi narrarele gran tristizie d'assai contadini,se fosse inchiostro tutto quanto il mare,la terra carta, e tutti gli uccellini[331]645avessin tutti lor penne da scrivere,i' non potrei avendo sempre a vivere.

Se io volessi in tutto satisfare640

a molti degni, e nobil cittadini,

che m'han pregato ch'io debbi narrare

le gran tristizie d'assai contadini,

se fosse inchiostro tutto quanto il mare,

la terra carta, e tutti gli uccellini[331]645

avessin tutti lor penne da scrivere,

i' non potrei avendo sempre a vivere.

LXXXII.

LXXXII.

È tanto natural la lor tristizia,ch'ognor si fanno tra lor mille inganni,e benchè gli abbin le cose a dovizia650si fanno l'uno all'altro di gran danni,vicino, o parentado, o amicizianon riguardan, nè più Nencio che Nanni;sia qual si voglia, o amico, o parenteogni tristizia tra lor si consente.655

È tanto natural la lor tristizia,

ch'ognor si fanno tra lor mille inganni,

e benchè gli abbin le cose a dovizia650

si fanno l'uno all'altro di gran danni,

vicino, o parentado, o amicizia

non riguardan, nè più Nencio che Nanni;

sia qual si voglia, o amico, o parente

ogni tristizia tra lor si consente.655

LXXXIII.

LXXXIII.

Quanti ne sono che hanno già venduto,una soma di legna, o paglia, o brace,tu l'hai pagata, e sì t'avrai creduto,che te la porti a casa, e ti stai in pace,e la vende ad un altro il gatto astuto660e pur se ve la porta è sì fallaceche si farà pagare un'altra voltaalla tua donna se la può aver colta.

Quanti ne sono che hanno già venduto,

una soma di legna, o paglia, o brace,

tu l'hai pagata, e sì t'avrai creduto,

che te la porti a casa, e ti stai in pace,

e la vende ad un altro il gatto astuto660

e pur se ve la porta è sì fallace

che si farà pagare un'altra volta

alla tua donna se la può aver colta.

LXXXIV.

LXXXIV.

Stu compri dal villan una bigonciadi mele, o pere, o qual frutte si sieno,665credi che l'ha di sotto in modo acconciacon paglia, strame, felce, frasche o fieno,che non ritornerà la libbra un'onciabenchè per buon mercato te la dieno;di sopra fien parecchie belle e grosse,670poi, mescolate, piccole e percosse.

Stu compri dal villan una bigoncia

di mele, o pere, o qual frutte si sieno,665

credi che l'ha di sotto in modo acconcia

con paglia, strame, felce, frasche o fieno,

che non ritornerà la libbra un'oncia

benchè per buon mercato te la dieno;

di sopra fien parecchie belle e grosse,670

poi, mescolate, piccole e percosse.

LXXXV*.

LXXXV*.

Stu comperi in mercato delle fruttesusine, o fichi, mandorle o baccelli,usano un'arte nel contarle tutteche il conto non ti torna mai da quelli,675sien che frutte si vuole, o belle o brutte,mostronne quattro e tre te ne dà egli;stu paghi prima che tu l'abbi tolte,lo niega e ti convien pagar due volte.

Stu comperi in mercato delle frutte

susine, o fichi, mandorle o baccelli,

usano un'arte nel contarle tutte

che il conto non ti torna mai da quelli,675

sien che frutte si vuole, o belle o brutte,

mostronne quattro e tre te ne dà egli;

stu paghi prima che tu l'abbi tolte,

lo niega e ti convien pagar due volte.

LXXXVI*.

LXXXVI*.

Se tu dai a balia, come tu l'hai dato,680in capo d'otto dì torna il villano,e dice che il bambino è raddoppiato,ma vien per trarti un ducato di mano;ma non vien mai a dir che il latte sia mancato,o che la balia è pregna, o sia mal sano685il tuo figlio, ma mentre che dà i tratti,appunto allor tel dicon questi gatti.

