Chapter 10

Così un giorno era entrato il pallido Galileo nel Tempio della dissoluta Gerusalemme, ed aveva gridato:—Fuori i mercanti! Fuori i simoniáci! Siano distrutti i banchi dei venditori di Dio!E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le borse degli attoniti Farisei.Ma ora chi entrerebbe a disperdere i mercanti della nuova Gerusalemme? Chi apparirebbe su la scena del teatro dove si rappresenta il dramma dell'umano dolore, [pg!251] a dire, come diceva il Battista:—«Uscite fuori dai tuguri, o percossi da tutte le sventure! Adesso è venuto il Messia vestito di bianco, il Redentore dalla mano trasparente, l'Annunziato nelle visioni dei Profeti, Quegli che parla coi doganieri ed amano le belle cortigiane, il Salvatore nostro, l'Uomo di tutte le penitenze, la Carne di Dio»?...Ed ora giunsi vicino alla rupe di Massabielle, dov'era, nei giorni di Bernadette, la caverna de' caprifogli e degli spini.Lentamente si avvicinava il principio della sera; una fluente musica d'acqua rupestre cadeva dai monti lontani. I bianchi monasteri, alti nella vallata, parevano confondersi tra il color del cielo. Qualcosa di eterno pioveva su quel sacro anfiteatro di monti: la vera luce dell'ombra, la paurosa elevazione dell'anima verso il pensiero di Dio.Qualche mandria invisibile faceva risuonare i suoi campani per i boschi distanti e la folla sterminata pregava nella grande Esplanade; pregava con una specie d'immobile fervore, curva davanti alla Basilica, nel musicale silenzio del giorno che moriva.E le Chiese di Lourdes cantarono. Questo rumore di bronzi e di anime volò per l'infinito. Era la sofferenza eterna che si alzava dal cuore degli uomini, usciva dalle piaghe della carne, dalle convulsioni dello spirito, cercava il senso del dolore nella musica della eterna poesia.Ciò che poteva parere assurdo, ecco diveniva una sublime possibilità. La luce morente spegneva nelle fisionomie degli uomini la lor vana collera d'incatenati al [pg!252] giogo terrestre; solo ed infinito rimaneva, sopra una grande folla di anime, il senso del dolore.Chiese di Lourdes!... povere chiese degli uomini, poveri templi d'oro e d'alabastro, teatri della speranza, rifugi della umana paura... cantate, o chiese di Lourdes!...————[image]Sarò un monaco.Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de' miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.Un bel monastero, chiuso nella pace di alte solitudini, mi sarà l'ultimo esilio dalle tentazioni del mondo, la tomba ove seppellirò il mio cuore di navigante.Lontano dal claustro, di là dal cancello sprangato nella bianca muraglia, oltre il silenzio delle buie pinete, ancora sentirò con follìa ridere il mondo, le orchestre cantare, le giovini donne urlare nelle coltri sconvolte, ove uccideranno, sotto il bacio degli amanti, la pallida loro verginità...Ivi sarà la pace, la fredda pace, la perpetua lontananza dai paradisi della vita, il finale oblìo.Sarò un monaco.Ne' miei timpani rumorosi di lontani tripudii batterà il fragore delle città oceaniche, l'urto infinito, pericoloso, della umana gente, la forza de' commerci terribili, delle imprese violente, il grido pazzo e formidabile della umana volontà.[pg!253] Nel mio cuore disamorato splenderà la rinunzia, brucerà il dolore della solitudine, come sul giogo altissimo arde il nevaio scintillante.E sarò il vero oltrepassato, il calmo, l'annoiato, il passato al di là, quegli che non dovrà più ardere nei roghi e negli inferni della vita. O donne belle come i vent'anni, profumate come il vizio, voluttuose come l'odor del cínnamo ne' cálici gonfi d'estate, donne sepolte per sempre nel mio cuore di navigante, la muraglia bianca del claustro mi dividerà dai vostri caldi tálami, e il vento notturno porterà nella mia cella disperata l'odore forte come l'assenzio della vostra nudità perdutissima...Passerò le mie giornate oziose guardando il filo d'acqua scaturire, il seme dare germoglio, la formica diligente ordinare la sua città laboriosa; e conoscerò le stelle, conoscerò le azzurre meditazioni delle veglie davanti all'infinito; una vecchia biblioteca sarà l'universo del mio spirito disumanato; ne' libri degli antichi solitari cercherà l'esilio definitivo quest'anima fredda in cui pesa la cenere d'ogni fiamma che mi arse.Dopo essere stato lo squassatore di tutte le fiaccole, sarò il monaco delle più nere discipline. Il sole dei rossi desiderii tramonterà nella mia carne spenta. Io, diviso da ogni voluttà che brucia, non sentirò mai più contorcersi nel serpaio di me stesso la gioia infernale di crocifiggere alle infamate gogne del mondo l'anima del mio passante iddio.Sarò un monaco.E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio monastico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose cortigiane. Il piede [pg!254] mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo del l'inverno, serrato fra le corregge dei sandali d'umiltà. Una squallida barba castana, con qualche filo biondo, contornerà l'inciso pallore del mio volto notturno.E la sera, talvolta, quando le stelle dei mesi d'estate invadon le celle dei claustri, e trema di folle rinunzia nei monaci la deserta solitudine, io, che discinta e nuda possedetti la folle giovinezza, sentirò il peso di tutta la miseria umana affondar nella cenere del mio cuore spento, e sarò con gli offesi, con gli umili, per sempre, in comunione di dolore.Povero monaco, frate minore, spegnerò la carne maledetta nel gelo della vera estinzione.E nell'inverno, e nei mesi del vento, e quando l'autunno trascinerà sui mattoni della mia cella qualche ape morta, io, desolato come la rassegnazione, arido come il ragionamento, povero come il mio capestro, penserò a voi, beate ore che trascorsi nelle perdizioni della vita, giorni luminosi e caldi come il peccato carnale, a voi, divine ingannatrici, che al petto ignude strinsi come fasci di fiori selvaggi...Monaci, e nel mio cuore suonerà la campana del mio De Profundis...Monaci, e se a me chiederete chi ero nel folle mondo, prima di portare come voi la bianca tonsura e l'umile saio, dirò:—Monaci, uno straniero in me stesso, che amava lo stupendo rumore. Un saggio, innamorato della follìa. Un pazzo, un pazzo, che voleva trovare, chissà perchè, nelle fogne della vita il colore delle stelle...————[pg!255][image]«Signore mio Lord Pepe, non posso che darvi ragione. Lourdes è una triste fiera dei miracoli, dove si vende Cristo e si esorcizzano le piaghe de' cristiani; una bottega di atroce medievalità, ove governan senza pudore il fanatismo e la superstizione. Questa insolente impresa di alberghi e di monasteri, di ceramica sacra e di candele istoriate, ha per sua fondatrice involontaria la figlia d'un povero mugnaio, che disturbò notevolmente, con il rumore de' suoi miracoli, gli ozî parigini del terzo Napoleone.Signore mio Lord Pepe, voi siete—come io ben conosco—l'ultimo rampollo di una vecchia gente cristianissima, e siete un gagliardo possessore di femmine disoneste, un fino artefice del lieto vivere, un amabile fanatico della religione di Vatel:—questa buia Lourdes, invasa di storpi e di catecúmeni, certo non è il teatro che si conviene ad un giovine hidalgo pari vostro. Sebbene imbevuto di ortodossìa fin dentro le midolle degli ossi, pur, nel cattolico epicureismo del vostro feliceubi consistam, non è luogo per l'umano dolore. Il senso del mondo per voi si compendia—unica teologia—nel perfetto piacere.Signore mio Lord Pepe, voi siete un vero credente.[pg!256] Nel passare davanti ai tabernacoli non dimenticate il segno della croce; per istrada lasciate il passo al maestoso clero cattolico; fors'anche recitate il Pater e l'Ave, ogni sera, prima di coricarvi con Litzine. Gesù Cristo vi serve inoltre a formulare qualche sonora e pittoresca bestemmia; la vostra fede, altrettanto superficiale quanto inestirpabile, vi aprirà la via del Paradiso, allorchè, al termine di tutte le gioie della vita, voi pure dovrete comporre la vostra spoglia elegante in un freddo cimitero.I pellegrinaggi, la follìa mistica, il traffico delle mercanzìe religiose, la Fontana dei Miracoli:—ecco, signore mio Lord Pepe, un certo numero di cattoliche seccature, alle quali, voi credente, preferite i miracoli dello scomunicato baccarà. Per avere il capriccio di strofinarsi a que' mille contaminati, bisognava esser pazzi come la folle Madlen, od essere—voi dicevate Lord Pepe—«un extraño caballero como Usted.»Orbene, in questo gran disordine della fiera umana, quali dovremo noi scegliere, per disciplina dello spirito nostro, fra i sacri ed i profani mercanti di paradisi? Chi è nel giusto? chi è più presso alla vena d'oro, fra questi cercatori di felicità?Gli uni e gli altri méntono; questi e quelli méntono. La vita è una volgare sciocchezza. Mente il dolore, mente il piacere.Lasciate gemere le campane, cantare le orchestre: tutto questo non è in fondo che un po' di rumore...Si passa, Lord Pepe. La strada è ciò che importa; la polvere della strada è ciò che pesa; voi sarete un uomo giusto quando saprete perdonare al mondo l'infinita sua vanità.[pg!257] Perchè sorridete ora, vedendo migliaia di pellegrini che vanno ad intinger le dita nella Fontana della rupe di Massabielle? Vanno ad ubbriacarsi d'un sogno,—il sogno dell'umile pascolatrice—e tutti camminando cantano:—Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix...Si passa, Lord Pepe!... Il sogno è ciò che importa; la delusione d'un sogno è ciò che pesa.Ed io vi dico:—Non ridete; se davanti a noi cammina un vecchio uomo, scarno e gigantesco, tutto vestito di nero, col bracciale dei servi di Gesù e nel pugno un cero enorme che sembra la clava di Ercole...Questo gigante non fa che ripetere con profonda umiltà:—Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix...Porta un solino di celluloide, i guanti bianchi, di buio cotone; la sua mascella scarna trema, tagliata nel mezzo dal colore falso de' suoi lunghi baffi tinti.Non è che un pellegrino fra mille, una vecchia bestia paurosa e docile, un cristiano che regge col suo braccio stanco la pesante fiaccola bene istoriata, e prega, umile, infaticabile, con la mascella scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti.Ha forse una figlia inferma, un parente in agonìa, taluno de' suoi che marcisce dentro una barella oscillante, sopra una gruccia complicata; forse porta egli stesso un male giallo e nascosto che rode la sua vecchia carne o gli scava l'incurabile anima; forse non è che un devoto, un pio, l'uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con il solino di celluloide, il bracciale dei servi di Gesù...Signore mio Lord Pepe, siamo nel millenovecento [pg!258] dodici; la terra di Francia è una repubblica dove si coltiva il libero pensiero; le sue città infernali bruciano di fredda elettricità; l'oro d'ogni terra fluisce dietro le sue vetrine scintillanti; è il secolo nuovo dello Stato laico e della plebe tiranna; si muovono dalle catene infrante le orgogliose democrazie; gli altari divengono teatri; la giustizia è recitata con sfarzo da magnifici istrioni; è l'ora dei commerci terribili, delle ricchezze brutali, delle cáttedre positive, delle cliniche infallibili, dei laboratori onde forse uscirà, imprigionato nel crogiuolo di un divino alchimista, l'elettrone della vita... e v'è ancora un pellegrino di Cristo, che viene cantando alla Fontana di Lourdes, l'uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con la mascella scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti...Sono centomila e centomila; vengono da tutte le chiese, affluiscono dalle corsìe degli incurabili, dalle galere di tutte le infermità; nei loro immobili occhi splende la follìa dei portatori di stígmate; nella loro carne macerata s'incidono le piaghe del Calvario; un paralitico si alza: e il popolo grida; i ciechi vedono, i muti parlano, i lebbrosi guariscono:—e il popolo grida; entro la piscina fredda e letale il cadavere assiderato riacquista il calore della vita... è il secolo di tutte le irriverenze:—cantate, o chiese di Lourdes!...