Chapter 11

————[image]Odette era la mia compagna, la mia amica, la sola mia confidente. Nè io potevo dimenticare quella notte già lontana.Ho detto innanzi che, dopo essermi rifugiata con lei sotto la mia coltre, dopo averla fatta giacere sul mio guanciale, chiusi gli occhi e dormii.Non è vero. Chiusi gli occhi e piansi.Ma una sola coltre ci avvolgeva, ed era la prima volta che sentivo il tepore di un altro essere prendere me. Non potevo nemmeno ricordarmi chi era; stavo così bene vicino a lei; tutto il peso de' suoi capelli soffici e caldi mi traboccava su la spalla ingombrata; le sue braccia morbide, impure, avvinte alla mia persona mai da nessuno abbracciata, oscuramente mi facevano sentire il bisogno di coricarmi supina.Era tardi; faceva un po' freddo; su noi, su la nostra coltre, dormiva un raggio di stelle. Nei vetri più alti, contro il cielo, qualche lontana cima d'albero si muoveva. Nella vasta notte non si udiva neanche un rumore.Ma io sentivo perdutamente il desiderio di soffocare [pg!283] ne' suoi gonfi capelli la mia bocca innamorata. Il suo respiro mi toccava, mi parlava; era inebbriante come un forte profumo. Le parole sommesse, leggere, pericolose come lenti baci, mi carezzavano la bocca, mi scendevano, senza rumore, fin sull'anima...—«... Se tu sapessi come non ho voluto, Madlen!... Era più d'un anno che gli dicevo di no, di no... tutte le sere... Ma qualche volta l'ho veduto piangere... E tu non sai com'è triste veder piangere un uomo. Allora, per non partire, per non andarmene via da te, una sera ho chiuso gli occhi, ed ho sentito la sua bocca fredda, la sua bocca pallida... pesare, pesare terribilmente su la mia...»Forse non l'ascoltavo nemmeno più. Ne' miei sensi traboccava la memoria di altre cose infinite, cose da nulla, pressochè inafferrabili, che nondimeno erano state fra lei e me.Avevo perduto per sempre il mio cuore di fanciulla. Ed ora, improvvisamente, mi rammentavo certe sue parole, certi suoi movimenti súbito repressi, qualche sua maniera di guardarmi, di toccarmi, di vigilare la mia bellezza nascente, qualche suo riso innaturale, buio, quando scopriva ne' miei occhi di vergine la traccia notturna de' miei primi peccati.Già da lunghi mesi Odette aveva cominciato a parlarmi di cose d'amore come soltanto si parla fra due vere donne. Talvolta mi fissava, mi fissava lungamente, con le sue ciglia quasi d'oro abbassate su gli occhi splendenti, e mi fissava mutando colore, con un leggero cerchio d'ombra che le scendeva sino agli angoli della bocca.Giorno e sera noi eravamo insieme; la nostra intimità [pg!284] era maggiore che fra due sorelle. Io mi chiamavo Madlen, ella Odette: i nostri due nomi così lievi erano la cosa più fresca, più ilare, in quella vecchia provincia.E troppo sovente noi parlavamo d'amore. Anzi, ella ne parlava; io no. Io l'ascoltavo. L'ascoltavo senza batter ciglio, con un senso di profonda e voluttuosa paura. Mi raccontava di avere appartenuto a qualche amante; me lo diceva, le prime volte, con parole imprecise. Ma quella sua voce calda, lenta, che somigliava un poco alla sua maniera di muoversi, mi faceva immaginare le carezze, le complicate carezze ch'ella doveva saper dare ad un amante.Si vestiva sempre così bene; aveva di sè una cura infinita; i suoi trent'anni parevan meno di venticinque; si vedeva ch'era impossibile, per lei, far a meno dell'amore. Sapeva cucire, cantare; sapeva scegliere i bei libri e tagliare le fine stoffe, dipingersi un po' troppo gli occhi e suonare a memoria Bach; sapeva rendere piena di tentazione la mia vita deserta.A poco a poco, senza che io me ne avvedessi, ella incominciava con divenire il mio vizio. Fra lei e me nessuna cosa era vietata; potevo entrare nella sua camera, Odette nella mia, quando mi vestivo, quando mi spogliavo, ad ogni momento. Ma io, per non essere indiscreta, prima di entrare nella camera di Odette sempre battevo all'uscio, e non vi andavo se non quando era necessario. Ella no; ella da me veniva senza ragione alcuna, e sempre amava essere con me, nel bagno, nello spogliatoio, in quelle ore d'intimità, quando anche gli occhi d'una sorella possono divenire importuni.Allora Odette, molto spesso, con l'aria di far quello [pg!285] che faceva quand'ero una bimba, s'impadroniva di me, de' miei capelli, della mia gola bianca e nuda, mi pettinava, m'incipriava tutta la persona, e sul mio corpo nuovo come un fiore lentamente muoveva le sue dita pallide.Alle volte, mentr'io mi nascondevo sotto i miei capelli, tutta paurosa di me, voleva mi guardassi nello specchio per vedere quanto ero bella.Sì, bella ero splendidamente, bella e matura per il peccato, così bella che non potevo guardare l'oscurità del mio grembo innocente, il pallore de' miei seni erti, senza pensare alla gioia infinita, che di notte, nel buio, soffocando, ero costretta a prodigarmi...Talvolta io stessa la trattenevo a sedere su l'orlo del mio letto, finchè mi fossi addormentata. Ciò accadeva sopra tutto quando eravamo sole nel Castello ed il silenzio mi pareva risuonasse di lontani strepiti, fra quelle mura disabitate.Quando sedeva su l'orlo della mia coltre, Odette, nelle sere dell'inverno, ed i suoi braccialetti, brillando, si premevan nel mio guanciale profumato, noi parlavamo a lungo, sottovoce, di cose veramente colpevoli, o tremando, bocca su bocca, leggevamo qualche storia d'amore.Presso il mio capezzale stava sempre un vecchio libro di preghiere.Quando mi aveva raccontato qualcosa di troppo torbido, e sentiva nel tepore della coltre leggermente il mio corpo tremare, allora prendeva quel libro, lo apriva, sempre alla stessa pagina, e senza muoversi, molto piano, con la voce alterata, leggeva una bella preghiera che, mi ricordo, cominciava così:[pg!286] «Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé par mi les pécheresses...»Ma una sera noi rimanemmo sole. In città si facevano le elezioni. Già da un mese Lord W., mio padre, non faceva che aggirarsi per la biblioteca, declamando con foga oratoria certi suoi lunghi discorsi molto rumorosi e niente affatto eloquenti. Infine partì, ben sicuro d'esser l'uomo più necessario alla politica dell'Impero Britannico.Mi ricordo che faceva quella sera un terribile vento; il parco non era che una fragorosa burrasca di foglie arruffate. Già doveva esser tardi, forse le undici di notte, non so. Dietro le finestre, nell'aria splendidamente limpida, si vedevano bruciare le stelle. Un non so che di selvaggio penetrava tra muro e muro; io non potevo star ferma; quel rumore, quello splendore, si propagavano in me, dandomi una specie di febbre.Tutti nel Castello erano già coricati. Noi due sole, in quella nitida sera di Marzo, rimanevamo ancora vicino al fuoco spento. Sui nostri telai formava un bianco ricamo il colore delle stelle. Nei vasi erano fiori odorosissimi, raccolti a fascio. Il vento saliva, scendeva, nel camino spento, muovendo la cenere.Odette era sprofondata in una grande poltrona scura; vedevo le sue braccia nude fino al gomito, vedevo le sue belle caviglie, del tutto scoverte, nelle calze di filo nero, che parevan d'argento. E la macchia de' suoi capelli biondi, sul velluto scuro, sembrava quasi un vortice di fumo.Allora una péndola suonò. Io mi levai; ella pure. Salimmo le scale insieme, con lentezza, fermándoci [pg!287] ogni tratto. Siccome l'elettricità si era interrotta, coprivamo con le nostre mani aperte le fiamme delle candele.Giunte sopra, Odette mi guardò. Era estremamente pallida; le sue ciglia d'oro le facevano battere fin contro le narici un lungo riflesso quasi livido. La sua bocca non sorrideva come sempre; anzi aveva un non so che di sciupato, come la bocca di chi voglia reprimere un intenso piacere, un dolore acuto. Per non guardare lei, guardavo la candela gocciolante; cercavo di non pensare ad altro che agli scrosci fragorosi del vento. La fiammella si piegava, sfuggiva, guizzava, in rapidissimi fiocchi neri. Ma io stessa mi sentivo come lei: pallida e con la bocca sciupata.In fondo al corridoio, con fragore, una porta si spalancò.Era il vento. Le due candele si spensero.Il vento c'investì con impeto, quasi volesse attorcigliarsi ai nostri fianchi, strappare via le gonne dalle nostre cinture.Odette mi pose una mano sul braccio; disse, tra il vento:—«Spógliati. Verrò da te; leggeremo un libro.»Dall'invetriata ch'era nel fondo le stelle macchiavano il corridoio d'una luce fredda e verde. Non risposi. La vidi andar via rapidamente. Io restai qualche attimo ferma; il cuore mi batteva. Poi, siccome sentivo le mie trecce sciogliersi, andai, camminando su le stelle, a chiudere quella porta spalancata.Entrai nella mia camera senz'accendere il lume. Nello splendore delle due finestre si vedeva il parco arruffare nel vento le sue mille criniere. Gli abeti si piegavano [pg!288] tutti da una parte come grandi vele buie. Mi appoggiai con la fronte ai vetri, dai quali filtrava una lama di vento, sottile. Guardai l'erba dei prati, che scorreva, come se la traversassero in furia cento ruscelli. Sentivo il peso delle mie trecce pesarmi fin su l'anima. Non ero più io, non conoscevo più me stessa, mi sembrava di attendere un'anima straniera che stesse per entrare in me.Il campanile, dal borgo invisibile, suonò l'ora. Mi parve di vedere questi larghi rintocchi andarsene per l'aria infuriata come pesanti mantelli gonfi di sonorità. Pensavo alla pallida fronte del diácono Ralph, a' suoi bellissimi occhi freddi come l'argento...Non era più nel borgo il diácono Ralph. Dov'era il diácono Ralph?...Mi slacciai la gonna, mi slacciai la camicetta, mi tolsi le forcelle dalle trecce, ad una ad una. Così facendo pensavo alle ragazze che sono tranquille, che non hanno bisogno d'amore, che vanno a letto con un po' di civetteria, ma senza mai sentirsi così male...Avrei voluto essere come loro; addormentarmi anch'io, tranquilla, con le due mani in croce sul petto, finchè tornasse, la mattina dopo, il sole...Non mi pettinai; non misi profumo nè cipria; non andai nemmeno a guardarmi nello specchio. Indossai una leggera vestaglia, e per togliere le scarpe, le calze, mi sedetti su l'orlo del letto. Io non pensavo all'amore; pensavo terribilmente a lei, a me...In quel momento entrò Odette.Chiusi gli occhi; mi feriva in tutta la carne la gioia più grande, più paurosa, che provai nella vita.Poi cessò. Mi parve di essere morta. Rimasi lì, ferma, con la mano che più non sapeva togliere la calza; una gamba scoverta la gola nuda... [pg!289] Ella mi disse:—«Non sei ancora svestita?» E venne lì vicino, rovesciò del tutto la calza, me la tolse dal piede. Svestita?... Sì, lo ero. E perchè me lo domandava? Troppo lo ero; quasi non avevo su me che la mia bellezza e la paura di me stessa. Nel chinarsi, anche la sua vestaglia s'aperse. Mi sentii venire contro la faccia, negli occhi, nella bocca, nel respiro, un intenso buon odore di cipria calda e profumata.Ella tornò a dire:—«Non sei ancora svestita?» Lo disse con una voce opaca, una voce sorda, pesante, esasperata, una voce che dissipava l'ultimo indugio. Vedeva bene la mia gola rovesciata; vedeva bene che mi restava solo da entrare sotto le coltri.E mormorò:—«Córicati...»