AL CONTE DI CAVOUR

I giudici dell'Alta Corte di Giustizia sono chiamati immediatamente a radunarsi e pronunciare giudizio sul Presidente e sui suoi complici.

Firmatoduecentoventi membri dell'assemblea.

Parigi, 2 dicembre 1851.

ALTA CORTE DI GIUSTIZIA.

In virtù dell'articolo sessantesimo ottavo della Costituzione, l'Alta Corte di Giustizia dichiara:

Luigi Napoleone Bonaparte è chiamato in giudizio come reo d'alto tradimento,

L'Alto Giurì Nazionale è chiamato a pronunziare speditamente giudizio.

Parigi, 2 dicembre 1851.

L'Europa chiederà per quali mezzi manteneste il potere usurpato. La risposta sarà: col terrore e colla corruzione, cancellando ad un tratto ogni libertà di parola e d'azione, costituendo unica potenza nello Stato l'esercito, cacciando dal paese, senza giudizio, tutti gliuomini d'influenza pericolosa per voi, seminando sistematicamente il dissenso fra la borghesia e lablouse, spaventando la prima col fantasma delsocialismo, e corrompendo la seconda con egoismo e promesse di felicità materiale.

L'Europa vi chiederà conto delle vostre disposizioni e tendenze a suo riguardo, e la risposta sarà: «Quell'uomo è l'assassino di Roma: ei vi mantiene, senz'ombra di diritto, un esercito, quasi avamposto ad incarnare un giorno disegni di ambiziose invasioni; ei cospira celatamente a pro d'una insurrezione Muratiana in Napoli; s'intromette senza tregua ad impedire il pacifico progresso della libertà nel Piemonte, nel Belgio, nella Svizzera; e, impiantando lo Tsarismo nel centro di Europa, prepara i germi di una immensa e pericolosa reazione nel cuore dei popoli.»

L'Europa investigherà la vostra condizione attuale e la risposta sarà: «finanziariamente ei precipita a rovina; moralmente, agli ultimi saturnali d'una condannata tirannide; politicamente, all'isolamento assoluto, e alle pazze disperate imprese di chi è costretto a distruggere ogni libertà intorno alla Francia, o a cadere.»

Cadete, or dunque, e la giustizia si adempia! La Francia, che or va ridestandosi, pronuncierà da qui a non molto il suo decreto, e l'Europa lo approverà. Questo io vi dico, io, voce di Roma che assassinaste.

I tempi sovrastano minacciosi: la marea imperiale retrocede visibilmente. Voi lo sentite.

Cesare—il quale, credendo che non vi fossero più Romani, avea cancellato il nome della repubblica,—quando si avvide, al lampo di una daga, che v'era ancora un Romano, si avvolse nel manto, piegò la testa davanti ai fati, e morì in silenzio. Per l'onore del nome che portate, fatevi imitatore di Cesare.

Piegate il capo davanti «all'invisibile daga» della pubblica opinione, colla quale la Francia ridesta e l'Europa condannano a rovina il vostro usurpato potere, e morite, come Orsini moriva, con calma e rassegnazione.

Londra, aprile 1858.

Giuseppe Mazzini.

Signore,

Io vi sapeva, da lungo, tenero della monarchia piemontese, più assai che della Patria comune; adoratore materialista delfatto, più assai che d'ogni santo eterno principio; uomo d'ingegno astuto più che potente, fautore di partiti obliqui, e avverso, per indole di patriziato e tendenze ingenite, alla libertà; non vi credeva calunniatore. Or voi vi siete chiarito tale. Avete, nel vostro discorso del 16 aprile, calunniato deliberatamente e per tristo fine, un intero Partito, devoto, per confessione vostra, all'indipendenza e all'unità nazionale. A questo partito, che conta fra' suoi da Jacopo Ruffini a Carlo Pisacane, centinaja di martiri, davanti alla memoria dei quali voi dovreste prostrarvi:—a questo Partito che salvò, senza un solo atto d'oppressione o terrore, l'onore d'Italia in Roma e Venezia, quando la vostra monarchia sotterrava nel fango in Novara la bandiera tradita poco prima a Milano; a questo Partito—alla cuistraordinaria vitalità, confessata oggi da voi in onta ai vostri che lo dichiarano ad ogni ora morto e sepolto, il Piemonte deve le libertà di che gode, e voi dovete le occasioni di farvi patrocinatore ozioso, ingannevole d'Italia nelle conferenze governative—voi avete avventato, in occasione solenne, e da luogo ove ogni sillaba di ministro rivendica pubblicità europea, una di quelle accuse che la credulità umana raccoglie e magnifica, ad argomento di sospetto perenne e di persecuzione. Avete, su gente contro la quale vi fanno potente prigioni, proscrizioni, birri, e soldati, e alla quale i sequestri dei vostri agenti rapiscono ogni libertà di difesa, cercato di stampare un marchio d'infamia. Avete, da osceni libelli di poliziotti stranieri, dissotterrata a nostro danno l'accusa dellateoriadel pugnale, ignota all'Italia. Avete, sapendo che la menzogna poteva fruttarvi un aumento di voti, dichiarato alla Camera che la legge liberticida proposta aveva per intento di proteggere i giorni di Vittorio Emanuele, minacciati da noi. E questa accusa voi, due volte mentendo, l'avete gittata contro noi per mero artificio politico, ad allontanare possibilmente da voi la taccia di sommesso conceditore all'impero di Francia. Perciò, s'io prima non vi amava, ora vi sprezzo. Eravate fin ora solamente nemico: or siete bassamente, indecorosamente nemico.

Non per voi dunque, che accusate per tattica, ma pei molti creduli che raccolgono senza esame le accuse, io mi giovo del vostro nome per indirizzare ed altri, e sarà l'ultima volta, una franca dichiarazione che ponga fine fra gli onesti—i tristi che vi fanno coda calunnieranno per sempre—ai sospetti oltraggiosi e agli stolti terrori. Se a voi, nemico accusatore, fosse sembrato, come a me sembra, obbligo elementare di moralità e parte d'avversario generoso appurare,attraverso i miei scritti e le azioni mie, la mia fede l'avreste prima d'ora raccolta dalla mia condotta in Roma e dalle lettere ch'io indirizzai due anni addietro a Manin[138]. Ma quanti serbano, avversi o no, desiderio o pudore d'imparzialità a mio riguardo, devono, non foss'altro, essersi a quest'ora avveduti che nè la natura, nè la fede, nè l'alterezza dell'animo mi consentono di mascherar le opinioni. Ho taciuto talora: non mai mentito: perchè mentirei e per chi? Per quel tanto di vitaindividualeche m'avanza dalle sciagure e dagli anni, non temo nè spero, se non da chi mi ama. E il trionfo della bandiera che io seguo m'appare, in un tempo incerto, non lungo, infallibile; nè sento quindi la tentazione d'agevolarlo coll'arti gesuitiche della menzogna.

