XIX.

XIX.Da quel giorno in poi, Calisto non mi scrisse più verbo; nè di lui ebbi nuova più oltre, salvo che egli doveva trovarsi in male acque, poichè un anno dopo il podere del Castagneto era stato venduto.Al castello si menava sempre la stessa vita monotona. Il conte Emanuele usciva di rado, e non si faceva vedere che alla domenica nel paesello, dove la sua aria grave e lo sguardo accigliato lo avrebbero fatto sembrare uno spauracchio da bambini, se non fosse stato conosciuto da tutti per quel degno gentiluomo che era. Il vecchio Giovanni che lo seguiva, era anche lui duro come un piuolo, ed era inoltre diventato severo e muto come una tomba.Appena giunse l'estate, la marchesa di Cardiana venne col marito a dimorare nel castello.Era molto mutata da quella contessina Cecilia che avevamo conosciuta un anno prima. Il volto aveva sereno, ma pallido, e una cert'aria pensierosa e il tardo muovere degli occhi, che usava tener quasi sempre socchiusi in atto di chi si raccoglie nelle sue interne meditazioni, davano a credere che su quel biondo capo si fossero addensate già molte procelle.Io non so se sia vero del tutto; ma pare a me che le persone, le quali hanno patito, s'abbia a conoscerle a prima giunta. Stanno bene come voi; sono in carne come voi, sorridono come voi, nel giro di una amichevole e gaia conversazione; ma un nonnulla sul loro viso, un certo modo di volgere gli occhi senza guardar nulla, una grinza leggera e quasi invisibile, vi mutano a un tratto quella figura. Avete dinanzi agli occhi lo stesso volto, ma non è più la medesima fisonomia.La grand'arte dei valenti pittori sta nel saperlicogliere, questi momenti, e di lumeggiarne la testa con un semplice tocco di pennello. I grami, i dozzinali, non badano a questi gravissimi nonnulla, e vi fanno un ritratto nel quale ci sono tutti i lineamenti, spesso fedelmente copiati, ma guasti da quelle smorfie ed atteggiamenti d'uso che arieggiano la fotografia.Questa sì davvero è l'ultima ragione dell'arte. Vi riproduce con quella materiale fedeltà, che io direi piuttosto infedele, di un dato momento, dopo avervi composte le membra e comandato il piglio che sembri più acconcio. Cerca di farvi più bello e non vi fa più vero; perciò vediamo persone gravi per natura, le quali sorridono sulla cartolina come altrettanti babbei, stolidi che vi assumono un'aria di malinconia soave da innamorare i sassi.Poichè sono venuto a parlare della fotografia, lasciatemi dire una cosa, la quale a voi, che volete darvi allo scrivere dei costumi del tempo nostro, non tornerà forse inutile del tutto. Voivedrete, anzi non vedrete nulla, ma lo vedranno i nostri nepoti, che il tipo della società civile del secolo nostro andrà sepolto insieme con noi. E mi spiego.Qual è ai dì nostri la casa che non abbia i suoi vecchi ritratti a olio, siano eredità di famiglia, o compere fatte dal rigattiere? Sono gravi magistrati con la zazzera lunga e pendente in ordinati cincinni sulle spalle; guerrieri con la corazza di acciaio, le brache di raso e gli stivaloni di marocchino giallo; gentildonne incipriate con un fiorellino tra le dita; professori con l'abito nero tagliato a coda di rondine, i ciondoli al panciotto e una lettera in mano colla sua brava soprascritta in mostra; tutta gente di cui non sapete il più delle volte neanche il nome, ma che siete avvezzo a vedere, e che vi rappresentano il tipo di uno o due secoli fa; riscontro utilissimo di una generazione con l'altra.A que' tempi ogni famiglia aveva i suoi ritratti e passavano all'erede insieme col rispettivogruzzolo di doppie. La moneta si spendeva, ma le vecchie e venerande figure restavano; correvano di casa in casa, passavano per mille vicende fortunose, ma restavano.Oggi, che cosa c'è in ricambio? La fugace fotografia, merce da albo, che costa poco e dura anche meno. I grand'uomini, poi, sono tutti in litografia. Io li vorrei aspettar tutti fra cent'anni, e vedere che cosa rimarrà, quale ricordo efficace della nostra generazione e del suo tipo particolare. Passeremo come tante ombre; i futuri si ricorderanno dei nostri vecchi, i quali affidavano la loro immagine alla tela, non già di noi. E sarà forse il meglio!La marchesa di Cardiana aveva portato alla dimora paterna il suo ritratto, magnifica opera di un francese, certo Delaroche; il quale doveva essere un pittore de' buoni, poichè nel