Per ciò voi eravate, Madlen, così persa e posseduta di me, quella sera che noi vedemmo gli storpi urlare nella febbre del miracolo, davanti alla Grotta fiammeggiante. Com'eravate nella Basilica, davanti al mio sogno di allucinato, così, ora e per sempre, in voi, Madlen, confonderò l'immagine della vera Maddalena.E tutto il cammino che noi compimmo traverso le perdizioni della vita, forse più liberi ci condusse davanti a quest'ora definitiva. La terra buona e dolce, voi [pg!314] e me chiamava dalla vostra carne profumata, mentre il supplizio e la follìa di tutti i miserabili era davanti ai nostri occhi.Le due maniere di vivere, qui per noi s'incontravano al bivio necessario ed inevitabile.Tutto il peccato nuovo e giovine della vostra carne splendente m'innamorava in un modo così affascinante, che l'attesa della vostra dedizione per me si confondeva in una specie di voluttà sacrilega. E voi stessa non eravate più quella d'una volta, ma la donna forse della vostra infanzia, una donna che si riaffacciava davanti all'inizio d'ogni cosa della vita, e godeva d'esser stata impura, per meglio poter conoscere alfine, la perfetta colpa.Davanti a quel mare di folla cristiana così farneticante nel delirio del miracolo, io, chiudendo gli occhi, ripensavo alle bianche albe del lontano fiume Urumea, quando voi eravate ancora una donna bella come il tormento, e la notte io v'attendevo, nella stanza piena di stelle, sommerso nel vento che scendeva da Monte Igueldo pieno di rosai...————[image]Urlavano; farneticavano; erano lì, proni e scomposti, nelle bende, su le grucce, lividi, contagiosi, monchi, tronchi, senza mento, idrópici come otri, consunti come [pg!315] cánapi, bacati, con la pelle impressa di lue, scotennati, con mandibole torte, con labbri pendenti, argentati di lebbra, con pustole del vaiolo; uno era perfino senza gola e si vedeva l'attaccatura della lingua. I congegni ortopedici picchiavano su l'asfalto; l'odore dello iodoformio stringeva la gola.Erano lì, centinaia; formavano cerchio intorno al pergamo; strisciavano innanzi, a poco a poco, simili ad un lento groviglio di rettili che volessero avvolgere, stringere, l'enorme idolo della Signora di Lourdes.Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben conoscere il sesso nè l'età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.Ed era salito sul pergamo un prete calmo, liscio, tutto adorno di bei paramenti, simile ad un magistrato, a un giudice delle cose divine, a un distributore delle amnistìe celesti, il quale predicava con una voce burocratica, senza mai variar di tono, quasi avesse premura di giungere alla fine. Ogni tanto alzava le braccia, tutt'e due le braccia, di scatto, con un gesto d'automa, e gridava:—Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...La folla, tutta la immensa folla che si prolungava genuflessa nell'oscurità, ripeteva, battendo la fronte sul terreno, il grido fanatico:—Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...»E l'urlo entrava nel corridoio del Gave, si perdeva, si ripercoteva nell'eco lontana dei monti; una sola parola correva più alta fra tutte: «le miracle!... le miracle!...»C'era una monaca:—un decrepito corpo sfasciato, [pg!316] un pacco di vestimenti religiosi e di carni morte, seduta in una grande seggiola, dalla quale non poteva muoversi. Quando tutti si prosternavano, ella sola rimaneva come in trono sopra lo stuolo degli storpi, anchilosata come un fachiro, immobile in tutte le sue giunture. Questa monaca aveva una schiena lunga più del verisimile, che la innalzava spaventosamente; le due mani eran entrambe torte indietro, sotto il polso, perfettamente distese, cosicchè gli ápici dei medii quasi toccavano i gómiti. Questa monaca non aveva occhi, o per meglio dire, al luogo degli occhi aveva due piaghe rosse come carboni ardenti. E si vedevan anche da lungi le punte aguzze delle sue mandibole cineree masticare con una specie di visibile scricchiolìo le sillabe dell'invocazione al miracolo.I bambini nati nei sifilicomi, i figli senza padre delle femmine che partoriscono in galera, i concepiti nel delirio alcoolico, nei tremiti forieri dell'epilessìa, i mostri delle gravidanze infantili, i contaminati, che le ciurme da sbarco lasciano alle meretrici vagabonde, parevano atroci caricature dello scheletro umano, appesi al collo delle dame di carità; ed uno, perfino, sotto una faccia tonda, piena d'eczema, aveva due dita di barba. All'altro, senz'orecchi, usciva di dietro il cranio la gibbosità di un secondo cranio. Ve n'era un altro, dalla statura d'uomo, con la fisionomia d'un infante, il quale agitava i suoi bracci rattrappiti, che gli arrivavan poco più giù dell'anche, mentre le sue gambe smisurate non gli permettevan di tenersi bene in equilibrio, cosicchè dondolava tutto d'un pezzo, come una catasta di sedie che stia per rovesciarsi.—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...[pg!317] Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...Laggiù, sino in fondo, nel barlume dei ceri quasi consunti, si vedeva qualche pallida mano brancolare sotto le frange dei lunghi scialli neri.Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben conoscere il sesso nè l'età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.Poi v'erano i mostri dal muso di lepre, camuso, ottuso, con grosse labbra sporgenti e fesse, che ciondolavano, pesanti, violastre, come le pappagorge dei tacchini; v'erano i mostri dalla faccia di mops, rincagnati, con tumidi occhi membranosi, piccole orecchie diritte, una cotenna irsuta, ispida, senza fronte; i mostri dalle facce di ermafrodito, con barbe nere intorno ai lineamenti femminili, piccoli cerchi d'oro agli orecchi e la camicia da uomo gonfia d'un seno flaccido; i mostri gozzuti e glabri come rospi, e quelli che andavano ripetendo con espressioni percosse dall'imbecillità il grido di qualche animale; ma contraffatto anch'esso, pregno di un opaco dolore, gonfio d'una specie di fuggente umanità oppressa dal contagio ferino, atroce ad ascoltarsi, come la voce dell'uomo che stia per diventare bestia.Le malattie più rare, più sinistre, gli ultimi avanzi dei morbi spenti, le infermità che hanno quasi apparenza di leggende, gli orrori che una volta su mille [pg!318] s'incontran nelle vetrine de' musei anatomici, si erano adunate spaventosamente in una specie di fiera macabra, non concepibile da nessuna immaginazione. Uomini con denti inestirpabili, simili a zanne, che si eran confitte nell'osso del mento; facce prive di ogni sembianza, cineree, cicatrizzate, dove i lineamenti non parevan essere che un incompiuto rilievo sottocutaneo; gobbezze del tutto dissimili da quelle comuni, venute, per esempio, sotto un braccio, o di sopra una spalla, in guisa da superare l'altezza del capo; facce voltate quasi all'indietro; senili rachitismi di adolescenti; esseri che parevan composti di due mezze persone del tutto dissimili una dall'altra; catalessìe che duravan da anni ed avevan suggellato il corpo giacente in una specie d'immobilità calcarea, di sonno pietroso, tantochè la faccia del dormente pareva divenuta selce, anzi luccicava e si sfogliava come la superficie di un elemento fóssile; barbe formate, anzichè di peli, di lunghe e fini escrescenze carnose, verdastre come licheni, grumose come la muffa, orribilmente vive come le ventose dei pólipi.E la voce del predicatore non cessava dal recitare la sua vecchia predica, toccandosi ogni tanto il velluto dei paramenti, come per sorvegliare se vi entrasse la rugiada della sera. E sebbene riuscisse quanto mai difficile intendere le sue parole, forse narrava dei prodigi ch'erano mille volte accaduti, lì, dinanzi alla Grotta Miracolosa, per intercessione dell'enorme idolo di legno dipinto, con forza di speranza e per virtù di preghiere.Poi, di scatto, inattesamente, alzava le braccia ed urlava:—Sainte Vierge de Lourdes effacez nos blessures!...—Sainte [pg!319] Vierge de Lourdes ressuscitez nos mourants!...—Jésus, fils de Marie, faites pour nous le miracle!... le miracle!... le miracle...»Lo spirito di Dio passava su le turbe inginocchiate. Un senso d'attesa invadeva l'anima dei cristiani, come la possibilità meravigliosa di un fatto assurdo; bruciava nelle piaghe dei trafitti, nella demenza degli occlusi, volava, cantava, si moltiplicava in tutto lo spazio della vallata notturna, come il sublime Verbo di una forza che ormai diveniva necessaria ed inevitabile.Cominciò l'ora del delirio. Quei pazzi in Cristo, laceri di tutta la miserabilità umana, sentivano la potenza della follìa collettiva pervadere la lor carne martoriata. Quel che non poteva lo specillo del chirurgo, la genialità del laboratorio chimico, potrebbe ora l'allucinazione di migliaia e migliaia d'anime purificate con il lievito dell'Eucaristìa.Nulla impediva ormai che l'impossibile avvenisse.Cominciò il delirio. I malati si agitavano; il cerchio terribile si stringeva intorno all'idolo di legno dipinto; si vedevan dalle barelle alzarsi facce sparute, come se uscissero dal sepolcro; mani contorte lacerare le bende, spaventosi mutilati erigersi, maschere della contraffazione, spettrali agonìe ritrovare la forza di drizzarsi ancora sui ginocchi.Il predicatore se ne andò; sul pergamo apparve la figura di un monaco, tetra e smorta, con occhi freddi come l'argento, in una devastata faccia terribilmente incisa di drammaticità, che mi fece pensare agli occhi fermi, alla bocca perversa, alle piccole mani crudeli del diácono Ralph...E quel frate guardò, la folla dei deliranti, come s'egli [pg!320] solo avesse la forza di poterli tutti risanare. Li guardò con una specie di sinistra potenza, mentre i tentácoli di quell'unica idra dei flagelli umani parevano avventarsi a lui, quasi per strappargli di dosso la sua pallida gioventù e costringerlo a potere per tutti quel che potè nella terra di Giuda il crocifisso Taumaturgo.Ma egli rise; e bene si vide la sua dentatura bianca scintillare sotto il fuoco delle torce. Rise anch'egli, forse, per la gioia di sentirsi immune davanti a quel mare di contaminazione, o rise per una specie di demente ilarità, che gli dava la sua medianica forza d'intercessore del miracolo; rise alzando il Crocifisso, perchè tutto il popolo de' Cristiani vedesse l'immagine dell'Inchiodato sul Gólgota.Tra il fumo delle torce, un non so che di soprannaturale, una specie di atmosfera magnetica si andava condensando su quella orrenda fiera di carne lacerata, su quella convulsa demenza di anime allucinate, che potevan per sè stesse generare il miracolo.Mai vidi un'attesa più grande, più certa, più irremediabile, davanti al compiersi di avvenimenti umani. Le più rosse memorie de' crudeli fanatismi arabi, de' religiosi deliri musulmani, qui trascoloravano davanti al potere comunicativo della follia cristiana, davanti alla violenza d'amore di quelle infinite anime che si alzavano a Dio, perchè un segno del cielo apparisse. Nulla ormai poteva impedire l'avverarsi di un fatto superiore alla possibilità, ed io stesso me ne accorgevo nel mio cuore di miscredente. Là doveva per forza compiersi quello che altrove mai avverrebbe; là Dio era inevitabile, Dio stava per giungere, Dio mi toccherebbe con la sua mano invisibile.