Credo, nella sfera dei principî, ogni giudizio di morte—se applicato dalla società o dall'individuo non monta—delitto; se n'avessi potere, stimerei debito mio abolirne la facoltà. Non ch'io creda, come altri, la vita sacra e inviolabile: la santità della vita non comincia coi moti organici o coll'agitarsi d'una esistenza fisiologica che abbiamo comune cogli animali; bensì coi doveri compiti, coll'intelletto della missione della vita stessa; e finchè sarà santa la guerra per la libertà della Patria, o la protezione armata del debole contro il tiranno potente che lo calpesta, o la difesa a ogni patto del fratello su cui pende il ferro dell'assassino, l'inviolabilità assoluta della vita è menzogna. Ma noi tutti, società e individui, abbiamo, dalla missione della madre fino a quella del legislatore, un primo e sommo dovere:educare, sviluppare per quanto è in noi, tentarlo almeno, i germi di progresso che Dio ha messo nel core di ogni uomo. E non s'educa spegnendo. Inoltre, l'infallibilità non è retaggio di giudizî umani; e per uomini, non ciarlatori di moralità, ma morali, il solo pensiero che un innocente può essere quando che sia gettato al carnefice col marchio del colpevole in fronte, dovrebbe bastare a rovesciare per sempre la feroce instituzione del patibolo.

Credo dunque l'abolizione della pena di morte dovere assoluto di ogni popolo libero. E perchè io credo in questo dovere, quando in Roma la Commissione militare m'affacciò, per ottenerne conferma, una sentenza di morte contro un milite dichiarato reo di ladroneccio domestico, respinsi il foglio e salvai la vita a quel misero. A voi, ministri di monarchia, che attingete ai legislatori dei tempi dispotico-feudali, o a De Maistre, teoriche crudeli diespiazioneo divendetta sociale, firmare, fra un trionfo parlamentare e la cena, una condanna nel capo, pare atto normale governativo; a me, repubblicano, pareva ch'io non avrei mai più riposato sonni tranquilli, se avessi, mentre i mezzi di difesa sociale abbondavano, rapito per sempre ad una famiglia ogni speranza di gioja, a un mio simile la possibilità di ravvedersi quaggiù.

E quello ch'io credo della società, lo credo dell'individuo; tanto più quanto più mancano all'intelletto solitario d'un uomo gli elementi che la società possiede abbondanti per accertare i gradi di colpa di chi è segno al giudizio, e l'efficacia del colpo che vuol vibrarsi. I due primi, che nel 1848 annunziarono al popolo di Milano che il patto di dedizione era firmato, che Carlo Alberto, mentre giurava di voler sotterrar sè e i suoi figli sotto le rovine della città, apprestava celatamentela fuga, furono spenti da chi li giudicava agenti prezzolati dell'Austria, ed erano patrioti ed avevano parlato il vero. I traviati che nel 1849, instigati dall'ambizione delusa di un tristo, uccidevano in Ancona gli uomini noti per appartenere alla parte dispotica, credevano salvar la repubblica, e la minavano coll'anarchia, la deturpavano davanti all'Europa, e schiudevano la via alle infinite calunnie che oggi trovano, o signore, un'ultima eco sulle vostre labbra. I miseri che, oppressi, angariati, irritati in mille modi dai satelliti del papato e dallo straniero, e abbandonati, illusi, delusi perennemente dai vostri fautori, sfogano l'ira trucidando birri e spie, non alleviano d'un atomo i proprî mali, non giovano menomamente la causa della Nazione, alla quale solo un ardito sforzo collettivo può dar salute. E gli sconsigliati che dissanguavano, nel 1793, sistematicamente la Francia, ordinando, suprema riazione delle loro stesse paure, ilterrorecontro i sospetti, non impedivano, affrettavano la caduta della Repubblica; non salvavano il paese dalla tirannide gloriosa di Napoleone, nè dalle due monarchie Borboniche, nè dal volgare dispotismo dell'oggi; somministravano bensì pretesto, vivo tuttavia contro l'avvenire repubblicano, alle diffidenze borghesi e alle ripugnanze dei poveri ingannati coltivatori del suolo francese. Però, io abomino egualmente—e non lo tacqui mai scrivendo o parlando—ilterroreeretto a sistema, ogniteoriadi pugnale, e i giudizî di morte, e l'idea, fondamento anche oggi a tutte le vostre legislazioni, che a noi, società o individui non monta, spetti mai un ministero divendetta, d'espiazione o castigo. Noi non abbiamo che un diritto didifesa, e ildoveredi tentare la riforma, il miglioramento, l'educazione del colpevole. Ogni sistema penale che non mova da questoprincipioè reliquia di barbarie più o meno mascherata e fatale.

E queste credenze ch'io ho predicate sempre ad amici e nemici, e mantenute in Roma tra i fautori nostri dei partiti estremi e gli uomini che cospiravano, pur mandandomi dichiarazioni solenni che non cospiravano, coll'invasore straniero, ed oggi siedono nella vostra Camera;—queste credenze che movono in me da una fede religiosa ignota a voi ed ai vostri, sono non solamente mie, ma di quei che promossero con me la diffusione dellaGiovine Italia, e promovono oggi il Partito d'Azione. Veggo tra i vostri sostenitori e tra quei ch'or gridano, commossi in visita, contro l'inventatateoria del pugnale, uomini che s'avvolgevano faccendieri, prima del 1848, fra le mene della Carboneria. E l'uso del pugnale vendicatore era sancito dai giuramenti e da giudizî solenni nella Carboneria. Ma laGiovine Italia, che voi tentate infamare col nome di setta, e che prima osò piantare apertamente, con libri e giornali, la bandiera dell'unità repubblicana d'Italia in faccia a' suoi oppressori, bandiva il pugnale, e non condannava lo spergiuro fuorchè all'abominio dei suoi fratelli. L'Associazione non ebbe condanne mai, se non d'esclusione. Mutammo nome, non instituti nè fede. A voi non riuscirebbe trovare una sola delle nostre pubblicazioni, dal 1831 sino al mese in cui scrivo, contenenti dottrine dissimili da questa mia. Ond'è che, quando non vi giovi, con credulità d'idiota, accogliere siccome storia accuse come quella di Rodez[139]smentite da' tribunali, e le novelle delle quali s'ingemmano tratto tratto le gazzette cattoliche, voi, deplorando che per noi si torcesse nel 1849 la nostra dottrina alla santificazione del pugnale, avete detto, sciente, il falso: siete peggio che stolido, o calunniatore.