suo dipinto ci si vedevano tutte quelle cose che generalmente non intendono i dozzinali dei quali vi ho detto. La rassomiglianza della giovane Cecilia col ritratto della contessa Giulias'era fatta più spiccata, dopo il suo matrimonio, e il quadro del francese le aveva dato la stessa malinconia dello sguardo, lo stesso atteggiamento sereno e severo che si notavano nel vecchio dipinto dell'antenata.Il nuovo quadro fu appeso nel salone, a riscontro col vecchio, e la giovine e l'antica castellana di Villa Cervia parevano due sorelle; argomento di continua ammirazione e di lunghe estasi per il vecchio Giovanni, che amava tanto la sua nobile padroncina.La marchesa non usciva quasi mai, e nelle sue rare passeggiate non si dilungava mai dal castello. In paese non si lasciava vedere che le domeniche alla messa. Il marito in quella vece era sempre attorno, e quasi ogni giorno alla caccia, accompagnato da molti terrazzani, perchè i dintorni non erano molto sicuri, a cagione di una banda di malandrini, comparsa fin dall'inverno su quelle montagne.Costoro erano renitenti alla leva e gente perduta, che dopo essere sguisciati dalle branchedella giustizia si davano alla macchia. Li comandava allora un certo furfante detto ilBruno, che aveva ucciso padre e madre, ferocissimo uomo, come potete argomentare.I carabinieri, sebbene vi si mettessero con le mani e coi piedi, non erano anche venuti a capo di snidarli. Erano avvisati che il Bruno s'avesse a trovare in un casale; correvano, e vattel'a pesca, il Bruno non c'era; alla dimane risapevano di un malefizio perpetrato quindici miglia discosto. Oggi era un povero carrettiere spogliato delle sue doppie; domani una casa messa a sacco; un altro giorno una donna rubata alla sua famiglia, e giù di questo passo.Nei pressi del nostro paesello la banda aveva fatto poche comparse; ma il Bruno era venuto a ronzarvi, per pigliar lingua, ed aveva perfino trincato coi tutori dell'ordine pubblico, i quali lo avevano tolto in cambio di un rispettabile mercante di maiali che andasse alla fiera.Il castello di Villa Cervia, sebbene un po' fuori di mano, non aveva molto a temere dalleimprese di que' galantuomini. Alteramente bastionato sui due lati, non aveva alle spalle che una ripida costiera piantata di roveri, su per la quale uno poteva inerpicarsi benissimo, ma senza trovare una finestra, un buco, intorno a cui lavorar di piccone. La piazzetta non sarebbe stata neppur essa un luogo acconcio ai tentativi di quei ribaldi, imperocchè il portone e l'uscio della cappella erano rivestiti di ferro; e nel castello dimoravano sempre otto o dieci persone.— Vengano pure! — diceva il conte Emanuele, che si ricordava d'essere stato colonnello di cavalleria. — Vengano pure e sentiranno che musica! — Ma i malandrini non tennero l'invito, e dopo parecchi mesi di ciarle sul conto loro, non se ne fece più motto.Gli sposi tornarono nel novembre a Torino, dove stettero a passare l'inverno; ma nella primavera una delle solite malattie del conte Emanuele li richiamò al castello. Cecilia per affetto di figlia, il marito per la formalità dellecostumanze domestiche. Nei primi giorni di estate il vecchio potè dirsi risanato; ma stava ancora male in gambe, e non usciva che sulla piazzetta una volta al giorno. Il Cardiana invece era sempre a caccia in quei dintorni, dove pareva che avesse trovato selvaggina confacente ai suoi gusti svariati.Di questo modo gli sposi vivevano assai poco insieme; anzi notavasi una certa freddezza tra loro, la quale agli ignari poteva parer sussiego e cerimoniale aristocratico, che s'inframmette perfino nelle relazioni matrimoniali. Aveva il Cardiana saputo forse dell'amore di Calisto? Mostrerei di non conoscere gli accorgimenti del buon narratore, se vi dicessi fin d'ora sì, o no.Cionondimeno, un tal poco di gelosia ci doveva essere sicuramente, di quella gelosia senza ragione che nasce sovente nel cuore dei mariti, i quali hanno molte scappatelle da farsi condonare, e tanto più sono ingiusti quanto più essi medesimi hanno peccato.Ho più tardi saputo che a Parigi il signormarchesino non era stato molto esemplare nei suoi diportamenti. Di sovente lasciava la moglie sola, per correre attorno con certe sconcie femmine, di cui quella città abbonda, eleganti sirene per le quali ci vorrebbe altro che la cera negli orecchi. La marchesa Cecilia non