—Mi tolse la vestaglia, sollevò il lenzuolo, mi appoggiò la bocca su la fronte, per aiutarmi col suo peso a cader supina.Poi mi coverse; radunò sul guanciale i miei capelli disordinati; ravvolse la coltre, piano piano, intorno alla mia gola.Faceva tutto ciò naturalmente, come una buona sorella, con le sue mani troppo calde, col suo respiro troppo intenso, lasciando sbocciare dalla vestaglia i seni malnascosti, che tremavano. I suoi magnifici capelli biondi formavano un semplice nodo, una specie di voluminosa matassa, che da un lato, mal rattenuta, le ingombrava tutta una spalla.Io chiusi gli occhi. Non la volevo nemmeno guardare. Ma pensavo agli occhi freddi come l'argento, alla faccia devastata e bella del diácono Ralph...Allora ella sedette su l'orlo del letto, piegata su me, reggendosi ad un gomito che affondava nel guanciale. Non ricordo bene cosa disse... molte parole, delle quali [pg!290] sentivo sopra tutto il fiato; il fiato caldo, vicino, insistente, gonfio d'una specie di grido represso, che mi toccava come tocca una mano, come un labbro bacia, come un amante si dà...E quella voce mi penetrava nelle vene, spossandomi, ravvolgendo con insidiosa lentezza il mio corpo inebbriato; anzi non l'ascoltavo nemmeno più: era una voce piena di gioia carnale, che si confondeva quasi al rumore del vento, al colore bianco delle stelle, a tutto il piacere infinito che stava per nascere in me...A poco a poco, le parole che mi diceva—parole che non ricordo e non so quali fossero—divenivan più pesanti, più sorde, cadevano su le mie palpebre chiuse, baciavano la mia bocca umida, mentr'io sentivo, ed ella pure sentiva, il mio grembo tutto tremante sollevarsi, pieno di felicità...Nell'urto che ci avvinse, cadde il libro di preghiere.E il vento pregava per noi, cantando, nella notte scintillante:«Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé parmi les pécheresses...»[image]————[pg!291][image]Ma Egli andava coi poveri, co' gli umili, coi veri derelitti, e vestiva il lino tessuto su' telai delle più misere filatrici, e beveva l'acqua di carità nelle ciotole degli arsi cammellieri, e dormiva ne' roseti, ne' palmeti, su l'erba ove nascosta germina la fragrante viola di Galil, sicchè la sua bianca tunica sempre mandava odore di rugiada mattutina e di erba selvatica.E quest'Uomo ch'era il più povero fra tutti i poveri di Palestina, passava davanti ai cancelli dei patrizi, e non volgeva lo sguardo; passava davanti ai palazzi dei plutócrati superbi e dissoluti, passava davanti ai teatri senza statue, dai frontoni dipinti, ove i mimi imbellettati come cortigiane satireggiavano con scaltre adulazioni la Romanità goffa e prepotente; passava davanti alle bacheche dei cambisti, ove rilucevano le monete auree di tutto il Mediterraneo, passava davanti alle mostre dei venditori di toghe e di clámidi, con l'insegna dipinta di fresco in lettere latine per allettare il centurione dispendioso ed ignorante, passava per i vicoli ambigui ove le belle prostitute di Siria cantavano con voce flautata per allettare il danaroso viandante, passava davanti ai collegi della dura sapienza giudaica, davanti alle gioiellerie piene di gemme, ai fabbricatori di vassoi d'argento, agli empori di tappeti mesopotamici, alle fabbriche di [pg!292] ánfore, ai fini cesellatori di spade, ai librai che ostentavano edizioni alluminate di pergamene elleniche, passava nell'empio cuore della città satanica, alto, muto, e mai non volgeva lo sguardo.In estate i bagni si gremivano; le bellissime donne di Giuda corrompevano con un'occhiata la giustizia dei governatori latini, carichi d'anelli e di collane trafugate nei saccheggi. Ogni tanto veniva la notizia d'una lontana vittoria di Cesare; i banchieri ed i commercianti s'impensierivano, pensando all'imminenza di nuovi balzelli. Nelle affollate gelaterie, su tavolini di giunco flessibile, si consumavano chiacchierando sciroppi e sorbetti simili a neve profumata, che gli schiavi apprestavano entro scorze di lucenti melagrane; sottovoce si deridevan le pessime abbigliature, i movimenti scomposti, ma sopra tutto le grosse mani ed i piedi plebei che avevan le mogli de' funzionari cesárei; si parlava di Roma come d'una immensa città coloniale, piena di borghesi arricchiti e di despoti altrettanto provvisori quanto balordi; chi poi diceva di venir da Roma e parlava della sua magnificenza barbarica, era da tutti ascoltato, interrogato, con una specie di curiosità sospettosa ed incredula.Ogni tanto, per le strade ben pavimentate, passava a cavallo un giovine patrizio di Giuda, ufficiale nella guardia romana, pallido ed effeminato sotto l'alto elmo, che mal nascondeva in quelle fisionomie di decadenti l'intima vergogna della irredimibile servitù. Quel parlar grave della gente di Palestina metteva nell'aria un non so che di musicale, una specie di ronzìo calmo e vasto, che pareva la nenia voluttuosa di un popolo semidormente, la voce senza convinzione di anime passate al di là.[pg!293] Una bella stoffa, un prodigioso anello, una pettinatura insolita e complicata, un motto di spirito, la notizia d'un fidanzamento, la straordinaria ladreria di qualche beduino crudele, gli spettacoli dei nuovi anfiteatri che si stavano aprendo, la questione dei precettori stranieri che pervertivano gli adolescenti e quella dei linguacciuti liberti che spadroneggiavano in tutte le case, il pericolo delle spie, quasi tutte greche o levantine, cui non sfuggiva il minimo pretesto per fare una denunzia o per tentare un ricatto, le prolusioni sapientissime che i Dottori tenevan ne' cortili del Tempio, dinanzi ad immensi uditorii fra i quali nessuno si dava la pena di capire un'acca, l'imbarazzo del Procuratore, il quale non mancava di perdere il filo e di arruffare scempiaggini tutte le volte che aveva da parlare in pubblico, ma sopra tutto il colorito sanguigno e le poppe indecenti che aveva la moglie di costui, plebea ricca di bitorzoli e scarsa di virtù, la quale faceva commettere un numero infinito di sciocchezze al rappresentante di Cesare, le canzoni esotiche venute in Palestina coi navigatori o con gli schiavi d'altre terre, le satire nelle quali si tradiva il terribile spirito ironico della razza giudaica:—tutto ciò formava l'argomento de' discorsi consueti e pareva occupasse l'anima superficialmente lieve di questa incatenata metropoli, più che l'epopea mondiale degli eserciti romani o la distruzione lenta che Giuda subiva sotto il regno del vile Tetrarca.Ma Egli andava coi poveri, co' gli umili, con i buoni derelitti, e dappertutto era dove la fedeltà inestirpabile dalla razza batteva nelle vene del popolo, e dappertutto era dove il sogno dei mistici antichi rinasceva nella disperata nostalgia della gente semitica, e dappertutto [pg!294] era dove i piegati, i flagellati, i curvi sotto le ingiustizie del mondo, i preclusi al paradiso terrestre sognavano l'appressarsi del regno di Dio; e dappertutto era dove la scintilla d'un sogno folle poteva incendiare, come un granaio ricolmo di biade aride, la infinita miseria del terribile mondo.E la sera, davanti ai casolari, Egli passava, con il suo viso di uomo che abbia tutto pensato, e carezzava la tonda fronte ispida, il ricciuto vello ebraico dei fanciullini ch'egli amava; e stando vicino ai pozzi, quando l'ora imbruniva, quando il cigolar delle secchie portava in su l'acqua buia come se fosse piena di stelle, parlava dolcemente con le vecchie femmine ancor onuste di tarda maternità, con le spose dalle guance vellutate, con le adolescenti non ancor possedute, parlava coi duri artieri, con la plebaglia senza moneta, con i gaglioffi e con gli agguantatori che le guardie tenevano d'occhio, e parlava per tutti ugualmente, nella maniera più dolce che mai s'era udita, lasciando un lembo di sè stesso in chiunque parlava con lui.Sicchè un giorno cominciarono con dire:—Questi è l'uomo che or venne da poco annunziando il Battista; il re di tutti i miserabili, che avrà per corona il serto di spini, per scettro il chiodo infitto nella mano.»Ed un altro giorno dissero:—«Egli guarisce, Egli monda, Egli rigenera.»Ed infatti, una volta, quando venne l'uomo ossessionato,—e tutta la piazza era davanti—egli disse:—«Ma tu perchè farnetichi e ti fai male con le tue stesse mani? Vieni a me, lascia che io ti tocchi, e sarai libero da ogni dannazione.»Così fece l'ossesso—e tutta la piazza vide il miracolo—e rimase prosternata fin quando Egli sparì.[pg!295] Un'altra volta venne a lui il paralitico, e la sua mano lo disciolse; venne il mútolo, e questi parlò. Tutti quelli che pativano furon da lui medicati. E già si parlava in ogni piazza del bianco taumaturgo, e tutti venivano, e tutti, senza erba nè farmaco, venivano mandati alle lor case, liberi dal morbo che li flagellava.Poichè sopra tutto Egli diceva:—«Perdonate al vostro male, a chi vi dona il male, a chi vuole che vi sia dato il male; poichè nel dolore umile, nel dolore senza bestemmia è la via che conduce al bene ultimo. Anzi voi dovete conoscere, uomini, che la felicità unica viene dal dolore.»E v'era tutto un popolo, e v'era tutto un mondo ancor nuovo a questo verbo di martirio e di purificazione, che usciva dai foschi tuguri, pronto anch'esso alla croce del Calvario, pur di credere nelle parole del bianco taumaturgo:«La felicità unica viene dal dolore.»————[image]Ed io sentivo il grande spirito del Cristo elevarsi dalle oscure moltitudini di Lourdes, ove un giorno eravamo tornati, Madlen ed io, nonostante le beffe del devoto e sardanapalico Lord Pepe.Questi era sazio di pellegrinare ai luoghi sacri della [pg!296] cattolicità e meditava di ascendere con la bionda Litzine al primo ghiacciaio del Pic du Midi, per quindi presentarsi come un puntatore inaspettato nel Casino di Pau e chiedere un banco di mille marenghi.Dopo il suo ritorno d'Oltremanica, questo banco di mille marenghi era divenuto la sua fissazione. Ormai non gli pareva cosa ragionevole cimentarsi al gioco in alcun altro modo:—l'esperienza gli consigliava di attendere pazientemente che un banchiere fortunato avesse davanti a sè questa lucida somma, poi sorgere d'improvviso, chiedere il banco, voltare possibilmente un nove di qua, un nove di là, dare la buona notte a tutti e ritirarsi per otto giorni a vita privata.Maniera in fondo rispettabilissima d'intendere il gioco d'azzardo e, secondo la legge darwiniana della lotta per l'esistenza, tutto quel trascendentale senso dell'uman vivere che il duro Schopenhauer riassumeva nell'istinto di sopraffazione.Senonchè l'amabile filosofo ispano-britannico (in ciò di gran lunga superiore al tetro tedesco) ammetteva con molta lucidezza di spirito che, in luogo di far nove a destra e nove a sinistra, si potesse anche per disavventura fare baccarà e baccarà.Ed appunto per premunirsi contro questa non improbabile jattura, il saggio Lord Pepe aveva molta fede nell'allenamento fisico, nel giusto equilibrio dei nervi e dei muscoli, bene temprati alle fatiche della selvaggia montagna:—perciò Lord Pepe aveva immaginata, e predisponeva ora ne' suoi minimi particolari, un'ascensione al Pic du Midi.Egli riteneva—secondo una esperienza non meno scientifica di quella che governa i miracoli di Lourdes—che [pg!297] la perfetta sanità e la pienezza delle forze fisiche pongan l'umano spirito in uno stato di maravigliosa antiveggenza, la qual consente perfino d'intuire i colpi favorevoli nelle oscure fortune del giuoco di baccarà.Questa geniale teoria, non meno seria di tutte le altre che sorgono, brillano, e passano di moda, gli aveva date ormai conferme indiscutibili, tantochè, se invece di sostare al primo ghiacciaio avesse voluto arrampicarsi fino alla cima del Pic du Midi, non v'era ombra di dubbio che il banco da chiedersi poteva essere magari di cinquemila marenghi.Ciò che importa, nelle cose terrestri, è credere ciecamente anche in assurdità, volere con assoluta fede una cosa magari impossibile; chi porta nel cuore la incontrastata certezza, già si trova per questo solo fatto su la via del miracolo. Ed il miracolo forse non è che una suprema ed oscura potenza della volontà umana.In fin de' conti, se un pazzo era Lord Pepe, il qual credeva nell'influsso dell'aria di montagna su le fortune imprevedibili del baccarà, qual nome si meritava la demenza nostra, la fede o la curiosità nostra, che non esclude a priori le virtù miracolose di una fontana d'acqua sorgiva su la guarigione delle piaghe insanabili?In verità eravamo pazzi entrambi, o saggi entrambi, secondochè si voglia nominare folle o giusta quella tentazione che l'uomo prova di voler guardare oltre i confini della stessa logica ed oltre l'esperienza della umana possibilità.Per quanto sia mediocre il fine che lo tenta, c'è sempre un