Se tu dai a balia, come tu l'hai dato,680

in capo d'otto dì torna il villano,

e dice che il bambino è raddoppiato,

ma vien per trarti un ducato di mano;

ma non vien mai a dir che il latte sia mancato,

o che la balia è pregna, o sia mal sano685

il tuo figlio, ma mentre che dà i tratti,

appunto allor tel dicon questi gatti.

LXXXVII.

LXXXVII.

Nota, lettore, una tristizia atroce,che ti parrà che a l'altre porti el maio;un villan tolse un sacco pien di noce690all'oste, e si le misse nel pagliaioverso levante, che da quella foceera molto percosso dal rovaio,e quivi tanto le tenne nascose,che i topi tutte quante l'ebbon rose.695

Nota, lettore, una tristizia atroce,

che ti parrà che a l'altre porti el maio;

un villan tolse un sacco pien di noce690

all'oste, e si le misse nel pagliaio

verso levante, che da quella foce

era molto percosso dal rovaio,

e quivi tanto le tenne nascose,

che i topi tutte quante l'ebbon rose.695

LXXXVIII.

LXXXVIII.

Odi quest'altra d'un ch'aveva un perocarico ben di pere carovelle;l'oste d'averle tutte fe' pensieroe d'accordo pagò il villan di quelle,el gatto ch'era pratico al mestiero700prese il danaio e colse le più belle,vendelle ad un treccon qui di mercato,l'oste lo giunse e via l'ebbe cacciato.

Odi quest'altra d'un ch'aveva un pero

carico ben di pere carovelle;

l'oste d'averle tutte fe' pensiero

e d'accordo pagò il villan di quelle,

el gatto ch'era pratico al mestiero700

prese il danaio e colse le più belle,

vendelle ad un treccon qui di mercato,

l'oste lo giunse e via l'ebbe cacciato.

LXXXIX*.

LXXXIX*.

Odi quest'altra, se colgon le dottea far tutte lor' opere cattive:705intesi d'un che già s'ebbe condottesotto il suo letto un'anfranta d'ulive,ed avendo il fattoio, le fe' di nottequando dormiva ognun per quelle rive,l'oste non seppe mai nulla di questo,710forse che un dì gli sarà manifesto.

Odi quest'altra, se colgon le dotte

a far tutte lor' opere cattive:705

intesi d'un che già s'ebbe condotte

sotto il suo letto un'anfranta d'ulive,

ed avendo il fattoio, le fe' di notte

quando dormiva ognun per quelle rive,

l'oste non seppe mai nulla di questo,710

forse che un dì gli sarà manifesto.

XC*.

XC*.

Un bel fico sampiero era in un orto,carco di fichi come citriuoli;l'oste a guardarlo molto stava accortodal villan, dalla moglie, e da figliuoli,715ma il perfido villan gli fe' gran torto,al furto destro più che i capriuoli,scaricò il fico, e poi quando ne scese,in prova e' più bei rami egli scosese.

Un bel fico sampiero era in un orto,

carco di fichi come citriuoli;

l'oste a guardarlo molto stava accorto

dal villan, dalla moglie, e da figliuoli,715

ma il perfido villan gli fe' gran torto,

al furto destro più che i capriuoli,

scaricò il fico, e poi quando ne scese,

in prova e' più bei rami egli scosese.

XCI*.

XCI*.

E poi se ne vantò pel vicinato,720pur con suoi pari come i tristi fanno,che fanno il male, e nol tengon celatotra loro anche si ridon dell'inganno;gli ebbe quel fico in modo fracassatoche si seccò prima che fusse l'anno725così fosser a lui secchi le braccia,anco la lingua, e gli occhi nella faccia.