Stolto e calunniatore foste di certo ad un tempo, quando, a carpire un voto di concessione obbrobriosa, dichiaraste alla facile Camera che si minacciava per noi la vita di Vittorio Emanuele. Se la vita di Vittorio Emanuele fosse minacciata davvero, non la proteggerebbero le vostre leggi. Ad uomini della tempra diPianori, diMilano, diOrsini, poco importa di giudizî o giudici: uccidono, o muojono. Ma la vita di Vittorio Emanuele è protetta, prima dallo Statuto, poi dalla nessuna utilità del reato. Anche mutilata e spesso tradita da voi, la libertà del Piemonte è tutela che basta ai giorni del re. Dove la verità può farsi via nella parola; dove, anche a patto di sacrificî, l'esercizio de' proprî doveri è possibile, il regicidio è delitto ed insania. Ci credete scellerati ed insani? A che mai gioverebbe, ed a chi, la morte di Vittorio Emanuele? Egli regna, ma non governa. L'indole indifferente, non tirannica, può procacciargli biasimo forse da chi ricorda quali solenni doveri ei potrebbe e non cura compiere; non odio mai. Io lo credo—malgrado i difetti della sua natura—migliore dei suoi Ministri. Per chi lo uccidesse, avremmo noi tutti il ribrezzo che s'ha per l'assassino.

Le nostre teoriche, bensì, le credenze che propugniamo, mal s'adattano alle condizioni anormali nelle quali si producono fatti simili a quei di Bruto, di Tell, di Pianori e d'Orsini. A che parlar didoveri, quando la Libertà, senza la quale l'idea delDoverenon ha più base, è cancellata dalla violenza, e tutte le vie a compierli sono chiuse? A che ripetere oziosamente:la vita è sacra, dove la definizione dellaVita, ch'è moto, sviluppo, progresso, è falsata, soppressa? A che contendere all'individuo il diritto di rivendicare le condizioni prime di ogni vita, per sè e pe' suoi fratelli, quando tribunali non sono: quando ogni potenza collettiva è negata; quando è vietata ogni interpretazionesocialedella legge? Ciò che rende illegale, immorale, colpevole nell'individuoil richiamarsi alle forze proprie per combattere ciò ch'ei crede ingiustizia, è l'esistenza d'un terzo elemento, d'un terzo potere, d'un arbitro tra l'ingiusto e lui: dove questo elemento intermedio non esiste; dove la coscienza di tutti non ha più voce, direte all'oppresso:dacchè non esiste tribunale a cui tu possa richiamarti, soggiaci; l'ingiusto ha vinto?—La coscienza dell'individuo che sente il proprio diritto, e trova in sè il coraggio per tentare di riconquistarlo ad ogni patto, vi risponderà sempre, d'epoca in epoca:dacchè la società è impotente a tutelarsi e tutelarmi contro l'oppressore, i suoi diritti, i diritti dell'umanità conculcata, vivono in me, e me li assumo.—O legge, o guerra; e vinca chi può. Dove ogni vincolo è spezzato tra la legge e gli uomini d'uno Stato, ogni forza è santa che s'adopera, per qualunque via, a riconnettere gli uni coll'altra. Dove è rotto l'equilibrio fra la potenza d'un solo e la potenza di tutti, ogni individuo ha diritto e missione di cancellare, potendo, la cagione del vizio mortale, e ristabilir l'equilibrio. Davanti alla sovranità collettiva il cittadino tratta riverente la propria causa; davanti al tiranno sorge il tirannicida.

Èfatto, non teoria: legge di logica inesorabile, non sistema d'ingegni irrequieti e sovvertitori. E se questa logica delle cose non balenasse tratto tratto subita, onnipotente attraverso la tenebra che la tirannide stende fra l'uomo e Dio, la tirannide, come gli ultimi imperatori di Roma, farebbe sè stessa Dio. Il lampo del ferro tirannicida rompe quella tenebra e rivela alle attonite, incodardite migliaja, che il tiranno davanti a cui piegano non è Dio, ma un idolo di delitto e menzogna. L'uomo che vibra quel ferro è una incarnata, tremenda negazione della tirannide; ei dice, spegnendo e morendo all'umanità:«Quel violatore della vita universale pensava d'esseresuperiorealla legge; ei non era chefuordella legge. Ei s'illudeva a credere d'aver sotterrato giustizia e coscienza, perchè alcune migliaja di pretoriani e molte di vili gli si assiepavano intorno, difensori e schiavi: egli stimavasi forte perchè s'era ricinto di patiboli e spie; io ho provato a lui e all'umanità che la punta di un ferro di libero vale tutto quel corredo di forza, e basta a sperdere i satelliti e ridestare a vita gli schiavi».

E perchè questo è il senso segreto del tirannicidio, gli uomini, come salutano il nembo purificatore d'un'atmosfera corrotta, salutano e saluteranno il tirannicida—comunque accumuliate, voi, signore, ed i vostri, sofismi a infamarlo e leggi a punirlo—siccome il rivendicatore dell'eterno diritto; e ripeteranno pur sempre commossi la vecchia canzone d'Armodio; e cercheranno tra gli antichi marmi, a spiarle riverenti, le sembianze di Bruto; e scriveranno, quasi mallevadori della giustizia del fatto, i loro nomi sui muri della cappella di Guglielmo Tell; e tramanderanno, rispettando, ai posteri i nomi diMilanoe d'Orsini: tra le lettere che formano quei nomi s'affaccia per essi la tentata vendetta di Napoli e Roma.