[pg!321] Il senso dell'estorsione, il contagio d'una formidabile volontà, il potere di una immensa forza, che non era di alcuno ma di tutti, uno spaventoso e fatale delirio si alzava come un bruciante soffio di materia dalla diuturna macerazione di quelle anime cristiane, formava con la immateriale sua visibilità l'atmosfera della presenza di Dio, chiudeva nella folla infinita il potere stesso che appartenne ai divini taumaturghi.Ed io mi sentivo impallidire come il monaco dai freddi occhi d'argento, e come lui sentivo il bisogno di adergermi davanti a quel cerchio di disperazione, per estorcere dalle potenze oscure il miracolo folgorante, per gridare anch'io, con la sua stessa voce cupa ed inesorabile:—Les aveugles verront; les paralytiques jetteront leurs béquilles; le cadavre surgira...Da un capo all'altro, fin dove l'ombra li cancellava, le migliaia di cristiani s'inginocchiavano, cadevano bocconi su la terra, pregavano come non ho mai udito pregare altrove, nè da una creatura nè da mille.—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades...Tutta la valle cantava. Per il bianco rumor del fiume verrebbe il segno di Dio; su la folla inginocchiata si alzerebbe, da una lettiga, da una gruccia, da un fascio di bende rosse, il tocco dalla mano di Dio.«Diácono Ralph—(se voi siete il diácono Ralph)—rammentate ancora la mattina piena di sole, quando il raggio camminava, camminava, sul braccio, su la spalla, su la nuca di questa mia donna impaurita, e ne' vostri occhi freddi come l'argento tremò la fiamma dell'amore umano, e su lei vi chinaste con la bocca pallida [pg!322] come la voluttà, nell'odore delle violette, nel raggio di sole, monaco di Lourdes, se voi siete il diácono Ralph?...»Cosa udivo?—Erano i tisici che tossivano, i febbricitanti che battevano i denti, erano i cancerosi che si sentivan trafiggere dalle pugnalate interne, gli artritici che non sapevano dove tenere le membra gonfie, i tifosi che balbettavano sudando freddo, i pazzi che ridevano, con un riso gutturale, aspro e corto; erano le donne sterili che domandavan un figlio, i percossi dal ballo di San Vito che accompagnavano la propria danza con un ronzìo de' labbri simile ad un rumor di cicale, i gozzuti che facevano gorgogliare la propria melopea nella vescica enorme che pendeva dal loro mento; erano le fanciulle contaminate, che pregando mettevano a nudo i loro seni rôsi e bucherellati come alveari, ed i fetidi che trasudavano di umori viscidi, luccicanti come lumacature delle biscie, gli epilettici che incominciavano a tremar di convulsione, i ciechi che piangevano, lasciando colare dalle caverne degli occhi lagrime di nero sangue raggrumato:—era la voce di tutta la umana infermità che saliva nella invocazione del cantico:—Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes...Un pazzo, dai capelli rossi, con due buchi nelle guance, con due grossi orecchini d'oro, faceva e disfaceva continuamente la sua floscia cravatta nera.Due nani gemelli, congiunti per un braccio, vestiti come due pretini, senza la manica interna, s'inginocchiavano, s'alzavano insieme.La monaca senza occhi, rigida come un fachiro, con le mani torte fin sotto i gomiti, cercava di pregare anch'ella battendo insieme i moncherini.[pg!323]—Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes...Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben conoscere il sesso nè l'età, villosa, marocefálica, abbaiava, abbaiava.—.... tu, in nomine Dei, parce nobis, mater...Diácono Ralph—(se voi siete il diácono Ralph)—rammentate ancora il profumo nuovo delle violette che ringiovanivano i prati della grigia contea, quella mattina piena di sole, quando voi pure sentiste il potere oscuro della felicità umana, la febbre della imposseduta carne che scintillava sotto i vostri occhi freddi come l'argento, monaco di Lourdes, se voi siete il diácono Ralph?...—.... parce, Virgo, nobis, Mater intacta Dei...La litania cresceva, saliva da ogni parte, più alta, nella notte buia. Tremavano migliaia di ceri; la Grotta pareva un braciere; la sua vampa investiva il pergamo, magicamente illuminava la figura del monaco. Tutto pareva oscillasse in un chiarore di miracolo. Qualche stella ritersa dal vento si accendeva, si spegneva, tra il correre delle nubi voluminose. Il fiume passava, bianco, leggero, portando con sè, nel suo rumore d'acqua eterna, le follìe degli uomini; limpida neve caduta su le cime degli azzurri Pirenei, che andrebbe a morire nel divino Atlantico...Quando la voce del monaco lanciava l'urlo dell'invocazione, si vedevano i mille storpi contorcersi con [pg!324] una specie di frenesìa convulsa, quasi volessero aiutare nella propria carne spenta il principio del miracolo. Ed allora, sui materassi chiazzati, sui cuscini sordidi, nei sinistri apparecchi di ortopedìa, nelle barelle ove tremavano i moribondi, sui banchi ov'erano a frotte i ciechi, i sordi, i mútoli, cominciava una specie di rabbioso dimenìo, con un brancolare di mani pallide e squallide, quasi un tentativo di rissa, come accadrebbe in una turba di affamati quando vi si gettasse ad intervalli qualche tozzo di pane. Ma quel pane che ognuno voleva carpire per sè, togliere al suo fratello, era il privilegio della grazia divina, la improvvisa luce del miracolo che toccherebbe ad uno su mille, mentre tutti volevano con feroce invidia riavere per sè tutta la vita.Si erano aspersi con l'acqua della Fontana Miracolosa; da giorni e giorni pregavano di continuo, senza quasi nutrirsi, per meglio cibare l'Ostia della purificazione; da giorni e giorni solo ascoltavan cantici e narrazioni di miracoli: eran venuti per lunghi treni gremiti di febbre e d'agonìe come lazzaretti emigranti; vivevan nelle celle de' monasteri, nelle corsìe promiscue degli ospedali straboccanti; si lasciavano trasportare di chiesa in chiesa, di barella in barella; vedevano morire, toccavano piaghe immonde, ascoltavano urli strazianti, pativano lezzi nauseabondi, soffrivano tutto quanto può soffrire la pazienza umana, e poichè su la terra nessun medico più li salverebbe, credevano disperatamente nel potere della grazia celeste, denudavano le proprie infermità perchè meglio Iddio le vedesse, incrudelivano le piaghe roventi sotto i rivoli dell'Acqua risanatrice; di giorno, di notte, null'altro facevano che inveire a Dio con disperate preghiere.[pg!325] Portati come spaventose reliquie dietro le bandiere dei pellegrinaggi, serviti per carità, non dalle mani rozze dell'infermiere, ma da quelle talvolta paurose della patrizia e del cavaliere di Cristo, si accorgevano a poco a poco d'essere divenuti come brandelli sacri ed intangibili della calamità umana. Quanto più erano difformi, tanto più sentivano crescere il senso di questa venerazione, tanto più speravano che il cielo volesse designarli per dare l'esempio del miracolo. Alcuni forse giungevano sino ad amare la propria infermità, come un tramite per essere più vicini a Dio. Tutto, in quel mondo soprannaturale della fiera di Lourdes, era predisposto per condurre i sani e gli infermi a vedere ogni cosa traverso il colore dell'allucinazione: dovesse pure non accadere il miracolo, molti erano così pregni di miracolosità, che giurerebbero d'averlo veduto. Quella carne così spietatamente incisa dai crudelissimi artigli della malattia sentiva di esser esposta, come i sacri ciborii, su l'altare della pietà cristiana; que' mutilati s'accorgevano d'essere gli attori precipui dello spaventoso dramma, la torturata creta ove s'imprimerebbe, davanti alle turbe della gente cristiana, il póllice della divinità.Riarsi di sete, avevano bevuto con avidità, sotto i becchi delle fontanelle canoniche, il filo d'acqua espresso dal tocco della divina Bernadette. La scarsa e debole sorgente ora dava migliaia di litri al giorno; scorreva giù, piana, liscia, innocente, come una qualsiasi vena prigioniera in condotti sotterranei: si apriva un rubinetto di zinco, e la possibilità del miracolo fluiva. Nudi, paonazzi di febbre, lividi per gelo, morsi dalle trafitture di flemoni e di piaghe atroci, coi polmoni fessi dai tarli dell'etisìa, le ossa frantumate dalle corrosioni [pg!326] dei morbi céltici, si erano lasciati immergere nelle piscine immonde, plumbee, simili a tombe di cemento nella melma verdastra d'uno stagno; e le immersioni talora duravano sino allo svenimento, non di rado fino all'agonìa.Dentro quelle vasche, ove pareva si conservasse l'immondizia e la tabe di tutta la cancerosità umana, l'acqua veniva solo mutata un paio di volte al giorno, e quelli che chiedevan d'essere immersi erano talvolta parecchie centinaia. Sul fiore di quell'acqua buia, chiusa da un sipario di tende, si