XIII.La contessina Cecilia era il più bel tipo di donna bionda che vi poteste immaginare. Anzitutto non era bionda, come generalmente s'intende delle donne, le quali non hanno i capegli neri, nè castagni, nè rossi. Erano capegli d'oro, i suoi, come li hanno dipinti Raffaello Sanzio e Leonardo da Vinci, epperò sempre accompagnati da una carnagione bianca e rosea, ma viva di colorito, da lineamenti aggraziati, e da occhi grandi e nerissimi. Era poi snella della persona, sebbene non potesse raffigurarsi allo smilzo tronco del pioppo, di portamento leggiadro, e infine (che vi dirò?) non aveva che diciotto anni.Nulla poi di affettato nei suoi modi: sempliceera, mite e dignitosa, come dovevano certamente essere quelle sante castellane del medio evo, le quali si preparavano alla canonizzazione, in quella che i loro mariti combattevano coi musulmani in Soria.E volete credere? fu questo il pensiero che nacque in tutta la gente del paese, al veder la contessina di Villa Cervia; tanto è vero che il cuore non conosce disparità d'ingegno, nè di coltura.Il conte Emanuele, tosto che per l'arrivo della figliuola ebbe ricevute le visite del sindaco e delle famiglie notabili, volle condurla egli stesso a ricambiare le loro cortesie. La contessina Cecilia, che io vidi quel giorno per la prima volta, era vestita con quella elegante semplicità, che è il migliore adornamento della bellezza. Indossava una veste di seta nera che le saliva fino al collo, donde usciva una gorgieretta di tela finissima, con le maniche strette alle braccia, giusta la foggia di quel tempo, e i polsini bianchi rivoltati. Una pellegrina dipizzo di Fiandra, portata con disinvoltura, come se fosse il più modesto scialle, e una pezzuola di merletto nero sul capo, la quale dava risalto all'aurea capigliatura, compivano il vestimento di quella bellissima giovinetta.La gente si fermava estatica lungo la strada e sugli usci delle botteghe a guardarla. — È la signorina del castello! — dicevano. — Ve', come è carina! che aria di bontà! E come saluta tutti senza fasto e senza sussiego! Par proprio una santa!Questo fu il nome che le rimase, e nel paesello non ne ebbe più altro che quello di santa. Nome che le andava proprio a capello, imperocchè le opere sue, come il viso e il portamento, furono tali da farnela meritevole. Ella era ogni mattina nei dintorni, accompagnata da Giovanni, il vecchio e fedel servitore del Villa Cervia, per andare a visitare la povera gente, a consolare i malati, ad alleviar le sventure domestiche, tutta sorrisi, tutta cortesia, tutta amore.E cionondimeno v'era della gente a cui la sua venuta non andava a sangue, e che parlava di lei a fior di labbra, con un mucchio di reticenze. Erano queste le signore del vicinato, e certi giovinotti attillati della loro risma; Veneri ecclissate e Adoni distrettuali a cui la schietta bellezza e i modi riguardosi della contessina di Villa Cervia non potevano sicuramente piacere.La casa del conte era aperta a tutte le persone più ragguardevoli di quei dintorni; ma che volete? Le donne, voglio dir le signore, che fino a quel tempo avevano regnato in paese, ci andavano poco, perchè la contessina era troppo bella e troppo gran dama. Perciò ella era sgraziata anzi che no, duretta, mal vestita, insomma, una vera puppatola.I giovanotti, poi, tenevano bordone alle signore. Da principio s'erano messi tutti quanti in moto per vederla e farsi vedere; ma la contessina aveva avuto il gran torto di non accorgersi della presenza di alcuno. Per un tratto,i nostri Adoni seguitarono ad andar le domeniche alla messa del castello, a sfoggiar di panciotti variopinti e di sciarpe le quali avrebbero dato dei punti alle penne dei pappagalli; ma la fanciulla, che stava tutta contegnosa nella tribuna, col padre e la dama di compagnia, non guardava nessuno; pareva tutta assorta nella preghiera e nei suoni dell'organo.Di guisa che tutti in breve ora levarono