La vita è sacra, voi dite. Ma la vita degli uomini che muojono di languore nelle isole, convertite in ergastoli pei migliori, delle spiaggie napoletane; la vita degli uomini che muojono di miasmi pestilenziali a Cayenne, senza colpa, senza giudizio, senz'altra cagione che il terrore sospettoso di un despota; la vita delle madri, delle sorelle che muojono di dolore per quei miseri in Francia e in Italia, non è sacra essa pure? E la vita d'un popolo—la coscienza dei suoi diritti, delle sue speranze, del suo avvenire, della missione che gli è data da compiere—non è sacra per voi? Voi avete per l'assassino del viandante il carnefice; perchè serbate l'inviolabilità alla vita dell'assassino d'una nazione? voi spegnereste, con qualunque arme vi trovaste dinanzi, l'uomo che minacciasse rovina, tentando l'incendio d'una polveriera, a mezza città; perchè non volete che altri spenga l'uomo artefice di rovina continua a cento città; persecutore di milioni, tiranno del corpo e dell'anima d'una gente intera? Sofisti ed eterni contraddittori di voi medesimi! Voi vi assumete il sacerdozio della santità della vita ogni qual volta vi sta davanti un reo coronato e dimenticate che i vostri gendarmi, i vostri doganieri, hanno da voi l'autorità di far fuoco sul masnadiere, sul contrabbandiere che fugge.

La vita è sacra! E la guerra? Non la intimate voi, quando l'onore e l'utile del paese o della monarchia, alla quale servite, vi sembra richiederlo? Non cacciaste due mila vite di soldati nostri a spegnersi sui campi della Crimea in battaglie non nostre, sol perchè intravedeste in quel sacrificio una probabilità d'accrescere in Europa lustro alla monarchia piemontese? Non insegnano i vostri libri di guerra l'arte delle sorprese? Non si addestrano i vostri bersaglieri a strisciarsi rapidi, inosservati, tra le lunghe erbe dei prati, a meglio colpire di palla il nemico? Non mirano sovente i vostri disegni a trascinare, ingannandolo, il soldato che combattete, nelle imboscate? Non v'impadronite delle batterie, piombando notturnamente e con ogni artificio di silenzio sovr'esse, e trafiggendo con arme corta—la baionetta—gli artiglieri sui loro cannoni? Non decreterebbe il vostro Lamarmora una lode al soldato che, spegnendo all'impensata una sentinella, gli avesse dato adito a impadronirsi di una fortezza nemica? Noi bandiamo guerra prima, risponderete, assaliamo poi. Che! fra il tiranno e l'oppresso non è guerra naturale, continua? Guerrabandita fin da quando il primo Martire di una Patria calpestata, del Diritto violato, gettò il guanto dell'eterna sfida dal patibolo all'oppressore? Noi bandimmo guerra all'invasore francese e all'austriaco dalle barricate del 1848, dalla prima resistenza di Roma nel 1849. Traditi o sopraffatti dal numero, i soldati della Nazione furono costretti a ritirarsi. Ma l'occupazione del Lombardo-Veneto e della sacra terra Romana dura tuttavia; e se v'è tra noi chi trovi in sè tanta energia da sprezzare numero e certezza di morte, e continuar solo la guerra nel modo più efficace a conquistare indipendenza e libera vita al paese, Dio, che vede se il di lui animo è puro d'ogni bassa passione, lo giudichi: io non mi sento da tanto; io so ch'ei salva, spegnendo il tiranno, migliaja di vittime dalla prigione, dall'esilio, dal palco; e so ch'ei rivendica a un popolo intero la vita, ben altramente solenne, dell'anima, la Libertà, ch'è la vita di Dio. Voi coniate nuove leggi e decreti e tribunali a proteggere i giorni del potente che opprime; è parte vostra: ma non atteggiatevi a moralisti severi, ad apostoli d'unprincipio. Finch'io vedrò le vostre leggi architettarsi a proteggere la vita di un usurpatore, che rompeva, senza bandirla, guerra al suo popolo e alle libertà dell'Europa, e invadeva su migliaia di cadaveri il trono, non mai in benefizio del popolo trucidato:—finch'io vi vedrò inerti e muti davanti ad ogni delitto coronato di successo, e senza ardire che basti a dire una sola volta in nova anni all'invasore di Roma:in nome del diritto Italiano, ritratti da quella terra che non è tua—io vi crederò ipocriti, e nulla più.

Ho accennato or ora all'efficaciadel fatto, e all'assenza di ogni basso affetto nell'animo di chi lo compie; e son gli estremi senza i quali, anche per me, il tirannicidio è delitto o follia. È delitto, se tentato per senso, non dirò di vendetta, ma d'espiazione: delitto, se tentato dove altre vie sono aperte all'emancipazione: colpa e follia se tentato contro chi non trascina la tirannide nel sepolcro con sè. Bonaparte, esule una seconda volta, dovrebbe passeggiare impunemente fra noi. La libertà, non di voto, ma anche sol di parola, dovrebbe proteggere da tentativi siffatti, non dirò ogni monarchia costituzionale, ma ogni temperata tirannide. E dove, per inettezza o impotenza di popolo, è certo che al tiranno cadutosottentrerebbeun altro tiranno, a che pro l'ucciderlo? Ma quando, per circostanze evidenti, l'esistenza della tirannide è concentrata in quella d'un solo,—quando quel solo è deliberatamente, pazzamente, ferocemente tiranno,—quando il popolo che, dominato da un fascino di terrore, gli giace davanti, ha provato aver nondimeno coscienza di libertà; chi, per puro amore della Patria comune, rompe d'un colpo quel fascino, risparmiando al paese una lunga vicenda di tentativi e di vittime, e alla crescente generazione l'educazione corrompitrice del dispotismo,combattee non assassina. Voi potete, s'ei non riesce, oltraggiarlo; ma i posteri gli porranno sul capo la corona delMartire. S'ei riesce, lo saluterete, voi pure, Liberatore ed Eroe.