po' di sogno nell'uomo che insegue una [pg!298] chimera. E bisogna infine comprendere che nessuna verità è perfetta quanto la verità sublime delle cose impossibili.Soltanto il meraviglioso è bello nella vita, nè importa voler conoscere per qual modo esso avvenga.Questo noi cercavamo tra le oscure folle di Lourdes, nella grande attesa del miracolo che percoteva la cristianità infinita.Quanti erano? Quante migliaia erano?Impossibile a contarsi, quell'immenso numero di cristiani, del quale si gremiva tutta quanta la vallata; uomini e donne, secolari e monaci, cristiani di tutte le terre, facce sperdute in Cristo, nel fuoco della penitenza, nella febbre del digiuno, tutti confessati con l'ostia, mondi come il lino del battesimo, tutti assorti nel veggente amore che accese l'anima della bianca pascolatrice.Era già questa l'ora, dopo le campane del vespero, quando i pellegrinaggi di Lourdes si adunano intorno alla Collina del Calvario per formare la processione del Santissimo Sacramento. Dai lontani Pirenei scendeva nella vallata un vento scuro, che pareva trascinasse con sè, dai prati alti, un melodioso e grande stormir d'abeti. Il bianco fiume di Bernadette quella sera cantava, come nel tempo quand'ella venne al guado, e la compagna e la sorella passarono per l'altra riva, e sparvero, cercando legna di buona scintilla. Nel vento era un odor confuso di nevai e di violette, un odor soave di bosco lontano e di fragranti resine.Ora il Vescovo si mise davanti alle bandiere sacre delle varie comunità, e la processione cominciò a salire [pg!299] l'erta del Calvario. Di là dal ponte, sotto il Castello che tenne il vassallaggio delle otto vallate, Lourdes la empia, Lourdes la città monastica dei rigattieri di religione, si andava cancellando a poco a poco dietro un confuso velario di alberi e d'ombra. D'un tratto, sui bianchi steli dei ceri votivi qualche pallida e tremula fiammella s'accese; poi divennero cento, poi mille, poi divennero decine di migliaia; e tutto, nella valle di Lourdes, era un fantastico tremore di piccole stelle, un brillar stupendo che infiammava i marmi della raggiante Basilica, un improvviso ed infinito incendio, che vacillando pavimentava l'immensa Esplanade come una specie di terrestre firmamento.Si vedevano i cristiani salire per le duplici scalinate del Tempio, dietro selve di arazzi e di bandiere che seguivano il baldacchino del Vescovo; ed erano gli incisi di tutte le piaghe, i turiferari della umana calamità, il vecchio popolo di Cristo, la sua carne, la sua crocifissa anima, quel che restava in terra del sogno d'un Dio.E là, nel fuoco della Basilica, l'altare incendiato folgorava come un braciere splendidissimo.Gli ori antichi, le gemme di tutti i regni della terra, le collane di perle che cinsero il collo delle cattoliche imperatrici, gli anelli dei Cavalieri di Cristo, conquistati nel tesoro di Bisanzio, i rubini rossi come il sangue, gli smeraldi verdi come l'oltremare, le riviere di brillanti che nessuna donna mai possedette:—questo possedeva la pallida Signora di Lourdes, l'Apparsa con un manto azzurro nel sogno della povera pascolatrice.Ora, nella grande Basilica, si alzava il canto dei pellegrini, [pg!300] e questa voce gonfia di patimento, accesa di folle religiosità, rintronava contro i marmi tempestati di argenti votivi, traendone un fulgore così abbacinante che la luce medesima pareva divenisse un rumore.Chiese uscite dalle catacombe, nel barlume fumoso delle torce sotterranee, con vescovi primordiali che battezzavano i condannati alle ugne delle fiere, chiese della prima cristianità, considerata come plebaglia da carneficina, ora voi siete palazzi d'argento, con vescovi regali e scintillanti come tiranni asiatici, dai quali non si appressan le labbra se non a cálici di ben cesellato oro massiccio e non si dona il Paradiso a chi non dona, e solo è fatto il nome di Cristo per suggellare opere ch'egli maledisse!...Povere turbe fanátiche, voi forse eravate ancor le medesime che s'inginocchiaron nelle buie catacombe, iloti perpetui, che opprime la dura potenza delle città sataniche, vecchia famiglia dei carceri mamertini, dei lazzaretti forensi, dei poderi lavorati al paro con le bestie da giogo, poveri brandelli marci della splendente carne umana, tristezza della dolce terra, dolore del mondo...La chiesa era bella; era tutta un arazzo d'argento, un portico d'oro, un teatro follemente lussuoso della umana povertà, una sala mistica ove le turbe inginocchiate aspettavano la consumazione d'un rito mirabile; un rito nel quale vedrei qualcosa di superumano avvenire, forse il trasmutamento di tutto me stesso in un altro spirito, quello che potrebbe infine prosternare la mia dura fronte contro la fredda pietra e sentire in me nascere la divina bellezza della possessione di Dio.Forse di là uscirei, acceso io pure dalla demenza [pg!301] dei portatori di fiaccole, servo io pure dell'idolo scintillante, e la mia voce sommessa canterebbe nella grande conclamazione del miracolo, e sarei quel monaco del quale talvolta sorge in me la squallida ombra, e me infine condurrebbe la mia vita di profanatore alla sua perfezione definitiva.Pensavo:—«Sarò un monaco. Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de' miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio monástico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo dell'inverno, serrato fra le corregge dei sandali d'umiltà. Una squallida barba castana, con qualche filo biondo, contornerà l'inciso pallore del mio volto notturno...»Pensavo:—«E questa che viene con me, la bella fra tutte le belle, una sperduta in mezzo alle perdute, un fiore lungo la mia strada, una donna oscura che mi guarda con i suoi occhi pieni di nord, forse oggi diverrà la sorella dell'altra peccatrice, quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»Pensavo:—«Siamo stati entrambi freddi e funesti come i gioielli che brillan nelle vetrine diavolo; tutta la nostra vita fu spesa, là dove l'anima perisce, negli ardenti pericoli delle sterili gioie; forse patimmo senza piangere, forse in noi rise un dolore che ci costrinse a vuotare il cálice, a rompere il bicchiere...»E non udite voi, Madlen, come cantano i devoti pellegrini?[pg!302] Essi cantano:—«Date a noi, Vergine Maria, la grazia, non di guarire, ma di credere; non di possedere, ma di credere; non di essere felici, ma di credere. Date a noi, Vergine Maria, l'altezza d'amore ch'è sopra il dolore degli uomini; lontanáteci dalle cose del mondo, fate in noi scendere quel che ogni spirito cerca: il vero Dio.»Essi cantano:—«Il miracolo che noi cerchiamo è la testimonianza che voi non siete unicamente una musica del nostro inginocchiato sogno, ma la eterna luce dell'eterno infinito, la buona e verace ala che noi raccoglierà dal peso della polvere.»Essi cantano:—«Vergine Maria, dà ora un segno che tu sei, nella nostra carne maledetta; solleva, se non me, il fratello mio che non ha ginocchia, la sorella mia priva di labbra, che non può dire il tuo nome; libera uno dei mille dal marchio dell'inguaribile infermità; muovi la mano per toccare una sola fronte; fa che i nostri occhi vedano quel che i nostri orecchi udirono; sii con noi, prega per noi, Signora di Lourdes, Madre di Dio...»La chiesa era bella; era tutta un arazzo d'argento, un portico d'oro; i ceri si moltiplicavan tremando nel fuoco del tesoro inaccessibile; da ogni pietra saliva in Cristo l'anima del pellegrino inginocchiato.Ed io pure sentivo qualcosa di me uscire da questa mia pesante materia, che tutto soffrì e tutto volle, per alimentarsi di quell'anima grande che la folla tramandava, come se il principio della liberazione stesse per invadere la mia spiritualità non ancora trascendente. E questo senso della purificazione mistica era in me tanto [pg!303] più vuluttuoso, quanto più sentivo di essere vicino all'amore di una donna, e quanto più sentivo il braccio di questa mia donna impaurita tremare leggermente sotto il mio, quando, nella splendente Basilica, fra la turba infinita, ella era il solo profumo, la sola presenza che ancora potesse ricordarmi della mia vita lontana.Eppure, mai come allora, mai con uguale carnalità, avevo sentita la gioia della sua bellezza invadermi, l'ardore del suo desiderio possedermi, essere mio, confondersi nel tremore d'anima che pareva mi volesse dividere dalle gioie della vita.Forse quest'amante, che non mi diedero le coppe lievi, ricolme di vini biondi, or mi darebbe la Chiesa dove l'organo balenante cantava, e mia diverrebbe davanti alla genuflessione di tutti i percossi, davanti alla miseria di tutti i pentiti, tra quell'incenso pregno d'immaterialità, che salendo in larghi vortici offuscava le gemme dell'idolo scintillante.In una specie di sogno meraviglioso io pensavo alla liberazione dai sensi e pativo l'odore della sua carne, intravvedevo le altezze della mistica fedeltà e mi accorgevo del suo corpo ignudo, sentivo giungere insieme l'ora di partirmi da ogni desiderio e quella di godere il più logorante peccato.Forse in lei, più profonda che in me stesso, era questa medesima duplicità, e le sue mani crudeli toccavano me, come un'amante cerca di comunicarsi al piacere dell'amante. Ne' suoi occhi pieni di nord non avevo mai veduta più ombra.Non so perchè, in quel momento la immaginai qualora fosse morta—morta nella sua gioventù—ed immaginai di vederla giacere sovra un letto pieno di trine, [pg!304] seminuda, co' suoi capelli ancor segnati dall'ondulazione, con tutti i suoi vizi ancora evidenti su la pelle incipriata, e pensai come sarebbe stato lieve il peso di quel corpo da mettere nella bara...Ma era viva, e diventerebbe vecchia,—una piccola vecchia gialla, col mento aguzzo, lo scheletro accartocciato... Il giorno del suo funerale, quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in miseria, qualcuno direbbe ch'era stata una prostituta; le darebbero, per marcire, due metri di terra santa...E la sua bocca nuova come la primavera mi fece pensare alle notti del pallido Uomo di Galil, quand'Egli dormiva sotto le stelle, vicino alla cortigiana di Mágdala, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...E fu il mio sogno così veracemente manifesto, che d'un tratto vidi, o mi parve, un largo drappo d'oro sciorinarsi nel mezzo della Basilica, e vidi la danzatrice di Mágdala, senza veli, più bella d'ogni altra che mai portò nome di donna, sciolta fin sopra le anche i suoi capelli biondi e bui, con braccialetti d'oro che si attorcevano a' suoi polsi come fini serpenti, e filigrane di gemme sui vertici dei seni gonfi di voluttuosa pubertà, uno specchio d'argento che brillava sul tappeto scintillante, e per musica unica la bellezza della sua nudità, danzare le sacre danze oscene dei pallidi semiti, quelle che in Giudea svigorivano le dure milizie italiche, e per lei da ogni [pg!305] parte ammucchiavano sul tappeto scintillante le più costose gemme della folle Tiberiade, ove nessuna finestra mai si chiudeva prima dell'alba e nessuna donna era mai posseduta da un uomo solo, anzi a quelli più sfrenatamente si dava, che nello stesso furor dell'orgia la natura vieta...E questo, ch'io vedevo, era uno splendido abbaglio de' miei occhi, già pieni di quella erroneità ch'è fuori dalle cose presenti, ma che il forte calor dello spirito ágita e crea come un sogno non più dimenticabile. Mai quella chiesa infiammata uscirà dalla mia memoria ed il largo drappo d'oro sul quale mi apparve, nelle sembianze della donna ch'era mia, la danzatrice di Mágdala.I ceri ardevano, l'organo scintillante alzava il suo canto liturgico sul fervore delle turbe inginocchiate; l'altare, circonfuso di fumo, tramandava dagli ori de' suoi tabernacoli quel senso dell'eterno e dell'immanente che il sogno di tutte le stirpi custodì nelle arche millenarie.Dietro quell'altare, come se ogni cosa di Dio fosse trasparente, mi pareva di vedere il bianco Taumaturgo allontanarsi per la terra di Galilea, fin là