coagulavano fili di sangue, pezzi di croste orribilmente infette, batúffoli d'ovatta o sfilacciature di bende, staccatesi dalle úlcere in piena decomposizione; talora vi si agitavano piccoli brandelli di carne morta. Su quell'acqua micidiale, nefasta, fredda, scura, galleggiava una specie di oleosità, iridata come le ali delle libellule, che formava chiazze d'ogni forma, rossastre, violacee, simili un poco a vasti e folti ragnateli che si fossero adagiati su quegli orrendi serbatoi della putredine.Là dentro s'immergevan gli eczemi, le pustole, i contagiati dalla malaria, dal tifo, dal mal sottile, dalla dissenteria; vi scendevan le femmine sterili a rendere il lor grembo fecondo, gli ulcerati dello stomaco a far chiudere la piaga vorace, le fanciulle possedute dalla follìa del mal d'amore a cercarvi la innocente castità: vi entravano ancora i fanatici del secolo ventesimo, quelli che in altri tempi di superstizione chiesero ai divino Cagliostro la fontana dell'acqua di gioventù.Ed ora, dopo notti e giorni d'abluzioni, d'insonnia, d'inedia, di preghiere, storditi dagli organi della fulgente Basilica, ebbri di contagio mistico, saturi di comunione [pg!327] con Dio, prima di tornare alle case distanti, o morir per istrada, o riprendere il gramo giaciglio in fondo alle corsìe degli incurabili, erano là, forse mille, dinanzi alla Grotta fiammeggiante, arringati dal monaco tragico, nell'attesa d'un segno di Dio.Ed il miracolo si fece.D'un tratto, nel mezzo di quel recinto macabro che pareva il cortile d'un antico spedale di lebbrosi, un uomo che stava carponi si levò furiosamente. Gettò via le coperte macchiate di sangue, si strappò gli abiti apparve seminudo; urlava.Urlava con una specie di esaltazione furibonda, scagliando in ogni senso le sue braccia villose, nere, possenti come quelle di un quadrumane. Aveva nel fianco sopra la cintola, una piaga orrenda. I suoi capelli grigi gli cadevano su la faccia imbestialita dal lungo patire Ma un riso convulso torceva la sua bocca dai labbri smorti. Alcuni si precipitaron su lui; ma egli tutti respinse. Metteva i piedi su le barelle dei più vicini questi si rizzavan sui gomiti, per guardarlo. Ed egli, a torso nudo, ancor atletico nella sua magrezza, disciolse tutte le bende, ne fece un pacco rosso, che buttò lontano, sopra lo stuolo degli storpi. Si vide orribilmente la piaga nuda. Ma egli chiuse il pugno, e ve lo immerse. Quasi vi entrava; lo trasse fuori tutto insanguinato, lo agitò in alto, sopra il mare dei percossi, e l'uomo dalla piaga urlava.Urlava con una specie d'ilarità selvaggia, mostrando le cinque dita insanguinate. Poi strinse il pugno, lo conficcò nella sua piaga viva, una, due, tre, numerose volte. Ma la piaga non grondava più sangue. La piaga [pg!328] si cicatrizzava a poco a poco, visibilmente, non del tutto, quasi per metà...Egli muoveva il busto, si agitava, rideva, urlava, rasciugandosi ne' calzoni le cinque dita insanguinate; chiamava tutti a guardare la sua piaga; e la sua piaga diveniva più piccola, più asciutta, più sana, più rossa di nascente vita...Poich'egli svitava il dosso e muoveva le cóstole per provare in ogni modo se ciò gli desse dolore, pareva che il suo costato magrissimo stesse per bucare la pelle. Non provava dolore. No: era tocco dal miracolo, era libero, stava per guarire, camminerebbe, andrebbe da solo per i vicoli del suo villaggio, dentro e fuori la soglia della sua casa, porterebbe un grosso cárico di legno su le spalle, si lascerebbe urtare da tutti, era libero, libero!...Intorno a lui si formava una siepe umana; chi strisciava, chi si arrampicava su gli altri, chi metteva le dita nel suo sangue; facce sparute si volgevano a lui perfino dai guanciali dei moribondi; preti e medici correvano; gli infermieri, presi nel mezzo della calca, non riuscivano più a proteggere gli storpi dal pericolo del travolgimento; la Grotta fiammeggiava; l'enorme idolo di legno dipinto era là, sorridente; si udiva passare la musica dell'acqua eterna; il monaco scomparve.—Gloria, Regina Coeli, Mater purissima Dei...Quello che accadde, nessuna parola può descrivere.Tutta la gente cristiana, decine e decine di migliaia, caddero bocconi contro la terra, baciarono la terra benedetta, [pg!329] si picchiarono la fronte contro il suolo dov'era suggellata la Fonte risanatrice. S'intravvedeva nella distanza, fin dove l'occhio poteva scernere, uno stuolo di gente buia e di ceri vacillanti agitarsi come un mare in tempesta. La notizia del miracolo si era propagata in pochi istanti fino alle ultime case di Lourdes; da ogni luogo sbucava gente; una triplice fila d'infermieri, di monaci e di guidatori de' pellegrinaggi, male impediva che la folla crescente si rovesciasse oltre le barriere di corda che limitavano lo spazio destinato agli infermi. Tutti urlavano; la frenesia de' malati, per ottenere a lor volta il miracolo, diveniva una specie di parossismo; sul pergamo salì un vescovo; si mise cantare:—Exultat domus mea, mea lucet benignitas...D'improvviso, dal suo congegno d'ortopedica ferraglia, un paralitico sorse. Dapprima stette in bílico sui ginocchi, aprendo le braccia: indi si levò.Si levò barcollante, nuovo a quell'equilibrio verticale come un fanciullo che discioglie i primi passi; e rideva di un riso ebete, puntellandosi nel vuoto contro la minaccia di ricadere.Camminò. Fece alcuni passi obliqui, vacillanti come quelli d'un ubbriaco, e si volgeva per riguardare la ferraglia del suo supplizio, l'apparecchio di metallo e di cuoio che aveva contenuta la sua lunga immobilità. Poi si mise a guardare le sue gambe, a tastare le sue ginocchia, le anche, tutto il basso del suo corpo che si raddrizzava, che miracolosamente riacquistava l'elasticità nelle giunture anchilosate, negli ossi fuorviati, nelle caviglie rigonfie, nei piedi morti. E quando fu ben sicuro [pg!330] che il fuoco della vita rifluisse nella sua carne spenta, quand'egli, come un sonnambulo, pur si accorse di camminare, di camminare... una frenetica risata gli eruppe dalla gola singhiozzante, le sue braccia batterono l'aria come le ali d'un uccellaccio colpito a morte, urlò così forte che i più distanti l'udirono, e cadde all'indietro, senza flettersi, con le braccia aperte come un Crocifisso nella catalessi del miracolo, e rimase là irrigidito.—Notre-Dame de Lourdes!... sauvez nos fils malades!...Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.E squassavano i párgoli rachitici, dalla enorme testa calva, con il collo segnato dalla scrófola, con le orrende macchie indelébili del vino e della pallida lue. Su questi visi di bámboli, átoni di senile imbecillità, batteva il fuoco delle torce illuminando le tragiche devastazioni dei crimini procreativi, sul braccio di quelle madri spettinate, scarne anch'esse, logore dal contagio che inflissero al figlio d'un contaminato.E su la folla dei cristiani terribilmente passava la sensazione di Dio. Una straordinaria demenza invadeva le turbe dei pellegrini. Davanti all'enorme idolo di legno dipinto, sul limitare della Grotta piena di fiamme, sotto il pergamo di pietra dove il pallido Vescovo alzava un buio Crocifisso, era su tutti, meravigliosamente, l'immensa ala della potenza d'un Redentore.Adesso i ciechi vedevano, i sordi credevan udire, dalle [pg!331] labbra dei mútoli sgorgava qualche sillaba confusa; il delirio mistico assumeva le forme più assurde, contraddiceva, talora per qualche attimo, talora per sempre, la scientifica impossibilità.Ciò che i medici ed i chirurghi avevan escluso dalle lor cliniche atee come la verità positiva, qui sgorgava da una polla scarsa d'acqua innocente, brillava nello splendore della Grotta fiammeggiante, ardeva nella divina poesia della fede cristiana. Ciò che il medico non poteva ne' suoi laboratori consci di tutto il sapere d'una secolare investigazione, poteva, su le sventure dei battezzati, il buio Crocifisso nella mano del Vescovo pallido. Ed il miracolo sempre consisteva nella potenza taumaturgica della fede assoluta, nella certezza di dover guarire, ch'è la forza incomprensibile di tutte le guarigioni. La volontà miracolosa passava dall'uno all'altro, si centuplicava nella forza medianica di una gente infinita, poichè nessuna prova esclude che da uno sforzo titanico della volontà si possa ricreare perfino la materia.E più non eravamo nel secolo di tutti i sarcasmi, di tutte le eresie. C'era un angolo del mondo—questa buia Lourdes—ove ancora un Cristo poteva sorgere dalle folle inginocchiate per condurre gli uomini lontano da quella che sarà in eterno la via del dolore. Qui si comprendeva com'era nato, presso le soglie della pazza Gerusalemme, il grande mito che fu sino ad oggi la più divina musica della vita, e qui si rivedeva l'Uomo di Galil salire coronato di spine alla croce dei ladri, sul Calvario.Da tutte le terre dei cristiani venivano a Lui come una volta i percossi dalle afflizioni del mondo. Quelli che avevano picchiato invano a tutte le porte, ora venivano [pg!332] a Lui. Quelli che la natura crudele foggiava per ischerno con il più guasto rimasuglio della sua creta, quelli che udivan ridere senza mai poter ridere, cantare senza mai cantare,—da tutte le terre dei cristiani ora venivano a lui. Se la pietà umana li aveva dati per uccisi e la sapienza delle umane medicine li escludeva da ogni speranza d'incolumità, quelli che udivano intorno a sè cantare le vendemmie, ridere le primavere,—da tutte le galere del mondo fedelmente venivano a lui.E questi uomini sciancati, e queste femmine sterili, e questi bimbi senza gioventù, allucinati ancor più di chi beve le droghe dei paradisi artificiali, saturi di una fede spaventosa e mirabile, non si accorgevan ch'erano venuti a lui, solo per carpire dalla sua divinità il piacere della vita, il fuoco gioioso e pagano del terrestre amore, la gioia dei sensi liberi, la felicità della carne. Volevano buttare a Dio le loro piaghe immonde, le lor grucce dolorose, il fetore delle lor bende mádide, il peso dei tumori soffocanti, la bruttezza delle membra contorte, il freddo respiro delle imminenti agonìe;—volevano vivere, splendere, ardere, tornare nei giardini della vita, spegnere nei rivi della felicità la lor sete carnale, poichè, per tutte le creature che nacquero, la transitoria bellezza del mondo è la più limpida forma di Dio.E quivi ancora, dove al bivio parevano disgiungersi «le due strade»—quella del terrestre amore si nascondeva nel sogno dei pentiti, bruciava di sole infuriato sotto la polvere dell'ascensione spirituale.Al Cristo che morì per gli uomini, l'uomo eternamente chiedeva il miracolo d'un raggio di sole.