l'assedio, dando ragione, senza saperlo, a coloro i quali credono esserci al mondo delle donne create a bella posta per tener lontani i babbei che la pretendono a qualche cosa e fanno il sopracciò. Sia vero questo o non sia (che non intendo sedere a scranna io, povero provinciale), gli è pure un fatto che donne simili non istanno molto a levarsi dattorno i mosconi. Costoro ronzano un tratto: «è una superbiona, una stolida»; ma finiscono sempre con allontanarsi, e questo è il busilli.Un uomo solo non aveva ancora volto gli sguardi sulla contessina Cecilia, ed ignoravaperfino che la ci fosse: Calisto Caselli. Il giovane seguitava a vivere coi suoi libri, con la sua musica e con le sue montagne, non vedendo nessuno, non parlando con nessuno, tranne di rado coll'arciprete don Bernardo.Egli, come vi ho detto, non si faceva mai vedere nel paese, dove lo chiamavano ilmalinconico, e, salvo un tantino per la sua maestria sull'organo, non si curavano nemmeno di lui. Per contro era amato da tutti i contadini e dagli stessi coloni che vivevano nel podere dei Villa Cervia, i quali non avevano ancora smesso di chiamarlo ilsignorino. Giovanni, il vecchio servitore del conte, era più che mai innamorato di lui e non tralasciava mai, la domenica, di andare sull'orchestra a inginocchiarglisi destramente daccanto.— Oh signor Calisto! — gli susurrava egli una di quelle mattine. — Se ella suonasse il pianoforte che abbiamo nel castello! Io sono certo che piacerebbe anche a lei....— Che pianoforte? — esclamò Calistomeravigliato. — C'è un pianoforte nel castello?— Sicuro, e venuto dianzi da Parigi. Lo ha mandato a comperare il signor conte per la signorina.— Che signorina? — chiese Calisto, così per rispondere qualche cosa ai discorsi del servitore.— Oh, come? Non sa ella che da tre mesi c'è qui la signorina, la figlia del conte, venuta da Lione, dove era in convento agli studi?— Io no. Sapete che non vedo mai nessuno.— Oh, se la vedesse, che buona e bella padroncina! È un angelo del paradiso; e come vuol bene alla povera gente! E come suona! Se la sentisse!... Veda, quando ella si pone al pianoforte, io chiudo gli occhi e mi pare di sentir lei, signor Calisto, sebbene tra il pianoforte e l'organo ci corra un po' di differenza; non è egli vero?— Certo, c'è differenza, — rispose l'altro distratto; e non fece altre parole.Il dialogo era avvenuto sul finir della messa. Calisto strinse la mano a Giovanni, come erasuo costume, dopo che lo vedeva ogni domenica presso all'organo, tutto intento ad ascoltarlo; e se ne andò per la campagna.Giovanni lo lasciò andare; ma, pel giorno dopo, gli serbava una improvvisata. Il conte Emanuele, che era grato a Calisto della sua cortesia, e che si sentiva sempre rompere il capo dal vecchio servitore con le lodi del giovine, e che infine era un po' curioso di vedere quel solitario, aveva detto a Giovanni che andasse da lui e, ringraziatolo della sua cortese assiduità, gli dicesse che era aspettato per la domenica seguente, dopo la messa, ad asciolvere al castello. Avrebbe intanto veduto il pianoforte e suonato qualche cosuccia.Il vecchio servitore avrebbe potuto far subito l'imbasciata, ma se la tenne dentro, per andare egli stesso al Castagneto nella mattina seguente. E così fece, e argomenterete di leggieri che non ci andasse di gamba malata; tanto gli godeva l'animo di far cosa grata (così egli pensava) al prediletto signorino.Se il conte avesse un figlio come lui! Era questo il pensiero continuo di Giovanni, imperocchè egli era uno di quei fedeli servitori, i quali si affezionano alla famiglia, come l'edera si abbarbica al muro. Il ramo principale dei conti di Villa Cervia si estingueva col conte Emanuele, il quale non aveva che una figlia; non è a dire se questo fosse acerbo rammarico per Giovanni. A lui, vecchio, direte, che importava che la famiglia fosse, o no, tenuta viva? Ma certe cose le si sentono, non ci si ragiona su; e questa malinconia di Giovanni era del numero.Contro l'aspettazione del vecchio, l'imbasciata non parve piacere a Calisto, il cui volto si rabbuiò.