dove ancora splendevano le rosse finestre di Tiberiade; là era steso, tra incensieri che fumavano, il largo drappo d'oro della danzatrice di Mágdala, cosparso di gemme che cadevano intorno al suo specchio d'argento...Era il peccato del mondo che si trascinava sin davanti gli altari, la gioia della umana carne che non voleva dar pace nemmeno al cuore d'un Dio.Or vedevo la donna splendente, inginocchiata nel [pg!306] mezzo della Basilica, sul drappo d'oro, immergersi nuda nel fumo degli incensieri, mentre saliva, tra il dolore della umana gente, la voce del grande organo avvolto in una musica di fiamme, e l'alta chiesa bruciava come un padiglione di sole—di fuoco e di sole—ov'erano tutti i peccati, le gioie della carne, tutto il rossore della umana voluttà, il riso ebbro della perdizione che vuota il cálice, spezza il bicchiere... più su, più su, in un vortice di sole—di fuoco e di sole—ubbriaca, nei paradisi terrestri, l'infernalità dionisiaca della vita...E la voce del mio spirito a lei gridava—«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più bella fra tutte le donne; il mio dolore è con te; il mio amore è con te; sciogli la treccia, Maria Maddalena...»La chiesa era bella; era un arazzo d'argento, un portico d'oro, una vetrata gloriosa di eccelsi cristalli, ove ogni fiamma si rompeva nel fuoco settemplice dell'arcobaleno.E la voce del mio spirito a lei gridava:—«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più soave di tutte le peccatrici; dalla tua carne bianca si diffonde il profumo delle rose di Galaad; nel giardino che tu sei nasce la fontana del terrestre amore; esso è [pg!307] vivo, e trema nel tuo grembo di peccatrice, nel tuo grembo di posseditrice... Sciogli la treccia, Maria Maddalena!...»Dai sacri incensieri, appesi a doppie catene d'argento, dal suo drappo d'oro steso nel mezzo della Basilica, quasi da lei, dalla inazzurrata sua nudità, saliva lento e ricamato il fumo dell'incenso cristiano, trasparente come l'elevazione dello spirito, casto come l'anima delle creature comunicate, lieve come la speranza degli uomini, ascendente come l'umano dolore.Tra il fumo, che pareva le formasse una tenue veste azzurra, le sue forcelle d'oro bruciavan nella capigliatura scintillante.Ma d'un tratto le sue dita vive sciolsero il nodo che avvinceva quella ricchezza disordinata, quel mantello biondo e buio, che pareva stellato come sono i firmamenti nel mese d'Aprile.Cadde.Su lei cadde. Maravigliosamente la vestì. Nelle sue trecce disciolte penetrò la nuvola degli incensieri. Vidi una striscia di vapore cingerla come una clámide bianca. La musica, divenuta fumo, s'immerse ne' suoi capelli scintillanti. Non era più nuda, non era più la danzatrice di Mágdala, ma quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»————[pg!308][image]Or io vedevo, nel celestiale dirupo, quella che un tempo chiamavasi la caverna de' caprifogli e degli spini.Quando scese al guado Bernadette, la Gave de Pau scorreva sotto la rupe di Massabielle, rasente il greto selvaggio. Ma ora la sagacia idraulica dell'ingegneria canonicale aveva respinto il fiume nel mezzo della vallata e spaziose murature circondavano l'accesso alla Grotta del Miracolo. Questa non era paurosa nè profonda; nulla in sè aveva dell'antro o della spelonca, nulla dei sinistri abitácoli di uomini primordiali o di fiere scomparse; ma solo appariva per due fenditure nella roccia, che ne formavan l'entrata e l'uscita; odor rancio di candele consunte appestava l'aria sotto la volta affumicata; le labbra dei fedeli avevano intaccato e reso liscio il sasso delle pareti; nel fondo era una specie di strozzatura, dalla quale pullulava un filo d'acqua, scarso, debole, che ogni tratto s'interrompeva.Questo era il sublime rivolo, che dissuggellò dal macigno la mano lieve della pascolatrice.Davanti alla fiacca sorgente vacillava un triste tabernacolo ed infinite migliaia di lettere si ammucchiavano dietro un cancelletto, in una specie di natural paniere. Là in fondo erano appese ancora le grucce e gli ordigni ortopedici dei primi che furon tocchi dal miracolo, [pg!309] e tutta la rupe, intorno all'accesso della Grotta, se ne vestiva come d'una tragica e squallida reliquia di martirio.I fedeli si stipavano all'ingresso, ov'era, contro il palco del predicatore, un rozzo ed enorme simulacro della Signora di Lourdes. I cristiani entravan come sonnambuli, dopo avere compresse follemente le labbra su la pietra luccicante; compivano il giro dell'angusto presepe, che doveva sanarli da ogni patimento: alcuni stramazzavano al suolo, tramortiti, nel vedere l'acqua celestiale. Venivan tolti su di peso; il lezzo era insostenibile; il cancello impediva di attingere alla divina Sorgente; le fisionomie, tra quel barlume di ceri e quella nebbia di sacra fuliggine, assumevano un non so che di orribilmente spettrale; un silenzio, non interrotto che dallo strisciar de' piedi, lasciava udire il gorgoglio che l'acqua scarsa mandava nella sua fatica di gemere; e la folla continua, pazza, pesante, muta, costringeva, dopo qualche attimo, a procedere fra le pareti anguste, fino all'uscita.Là, pareva che l'aria del mondo ancora fosse dolce a respirarsi, come per chi esce d'improvviso da una galera sotterranea.Ma quivi era la più turpe adunazione di carne moritura che mai si accolse davanti allo stupore de' miei occhi, e questa orribil fiera di atroci difformità circondava la Grotta del Miracolo. Come i sacri lebbrosi dell'Oriente, questi eran fatti segno all'adorazione della folla ed erano lasciati stare innanzi a tutti, proprio sul limitare della Grotta, come una larga platea di contraffazioni umane sotto il pergamo del predicatore, in attesa del miracolo.Chi poteva reggersi era in piedi su le grucce, oppure [pg!310] a ginocchi; gli altri eran deposti su lettighe, barelle, sedie scorrevoli, od eran quasi murati vivi entro macchine d'ortopedìa. Quasi fossero gli attori spaventosi d'un liturgico dramma da Gran Guignol, erano lasciati soli e campeggiavano in mezzo alla folla, sinistramente percossi dal chiarore delle torce, neri di tabe, monchi delle membra, con piaghe senza nome, con viluppi di fasce onde gemeva la nera putredine, meno simili a creature che a cadaveri dissepolti.Era scesa la rapida oscurità che fa breve in autunno il crepuscolo tra i monti; un po' di luna, fra nuvole, batteva sopra un angolo del Gave. L'odore dei timi, l'odore dei boschi pieni di ciclamini, aleggiava su la immensa folla che si andava perdendo nell'oscurità. Qualche lembo di giardino appena intravvedibile, qualche fiore nato in mezzo ad un cespuglio, facevano pensare alla vita con una specie di angoscia inesprimibile, come se la muraglia degli storpi dividesse noi per sempre dalle perdute primavere del mondo. Eravamo afferrati nel mezzo d'una umanità che non era più la nostra; eravamo anche noi sotto il pergamo del predicatore, sotto il rozzo enorme idolo dell'azzurra Signora di Lourdes, e vedevamo, sopra uno sfondo buio, nel quale brulicavano migliaia e migliaia di ceri, ardere gli occhi fanatici, le facce spettrali dei percossi da tutte le maledizioni, quelli che i medici abbandonarono ai supplizi delle tenaci agonie, quelli per cui la terra più non produce balsamo, e tanto è l'orrore che fanno, da inibire a chi li guarda il senso della pietà.Ma essi avevano ancora la speranza di risorgere, sani e liberi, per il tocco di una virtù ineffabile, che il crogiuolo dell'alchimista non ha finora imprigionata. E [pg!311] questi reietti da ogni bene del mondo amavano ancora la vita; queste povere cose già pregne della tentacolare distruzione sotterranea, questi pervasi dall'amor di Cristo amavano ancor la vita; questi laceri e difformi tronchi umani, atti a servir da esperimento per i chirurghi nelle sale anatómiche, avevano ancora in mente il sole delle mattine di primavera, la fresca voce delle donne che cantano, il vino biondo che ride nei cálici colmi di stelle, tutto ciò che porta gli uomini verso il terrestre paradiso, tutto ciò che non vuole spegnersi:—e più terribilmente di noi questi uccisi amavano la vita.Io vedevo i lor occhi malvagi, spaventati, volgersi alla Grotta fiammeggiante, cercare là dentro la salvezza, come l'avrebber cercata forse nell'inferno; e que' bracci monchi, e que' labbri tumidi, e quelle facce ove la speranza del miracolo dipingeva una specie di frenetica irresponsabilità, si volgevano a cercare su la terra quel Dio che doveva risuscitarli, quel Dio di tutte le basiliche, al quale volevano estorcere un ultimo giorno di vita.E quivi, come nelle Arene ove si vede sprizzare il sangue rosso del combattimento, ove cadono le belle fiere inginocchiate sotto la spada ferma del trucidatore, io sentivo sopra tutto fremere la bestialità sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione di tutti que' nervi, che amavano sentirsi atti alla crudele forza del godimento, alla esasperata gioia della validità, mentre stavano così presso all'inguaribile dolore.E in questo violento contrasto, che par quasi raffiguri tutta quanta la sintesi della vita, io scoprivo il senso voluttuoso della religione cristiana, che inchinò i forti verso i deboli e costrinse ognuno a guardare nel dolore [pg!312] altrui, come in uno specchio dove la propria calamità grandemente si fortificava. Scoverta nella rinunzia la maggior poesia della vita, essa giunse a concepire il patimento come la via del gaudio superiore, l'umiltà come un segno di forza, la fede come un elisire nel quale siano tutte le gioie dello spirito e dei sensi, congiunte. Allorchè i più grandi rivelatori prima di Cristo non avevan saputo giungere oltre il bene dell'annientamento, ecco levarsi dalle vigne di Galil il bianco Taumaturgo e dire agli uomini di tutte le terre, vestiti fosser di porpora o di rozza cánape, negli alti palazzi o nelle fredde catapecchie:—«Bisogna saper giungere alla bontà: essa è forse l'ultimo piacere della vita.»Così parlava quest'Uomo; ed era un sensuale profondo, un vero intriso di quella ricerca d'amore ch'è il fondamentale senso della vita, un appassionato perdonatore, che in tutti vedeva la sorgente della propria gioia nè poteva dividere sè stesso dalla comunione con l'amore altrui. Egli era nel mondo come una radice che dappertutto vuol suggere, mentre sapeva egli bene che la via più fraterna è quella del pianto. Nella sua bontà infinita era la tentazione involontaria di trarre sollievo dal male altrui, nel sentirsi meno afflitto del più afflitto, nel perdonare alla vita le sue crudeltà indispensabili.Ed egli non seppe, forse non volle, giungere all'isolamento. Questo grande medico di sventure umane, questo divino inventore di fallaci paradisi, ebbe la infantile innocenza di non sentire sè stesso infuori «dagli altri», ed amò «gli altri», e quando lo derisero, e quando lo percossero, egli seguitò a credere che il senso della vita fosse «negli altri»; e quando, da [pg!313] tutti tradito, ebbe una croce da ergastolano come ultimo soglio del suo regno terrestre, quando i suoi discepoli eran fuggiti e lo scherano di fazione lo punzecchiava con la lancia nel costato per affrettarne la tenace agonia, quest'uomo ch'era vissuto come un fanciullo, chiamandosi re degli accattoni e messia del popolo d'Israele, cercava in sè stesso un ultimo filo di voce per benedire i suoi codardi assassini, che vicino a lui rappresentavano il vero simbolo «degli altri.»Eppure anch'egli aveva sentito il bisogno di veder camminare accanto a sè la bionda femmina del terrestre amore, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...E questa musica d'amore,—forse la più bella che mai nascesse dai giardini della terra fiorita—questa bianca storia della danzatrice di Mádgala e dell'Uomo di Galil, è quella che oggi ancora sentiamo nascere in noi stessi ogni volta che il nostro cuore trema, è il poema carnale dello spirito, l'eterno peso della terra, che brucia e splende nei voli della umana poesia.