————[pg!333][image]La trascinai lontano.Era mia.Sentivo terribilmente il bisogno d'immergere la mia viva bocca nella sua carne bella. Non potevo più tollerare quell'odor di ceri e di umanità maledetta; sentivo il bisogno folle di lei, de' suoi profumi, della sua fina cipria, della sua bocca giovine, della sua purezza non infranta.Quella che a me non diedero le canzoni dei pazzi violini, la scintillante spuma de' bicchieri colmi, diveniva or mia presso la Fontana di Lourdes, nel ribrezzo dell'infinito umano dolore.Fuggimmo.I boschi erano verdi, erano fragranti; qualche rosa nasceva, chissà da qual giardino claustrale; il buon odore dell'ultima estate scendeva dagli orti chiusi dei bianchi monasteri.Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano...Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè tu divenivi la mia [pg!334] solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu. Adesso mi si destava nell'anima una grande malinconia, quasi una bontà nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un'anima nel tuo corpo giovine come il sole, e stando così presso alla tua bocca desiderata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu...Vieni; la notte è quasi profumata come la tua gola che intravvedo. E noi passeremo allacciati sotto i portici di questa vecchia Lourdes, cercando una camera scura, un letto angusto, con due guanciali di freddo cotone, sotto un Crocifisso di legno tarlato. Pregni ancora d'incenso, noi discioglieremo in un tetro albergo di pellegrini questi abiti che portano il segno della nostra insolente paganità. Vieni; così ti amo, così ti voglio, contaminata come sei dal respiro di tutti i patimenti, nuda, come fosti nel Tempio, quando eri la danzatrice di Mágdala...E sul guanciale ove discioglierai la tua treccia bionda e buia, dove annoderai le tue braccia nel contorto grido irreprimibile, sentirò salire da me stesso e da te la gioia viva del mondo in mezzo alle piaghe di tutto l'uman genere; mi bacerai con la tua bocca rossa, mi toccherai con l'erto ápice de' tuoi seni lussuriosi come la sterilità, mi farai sentire, nel dolore gioioso del tuo grembo non ancor dissuggellato, battere quell'unico senso della vita che non può disgiungersi da ogni cosa viva, ma traversa come una eterna divinità la bellezza universale...Vieni; ancora ho voglia d'immergermi sino alla gola nella gioia del mondo, e ridere in mezzo a questo pianto, e vivere in mezzo a questa morte, ove ti condussi per intendere quale musica debba essere la mia.I mistici organi delle basiliche hanno cantata l'apotéosi [pg!335] del divino amore; vieni; ora forse riudiremo trillare da lungi le canzoni vertiginose dei pazzi violini... E questo avverrà per le scale buie d'un locandiere da pellegrinaggi, in una stanza rimasta vuota, forse perchè aveva qualche vassoio di puro cristallo e qualche drappo di bianca trina.Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; un fiume bianco di spuma entra nella sera infinita; per il cielo eterno si alza il respiro di una immensa fatica; un fiume passa; il tuo braccio mi stringe; tutto questo è il rumore di una giornata umana, un po' di giovinezza finita, un po' d'amore disperso, Madlen... e la tua bocca è giovine, la tua mano è calda, il fiume passa, passa...Vieni; su noi piove il pagano amore del vivere; in questo immenso tentativo dell'andare più in là, una sola cosa è necessaria: impadronirci della barbara vita.Vieni; troveremo una porta quasi conventuale, con sopra un lume vacillante; se la porta sarà chiusa, noi picchieremo col battente. Scenderà mezzo addormentato una specie di furbo scaccino sessantenne, per vedere chi mai siano, a sì tarda ora, nella buia Lourdes, questi due rumorosi importuni. E guarderà le tue mani accese di brillanti, le tue dita quasi azzurre, con una specie di sdegno avido e scandolezzato, mentr'io gli dirò che siamo due pellegrini del Sacro Cuore di Gesù, rimasti senza tetto e senza giaciglio in questa città così deserta, ove si comprime a stento una immigrazione formidabile. Nella sua casa, ove par che ogni uscio vi chieda il favore di pronunziare un «Amen», troveremo tutto ciò che delicatamente occorre a bene dormire dentro lini di bucato; le mura d'antica pietra, le porte di vecchio [pg!336] noce, le cortine di spesso drappo, ci seppelliranno vivi fra il sonno di questa guelfa città de' conventi, e lontano, chissà dove, nei profondi nostri occhi pieni di febbre ancora vedremo ardere la Grotta Fiammeggiante sul piazzale dei Miracoli, ridere d'un riso immoto l'enorme idolo di legno dipinto e gli ultimi guizzi della vampa lambire il pergamo dove apparve, con i suoi occhi freddi come l'argento, la tragica ombra del diácono Ralph...Tu ed io guarderemo tacendo il pallore dell'uomo che ti abbandonò.Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nostra è ancora la gioia del mondo; in noi sale scintillante la spuma del vino biondo; ridono, tremano, cantano gli archi dei pazzi violini...Non tutto è rinunzia e buia preghiera; se due sono le strade, forse la nostra è quella che passa nel cuore della vita.Vieni; ora ti spoglierai; la tua pelle nuda mi ricorderà che il mondo è pieno di sole...In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, ove pesa l'ombra della tragica Lourdes, penserò la sera di Settembre, su la bella Concha, quando la strada scintillante correva sotto i gonfi giardini del reale Castello di Miramar...Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte Igueldo!...In un vasetto d'argento, fra l'orologio e il portacenere, due lunghi rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini. Avrei voluto dirti una parola d'amore, qualche [pg!337] bella parola che non trovai. E tacendo guardavo le tue mani. Pensavo a quelli che ti avevano baciata, alle labbra che si erano immerse nel respiro della tua viva bocca.Tra il sole morente le tue trecce divenivan color di fumo. La tua pelle prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le tue forcelle di brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli scuri.I tuoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.E nel guardarti pensavo:—Questo è forse l'amore.La distanza è l'amore. Ciò che per noi fu tale in un'ora di bellezza e finì. La donna che passa è l'amore; la donna senza storia, senza nome, senza il peso inevitabile de' suoi mediocri peccati. Quelle che andarono via, scomparvero, travolte nella musica d'un treno. Quelle che a noi diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle, quando canta il maestrale.Con noi passarono, risero, nel turbine d'una città sconosciuta. Forse un teatro le portò, un albergo, una strada buia.Erano molte; fra molte rimase una.Aveva negli occhi e nell'anima il colore della terra d'esilio; portava in sè la primavera, e come la primavera passò.Parlava con un po' di fatica, sottovoce, della sua casa lontana, di gente che voi non conoscete, di luoghi belli e distanti che forse non vedrete mai; parlava con una voce piana, senza ombra di timore, come una buona sorella...E fu la vostra amante in una camera d'albergo, dopo una sera troppo calma od un bicchiere troppo colmo...Chi era?[pg!338] Forse nessuno; la donna più bella che vedeste, il colore della terra d'esilio, l'unica forse che v'innamorò...Sul vostro guanciale disciolse, per qualche notte, la sua treccia profumata; vi disse molte cose di sè, molte cose poco importanti, che saranno fors'anche vere...La mattina, prima del sole, come venne uscirà da voi, leggera, in punta di piedi, trascinando sul lungo tappeto la sua bella vestaglia di seta. E troverete forse di lei, nella coltre, una forcella dimenticata...In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, penserò a quel giorno di pioggia sul finire del mese di Settembre, quando entrai la prima volta, Madlen, nella tua stanza quasi buia. Dal bagno filtrava un po' di luce; l'argenterie cesellate, l'avorio de' tuoi molteplici pettini, scintillavano sul vetro della pettiniera. Si udiva la pioggia battere sul terrazzo, con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità; nella voluminosa nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro Eugenia Vittoria.E dicevi:—«Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo divenire. Se volete che sia vostra, tormentátemi un poco, fátemi un poco male, persuadendomi sottovoce, parlandomi sottovoce... poichè amo, amo, amo la lussuria delle parole... Ora tacete. Io sola parlerò con voi. Ho molte cose a dirvi, e quasi non me ne ricordo più. Sì, me ne ricordo... Ascoltate. La prima sera, quando eravamo seduti presso, alla tavola di giuoco, e vi domandai un fiammifero per accendere la sigaretta, ho capito súbito che qualcosa poteva nascere fra voi e me; provavo una irritazione singolare nel sentirvi così vicino, e fu allora, non dopo, ch'ebbi di voi [pg!339] la tentazione più forte. Quella sera voi eravate veramente un uomo senza cuore, gelido e sciupato, al quale restava negli occhi, forse nell'anima, qualcosa di terribilmente lontano, che altre portarono via, qualcosa di amaro, di aspro, d'insensibile... Mi piacevate allora, e dopo di allora non più...»Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini.Sì, avevi ragione, Madlen:—«only as long as we are strangers can love be a sweet spleen...»