se ne dolse mai; si dava tutta alla lettura, e quando aveva aspettato un pezzo, se ne andava nella sua camera a coricarsi. E neppure ne aveva scritto al padre: chè forse in cuor suo era contenta di ciò.Ma torniamo alla Villa Cervia. Un bel giorno, mentre la famiglia era raccolta nel salone, uno dei servi venne a dire al conte Emanuele che da parecchie notti vedeva avvicinarsi al castello un uomo di apparenza sospetta. Fattosi una notte a caso presso il balcone della sua camera che guardava sulla costiera, aveva udito uno strepito come di sassi che ruzzolavano per la china, e, messo fuori il capo a guardare, aveva veduto al chiaror della luna un uomo che saliva su per l'erta, aiutandosi con lemani. Costui, come fu giunto a piè del muro, si fermò e stette un pezzo a guardare in alto; la qual cosa, a parere del servo che lo spiava, significava che l'ignoto studiasse i luoghi, con qualche perverso disegno. Egli non aveva voluto dir nulla, per non destare inutili timori; ma la cosa si era ripetuta le notti seguenti, epperò egli aveva risoluto di parlarne al conte, come infatti faceva in quel punto.All'udire il racconto del servitore, il conte Emanuele corse subito con la mente ai malandrini che infestavano i dintorni, e comandò si tornasse all'antica vigilanza, che si chiudesse per bene ogni porta ed ogni finestra; al resto avrebbe provveduto egli.Il marchese di Cardiana non disse nulla; soltanto si contentò di chiedere a che ora della notte venisse l'ignoto, e avutone in risposta che egli capitava sempre intorno al tocco dopo la mezzanotte, non aggiunse più altro.Poco dopo si diede in tavola, e in quella che il conte stava parlando dei malandrini edel notturno visitatore col parroco don Bernardo, il Cardiana bisbigliò alla moglie che gli era seduta accanto:— Credete, signora, a tutta questa necessità di precauzioni ed apparecchi di difesa?— Io? — rispose meravigliata Cecilia. — Che ho da pensarne io? e perchè mi chiedete cotesto?— Perchè un uomo, — soggiunse il marito, — che viene tutte le notti quassù, da quel lato ove guarda appunto una certa camera che so dir io, mi ha più l'aria di un innamorato che di un ladro. —La marchesa guardò suo marito con piglio severo, poi chinò gli occhi e non rispose più altro.— Ma lo scoverò ben io, questo ladro, o innamorato che sia! — aggiunse il Cardiana, parlando sempre sommesso, e coi denti stretti. E ciò detto, anch'egli si tacque.Giovanni, che stava ad una rispettosa distanza, dietro la sedia della sua venerata padroncina,udì questo breve dialogo, il quale diceva pure tante cose, e tante altre ne spiegava, intorno alle quali il povero servitore da lunga pezza si stillava il cervello.Egli infatti aveva notato la freddezza del marchese rispetto alla signora, la tranquilla noncuranza di lei quando egli era presente, la sua mestizia consueta, e sopra tutto la pallidezza del suo viso. Nè vuolsi dimenticare che Giovanni sapeva altre cose del passato, di quel tempo avventuroso in cui gli era parso di trapelare una certa simpatia della giovinetta per il bello e malinconico signorino del Castagneto.Aiutato da quella acutezza di veduta che dà a certa gente l'affetto, il vecchio servitore intese issofatto che c'era un guaio là sotto e che egli doveva vegliare; che il marchese di Cardiana sarebbe uscito quella notte medesima e che egli doveva seguirlo.Il suo conto fu presto fatto. Alle undici del pomeriggio egli non s'era per anche coricato, e girandolava nel cortile. Il marchese di Cardiananon stette molto a scendere dal suo appartamento, vestito di tutto punto, con due pistole alla cintola e il suo consueto scudiscio nel pugno.Parve meravigliarsi della presenza di Giovanni a piè delle scale, e gli chiese che cosa facesse.— Veglio, signor marchese. Il discorso di quest'oggi mi ha messo in pensiero. Anche lei (scusi, illustrissimo) si dà questo fastidio?...— Oh no! io debbo uscire. Aprimi il portone, poichè ti trovo qui, e dammi la chiave. Riaprirò io stesso, ritornando. —Il buon famiglio obbedì, senza parlare, poichè a lui pure premeva molto di uscire. Quando il Cardiana fu partito, egli fece la mostra di chiudere il portone e lo riaperse tosto. Dopo alcuni minuti anch'egli era fuori, e in quella che il marchese aveva voltato a destra, egli voltò a sinistra, rasentando il bastione, per andare sulla costiera, alle spalle del castello.