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Odette era la mia compagna, la mia amica, la sola mia confidente. Nè io potevo dimenticare quella notte già lontana.

Ho detto innanzi che, dopo essermi rifugiata con lei sotto la mia coltre, dopo averla fatta giacere sul mio guanciale, chiusi gli occhi e dormii.

Non è vero. Chiusi gli occhi e piansi.

Ma una sola coltre ci avvolgeva, ed era la prima volta che sentivo il tepore di un altro essere prendere me. Non potevo nemmeno ricordarmi chi era; stavo così bene vicino a lei; tutto il peso de' suoi capelli soffici e caldi mi traboccava su la spalla ingombrata; le sue braccia morbide, impure, avvinte alla mia persona mai da nessuno abbracciata, oscuramente mi facevano sentire il bisogno di coricarmi supina.

Era tardi; faceva un po' freddo; su noi, su la nostra coltre, dormiva un raggio di stelle. Nei vetri più alti, contro il cielo, qualche lontana cima d'albero si muoveva. Nella vasta notte non si udiva neanche un rumore.

Ma io sentivo perdutamente il desiderio di soffocare [pg!283] ne' suoi gonfi capelli la mia bocca innamorata. Il suo respiro mi toccava, mi parlava; era inebbriante come un forte profumo. Le parole sommesse, leggere, pericolose come lenti baci, mi carezzavano la bocca, mi scendevano, senza rumore, fin sull'anima...

—«... Se tu sapessi come non ho voluto, Madlen!... Era più d'un anno che gli dicevo di no, di no... tutte le sere... Ma qualche volta l'ho veduto piangere... E tu non sai com'è triste veder piangere un uomo. Allora, per non partire, per non andarmene via da te, una sera ho chiuso gli occhi, ed ho sentito la sua bocca fredda, la sua bocca pallida... pesare, pesare terribilmente su la mia...»

Forse non l'ascoltavo nemmeno più. Ne' miei sensi traboccava la memoria di altre cose infinite, cose da nulla, pressochè inafferrabili, che nondimeno erano state fra lei e me.

Avevo perduto per sempre il mio cuore di fanciulla. Ed ora, improvvisamente, mi rammentavo certe sue parole, certi suoi movimenti súbito repressi, qualche sua maniera di guardarmi, di toccarmi, di vigilare la mia bellezza nascente, qualche suo riso innaturale, buio, quando scopriva ne' miei occhi di vergine la traccia notturna de' miei primi peccati.

Già da lunghi mesi Odette aveva cominciato a parlarmi di cose d'amore come soltanto si parla fra due vere donne. Talvolta mi fissava, mi fissava lungamente, con le sue ciglia quasi d'oro abbassate su gli occhi splendenti, e mi fissava mutando colore, con un leggero cerchio d'ombra che le scendeva sino agli angoli della bocca.

Giorno e sera noi eravamo insieme; la nostra intimità [pg!284] era maggiore che fra due sorelle. Io mi chiamavo Madlen, ella Odette: i nostri due nomi così lievi erano la cosa più fresca, più ilare, in quella vecchia provincia.

E troppo sovente noi parlavamo d'amore. Anzi, ella ne parlava; io no. Io l'ascoltavo. L'ascoltavo senza batter ciglio, con un senso di profonda e voluttuosa paura. Mi raccontava di avere appartenuto a qualche amante; me lo diceva, le prime volte, con parole imprecise. Ma quella sua voce calda, lenta, che somigliava un poco alla sua maniera di muoversi, mi faceva immaginare le carezze, le complicate carezze ch'ella doveva saper dare ad un amante.

Si vestiva sempre così bene; aveva di sè una cura infinita; i suoi trent'anni parevan meno di venticinque; si vedeva ch'era impossibile, per lei, far a meno dell'amore. Sapeva cucire, cantare; sapeva scegliere i bei libri e tagliare le fine stoffe, dipingersi un po' troppo gli occhi e suonare a memoria Bach; sapeva rendere piena di tentazione la mia vita deserta.

A poco a poco, senza che io me ne avvedessi, ella incominciava con divenire il mio vizio. Fra lei e me nessuna cosa era vietata; potevo entrare nella sua camera, Odette nella mia, quando mi vestivo, quando mi spogliavo, ad ogni momento. Ma io, per non essere indiscreta, prima di entrare nella camera di Odette sempre battevo all'uscio, e non vi andavo se non quando era necessario. Ella no; ella da me veniva senza ragione alcuna, e sempre amava essere con me, nel bagno, nello spogliatoio, in quelle ore d'intimità, quando anche gli occhi d'una sorella possono divenire importuni.

Allora Odette, molto spesso, con l'aria di far quello [pg!285] che faceva quand'ero una bimba, s'impadroniva di me, de' miei capelli, della mia gola bianca e nuda, mi pettinava, m'incipriava tutta la persona, e sul mio corpo nuovo come un fiore lentamente muoveva le sue dita pallide.

Alle volte, mentr'io mi nascondevo sotto i miei capelli, tutta paurosa di me, voleva mi guardassi nello specchio per vedere quanto ero bella.

Sì, bella ero splendidamente, bella e matura per il peccato, così bella che non potevo guardare l'oscurità del mio grembo innocente, il pallore de' miei seni erti, senza pensare alla gioia infinita, che di notte, nel buio, soffocando, ero costretta a prodigarmi...

Talvolta io stessa la trattenevo a sedere su l'orlo del mio letto, finchè mi fossi addormentata. Ciò accadeva sopra tutto quando eravamo sole nel Castello ed il silenzio mi pareva risuonasse di lontani strepiti, fra quelle mura disabitate.

Quando sedeva su l'orlo della mia coltre, Odette, nelle sere dell'inverno, ed i suoi braccialetti, brillando, si premevan nel mio guanciale profumato, noi parlavamo a lungo, sottovoce, di cose veramente colpevoli, o tremando, bocca su bocca, leggevamo qualche storia d'amore.

Presso il mio capezzale stava sempre un vecchio libro di preghiere.

Quando mi aveva raccontato qualcosa di troppo torbido, e sentiva nel tepore della coltre leggermente il mio corpo tremare, allora prendeva quel libro, lo apriva, sempre alla stessa pagina, e senza muoversi, molto piano, con la voce alterata, leggeva una bella preghiera che, mi ricordo, cominciava così:

[pg!286] «Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé par mi les pécheresses...»

Ma una sera noi rimanemmo sole. In città si facevano le elezioni. Già da un mese Lord W., mio padre, non faceva che aggirarsi per la biblioteca, declamando con foga oratoria certi suoi lunghi discorsi molto rumorosi e niente affatto eloquenti. Infine partì, ben sicuro d'esser l'uomo più necessario alla politica dell'Impero Britannico.

Mi ricordo che faceva quella sera un terribile vento; il parco non era che una fragorosa burrasca di foglie arruffate. Già doveva esser tardi, forse le undici di notte, non so. Dietro le finestre, nell'aria splendidamente limpida, si vedevano bruciare le stelle. Un non so che di selvaggio penetrava tra muro e muro; io non potevo star ferma; quel rumore, quello splendore, si propagavano in me, dandomi una specie di febbre.

Tutti nel Castello erano già coricati. Noi due sole, in quella nitida sera di Marzo, rimanevamo ancora vicino al fuoco spento. Sui nostri telai formava un bianco ricamo il colore delle stelle. Nei vasi erano fiori odorosissimi, raccolti a fascio. Il vento saliva, scendeva, nel camino spento, muovendo la cenere.

Odette era sprofondata in una grande poltrona scura; vedevo le sue braccia nude fino al gomito, vedevo le sue belle caviglie, del tutto scoverte, nelle calze di filo nero, che parevan d'argento. E la macchia de' suoi capelli biondi, sul velluto scuro, sembrava quasi un vortice di fumo.

Allora una péndola suonò. Io mi levai; ella pure. Salimmo le scale insieme, con lentezza, fermándoci [pg!287] ogni tratto. Siccome l'elettricità si era interrotta, coprivamo con le nostre mani aperte le fiamme delle candele.

Giunte sopra, Odette mi guardò. Era estremamente pallida; le sue ciglia d'oro le facevano battere fin contro le narici un lungo riflesso quasi livido. La sua bocca non sorrideva come sempre; anzi aveva un non so che di sciupato, come la bocca di chi voglia reprimere un intenso piacere, un dolore acuto. Per non guardare lei, guardavo la candela gocciolante; cercavo di non pensare ad altro che agli scrosci fragorosi del vento. La fiammella si piegava, sfuggiva, guizzava, in rapidissimi fiocchi neri. Ma io stessa mi sentivo come lei: pallida e con la bocca sciupata.

In fondo al corridoio, con fragore, una porta si spalancò.

Era il vento. Le due candele si spensero.

Il vento c'investì con impeto, quasi volesse attorcigliarsi ai nostri fianchi, strappare via le gonne dalle nostre cinture.

Odette mi pose una mano sul braccio; disse, tra il vento:—«Spógliati. Verrò da te; leggeremo un libro.»

Dall'invetriata ch'era nel fondo le stelle macchiavano il corridoio d'una luce fredda e verde. Non risposi. La vidi andar via rapidamente. Io restai qualche attimo ferma; il cuore mi batteva. Poi, siccome sentivo le mie trecce sciogliersi, andai, camminando su le stelle, a chiudere quella porta spalancata.

Entrai nella mia camera senz'accendere il lume. Nello splendore delle due finestre si vedeva il parco arruffare nel vento le sue mille criniere. Gli abeti si piegavano [pg!288] tutti da una parte come grandi vele buie. Mi appoggiai con la fronte ai vetri, dai quali filtrava una lama di vento, sottile. Guardai l'erba dei prati, che scorreva, come se la traversassero in furia cento ruscelli. Sentivo il peso delle mie trecce pesarmi fin su l'anima. Non ero più io, non conoscevo più me stessa, mi sembrava di attendere un'anima straniera che stesse per entrare in me.

Il campanile, dal borgo invisibile, suonò l'ora. Mi parve di vedere questi larghi rintocchi andarsene per l'aria infuriata come pesanti mantelli gonfi di sonorità. Pensavo alla pallida fronte del diácono Ralph, a' suoi bellissimi occhi freddi come l'argento...

Non era più nel borgo il diácono Ralph. Dov'era il diácono Ralph?...

Mi slacciai la gonna, mi slacciai la camicetta, mi tolsi le forcelle dalle trecce, ad una ad una. Così facendo pensavo alle ragazze che sono tranquille, che non hanno bisogno d'amore, che vanno a letto con un po' di civetteria, ma senza mai sentirsi così male...

Avrei voluto essere come loro; addormentarmi anch'io, tranquilla, con le due mani in croce sul petto, finchè tornasse, la mattina dopo, il sole...

Non mi pettinai; non misi profumo nè cipria; non andai nemmeno a guardarmi nello specchio. Indossai una leggera vestaglia, e per togliere le scarpe, le calze, mi sedetti su l'orlo del letto. Io non pensavo all'amore; pensavo terribilmente a lei, a me...

In quel momento entrò Odette.

Chiusi gli occhi; mi feriva in tutta la carne la gioia più grande, più paurosa, che provai nella vita.

Poi cessò. Mi parve di essere morta. Rimasi lì, ferma, con la mano che più non sapeva togliere la calza; una gamba scoverta la gola nuda... [pg!289] Ella mi disse:—«Non sei ancora svestita?» E venne lì vicino, rovesciò del tutto la calza, me la tolse dal piede. Svestita?... Sì, lo ero. E perchè me lo domandava? Troppo lo ero; quasi non avevo su me che la mia bellezza e la paura di me stessa. Nel chinarsi, anche la sua vestaglia s'aperse. Mi sentii venire contro la faccia, negli occhi, nella bocca, nel respiro, un intenso buon odore di cipria calda e profumata.

Ella tornò a dire:—«Non sei ancora svestita?» Lo disse con una voce opaca, una voce sorda, pesante, esasperata, una voce che dissipava l'ultimo indugio. Vedeva bene la mia gola rovesciata; vedeva bene che mi restava solo da entrare sotto le coltri.

E mormorò:—«Córicati...»—Mi tolse la vestaglia, sollevò il lenzuolo, mi appoggiò la bocca su la fronte, per aiutarmi col suo peso a cader supina.

Poi mi coverse; radunò sul guanciale i miei capelli disordinati; ravvolse la coltre, piano piano, intorno alla mia gola.

Faceva tutto ciò naturalmente, come una buona sorella, con le sue mani troppo calde, col suo respiro troppo intenso, lasciando sbocciare dalla vestaglia i seni malnascosti, che tremavano. I suoi magnifici capelli biondi formavano un semplice nodo, una specie di voluminosa matassa, che da un lato, mal rattenuta, le ingombrava tutta una spalla.