[image]————[pg!259][image]«Cara Litzine, confidate a me le vostre pene. Vedo che siete questa sera tutta rannuvolata, e si direbbe che la gita a Lourdes vi abbia lasciato sul cuore il peso d'una mistica malinconia. Continuerete ora per un pezzo ad introdurre franchi d'argento nel ventre insaziabile di questa macchina infernale? Persuadétevi, Litzine: è un passatempo disastroso, che ingoierebbe franco per franco il tesoro delle miniere di Golconda. L'ingegneria moderna costruisce con matematica inesorabilità questi balocchi pericolosi che allietano le ore d'ozio nei vestiboli dei grandi alberghi. Non dáteli a questa macchina ingorda; fate una pia elemosina con i vostri lucidi franchi d'argento.Eccoci tornati alle Bagnères de Bigorre; Madlen è ancor sopra che si veste per l'ora di cena; Lord Pepe... dov'è Lord Pepe? Cos'è accaduto fra voi e Lord Pepe? Una piccola scena?...Sì, una piccola scena di gelosia. Nuvole d'estate nel cielo sereno dell'amore; violente irritazioni che si risolvono in bufere di baci.Ed io ne so la causa; Lord Pepe ha ragione. Quando si ama un uomo, bisogna odiare tutti gli altri. La donna che appartiene ad un uomo deve segregarsi dal genere umano. Invece voi siete rimasta non meno di [pg!260] un quarto d'ora a discorrere, a sorridere, a fare insomma la civetta con Joe Wallace.Come dite, Litzine? Che voi conoscevate Joe Wallace prima di Lord Pepe?—Sia pure; non è questa una buona ragione. Lo avete conosciuto probabilmente quando Joe Wallace, il popolare Jo, era un jockey di cartello, ed a Longchamps, per entrare nelle vostre grazie, vi comunicava i suoi favoriti. Ma non è questa una buona ragione. Ora egli ha sposata una donna molto ricca, si è lasciato crescere di peso e fa l'antiquario. Questa è tutt'altro che una buona ragione. L'arte ha i suoi conoscitori, lo sport le sue vere glorie, ma voi potevate contentarvi di fargli un piccolo saluto, e camminare via con quell'aria intangibile delle donne che appartengono ad un amante serio. Invece vi siete fermata, gli avete sorriso, ed io, con l'udito fino che mi distingue, ho benissimo inteso il principio della vostra conversazione.Joe Wallace vi ha detto:—Buona sera, Litzine!—Gli avete risposto:—Buona sera, Jo!—Vi ha domandato:—Siete sola, Litzine?—Gli avete risposto:—Ho un amico, Jo.—Ha insistito:—Siete innamorata, Litzine?—Avete risposto:—Niente affatto, Jo!... In quel momento passava Lord Pepe.Egli, da perfetto gentleman educato a Londra, finse di non dare alcun peso a questo leggero inconveniente ma più tardi, quando fu nella vostra camera, il sangue della Vecchia Castiglia ribollì nelle sue vene britanniche.Si capisce, mia cara Litzine! In quell'uomo c'era un jockey ed un antiquario: due mestieri singolarmente pieni di attrattive, che divengono irresistibili quando il caso li fa convergere in un uomo solo.[pg!261] Io pure amo i fantini e prudentemente vénero gli antiquari; ma debbo confessarvi, Litzine, che al simpatico Lord Pepe non saprei dar torto. Per vedervi così leggermente farfalleggiare col popolare Jo, non valeva la pena che il nobile hidalgo vi contendesse al fior fiore di due continenti, quando a Biarritz dividevate il vostro giorno solare fra le colazioni di Crisópulo il Greco, le cene di Ned l'Americano, e i tè intimi del marchese Sciogatsu, ovverossia il marchese Capo d'Anno.Adesso vi consiglio, cara Litzine, di abbandonare la macchina infernale, perchè in tutto l'albergo non si trova più un solo franco d'argento. Poi, la casella azzurra con la stella d'oro—quella che fa cadere la pioggia di Dánae—uscirà forse una volta su mille, se pur non succede nulla di ancor meno propizio nel regolare calcolo delle probabilità.Il calcolo delle probabilità:—ecco invece, cara Litzine, la suprema e filosofica legge della vita. Nella matematica universale degli avvenimenti umani accade quel tanto che deve accadere: null'altro. Per un uomo felice, mille devono patire; per uno che vince, mille devono perdere.Non è giusto?...Che importa? È giusto matematicamente.Il calcolo delle probabilità insegna che, fra i nostri tentativi, dieci almeno debbono essere infruttuosi ed uno solo può riuscire; che, fra i nostri pensieri, uno soltanto può non essere del tutto falso, fra i nostri amori uno soltanto non del tutto inutile, fra le mille strade che percorriamo una sola chiara ed inevitabile: quella del cimitero.[pg!262] Il calcolo delle probabilità fa intendere che nell'accozzaglia delle vicende umane il caso fortuito è quello che governa tutto quanto avviene, mentre una sola disciplina conta nell'infinito, quella che si riduce ad una espressione, o meglio ad una ipotesi numerica.Noi siamo cifre, cara Litzine. Il tempo ci moltiplica, ci sottrae, fa di noi un'algebra complicata ed apparentemente esatta, ci coinvolge in sottili formule ove la nostra vana spiritualità cerca un senso ulteriore, mentre una sola cifra è quella che in tutto e per tutti ha ragione d'essere:—la cifra «zero».E i biscazzieri, che sono grandi filosofi, come vedete l'hanno tenuta per sè.Non continuate a far cadere i vostri piccoli franchi d'argento nel ventre metallico di questa fiera ingorda; essa, come tutte l'altre soverchierie che dànno la ricchezza nel mondo, ha tenuta per sè la cifra zero.E poichè siamo stati oggi a Lourdes, cara Litzine, lasciátemi dire un'ultima sciocchezza.Il calcolo delle probabilità insegna che su mille condannati a morte ce n'è sempre uno, il quale, come dicono anche i medici, guarisce «miracolosamente»; insegna che uno fra gli aspetti clinici della pazzia religiosa è precisamente quello di rendere il corpo atto a supplizi che parrebbero mortali ed a rinnovazioni organiche tuttora ignote alla scienza, ma dovute senza dubbio a straordinarie possibilità della forza nervosa; ed insegna che l'uomo è un vecchio spettatore di miracoli, un vecchio bimbo attonito, il quale ha sempre amato lasciarsi prendere nelle trappole de' giocolieri...Infine, cara Litzine, per togliere al prossimo i piccoli franchi d'argento il miglior espediente non è già la [pg!263] costruzione di queste macchine infernali, dove, premendo una leva, il disco gira con velocità e si attende, ma sempre invano, il rumore della pioggia di Dánae...————[image]Lord Pepe non aveva sonno; io neppure. Madlen e Litzine erano salite nelle rispettive camere, dove probabilmente, nello scambiarsi una lunga visita prima di andare a letto, avrebbero incominciato a parlare di noi,—come noi di loro.La sala del bigliardo e quella del bar non erano divise che da un'arcata. Lord Pepe—uomo calmo, preciso e logico, era un forte giocatore di carambola. Io, sbadato, nervoso, illogico, perdetti con disonore tre partite.Il bigliardo è geometria; la geometria è logica.Vedevamo il fantino-antiquario, l'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, sorbire con lentezza un quinto, poi un sesto, poi un settimo gin-cock-tail.Il gin-cock-tail è alcool a novanta gradi; l'alcool è poesia.Quest'uomo, nato per la velocità e divenuto conoscitore di ruderi, dimenticava nell'ebbrezza del bicchiere le compatte cosce d'una moglie sposata per interesse. Forse vedeva un falso-Rembrandt brillare sul disco del traguardo in un Gran Premio di Longchamps; forse [pg!264] una fisionomia del Velasquez gli si confondeva con quella dello starter, mentre i discepoli del Tiziano entravano a mutarsi la casacca nello spogliatoio de' fantini...L'alcool distrugge l'esattezza dei confini; per questo l'alcool è superumanazione.Povero Jo!... non era forse meglio guidare alla vittoria un buon polledro di M.rEdmond Blanc, che studiare con la lente una ipotetica Madonna del Beato Angelico? Non era meglio riscuotere gli applausi deliranti o le minacciose bestemmie del pubblico di Longchamps, che tastare con nocche attente la Vecchia Cina ed inventare il romanzo d'un frammento attribuito a Fragonard?Povero Jo!... non vi conosco, eppure mi siete simpatico. Mi siete simpatico, perchè in voi c'è un uomo che deve amare il suo passato, i suoi giorni di quando era povero, di quando la sua bellezza era nella velocità...Tre uomini ed una signora giuocavano al bridge. Prima di risolversi a buttare una carta sul tappeto essi riflettevano con accigliate fisionomie, quasi avessero ponderato un comma del proprio testamento. La loro tetraggine mi faceva pensare ai conciliaboli segreti della Santa Inquisizione, alle congiure notturne del fosco Medio-Evo, ad una fatale partita fra quattro despoti, ove ognuno si giocasse il regno e la vita.No: stavano solo giocando «un contre à sans atout»—avvenimento che, dicono, sia di capitale importanza nel secolo ventesimo.Una cocotte prendeva il tè. Adocchiava un giovinetto biondo. Questi fissava con pudore la punta de' suoi scarpini da ballo.Due Inglesi guardavano la loro bottiglia di Pale Ale, come si guarda la propria moglie quand'è incinta: ossia [pg!265] con apprensione e con affetto. Il barman discorreva con i clienti ch'erano seduti su alti sgabelli, contro il suo banco; numerava l'incasso, verificando i sigari venduti.Un'altra cocotte si congiunse alla prima. E questa comandò al barman un'ala di pollo freddo. Era il tocco; la Francia dormiva; Lord Pepe fece l'ultima carambola.Basta, Lord Pepe. Ho perduto e basta.L'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, che aveva osservato il nostro gioco, allora si levò dal tavolino del settimo gin-cock-tail e venne a presentarsi, poichè intendeva giocare una partita. Disse a Lord Pepe:—«Vous êtes l'amant d'un très jolie femme, oh, yes! Litzine, très jolie femme! Je suis Joe Wallace.»Lord Pepe fu molto garbato, e il popolare Jo gli propose:—«Voulez-vous, sir, douze points avec moi? oh, yes!»Lord Pepe mise le biglie in acchito, e rispose al popolare Jo:—It is your play, mister Jo.Questi comandò un gin-cock-tail, fece il primo punto, poi ne fece altri undici di séguito, depose la stecca, vuotò il bicchiere, disse a Lord Pepe:—Good night, sir,—e scomparve.Tutto ciò in un baleno.Lord Pepe, rimasto lì, con la stecca in mano, senz'aver potuto giocare un solo colpo, impiegò due lunghi minuti a riaversi dallo stupore, poi si fece rosso di collera e bestemmiò fra i denti:—Palurdo ladron! Mañana yo te rompo la caveza! Ma in quel frattempo l'illustre Joe Wallace, il popolare [pg!266] Jo, era già salito al pian di sopra, forse per addormentarsi un po' ebbro nel calmo tepor coniugale d'una moglie sposata per interesse.Io dovetti ricorrere a tutta la mia moderazione per placare lo sdegno di Lord Pepe. Voleva sapere il numero dell'appartamento di Jo, salire, violarne il domicilio, prenderlo per il collo, buttarlo giù dalle scale; voleva scrivergli una lettera insolente, fargliela recapitare per mezzo d'un «boy»; voleva mandare me come ambasciatore, per pregarlo di scendere a pianterreno, anche se fosse già in pijama, onde aggiustare i conti con lui, don Josè Fernandez vizconde de Higuera, con lui, signore probabile del feudo di Zaraùz, che un volgare stalliere, un sudicio gabellatore di vecchie croste, si era permesso di trattare a quel modo, appioppandogli una dietro l'altra dodici perfette carambole, senza offrirgli la rivincita e senza permettergli di tirare nemmeno un colpo di stecca.Ma, eruttata in un vulcano di bestemmie, sfumata in una serqua di minacce omériche, la collera di Lord Pepe si ammansò come per incanto. Mentr'io temevo di vederlo trascendere a qualche atto inconsulto, quest'uomo ragionevole depose la stecca nella rastrelliera, si nettò una falange impolverata di gesso azzurro, e come se al mondo non esistesse nemmeno più un personaggio nominato Joe Wallace,—l'illustre e popolare Jo—ecco il sereno Lord Pepe accorgersi di avere appetito, e zufolando recarsi ad intervistare il barman per vedere qual genere di fredde vettovaglie fosservi ancora da prescegliere nella sua notturna dispensa.E poichè una solitaria pernice allietava quel rifugio di scarni gallinácei e di volgari giamboni, Lord Pepe, [pg!267] tutto giulivo, mi costrinse a dividere con lui quell'ultimo spuntino dell'ágape giornaliera.Fra le varie marche di Champagne,—generose fontane di sogno e di transumanazione,—quella che più induce alle intime, alle difficili confidenze, è senza dubbio la marca della Veuve Cliquot. Questa era l'opinione di Lord Pepe, ossia l'opinione d'un erudito in materia, che sapeva sottilmente variare i toni dell'ubbriachezza come un sapiente musicista varia le sue musiche preferite.Questo vino che portava il leggero nome d'una vedova, ci condusse naturalmente a parlar d'amore. Verso le due di notte, non prima,—(le ore che precedono sono ancora eccessivamente borghesi)—verso le due di notte l'uomo elegante, il saggio distributore della meridiana, esce da tutti que' discorsi che intesero ad altre cure de' suoi travagli diurni e leggermente si risolve a parlar d'amore. Queste ore prima dell'alba sono per lui un viatico a Citera, un dolce avviamento al desiderio ed alla critica dell'altro sesso, l'ora spirituale che rende il suo scetticismo proclive a tutte le confidenze.Infatti chi mai, se non un caporale di fanteria, potrebbe risolversi a parlar d'amore la mattina presto, od anche nelle prime ore del pomeriggio? L'amore, come lo spiritismo, ha bisogno di un'atmosfera semibuia. Quelli che fanno ballare i tavolini sanno benissimo che gli spiriti si prestano volontieri ad entrare sotto le gambe delle tavole, magari a scendere dai lontani Empírei per suggerire tre numeri del Lotto, purchè il silenzio ed il raccoglimento creino la necessaria medianità, quella specie di attesa tremante che induce i buoni spiriti ad entrare in comunione con gli uomini.