Liberatore ed eroe. Non siete voi gli uomini che chiamarono in ogni tempo gloriose le insurrezioni trionfanti, e magnanimi i popoli che le compievano, e che perseguitan oggi coi nomi didemagoghiesettarîgli animosi che tentano rifarle e soccombono? Non diceva il Gioberti, vostro,belle, sublimi e portentosele paroleDio e il Popoloche splendono sulla nostra bandiera? Non ci salutava egli, quando eravamo potenti del favore di tutta la gioventù,precursori della nuova legge e primi apostoli del rinnovato Evangelo[140], per poi versare l'insultosui nostri nomi, quando la gioventù, traviata da false lusinghe, ci abbandonava? Non udii io, nel 1848, parecchî tra gli oratori a voi propizî, ch'oggi dichiarano—perchè credono il principato rifatto potente—essere la guerra regia unica speranza d'Italia, dichiarare a me ed agli amici miei—perchè credevano, caduta Milano, condannato ad impotenza il principato—che, pentiti dell'errore commesso, fidavano esclusivamente alla guerra del popolo l'emancipazione italiana? Non cospiravano meco dieci anni addietro, in nome di una fede rigeneratrice, gli uomini che, nella vostra Camera, citano Machiavelli a provare che la politica non conosceprincipî, ma solamente calcoli d'utile a tempo, e che son buone le alleanze coi tristi purchè potenti? Non recitano ogni giorno i gazzettieri di parte vostra lodi al Bonaparte imperante in seggio, che abominavano quando non era che pretendente? Non siete voi, signore, presto a cedere, con vero tradimento al paese, il mezzogiorno d'Italia a Murat, purchè l'impero v'assicuri compenso d'una zona di terreno al di là della vostra frontiera? Partito d'opportunisti, voi non avete diritto d'invocarprincipî. Adoratori delfatto, voi non potete assumere veste di sacerdoti dimoralità. La missione educatrice d'ogni Governo v'è ignota. La vostra scienza vive sulfenomeno, sull'incidente dell'oggi; non aveteideale. Le vostre alleanze non sono coi liberi, sono coi forti; non posano che su nozioni d'un utile materiale immediato. Taluni fra' vostri scrittori proponevano, prima del 1848, altri più recenti ripetono, che si dovrebbe sottrarre il Lombardo-Veneto all'Austria, dandole a compenso le terre Moldo-Valacche, come se quelle terre non avessero gli stessi diritti che noi abbiamo. Materialisti col nome di Dio sulle labbra, nemici in core e veneratori a parole del Papa, tendenti per cupidigia d'ingrandimento a rompere i trattati del 1815, sui quali v'appoggiate per contendere ai popoli il diritto d'insorgere, voi siete gli eredi di quella politica europea, che iniziava in Navarino lo smembramento dell'impero turco, e invadeva ultimamente, in nome dell'integrità dell'impero stesso, la Grecia, perchè tentava riconquistarsi provincie sue. Obbedito dunque alle intimazioni del Bonaparte; ma non vi vantate di obbedire, proponendo leggi restrittive della libertà, a unsenso moraleche tutta la vostra dottrina rifiuta: non accusate noi di disegni tristi ed assurdi ad un tempo, dei quali in cuor vostro non ci credete capaci.

La moralità politica non vive oggi se non negli uomini di parte nostra: in noi che diciamo ciò che pensiamo e pensiamo ciò che diciamo; in noi che, fondando tutta la nostra scienza politica sopra una fede di dovere e sulla nozione, come la mente e il core la inspirano, del Diritto e del Giusto, possiamo rallentare a seconda dei casi l'opera nostra, non disviarla mai, o mutarle natura; in noi che, credenti nell'unità delPensieroe dell'Azione, non accettiamo l'immorale dissenso fra lateoricae lapratica, che campeggia ogni tanto nei discorsi dei vostri; in noi che non diciamo: latirannide è delitto verso gli uomini e Dio, per poi stringere alleanze col tiranno, purchè forte d'eserciti pretoriani; in noi che non mutammo coi tempi, ma cerchiamo, colla parola e coi fatti, mutare progressivamente i tempi, a seconda dell'idealeche abbiamo nell'anima; in noi che non siamo nè piemontesi nè lombardi, nè siculi, nè vincolati ad una dinastia, nè patrocinatori d'interessi o d'ambizioni locali, ma italiani, e legati ad una fede diunità nazionale da conquistarsi colle forze vive dell'intero popolo e a pro del popolo intero; in noi che, vivendo poveramente, non aspirando nè a conforti nè ad onori, non temendo nè sperando da chicchessia, sprezzando noje, accuse e persecuzioni, non seguendo che un intento attraverso la vita, abbiamo diritto di esser creduti, e—che che facciate—siamo creduti. Lastraordinaria vitalitàdel partito —che a voi, signore, piace di chiamare mazziniano, ed è il partito repubblicano, il partito dellaSovranità Nazionale—è dovuta a questo concetto di moralità che noi, da ormai trent'anni, rappresentiamo. Voi potete, imposturando terrori che non sentite, affratellandovi ladestradella vostra Camera colla guerra alla nostra stampa, affratellandovi la tiepida incertasinistracon lo spauracchio d'un Ministero deliberatamente retrogrado, carpir voti di fiducia e concessioni codarde; ma non potete togliere a noi gli affetti della crescente generazione, a me la coscienza di ottener fede quando io dico: spegnere una vita—di contadino o di re poco monta—in virtù di teoriche d'espiazione, di vendetta o gastigo, è delitto:spegnere il tiranno, se dalla sua morte dipenda l'emancipazione di un popolo, la salute dei milioni, è fatto di guerra, e—se l'uccisore è puro d'altro pensiero e pone la vita in ricambio—virtù. Qualunque diversa opinione mi si apponga, è calunnia.

Ho detto che salutereste liberatore ed eroe l'uomo dal cui pugnale escisse, come dal dardo di Tell, l'insurrezione trionfante d'un popolo. E dico che salutereste glorioso fra tutti i popoli quel popolo che, sprovveduto d'altre armi, trovasse modo d'emanciparsi dall'oppressore straniero con soli pugnali. I vostri poeti inneggiarono in ogni tempo ai pugnali che liberarono colVesprola Sicilia dagli invasori Francesi. I vostri scrittori politici, Balbo fra gli altri, proposero venti volte all'Italia l'esempio della Guerra d'Indipendenza spagnuola; e fu, come la intimava il grido energico di Palafox, guerra a coltello. Tra voi e me non corre differenza se non quest'una: ch'io dico:santa è ogni guerra contro lo straniero, e onoro chi la tenta s'anche soccombe; voi dite:santa è ogni guerra che vince, e insultate ai caduti. Voi gittate l'oltraggio sugli arditi popolani Milanesi del 6 febbrajo: li avreste detti magnanimi e salvatori del paese, se avessero vinto. Voi di certo non credeste che un popolo servo dello straniero e capace di liberarsi non debba farlo, sol perchè l'armi rimaste in sue mani non raggiungono una data lunghezza; voi credetemoralel'uso d'un'arme da fuoco sparata di dietro da una barricata, o di una granata avventata in una insurrezione nazionale da un tetto di casa, e gridateimmoralel'uso d'un pugnale brandito sul petto al soldato straniero da chi avventura nel tentativo la vita. Voi non credete, in guerra, colpa le sorprese o infamia le mire: voi non offrireste duello al masnadiere che v'occupasse la casa, ma fareste arme d'ogni cosa a liberarvene speditamente e col menomo vostro pericolo. A voi riesce mal gradita l'insurrezioneiniziatada popolani. Come piegare davanti al prestigio monarchico moltitudini che hanno raggiunto coscienza di emanciparsi da sè? Dietro a tentativi come quello del 6 febbrajo, voi intravedete il fantasma, che vi turba i sonni, della sovranità popolare; dietro a unVespro, la dittatura indipendente degli uomini che lo diressero: quindi l'ire. Non millantate moralità. Se i popolani d'Italia vibrassero i loro coltelli al grido diViva il re Sardo!e vincessero, voi li abbraccereste fratelli. E se vincessero anche senzaquel grido, voi li abbraccereste il dì dopo, per cercare d'impossessarvene e sviarne e tradirne i nobili istinti a benefizio d'un concettuccio ambizioso della monarchia.