Io chiusi gli occhi. Non la volevo nemmeno guardare. Ma pensavo agli occhi freddi come l'argento, alla faccia devastata e bella del diácono Ralph...

Allora ella sedette su l'orlo del letto, piegata su me, reggendosi ad un gomito che affondava nel guanciale. Non ricordo bene cosa disse... molte parole, delle quali [pg!290] sentivo sopra tutto il fiato; il fiato caldo, vicino, insistente, gonfio d'una specie di grido represso, che mi toccava come tocca una mano, come un labbro bacia, come un amante si dà...

E quella voce mi penetrava nelle vene, spossandomi, ravvolgendo con insidiosa lentezza il mio corpo inebbriato; anzi non l'ascoltavo nemmeno più: era una voce piena di gioia carnale, che si confondeva quasi al rumore del vento, al colore bianco delle stelle, a tutto il piacere infinito che stava per nascere in me...

A poco a poco, le parole che mi diceva—parole che non ricordo e non so quali fossero—divenivan più pesanti, più sorde, cadevano su le mie palpebre chiuse, baciavano la mia bocca umida, mentr'io sentivo, ed ella pure sentiva, il mio grembo tutto tremante sollevarsi, pieno di felicità...

Nell'urto che ci avvinse, cadde il libro di preghiere.

E il vento pregava per noi, cantando, nella notte scintillante:

«Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé parmi les pécheresses...»

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Ma Egli andava coi poveri, co' gli umili, coi veri derelitti, e vestiva il lino tessuto su' telai delle più misere filatrici, e beveva l'acqua di carità nelle ciotole degli arsi cammellieri, e dormiva ne' roseti, ne' palmeti, su l'erba ove nascosta germina la fragrante viola di Galil, sicchè la sua bianca tunica sempre mandava odore di rugiada mattutina e di erba selvatica.

E quest'Uomo ch'era il più povero fra tutti i poveri di Palestina, passava davanti ai cancelli dei patrizi, e non volgeva lo sguardo; passava davanti ai palazzi dei plutócrati superbi e dissoluti, passava davanti ai teatri senza statue, dai frontoni dipinti, ove i mimi imbellettati come cortigiane satireggiavano con scaltre adulazioni la Romanità goffa e prepotente; passava davanti alle bacheche dei cambisti, ove rilucevano le monete auree di tutto il Mediterraneo, passava davanti alle mostre dei venditori di toghe e di clámidi, con l'insegna dipinta di fresco in lettere latine per allettare il centurione dispendioso ed ignorante, passava per i vicoli ambigui ove le belle prostitute di Siria cantavano con voce flautata per allettare il danaroso viandante, passava davanti ai collegi della dura sapienza giudaica, davanti alle gioiellerie piene di gemme, ai fabbricatori di vassoi d'argento, agli empori di tappeti mesopotamici, alle fabbriche di [pg!292] ánfore, ai fini cesellatori di spade, ai librai che ostentavano edizioni alluminate di pergamene elleniche, passava nell'empio cuore della città satanica, alto, muto, e mai non volgeva lo sguardo.

In estate i bagni si gremivano; le bellissime donne di Giuda corrompevano con un'occhiata la giustizia dei governatori latini, carichi d'anelli e di collane trafugate nei saccheggi. Ogni tanto veniva la notizia d'una lontana vittoria di Cesare; i banchieri ed i commercianti s'impensierivano, pensando all'imminenza di nuovi balzelli. Nelle affollate gelaterie, su tavolini di giunco flessibile, si consumavano chiacchierando sciroppi e sorbetti simili a neve profumata, che gli schiavi apprestavano entro scorze di lucenti melagrane; sottovoce si deridevan le pessime abbigliature, i movimenti scomposti, ma sopra tutto le grosse mani ed i piedi plebei che avevan le mogli de' funzionari cesárei; si parlava di Roma come d'una immensa città coloniale, piena di borghesi arricchiti e di despoti altrettanto provvisori quanto balordi; chi poi diceva di venir da Roma e parlava della sua magnificenza barbarica, era da tutti ascoltato, interrogato, con una specie di curiosità sospettosa ed incredula.

Ogni tanto, per le strade ben pavimentate, passava a cavallo un giovine patrizio di Giuda, ufficiale nella guardia romana, pallido ed effeminato sotto l'alto elmo, che mal nascondeva in quelle fisionomie di decadenti l'intima vergogna della irredimibile servitù. Quel parlar grave della gente di Palestina metteva nell'aria un non so che di musicale, una specie di ronzìo calmo e vasto, che pareva la nenia voluttuosa di un popolo semidormente, la voce senza convinzione di anime passate al di là.

[pg!293] Una bella stoffa, un prodigioso anello, una pettinatura insolita e complicata, un motto di spirito, la notizia d'un fidanzamento, la straordinaria ladreria di qualche beduino crudele, gli spettacoli dei nuovi anfiteatri che si stavano aprendo, la questione dei precettori stranieri che pervertivano gli adolescenti e quella dei linguacciuti liberti che spadroneggiavano in tutte le case, il pericolo delle spie, quasi tutte greche o levantine, cui non sfuggiva il minimo pretesto per fare una denunzia o per tentare un ricatto, le prolusioni sapientissime che i Dottori tenevan ne' cortili del Tempio, dinanzi ad immensi uditorii fra i quali nessuno si dava la pena di capire un'acca, l'imbarazzo del Procuratore, il quale non mancava di perdere il filo e di arruffare scempiaggini tutte le volte che aveva da parlare in pubblico, ma sopra tutto il colorito sanguigno e le poppe indecenti che aveva la moglie di costui, plebea ricca di bitorzoli e scarsa di virtù, la quale faceva commettere un numero infinito di sciocchezze al rappresentante di Cesare, le canzoni esotiche venute in Palestina coi navigatori o con gli schiavi d'altre terre, le satire nelle quali si tradiva il terribile spirito ironico della razza giudaica:—tutto ciò formava l'argomento de' discorsi consueti e pareva occupasse l'anima superficialmente lieve di questa incatenata metropoli, più che l'epopea mondiale degli eserciti romani o la distruzione lenta che Giuda subiva sotto il regno del vile Tetrarca.

Ma Egli andava coi poveri, co' gli umili, con i buoni derelitti, e dappertutto era dove la fedeltà inestirpabile dalla razza batteva nelle vene del popolo, e dappertutto era dove il sogno dei mistici antichi rinasceva nella disperata nostalgia della gente semitica, e dappertutto [pg!294] era dove i piegati, i flagellati, i curvi sotto le ingiustizie del mondo, i preclusi al paradiso terrestre sognavano l'appressarsi del regno di Dio; e dappertutto era dove la scintilla d'un sogno folle poteva incendiare, come un granaio ricolmo di biade aride, la infinita miseria del terribile mondo.

E la sera, davanti ai casolari, Egli passava, con il suo viso di uomo che abbia tutto pensato, e carezzava la tonda fronte ispida, il ricciuto vello ebraico dei fanciullini ch'egli amava; e stando vicino ai pozzi, quando l'ora imbruniva, quando il cigolar delle secchie portava in su l'acqua buia come se fosse piena di stelle, parlava dolcemente con le vecchie femmine ancor onuste di tarda maternità, con le spose dalle guance vellutate, con le adolescenti non ancor possedute, parlava coi duri artieri, con la plebaglia senza moneta, con i gaglioffi e con gli agguantatori che le guardie tenevano d'occhio, e parlava per tutti ugualmente, nella maniera più dolce che mai s'era udita, lasciando un lembo di sè stesso in chiunque parlava con lui.

Sicchè un giorno cominciarono con dire:—Questi è l'uomo che or venne da poco annunziando il Battista; il re di tutti i miserabili, che avrà per corona il serto di spini, per scettro il chiodo infitto nella mano.»

Ed un altro giorno dissero:—«Egli guarisce, Egli monda, Egli rigenera.»

Ed infatti, una volta, quando venne l'uomo ossessionato,—e tutta la piazza era davanti—egli disse:—«Ma tu perchè farnetichi e ti fai male con le tue stesse mani? Vieni a me, lascia che io ti tocchi, e sarai libero da ogni dannazione.»

Così fece l'ossesso—e tutta la piazza vide il miracolo—e rimase prosternata fin quando Egli sparì.

[pg!295] Un'altra volta venne a lui il paralitico, e la sua mano lo disciolse; venne il mútolo, e questi parlò. Tutti quelli che pativano furon da lui medicati. E già si parlava in ogni piazza del bianco taumaturgo, e tutti venivano, e tutti, senza erba nè farmaco, venivano mandati alle lor case, liberi dal morbo che li flagellava.

Poichè sopra tutto Egli diceva:—«Perdonate al vostro male, a chi vi dona il male, a chi vuole che vi sia dato il male; poichè nel dolore umile, nel dolore senza bestemmia è la via che conduce al bene ultimo. Anzi voi dovete conoscere, uomini, che la felicità unica viene dal dolore.»

E v'era tutto un popolo, e v'era tutto un mondo ancor nuovo a questo verbo di martirio e di purificazione, che usciva dai foschi tuguri, pronto anch'esso alla croce del Calvario, pur di credere nelle parole del bianco taumaturgo:

«La felicità unica viene dal dolore.»

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Ed io sentivo il grande spirito del Cristo elevarsi dalle oscure moltitudini di Lourdes, ove un giorno eravamo tornati, Madlen ed io, nonostante le beffe del devoto e sardanapalico Lord Pepe.

Questi era sazio di pellegrinare ai luoghi sacri della [pg!296] cattolicità e meditava di ascendere con la bionda Litzine al primo ghiacciaio del Pic du Midi, per quindi presentarsi come un puntatore inaspettato nel Casino di Pau e chiedere un banco di mille marenghi.

Dopo il suo ritorno d'Oltremanica, questo banco di mille marenghi era divenuto la sua fissazione. Ormai non gli pareva cosa ragionevole cimentarsi al gioco in alcun altro modo:—l'esperienza gli consigliava di attendere pazientemente che un banchiere fortunato avesse davanti a sè questa lucida somma, poi sorgere d'improvviso, chiedere il banco, voltare possibilmente un nove di qua, un nove di là, dare la buona notte a tutti e ritirarsi per otto giorni a vita privata.

Maniera in fondo rispettabilissima d'intendere il gioco d'azzardo e, secondo la legge darwiniana della lotta per l'esistenza, tutto quel trascendentale senso dell'uman vivere che il duro Schopenhauer riassumeva nell'istinto di sopraffazione.

Senonchè l'amabile filosofo ispano-britannico (in ciò di gran lunga superiore al tetro tedesco) ammetteva con molta lucidezza di spirito che, in luogo di far nove a destra e nove a sinistra, si potesse anche per disavventura fare baccarà e baccarà.

Ed appunto per premunirsi contro questa non improbabile jattura, il saggio Lord Pepe aveva molta fede nell'allenamento fisico, nel giusto equilibrio dei nervi e dei muscoli, bene temprati alle fatiche della selvaggia montagna:—perciò Lord Pepe aveva immaginata, e predisponeva ora ne' suoi minimi particolari, un'ascensione al Pic du Midi.

Egli riteneva—secondo una esperienza non meno scientifica di quella che governa i miracoli di Lourdes—che [pg!297] la perfetta sanità e la pienezza delle forze fisiche pongan l'umano spirito in uno stato di maravigliosa antiveggenza, la qual consente perfino d'intuire i colpi favorevoli nelle oscure fortune del giuoco di baccarà.

Questa geniale teoria, non meno seria di tutte le altre che sorgono, brillano, e passano di moda, gli aveva date ormai conferme indiscutibili, tantochè, se invece di sostare al primo ghiacciaio avesse voluto arrampicarsi fino alla cima del Pic du Midi, non v'era ombra di dubbio che il banco da chiedersi poteva essere magari di cinquemila marenghi.

Ciò che importa, nelle cose terrestri, è credere ciecamente anche in assurdità, volere con assoluta fede una cosa magari impossibile; chi porta nel cuore la incontrastata certezza, già si trova per questo solo fatto su la via del miracolo. Ed il miracolo forse non è che una suprema ed oscura potenza della volontà umana.

In fin de' conti, se un pazzo era Lord Pepe, il qual credeva nell'influsso dell'aria di montagna su le fortune imprevedibili del baccarà, qual nome si meritava la demenza nostra, la fede o la curiosità nostra, che non esclude a priori le virtù miracolose di una fontana d'acqua sorgiva su la guarigione delle piaghe insanabili?