[pg!268] Così press'a poco avviene per quello spirito ben più diffidente che si chiama l'Amore.Lord Pepe, assaporando il petto e le cosce di quella rotonda pernice, prese a narrarmi le intime storie de' suoi amori con Litzine. Litzine la bionda, la pura come una educanda, l'azzurro-venata come un alabastro, Litzine dalla gola di colomba, chiara e docile, distratta e sapiente...Io mi ricordavo l'alba davanti ai mare della Zurriola, nella stanza della peccatrice di Mágdala, ove saliva l'ultima canzone grigia del lentissimo fiume Urumea....E le rondini—pensavo—della bianca terra di Guipuzcoa si levano tutte a stormo, e trillano, questa mattina, per andare. Con l'ala tesa e ferma traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche di stelle, andranno per le vie dell'altomare. E canterà lo spazio, e i turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell'alta nuvola, dove la strada è bella. Rondini, e l'amore vi porterà verso la stella ultima; vi ucciderà, nel vento, la distanza implacábile; forse vedrete splendere il sole della terra più lontana.Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell'esilio, e due volte nell'anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...Sì, Lord Pepe, con questa ottima pernice un cuore di lattuga tagliato a metà, condito con olio, pepe, sugo d'uovo ed un pizzico di sénape, dev'esser proprio quello che ci vuole.E quando le mele renette, i fichi umidi, le nocciuole di bosco giunsero in un piccolo paniere, che sembrava [pg!269] fosse asperso di rugiada, Lord Pepe mise l'occhialetto—(cosa che non faceva quasi mai)—si rovesciò contro la spalliera della seggiola e venne fuori con questa innocentissima domanda:—¿Y Usted, Caballero? como fué con Madlen el primero certámen de nuptias?«Signore del feudo di Zaraùz, alludete voi forse a quello che gli antichi pedanti chiamavano «ius primae noctis»?... Io rimasi lì, con la forchetta infissa nel tórsolo giallo della mela renetta, e guardai sorridendo Lord Pepe, che sorridendo riguardava me. Infine risposi:—Mi sono fatto scrupolo a mia volta, caro Lord Pepe, di non ledere quella innegabile priorità che in ogni caso vi spetta...Dopo la qual confidenza, entrambi togliemmo dal paniere, con l'umido suo frutto, una foglia di fico.————[image]Madlen mi pose le sue braccia nude intorno al collo, e prese a raccontarmi questa lunga storia...«Se mio padre non si fosse occupato di politica, sarebbe stato, per lui e per me, una gran bella cosa. Quella sua manìa di tenere discorsi alla Camera dei Lordi assottigliò la sua ricchezza e gli fece perdere il miglior tempo della sua vita.[pg!270] Mia madre morì otto giorni dopo l'anniversario del mio settimo compleanno; mi ricordo che poco tempo innanzi, tornando da una recita al teatro di Corte, mi aveva regalata una bambola vestita con i ritagli d'un suo abito di broccato. E questa bambola, che si chiamava Jade, portò la sventura nella nostra casa; perchè, dopo la sua entrata, molte gravi cose vi accaddero.Non ho mai veduta una donna bella come fu mia madre. Là dove nacqui ne parlano ancora; le avevano dato il soprannome di Contessa Fata. Anche mio padre era un uomo bellissimo; però molto più vecchio di lei. Era stato ufficiale nelle Colonie; poi si era messo a far l'agricoltore, infine si era dato alla politica.Avevamo un grande castello, nell'alta Scozia, presso un vecchio borgo, dove tutti, come noi, eran cattolici.Dopo la morte di mia madre fui messa in un educandato francese nei dintorni di Parigi, e vi rimasi fin verso i quindici anni. Era una specie di clausura, fredda e severa, dalla quale ogni giorno più sentivo il bisogno di evadere. Quando feci ritorno al Castello, mio padre, assorto nella politica, non poteva occuparsi della mia educazione. Lord W., mio padre, apparteneva ad una famiglia di antichi immigrati; portava il nome d'una vecchia gente normanna che passò il Canale non saprei dire in qual secolo. Certo il nome che voi conoscete non è il mio. Per questa sua fedeltà verso la terra de' nostri antichi egli desiderava che mi fosse data una educazione in parte francese; a tal uopo fece venire da Bourges una istitutrice che gli avevano raccomandata.Questa fu Mademoiselle Odette. M'insegnava, oltre la letteratura francese, anche il pianoforte, il ricamo, la cucina e la buona educazione. Per mancanza d'altri [pg!271] maestri, il diácono Ralph, ch'era da poco venuto nel borgo, m'insegnava la storia sacra e profana, l'aritmetica, la botanica, il disegno, la letteratura, l'economia politica... non so bene quante cose m'insegnasse, con la sua voce dolorosa come la tentazione, il diácono Ralph! Così, verso i diciassette anni, ebbi tutta l'erudizione che occorre ad una signorina patrizia per trovar marito.Il diácono Ralph non pareva niente affatto un prete; c'era nella sua fisionomia qualcosa di malvagio e di splendente. Nessuno lo amava; nessuno conosceva bene in qual modo fosse capitato lassù. Forse vi scontava una punizione inflittagli dal clero, una specie di esilio che poteva durare per anni. Era un uomo bello e temibile, ancor giovine, con uno sguardo pieno di fredda inquietudine, la bocca luminosa ed impura. Forse non aveva più di trentacinque anni; ma le rughe incise nella immobilità della sua faccia pallida gli davano quel segno di forza che si vede nella maschera dei criminali e degli asceti. Quand'egli, con una voce equilibrata, un po' lenta, muovendo le palpebre de' suoi occhi freddi come l'argento, mi spiegava perchè fu mandato al supplizio frate Savonarola, io, senz'ascoltarlo, guardavo le sue piccole mani.Avevo allora diciassette anni.M.lleOdette era nata a Bourges, nel Barry, ed i suoi discorsi cominciavano spesso con questa frase: «Chez nous, dans la maison de mon père...» E parlava di questa «maison de son père» come se veramente si trattasse della culla d'una dinastia. Quando venne al Castello aveva quasi ventotto anni; era una creatura deliziosamente fina, piena di seduzione, di freschezza e [pg!272] di leggiadria. Non già che fosse molto seria, tutt'altro!... Ma i suoi dentini bianchi e le sue lunghe trecce bionde, il suo camminare a piccoli passi, e non so qual grazia leggera contenuta in ognuno de' suoi movimenti, attraevano la simpatia di chiunque la guardasse, anzi portavan un soffio di vita giovine in quel nostro vecchio Castello, dalle stanze per noi troppo solenni ed in parte anche disabitate. M.lleOdette suonava il pianoforte con vera maestrìa; cantava molto bene le sue vecchie canzoni di Francia; nei prati del parco giocava con me al volano come se avesse ancora la spensieratezza d'una fanciulla di vent'anni.Una sera, verso l'ora del pranzo, mio padre fece chiamare M.lleOdette nella grande biblioteca ov'egli teneva i registri della sua infelice amministrazione, e la fece chiamare in forma dirò così ufficiale, mandando il vecchio domestico James a dirle che Lord W. aspettava M.lleOdette nella sua biblioteca.Odette mi prese per mano, e scendemmo. Faceva quasi buio. Le tende si gonfiavano. I due finestroni aperti verso il parco lasciavano entrare a folate il vento serale, in cui pareva gocciolassero le resine dei pini. Lord W., mio padre, stava seduto alla sua scrivania, con i due gomiti su la cartella, e súbito m'accorsi che la mia presenza inattesa gli dava una certa preoccupazione.—Asseyez-vous, Mademoiselle Odette,—disse mio padre. Poi soggiunse:—Madlen pouvait très bien ne pas descendre avec vous.Poichè la sua osservazione rimase priva di risposta, Lord W., mio padre, mise in ordine alcuni scartafacci ch'erano su la scrivania, poi cominciò, con una voce monotona, questo grave discorso:[pg!273] —Ma situation financière n'étant plus aussi brillante qu'elle était autrefois, j'ai le devoir de réduire nos dépenses, afin de ne pas entamer la fortune de ma fille...—Poi si confuse, arruffò le parole in modo che non si comprendeva bene cosa volesse dire, e la conclusione fu questa: che M.lleOdette dovesse cercarsi un altro servizio, poichè, per mille ragioni non del tutto comprensibili, era opportuno che M.lleOdette se ne andasse via da casa nostra.Mi ricordo che M.lleOdette non rispose parola; solo si coverse la faccia con un braccio, e pianse, io, su per le scale, vedendo piangere Odette, cominciai a piangere anch'io.Non so bene cos'accadde: certo è che M.lleOdette non andò via. Non fece neanche i bauli; rimase triste qualche giorno, poi ricominciò a ridere. Dopo quel giorno Lord W., mio padre, non parlò più di allontanarla da casa nostra, ed anzi, quando vedeva M.lleOdette, la sua lunga faccia scura si rasserenava come per incanto.Il vecchio James, grigio, un po' curvo, ringhioso, testardo e fedele come un cane da guardia, sempre agghindato nella sua decrepita livrea filettata di giallo, non poteva soffrire «quella francesina», come la chiamava lui, ch'era venuta a comandare in casa d'altri ed anzi era stata ammessa, contro ogni regola della tradizione, alla nostra così deserta mensa familiare. La sua antipatia per «la francesina» era tanto acerba e così poco giustificata, che un bel giorno pensai di domandarne a lui stesso la ragione. Ora, quel giorno, io dovevo costruire una certa gabbietta per un grillo che mi avevano regalato; e, benchè mi fossi tagliuzzate le dita nell'acuminare [pg!274] legnetti e piuoli, era tempo sprecato, la mia gabbia mal connessa certo avrebbe lasciato scappare il grillo. Così mi rivolsi all'esperienza del vecchio James, che in quel pomeriggio un po' caldo si era seduto sotto il portico interno a prendere il fresco.—Ora vengo, miss Madlen,—rispose il vecchio James;—lasciátemi solo togliere la marsina, perchè non si sciupi. Andremo nel parco e vi costruirò la gabbia per il grillo. Ma il grillo dove l'avete?—L'ho chiuso in un cassettone.—E gli avete dato qualcosa da mangiare?—Sì, gli ho dato da mangiare.—Cosa gli avete dato?—Sotto un vaso ho preso un verme; poi tre mosche.—Ah, che sciocca! non sapete nemmeno cosa preferiscono i grilli!Poi, quando fummo nel bosco, egli scelse con molta cura i ramoscelli che gli occorrevano e cominciò piano piano a costruire la casa per il grillo. Faceva le legature con piccoli vincigli di solide stoppie; mentre lavorava, mi domandò:—E «la signorina francesina» dov'è, che non la si vede?