— Dio buono, signor Calisto! — soggiunse il vecchio. — Il signor conte credeva di usarle una cortesia. Egli aveva pensato che non le fosse discaro metter le mani sul pianoforte, tanto per variare un pochino....— Lo so, lo intendo, Giovanni; ditegli chelo ringrazio, ma che, come egli saprà, non uso vedere nessuno.— Ha ella dunque tanta paura a metter piede nel castello? —Questa dimanda semplicissima del vecchio punse Calisto sul vivo, laonde tutto confuso si affrettò a rispondergli:— No, no! Voi vedete pure che io ci metto piede, poichè entro nella cappella. Ma le mie consuetudini e l'umor mio mi dànno di vivere solo. Ringraziatelo, dunque, e scusatemi presso di lui.— Oh, signor Calisto! Se Ella non ha altre ragioni, il conte verrà egli stesso a prenderla sull'orchestra, e sarà finita d'un colpo. —Queste parole, con le quali Giovanni aveva tolto commiato, posero il Caselli in una grande perplessità per tutta la settimana; e siccome avviene dei caratteri ombrosi, vissuti lunga pezza nella solitudine, egli si fece il male più grande assai che non fosse; il castello, nel quale egli non aveva voluto entrar mai, gliappariva tutto irto di dolorose ricordanze, le quali gli contrastassero l'ingresso. Ne avvenne che la domenica seguente, quando si trattò di uscire di casa, egli aveva la febbre e non si potè muover da letto.Il giorno dopo, passato il pericolo, anche la febbre passò; ma nuove angustie stringevano il giovine. — Che cosa dirà il Villa Cervia? Mi dirà scortese e peggio, e non avrà il torto. E la gente, che era avvezza ad udirmi?... Oramai non potrò più andare. —Calisto non era già pentito di aver ricusato di andare dal conte, sibbene di non essere andato alla cappella; e di questo non sapeva darsi pace. Due giorni rimase accasciato a quel modo, senza nemmeno aver la forza di uscir fuori all'aperto; e più assai vi sarebbe rimasto, se non tornava Giovanni, con aria malinconica, a recargli le condoglianze del conte Emanuele e lo invito di lasciarsi almeno vedere alla cappella per l'altra domenica.Egli stette ad udire attentamente; poi volleche ripetesse. — Vi ha proprio detto così? Come vi ha detto? Con quali parole?— Ecco; — rispose il domestico; — il conte mi ha chiamato e mi ha detto precisamente così: Giovanni, vattene dal signor Caselli. Non gli chiederai della sua salute, imperocchè io m'immagino che, se non è venuto ier l'altro, egli è proprio perchè il mio invito gli è tornato discaro. Gli dirai in quella vece che io sono dolente di averlo invitato ad asciolvere; ma che lo supplico, poichè non ama conoscermi, di venire alla messa. Anche a lui dorrà, per una cosa di tanto lieve momento, smettere le sue belle suonate. —Per chi conosceva l'umore del conte Emanuele, era quella certamente una gran degnazione; e, a dir vero, egli non si sarebbe piegato, se non era la dolce violenza della figliuola.Egli infatti s'era adontato grandemente della scortese assenza di Calisto, imperocchè, se lo andare a suonar l'organo le domeniche non era pel giovinetto un vero debito, tale lo aveva purfatto la consuetudine, e il debito era divenuto quel giorno più grave per l'accompagnatura dello invito a colazione.Per tutta la domenica egli non disse nulla; ma ben si vedeva come egli fosse sdegnato. Il giorno appresso, non potendone più, se la prese col servitore, da lui beffardemente chiamato l'amico, il protettore delsignorino. Giovanni non fiatò, ma con certe occhiate pietose parve scongiurar la contessina Cecilia che lo volesse difendere.— Padre mio, — disse la giovinetta, dopo che il conte ebbe sfogato il suo mal umore per bene, — tu non devi dire che quel giovine vuol star troppo sulla sua....— Anche tu ti metti ora a difenderlo?