Per ciò voi eravate, Madlen, così persa e posseduta di me, quella sera che noi vedemmo gli storpi urlare nella febbre del miracolo, davanti alla Grotta fiammeggiante. Com'eravate nella Basilica, davanti al mio sogno di allucinato, così, ora e per sempre, in voi, Madlen, confonderò l'immagine della vera Maddalena.
E tutto il cammino che noi compimmo traverso le perdizioni della vita, forse più liberi ci condusse davanti a quest'ora definitiva. La terra buona e dolce, voi [pg!314] e me chiamava dalla vostra carne profumata, mentre il supplizio e la follìa di tutti i miserabili era davanti ai nostri occhi.
Le due maniere di vivere, qui per noi s'incontravano al bivio necessario ed inevitabile.
Tutto il peccato nuovo e giovine della vostra carne splendente m'innamorava in un modo così affascinante, che l'attesa della vostra dedizione per me si confondeva in una specie di voluttà sacrilega. E voi stessa non eravate più quella d'una volta, ma la donna forse della vostra infanzia, una donna che si riaffacciava davanti all'inizio d'ogni cosa della vita, e godeva d'esser stata impura, per meglio poter conoscere alfine, la perfetta colpa.
Davanti a quel mare di folla cristiana così farneticante nel delirio del miracolo, io, chiudendo gli occhi, ripensavo alle bianche albe del lontano fiume Urumea, quando voi eravate ancora una donna bella come il tormento, e la notte io v'attendevo, nella stanza piena di stelle, sommerso nel vento che scendeva da Monte Igueldo pieno di rosai...
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Urlavano; farneticavano; erano lì, proni e scomposti, nelle bende, su le grucce, lividi, contagiosi, monchi, tronchi, senza mento, idrópici come otri, consunti come [pg!315] cánapi, bacati, con la pelle impressa di lue, scotennati, con mandibole torte, con labbri pendenti, argentati di lebbra, con pustole del vaiolo; uno era perfino senza gola e si vedeva l'attaccatura della lingua. I congegni ortopedici picchiavano su l'asfalto; l'odore dello iodoformio stringeva la gola.
Erano lì, centinaia; formavano cerchio intorno al pergamo; strisciavano innanzi, a poco a poco, simili ad un lento groviglio di rettili che volessero avvolgere, stringere, l'enorme idolo della Signora di Lourdes.
Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben conoscere il sesso nè l'età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.
Ed era salito sul pergamo un prete calmo, liscio, tutto adorno di bei paramenti, simile ad un magistrato, a un giudice delle cose divine, a un distributore delle amnistìe celesti, il quale predicava con una voce burocratica, senza mai variar di tono, quasi avesse premura di giungere alla fine. Ogni tanto alzava le braccia, tutt'e due le braccia, di scatto, con un gesto d'automa, e gridava:
—Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...
La folla, tutta la immensa folla che si prolungava genuflessa nell'oscurità, ripeteva, battendo la fronte sul terreno, il grido fanatico:
—Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...»
E l'urlo entrava nel corridoio del Gave, si perdeva, si ripercoteva nell'eco lontana dei monti; una sola parola correva più alta fra tutte: «le miracle!... le miracle!...»
C'era una monaca:—un decrepito corpo sfasciato, [pg!316] un pacco di vestimenti religiosi e di carni morte, seduta in una grande seggiola, dalla quale non poteva muoversi. Quando tutti si prosternavano, ella sola rimaneva come in trono sopra lo stuolo degli storpi, anchilosata come un fachiro, immobile in tutte le sue giunture. Questa monaca aveva una schiena lunga più del verisimile, che la innalzava spaventosamente; le due mani eran entrambe torte indietro, sotto il polso, perfettamente distese, cosicchè gli ápici dei medii quasi toccavano i gómiti. Questa monaca non aveva occhi, o per meglio dire, al luogo degli occhi aveva due piaghe rosse come carboni ardenti. E si vedevan anche da lungi le punte aguzze delle sue mandibole cineree masticare con una specie di visibile scricchiolìo le sillabe dell'invocazione al miracolo.
I bambini nati nei sifilicomi, i figli senza padre delle femmine che partoriscono in galera, i concepiti nel delirio alcoolico, nei tremiti forieri dell'epilessìa, i mostri delle gravidanze infantili, i contaminati, che le ciurme da sbarco lasciano alle meretrici vagabonde, parevano atroci caricature dello scheletro umano, appesi al collo delle dame di carità; ed uno, perfino, sotto una faccia tonda, piena d'eczema, aveva due dita di barba. All'altro, senz'orecchi, usciva di dietro il cranio la gibbosità di un secondo cranio. Ve n'era un altro, dalla statura d'uomo, con la fisionomia d'un infante, il quale agitava i suoi bracci rattrappiti, che gli arrivavan poco più giù dell'anche, mentre le sue gambe smisurate non gli permettevan di tenersi bene in equilibrio, cosicchè dondolava tutto d'un pezzo, come una catasta di sedie che stia per rovesciarsi.
—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...
[pg!317] Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.
—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...
Laggiù, sino in fondo, nel barlume dei ceri quasi consunti, si vedeva qualche pallida mano brancolare sotto le frange dei lunghi scialli neri.
Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben conoscere il sesso nè l'età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.
Poi v'erano i mostri dal muso di lepre, camuso, ottuso, con grosse labbra sporgenti e fesse, che ciondolavano, pesanti, violastre, come le pappagorge dei tacchini; v'erano i mostri dalla faccia di mops, rincagnati, con tumidi occhi membranosi, piccole orecchie diritte, una cotenna irsuta, ispida, senza fronte; i mostri dalle facce di ermafrodito, con barbe nere intorno ai lineamenti femminili, piccoli cerchi d'oro agli orecchi e la camicia da uomo gonfia d'un seno flaccido; i mostri gozzuti e glabri come rospi, e quelli che andavano ripetendo con espressioni percosse dall'imbecillità il grido di qualche animale; ma contraffatto anch'esso, pregno di un opaco dolore, gonfio d'una specie di fuggente umanità oppressa dal contagio ferino, atroce ad ascoltarsi, come la voce dell'uomo che stia per diventare bestia.
Le malattie più rare, più sinistre, gli ultimi avanzi dei morbi spenti, le infermità che hanno quasi apparenza di leggende, gli orrori che una volta su mille [pg!318] s'incontran nelle vetrine de' musei anatomici, si erano adunate spaventosamente in una specie di fiera macabra, non concepibile da nessuna immaginazione. Uomini con denti inestirpabili, simili a zanne, che si eran confitte nell'osso del mento; facce prive di ogni sembianza, cineree, cicatrizzate, dove i lineamenti non parevan essere che un incompiuto rilievo sottocutaneo; gobbezze del tutto dissimili da quelle comuni, venute, per esempio, sotto un braccio, o di sopra una spalla, in guisa da superare l'altezza del capo; facce voltate quasi all'indietro; senili rachitismi di adolescenti; esseri che parevan composti di due mezze persone del tutto dissimili una dall'altra; catalessìe che duravan da anni ed avevan suggellato il corpo giacente in una specie d'immobilità calcarea, di sonno pietroso, tantochè la faccia del dormente pareva divenuta selce, anzi luccicava e si sfogliava come la superficie di un elemento fóssile; barbe formate, anzichè di peli, di lunghe e fini escrescenze carnose, verdastre come licheni, grumose come la muffa, orribilmente vive come le ventose dei pólipi.
E la voce del predicatore non cessava dal recitare la sua vecchia predica, toccandosi ogni tanto il velluto dei paramenti, come per sorvegliare se vi entrasse la rugiada della sera. E sebbene riuscisse quanto mai difficile intendere le sue parole, forse narrava dei prodigi ch'erano mille volte accaduti, lì, dinanzi alla Grotta Miracolosa, per intercessione dell'enorme idolo di legno dipinto, con forza di speranza e per virtù di preghiere.
Poi, di scatto, inattesamente, alzava le braccia ed urlava:
—Sainte Vierge de Lourdes effacez nos blessures!...—Sainte [pg!319] Vierge de Lourdes ressuscitez nos mourants!...—Jésus, fils de Marie, faites pour nous le miracle!... le miracle!... le miracle...»
Lo spirito di Dio passava su le turbe inginocchiate. Un senso d'attesa invadeva l'anima dei cristiani, come la possibilità meravigliosa di un fatto assurdo; bruciava nelle piaghe dei trafitti, nella demenza degli occlusi, volava, cantava, si moltiplicava in tutto lo spazio della vallata notturna, come il sublime Verbo di una forza che ormai diveniva necessaria ed inevitabile.
Cominciò l'ora del delirio. Quei pazzi in Cristo, laceri di tutta la miserabilità umana, sentivano la potenza della follìa collettiva pervadere la lor carne martoriata. Quel che non poteva lo specillo del chirurgo, la genialità del laboratorio chimico, potrebbe ora l'allucinazione di migliaia e migliaia d'anime purificate con il lievito dell'Eucaristìa.
Nulla impediva ormai che l'impossibile avvenisse.
Cominciò il delirio. I malati si agitavano; il cerchio terribile si stringeva intorno all'idolo di legno dipinto; si vedevan dalle barelle alzarsi facce sparute, come se uscissero dal sepolcro; mani contorte lacerare le bende, spaventosi mutilati erigersi, maschere della contraffazione, spettrali agonìe ritrovare la forza di drizzarsi ancora sui ginocchi.
Il predicatore se ne andò; sul pergamo apparve la figura di un monaco, tetra e smorta, con occhi freddi come l'argento, in una devastata faccia terribilmente incisa di drammaticità, che mi fece pensare agli occhi fermi, alla bocca perversa, alle piccole mani crudeli del diácono Ralph...
E quel frate guardò, la folla dei deliranti, come s'egli [pg!320] solo avesse la forza di poterli tutti risanare. Li guardò con una specie di sinistra potenza, mentre i tentácoli di quell'unica idra dei flagelli umani parevano avventarsi a lui, quasi per strappargli di dosso la sua pallida gioventù e costringerlo a potere per tutti quel che potè nella terra di Giuda il crocifisso Taumaturgo.