—Ora è su in camera, e sta rinfrescando i miei pizzi.Il vecchio James sogghignò, e mi fece vedere tutti i suoi grossi denti gialli.—Ah! ah! se la passa bene in casa nostra, quella civetta che Dio la maledica!Io gli domandai:—James, perchè siete sempre così sgarbato con la povera Odette?—La povera Odette!... Ah! grazie! Per fortuna che voi siete innocente! Ma quando lo sarete un po' meno, [pg!275] anche voi domanderete alla «francesina» cosa fa la notte invece di dormire...—Poi si dette un gran colpo su la bocca, onde punirsi dell'aver parlato, e finì la costruzione della casa per il grillo.Ma quelle sue parole mi fecero d'un tratto indovinare molte cose. Io dunque mi proposi di scoprir da me sola cosa faceva «la francesina» invece di dormire, e, venuta la notte, in punta di piedi uscii dalla mia camera, mi recai dietro l'uscio della camera di Odette. Accostai l'occhio alla serratura; tutto era spento, non udii che il suo respiro addormentato.Vi andai la notte seguente. Fra le connessure dell'uscio, per la toppa della serratura, filtrava una luce che nell'oscurità pareva intensa. Udivo parlare sottovoce. Io, non so perchè, mi sentii così male, così male, che per un momento ebbi l'impressione di sentirmi piegare le ginocchia. Stavo su le mattonelle co' piedi scalzi; avevo molto freddo, i miei capelli sciolti mi cadevano su la faccia, su gli occhi. Poichè il cuore mi batteva troppo forte, con ambedue le mani mi compressi il petto, e forse allora per la prima volta, con una specie di paurosa gioia mi accorsi de' miei seni nascenti.Mi piegai, misi l'occhio alla serratura; ma per la disposizione dei mobili nella stanza non potevo riuscire a vedere che una finestra chiusa, il lavabo, una poltrona e solamente un pezzo del grande copripiedi rosso. Vedevo però assai bene, sotto le coltri, la forma del corpo di Odette, dalle ginocchia in giù, muoversi...Non saprei dire perchè, rimasi avvinta, ferma, piena di un'angoscia mai provata. Mi drizzai, volli fuggire; non potevo. Ancora dovetti piegarmi e paurosamente guardare. Il copripiedi stava per scivolare [pg!276] dal letto; era sconvolto, arruffato; la forma del corpo di Odette non si muoveva più. Le sue ginocchia, i suoi piedi, sollevavano appena la coltre; qualcun altro, che doveva essere più in là, si mosse, discese, camminò, se ne andò per un uscio interno. Avesse aperto quello dietro il quale io stavo, e non avrei nemmeno avuta la forza di muovermi, per fuggire.Tornò il silenzio; il silenzio profondo, assoluto, nella stanza, nel corridoio, nella casa addormentata. Passò un tempo del quale non ho memoria, poi vidi Odette scendere dal letto, cercare le pantofole, venire verso il mezzo della camera, fermarsi davanti al lavabo, versare acqua nei catini.Ora la vedevo splendidamente, nella cruda luce. Non aveva sopra di sè che i suoi lunghissimi capelli sciolti, i suoi capelli arruffati, stupendi, gonfi e lucidi, che le scendevano sino all'anca, impigliandosi e gonfiandosi ad ogni movimento su le perfette forme del suo corpo. Io, veramente, non avevo mai creduto che Odette fosse così bella, e poichè non avevo ancor mai veduta una donna del tutto nuda, guardavo lei, come se vedessi una cosa per me nuova nel mondo.Si lavava con minuzia e con attenzione, respirando forte; la sua faccia mi sembrò piena di stanchezza, di sofferenza, d'irritazione. S'incipriò, si fece la treccia, mise una bella camicia di fino batista; prese uno specchio, lo sollevò davanti ad un altro per guardarsi la nuca. Nella camicia trasparente vedevo così delinearsi la profondità dell'ascella oscura e nascere, come un forte bócciolo gonfio di gioventù, il seno impetuoso, che produceva una bella ombra nella tela fina.Volli andarmene; anzi pensai:—«Ora devo andarmene. [pg!277] È tardi; fa freddo; anche Odette fra poco spegnerà il lume...»Invece non potevo. Ero lì, sempre lì, curva, incatenata. Ed allora, senza bene intendere quel che facevo, d'un tratto la mia mano si alzò fino alla serratura, cercai di girare la maniglia, feci rumore.Odette venne all'uscio; vedendomi, s'impaurì.—«Che hai, Madlen? che fai?...»—Parlava sottovoce, turbata, con il suo respiro caldo. Io non risposi. Mi toccò la fronte, i capelli. Io non risposi. «Che fai, Madlen?...» Solamente i miei occhi piangevano, mentre non piangeva la mia gola, non la mia bocca, non io. «Perchè sei venuta, Madlen? Stai male?...»—«Sì...»E con tutta la mia debole forza m'avvinsi a quel suo braccio nudo. La trascinai. Venne con me, nella mia camera. Il mio letto era sconvolto. Mi coricai. La feci sedere su la coltre. Tenevo le sue mani, le sue braccia, le sue spalle. Avevo terribilmente voglia, non so perchè, di baciare la sua bocca. Le misi un braccio intorno al collo, intorno alla nuca, la sua bella nuca scintillante... Così la piegai, la costrinsi ad affondare il capo nel mio guanciale...Dormimmo.. . . . . . . . . . .In quella stanza era un trofeo d'armi; una immensa tavola nuda, macchiata d'inchiostro, logora dai tarli; due vecchi armadii, qualche sedia di velluto, un braciere pieno di cenere.Lì studiavo. Le finestre davano su la corte. Un vecchissimo cavallo di mio padre vi camminava tutta la mattinata. James lo teneva per la briglia. Si chiamava Ramir. Aveva, credo, vent'anni. Era stato il preferito [pg!278] hunter di mio padre, e gloriosamente aveva galoppato per tutta la contea. Negli ultimi anni lo attaccava qualche volta il fattore al suo barroccio, per farsi condurre ai mercati vicini; ma ora il barroccio stava nella rimessa con le stanghe all'aria, carico di ragnateli. Piuttosto che vendere Ramir, mio padre si sarebbe fatto amputare un braccio. Benchè non l'adoperasse mai, James doveva tutte le settimane lucidare la vecchia sella. Così, a furia di strofinarla, si era spelacchiata. E Ramir, ben satollo di fieno maggengo e di avena soffice, calpestava i ciottoli della corte, cacciandosi via le mosche. Io gli portavo zucchero e pane; Ramir, col suo muso bianco, mi sporcava di schiuma le camicette. Quando giungeva il diacono Ralph per impartirmi la sua lezione, sempre udivo il vecchio James dirgli:—Salga pure, signor diacono; la piccina è su che lo aspetta.Mi chiamava «la piccina», sebbene già di mezza fronte superassi la sua. Quando si è state piccole nelle braccia di un vecchio uomo, per quest'uomo non si diventa grandi mai.James, nella corte, faceva interminabili discorsi al furbo Ramir. Questi, ogni tanto, gli metteva il muso contro la spalla. Stando sempre insieme, seguitando a girare così, tutte le mattine, ormai da lunghi anni, erano giunti a somigliarsi un poco, l'uomo ed il cavallo; avevano qualche volta gli stessi movimenti. Tac... tac-tac-tac... e ogni tanto un inciampo.D'improvviso il diacono Ralph entrava. La sua faccia pallida e fredda non sorrideva mai. Si toglieva il mantello; mi guardava. Anzi mi guardava con attenzione, [pg!279] quasi volesse indovinare se avevo quella mattina l'anima pura. La sua statura un po' troppo alta s'irrigidiva qualche volta vicino alla mia; si fermava, come se in tutte le sue membra, in ogni suo movimento, fosse una specie di pericolo. Poi, d'un tratto, mi diceva quasi con ruvidità:—«Perchè vi siete lavata i capelli?» Oppure:—«Cos'è questo profumo che ora portate?»Io, con un singolare disagio, non gli rispondevo nemmeno. Però diventavo rossa. Il diacono Ralph aveva due crudeli occhi, troppo virili, troppo accesi di fiamma interiore. Spesso ero costretta, senza una ragione palese, a chinare i miei. Quando mi guardava, io provavo con irritazione la gioia d'esser bella. Fu il primo uomo davanti al quale m'accorsi del peso che avevano i miei capelli splendenti, della forma che aveva il mio corpo giovine.Quando non sapevo una cosa, egli s'irritava straordinariamente. Diceva:—«Non va! non va!—e si alzava, camminava per la stanza. Era troppo alto; non portava i capelli abbastanza corti, per un prete. Poi mi spiegava lentamente quello che non avevo compreso.Ma queste sue lezioni diventavano di giorno in giorno più faticose; non per quello che m'insegnava, ma per la sua presenza, per quel che v'era d'innaturale, di assorto, quasi di temibile in lui.Veniva la mattina, quand'ero da poco levata. I miei capelli brillavano; io lo sentivo; le mie mani profumate, se per caso toccavano la sua veste, vi lasciavano, come ali di farfalla, un po' di cipria.Qualche volta mi pareva che i suoi occhi si avvincessero alle mie nude caviglie. Di primavera le tre finestre aperte mandavano su a vampate, nei raggi del [pg!280] sole, il profumo nuovo delle violette. Spesso un colpo di vento scompigliava d'improvviso tutte le pagine de' miei libri. Ed io ridevo. Egli no. Egli seguitava a parlare, impassibile, un po' curvato su me. Qualche volta il suo respiro mi toccava le mani. Ciò mi dava noia. Quasi di nascosto le ritraevo. Allora i suoi occhi diventavano scuri. A poco a poco la sua voce mi girava intorno, come si gira intorno ad una preda. Quest'uomo di trentacinque anni, questo mio educatore, questo prete, aveva una faccia consumata, non saprei dire se dal vizio, dall'astinenza o dal dolore; sembrava intelligente: forse non lo era; sembrava un malato, un incatenato, un soggiogatore di uomini costretto a servirli, un distruttore di obbedienze curvato a fatica sotto il giogo dell'umiltà. Non mi parlava quasi mai di religione.Io non ero più innocente. Avevo già peccato, da me stessa, e pensando all'amore. Quando le mattine erano calde, o molto profumate, e i miei capelli, scuri, biondi, pesavano più del consueto, qualche volta la sua voce, così vicina al mio respiro, mi dava una specie di soffocazione; sentivo la sua presenza pesare su me, come una forza la quale tentasse di coricarmi, e v'eran momenti ne' quali mi toccava rovesciarmi all'indietro, chiudere gli occhi, un po' sopraffatta...Egli se ne avvedeva. Diventava pallido. Cessava d'improvviso dal parlare. Io pure. Si taceva. Tra quel silenzio sentivo nascere in me stessa il buon odore della mia nudità.Una mattina—(era quasi l'estate, faceva caldo, le praterie si muovevano, gonfie di profumo e di rumore)—una mattina io stavo scrivendo su quella tavola nuda, ruvida; egli era presso me, contro lo spigolo, e guardando [pg!281] la mia scrittura, con lentezza, con chiarezza mi dettava.Il sole entrò. A poco a poco invase la tavola. Giunse al mio gomito. Avvolse il mio braccio. S'impadronì della mia spalla. Fasciò la mia nuca. Toccò la mia guancia... Dovetti ritrarmi.Così gli ero più vicina. E il sole camminava. Dopo qualche istante illuminò di nuovo la mia mano, prese tutto il mio braccio, m'entrò nella bocca, rise ne' miei occhi... Dovetti ancora muovere la seggiola, sottrarmi a questo raggio che mi voleva, a questo fulgore che sempre più mi sospingeva, lentamente, verso il diacono Ralph.Quando fui di nuovo tutta nell'ombra, i miei occhi lo guardarono. Mi pareva di essere quasi nuda; il riflesso del sole mi rendeva trasparente. Le mie braccia calde, la mia gola viva, il mio seno gonfio di respiro, aspettavano quasi con impudicizia la irritata gioia di sentirsi offendere...Mi piegai; strinsi i gomiti; mi raccolsi tra le mani la faccia. Ora non vedevo più il sole. Ma lo sentivo a poco a poco salire, invadermi, abbracciarmi, ubbriacarmi... era in me, ne' miei sensi, nel colore de' miei vivi capelli, entrava, m'irradiava tutto l'essere, mi empiva di estate l'anima...E poichè i miei polsi erano congiunti, sentii che una mano li strinse, li piegò, mi curvò, smemorata, nella fiamma del raggio di sole...Quando capii che le mie vene troppo gonfie di primavera stavano per inginocchiarmi, tutta viva, tutta ebbra, sotto il potere della sua bocca, risi, risi, ancora ebbi la forza di ridere, nel sole, come una pazza...[pg!282] Non mi fece male. Se ne andò come un ubbriaco. Disse a mio padre che avevo tutto imparato. Non lo vidi più.