— Io no; ricordo soltanto quello che tu stesso dicevi un giorno di lui. Egli non tiene già il broncio alla nostra famiglia, poichè tutte le domeniche usa venire tanto cortesemente a suonar l'organo; è piuttosto a credersi che la sua riluttanza ad entrare in queste sale derividalle tristi memorie che esse gli inspirano. Da quello che tu mi hai detto, intendo che il signor Caselli dev'essere molto malinconico e ombroso, e questo mi fa capire come egli abbia potuto starsi lontano ieri. Padre mio, non ti dispiaccia che la sensitiva ritiri e stringa le sue foglie quando la tocchi, poichè non è ruvidezza la sua, ma paura. —Queste paroline, dette con aria di candore giovanile e accompagnate da una carezza, poterono più sul conte Emanuele che un sacco di buone ragioni. Gli si spianarono le rughe sulla fronte, ed era già sul punto di sorridere; ma, non volendo darsi vinto così presto, si provò a tener viva la controversia.— Che fare adunque? Il signorino adesso non si lascerà più vedere, dopo il tiro che ci ha fatto. La gente vorrà sapere.... crederà che sia avvenuto un grosso guaio, e chi ne avrà la peggio?.... Noi, sempre noi.— E a cotesto, padre mio, — soggiunse la bella avvocata, — non si rimedia nemmenocon lo sdegno. Fa a modo mio, mandagli a dire che tu lo dispensi dal venir qua, poichè ciò sembra dispiacergli tanto, ma che farà cosa grata a proseguire le sue belle suonate. Di questo modo, se la sua assenza può ascriversi a ruvidezza, quella che tu gli darai sarà una generosa lezione di urbanità; se, come io credo, non è che effetto di timore, tu lo assicuri con le tue gentili parole.— Ben detto! — saltò su a dire Giovanni dall'uscio del salotto ove s'era rincantucciato; e fu tale il piglio, tale l'accento del buon servitore, che il conte si messe a ridere, e non seppe dir altro.Intanto Calisto, udita la narrazione del vecchio Giovanni, si sentì come sollevare il cuore da un grave peso, e respirò a larghi polmoni.— Direte al signor conte che lo ringrazio dal profondo dell'anima; — rispose egli allora. — Tutto il giorno di domenica fui a letto con la febbre, la quale non mi consentì di recarmi alla cappella. Per quanto risguarda il suo corteseinvito, io, mentre pur gliene serbo gratitudine, non posso altrimenti accettarlo, imperocchè nelle stanze ove egli dimora a buon dritto, io pure ho passata la mia infanzia, con la mia povera madre. Ditegli che ho paura delle mie ricordanze, ed egli mi tenga per iscusato.— Povero signorino! capisco.... capisco.... — borbottava Giovanni, asciugandosi le lagrime.— Andate dunque, Giovanni, e a rivederci. Aggiungerete, rispetto alla febbre che m'ha tenuto in letto, che io mi sarei fatto un debito di mandarlo ad avvisare, se avessi creduto che francasse la spesa!...— Che dice ella mai? — esclamò il servitore, alzando le palme. — Si figuri se non francava la spesa! Lei è l'anima di tutto, lassù. La cappella, senza l'opera sua, pareva deserta. Per un pezzo s'è aspettato, ed io sono uscito tre volte a guardar giù, sulla strada, dall'alto del bastione.... Insomma, la non si immagina mai più come si sentisse la sua mancanza, signorCalisto! E non francava la spesa.... non francava la spesa!... —E ripetendo questa frase, che a lui sapeva di eresia, il vecchio Giovanni si allontanò dal Castagneto, per ritornarsene alla volta del castello.La domenica seguente, alle dieci in punto, Calisto era sull'orchestra, seduto davanti alla tastiera dell'organo, che gli parve tutta piena di arcani profumi. Per la prima volta forse, da che era giunto in quei luoghi, si sentiva contento; dal rotto delle nuvole gli scintillava un raggio di sole.Egli suonò quel giorno assai meglio che per lo innanzi, e, senza trascorrere al gaio, le sue melodie furono mirabilmente, soavemente serene. Il conte Emanuele era tutto orecchi a sentirlo; anche la contessina Cecilia stette molto attenta a quel mirabile concerto, e fu notato che per tutto il tempo della messa ella tenne gli occhi sul suo libro di preghiere, ma senza mai voltare la pagina.
