VII.

VII.— Ottimamente! — dissi a Trebazio. — Hai fatto un bel colpo, e senza la tua prontezza i galilei sarebbero stati posti in sull'avviso.L'uomo colpito dalla spada di Trebazio era stramazzato a terra, e non dava più segno di vita. Però non ce ne curammo più oltre, e, sgomberataci per tal modo la via, c'inoltrammo ancora sotto le arcate, e allo svoltar di un angolo ci trovammo sopra alla conventicola dei cristiani.Da quanto posso oggi ricordarmene, era una vasta sala, rozza come tutte le altre già percorse, e non doveva servire che da poco ad uso di tempio,imperocchè era ignuda affatto di fregi, non aveva sarcofaghi, nè epigrafi, nè alcuno di quelli emblemi che più tardi ebbi a notare nelle sotterranee dimore della setta. Rischiaravano il luogo alcune faci di resina, e al rossastro chiarore di queste potemmo scorgere forse un centinaio di uomini e donne, quelli col capo scoverto e queste col velo tirato sul volto, che stavano ginocchioni dinanzi ad un vecchio, coperto di una lunga tonaca bianca, il quale sembrava in atto di parlare.Ma noi non udimmo parola del suo discorso, perchè al nostro sbucar nella sala un lungo grido di terrore interruppe la cerimonia, e cominciò tosto uno scompiglio da non potersi descrivere.I miei occhi, guidati dallo spirito della vendetta, trovarono subito Valeriano. Egli si era rizzato in piedi a stava in mezzo a otto o dieci che, più animosi degli altri, avevano posto mano ai ferri.Mi feci innanzi, mentre i miei si precipitavano sulla moltitudine spaventata, e gridai:— A me, Valeriano! a me! —Egli snudò la spada, ma io gli fui sopra, innanzi che potesse mettersi in guardia, tempestandolo di colpi. Valeriano disputò tuttavia, ed aspramente, la sua vita; ma parecchi dei miei, che avevano ottenuto facile vittoria sui pochi compagni del mio nemico, gli furono a' fianchi e lo rovesciarono. Egli allora gittò lungi da sè la spada e morì sotto il mio ferro, più nobilmente che io non avessi voluto, dicendomi: «ferisci, carnefice, e che Iddio ti perdoni!»Questa bisogna fu spedita in breve ora. I miei soldati non erano stati neppur essi con le mani alla cintola; molti dei cristiani erano caduti nel loro sangue sul pavimento, altri legati e spinti, a furia di mani e di piedi, contro i pilastri della sala. Parecchi si erano dati alla fuga; ma, perdutisi nel buio, non erano venuti a capo di trovare un altro andito per cui avrebbero potuto mettersi in salvo; e le loro grida, il rumore delle frequenti cadute, gli urli feroci dei miei, mostravano qual fine si avesseroi loro tentativi. E intanto le donne, atterrite, trepidanti, si erano andate a raccogliere, come un timido gregge, intorno al vecchio dalla tonaca bianca, il quale, solo imperterrito, stava con le mani alzate verso il cielo e pregava.Tutte queste cose io vidi a mala pena, in quella che, col ginocchio sul petto a Valeriano, raddoppiavo furente i miei colpi. E appunto allora, una donna, che non era fuggita insieme con le altre, mi pose ambe le mani sul braccio, tentando di rattenermi, e gridò:— Codardo! tu infellonisci contro un cadavere! —A quella voce, che mi parve di riconoscere, tremai tutto quanto; alzai gli occhi a guardarla, ed essa allora diede in un forte grido e cadde come corpo morto nelle mie braccia. Il velo le era caduto dal volto: era Cecilia.Qual fui allora? Quale mi apparve la vita? Cecilia! Cecilia in quel luogo, in mezzo a quella strage! Voi già immaginate quanti pensieri mi assalsero improvvisi in quel punto. La mia vendettaera sazia; il furore sbollito; ed io vedevo tutto ad un tratto l'orrore di quella scena di sangue, e l'angoscioso stato di quella donna divina.Andando colà, io non avevo badato che ad uccidere Valeriano; il pensiero che Cecilia si fosse potuta trovare con lui non mi era neppur balenato alla mente. Ma era troppo tardi.... E come salvarla? Anelante, agitato da mille confusi timori, e quasi fuori di me, in quella che avrei pure avuto mestieri di tutto il mio senno, io restai là, chino sul petto dell'amata donna, non curando le strida delle femmine trepidanti, nè il rantolo dei moribondi, nè il gavazzar dei compagni.Il primo consiglio che mi sovvenne fu quello di chiamar soccorso. Alzai la testa; ma lo spettacolo che si parò dinanzi ai miei occhi mi gelò le parole sulle labbra. Una povera donna tentava invano di svincolarsi dalle strette di un soldato, che, mezzo ginocchioni, col volto acceso, col mento appoggiato sul petto della meschina, mentre con le mani la teneva