Così un giorno era entrato il pallido Galileo nel Tempio della dissoluta Gerusalemme, ed aveva gridato:—Fuori i mercanti! Fuori i simoniáci! Siano distrutti i banchi dei venditori di Dio!

E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le borse degli attoniti Farisei.

Ma ora chi entrerebbe a disperdere i mercanti della nuova Gerusalemme? Chi apparirebbe su la scena del teatro dove si rappresenta il dramma dell'umano dolore, [pg!251] a dire, come diceva il Battista:—«Uscite fuori dai tuguri, o percossi da tutte le sventure! Adesso è venuto il Messia vestito di bianco, il Redentore dalla mano trasparente, l'Annunziato nelle visioni dei Profeti, Quegli che parla coi doganieri ed amano le belle cortigiane, il Salvatore nostro, l'Uomo di tutte le penitenze, la Carne di Dio»?...

Ed ora giunsi vicino alla rupe di Massabielle, dov'era, nei giorni di Bernadette, la caverna de' caprifogli e degli spini.

Lentamente si avvicinava il principio della sera; una fluente musica d'acqua rupestre cadeva dai monti lontani. I bianchi monasteri, alti nella vallata, parevano confondersi tra il color del cielo. Qualcosa di eterno pioveva su quel sacro anfiteatro di monti: la vera luce dell'ombra, la paurosa elevazione dell'anima verso il pensiero di Dio.

Qualche mandria invisibile faceva risuonare i suoi campani per i boschi distanti e la folla sterminata pregava nella grande Esplanade; pregava con una specie d'immobile fervore, curva davanti alla Basilica, nel musicale silenzio del giorno che moriva.

E le Chiese di Lourdes cantarono. Questo rumore di bronzi e di anime volò per l'infinito. Era la sofferenza eterna che si alzava dal cuore degli uomini, usciva dalle piaghe della carne, dalle convulsioni dello spirito, cercava il senso del dolore nella musica della eterna poesia.

Ciò che poteva parere assurdo, ecco diveniva una sublime possibilità. La luce morente spegneva nelle fisionomie degli uomini la lor vana collera d'incatenati al [pg!252] giogo terrestre; solo ed infinito rimaneva, sopra una grande folla di anime, il senso del dolore.

Chiese di Lourdes!... povere chiese degli uomini, poveri templi d'oro e d'alabastro, teatri della speranza, rifugi della umana paura... cantate, o chiese di Lourdes!...

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Sarò un monaco.

Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de' miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.

Un bel monastero, chiuso nella pace di alte solitudini, mi sarà l'ultimo esilio dalle tentazioni del mondo, la tomba ove seppellirò il mio cuore di navigante.

Lontano dal claustro, di là dal cancello sprangato nella bianca muraglia, oltre il silenzio delle buie pinete, ancora sentirò con follìa ridere il mondo, le orchestre cantare, le giovini donne urlare nelle coltri sconvolte, ove uccideranno, sotto il bacio degli amanti, la pallida loro verginità...

Ivi sarà la pace, la fredda pace, la perpetua lontananza dai paradisi della vita, il finale oblìo.

Sarò un monaco.

Ne' miei timpani rumorosi di lontani tripudii batterà il fragore delle città oceaniche, l'urto infinito, pericoloso, della umana gente, la forza de' commerci terribili, delle imprese violente, il grido pazzo e formidabile della umana volontà.

[pg!253] Nel mio cuore disamorato splenderà la rinunzia, brucerà il dolore della solitudine, come sul giogo altissimo arde il nevaio scintillante.

E sarò il vero oltrepassato, il calmo, l'annoiato, il passato al di là, quegli che non dovrà più ardere nei roghi e negli inferni della vita. O donne belle come i vent'anni, profumate come il vizio, voluttuose come l'odor del cínnamo ne' cálici gonfi d'estate, donne sepolte per sempre nel mio cuore di navigante, la muraglia bianca del claustro mi dividerà dai vostri caldi tálami, e il vento notturno porterà nella mia cella disperata l'odore forte come l'assenzio della vostra nudità perdutissima...

Passerò le mie giornate oziose guardando il filo d'acqua scaturire, il seme dare germoglio, la formica diligente ordinare la sua città laboriosa; e conoscerò le stelle, conoscerò le azzurre meditazioni delle veglie davanti all'infinito; una vecchia biblioteca sarà l'universo del mio spirito disumanato; ne' libri degli antichi solitari cercherà l'esilio definitivo quest'anima fredda in cui pesa la cenere d'ogni fiamma che mi arse.

Dopo essere stato lo squassatore di tutte le fiaccole, sarò il monaco delle più nere discipline. Il sole dei rossi desiderii tramonterà nella mia carne spenta. Io, diviso da ogni voluttà che brucia, non sentirò mai più contorcersi nel serpaio di me stesso la gioia infernale di crocifiggere alle infamate gogne del mondo l'anima del mio passante iddio.

Sarò un monaco.

E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio monastico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose cortigiane. Il piede [pg!254] mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo del l'inverno, serrato fra le corregge dei sandali d'umiltà. Una squallida barba castana, con qualche filo biondo, contornerà l'inciso pallore del mio volto notturno.

E la sera, talvolta, quando le stelle dei mesi d'estate invadon le celle dei claustri, e trema di folle rinunzia nei monaci la deserta solitudine, io, che discinta e nuda possedetti la folle giovinezza, sentirò il peso di tutta la miseria umana affondar nella cenere del mio cuore spento, e sarò con gli offesi, con gli umili, per sempre, in comunione di dolore.

Povero monaco, frate minore, spegnerò la carne maledetta nel gelo della vera estinzione.

E nell'inverno, e nei mesi del vento, e quando l'autunno trascinerà sui mattoni della mia cella qualche ape morta, io, desolato come la rassegnazione, arido come il ragionamento, povero come il mio capestro, penserò a voi, beate ore che trascorsi nelle perdizioni della vita, giorni luminosi e caldi come il peccato carnale, a voi, divine ingannatrici, che al petto ignude strinsi come fasci di fiori selvaggi...

Monaci, e nel mio cuore suonerà la campana del mio De Profundis...

Monaci, e se a me chiederete chi ero nel folle mondo, prima di portare come voi la bianca tonsura e l'umile saio, dirò:—Monaci, uno straniero in me stesso, che amava lo stupendo rumore. Un saggio, innamorato della follìa. Un pazzo, un pazzo, che voleva trovare, chissà perchè, nelle fogne della vita il colore delle stelle...

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«Signore mio Lord Pepe, non posso che darvi ragione. Lourdes è una triste fiera dei miracoli, dove si vende Cristo e si esorcizzano le piaghe de' cristiani; una bottega di atroce medievalità, ove governan senza pudore il fanatismo e la superstizione. Questa insolente impresa di alberghi e di monasteri, di ceramica sacra e di candele istoriate, ha per sua fondatrice involontaria la figlia d'un povero mugnaio, che disturbò notevolmente, con il rumore de' suoi miracoli, gli ozî parigini del terzo Napoleone.

Signore mio Lord Pepe, voi siete—come io ben conosco—l'ultimo rampollo di una vecchia gente cristianissima, e siete un gagliardo possessore di femmine disoneste, un fino artefice del lieto vivere, un amabile fanatico della religione di Vatel:—questa buia Lourdes, invasa di storpi e di catecúmeni, certo non è il teatro che si conviene ad un giovine hidalgo pari vostro. Sebbene imbevuto di ortodossìa fin dentro le midolle degli ossi, pur, nel cattolico epicureismo del vostro feliceubi consistam, non è luogo per l'umano dolore. Il senso del mondo per voi si compendia—unica teologia—nel perfetto piacere.

Signore mio Lord Pepe, voi siete un vero credente.

[pg!256] Nel passare davanti ai tabernacoli non dimenticate il segno della croce; per istrada lasciate il passo al maestoso clero cattolico; fors'anche recitate il Pater e l'Ave, ogni sera, prima di coricarvi con Litzine. Gesù Cristo vi serve inoltre a formulare qualche sonora e pittoresca bestemmia; la vostra fede, altrettanto superficiale quanto inestirpabile, vi aprirà la via del Paradiso, allorchè, al termine di tutte le gioie della vita, voi pure dovrete comporre la vostra spoglia elegante in un freddo cimitero.

I pellegrinaggi, la follìa mistica, il traffico delle mercanzìe religiose, la Fontana dei Miracoli:—ecco, signore mio Lord Pepe, un certo numero di cattoliche seccature, alle quali, voi credente, preferite i miracoli dello scomunicato baccarà. Per avere il capriccio di strofinarsi a que' mille contaminati, bisognava esser pazzi come la folle Madlen, od essere—voi dicevate Lord Pepe—«un extraño caballero como Usted.»

Orbene, in questo gran disordine della fiera umana, quali dovremo noi scegliere, per disciplina dello spirito nostro, fra i sacri ed i profani mercanti di paradisi? Chi è nel giusto? chi è più presso alla vena d'oro, fra questi cercatori di felicità?

Gli uni e gli altri méntono; questi e quelli méntono. La vita è una volgare sciocchezza. Mente il dolore, mente il piacere.

Lasciate gemere le campane, cantare le orchestre: tutto questo non è in fondo che un po' di rumore...

Si passa, Lord Pepe. La strada è ciò che importa; la polvere della strada è ciò che pesa; voi sarete un uomo giusto quando saprete perdonare al mondo l'infinita sua vanità.

[pg!257] Perchè sorridete ora, vedendo migliaia di pellegrini che vanno ad intinger le dita nella Fontana della rupe di Massabielle? Vanno ad ubbriacarsi d'un sogno,—il sogno dell'umile pascolatrice—e tutti camminando cantano:

—Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix...

Si passa, Lord Pepe!... Il sogno è ciò che importa; la delusione d'un sogno è ciò che pesa.

Ed io vi dico:—Non ridete; se davanti a noi cammina un vecchio uomo, scarno e gigantesco, tutto vestito di nero, col bracciale dei servi di Gesù e nel pugno un cero enorme che sembra la clava di Ercole...

Questo gigante non fa che ripetere con profonda umiltà:

—Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix...

Porta un solino di celluloide, i guanti bianchi, di buio cotone; la sua mascella scarna trema, tagliata nel mezzo dal colore falso de' suoi lunghi baffi tinti.

Non è che un pellegrino fra mille, una vecchia bestia paurosa e docile, un cristiano che regge col suo braccio stanco la pesante fiaccola bene istoriata, e prega, umile, infaticabile, con la mascella scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti.

Ha forse una figlia inferma, un parente in agonìa, taluno de' suoi che marcisce dentro una barella oscillante, sopra una gruccia complicata; forse porta egli stesso un male giallo e nascosto che rode la sua vecchia carne o gli scava l'incurabile anima; forse non è che un devoto, un pio, l'uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con il solino di celluloide, il bracciale dei servi di Gesù...

Signore mio Lord Pepe, siamo nel millenovecento [pg!258] dodici; la terra di Francia è una repubblica dove si coltiva il libero pensiero; le sue città infernali bruciano di fredda elettricità; l'oro d'ogni terra fluisce dietro le sue vetrine scintillanti; è il secolo nuovo dello Stato laico e della plebe tiranna; si muovono dalle catene infrante le orgogliose democrazie; gli altari divengono teatri; la giustizia è recitata con sfarzo da magnifici istrioni; è l'ora dei commerci terribili, delle ricchezze brutali, delle cáttedre positive, delle cliniche infallibili, dei laboratori onde forse uscirà, imprigionato nel crogiuolo di un divino alchimista, l'elettrone della vita... e v'è ancora un pellegrino di Cristo, che viene cantando alla Fontana di Lourdes, l'uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con la mascella scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti...

Sono centomila e centomila; vengono da tutte le chiese, affluiscono dalle corsìe degli incurabili, dalle galere di tutte le infermità; nei loro immobili occhi splende la follìa dei portatori di stígmate; nella loro carne macerata s'incidono le piaghe del Calvario; un paralitico si alza: e il popolo grida; i ciechi vedono, i muti parlano, i lebbrosi guariscono:—e il popolo grida; entro la piscina fredda e letale il cadavere assiderato riacquista il calore della vita... è il secolo di tutte le irriverenze:—cantate, o chiese di Lourdes!...

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«Cara Litzine, confidate a me le vostre pene. Vedo che siete questa sera tutta rannuvolata, e si direbbe che la gita a Lourdes vi abbia lasciato sul cuore il peso d'una mistica malinconia. Continuerete ora per un pezzo ad introdurre franchi d'argento nel ventre insaziabile di questa macchina infernale? Persuadétevi, Litzine: è un passatempo disastroso, che ingoierebbe franco per franco il tesoro delle miniere di Golconda. L'ingegneria moderna costruisce con matematica inesorabilità questi balocchi pericolosi che allietano le ore d'ozio nei vestiboli dei grandi alberghi. Non dáteli a questa macchina ingorda; fate una pia elemosina con i vostri lucidi franchi d'argento.