La contessina Cecilia era il più bel tipo di donna bionda che vi poteste immaginare. Anzitutto non era bionda, come generalmente s'intende delle donne, le quali non hanno i capegli neri, nè castagni, nè rossi. Erano capegli d'oro, i suoi, come li hanno dipinti Raffaello Sanzio e Leonardo da Vinci, epperò sempre accompagnati da una carnagione bianca e rosea, ma viva di colorito, da lineamenti aggraziati, e da occhi grandi e nerissimi. Era poi snella della persona, sebbene non potesse raffigurarsi allo smilzo tronco del pioppo, di portamento leggiadro, e infine (che vi dirò?) non aveva che diciotto anni.
Nulla poi di affettato nei suoi modi: sempliceera, mite e dignitosa, come dovevano certamente essere quelle sante castellane del medio evo, le quali si preparavano alla canonizzazione, in quella che i loro mariti combattevano coi musulmani in Soria.
E volete credere? fu questo il pensiero che nacque in tutta la gente del paese, al veder la contessina di Villa Cervia; tanto è vero che il cuore non conosce disparità d'ingegno, nè di coltura.
Il conte Emanuele, tosto che per l'arrivo della figliuola ebbe ricevute le visite del sindaco e delle famiglie notabili, volle condurla egli stesso a ricambiare le loro cortesie. La contessina Cecilia, che io vidi quel giorno per la prima volta, era vestita con quella elegante semplicità, che è il migliore adornamento della bellezza. Indossava una veste di seta nera che le saliva fino al collo, donde usciva una gorgieretta di tela finissima, con le maniche strette alle braccia, giusta la foggia di quel tempo, e i polsini bianchi rivoltati. Una pellegrina dipizzo di Fiandra, portata con disinvoltura, come se fosse il più modesto scialle, e una pezzuola di merletto nero sul capo, la quale dava risalto all'aurea capigliatura, compivano il vestimento di quella bellissima giovinetta.
La gente si fermava estatica lungo la strada e sugli usci delle botteghe a guardarla. — È la signorina del castello! — dicevano. — Ve', come è carina! che aria di bontà! E come saluta tutti senza fasto e senza sussiego! Par proprio una santa!
Questo fu il nome che le rimase, e nel paesello non ne ebbe più altro che quello di santa. Nome che le andava proprio a capello, imperocchè le opere sue, come il viso e il portamento, furono tali da farnela meritevole. Ella era ogni mattina nei dintorni, accompagnata da Giovanni, il vecchio e fedel servitore del Villa Cervia, per andare a visitare la povera gente, a consolare i malati, ad alleviar le sventure domestiche, tutta sorrisi, tutta cortesia, tutta amore.
E cionondimeno v'era della gente a cui la sua venuta non andava a sangue, e che parlava di lei a fior di labbra, con un mucchio di reticenze. Erano queste le signore del vicinato, e certi giovinotti attillati della loro risma; Veneri ecclissate e Adoni distrettuali a cui la schietta bellezza e i modi riguardosi della contessina di Villa Cervia non potevano sicuramente piacere.
La casa del conte era aperta a tutte le persone più ragguardevoli di quei dintorni; ma che volete? Le donne, voglio dir le signore, che fino a quel tempo avevano regnato in paese, ci andavano poco, perchè la contessina era troppo bella e troppo gran dama. Perciò ella era sgraziata anzi che no, duretta, mal vestita, insomma, una vera puppatola.
I giovanotti, poi, tenevano bordone alle signore. Da principio s'erano messi tutti quanti in moto per vederla e farsi vedere; ma la contessina aveva avuto il gran torto di non accorgersi della presenza di alcuno. Per un tratto,i nostri Adoni seguitarono ad andar le domeniche alla messa del castello, a sfoggiar di panciotti variopinti e di sciarpe le quali avrebbero dato dei punti alle penne dei pappagalli; ma la fanciulla, che stava tutta contegnosa nella tribuna, col padre e la dama di compagnia, non guardava nessuno; pareva tutta assorta nella preghiera e nei suoni dell'organo.