Da quel giorno in poi, Calisto non mi scrisse più verbo; nè di lui ebbi nuova più oltre, salvo che egli doveva trovarsi in male acque, poichè un anno dopo il podere del Castagneto era stato venduto.

Al castello si menava sempre la stessa vita monotona. Il conte Emanuele usciva di rado, e non si faceva vedere che alla domenica nel paesello, dove la sua aria grave e lo sguardo accigliato lo avrebbero fatto sembrare uno spauracchio da bambini, se non fosse stato conosciuto da tutti per quel degno gentiluomo che era. Il vecchio Giovanni che lo seguiva, era anche lui duro come un piuolo, ed era inoltre diventato severo e muto come una tomba.

Appena giunse l'estate, la marchesa di Cardiana venne col marito a dimorare nel castello.

Era molto mutata da quella contessina Cecilia che avevamo conosciuta un anno prima. Il volto aveva sereno, ma pallido, e una cert'aria pensierosa e il tardo muovere degli occhi, che usava tener quasi sempre socchiusi in atto di chi si raccoglie nelle sue interne meditazioni, davano a credere che su quel biondo capo si fossero addensate già molte procelle.

Io non so se sia vero del tutto; ma pare a me che le persone, le quali hanno patito, s'abbia a conoscerle a prima giunta. Stanno bene come voi; sono in carne come voi, sorridono come voi, nel giro di una amichevole e gaia conversazione; ma un nonnulla sul loro viso, un certo modo di volgere gli occhi senza guardar nulla, una grinza leggera e quasi invisibile, vi mutano a un tratto quella figura. Avete dinanzi agli occhi lo stesso volto, ma non è più la medesima fisonomia.

La grand'arte dei valenti pittori sta nel saperlicogliere, questi momenti, e di lumeggiarne la testa con un semplice tocco di pennello. I grami, i dozzinali, non badano a questi gravissimi nonnulla, e vi fanno un ritratto nel quale ci sono tutti i lineamenti, spesso fedelmente copiati, ma guasti da quelle smorfie ed atteggiamenti d'uso che arieggiano la fotografia.