avvinghiata, lei riluttante buttava al suolo. Scenesimiglianti io avevo vedute di spesso, con occhi non curanti, nella mia vita di soldato, in ogni borgata di Germania da noi messa a ferro e a fuoco, pel feroce diritto di vincitori. Ma là, nel sotterraneo, io vedevo le cose sotto il più orrido aspetto. Cecilia, non la moglie di Valeriano, ma la divina fanciulla che io avevo tanto amata, che anche allora mi faceva riardere in seno la fiamma antica con tutta la casta virtù delle ricordanze, era in quel covo di belve umane, fuori dei sensi, colla bionda testa arrovesciata sulle mie braccia, senz'altro scudo, senz'altra difesa che l'uccisore di suo marito, il condottiero di quella coorte sfrenata, libera esecutrice di sanguinari comandi.Intanto che cosiffatti pensieri mi tenzonavano nella mente, Trebazio mi si accostò.— E così? — mi disse egli, con ghigno feroce. — La è finita a dovere. Tu hai menato un bel colpo a quel Valeriano.— Trebazio, — gli risposi con accento disperato, — aiutami a soccorrere questa donna!— Soccorrerla? oh non badare a lei più che tanto. Queste galilee sono tutte di una risma: piangono, si disperano, graffiano; ma lagrime ed unghie di donna non fanno prova su tempre come le nostre. Certo, egli è molto meglio se escono dei sensi, come fa questa tua. Vedi là in fondo quel gramo di un Marsico; egli non può domare quella belva, che strepita e si dimena come una furia. Contentati dunque tu, che l'hai tra le braccia svenuta.— Trebazio! — esclamai, sentendo drizzarmisi i capegli per raccapriccio sulla fronte; — tu ardiresti?...— E che?... — proseguì egli, con quel suo piglio scherzevole. — Sei dunque una femminuccia? Questa donna, per Ercole, è bella come una Venere. Se non ardisci tu stesso, tanto meglio; sarà per me, che non ho ancora fatto voto di entrare nelle Vestali.— Tu non l'avrai, per l'abisso! — esclamai, saltando in piedi e mettendo mano alla spada, mentre con ardita mossa mi ponevo tra lui e il corpo di Cecilia.— Che sì, che sì, ch'io la prenderò, ora che me ne ha còlto il desiderio! Ah, tu fai il cattivello, o greco? —E, così dicendo, Trebazio aveva dato indietro due passi, snudando il ferro a sua volta.— Soldati, a me! — gridai con voce tuonante, volgendomi intorno. —Una brigata di costoro accorse al mio grido.— Che vuoi? mi domandarono essi.— Che difendiate questa donna. Nessuno ha da metterle un dito sulla persona. —I soldati rimasero lì, tra incerti e curiosi. Le mie parole frattanto avevano chiamato altri dei loro, e in breve si formò un largo cerchio di spettatori, avidi, ansiosi di sapere che fosse. Nel mezzo ero io con Cecilia svenuta; poco lungi Trebazio, col ferro stretto nel pugno e gli occhi torvi affisati su me.Egli stesso ruppe il silenzio, rivolgendo la parola ai soldati.— Sentite, voi altri. Questo greco, che il prefetto Almaco ha colmato delle sue grazie,vuole che noi rispettiamo questa donna, una delle femmine di questi immondi galilei. Ora, se egli la vuol rispettata come una nobil matrona, si accomodi; non io, il quale mi affretto a prendere ciò che egli ricusa. E neppur questo egli vuole acconsentirmi, e non lo consentirà a voi, se vorrete richiamarvene alle consuetudini della guerra. Vi par giustizia, cotesta? —Un bisbiglio minaccioso si fe' udir nella turba, che a me non prometteva atti di obbedienza per fermo. Uno dei più audaci, tenendo bordone a Trebazio, gittò in mezzo questa sentenza:— È una cristiana, è una buona preda!...— Sì, sì, buona preda! — gridarono tutti in coro. — Il greco non può levarcela di mano. —Io qui cominciai davvero a tremare. Intanto Cecilia, ricuperati in quel tumulto i sensi, e trovatasi in mezzo a quella cerchia di manigoldi che la guardavano con occhi di bragia, fece per gettarsi nelle mie braccia; ma si risovvenne, e, strappatasi da me con un gesto di terrore,ricadde sulle ginocchia, nascondendosi il viso nelle palme.— Soldati! — gridai, tentando una seconda volta di comandare a quel tumulto di voglie sfrenate. — Io sono il vostro centurione. Mi obbedirete voi?— Soldati! — gridò a sua volta Trebazio, guardando me con un piglio di truce ironia. — Io sono Trebazio, il fido servitore di Almaco, il possente prefetto di Roma. Mi obbedirete voi?— Sì, sì; — urlarono tutti. — Tu hai ragione! Tu rispetti le consuetudini. La donna è nostra; è buona preda, è una cristiana. La donna a noi! —E con la minaccia negli occhi, si mossero incontro a me, stringendo il cerchio per modo che il loro alito infocato mi soffiò sulle guance.