Ma egli rise; e bene si vide la sua dentatura bianca scintillare sotto il fuoco delle torce. Rise anch'egli, forse, per la gioia di sentirsi immune davanti a quel mare di contaminazione, o rise per una specie di demente ilarità, che gli dava la sua medianica forza d'intercessore del miracolo; rise alzando il Crocifisso, perchè tutto il popolo de' Cristiani vedesse l'immagine dell'Inchiodato sul Gólgota.
Tra il fumo delle torce, un non so che di soprannaturale, una specie di atmosfera magnetica si andava condensando su quella orrenda fiera di carne lacerata, su quella convulsa demenza di anime allucinate, che potevan per sè stesse generare il miracolo.
Mai vidi un'attesa più grande, più certa, più irremediabile, davanti al compiersi di avvenimenti umani. Le più rosse memorie de' crudeli fanatismi arabi, de' religiosi deliri musulmani, qui trascoloravano davanti al potere comunicativo della follia cristiana, davanti alla violenza d'amore di quelle infinite anime che si alzavano a Dio, perchè un segno del cielo apparisse. Nulla ormai poteva impedire l'avverarsi di un fatto superiore alla possibilità, ed io stesso me ne accorgevo nel mio cuore di miscredente. Là doveva per forza compiersi quello che altrove mai avverrebbe; là Dio era inevitabile, Dio stava per giungere, Dio mi toccherebbe con la sua mano invisibile.
[pg!321] Il senso dell'estorsione, il contagio d'una formidabile volontà, il potere di una immensa forza, che non era di alcuno ma di tutti, uno spaventoso e fatale delirio si alzava come un bruciante soffio di materia dalla diuturna macerazione di quelle anime cristiane, formava con la immateriale sua visibilità l'atmosfera della presenza di Dio, chiudeva nella folla infinita il potere stesso che appartenne ai divini taumaturghi.
Ed io mi sentivo impallidire come il monaco dai freddi occhi d'argento, e come lui sentivo il bisogno di adergermi davanti a quel cerchio di disperazione, per estorcere dalle potenze oscure il miracolo folgorante, per gridare anch'io, con la sua stessa voce cupa ed inesorabile:
—Les aveugles verront; les paralytiques jetteront leurs béquilles; le cadavre surgira...
Da un capo all'altro, fin dove l'ombra li cancellava, le migliaia di cristiani s'inginocchiavano, cadevano bocconi su la terra, pregavano come non ho mai udito pregare altrove, nè da una creatura nè da mille.
—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades...
Tutta la valle cantava. Per il bianco rumor del fiume verrebbe il segno di Dio; su la folla inginocchiata si alzerebbe, da una lettiga, da una gruccia, da un fascio di bende rosse, il tocco dalla mano di Dio.
«Diácono Ralph—(se voi siete il diácono Ralph)—rammentate ancora la mattina piena di sole, quando il raggio camminava, camminava, sul braccio, su la spalla, su la nuca di questa mia donna impaurita, e ne' vostri occhi freddi come l'argento tremò la fiamma dell'amore umano, e su lei vi chinaste con la bocca pallida [pg!322] come la voluttà, nell'odore delle violette, nel raggio di sole, monaco di Lourdes, se voi siete il diácono Ralph?...»
Cosa udivo?—Erano i tisici che tossivano, i febbricitanti che battevano i denti, erano i cancerosi che si sentivan trafiggere dalle pugnalate interne, gli artritici che non sapevano dove tenere le membra gonfie, i tifosi che balbettavano sudando freddo, i pazzi che ridevano, con un riso gutturale, aspro e corto; erano le donne sterili che domandavan un figlio, i percossi dal ballo di San Vito che accompagnavano la propria danza con un ronzìo de' labbri simile ad un rumor di cicale, i gozzuti che facevano gorgogliare la propria melopea nella vescica enorme che pendeva dal loro mento; erano le fanciulle contaminate, che pregando mettevano a nudo i loro seni rôsi e bucherellati come alveari, ed i fetidi che trasudavano di umori viscidi, luccicanti come lumacature delle biscie, gli epilettici che incominciavano a tremar di convulsione, i ciechi che piangevano, lasciando colare dalle caverne degli occhi lagrime di nero sangue raggrumato:—era la voce di tutta la umana infermità che saliva nella invocazione del cantico:
—Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes...
Un pazzo, dai capelli rossi, con due buchi nelle guance, con due grossi orecchini d'oro, faceva e disfaceva continuamente la sua floscia cravatta nera.
Due nani gemelli, congiunti per un braccio, vestiti come due pretini, senza la manica interna, s'inginocchiavano, s'alzavano insieme.
La monaca senza occhi, rigida come un fachiro, con le mani torte fin sotto i gomiti, cercava di pregare anch'ella battendo insieme i moncherini.
[pg!323]
—Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes...
Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben conoscere il sesso nè l'età, villosa, marocefálica, abbaiava, abbaiava.
—.... tu, in nomine Dei, parce nobis, mater...
Diácono Ralph—(se voi siete il diácono Ralph)—rammentate ancora il profumo nuovo delle violette che ringiovanivano i prati della grigia contea, quella mattina piena di sole, quando voi pure sentiste il potere oscuro della felicità umana, la febbre della imposseduta carne che scintillava sotto i vostri occhi freddi come l'argento, monaco di Lourdes, se voi siete il diácono Ralph?...
—.... parce, Virgo, nobis, Mater intacta Dei...
La litania cresceva, saliva da ogni parte, più alta, nella notte buia. Tremavano migliaia di ceri; la Grotta pareva un braciere; la sua vampa investiva il pergamo, magicamente illuminava la figura del monaco. Tutto pareva oscillasse in un chiarore di miracolo. Qualche stella ritersa dal vento si accendeva, si spegneva, tra il correre delle nubi voluminose. Il fiume passava, bianco, leggero, portando con sè, nel suo rumore d'acqua eterna, le follìe degli uomini; limpida neve caduta su le cime degli azzurri Pirenei, che andrebbe a morire nel divino Atlantico...
Quando la voce del monaco lanciava l'urlo dell'invocazione, si vedevano i mille storpi contorcersi con [pg!324] una specie di frenesìa convulsa, quasi volessero aiutare nella propria carne spenta il principio del miracolo. Ed allora, sui materassi chiazzati, sui cuscini sordidi, nei sinistri apparecchi di ortopedìa, nelle barelle ove tremavano i moribondi, sui banchi ov'erano a frotte i ciechi, i sordi, i mútoli, cominciava una specie di rabbioso dimenìo, con un brancolare di mani pallide e squallide, quasi un tentativo di rissa, come accadrebbe in una turba di affamati quando vi si gettasse ad intervalli qualche tozzo di pane. Ma quel pane che ognuno voleva carpire per sè, togliere al suo fratello, era il privilegio della grazia divina, la improvvisa luce del miracolo che toccherebbe ad uno su mille, mentre tutti volevano con feroce invidia riavere per sè tutta la vita.
Si erano aspersi con l'acqua della Fontana Miracolosa; da giorni e giorni pregavano di continuo, senza quasi nutrirsi, per meglio cibare l'Ostia della purificazione; da giorni e giorni solo ascoltavan cantici e narrazioni di miracoli: eran venuti per lunghi treni gremiti di febbre e d'agonìe come lazzaretti emigranti; vivevan nelle celle de' monasteri, nelle corsìe promiscue degli ospedali straboccanti; si lasciavano trasportare di chiesa in chiesa, di barella in barella; vedevano morire, toccavano piaghe immonde, ascoltavano urli strazianti, pativano lezzi nauseabondi, soffrivano tutto quanto può soffrire la pazienza umana, e poichè su la terra nessun medico più li salverebbe, credevano disperatamente nel potere della grazia celeste, denudavano le proprie infermità perchè meglio Iddio le vedesse, incrudelivano le piaghe roventi sotto i rivoli dell'Acqua risanatrice; di giorno, di notte, null'altro facevano che inveire a Dio con disperate preghiere.
[pg!325] Portati come spaventose reliquie dietro le bandiere dei pellegrinaggi, serviti per carità, non dalle mani rozze dell'infermiere, ma da quelle talvolta paurose della patrizia e del cavaliere di Cristo, si accorgevano a poco a poco d'essere divenuti come brandelli sacri ed intangibili della calamità umana. Quanto più erano difformi, tanto più sentivano crescere il senso di questa venerazione, tanto più speravano che il cielo volesse designarli per dare l'esempio del miracolo. Alcuni forse giungevano sino ad amare la propria infermità, come un tramite per essere più vicini a Dio. Tutto, in quel mondo soprannaturale della fiera di Lourdes, era predisposto per condurre i sani e gli infermi a vedere ogni cosa traverso il colore dell'allucinazione: dovesse pure non accadere il miracolo, molti erano così pregni di miracolosità, che giurerebbero d'averlo veduto. Quella carne così spietatamente incisa dai crudelissimi artigli della malattia sentiva di esser esposta, come i sacri ciborii, su l'altare della pietà cristiana; que' mutilati s'accorgevano d'essere gli attori precipui dello spaventoso dramma, la torturata creta ove s'imprimerebbe, davanti alle turbe della gente cristiana, il póllice della divinità.
Riarsi di sete, avevano bevuto con avidità, sotto i becchi delle fontanelle canoniche, il filo d'acqua espresso dal tocco della divina Bernadette. La scarsa e debole sorgente ora dava migliaia di litri al giorno; scorreva giù, piana, liscia, innocente, come una qualsiasi vena prigioniera in condotti sotterranei: si apriva un rubinetto di zinco, e la possibilità del miracolo fluiva. Nudi, paonazzi di febbre, lividi per gelo, morsi dalle trafitture di flemoni e di piaghe atroci, coi polmoni fessi dai tarli dell'etisìa, le ossa frantumate dalle corrosioni [pg!326] dei morbi céltici, si erano lasciati immergere nelle piscine immonde, plumbee, simili a tombe di cemento nella melma verdastra d'uno stagno; e le immersioni talora duravano sino allo svenimento, non di rado fino all'agonìa.