Questa sì davvero è l'ultima ragione dell'arte. Vi riproduce con quella materiale fedeltà, che io direi piuttosto infedele, di un dato momento, dopo avervi composte le membra e comandato il piglio che sembri più acconcio. Cerca di farvi più bello e non vi fa più vero; perciò vediamo persone gravi per natura, le quali sorridono sulla cartolina come altrettanti babbei, stolidi che vi assumono un'aria di malinconia soave da innamorare i sassi.

Poichè sono venuto a parlare della fotografia, lasciatemi dire una cosa, la quale a voi, che volete darvi allo scrivere dei costumi del tempo nostro, non tornerà forse inutile del tutto. Voivedrete, anzi non vedrete nulla, ma lo vedranno i nostri nepoti, che il tipo della società civile del secolo nostro andrà sepolto insieme con noi. E mi spiego.

Qual è ai dì nostri la casa che non abbia i suoi vecchi ritratti a olio, siano eredità di famiglia, o compere fatte dal rigattiere? Sono gravi magistrati con la zazzera lunga e pendente in ordinati cincinni sulle spalle; guerrieri con la corazza di acciaio, le brache di raso e gli stivaloni di marocchino giallo; gentildonne incipriate con un fiorellino tra le dita; professori con l'abito nero tagliato a coda di rondine, i ciondoli al panciotto e una lettera in mano colla sua brava soprascritta in mostra; tutta gente di cui non sapete il più delle volte neanche il nome, ma che siete avvezzo a vedere, e che vi rappresentano il tipo di uno o due secoli fa; riscontro utilissimo di una generazione con l'altra.

A que' tempi ogni famiglia aveva i suoi ritratti e passavano all'erede insieme col rispettivogruzzolo di doppie. La moneta si spendeva, ma le vecchie e venerande figure restavano; correvano di casa in casa, passavano per mille vicende fortunose, ma restavano.

Oggi, che cosa c'è in ricambio? La fugace fotografia, merce da albo, che costa poco e dura anche meno. I grand'uomini, poi, sono tutti in litografia. Io li vorrei aspettar tutti fra cent'anni, e vedere che cosa rimarrà, quale ricordo efficace della nostra generazione e del suo tipo particolare. Passeremo come tante ombre; i futuri si ricorderanno dei nostri vecchi, i quali affidavano la loro immagine alla tela, non già di noi. E sarà forse il meglio!

La marchesa di Cardiana aveva portato alla dimora paterna il suo ritratto, magnifica opera di un francese, certo Delaroche; il quale doveva essere un pittore de' buoni, poichè nel suo dipinto ci si vedevano tutte quelle cose che generalmente non intendono i dozzinali dei quali vi ho detto. La rassomiglianza della giovane Cecilia col ritratto della contessa Giulias'era fatta più spiccata, dopo il suo matrimonio, e il quadro del francese le aveva dato la stessa malinconia dello sguardo, lo stesso atteggiamento sereno e severo che si notavano nel vecchio dipinto dell'antenata.

Il nuovo quadro fu appeso nel salone, a riscontro col vecchio, e la giovine e l'antica castellana di Villa Cervia parevano due sorelle; argomento di continua ammirazione e di lunghe estasi per il vecchio Giovanni, che amava tanto la sua nobile padroncina.

La marchesa non usciva quasi mai, e nelle sue rare passeggiate non si dilungava mai dal castello. In paese non si lasciava vedere che le domeniche alla messa. Il marito in quella vece era sempre attorno, e quasi ogni giorno alla caccia, accompagnato da molti terrazzani, perchè i dintorni non erano molto sicuri, a cagione di una banda di malandrini, comparsa fin dall'inverno su quelle montagne.

Costoro erano renitenti alla leva e gente perduta, che dopo essere sguisciati dalle branchedella giustizia si davano alla macchia. Li comandava allora un certo furfante detto ilBruno, che aveva ucciso padre e madre, ferocissimo uomo, come potete argomentare.