Ma intorno al pugnale adoprato com'arme di guerra dal popolo, a cacciar dalla terra, ch'è sua, il ladrone straniero, non occorre ch'io spenda parole. Se gl'Italiani, determinati una volta a conquistarsi libertà e patria coll'insurrezione, si ritraessero, per dubbiezze intorno ai palmi e pollici delle loro armi, sarebbero, più che stolti, ridicoli. Se la bestemmia d'un popolo tormentato potesse, concentrata miracolosamente a veleno, spegnere in un subito e senza tempo a difesa quanti violano le nostre Alpi per avidità di potenza e d'oro, quanti contaminano di sozza tirannide e di pianti materni e di sangue di onesti le contrade che Dio ci diede, la bestemmia sarebbe santificata agli uomini e a Dio.

Ben giova ch'io noti come voi, dopo avere raccolto dai cadaveri diOrsinie diPieriargomento a un artificio oratorio contro me e contro gli uomini delPartito d'AzioneItaliano, abbiate dalle sciagure, alle quali i vostri volontariamente soggiacquero in Lombardia, tratto argomento, confondendo uomini e date, a calunniare le intenzioni dei repubblicani di Francia. Parlo del rifiuto dato alle domande d'ajuto contro l'Austria, indirizzate dal vostro Governo al Governo francese; rifiuto dal quale voi e il vostro collega Lamarmora avete desunto che:le repubbliche ebbero sempre una politica egoista, e che voi dovete allearvi all'impero.

Ogni membro della vostra Camera, che—pur corrivo ad accettare come verità di fatto le vostre dichiarazioni—avesse semplicemente serbato lume di logica, avrebbe potuto sorgere e dirvi: «La repubblica francese ricusò combattere le vostre battaglie; non volle scendere in campoperl'indipendenza italiana. Luigi Napoleone scese in campocontrol'indipendenza italiana; distrusse le libere instituzioni che s'erano impiantate sulla base del suffragio universale in Roma; i suoi soldati mantengono tuttora negli Stati Romani il dispotismo papale. Come potete biasimar la repubblica e lodar l'impero? Tra chi non compie il proprio dovere e chi viola patentemente il vostro diritto, perchè insultate al primo e adulate al secondo?»

Altri avrebbe potuto ridere della vostra scienza storica, e in risposta al vostro:mi si citi un sol fatto delle repubbliche di Grecia e di Roma—son le sole che ricordate—per cui si possa dire che esse portarono civiltà, chiedervi dove sarebbe la civiltà d'Europa se i repubblicani greci non avessero vinta la battaglia di Maratona e respinto l'elemento orientale, negativo d'ogni progresso;—come si sarebbe costituito un equilibrio qualunque di civiltà fra il mondo latino e il germanico, senza l'opera livellatrice delle conquiste di Roma repubblicana:—poi, se il programma delle nostre lotte contro il dominatore teutonico non sia stato dato in Pontida dai repubblicani lombardi:—se alle tendenze improntate dalle nostre repubbliche del medio evo non si debba il senso d'eguaglianza civile che, tra le oppressioni politiche d'ogni genere, ci colloca anch'oggi, in fatto di convivenza sociale, innanzi a parecchie nazioni d'Europa;—se non escissero dalle conquiste dei repubblicani veneti la civiltà delle spiaggie illiriche e i vincoli che ad esse ci stringono; chi arrestasse la fatale invasione del Maomettismo se non un figlio della repubblicana Polonia, Sobieski; a chi, se non ai repubblicani francesi dellafine dell'ultimo secolo sian dovuti i due terzi delle instituzioni di libertà e d'eguaglianza civile esistenti oggi in Europa.

Altri finalmente avrebbe potuto levarsi e dirvi: «La vostra affermazione, signore, è la vostra condanna. Voi potete dimenticare, ma noi non dimentichiamo, che voi, sostituendo al sacro pensiero nazionale la gretta ambizione d'una dinastia; allaItalia Unadall'Alpi al mare, il meschino concettuccio d'unaItalia del Nord; all'emancipazione d'una razza intera, la tentata preponderanza di una frazione di quella, perdeste la nostra causa ed isteriliste i frutti d'un moto che aveva l'Europa con sè. In nome d'Italia, noi avevamo costretto i nostri principi a lasciar scendere le loro milizie sul campo delle sorti future della Nazione: parlando in nome del Piemonte, voi porgeste al Papa, al re di Napoli, al duca di Toscana l'ottimo fra i pretesti per retrocedere e ridiventare tiranni. La Francia repubblicana era presta ad appoggiare colle armi il popolo italiano; ma perchè una repubblica avrebbe dato il sangue de' suoi per fortificare i dominî territoriali di un re poco amante di libertà, odiatore di ogni instituzione repubblicana, non tenero della Francia, e pericoloso ad essa il giorno in cui egli avesse voluto, ristabiliti gli accordi coll'Austria, movere a' danni dell'imprudente soccorritrice? Voinon chiedeste maiper l'Italia. E a chi chiedeva per la monarchia di Piemonte non aveva la repubblica francese diritto di rispondere queste parole:—ove si tratti di soccorrere l'Italia, siam presti: possiamo anche combattere a fianco delle legioni piemontesi: ma rompere guerra per sostener gl'interessi del re di Sardegna, intrecciare la bandiera della Francia a quella di casa Savoja, la repubblica non può farlo—?»

Io vi dico invece: Signore, voi mentite alla storia; e parmi impossibile che contro le asserzioni vostre e dei vostri nessun deputato si sia richiamato ai documenti officiali.