— Ottimamente! — dissi a Trebazio. — Hai fatto un bel colpo, e senza la tua prontezza i galilei sarebbero stati posti in sull'avviso.

L'uomo colpito dalla spada di Trebazio era stramazzato a terra, e non dava più segno di vita. Però non ce ne curammo più oltre, e, sgomberataci per tal modo la via, c'inoltrammo ancora sotto le arcate, e allo svoltar di un angolo ci trovammo sopra alla conventicola dei cristiani.

Da quanto posso oggi ricordarmene, era una vasta sala, rozza come tutte le altre già percorse, e non doveva servire che da poco ad uso di tempio,imperocchè era ignuda affatto di fregi, non aveva sarcofaghi, nè epigrafi, nè alcuno di quelli emblemi che più tardi ebbi a notare nelle sotterranee dimore della setta. Rischiaravano il luogo alcune faci di resina, e al rossastro chiarore di queste potemmo scorgere forse un centinaio di uomini e donne, quelli col capo scoverto e queste col velo tirato sul volto, che stavano ginocchioni dinanzi ad un vecchio, coperto di una lunga tonaca bianca, il quale sembrava in atto di parlare.

Ma noi non udimmo parola del suo discorso, perchè al nostro sbucar nella sala un lungo grido di terrore interruppe la cerimonia, e cominciò tosto uno scompiglio da non potersi descrivere.

I miei occhi, guidati dallo spirito della vendetta, trovarono subito Valeriano. Egli si era rizzato in piedi a stava in mezzo a otto o dieci che, più animosi degli altri, avevano posto mano ai ferri.

Mi feci innanzi, mentre i miei si precipitavano sulla moltitudine spaventata, e gridai:

— A me, Valeriano! a me! —

Egli snudò la spada, ma io gli fui sopra, innanzi che potesse mettersi in guardia, tempestandolo di colpi. Valeriano disputò tuttavia, ed aspramente, la sua vita; ma parecchi dei miei, che avevano ottenuto facile vittoria sui pochi compagni del mio nemico, gli furono a' fianchi e lo rovesciarono. Egli allora gittò lungi da sè la spada e morì sotto il mio ferro, più nobilmente che io non avessi voluto, dicendomi: «ferisci, carnefice, e che Iddio ti perdoni!»