Di guisa che tutti in breve ora levarono l'assedio, dando ragione, senza saperlo, a coloro i quali credono esserci al mondo delle donne create a bella posta per tener lontani i babbei che la pretendono a qualche cosa e fanno il sopracciò. Sia vero questo o non sia (che non intendo sedere a scranna io, povero provinciale), gli è pure un fatto che donne simili non istanno molto a levarsi dattorno i mosconi. Costoro ronzano un tratto: «è una superbiona, una stolida»; ma finiscono sempre con allontanarsi, e questo è il busilli.
Un uomo solo non aveva ancora volto gli sguardi sulla contessina Cecilia, ed ignoravaperfino che la ci fosse: Calisto Caselli. Il giovane seguitava a vivere coi suoi libri, con la sua musica e con le sue montagne, non vedendo nessuno, non parlando con nessuno, tranne di rado coll'arciprete don Bernardo.
Egli, come vi ho detto, non si faceva mai vedere nel paese, dove lo chiamavano ilmalinconico, e, salvo un tantino per la sua maestria sull'organo, non si curavano nemmeno di lui. Per contro era amato da tutti i contadini e dagli stessi coloni che vivevano nel podere dei Villa Cervia, i quali non avevano ancora smesso di chiamarlo ilsignorino. Giovanni, il vecchio servitore del conte, era più che mai innamorato di lui e non tralasciava mai, la domenica, di andare sull'orchestra a inginocchiarglisi destramente daccanto.
— Oh signor Calisto! — gli susurrava egli una di quelle mattine. — Se ella suonasse il pianoforte che abbiamo nel castello! Io sono certo che piacerebbe anche a lei....
— Che pianoforte? — esclamò Calistomeravigliato. — C'è un pianoforte nel castello?
— Sicuro, e venuto dianzi da Parigi. Lo ha mandato a comperare il signor conte per la signorina.
— Che signorina? — chiese Calisto, così per rispondere qualche cosa ai discorsi del servitore.
— Oh, come? Non sa ella che da tre mesi c'è qui la signorina, la figlia del conte, venuta da Lione, dove era in convento agli studi?
— Io no. Sapete che non vedo mai nessuno.
— Oh, se la vedesse, che buona e bella padroncina! È un angelo del paradiso; e come vuol bene alla povera gente! E come suona! Se la sentisse!... Veda, quando ella si pone al pianoforte, io chiudo gli occhi e mi pare di sentir lei, signor Calisto, sebbene tra il pianoforte e l'organo ci corra un po' di differenza; non è egli vero?
— Certo, c'è differenza, — rispose l'altro distratto; e non fece altre parole.
Il dialogo era avvenuto sul finir della messa. Calisto strinse la mano a Giovanni, come erasuo costume, dopo che lo vedeva ogni domenica presso all'organo, tutto intento ad ascoltarlo; e se ne andò per la campagna.
Giovanni lo lasciò andare; ma, pel giorno dopo, gli serbava una improvvisata. Il conte Emanuele, che era grato a Calisto della sua cortesia, e che si sentiva sempre rompere il capo dal vecchio servitore con le lodi del giovine, e che infine era un po' curioso di vedere quel solitario, aveva detto a Giovanni che andasse da lui e, ringraziatolo della sua cortese assiduità, gli dicesse che era aspettato per la domenica seguente, dopo la messa, ad asciolvere al castello. Avrebbe intanto veduto il pianoforte e suonato qualche cosuccia.
Il vecchio servitore avrebbe potuto far subito l'imbasciata, ma se la tenne dentro, per andare egli stesso al Castagneto nella mattina seguente. E così fece, e argomenterete di leggieri che non ci andasse di gamba malata; tanto gli godeva l'animo di far cosa grata (così egli pensava) al prediletto signorino.
Se il conte avesse un figlio come lui! Era questo il pensiero continuo di Giovanni, imperocchè egli era uno di quei fedeli servitori, i quali si affezionano alla famiglia, come l'edera si abbarbica al muro. Il ramo principale dei conti di Villa Cervia si estingueva col conte Emanuele, il quale non aveva che una figlia; non è a dire se questo fosse acerbo rammarico per Giovanni. A lui, vecchio, direte, che importava che la famiglia fosse, o no, tenuta viva? Ma certe cose le si sentono, non ci si ragiona su; e questa malinconia di Giovanni era del numero.
Contro l'aspettazione del vecchio, l'imbasciata non parve piacere a Calisto, il cui volto si rabbuiò.