Io non sono tenero, da molti anni in qua, delle cose francesi. So che la politica estera del Governo repubblicano di Francia nel 1848 non fu, per difetto d'omogeneità tra i membri che lo componevano, quale i tempi e la missione delprincipiorepubblicano in Europa chiedevano. Le tendenze rappresentate da Ledru-Rollin nel primo Governo, poi nella Commissione esecutiva—tendenze che, per rispetto non foss'altro all'esilio determinato per Ledru-Rollin da un nobile tentativo a favore di Roma, voi, signore, non avreste dovuto mai calunniare—non erano secondate abbastanza da' suoi colleghi. Ma io affermo che la repubblica francesevolevaajutare coll'armi la emancipazione d'Italia, e affermo che il Governo Sardonon volle. È questione di fatto e non altro per me. Io credeva allora—e pubblicai la mia opinione sull'Italia del Popoloin Milano—che l'Italia, a patto di suscitare e porre in azione tutte le forze vive della nazione; a patto di non fidare la direzione della guerra a chi per inettezza o mal animo doveva fatalmente tradirla; a patto di combattere le battaglie d'Italia in Tirolo, sull'Alpi venete, a Trieste, non intorno alle quattro fortezze: a patto di combattere per l'unità, non per l'ingrandimento della monarchia sarda, poteva emanciparsi da sè. Lo credo tutt'ora. Ma voi, signore—e dicendovoiaccenno al sistema che rappresentate, al Governo in nome del quale gittate l'accusa ai repubblicani di Francia—voi che, per terrore dell'elemento popolare, rifiutaste gli ajuti che la nazione poteva darvi all'impresa, voi che tradiste doppiamente il paese rifiutando quei che la Francia v'offriva, non dovreste oggi tornare sopra un argomento intorno al quale la menzogna sola può esservi puntello e difesa.

L'8 maggio, la Francia, per bocca di Lamartine, diceva:Se nazionalità conculcate, diritti calpestati, indipendenze legittime ed oppresse sorgessero, si costituissero con forze proprie, entrassero nella famiglia democratica dei popoli, e ci chiamassero a difesa dei loro diritti, ad ajutare la fondazione d'instituzioni conformi alle nostre, la Francia è pronta. La Francia repubblicana non è solamente la patria, ma il soldato democratico dell'avvenire.

Il 22 maggio, la Commissione esecutiva, parlando della questione italiana, ripeteva più esplicita:

Se i popoli d'Italia fossero troppo deboli—se questa indipendenza, questo diritto di rinascimento della nazionalità Italiana, che tutte le pagine della storia attestano, fossero assaliti, la Francia è presta; appiedi dell'Alpi, armata. Essa dichiara altamente ad amici e nemici, che al primo segnale varcherà le Alpi e stenderà agli Italiani una mano liberatrice. Fin dai primi giorni, noi abbiamo fatto comunicare alle potenze italiane la ferma volontà d'intervenire alla prima chiamata che ci si facesse; e conformemente a quella dichiarazione, abbiamo riunito appiè dell'Alpi, dapprima un esercito di 30 mila uomini, poi un altro che può, nello spazio di pochi giorni, sommare a 60 mila. E v'è tuttavia. Noi abbiamo aspettato una chiamata dall'Italia, e sappiatelo, malgrado il nostro rispetto per l'Assemblea Nazionale, se quel grido avesse traversato l'Alpi, noi non avremmo aspettato, ma avremmo creduto compiere anzi tratto la vostra volontà, movendo a soccorrere l'Italia.

La Commissione esecutiva parlava all'Assemblea Nazionale, e l'Assemblea Nazionale rispondeva il 24 con un decreto, nel quale ingiungeva alla Commissione di mantenere, a norma della sua condotta, il voto unanime dell'Assemblea, l'emancipazione dell'Italia.

Qual era intanto il vostro linguaggio?

Io non noterò come il 13 marzo il vostro ambasciatore in Parigi non avesse ancora col Governo della repubblica relazioniofficiali. Non dirò i rimproveri fatti al Governo provvisorio lombardo per un timido indirizzo alla Francia. Non parlerò delle istruzioni date agli agenti vostri perchè esagerassero in Parigi le diffidenze italiane, e spegnessero, calunniando colla stampa, ogni simpatia coi Lombardi. Ma il 6 aprile protestavate formalmente contro l'assembrarsi dall'esercito alle Alpi.—«Non posso intendere»—scriveva il vostro ambasciatore Brignole—«quali siano i motivi che hanno potuto spingere a credere la sicurezza e la gloria della repubblica esigere l'avvicinarsi dei suoi soldati alla frontiera delle Alpi. Non è quella una frontiera amica?... Perchè parlare di guerra, d'entrare in campagna?... L'agglomerazione di un corpo considerevole presso ai dominî del re potrebbe suscitare inconvenienti gravissimi». Ed il 7 aprile insisteva in nome vostro l'ambasciatore: «È necessario che la Francia intenda ben questo: se mai l'esercito della repubblica varcasse l'Alpi senz'essere chiamato... l'influenza della Francia e delle idee francesi in Italia sarebbe per lungo tempo perduta. Non si vuole l'appoggio militare della Francia, se non il giorno in cui una strepitosa disfatta avrà provato che l'Italia sola è impotente a cacciar l'Austria al di là dell'Alpi... Ove la Francia intervenga prima dell'ora segnata dallo spavento pubblico, si griderà da un punto all'altro d'Italia:la Francia, della quale non avevamo bisogno, viene unicamente per dare sfogo alle tendenze che l'animano e che minacciano di trasarginare: essa non viene per conto nostro, ma per proprio conto. Essa aveva detto, nel suo programma, che rinunziava ad ogni conquista; e mentiva. Essa intende sostituirsi all'Austria...E si desterà in tutti i cuori un odio implacabile, un odio italiano...».

E poco dopo l'ambasciatore diceva: «Io sono espressamente incaricato dal mio Governo d'esprimervi il suo desiderio che le truppe francesi siano tenute lontane dalla frontiera».

Il 22 maggio, il ministro Parete gridava alla Camera Torinese: «L'esercito Francese non entrerà se non chiamato da noi: e siccome noi non lo chiameremo, non entrerà».

E il 30 maggio, l'agente del Governo Provvisorio Lombardo, udendo che un buon numero divolontarîfrancesi s'ordinava per movere alla volta d'Italia e rassegnarsi al comando supremo—che era il vostro—della vostra guerra, s'affrettava ad interporre proteste: «La formazione di legioni di volontarî per la guerra lombarda potrebbe cagionare disturbi.... Il Governo di Lombardia non vede con piacere l'organizzazione di corpi ausiliarî siffatti»[141].