E poi se ne vantò pel vicinato,720

pur con suoi pari come i tristi fanno,

che fanno il male, e nol tengon celato

tra loro anche si ridon dell'inganno;

gli ebbe quel fico in modo fracassato

che si seccò prima che fusse l'anno725

così fosser a lui secchi le braccia,

anco la lingua, e gli occhi nella faccia.

XCII*.

XCII*.

Deh! odi questa d'un villano ingrato,qual era preso in forza di comuneet era già a morte sentenziato,730e trito come un pollo dalla fune,l'oste fe' tanto che l'ebbe scampato;così ne fusser sue voglie digiune!odi se quel villan gli fe' gran vezzi,rubollo e volle poi tagliarlo a pezzi.735

Deh! odi questa d'un villano ingrato,

qual era preso in forza di comune

et era già a morte sentenziato,730

e trito come un pollo dalla fune,

l'oste fe' tanto che l'ebbe scampato;

così ne fusser sue voglie digiune!

odi se quel villan gli fe' gran vezzi,

rubollo e volle poi tagliarlo a pezzi.735

XCIII*.

XCIII*.

Odi quest'altra, se l'è pur di quelliche ti voglion rubare a tutti i patti:un villan quattro, o cinque, o sei agnellirubava ogni anno a l'oste de' più fatti;dico più grassi, naturali e belli,740e si gli nascondevan tra lor gatti,poi si scusava, e mentia per la strozza,che gl'eran tutti morti d'una indozza.

Odi quest'altra, se l'è pur di quelli

che ti voglion rubare a tutti i patti:

un villan quattro, o cinque, o sei agnelli

rubava ogni anno a l'oste de' più fatti;

dico più grassi, naturali e belli,740

e si gli nascondevan tra lor gatti,

poi si scusava, e mentia per la strozza,

che gl'eran tutti morti d'una indozza.

XCIV.

XCIV.

Quando egli avvien, siccome i fatti danno,che fortuna ti ponga d'alto in basso,745guardati da' Villan, che ti porrannoper darti il tuffo in su le spalle un masso,e primi sono e' tua che a saccomannometton il tuo e ingrassan del tuo grasso;se vuoi che in un verso il ver conchiuda,750in tre e Chersi sia, e Cacco e Giuda.

Quando egli avvien, siccome i fatti danno,

che fortuna ti ponga d'alto in basso,745

guardati da' Villan, che ti porranno

per darti il tuffo in su le spalle un masso,

e primi sono e' tua che a saccomanno

metton il tuo e ingrassan del tuo grasso;

se vuoi che in un verso il ver conchiuda,750

in tre e Chersi sia, e Cacco e Giuda.

XCV.

XCV.

Perchè tu intenda, discreto auditore,la chiosa della Sferza dei villani,cioè della perfidia del lor core,e' furon quei che di lor proprie mani755presono, e flagellorno il tuo Signore,e crocifissol, que' perfidi cani;se furo a lui tanto ingrati e crudelicome vuo' tu che sieno a te fedeli.

Perchè tu intenda, discreto auditore,

la chiosa della Sferza dei villani,

cioè della perfidia del lor core,

e' furon quei che di lor proprie mani755

presono, e flagellorno il tuo Signore,

e crocifissol, que' perfidi cani;

se furo a lui tanto ingrati e crudeli

come vuo' tu che sieno a te fedeli.

XCVI.

XCVI.

E però fa con tutto il tuo potere760che tu schifi la lor conversazione,stu gli fai lavorar, fagli il doverema che non entri in tua abitazione,e non fare a nessun mai un piacere,sia qual si vuol di tal generazione;fa ch'io non abbi, auditor detto a sordo[332]e tienti questo per un buon ricordo.

E però fa con tutto il tuo potere760

che tu schifi la lor conversazione,

stu gli fai lavorar, fagli il dovere

ma che non entri in tua abitazione,

e non fare a nessun mai un piacere,

sia qual si vuol di tal generazione;

fa ch'io non abbi, auditor detto a sordo[332]

e tienti questo per un buon ricordo.


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