Questa bisogna fu spedita in breve ora. I miei soldati non erano stati neppur essi con le mani alla cintola; molti dei cristiani erano caduti nel loro sangue sul pavimento, altri legati e spinti, a furia di mani e di piedi, contro i pilastri della sala. Parecchi si erano dati alla fuga; ma, perdutisi nel buio, non erano venuti a capo di trovare un altro andito per cui avrebbero potuto mettersi in salvo; e le loro grida, il rumore delle frequenti cadute, gli urli feroci dei miei, mostravano qual fine si avesseroi loro tentativi. E intanto le donne, atterrite, trepidanti, si erano andate a raccogliere, come un timido gregge, intorno al vecchio dalla tonaca bianca, il quale, solo imperterrito, stava con le mani alzate verso il cielo e pregava.

Tutte queste cose io vidi a mala pena, in quella che, col ginocchio sul petto a Valeriano, raddoppiavo furente i miei colpi. E appunto allora, una donna, che non era fuggita insieme con le altre, mi pose ambe le mani sul braccio, tentando di rattenermi, e gridò:

— Codardo! tu infellonisci contro un cadavere! —

A quella voce, che mi parve di riconoscere, tremai tutto quanto; alzai gli occhi a guardarla, ed essa allora diede in un forte grido e cadde come corpo morto nelle mie braccia. Il velo le era caduto dal volto: era Cecilia.

Qual fui allora? Quale mi apparve la vita? Cecilia! Cecilia in quel luogo, in mezzo a quella strage! Voi già immaginate quanti pensieri mi assalsero improvvisi in quel punto. La mia vendettaera sazia; il furore sbollito; ed io vedevo tutto ad un tratto l'orrore di quella scena di sangue, e l'angoscioso stato di quella donna divina.

Andando colà, io non avevo badato che ad uccidere Valeriano; il pensiero che Cecilia si fosse potuta trovare con lui non mi era neppur balenato alla mente. Ma era troppo tardi.... E come salvarla? Anelante, agitato da mille confusi timori, e quasi fuori di me, in quella che avrei pure avuto mestieri di tutto il mio senno, io restai là, chino sul petto dell'amata donna, non curando le strida delle femmine trepidanti, nè il rantolo dei moribondi, nè il gavazzar dei compagni.

Il primo consiglio che mi sovvenne fu quello di chiamar soccorso. Alzai la testa; ma lo spettacolo che si parò dinanzi ai miei occhi mi gelò le parole sulle labbra. Una povera donna tentava invano di svincolarsi dalle strette di un soldato, che, mezzo ginocchioni, col volto acceso, col mento appoggiato sul petto della meschina, mentre con le mani la teneva avvinghiata, lei riluttante buttava al suolo. Scenesimiglianti io avevo vedute di spesso, con occhi non curanti, nella mia vita di soldato, in ogni borgata di Germania da noi messa a ferro e a fuoco, pel feroce diritto di vincitori. Ma là, nel sotterraneo, io vedevo le cose sotto il più orrido aspetto. Cecilia, non la moglie di Valeriano, ma la divina fanciulla che io avevo tanto amata, che anche allora mi faceva riardere in seno la fiamma antica con tutta la casta virtù delle ricordanze, era in quel covo di belve umane, fuori dei sensi, colla bionda testa arrovesciata sulle mie braccia, senz'altro scudo, senz'altra difesa che l'uccisore di suo marito, il condottiero di quella coorte sfrenata, libera esecutrice di sanguinari comandi.

Intanto che cosiffatti pensieri mi tenzonavano nella mente, Trebazio mi si accostò.

— E così? — mi disse egli, con ghigno feroce. — La è finita a dovere. Tu hai menato un bel colpo a quel Valeriano.

— Trebazio, — gli risposi con accento disperato, — aiutami a soccorrere questa donna!