— Dio buono, signor Calisto! — soggiunse il vecchio. — Il signor conte credeva di usarle una cortesia. Egli aveva pensato che non le fosse discaro metter le mani sul pianoforte, tanto per variare un pochino....
— Lo so, lo intendo, Giovanni; ditegli chelo ringrazio, ma che, come egli saprà, non uso vedere nessuno.
— Ha ella dunque tanta paura a metter piede nel castello? —
Questa dimanda semplicissima del vecchio punse Calisto sul vivo, laonde tutto confuso si affrettò a rispondergli:
— No, no! Voi vedete pure che io ci metto piede, poichè entro nella cappella. Ma le mie consuetudini e l'umor mio mi dànno di vivere solo. Ringraziatelo, dunque, e scusatemi presso di lui.
— Oh, signor Calisto! Se Ella non ha altre ragioni, il conte verrà egli stesso a prenderla sull'orchestra, e sarà finita d'un colpo. —
Queste parole, con le quali Giovanni aveva tolto commiato, posero il Caselli in una grande perplessità per tutta la settimana; e siccome avviene dei caratteri ombrosi, vissuti lunga pezza nella solitudine, egli si fece il male più grande assai che non fosse; il castello, nel quale egli non aveva voluto entrar mai, gliappariva tutto irto di dolorose ricordanze, le quali gli contrastassero l'ingresso. Ne avvenne che la domenica seguente, quando si trattò di uscire di casa, egli aveva la febbre e non si potè muover da letto.
Il giorno dopo, passato il pericolo, anche la febbre passò; ma nuove angustie stringevano il giovine. — Che cosa dirà il Villa Cervia? Mi dirà scortese e peggio, e non avrà il torto. E la gente, che era avvezza ad udirmi?... Oramai non potrò più andare. —
Calisto non era già pentito di aver ricusato di andare dal conte, sibbene di non essere andato alla cappella; e di questo non sapeva darsi pace. Due giorni rimase accasciato a quel modo, senza nemmeno aver la forza di uscir fuori all'aperto; e più assai vi sarebbe rimasto, se non tornava Giovanni, con aria malinconica, a recargli le condoglianze del conte Emanuele e lo invito di lasciarsi almeno vedere alla cappella per l'altra domenica.
Egli stette ad udire attentamente; poi volleche ripetesse. — Vi ha proprio detto così? Come vi ha detto? Con quali parole?
— Ecco; — rispose il domestico; — il conte mi ha chiamato e mi ha detto precisamente così: Giovanni, vattene dal signor Caselli. Non gli chiederai della sua salute, imperocchè io m'immagino che, se non è venuto ier l'altro, egli è proprio perchè il mio invito gli è tornato discaro. Gli dirai in quella vece che io sono dolente di averlo invitato ad asciolvere; ma che lo supplico, poichè non ama conoscermi, di venire alla messa. Anche a lui dorrà, per una cosa di tanto lieve momento, smettere le sue belle suonate. —
Per chi conosceva l'umore del conte Emanuele, era quella certamente una gran degnazione; e, a dir vero, egli non si sarebbe piegato, se non era la dolce violenza della figliuola.
Egli infatti s'era adontato grandemente della scortese assenza di Calisto, imperocchè, se lo andare a suonar l'organo le domeniche non era pel giovinetto un vero debito, tale lo aveva purfatto la consuetudine, e il debito era divenuto quel giorno più grave per l'accompagnatura dello invito a colazione.
Per tutta la domenica egli non disse nulla; ma ben si vedeva come egli fosse sdegnato. Il giorno appresso, non potendone più, se la prese col servitore, da lui beffardemente chiamato l'amico, il protettore delsignorino. Giovanni non fiatò, ma con certe occhiate pietose parve scongiurar la contessina Cecilia che lo volesse difendere.
— Padre mio, — disse la giovinetta, dopo che il conte ebbe sfogato il suo mal umore per bene, — tu non devi dire che quel giovine vuol star troppo sulla sua....
— Anche tu ti metti ora a difenderlo?