Eccoci tornati alle Bagnères de Bigorre; Madlen è ancor sopra che si veste per l'ora di cena; Lord Pepe... dov'è Lord Pepe? Cos'è accaduto fra voi e Lord Pepe? Una piccola scena?...

Sì, una piccola scena di gelosia. Nuvole d'estate nel cielo sereno dell'amore; violente irritazioni che si risolvono in bufere di baci.

Ed io ne so la causa; Lord Pepe ha ragione. Quando si ama un uomo, bisogna odiare tutti gli altri. La donna che appartiene ad un uomo deve segregarsi dal genere umano. Invece voi siete rimasta non meno di [pg!260] un quarto d'ora a discorrere, a sorridere, a fare insomma la civetta con Joe Wallace.

Come dite, Litzine? Che voi conoscevate Joe Wallace prima di Lord Pepe?—Sia pure; non è questa una buona ragione. Lo avete conosciuto probabilmente quando Joe Wallace, il popolare Jo, era un jockey di cartello, ed a Longchamps, per entrare nelle vostre grazie, vi comunicava i suoi favoriti. Ma non è questa una buona ragione. Ora egli ha sposata una donna molto ricca, si è lasciato crescere di peso e fa l'antiquario. Questa è tutt'altro che una buona ragione. L'arte ha i suoi conoscitori, lo sport le sue vere glorie, ma voi potevate contentarvi di fargli un piccolo saluto, e camminare via con quell'aria intangibile delle donne che appartengono ad un amante serio. Invece vi siete fermata, gli avete sorriso, ed io, con l'udito fino che mi distingue, ho benissimo inteso il principio della vostra conversazione.

Joe Wallace vi ha detto:—Buona sera, Litzine!—Gli avete risposto:—Buona sera, Jo!—Vi ha domandato:—Siete sola, Litzine?—Gli avete risposto:—Ho un amico, Jo.—Ha insistito:—Siete innamorata, Litzine?—Avete risposto:—Niente affatto, Jo!... In quel momento passava Lord Pepe.

Egli, da perfetto gentleman educato a Londra, finse di non dare alcun peso a questo leggero inconveniente ma più tardi, quando fu nella vostra camera, il sangue della Vecchia Castiglia ribollì nelle sue vene britanniche.

Si capisce, mia cara Litzine! In quell'uomo c'era un jockey ed un antiquario: due mestieri singolarmente pieni di attrattive, che divengono irresistibili quando il caso li fa convergere in un uomo solo.

[pg!261] Io pure amo i fantini e prudentemente vénero gli antiquari; ma debbo confessarvi, Litzine, che al simpatico Lord Pepe non saprei dar torto. Per vedervi così leggermente farfalleggiare col popolare Jo, non valeva la pena che il nobile hidalgo vi contendesse al fior fiore di due continenti, quando a Biarritz dividevate il vostro giorno solare fra le colazioni di Crisópulo il Greco, le cene di Ned l'Americano, e i tè intimi del marchese Sciogatsu, ovverossia il marchese Capo d'Anno.

Adesso vi consiglio, cara Litzine, di abbandonare la macchina infernale, perchè in tutto l'albergo non si trova più un solo franco d'argento. Poi, la casella azzurra con la stella d'oro—quella che fa cadere la pioggia di Dánae—uscirà forse una volta su mille, se pur non succede nulla di ancor meno propizio nel regolare calcolo delle probabilità.

Il calcolo delle probabilità:—ecco invece, cara Litzine, la suprema e filosofica legge della vita. Nella matematica universale degli avvenimenti umani accade quel tanto che deve accadere: null'altro. Per un uomo felice, mille devono patire; per uno che vince, mille devono perdere.

Non è giusto?...

Che importa? È giusto matematicamente.

Il calcolo delle probabilità insegna che, fra i nostri tentativi, dieci almeno debbono essere infruttuosi ed uno solo può riuscire; che, fra i nostri pensieri, uno soltanto può non essere del tutto falso, fra i nostri amori uno soltanto non del tutto inutile, fra le mille strade che percorriamo una sola chiara ed inevitabile: quella del cimitero.

[pg!262] Il calcolo delle probabilità fa intendere che nell'accozzaglia delle vicende umane il caso fortuito è quello che governa tutto quanto avviene, mentre una sola disciplina conta nell'infinito, quella che si riduce ad una espressione, o meglio ad una ipotesi numerica.

Noi siamo cifre, cara Litzine. Il tempo ci moltiplica, ci sottrae, fa di noi un'algebra complicata ed apparentemente esatta, ci coinvolge in sottili formule ove la nostra vana spiritualità cerca un senso ulteriore, mentre una sola cifra è quella che in tutto e per tutti ha ragione d'essere:—la cifra «zero».

E i biscazzieri, che sono grandi filosofi, come vedete l'hanno tenuta per sè.

Non continuate a far cadere i vostri piccoli franchi d'argento nel ventre metallico di questa fiera ingorda; essa, come tutte l'altre soverchierie che dànno la ricchezza nel mondo, ha tenuta per sè la cifra zero.

E poichè siamo stati oggi a Lourdes, cara Litzine, lasciátemi dire un'ultima sciocchezza.

Il calcolo delle probabilità insegna che su mille condannati a morte ce n'è sempre uno, il quale, come dicono anche i medici, guarisce «miracolosamente»; insegna che uno fra gli aspetti clinici della pazzia religiosa è precisamente quello di rendere il corpo atto a supplizi che parrebbero mortali ed a rinnovazioni organiche tuttora ignote alla scienza, ma dovute senza dubbio a straordinarie possibilità della forza nervosa; ed insegna che l'uomo è un vecchio spettatore di miracoli, un vecchio bimbo attonito, il quale ha sempre amato lasciarsi prendere nelle trappole de' giocolieri...

Infine, cara Litzine, per togliere al prossimo i piccoli franchi d'argento il miglior espediente non è già la [pg!263] costruzione di queste macchine infernali, dove, premendo una leva, il disco gira con velocità e si attende, ma sempre invano, il rumore della pioggia di Dánae...

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Lord Pepe non aveva sonno; io neppure. Madlen e Litzine erano salite nelle rispettive camere, dove probabilmente, nello scambiarsi una lunga visita prima di andare a letto, avrebbero incominciato a parlare di noi,—come noi di loro.

La sala del bigliardo e quella del bar non erano divise che da un'arcata. Lord Pepe—uomo calmo, preciso e logico, era un forte giocatore di carambola. Io, sbadato, nervoso, illogico, perdetti con disonore tre partite.

Il bigliardo è geometria; la geometria è logica.

Vedevamo il fantino-antiquario, l'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, sorbire con lentezza un quinto, poi un sesto, poi un settimo gin-cock-tail.

Il gin-cock-tail è alcool a novanta gradi; l'alcool è poesia.

Quest'uomo, nato per la velocità e divenuto conoscitore di ruderi, dimenticava nell'ebbrezza del bicchiere le compatte cosce d'una moglie sposata per interesse. Forse vedeva un falso-Rembrandt brillare sul disco del traguardo in un Gran Premio di Longchamps; forse [pg!264] una fisionomia del Velasquez gli si confondeva con quella dello starter, mentre i discepoli del Tiziano entravano a mutarsi la casacca nello spogliatoio de' fantini...

L'alcool distrugge l'esattezza dei confini; per questo l'alcool è superumanazione.

Povero Jo!... non era forse meglio guidare alla vittoria un buon polledro di M.rEdmond Blanc, che studiare con la lente una ipotetica Madonna del Beato Angelico? Non era meglio riscuotere gli applausi deliranti o le minacciose bestemmie del pubblico di Longchamps, che tastare con nocche attente la Vecchia Cina ed inventare il romanzo d'un frammento attribuito a Fragonard?

Povero Jo!... non vi conosco, eppure mi siete simpatico. Mi siete simpatico, perchè in voi c'è un uomo che deve amare il suo passato, i suoi giorni di quando era povero, di quando la sua bellezza era nella velocità...

Tre uomini ed una signora giuocavano al bridge. Prima di risolversi a buttare una carta sul tappeto essi riflettevano con accigliate fisionomie, quasi avessero ponderato un comma del proprio testamento. La loro tetraggine mi faceva pensare ai conciliaboli segreti della Santa Inquisizione, alle congiure notturne del fosco Medio-Evo, ad una fatale partita fra quattro despoti, ove ognuno si giocasse il regno e la vita.

No: stavano solo giocando «un contre à sans atout»—avvenimento che, dicono, sia di capitale importanza nel secolo ventesimo.

Una cocotte prendeva il tè. Adocchiava un giovinetto biondo. Questi fissava con pudore la punta de' suoi scarpini da ballo.

Due Inglesi guardavano la loro bottiglia di Pale Ale, come si guarda la propria moglie quand'è incinta: ossia [pg!265] con apprensione e con affetto. Il barman discorreva con i clienti ch'erano seduti su alti sgabelli, contro il suo banco; numerava l'incasso, verificando i sigari venduti.

Un'altra cocotte si congiunse alla prima. E questa comandò al barman un'ala di pollo freddo. Era il tocco; la Francia dormiva; Lord Pepe fece l'ultima carambola.

Basta, Lord Pepe. Ho perduto e basta.

L'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, che aveva osservato il nostro gioco, allora si levò dal tavolino del settimo gin-cock-tail e venne a presentarsi, poichè intendeva giocare una partita. Disse a Lord Pepe:

—«Vous êtes l'amant d'un très jolie femme, oh, yes! Litzine, très jolie femme! Je suis Joe Wallace.»

Lord Pepe fu molto garbato, e il popolare Jo gli propose:

—«Voulez-vous, sir, douze points avec moi? oh, yes!»

Lord Pepe mise le biglie in acchito, e rispose al popolare Jo:

—It is your play, mister Jo.

Questi comandò un gin-cock-tail, fece il primo punto, poi ne fece altri undici di séguito, depose la stecca, vuotò il bicchiere, disse a Lord Pepe:

—Good night, sir,—e scomparve.

Tutto ciò in un baleno.

Lord Pepe, rimasto lì, con la stecca in mano, senz'aver potuto giocare un solo colpo, impiegò due lunghi minuti a riaversi dallo stupore, poi si fece rosso di collera e bestemmiò fra i denti:

—Palurdo ladron! Mañana yo te rompo la caveza! Ma in quel frattempo l'illustre Joe Wallace, il popolare [pg!266] Jo, era già salito al pian di sopra, forse per addormentarsi un po' ebbro nel calmo tepor coniugale d'una moglie sposata per interesse.

Io dovetti ricorrere a tutta la mia moderazione per placare lo sdegno di Lord Pepe. Voleva sapere il numero dell'appartamento di Jo, salire, violarne il domicilio, prenderlo per il collo, buttarlo giù dalle scale; voleva scrivergli una lettera insolente, fargliela recapitare per mezzo d'un «boy»; voleva mandare me come ambasciatore, per pregarlo di scendere a pianterreno, anche se fosse già in pijama, onde aggiustare i conti con lui, don Josè Fernandez vizconde de Higuera, con lui, signore probabile del feudo di Zaraùz, che un volgare stalliere, un sudicio gabellatore di vecchie croste, si era permesso di trattare a quel modo, appioppandogli una dietro l'altra dodici perfette carambole, senza offrirgli la rivincita e senza permettergli di tirare nemmeno un colpo di stecca.

Ma, eruttata in un vulcano di bestemmie, sfumata in una serqua di minacce omériche, la collera di Lord Pepe si ammansò come per incanto. Mentr'io temevo di vederlo trascendere a qualche atto inconsulto, quest'uomo ragionevole depose la stecca nella rastrelliera, si nettò una falange impolverata di gesso azzurro, e come se al mondo non esistesse nemmeno più un personaggio nominato Joe Wallace,—l'illustre e popolare Jo—ecco il sereno Lord Pepe accorgersi di avere appetito, e zufolando recarsi ad intervistare il barman per vedere qual genere di fredde vettovaglie fosservi ancora da prescegliere nella sua notturna dispensa.

E poichè una solitaria pernice allietava quel rifugio di scarni gallinácei e di volgari giamboni, Lord Pepe, [pg!267] tutto giulivo, mi costrinse a dividere con lui quell'ultimo spuntino dell'ágape giornaliera.