— Soccorrerla? oh non badare a lei più che tanto. Queste galilee sono tutte di una risma: piangono, si disperano, graffiano; ma lagrime ed unghie di donna non fanno prova su tempre come le nostre. Certo, egli è molto meglio se escono dei sensi, come fa questa tua. Vedi là in fondo quel gramo di un Marsico; egli non può domare quella belva, che strepita e si dimena come una furia. Contentati dunque tu, che l'hai tra le braccia svenuta.

— Trebazio! — esclamai, sentendo drizzarmisi i capegli per raccapriccio sulla fronte; — tu ardiresti?...

— E che?... — proseguì egli, con quel suo piglio scherzevole. — Sei dunque una femminuccia? Questa donna, per Ercole, è bella come una Venere. Se non ardisci tu stesso, tanto meglio; sarà per me, che non ho ancora fatto voto di entrare nelle Vestali.

— Tu non l'avrai, per l'abisso! — esclamai, saltando in piedi e mettendo mano alla spada, mentre con ardita mossa mi ponevo tra lui e il corpo di Cecilia.

— Che sì, che sì, ch'io la prenderò, ora che me ne ha còlto il desiderio! Ah, tu fai il cattivello, o greco? —

E, così dicendo, Trebazio aveva dato indietro due passi, snudando il ferro a sua volta.

— Soldati, a me! — gridai con voce tuonante, volgendomi intorno. —

Una brigata di costoro accorse al mio grido.

— Che vuoi? mi domandarono essi.

— Che difendiate questa donna. Nessuno ha da metterle un dito sulla persona. —

I soldati rimasero lì, tra incerti e curiosi. Le mie parole frattanto avevano chiamato altri dei loro, e in breve si formò un largo cerchio di spettatori, avidi, ansiosi di sapere che fosse. Nel mezzo ero io con Cecilia svenuta; poco lungi Trebazio, col ferro stretto nel pugno e gli occhi torvi affisati su me.

Egli stesso ruppe il silenzio, rivolgendo la parola ai soldati.

— Sentite, voi altri. Questo greco, che il prefetto Almaco ha colmato delle sue grazie,vuole che noi rispettiamo questa donna, una delle femmine di questi immondi galilei. Ora, se egli la vuol rispettata come una nobil matrona, si accomodi; non io, il quale mi affretto a prendere ciò che egli ricusa. E neppur questo egli vuole acconsentirmi, e non lo consentirà a voi, se vorrete richiamarvene alle consuetudini della guerra. Vi par giustizia, cotesta? —

Un bisbiglio minaccioso si fe' udir nella turba, che a me non prometteva atti di obbedienza per fermo. Uno dei più audaci, tenendo bordone a Trebazio, gittò in mezzo questa sentenza:

— È una cristiana, è una buona preda!...

— Sì, sì, buona preda! — gridarono tutti in coro. — Il greco non può levarcela di mano. —

Io qui cominciai davvero a tremare. Intanto Cecilia, ricuperati in quel tumulto i sensi, e trovatasi in mezzo a quella cerchia di manigoldi che la guardavano con occhi di bragia, fece per gettarsi nelle mie braccia; ma si risovvenne, e, strappatasi da me con un gesto di terrore,ricadde sulle ginocchia, nascondendosi il viso nelle palme.

— Soldati! — gridai, tentando una seconda volta di comandare a quel tumulto di voglie sfrenate. — Io sono il vostro centurione. Mi obbedirete voi?

— Soldati! — gridò a sua volta Trebazio, guardando me con un piglio di truce ironia. — Io sono Trebazio, il fido servitore di Almaco, il possente prefetto di Roma. Mi obbedirete voi?

— Sì, sì; — urlarono tutti. — Tu hai ragione! Tu rispetti le consuetudini. La donna è nostra; è buona preda, è una cristiana. La donna a noi! —

E con la minaccia negli occhi, si mossero incontro a me, stringendo il cerchio per modo che il loro alito infocato mi soffiò sulle guance.


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