In verità eravamo pazzi entrambi, o saggi entrambi, secondochè si voglia nominare folle o giusta quella tentazione che l'uomo prova di voler guardare oltre i confini della stessa logica ed oltre l'esperienza della umana possibilità.

Per quanto sia mediocre il fine che lo tenta, c'è sempre un po' di sogno nell'uomo che insegue una [pg!298] chimera. E bisogna infine comprendere che nessuna verità è perfetta quanto la verità sublime delle cose impossibili.

Soltanto il meraviglioso è bello nella vita, nè importa voler conoscere per qual modo esso avvenga.

Questo noi cercavamo tra le oscure folle di Lourdes, nella grande attesa del miracolo che percoteva la cristianità infinita.

Quanti erano? Quante migliaia erano?

Impossibile a contarsi, quell'immenso numero di cristiani, del quale si gremiva tutta quanta la vallata; uomini e donne, secolari e monaci, cristiani di tutte le terre, facce sperdute in Cristo, nel fuoco della penitenza, nella febbre del digiuno, tutti confessati con l'ostia, mondi come il lino del battesimo, tutti assorti nel veggente amore che accese l'anima della bianca pascolatrice.

Era già questa l'ora, dopo le campane del vespero, quando i pellegrinaggi di Lourdes si adunano intorno alla Collina del Calvario per formare la processione del Santissimo Sacramento. Dai lontani Pirenei scendeva nella vallata un vento scuro, che pareva trascinasse con sè, dai prati alti, un melodioso e grande stormir d'abeti. Il bianco fiume di Bernadette quella sera cantava, come nel tempo quand'ella venne al guado, e la compagna e la sorella passarono per l'altra riva, e sparvero, cercando legna di buona scintilla. Nel vento era un odor confuso di nevai e di violette, un odor soave di bosco lontano e di fragranti resine.

Ora il Vescovo si mise davanti alle bandiere sacre delle varie comunità, e la processione cominciò a salire [pg!299] l'erta del Calvario. Di là dal ponte, sotto il Castello che tenne il vassallaggio delle otto vallate, Lourdes la empia, Lourdes la città monastica dei rigattieri di religione, si andava cancellando a poco a poco dietro un confuso velario di alberi e d'ombra. D'un tratto, sui bianchi steli dei ceri votivi qualche pallida e tremula fiammella s'accese; poi divennero cento, poi mille, poi divennero decine di migliaia; e tutto, nella valle di Lourdes, era un fantastico tremore di piccole stelle, un brillar stupendo che infiammava i marmi della raggiante Basilica, un improvviso ed infinito incendio, che vacillando pavimentava l'immensa Esplanade come una specie di terrestre firmamento.

Si vedevano i cristiani salire per le duplici scalinate del Tempio, dietro selve di arazzi e di bandiere che seguivano il baldacchino del Vescovo; ed erano gli incisi di tutte le piaghe, i turiferari della umana calamità, il vecchio popolo di Cristo, la sua carne, la sua crocifissa anima, quel che restava in terra del sogno d'un Dio.

E là, nel fuoco della Basilica, l'altare incendiato folgorava come un braciere splendidissimo.

Gli ori antichi, le gemme di tutti i regni della terra, le collane di perle che cinsero il collo delle cattoliche imperatrici, gli anelli dei Cavalieri di Cristo, conquistati nel tesoro di Bisanzio, i rubini rossi come il sangue, gli smeraldi verdi come l'oltremare, le riviere di brillanti che nessuna donna mai possedette:—questo possedeva la pallida Signora di Lourdes, l'Apparsa con un manto azzurro nel sogno della povera pascolatrice.

Ora, nella grande Basilica, si alzava il canto dei pellegrini, [pg!300] e questa voce gonfia di patimento, accesa di folle religiosità, rintronava contro i marmi tempestati di argenti votivi, traendone un fulgore così abbacinante che la luce medesima pareva divenisse un rumore.

Chiese uscite dalle catacombe, nel barlume fumoso delle torce sotterranee, con vescovi primordiali che battezzavano i condannati alle ugne delle fiere, chiese della prima cristianità, considerata come plebaglia da carneficina, ora voi siete palazzi d'argento, con vescovi regali e scintillanti come tiranni asiatici, dai quali non si appressan le labbra se non a cálici di ben cesellato oro massiccio e non si dona il Paradiso a chi non dona, e solo è fatto il nome di Cristo per suggellare opere ch'egli maledisse!...

Povere turbe fanátiche, voi forse eravate ancor le medesime che s'inginocchiaron nelle buie catacombe, iloti perpetui, che opprime la dura potenza delle città sataniche, vecchia famiglia dei carceri mamertini, dei lazzaretti forensi, dei poderi lavorati al paro con le bestie da giogo, poveri brandelli marci della splendente carne umana, tristezza della dolce terra, dolore del mondo...

La chiesa era bella; era tutta un arazzo d'argento, un portico d'oro, un teatro follemente lussuoso della umana povertà, una sala mistica ove le turbe inginocchiate aspettavano la consumazione d'un rito mirabile; un rito nel quale vedrei qualcosa di superumano avvenire, forse il trasmutamento di tutto me stesso in un altro spirito, quello che potrebbe infine prosternare la mia dura fronte contro la fredda pietra e sentire in me nascere la divina bellezza della possessione di Dio.

Forse di là uscirei, acceso io pure dalla demenza [pg!301] dei portatori di fiaccole, servo io pure dell'idolo scintillante, e la mia voce sommessa canterebbe nella grande conclamazione del miracolo, e sarei quel monaco del quale talvolta sorge in me la squallida ombra, e me infine condurrebbe la mia vita di profanatore alla sua perfezione definitiva.

Pensavo:—«Sarò un monaco. Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de' miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.

E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio monástico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo dell'inverno, serrato fra le corregge dei sandali d'umiltà. Una squallida barba castana, con qualche filo biondo, contornerà l'inciso pallore del mio volto notturno...»

Pensavo:—«E questa che viene con me, la bella fra tutte le belle, una sperduta in mezzo alle perdute, un fiore lungo la mia strada, una donna oscura che mi guarda con i suoi occhi pieni di nord, forse oggi diverrà la sorella dell'altra peccatrice, quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Pensavo:—«Siamo stati entrambi freddi e funesti come i gioielli che brillan nelle vetrine diavolo; tutta la nostra vita fu spesa, là dove l'anima perisce, negli ardenti pericoli delle sterili gioie; forse patimmo senza piangere, forse in noi rise un dolore che ci costrinse a vuotare il cálice, a rompere il bicchiere...»

E non udite voi, Madlen, come cantano i devoti pellegrini?

[pg!302] Essi cantano:—«Date a noi, Vergine Maria, la grazia, non di guarire, ma di credere; non di possedere, ma di credere; non di essere felici, ma di credere. Date a noi, Vergine Maria, l'altezza d'amore ch'è sopra il dolore degli uomini; lontanáteci dalle cose del mondo, fate in noi scendere quel che ogni spirito cerca: il vero Dio.»

Essi cantano:—«Il miracolo che noi cerchiamo è la testimonianza che voi non siete unicamente una musica del nostro inginocchiato sogno, ma la eterna luce dell'eterno infinito, la buona e verace ala che noi raccoglierà dal peso della polvere.»

Essi cantano:—«Vergine Maria, dà ora un segno che tu sei, nella nostra carne maledetta; solleva, se non me, il fratello mio che non ha ginocchia, la sorella mia priva di labbra, che non può dire il tuo nome; libera uno dei mille dal marchio dell'inguaribile infermità; muovi la mano per toccare una sola fronte; fa che i nostri occhi vedano quel che i nostri orecchi udirono; sii con noi, prega per noi, Signora di Lourdes, Madre di Dio...»

La chiesa era bella; era tutta un arazzo d'argento, un portico d'oro; i ceri si moltiplicavan tremando nel fuoco del tesoro inaccessibile; da ogni pietra saliva in Cristo l'anima del pellegrino inginocchiato.

Ed io pure sentivo qualcosa di me uscire da questa mia pesante materia, che tutto soffrì e tutto volle, per alimentarsi di quell'anima grande che la folla tramandava, come se il principio della liberazione stesse per invadere la mia spiritualità non ancora trascendente. E questo senso della purificazione mistica era in me tanto [pg!303] più vuluttuoso, quanto più sentivo di essere vicino all'amore di una donna, e quanto più sentivo il braccio di questa mia donna impaurita tremare leggermente sotto il mio, quando, nella splendente Basilica, fra la turba infinita, ella era il solo profumo, la sola presenza che ancora potesse ricordarmi della mia vita lontana.

Eppure, mai come allora, mai con uguale carnalità, avevo sentita la gioia della sua bellezza invadermi, l'ardore del suo desiderio possedermi, essere mio, confondersi nel tremore d'anima che pareva mi volesse dividere dalle gioie della vita.

Forse quest'amante, che non mi diedero le coppe lievi, ricolme di vini biondi, or mi darebbe la Chiesa dove l'organo balenante cantava, e mia diverrebbe davanti alla genuflessione di tutti i percossi, davanti alla miseria di tutti i pentiti, tra quell'incenso pregno d'immaterialità, che salendo in larghi vortici offuscava le gemme dell'idolo scintillante.

In una specie di sogno meraviglioso io pensavo alla liberazione dai sensi e pativo l'odore della sua carne, intravvedevo le altezze della mistica fedeltà e mi accorgevo del suo corpo ignudo, sentivo giungere insieme l'ora di partirmi da ogni desiderio e quella di godere il più logorante peccato.

Forse in lei, più profonda che in me stesso, era questa medesima duplicità, e le sue mani crudeli toccavano me, come un'amante cerca di comunicarsi al piacere dell'amante. Ne' suoi occhi pieni di nord non avevo mai veduta più ombra.

Non so perchè, in quel momento la immaginai qualora fosse morta—morta nella sua gioventù—ed immaginai di vederla giacere sovra un letto pieno di trine, [pg!304] seminuda, co' suoi capelli ancor segnati dall'ondulazione, con tutti i suoi vizi ancora evidenti su la pelle incipriata, e pensai come sarebbe stato lieve il peso di quel corpo da mettere nella bara...

Ma era viva, e diventerebbe vecchia,—una piccola vecchia gialla, col mento aguzzo, lo scheletro accartocciato... Il giorno del suo funerale, quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in miseria, qualcuno direbbe ch'era stata una prostituta; le darebbero, per marcire, due metri di terra santa...

E la sua bocca nuova come la primavera mi fece pensare alle notti del pallido Uomo di Galil, quand'Egli dormiva sotto le stelle, vicino alla cortigiana di Mágdala, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...

E fu il mio sogno così veracemente manifesto, che d'un tratto vidi, o mi parve, un largo drappo d'oro sciorinarsi nel mezzo della Basilica, e vidi la danzatrice di Mágdala, senza veli, più bella d'ogni altra che mai portò nome di donna, sciolta fin sopra le anche i suoi capelli biondi e bui, con braccialetti d'oro che si attorcevano a' suoi polsi come fini serpenti, e filigrane di gemme sui vertici dei seni gonfi di voluttuosa pubertà, uno specchio d'argento che brillava sul tappeto scintillante, e per musica unica la bellezza della sua nudità, danzare le sacre danze oscene dei pallidi semiti, quelle che in Giudea svigorivano le dure milizie italiche, e per lei da ogni [pg!305] parte ammucchiavano sul tappeto scintillante le più costose gemme della folle Tiberiade, ove nessuna finestra mai si chiudeva prima dell'alba e nessuna donna era mai posseduta da un uomo solo, anzi a quelli più sfrenatamente si dava, che nello stesso furor dell'orgia la natura vieta...

E questo, ch'io vedevo, era uno splendido abbaglio de' miei occhi, già pieni di quella erroneità ch'è fuori dalle cose presenti, ma che il forte calor dello spirito ágita e crea come un sogno non più dimenticabile. Mai quella chiesa infiammata uscirà dalla mia memoria ed il largo drappo d'oro sul quale mi apparve, nelle sembianze della donna ch'era mia, la danzatrice di Mágdala.

I ceri ardevano, l'organo scintillante alzava il suo canto liturgico sul fervore delle turbe inginocchiate; l'altare, circonfuso di fumo, tramandava dagli ori de' suoi tabernacoli quel senso dell'eterno e dell'immanente che il sogno di tutte le stirpi custodì nelle arche millenarie.