Fra le varie marche di Champagne,—generose fontane di sogno e di transumanazione,—quella che più induce alle intime, alle difficili confidenze, è senza dubbio la marca della Veuve Cliquot. Questa era l'opinione di Lord Pepe, ossia l'opinione d'un erudito in materia, che sapeva sottilmente variare i toni dell'ubbriachezza come un sapiente musicista varia le sue musiche preferite.

Questo vino che portava il leggero nome d'una vedova, ci condusse naturalmente a parlar d'amore. Verso le due di notte, non prima,—(le ore che precedono sono ancora eccessivamente borghesi)—verso le due di notte l'uomo elegante, il saggio distributore della meridiana, esce da tutti que' discorsi che intesero ad altre cure de' suoi travagli diurni e leggermente si risolve a parlar d'amore. Queste ore prima dell'alba sono per lui un viatico a Citera, un dolce avviamento al desiderio ed alla critica dell'altro sesso, l'ora spirituale che rende il suo scetticismo proclive a tutte le confidenze.

Infatti chi mai, se non un caporale di fanteria, potrebbe risolversi a parlar d'amore la mattina presto, od anche nelle prime ore del pomeriggio? L'amore, come lo spiritismo, ha bisogno di un'atmosfera semibuia. Quelli che fanno ballare i tavolini sanno benissimo che gli spiriti si prestano volontieri ad entrare sotto le gambe delle tavole, magari a scendere dai lontani Empírei per suggerire tre numeri del Lotto, purchè il silenzio ed il raccoglimento creino la necessaria medianità, quella specie di attesa tremante che induce i buoni spiriti ad entrare in comunione con gli uomini.

[pg!268] Così press'a poco avviene per quello spirito ben più diffidente che si chiama l'Amore.

Lord Pepe, assaporando il petto e le cosce di quella rotonda pernice, prese a narrarmi le intime storie de' suoi amori con Litzine. Litzine la bionda, la pura come una educanda, l'azzurro-venata come un alabastro, Litzine dalla gola di colomba, chiara e docile, distratta e sapiente...

Io mi ricordavo l'alba davanti ai mare della Zurriola, nella stanza della peccatrice di Mágdala, ove saliva l'ultima canzone grigia del lentissimo fiume Urumea....

E le rondini—pensavo—della bianca terra di Guipuzcoa si levano tutte a stormo, e trillano, questa mattina, per andare. Con l'ala tesa e ferma traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche di stelle, andranno per le vie dell'altomare. E canterà lo spazio, e i turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell'alta nuvola, dove la strada è bella. Rondini, e l'amore vi porterà verso la stella ultima; vi ucciderà, nel vento, la distanza implacábile; forse vedrete splendere il sole della terra più lontana.

Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell'esilio, e due volte nell'anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...

Sì, Lord Pepe, con questa ottima pernice un cuore di lattuga tagliato a metà, condito con olio, pepe, sugo d'uovo ed un pizzico di sénape, dev'esser proprio quello che ci vuole.

E quando le mele renette, i fichi umidi, le nocciuole di bosco giunsero in un piccolo paniere, che sembrava [pg!269] fosse asperso di rugiada, Lord Pepe mise l'occhialetto—(cosa che non faceva quasi mai)—si rovesciò contro la spalliera della seggiola e venne fuori con questa innocentissima domanda:

—¿Y Usted, Caballero? como fué con Madlen el primero certámen de nuptias?

«Signore del feudo di Zaraùz, alludete voi forse a quello che gli antichi pedanti chiamavano «ius primae noctis»?... Io rimasi lì, con la forchetta infissa nel tórsolo giallo della mela renetta, e guardai sorridendo Lord Pepe, che sorridendo riguardava me. Infine risposi:

—Mi sono fatto scrupolo a mia volta, caro Lord Pepe, di non ledere quella innegabile priorità che in ogni caso vi spetta...

Dopo la qual confidenza, entrambi togliemmo dal paniere, con l'umido suo frutto, una foglia di fico.

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Madlen mi pose le sue braccia nude intorno al collo, e prese a raccontarmi questa lunga storia...

«Se mio padre non si fosse occupato di politica, sarebbe stato, per lui e per me, una gran bella cosa. Quella sua manìa di tenere discorsi alla Camera dei Lordi assottigliò la sua ricchezza e gli fece perdere il miglior tempo della sua vita.

[pg!270] Mia madre morì otto giorni dopo l'anniversario del mio settimo compleanno; mi ricordo che poco tempo innanzi, tornando da una recita al teatro di Corte, mi aveva regalata una bambola vestita con i ritagli d'un suo abito di broccato. E questa bambola, che si chiamava Jade, portò la sventura nella nostra casa; perchè, dopo la sua entrata, molte gravi cose vi accaddero.

Non ho mai veduta una donna bella come fu mia madre. Là dove nacqui ne parlano ancora; le avevano dato il soprannome di Contessa Fata. Anche mio padre era un uomo bellissimo; però molto più vecchio di lei. Era stato ufficiale nelle Colonie; poi si era messo a far l'agricoltore, infine si era dato alla politica.

Avevamo un grande castello, nell'alta Scozia, presso un vecchio borgo, dove tutti, come noi, eran cattolici.

Dopo la morte di mia madre fui messa in un educandato francese nei dintorni di Parigi, e vi rimasi fin verso i quindici anni. Era una specie di clausura, fredda e severa, dalla quale ogni giorno più sentivo il bisogno di evadere. Quando feci ritorno al Castello, mio padre, assorto nella politica, non poteva occuparsi della mia educazione. Lord W., mio padre, apparteneva ad una famiglia di antichi immigrati; portava il nome d'una vecchia gente normanna che passò il Canale non saprei dire in qual secolo. Certo il nome che voi conoscete non è il mio. Per questa sua fedeltà verso la terra de' nostri antichi egli desiderava che mi fosse data una educazione in parte francese; a tal uopo fece venire da Bourges una istitutrice che gli avevano raccomandata.

Questa fu Mademoiselle Odette. M'insegnava, oltre la letteratura francese, anche il pianoforte, il ricamo, la cucina e la buona educazione. Per mancanza d'altri [pg!271] maestri, il diácono Ralph, ch'era da poco venuto nel borgo, m'insegnava la storia sacra e profana, l'aritmetica, la botanica, il disegno, la letteratura, l'economia politica... non so bene quante cose m'insegnasse, con la sua voce dolorosa come la tentazione, il diácono Ralph! Così, verso i diciassette anni, ebbi tutta l'erudizione che occorre ad una signorina patrizia per trovar marito.

Il diácono Ralph non pareva niente affatto un prete; c'era nella sua fisionomia qualcosa di malvagio e di splendente. Nessuno lo amava; nessuno conosceva bene in qual modo fosse capitato lassù. Forse vi scontava una punizione inflittagli dal clero, una specie di esilio che poteva durare per anni. Era un uomo bello e temibile, ancor giovine, con uno sguardo pieno di fredda inquietudine, la bocca luminosa ed impura. Forse non aveva più di trentacinque anni; ma le rughe incise nella immobilità della sua faccia pallida gli davano quel segno di forza che si vede nella maschera dei criminali e degli asceti. Quand'egli, con una voce equilibrata, un po' lenta, muovendo le palpebre de' suoi occhi freddi come l'argento, mi spiegava perchè fu mandato al supplizio frate Savonarola, io, senz'ascoltarlo, guardavo le sue piccole mani.

Avevo allora diciassette anni.

M.lleOdette era nata a Bourges, nel Barry, ed i suoi discorsi cominciavano spesso con questa frase: «Chez nous, dans la maison de mon père...» E parlava di questa «maison de son père» come se veramente si trattasse della culla d'una dinastia. Quando venne al Castello aveva quasi ventotto anni; era una creatura deliziosamente fina, piena di seduzione, di freschezza e [pg!272] di leggiadria. Non già che fosse molto seria, tutt'altro!... Ma i suoi dentini bianchi e le sue lunghe trecce bionde, il suo camminare a piccoli passi, e non so qual grazia leggera contenuta in ognuno de' suoi movimenti, attraevano la simpatia di chiunque la guardasse, anzi portavan un soffio di vita giovine in quel nostro vecchio Castello, dalle stanze per noi troppo solenni ed in parte anche disabitate. M.lleOdette suonava il pianoforte con vera maestrìa; cantava molto bene le sue vecchie canzoni di Francia; nei prati del parco giocava con me al volano come se avesse ancora la spensieratezza d'una fanciulla di vent'anni.

Una sera, verso l'ora del pranzo, mio padre fece chiamare M.lleOdette nella grande biblioteca ov'egli teneva i registri della sua infelice amministrazione, e la fece chiamare in forma dirò così ufficiale, mandando il vecchio domestico James a dirle che Lord W. aspettava M.lleOdette nella sua biblioteca.

Odette mi prese per mano, e scendemmo. Faceva quasi buio. Le tende si gonfiavano. I due finestroni aperti verso il parco lasciavano entrare a folate il vento serale, in cui pareva gocciolassero le resine dei pini. Lord W., mio padre, stava seduto alla sua scrivania, con i due gomiti su la cartella, e súbito m'accorsi che la mia presenza inattesa gli dava una certa preoccupazione.

—Asseyez-vous, Mademoiselle Odette,—disse mio padre. Poi soggiunse:—Madlen pouvait très bien ne pas descendre avec vous.

Poichè la sua osservazione rimase priva di risposta, Lord W., mio padre, mise in ordine alcuni scartafacci ch'erano su la scrivania, poi cominciò, con una voce monotona, questo grave discorso:

[pg!273] —Ma situation financière n'étant plus aussi brillante qu'elle était autrefois, j'ai le devoir de réduire nos dépenses, afin de ne pas entamer la fortune de ma fille...—Poi si confuse, arruffò le parole in modo che non si comprendeva bene cosa volesse dire, e la conclusione fu questa: che M.lleOdette dovesse cercarsi un altro servizio, poichè, per mille ragioni non del tutto comprensibili, era opportuno che M.lleOdette se ne andasse via da casa nostra.

Mi ricordo che M.lleOdette non rispose parola; solo si coverse la faccia con un braccio, e pianse, io, su per le scale, vedendo piangere Odette, cominciai a piangere anch'io.

Non so bene cos'accadde: certo è che M.lleOdette non andò via. Non fece neanche i bauli; rimase triste qualche giorno, poi ricominciò a ridere. Dopo quel giorno Lord W., mio padre, non parlò più di allontanarla da casa nostra, ed anzi, quando vedeva M.lleOdette, la sua lunga faccia scura si rasserenava come per incanto.

Il vecchio James, grigio, un po' curvo, ringhioso, testardo e fedele come un cane da guardia, sempre agghindato nella sua decrepita livrea filettata di giallo, non poteva soffrire «quella francesina», come la chiamava lui, ch'era venuta a comandare in casa d'altri ed anzi era stata ammessa, contro ogni regola della tradizione, alla nostra così deserta mensa familiare. La sua antipatia per «la francesina» era tanto acerba e così poco giustificata, che un bel giorno pensai di domandarne a lui stesso la ragione. Ora, quel giorno, io dovevo costruire una certa gabbietta per un grillo che mi avevano regalato; e, benchè mi fossi tagliuzzate le dita nell'acuminare [pg!274] legnetti e piuoli, era tempo sprecato, la mia gabbia mal connessa certo avrebbe lasciato scappare il grillo. Così mi rivolsi all'esperienza del vecchio James, che in quel pomeriggio un po' caldo si era seduto sotto il portico interno a prendere il fresco.

—Ora vengo, miss Madlen,—rispose il vecchio James;—lasciátemi solo togliere la marsina, perchè non si sciupi. Andremo nel parco e vi costruirò la gabbia per il grillo. Ma il grillo dove l'avete?

—L'ho chiuso in un cassettone.

—E gli avete dato qualcosa da mangiare?

—Sì, gli ho dato da mangiare.

—Cosa gli avete dato?

—Sotto un vaso ho preso un verme; poi tre mosche.

—Ah, che sciocca! non sapete nemmeno cosa preferiscono i grilli!

Poi, quando fummo nel bosco, egli scelse con molta cura i ramoscelli che gli occorrevano e cominciò piano piano a costruire la casa per il grillo. Faceva le legature con piccoli vincigli di solide stoppie; mentre lavorava, mi domandò:

—E «la signorina francesina» dov'è, che non la si vede?

—Ora è su in camera, e sta rinfrescando i miei pizzi.

Il vecchio James sogghignò, e mi fece vedere tutti i suoi grossi denti gialli.—Ah! ah! se la passa bene in casa nostra, quella civetta che Dio la maledica!

Io gli domandai:—James, perchè siete sempre così sgarbato con la povera Odette?