— Io no; ricordo soltanto quello che tu stesso dicevi un giorno di lui. Egli non tiene già il broncio alla nostra famiglia, poichè tutte le domeniche usa venire tanto cortesemente a suonar l'organo; è piuttosto a credersi che la sua riluttanza ad entrare in queste sale derividalle tristi memorie che esse gli inspirano. Da quello che tu mi hai detto, intendo che il signor Caselli dev'essere molto malinconico e ombroso, e questo mi fa capire come egli abbia potuto starsi lontano ieri. Padre mio, non ti dispiaccia che la sensitiva ritiri e stringa le sue foglie quando la tocchi, poichè non è ruvidezza la sua, ma paura. —
Queste paroline, dette con aria di candore giovanile e accompagnate da una carezza, poterono più sul conte Emanuele che un sacco di buone ragioni. Gli si spianarono le rughe sulla fronte, ed era già sul punto di sorridere; ma, non volendo darsi vinto così presto, si provò a tener viva la controversia.
— Che fare adunque? Il signorino adesso non si lascerà più vedere, dopo il tiro che ci ha fatto. La gente vorrà sapere.... crederà che sia avvenuto un grosso guaio, e chi ne avrà la peggio?.... Noi, sempre noi.
— E a cotesto, padre mio, — soggiunse la bella avvocata, — non si rimedia nemmenocon lo sdegno. Fa a modo mio, mandagli a dire che tu lo dispensi dal venir qua, poichè ciò sembra dispiacergli tanto, ma che farà cosa grata a proseguire le sue belle suonate. Di questo modo, se la sua assenza può ascriversi a ruvidezza, quella che tu gli darai sarà una generosa lezione di urbanità; se, come io credo, non è che effetto di timore, tu lo assicuri con le tue gentili parole.
— Ben detto! — saltò su a dire Giovanni dall'uscio del salotto ove s'era rincantucciato; e fu tale il piglio, tale l'accento del buon servitore, che il conte si messe a ridere, e non seppe dir altro.
Intanto Calisto, udita la narrazione del vecchio Giovanni, si sentì come sollevare il cuore da un grave peso, e respirò a larghi polmoni.
— Direte al signor conte che lo ringrazio dal profondo dell'anima; — rispose egli allora. — Tutto il giorno di domenica fui a letto con la febbre, la quale non mi consentì di recarmi alla cappella. Per quanto risguarda il suo corteseinvito, io, mentre pur gliene serbo gratitudine, non posso altrimenti accettarlo, imperocchè nelle stanze ove egli dimora a buon dritto, io pure ho passata la mia infanzia, con la mia povera madre. Ditegli che ho paura delle mie ricordanze, ed egli mi tenga per iscusato.
— Povero signorino! capisco.... capisco.... — borbottava Giovanni, asciugandosi le lagrime.
— Andate dunque, Giovanni, e a rivederci. Aggiungerete, rispetto alla febbre che m'ha tenuto in letto, che io mi sarei fatto un debito di mandarlo ad avvisare, se avessi creduto che francasse la spesa!...
— Che dice ella mai? — esclamò il servitore, alzando le palme. — Si figuri se non francava la spesa! Lei è l'anima di tutto, lassù. La cappella, senza l'opera sua, pareva deserta. Per un pezzo s'è aspettato, ed io sono uscito tre volte a guardar giù, sulla strada, dall'alto del bastione.... Insomma, la non si immagina mai più come si sentisse la sua mancanza, signorCalisto! E non francava la spesa.... non francava la spesa!... —
E ripetendo questa frase, che a lui sapeva di eresia, il vecchio Giovanni si allontanò dal Castagneto, per ritornarsene alla volta del castello.
La domenica seguente, alle dieci in punto, Calisto era sull'orchestra, seduto davanti alla tastiera dell'organo, che gli parve tutta piena di arcani profumi. Per la prima volta forse, da che era giunto in quei luoghi, si sentiva contento; dal rotto delle nuvole gli scintillava un raggio di sole.
Egli suonò quel giorno assai meglio che per lo innanzi, e, senza trascorrere al gaio, le sue melodie furono mirabilmente, soavemente serene. Il conte Emanuele era tutto orecchi a sentirlo; anche la contessina Cecilia stette molto attenta a quel mirabile concerto, e fu notato che per tutto il tempo della messa ella tenne gli occhi sul suo libro di preghiere, ma senza mai voltare la pagina.