Dentro quelle vasche, ove pareva si conservasse l'immondizia e la tabe di tutta la cancerosità umana, l'acqua veniva solo mutata un paio di volte al giorno, e quelli che chiedevan d'essere immersi erano talvolta parecchie centinaia. Sul fiore di quell'acqua buia, chiusa da un sipario di tende, si coagulavano fili di sangue, pezzi di croste orribilmente infette, batúffoli d'ovatta o sfilacciature di bende, staccatesi dalle úlcere in piena decomposizione; talora vi si agitavano piccoli brandelli di carne morta. Su quell'acqua micidiale, nefasta, fredda, scura, galleggiava una specie di oleosità, iridata come le ali delle libellule, che formava chiazze d'ogni forma, rossastre, violacee, simili un poco a vasti e folti ragnateli che si fossero adagiati su quegli orrendi serbatoi della putredine.
Là dentro s'immergevan gli eczemi, le pustole, i contagiati dalla malaria, dal tifo, dal mal sottile, dalla dissenteria; vi scendevan le femmine sterili a rendere il lor grembo fecondo, gli ulcerati dello stomaco a far chiudere la piaga vorace, le fanciulle possedute dalla follìa del mal d'amore a cercarvi la innocente castità: vi entravano ancora i fanatici del secolo ventesimo, quelli che in altri tempi di superstizione chiesero ai divino Cagliostro la fontana dell'acqua di gioventù.
Ed ora, dopo notti e giorni d'abluzioni, d'insonnia, d'inedia, di preghiere, storditi dagli organi della fulgente Basilica, ebbri di contagio mistico, saturi di comunione [pg!327] con Dio, prima di tornare alle case distanti, o morir per istrada, o riprendere il gramo giaciglio in fondo alle corsìe degli incurabili, erano là, forse mille, dinanzi alla Grotta fiammeggiante, arringati dal monaco tragico, nell'attesa d'un segno di Dio.
Ed il miracolo si fece.
D'un tratto, nel mezzo di quel recinto macabro che pareva il cortile d'un antico spedale di lebbrosi, un uomo che stava carponi si levò furiosamente. Gettò via le coperte macchiate di sangue, si strappò gli abiti apparve seminudo; urlava.
Urlava con una specie di esaltazione furibonda, scagliando in ogni senso le sue braccia villose, nere, possenti come quelle di un quadrumane. Aveva nel fianco sopra la cintola, una piaga orrenda. I suoi capelli grigi gli cadevano su la faccia imbestialita dal lungo patire Ma un riso convulso torceva la sua bocca dai labbri smorti. Alcuni si precipitaron su lui; ma egli tutti respinse. Metteva i piedi su le barelle dei più vicini questi si rizzavan sui gomiti, per guardarlo. Ed egli, a torso nudo, ancor atletico nella sua magrezza, disciolse tutte le bende, ne fece un pacco rosso, che buttò lontano, sopra lo stuolo degli storpi. Si vide orribilmente la piaga nuda. Ma egli chiuse il pugno, e ve lo immerse. Quasi vi entrava; lo trasse fuori tutto insanguinato, lo agitò in alto, sopra il mare dei percossi, e l'uomo dalla piaga urlava.
Urlava con una specie d'ilarità selvaggia, mostrando le cinque dita insanguinate. Poi strinse il pugno, lo conficcò nella sua piaga viva, una, due, tre, numerose volte. Ma la piaga non grondava più sangue. La piaga [pg!328] si cicatrizzava a poco a poco, visibilmente, non del tutto, quasi per metà...
Egli muoveva il busto, si agitava, rideva, urlava, rasciugandosi ne' calzoni le cinque dita insanguinate; chiamava tutti a guardare la sua piaga; e la sua piaga diveniva più piccola, più asciutta, più sana, più rossa di nascente vita...
Poich'egli svitava il dosso e muoveva le cóstole per provare in ogni modo se ciò gli desse dolore, pareva che il suo costato magrissimo stesse per bucare la pelle. Non provava dolore. No: era tocco dal miracolo, era libero, stava per guarire, camminerebbe, andrebbe da solo per i vicoli del suo villaggio, dentro e fuori la soglia della sua casa, porterebbe un grosso cárico di legno su le spalle, si lascerebbe urtare da tutti, era libero, libero!...
Intorno a lui si formava una siepe umana; chi strisciava, chi si arrampicava su gli altri, chi metteva le dita nel suo sangue; facce sparute si volgevano a lui perfino dai guanciali dei moribondi; preti e medici correvano; gli infermieri, presi nel mezzo della calca, non riuscivano più a proteggere gli storpi dal pericolo del travolgimento; la Grotta fiammeggiava; l'enorme idolo di legno dipinto era là, sorridente; si udiva passare la musica dell'acqua eterna; il monaco scomparve.
—Gloria, Regina Coeli, Mater purissima Dei...
Quello che accadde, nessuna parola può descrivere.
Tutta la gente cristiana, decine e decine di migliaia, caddero bocconi contro la terra, baciarono la terra benedetta, [pg!329] si picchiarono la fronte contro il suolo dov'era suggellata la Fonte risanatrice. S'intravvedeva nella distanza, fin dove l'occhio poteva scernere, uno stuolo di gente buia e di ceri vacillanti agitarsi come un mare in tempesta. La notizia del miracolo si era propagata in pochi istanti fino alle ultime case di Lourdes; da ogni luogo sbucava gente; una triplice fila d'infermieri, di monaci e di guidatori de' pellegrinaggi, male impediva che la folla crescente si rovesciasse oltre le barriere di corda che limitavano lo spazio destinato agli infermi. Tutti urlavano; la frenesia de' malati, per ottenere a lor volta il miracolo, diveniva una specie di parossismo; sul pergamo salì un vescovo; si mise cantare:
—Exultat domus mea, mea lucet benignitas...
D'improvviso, dal suo congegno d'ortopedica ferraglia, un paralitico sorse. Dapprima stette in bílico sui ginocchi, aprendo le braccia: indi si levò.
Si levò barcollante, nuovo a quell'equilibrio verticale come un fanciullo che discioglie i primi passi; e rideva di un riso ebete, puntellandosi nel vuoto contro la minaccia di ricadere.
Camminò. Fece alcuni passi obliqui, vacillanti come quelli d'un ubbriaco, e si volgeva per riguardare la ferraglia del suo supplizio, l'apparecchio di metallo e di cuoio che aveva contenuta la sua lunga immobilità. Poi si mise a guardare le sue gambe, a tastare le sue ginocchia, le anche, tutto il basso del suo corpo che si raddrizzava, che miracolosamente riacquistava l'elasticità nelle giunture anchilosate, negli ossi fuorviati, nelle caviglie rigonfie, nei piedi morti. E quando fu ben sicuro [pg!330] che il fuoco della vita rifluisse nella sua carne spenta, quand'egli, come un sonnambulo, pur si accorse di camminare, di camminare... una frenetica risata gli eruppe dalla gola singhiozzante, le sue braccia batterono l'aria come le ali d'un uccellaccio colpito a morte, urlò così forte che i più distanti l'udirono, e cadde all'indietro, senza flettersi, con le braccia aperte come un Crocifisso nella catalessi del miracolo, e rimase là irrigidito.
—Notre-Dame de Lourdes!... sauvez nos fils malades!...
Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.
E squassavano i párgoli rachitici, dalla enorme testa calva, con il collo segnato dalla scrófola, con le orrende macchie indelébili del vino e della pallida lue. Su questi visi di bámboli, átoni di senile imbecillità, batteva il fuoco delle torce illuminando le tragiche devastazioni dei crimini procreativi, sul braccio di quelle madri spettinate, scarne anch'esse, logore dal contagio che inflissero al figlio d'un contaminato.
E su la folla dei cristiani terribilmente passava la sensazione di Dio. Una straordinaria demenza invadeva le turbe dei pellegrini. Davanti all'enorme idolo di legno dipinto, sul limitare della Grotta piena di fiamme, sotto il pergamo di pietra dove il pallido Vescovo alzava un buio Crocifisso, era su tutti, meravigliosamente, l'immensa ala della potenza d'un Redentore.
Adesso i ciechi vedevano, i sordi credevan udire, dalle [pg!331] labbra dei mútoli sgorgava qualche sillaba confusa; il delirio mistico assumeva le forme più assurde, contraddiceva, talora per qualche attimo, talora per sempre, la scientifica impossibilità.
Ciò che i medici ed i chirurghi avevan escluso dalle lor cliniche atee come la verità positiva, qui sgorgava da una polla scarsa d'acqua innocente, brillava nello splendore della Grotta fiammeggiante, ardeva nella divina poesia della fede cristiana. Ciò che il medico non poteva ne' suoi laboratori consci di tutto il sapere d'una secolare investigazione, poteva, su le sventure dei battezzati, il buio Crocifisso nella mano del Vescovo pallido. Ed il miracolo sempre consisteva nella potenza taumaturgica della fede assoluta, nella certezza di dover guarire, ch'è la forza incomprensibile di tutte le guarigioni. La volontà miracolosa passava dall'uno all'altro, si centuplicava nella forza medianica di una gente infinita, poichè nessuna prova esclude che da uno sforzo titanico della volontà si possa ricreare perfino la materia.
E più non eravamo nel secolo di tutti i sarcasmi, di tutte le eresie. C'era un angolo del mondo—questa buia Lourdes—ove ancora un Cristo poteva sorgere dalle folle inginocchiate per condurre gli uomini lontano da quella che sarà in eterno la via del dolore. Qui si comprendeva com'era nato, presso le soglie della pazza Gerusalemme, il grande mito che fu sino ad oggi la più divina musica della vita, e qui si rivedeva l'Uomo di Galil salire coronato di spine alla croce dei ladri, sul Calvario.
Da tutte le terre dei cristiani venivano a Lui come una volta i percossi dalle afflizioni del mondo. Quelli che avevano picchiato invano a tutte le porte, ora venivano [pg!332] a Lui. Quelli che la natura crudele foggiava per ischerno con il più guasto rimasuglio della sua creta, quelli che udivan ridere senza mai poter ridere, cantare senza mai cantare,—da tutte le terre dei cristiani ora venivano a lui. Se la pietà umana li aveva dati per uccisi e la sapienza delle umane medicine li escludeva da ogni speranza d'incolumità, quelli che udivano intorno a sè cantare le vendemmie, ridere le primavere,—da tutte le galere del mondo fedelmente venivano a lui.