Dietro quell'altare, come se ogni cosa di Dio fosse trasparente, mi pareva di vedere il bianco Taumaturgo allontanarsi per la terra di Galilea, fin là dove ancora splendevano le rosse finestre di Tiberiade; là era steso, tra incensieri che fumavano, il largo drappo d'oro della danzatrice di Mágdala, cosparso di gemme che cadevano intorno al suo specchio d'argento...

Era il peccato del mondo che si trascinava sin davanti gli altari, la gioia della umana carne che non voleva dar pace nemmeno al cuore d'un Dio.

Or vedevo la donna splendente, inginocchiata nel [pg!306] mezzo della Basilica, sul drappo d'oro, immergersi nuda nel fumo degli incensieri, mentre saliva, tra il dolore della umana gente, la voce del grande organo avvolto in una musica di fiamme, e l'alta chiesa bruciava come un padiglione di sole—di fuoco e di sole—ov'erano tutti i peccati, le gioie della carne, tutto il rossore della umana voluttà, il riso ebbro della perdizione che vuota il cálice, spezza il bicchiere... più su, più su, in un vortice di sole—di fuoco e di sole—ubbriaca, nei paradisi terrestri, l'infernalità dionisiaca della vita...

E la voce del mio spirito a lei gridava

—«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più bella fra tutte le donne; il mio dolore è con te; il mio amore è con te; sciogli la treccia, Maria Maddalena...»

La chiesa era bella; era un arazzo d'argento, un portico d'oro, una vetrata gloriosa di eccelsi cristalli, ove ogni fiamma si rompeva nel fuoco settemplice dell'arcobaleno.

E la voce del mio spirito a lei gridava:

—«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più soave di tutte le peccatrici; dalla tua carne bianca si diffonde il profumo delle rose di Galaad; nel giardino che tu sei nasce la fontana del terrestre amore; esso è [pg!307] vivo, e trema nel tuo grembo di peccatrice, nel tuo grembo di posseditrice... Sciogli la treccia, Maria Maddalena!...»

Dai sacri incensieri, appesi a doppie catene d'argento, dal suo drappo d'oro steso nel mezzo della Basilica, quasi da lei, dalla inazzurrata sua nudità, saliva lento e ricamato il fumo dell'incenso cristiano, trasparente come l'elevazione dello spirito, casto come l'anima delle creature comunicate, lieve come la speranza degli uomini, ascendente come l'umano dolore.

Tra il fumo, che pareva le formasse una tenue veste azzurra, le sue forcelle d'oro bruciavan nella capigliatura scintillante.

Ma d'un tratto le sue dita vive sciolsero il nodo che avvinceva quella ricchezza disordinata, quel mantello biondo e buio, che pareva stellato come sono i firmamenti nel mese d'Aprile.

Cadde.

Su lei cadde. Maravigliosamente la vestì. Nelle sue trecce disciolte penetrò la nuvola degli incensieri. Vidi una striscia di vapore cingerla come una clámide bianca. La musica, divenuta fumo, s'immerse ne' suoi capelli scintillanti. Non era più nuda, non era più la danzatrice di Mágdala, ma quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

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[pg!308]

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Or io vedevo, nel celestiale dirupo, quella che un tempo chiamavasi la caverna de' caprifogli e degli spini.

Quando scese al guado Bernadette, la Gave de Pau scorreva sotto la rupe di Massabielle, rasente il greto selvaggio. Ma ora la sagacia idraulica dell'ingegneria canonicale aveva respinto il fiume nel mezzo della vallata e spaziose murature circondavano l'accesso alla Grotta del Miracolo. Questa non era paurosa nè profonda; nulla in sè aveva dell'antro o della spelonca, nulla dei sinistri abitácoli di uomini primordiali o di fiere scomparse; ma solo appariva per due fenditure nella roccia, che ne formavan l'entrata e l'uscita; odor rancio di candele consunte appestava l'aria sotto la volta affumicata; le labbra dei fedeli avevano intaccato e reso liscio il sasso delle pareti; nel fondo era una specie di strozzatura, dalla quale pullulava un filo d'acqua, scarso, debole, che ogni tratto s'interrompeva.

Questo era il sublime rivolo, che dissuggellò dal macigno la mano lieve della pascolatrice.

Davanti alla fiacca sorgente vacillava un triste tabernacolo ed infinite migliaia di lettere si ammucchiavano dietro un cancelletto, in una specie di natural paniere. Là in fondo erano appese ancora le grucce e gli ordigni ortopedici dei primi che furon tocchi dal miracolo, [pg!309] e tutta la rupe, intorno all'accesso della Grotta, se ne vestiva come d'una tragica e squallida reliquia di martirio.

I fedeli si stipavano all'ingresso, ov'era, contro il palco del predicatore, un rozzo ed enorme simulacro della Signora di Lourdes. I cristiani entravan come sonnambuli, dopo avere compresse follemente le labbra su la pietra luccicante; compivano il giro dell'angusto presepe, che doveva sanarli da ogni patimento: alcuni stramazzavano al suolo, tramortiti, nel vedere l'acqua celestiale. Venivan tolti su di peso; il lezzo era insostenibile; il cancello impediva di attingere alla divina Sorgente; le fisionomie, tra quel barlume di ceri e quella nebbia di sacra fuliggine, assumevano un non so che di orribilmente spettrale; un silenzio, non interrotto che dallo strisciar de' piedi, lasciava udire il gorgoglio che l'acqua scarsa mandava nella sua fatica di gemere; e la folla continua, pazza, pesante, muta, costringeva, dopo qualche attimo, a procedere fra le pareti anguste, fino all'uscita.

Là, pareva che l'aria del mondo ancora fosse dolce a respirarsi, come per chi esce d'improvviso da una galera sotterranea.

Ma quivi era la più turpe adunazione di carne moritura che mai si accolse davanti allo stupore de' miei occhi, e questa orribil fiera di atroci difformità circondava la Grotta del Miracolo. Come i sacri lebbrosi dell'Oriente, questi eran fatti segno all'adorazione della folla ed erano lasciati stare innanzi a tutti, proprio sul limitare della Grotta, come una larga platea di contraffazioni umane sotto il pergamo del predicatore, in attesa del miracolo.

Chi poteva reggersi era in piedi su le grucce, oppure [pg!310] a ginocchi; gli altri eran deposti su lettighe, barelle, sedie scorrevoli, od eran quasi murati vivi entro macchine d'ortopedìa. Quasi fossero gli attori spaventosi d'un liturgico dramma da Gran Guignol, erano lasciati soli e campeggiavano in mezzo alla folla, sinistramente percossi dal chiarore delle torce, neri di tabe, monchi delle membra, con piaghe senza nome, con viluppi di fasce onde gemeva la nera putredine, meno simili a creature che a cadaveri dissepolti.

Era scesa la rapida oscurità che fa breve in autunno il crepuscolo tra i monti; un po' di luna, fra nuvole, batteva sopra un angolo del Gave. L'odore dei timi, l'odore dei boschi pieni di ciclamini, aleggiava su la immensa folla che si andava perdendo nell'oscurità. Qualche lembo di giardino appena intravvedibile, qualche fiore nato in mezzo ad un cespuglio, facevano pensare alla vita con una specie di angoscia inesprimibile, come se la muraglia degli storpi dividesse noi per sempre dalle perdute primavere del mondo. Eravamo afferrati nel mezzo d'una umanità che non era più la nostra; eravamo anche noi sotto il pergamo del predicatore, sotto il rozzo enorme idolo dell'azzurra Signora di Lourdes, e vedevamo, sopra uno sfondo buio, nel quale brulicavano migliaia e migliaia di ceri, ardere gli occhi fanatici, le facce spettrali dei percossi da tutte le maledizioni, quelli che i medici abbandonarono ai supplizi delle tenaci agonie, quelli per cui la terra più non produce balsamo, e tanto è l'orrore che fanno, da inibire a chi li guarda il senso della pietà.

Ma essi avevano ancora la speranza di risorgere, sani e liberi, per il tocco di una virtù ineffabile, che il crogiuolo dell'alchimista non ha finora imprigionata. E [pg!311] questi reietti da ogni bene del mondo amavano ancora la vita; queste povere cose già pregne della tentacolare distruzione sotterranea, questi pervasi dall'amor di Cristo amavano ancor la vita; questi laceri e difformi tronchi umani, atti a servir da esperimento per i chirurghi nelle sale anatómiche, avevano ancora in mente il sole delle mattine di primavera, la fresca voce delle donne che cantano, il vino biondo che ride nei cálici colmi di stelle, tutto ciò che porta gli uomini verso il terrestre paradiso, tutto ciò che non vuole spegnersi:—e più terribilmente di noi questi uccisi amavano la vita.

Io vedevo i lor occhi malvagi, spaventati, volgersi alla Grotta fiammeggiante, cercare là dentro la salvezza, come l'avrebber cercata forse nell'inferno; e que' bracci monchi, e que' labbri tumidi, e quelle facce ove la speranza del miracolo dipingeva una specie di frenetica irresponsabilità, si volgevano a cercare su la terra quel Dio che doveva risuscitarli, quel Dio di tutte le basiliche, al quale volevano estorcere un ultimo giorno di vita.

E quivi, come nelle Arene ove si vede sprizzare il sangue rosso del combattimento, ove cadono le belle fiere inginocchiate sotto la spada ferma del trucidatore, io sentivo sopra tutto fremere la bestialità sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione di tutti que' nervi, che amavano sentirsi atti alla crudele forza del godimento, alla esasperata gioia della validità, mentre stavano così presso all'inguaribile dolore.

E in questo violento contrasto, che par quasi raffiguri tutta quanta la sintesi della vita, io scoprivo il senso voluttuoso della religione cristiana, che inchinò i forti verso i deboli e costrinse ognuno a guardare nel dolore [pg!312] altrui, come in uno specchio dove la propria calamità grandemente si fortificava. Scoverta nella rinunzia la maggior poesia della vita, essa giunse a concepire il patimento come la via del gaudio superiore, l'umiltà come un segno di forza, la fede come un elisire nel quale siano tutte le gioie dello spirito e dei sensi, congiunte. Allorchè i più grandi rivelatori prima di Cristo non avevan saputo giungere oltre il bene dell'annientamento, ecco levarsi dalle vigne di Galil il bianco Taumaturgo e dire agli uomini di tutte le terre, vestiti fosser di porpora o di rozza cánape, negli alti palazzi o nelle fredde catapecchie:—«Bisogna saper giungere alla bontà: essa è forse l'ultimo piacere della vita.»

Così parlava quest'Uomo; ed era un sensuale profondo, un vero intriso di quella ricerca d'amore ch'è il fondamentale senso della vita, un appassionato perdonatore, che in tutti vedeva la sorgente della propria gioia nè poteva dividere sè stesso dalla comunione con l'amore altrui. Egli era nel mondo come una radice che dappertutto vuol suggere, mentre sapeva egli bene che la via più fraterna è quella del pianto. Nella sua bontà infinita era la tentazione involontaria di trarre sollievo dal male altrui, nel sentirsi meno afflitto del più afflitto, nel perdonare alla vita le sue crudeltà indispensabili.

Ed egli non seppe, forse non volle, giungere all'isolamento. Questo grande medico di sventure umane, questo divino inventore di fallaci paradisi, ebbe la infantile innocenza di non sentire sè stesso infuori «dagli altri», ed amò «gli altri», e quando lo derisero, e quando lo percossero, egli seguitò a credere che il senso della vita fosse «negli altri»; e quando, da [pg!313] tutti tradito, ebbe una croce da ergastolano come ultimo soglio del suo regno terrestre, quando i suoi discepoli eran fuggiti e lo scherano di fazione lo punzecchiava con la lancia nel costato per affrettarne la tenace agonia, quest'uomo ch'era vissuto come un fanciullo, chiamandosi re degli accattoni e messia del popolo d'Israele, cercava in sè stesso un ultimo filo di voce per benedire i suoi codardi assassini, che vicino a lui rappresentavano il vero simbolo «degli altri.»

Eppure anch'egli aveva sentito il bisogno di veder camminare accanto a sè la bionda femmina del terrestre amore, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...

E questa musica d'amore,—forse la più bella che mai nascesse dai giardini della terra fiorita—questa bianca storia della danzatrice di Mádgala e dell'Uomo di Galil, è quella che oggi ancora sentiamo nascere in noi stessi ogni volta che il nostro cuore trema, è il poema carnale dello spirito, l'eterno peso della terra, che brucia e splende nei voli della umana poesia.


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