—La povera Odette!... Ah! grazie! Per fortuna che voi siete innocente! Ma quando lo sarete un po' meno, [pg!275] anche voi domanderete alla «francesina» cosa fa la notte invece di dormire...—Poi si dette un gran colpo su la bocca, onde punirsi dell'aver parlato, e finì la costruzione della casa per il grillo.

Ma quelle sue parole mi fecero d'un tratto indovinare molte cose. Io dunque mi proposi di scoprir da me sola cosa faceva «la francesina» invece di dormire, e, venuta la notte, in punta di piedi uscii dalla mia camera, mi recai dietro l'uscio della camera di Odette. Accostai l'occhio alla serratura; tutto era spento, non udii che il suo respiro addormentato.

Vi andai la notte seguente. Fra le connessure dell'uscio, per la toppa della serratura, filtrava una luce che nell'oscurità pareva intensa. Udivo parlare sottovoce. Io, non so perchè, mi sentii così male, così male, che per un momento ebbi l'impressione di sentirmi piegare le ginocchia. Stavo su le mattonelle co' piedi scalzi; avevo molto freddo, i miei capelli sciolti mi cadevano su la faccia, su gli occhi. Poichè il cuore mi batteva troppo forte, con ambedue le mani mi compressi il petto, e forse allora per la prima volta, con una specie di paurosa gioia mi accorsi de' miei seni nascenti.

Mi piegai, misi l'occhio alla serratura; ma per la disposizione dei mobili nella stanza non potevo riuscire a vedere che una finestra chiusa, il lavabo, una poltrona e solamente un pezzo del grande copripiedi rosso. Vedevo però assai bene, sotto le coltri, la forma del corpo di Odette, dalle ginocchia in giù, muoversi...

Non saprei dire perchè, rimasi avvinta, ferma, piena di un'angoscia mai provata. Mi drizzai, volli fuggire; non potevo. Ancora dovetti piegarmi e paurosamente guardare. Il copripiedi stava per scivolare [pg!276] dal letto; era sconvolto, arruffato; la forma del corpo di Odette non si muoveva più. Le sue ginocchia, i suoi piedi, sollevavano appena la coltre; qualcun altro, che doveva essere più in là, si mosse, discese, camminò, se ne andò per un uscio interno. Avesse aperto quello dietro il quale io stavo, e non avrei nemmeno avuta la forza di muovermi, per fuggire.

Tornò il silenzio; il silenzio profondo, assoluto, nella stanza, nel corridoio, nella casa addormentata. Passò un tempo del quale non ho memoria, poi vidi Odette scendere dal letto, cercare le pantofole, venire verso il mezzo della camera, fermarsi davanti al lavabo, versare acqua nei catini.

Ora la vedevo splendidamente, nella cruda luce. Non aveva sopra di sè che i suoi lunghissimi capelli sciolti, i suoi capelli arruffati, stupendi, gonfi e lucidi, che le scendevano sino all'anca, impigliandosi e gonfiandosi ad ogni movimento su le perfette forme del suo corpo. Io, veramente, non avevo mai creduto che Odette fosse così bella, e poichè non avevo ancor mai veduta una donna del tutto nuda, guardavo lei, come se vedessi una cosa per me nuova nel mondo.

Si lavava con minuzia e con attenzione, respirando forte; la sua faccia mi sembrò piena di stanchezza, di sofferenza, d'irritazione. S'incipriò, si fece la treccia, mise una bella camicia di fino batista; prese uno specchio, lo sollevò davanti ad un altro per guardarsi la nuca. Nella camicia trasparente vedevo così delinearsi la profondità dell'ascella oscura e nascere, come un forte bócciolo gonfio di gioventù, il seno impetuoso, che produceva una bella ombra nella tela fina.

Volli andarmene; anzi pensai:—«Ora devo andarmene. [pg!277] È tardi; fa freddo; anche Odette fra poco spegnerà il lume...»

Invece non potevo. Ero lì, sempre lì, curva, incatenata. Ed allora, senza bene intendere quel che facevo, d'un tratto la mia mano si alzò fino alla serratura, cercai di girare la maniglia, feci rumore.

Odette venne all'uscio; vedendomi, s'impaurì.—«Che hai, Madlen? che fai?...»—Parlava sottovoce, turbata, con il suo respiro caldo. Io non risposi. Mi toccò la fronte, i capelli. Io non risposi. «Che fai, Madlen?...» Solamente i miei occhi piangevano, mentre non piangeva la mia gola, non la mia bocca, non io. «Perchè sei venuta, Madlen? Stai male?...»—«Sì...»

E con tutta la mia debole forza m'avvinsi a quel suo braccio nudo. La trascinai. Venne con me, nella mia camera. Il mio letto era sconvolto. Mi coricai. La feci sedere su la coltre. Tenevo le sue mani, le sue braccia, le sue spalle. Avevo terribilmente voglia, non so perchè, di baciare la sua bocca. Le misi un braccio intorno al collo, intorno alla nuca, la sua bella nuca scintillante... Così la piegai, la costrinsi ad affondare il capo nel mio guanciale...

Dormimmo.

. . . . . . . . . . .

In quella stanza era un trofeo d'armi; una immensa tavola nuda, macchiata d'inchiostro, logora dai tarli; due vecchi armadii, qualche sedia di velluto, un braciere pieno di cenere.

Lì studiavo. Le finestre davano su la corte. Un vecchissimo cavallo di mio padre vi camminava tutta la mattinata. James lo teneva per la briglia. Si chiamava Ramir. Aveva, credo, vent'anni. Era stato il preferito [pg!278] hunter di mio padre, e gloriosamente aveva galoppato per tutta la contea. Negli ultimi anni lo attaccava qualche volta il fattore al suo barroccio, per farsi condurre ai mercati vicini; ma ora il barroccio stava nella rimessa con le stanghe all'aria, carico di ragnateli. Piuttosto che vendere Ramir, mio padre si sarebbe fatto amputare un braccio. Benchè non l'adoperasse mai, James doveva tutte le settimane lucidare la vecchia sella. Così, a furia di strofinarla, si era spelacchiata. E Ramir, ben satollo di fieno maggengo e di avena soffice, calpestava i ciottoli della corte, cacciandosi via le mosche. Io gli portavo zucchero e pane; Ramir, col suo muso bianco, mi sporcava di schiuma le camicette. Quando giungeva il diacono Ralph per impartirmi la sua lezione, sempre udivo il vecchio James dirgli:

—Salga pure, signor diacono; la piccina è su che lo aspetta.

Mi chiamava «la piccina», sebbene già di mezza fronte superassi la sua. Quando si è state piccole nelle braccia di un vecchio uomo, per quest'uomo non si diventa grandi mai.

James, nella corte, faceva interminabili discorsi al furbo Ramir. Questi, ogni tanto, gli metteva il muso contro la spalla. Stando sempre insieme, seguitando a girare così, tutte le mattine, ormai da lunghi anni, erano giunti a somigliarsi un poco, l'uomo ed il cavallo; avevano qualche volta gli stessi movimenti. Tac... tac-tac-tac... e ogni tanto un inciampo.

D'improvviso il diacono Ralph entrava. La sua faccia pallida e fredda non sorrideva mai. Si toglieva il mantello; mi guardava. Anzi mi guardava con attenzione, [pg!279] quasi volesse indovinare se avevo quella mattina l'anima pura. La sua statura un po' troppo alta s'irrigidiva qualche volta vicino alla mia; si fermava, come se in tutte le sue membra, in ogni suo movimento, fosse una specie di pericolo. Poi, d'un tratto, mi diceva quasi con ruvidità:—«Perchè vi siete lavata i capelli?» Oppure:—«Cos'è questo profumo che ora portate?»

Io, con un singolare disagio, non gli rispondevo nemmeno. Però diventavo rossa. Il diacono Ralph aveva due crudeli occhi, troppo virili, troppo accesi di fiamma interiore. Spesso ero costretta, senza una ragione palese, a chinare i miei. Quando mi guardava, io provavo con irritazione la gioia d'esser bella. Fu il primo uomo davanti al quale m'accorsi del peso che avevano i miei capelli splendenti, della forma che aveva il mio corpo giovine.

Quando non sapevo una cosa, egli s'irritava straordinariamente. Diceva:—«Non va! non va!—e si alzava, camminava per la stanza. Era troppo alto; non portava i capelli abbastanza corti, per un prete. Poi mi spiegava lentamente quello che non avevo compreso.

Ma queste sue lezioni diventavano di giorno in giorno più faticose; non per quello che m'insegnava, ma per la sua presenza, per quel che v'era d'innaturale, di assorto, quasi di temibile in lui.

Veniva la mattina, quand'ero da poco levata. I miei capelli brillavano; io lo sentivo; le mie mani profumate, se per caso toccavano la sua veste, vi lasciavano, come ali di farfalla, un po' di cipria.

Qualche volta mi pareva che i suoi occhi si avvincessero alle mie nude caviglie. Di primavera le tre finestre aperte mandavano su a vampate, nei raggi del [pg!280] sole, il profumo nuovo delle violette. Spesso un colpo di vento scompigliava d'improvviso tutte le pagine de' miei libri. Ed io ridevo. Egli no. Egli seguitava a parlare, impassibile, un po' curvato su me. Qualche volta il suo respiro mi toccava le mani. Ciò mi dava noia. Quasi di nascosto le ritraevo. Allora i suoi occhi diventavano scuri. A poco a poco la sua voce mi girava intorno, come si gira intorno ad una preda. Quest'uomo di trentacinque anni, questo mio educatore, questo prete, aveva una faccia consumata, non saprei dire se dal vizio, dall'astinenza o dal dolore; sembrava intelligente: forse non lo era; sembrava un malato, un incatenato, un soggiogatore di uomini costretto a servirli, un distruttore di obbedienze curvato a fatica sotto il giogo dell'umiltà. Non mi parlava quasi mai di religione.

Io non ero più innocente. Avevo già peccato, da me stessa, e pensando all'amore. Quando le mattine erano calde, o molto profumate, e i miei capelli, scuri, biondi, pesavano più del consueto, qualche volta la sua voce, così vicina al mio respiro, mi dava una specie di soffocazione; sentivo la sua presenza pesare su me, come una forza la quale tentasse di coricarmi, e v'eran momenti ne' quali mi toccava rovesciarmi all'indietro, chiudere gli occhi, un po' sopraffatta...

Egli se ne avvedeva. Diventava pallido. Cessava d'improvviso dal parlare. Io pure. Si taceva. Tra quel silenzio sentivo nascere in me stessa il buon odore della mia nudità.

Una mattina—(era quasi l'estate, faceva caldo, le praterie si muovevano, gonfie di profumo e di rumore)—una mattina io stavo scrivendo su quella tavola nuda, ruvida; egli era presso me, contro lo spigolo, e guardando [pg!281] la mia scrittura, con lentezza, con chiarezza mi dettava.

Il sole entrò. A poco a poco invase la tavola. Giunse al mio gomito. Avvolse il mio braccio. S'impadronì della mia spalla. Fasciò la mia nuca. Toccò la mia guancia... Dovetti ritrarmi.

Così gli ero più vicina. E il sole camminava. Dopo qualche istante illuminò di nuovo la mia mano, prese tutto il mio braccio, m'entrò nella bocca, rise ne' miei occhi... Dovetti ancora muovere la seggiola, sottrarmi a questo raggio che mi voleva, a questo fulgore che sempre più mi sospingeva, lentamente, verso il diacono Ralph.

Quando fui di nuovo tutta nell'ombra, i miei occhi lo guardarono. Mi pareva di essere quasi nuda; il riflesso del sole mi rendeva trasparente. Le mie braccia calde, la mia gola viva, il mio seno gonfio di respiro, aspettavano quasi con impudicizia la irritata gioia di sentirsi offendere...

Mi piegai; strinsi i gomiti; mi raccolsi tra le mani la faccia. Ora non vedevo più il sole. Ma lo sentivo a poco a poco salire, invadermi, abbracciarmi, ubbriacarmi... era in me, ne' miei sensi, nel colore de' miei vivi capelli, entrava, m'irradiava tutto l'essere, mi empiva di estate l'anima...

E poichè i miei polsi erano congiunti, sentii che una mano li strinse, li piegò, mi curvò, smemorata, nella fiamma del raggio di sole...

Quando capii che le mie vene troppo gonfie di primavera stavano per inginocchiarmi, tutta viva, tutta ebbra, sotto il potere della sua bocca, risi, risi, ancora ebbi la forza di ridere, nel sole, come una pazza...

[pg!282] Non mi fece male. Se ne andò come un ubbriaco. Disse a mio padre che avevo tutto imparato. Non lo vidi più.


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