E questi uomini sciancati, e queste femmine sterili, e questi bimbi senza gioventù, allucinati ancor più di chi beve le droghe dei paradisi artificiali, saturi di una fede spaventosa e mirabile, non si accorgevan ch'erano venuti a lui, solo per carpire dalla sua divinità il piacere della vita, il fuoco gioioso e pagano del terrestre amore, la gioia dei sensi liberi, la felicità della carne. Volevano buttare a Dio le loro piaghe immonde, le lor grucce dolorose, il fetore delle lor bende mádide, il peso dei tumori soffocanti, la bruttezza delle membra contorte, il freddo respiro delle imminenti agonìe;—volevano vivere, splendere, ardere, tornare nei giardini della vita, spegnere nei rivi della felicità la lor sete carnale, poichè, per tutte le creature che nacquero, la transitoria bellezza del mondo è la più limpida forma di Dio.
E quivi ancora, dove al bivio parevano disgiungersi «le due strade»—quella del terrestre amore si nascondeva nel sogno dei pentiti, bruciava di sole infuriato sotto la polvere dell'ascensione spirituale.
Al Cristo che morì per gli uomini, l'uomo eternamente chiedeva il miracolo d'un raggio di sole.
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La trascinai lontano.
Era mia.
Sentivo terribilmente il bisogno d'immergere la mia viva bocca nella sua carne bella. Non potevo più tollerare quell'odor di ceri e di umanità maledetta; sentivo il bisogno folle di lei, de' suoi profumi, della sua fina cipria, della sua bocca giovine, della sua purezza non infranta.
Quella che a me non diedero le canzoni dei pazzi violini, la scintillante spuma de' bicchieri colmi, diveniva or mia presso la Fontana di Lourdes, nel ribrezzo dell'infinito umano dolore.
Fuggimmo.
I boschi erano verdi, erano fragranti; qualche rosa nasceva, chissà da qual giardino claustrale; il buon odore dell'ultima estate scendeva dagli orti chiusi dei bianchi monasteri.
Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano...
Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè tu divenivi la mia [pg!334] solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu. Adesso mi si destava nell'anima una grande malinconia, quasi una bontà nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un'anima nel tuo corpo giovine come il sole, e stando così presso alla tua bocca desiderata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu...
Vieni; la notte è quasi profumata come la tua gola che intravvedo. E noi passeremo allacciati sotto i portici di questa vecchia Lourdes, cercando una camera scura, un letto angusto, con due guanciali di freddo cotone, sotto un Crocifisso di legno tarlato. Pregni ancora d'incenso, noi discioglieremo in un tetro albergo di pellegrini questi abiti che portano il segno della nostra insolente paganità. Vieni; così ti amo, così ti voglio, contaminata come sei dal respiro di tutti i patimenti, nuda, come fosti nel Tempio, quando eri la danzatrice di Mágdala...
E sul guanciale ove discioglierai la tua treccia bionda e buia, dove annoderai le tue braccia nel contorto grido irreprimibile, sentirò salire da me stesso e da te la gioia viva del mondo in mezzo alle piaghe di tutto l'uman genere; mi bacerai con la tua bocca rossa, mi toccherai con l'erto ápice de' tuoi seni lussuriosi come la sterilità, mi farai sentire, nel dolore gioioso del tuo grembo non ancor dissuggellato, battere quell'unico senso della vita che non può disgiungersi da ogni cosa viva, ma traversa come una eterna divinità la bellezza universale...
Vieni; ancora ho voglia d'immergermi sino alla gola nella gioia del mondo, e ridere in mezzo a questo pianto, e vivere in mezzo a questa morte, ove ti condussi per intendere quale musica debba essere la mia.
I mistici organi delle basiliche hanno cantata l'apotéosi [pg!335] del divino amore; vieni; ora forse riudiremo trillare da lungi le canzoni vertiginose dei pazzi violini... E questo avverrà per le scale buie d'un locandiere da pellegrinaggi, in una stanza rimasta vuota, forse perchè aveva qualche vassoio di puro cristallo e qualche drappo di bianca trina.
Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; un fiume bianco di spuma entra nella sera infinita; per il cielo eterno si alza il respiro di una immensa fatica; un fiume passa; il tuo braccio mi stringe; tutto questo è il rumore di una giornata umana, un po' di giovinezza finita, un po' d'amore disperso, Madlen... e la tua bocca è giovine, la tua mano è calda, il fiume passa, passa...
Vieni; su noi piove il pagano amore del vivere; in questo immenso tentativo dell'andare più in là, una sola cosa è necessaria: impadronirci della barbara vita.
Vieni; troveremo una porta quasi conventuale, con sopra un lume vacillante; se la porta sarà chiusa, noi picchieremo col battente. Scenderà mezzo addormentato una specie di furbo scaccino sessantenne, per vedere chi mai siano, a sì tarda ora, nella buia Lourdes, questi due rumorosi importuni. E guarderà le tue mani accese di brillanti, le tue dita quasi azzurre, con una specie di sdegno avido e scandolezzato, mentr'io gli dirò che siamo due pellegrini del Sacro Cuore di Gesù, rimasti senza tetto e senza giaciglio in questa città così deserta, ove si comprime a stento una immigrazione formidabile. Nella sua casa, ove par che ogni uscio vi chieda il favore di pronunziare un «Amen», troveremo tutto ciò che delicatamente occorre a bene dormire dentro lini di bucato; le mura d'antica pietra, le porte di vecchio [pg!336] noce, le cortine di spesso drappo, ci seppelliranno vivi fra il sonno di questa guelfa città de' conventi, e lontano, chissà dove, nei profondi nostri occhi pieni di febbre ancora vedremo ardere la Grotta Fiammeggiante sul piazzale dei Miracoli, ridere d'un riso immoto l'enorme idolo di legno dipinto e gli ultimi guizzi della vampa lambire il pergamo dove apparve, con i suoi occhi freddi come l'argento, la tragica ombra del diácono Ralph...
Tu ed io guarderemo tacendo il pallore dell'uomo che ti abbandonò.
Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nostra è ancora la gioia del mondo; in noi sale scintillante la spuma del vino biondo; ridono, tremano, cantano gli archi dei pazzi violini...
Non tutto è rinunzia e buia preghiera; se due sono le strade, forse la nostra è quella che passa nel cuore della vita.
Vieni; ora ti spoglierai; la tua pelle nuda mi ricorderà che il mondo è pieno di sole...
In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, ove pesa l'ombra della tragica Lourdes, penserò la sera di Settembre, su la bella Concha, quando la strada scintillante correva sotto i gonfi giardini del reale Castello di Miramar...
Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte Igueldo!...
In un vasetto d'argento, fra l'orologio e il portacenere, due lunghi rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini. Avrei voluto dirti una parola d'amore, qualche [pg!337] bella parola che non trovai. E tacendo guardavo le tue mani. Pensavo a quelli che ti avevano baciata, alle labbra che si erano immerse nel respiro della tua viva bocca.
Tra il sole morente le tue trecce divenivan color di fumo. La tua pelle prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le tue forcelle di brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli scuri.
I tuoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.
E nel guardarti pensavo:—Questo è forse l'amore.
La distanza è l'amore. Ciò che per noi fu tale in un'ora di bellezza e finì. La donna che passa è l'amore; la donna senza storia, senza nome, senza il peso inevitabile de' suoi mediocri peccati. Quelle che andarono via, scomparvero, travolte nella musica d'un treno. Quelle che a noi diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle, quando canta il maestrale.
Con noi passarono, risero, nel turbine d'una città sconosciuta. Forse un teatro le portò, un albergo, una strada buia.
Erano molte; fra molte rimase una.
Aveva negli occhi e nell'anima il colore della terra d'esilio; portava in sè la primavera, e come la primavera passò.
Parlava con un po' di fatica, sottovoce, della sua casa lontana, di gente che voi non conoscete, di luoghi belli e distanti che forse non vedrete mai; parlava con una voce piana, senza ombra di timore, come una buona sorella...
E fu la vostra amante in una camera d'albergo, dopo una sera troppo calma od un bicchiere troppo colmo...
Chi era?
[pg!338] Forse nessuno; la donna più bella che vedeste, il colore della terra d'esilio, l'unica forse che v'innamorò...
Sul vostro guanciale disciolse, per qualche notte, la sua treccia profumata; vi disse molte cose di sè, molte cose poco importanti, che saranno fors'anche vere...
La mattina, prima del sole, come venne uscirà da voi, leggera, in punta di piedi, trascinando sul lungo tappeto la sua bella vestaglia di seta. E troverete forse di lei, nella coltre, una forcella dimenticata...
In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, penserò a quel giorno di pioggia sul finire del mese di Settembre, quando entrai la prima volta, Madlen, nella tua stanza quasi buia. Dal bagno filtrava un po' di luce; l'argenterie cesellate, l'avorio de' tuoi molteplici pettini, scintillavano sul vetro della pettiniera. Si udiva la pioggia battere sul terrazzo, con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità; nella voluminosa nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro Eugenia Vittoria.
E dicevi:—«Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo divenire. Se volete che sia vostra, tormentátemi un poco, fátemi un poco male, persuadendomi sottovoce, parlandomi sottovoce... poichè amo, amo, amo la lussuria delle parole... Ora tacete. Io sola parlerò con voi. Ho molte cose a dirvi, e quasi non me ne ricordo più. Sì, me ne ricordo... Ascoltate. La prima sera, quando eravamo seduti presso, alla tavola di giuoco, e vi domandai un fiammifero per accendere la sigaretta, ho capito súbito che qualcosa poteva nascere fra voi e me; provavo una irritazione singolare nel sentirvi così vicino, e fu allora, non dopo, ch'ebbi di voi [pg!339] la tentazione più forte. Quella sera voi eravate veramente un uomo senza cuore, gelido e sciupato, al quale restava negli occhi, forse nell'anima, qualcosa di terribilmente lontano, che altre portarono via, qualcosa di amaro, di aspro, d'insensibile... Mi piacevate allora, e dopo di allora non più...»
Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini.
Sì, avevi ragione, Madlen:—«only as long as we are strangers can love be a sweet spleen...»