I carabinieri, sebbene vi si mettessero con le mani e coi piedi, non erano anche venuti a capo di snidarli. Erano avvisati che il Bruno s'avesse a trovare in un casale; correvano, e vattel'a pesca, il Bruno non c'era; alla dimane risapevano di un malefizio perpetrato quindici miglia discosto. Oggi era un povero carrettiere spogliato delle sue doppie; domani una casa messa a sacco; un altro giorno una donna rubata alla sua famiglia, e giù di questo passo.

Nei pressi del nostro paesello la banda aveva fatto poche comparse; ma il Bruno era venuto a ronzarvi, per pigliar lingua, ed aveva perfino trincato coi tutori dell'ordine pubblico, i quali lo avevano tolto in cambio di un rispettabile mercante di maiali che andasse alla fiera.

Il castello di Villa Cervia, sebbene un po' fuori di mano, non aveva molto a temere dalleimprese di que' galantuomini. Alteramente bastionato sui due lati, non aveva alle spalle che una ripida costiera piantata di roveri, su per la quale uno poteva inerpicarsi benissimo, ma senza trovare una finestra, un buco, intorno a cui lavorar di piccone. La piazzetta non sarebbe stata neppur essa un luogo acconcio ai tentativi di quei ribaldi, imperocchè il portone e l'uscio della cappella erano rivestiti di ferro; e nel castello dimoravano sempre otto o dieci persone.

— Vengano pure! — diceva il conte Emanuele, che si ricordava d'essere stato colonnello di cavalleria. — Vengano pure e sentiranno che musica! — Ma i malandrini non tennero l'invito, e dopo parecchi mesi di ciarle sul conto loro, non se ne fece più motto.

Gli sposi tornarono nel novembre a Torino, dove stettero a passare l'inverno; ma nella primavera una delle solite malattie del conte Emanuele li richiamò al castello. Cecilia per affetto di figlia, il marito per la formalità dellecostumanze domestiche. Nei primi giorni di estate il vecchio potè dirsi risanato; ma stava ancora male in gambe, e non usciva che sulla piazzetta una volta al giorno. Il Cardiana invece era sempre a caccia in quei dintorni, dove pareva che avesse trovato selvaggina confacente ai suoi gusti svariati.

Di questo modo gli sposi vivevano assai poco insieme; anzi notavasi una certa freddezza tra loro, la quale agli ignari poteva parer sussiego e cerimoniale aristocratico, che s'inframmette perfino nelle relazioni matrimoniali. Aveva il Cardiana saputo forse dell'amore di Calisto? Mostrerei di non conoscere gli accorgimenti del buon narratore, se vi dicessi fin d'ora sì, o no.

Cionondimeno, un tal poco di gelosia ci doveva essere sicuramente, di quella gelosia senza ragione che nasce sovente nel cuore dei mariti, i quali hanno molte scappatelle da farsi condonare, e tanto più sono ingiusti quanto più essi medesimi hanno peccato.

Ho più tardi saputo che a Parigi il signormarchesino non era stato molto esemplare nei suoi diportamenti. Di sovente lasciava la moglie sola, per correre attorno con certe sconcie femmine, di cui quella città abbonda, eleganti sirene per le quali ci vorrebbe altro che la cera negli orecchi. La marchesa Cecilia non se ne dolse mai; si dava tutta alla lettura, e quando aveva aspettato un pezzo, se ne andava nella sua camera a coricarsi. E neppure ne aveva scritto al padre: chè forse in cuor suo era contenta di ciò.

Ma torniamo alla Villa Cervia. Un bel giorno, mentre la famiglia era raccolta nel salone, uno dei servi venne a dire al conte Emanuele che da parecchie notti vedeva avvicinarsi al castello un uomo di apparenza sospetta. Fattosi una notte a caso presso il balcone della sua camera che guardava sulla costiera, aveva udito uno strepito come di sassi che ruzzolavano per la china, e, messo fuori il capo a guardare, aveva veduto al chiaror della luna un uomo che saliva su per l'erta, aiutandosi con lemani. Costui, come fu giunto a piè del muro, si fermò e stette un pezzo a guardare in alto; la qual cosa, a parere del servo che lo spiava, significava che l'ignoto studiasse i luoghi, con qualche perverso disegno. Egli non aveva voluto dir nulla, per non destare inutili timori; ma la cosa si era ripetuta le notti seguenti, epperò egli aveva risoluto di parlarne al conte, come infatti faceva in quel punto.

All'udire il racconto del servitore, il conte Emanuele corse subito con la mente ai malandrini che infestavano i dintorni, e comandò si tornasse all'antica vigilanza, che si chiudesse per bene ogni porta ed ogni finestra; al resto avrebbe provveduto egli.

Il marchese di Cardiana non disse nulla; soltanto si contentò di chiedere a che ora della notte venisse l'ignoto, e avutone in risposta che egli capitava sempre intorno al tocco dopo la mezzanotte, non aggiunse più altro.

Poco dopo si diede in tavola, e in quella che il conte stava parlando dei malandrini edel notturno visitatore col parroco don Bernardo, il Cardiana bisbigliò alla moglie che gli era seduta accanto:

— Credete, signora, a tutta questa necessità di precauzioni ed apparecchi di difesa?

— Io? — rispose meravigliata Cecilia. — Che ho da pensarne io? e perchè mi chiedete cotesto?

— Perchè un uomo, — soggiunse il marito, — che viene tutte le notti quassù, da quel lato ove guarda appunto una certa camera che so dir io, mi ha più l'aria di un innamorato che di un ladro. —

La marchesa guardò suo marito con piglio severo, poi chinò gli occhi e non rispose più altro.

— Ma lo scoverò ben io, questo ladro, o innamorato che sia! — aggiunse il Cardiana, parlando sempre sommesso, e coi denti stretti. E ciò detto, anch'egli si tacque.

Giovanni, che stava ad una rispettosa distanza, dietro la sedia della sua venerata padroncina,udì questo breve dialogo, il quale diceva pure tante cose, e tante altre ne spiegava, intorno alle quali il povero servitore da lunga pezza si stillava il cervello.

Egli infatti aveva notato la freddezza del marchese rispetto alla signora, la tranquilla noncuranza di lei quando egli era presente, la sua mestizia consueta, e sopra tutto la pallidezza del suo viso. Nè vuolsi dimenticare che Giovanni sapeva altre cose del passato, di quel tempo avventuroso in cui gli era parso di trapelare una certa simpatia della giovinetta per il bello e malinconico signorino del Castagneto.

Aiutato da quella acutezza di veduta che dà a certa gente l'affetto, il vecchio servitore intese issofatto che c'era un guaio là sotto e che egli doveva vegliare; che il marchese di Cardiana sarebbe uscito quella notte medesima e che egli doveva seguirlo.

Il suo conto fu presto fatto. Alle undici del pomeriggio egli non s'era per anche coricato, e girandolava nel cortile. Il marchese di Cardiananon stette molto a scendere dal suo appartamento, vestito di tutto punto, con due pistole alla cintola e il suo consueto scudiscio nel pugno.

Parve meravigliarsi della presenza di Giovanni a piè delle scale, e gli chiese che cosa facesse.

— Veglio, signor marchese. Il discorso di quest'oggi mi ha messo in pensiero. Anche lei (scusi, illustrissimo) si dà questo fastidio?...

— Oh no! io debbo uscire. Aprimi il portone, poichè ti trovo qui, e dammi la chiave. Riaprirò io stesso, ritornando. —

Il buon famiglio obbedì, senza parlare, poichè a lui pure premeva molto di uscire. Quando il Cardiana fu partito, egli fece la mostra di chiudere il portone e lo riaperse tosto. Dopo alcuni minuti anch'egli era fuori, e in quella che il marchese aveva voltato a destra, egli voltò a sinistra, rasentando il bastione, per andare sulla costiera, alle spalle del castello.


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