Tale fu, fin verso il finire di luglio, il linguaggio tenuto al Governo Francese dai vostri. Nè credo che, da quando il trattato di Vestfalia inaugurò quel congegno di menzogne e d'inezie che nominano diplomazia, si tenesse mai da un Governo linguaggio più imprudente e più stolto. Alla Francia, della quale si pronunciava potersi un dì o l'altro richiedere l'ajuto, il Governo Sardo diceva: «Non vi stimiamo leali: diffidiamo altamente di voi. Non vogliamo gli ajuti che ci profferite, oggi che le vostre armi congiunte alle nostre vincerebbero senz'altro la guerra; ma, se un giorno cadremo, allora, cadendo, vi chiameremo. Non potremo più allora secondarvi. I danni, i pericoli della guerra saranno tutti vostri. Nondimeno, dopo avere ricambiato le vostre offerte con orgoglio e disprezzo, v'invocheremo, giacendo, a fare per noi, senza vostro pro, ciò che noi non potemmo; e se non vorrete, vi accuseremo di tradimento al principio, aborrito da noi, che rappresentate.» E all'Italia, pur predicando:fate, da voi, temete gli ajuti di Francia, il Governo liberatore diceva: «tenete le baionette di Francia in serbo pel giorno nel quale dovrete invocarle nel terrore e nella vergogna della disfatta: rifiutatele oggi che potete averle onorevolmente alleate; le accetterete quando avrete perduto ogni diritto a moderarle e giovarvene senza pericolo. Sdegnate, irritate col sospetto lo straniero che vi si offre fratello, e che voi, forti e rispettati, potete contener nei limiti della fratellanza; ma preparatevi fin d'ora a chiamarlo supplici, quando nulla gl'impedirà d'esservi padrone; quando, trovandovi inermi ed impotenti, ei potrà rivendicare, senza ostacolo da parte vostra, i diritti del benefattore insolente, e sarà tanto più allettato ad esercitarli quanto più ei ricorderà d'essere stato offeso da ingiusti sospetti da voi.» Son queste le avvedutezze politiche della monarchia piemontese.

Dopo gl'infausti moti del giugno, la Repubblica perdeva intanto, per terrore d'una anarchia che avrebbe potuto e non seppe padroneggiare, coscienza di sè; si sviava affidandosi a una dittatura militare, a tendenze illiberali di resistenza. Il 24, Cavaignac, uomo d'anguste vedute, per difetto d'ingegno e per abitudini soldatesche, repubblicano solamente di nome, assumeva il potere. Allora la Francia, cheaveva sinceramente desiderato combattere con noi per lacerare gli aborriti trattati di Vienna, cominciava a riconcentrarsi nell'egoismo di paese, e desiderava astenersi da imprese più diprincipioche non d'interesse. Pur, se voi volevate, cedeva: cedeva, vincolata dalle solenni profferte anteriori e dall'ingenito orgoglio. Non volevate. Al vostro Governo pareva meglio fin d'allora perder la guerra con un titolo monarchico in portafoglio per le contingenze future, che non vincerla con l'aiuto di soldati repubblicani e a rischio di risuscitare nel nostro popolo le idee che gli avevano procacciato l'ardire della vittoria sulle barricate. Quel titolo, quel documento, l'atto della fusione, era fin dal 13 giugno nelle mani di Carlo Alberto. Che importava dell'Italia al re e agli uomini della Monarchia? Non l'amavano come l'amiamo noi; e non avevano genio nè audacia per tentare di conquistarne il dominio.

Il giugno e il luglio passarono fra positive sconfitte e bandi di vittorie ideali, senza che si fiatasse sillaba d'intervento. Il ministro Pareto parlava, se ben ricordo, sul finire del luglio, di resistere apertamente ai Francesi, ove si attentassero di varcare le Alpi. Il 31 bensì, sotto il fremito delle popolazioni, che incominciavano a indovinare la disfatta e a sentirsi tradite, si mutava linguaggio, e si annunziava officialmente ai Lombardi che il Ministero piemontese chiedeva formalmente l'intervento di Francia. Non era vero. S'era, tra per deludere il popolo e sviarlo dall'ordinarsi a difesa, tra per contrabilanciare presso il Governo francese l'influenza dei lombardi Guerrieri, Trivulzi e Mora, accorsi in Parigi a sollecitare ajuti, spedito da Torino Alberto Ricci; ma non richiedeva, impediva; e ne abbiamo la prova in un documento indirizzato in quel torno al Cavaignac da Felice Foresti, Tommaso Gar, Aleardi, colonnello Frapolli, Giulio Carcano, segretario del Governo provvisorio, ed altri. Anche su quegli estremi, e benchè a malincuore, Cavaignac si dichiarava pronto a operare purchè le domande lombarde venissero appoggiate dal Governo piemontese, sulle cui terre bisognava por piede. Ma il 2 agosto, quando gli Austriaci erano a qualche lega da Milano, il vostro ambasciatore era muto: muto il 3, il 4, il 5 e il 6. Non fu che sul mattino del 7 agosto,due giorni dopo la dedizione di Milano, quando non un solo milite piemontese rimaneva sul territorio lombardo, che il Brignole richiese intervento. Era derisione o stoltezza? E fu stoltezza o impudenza di chi sa che la maggioranza della Camera accetta ciecamente ogni affermazione ministeriale, quella che v'indusse a muovere accuse ai repubblicani francesi? Le date v'uccidono, e lo sapevate. Che importa il dispaccio spedito il 23 luglio dal marchese Brignole, sul quale la vostra stampa ha menato tanto romore? Opporrete, voi ministro, ai documenti ufficiali il ragguaglio essenzialmente incerto d'una discussionesegretadel Comitato degli affari esteri? E se anche il ragguaglio fosse esattamente conforme al vero, come poteva darvi diritto di assalire, per compiacere all'Impero, quei che, nel vostro discorso del 16, voi chiamategli amici i più spinti della rivoluzione, i Ledru-Rollin e i Bastide? Il nome di Ledru-Rollin non è nel dispaccio, e Bastide dichiara, a detta dell'ambasciatore, non curarsi della Savoja o di Nizza; la Francia dovere, lietamente o no, concedere ajuto, se chiesto. Ben risplende in quel dispaccio l'arte solita di voi e dei vostri di attribuire senza cagione alcuna agli uomini che vi sono avversi i disegni men buoni. Ricordo Balbo, che, mentre io fondava la più unitaria di tutte le nostre associazioni politiche, stampava che io voleva ricostituire le repubblichette del medio evo. Così il vostro Brignole accusa il Bastide, perchè avverso a uningrandimento territoriale di casa Savoja, di voler favorirela divisione dell'Alta Italiain piccoli Stati. Al patrizio Brignole non si affacciava la semplice idea che un repubblicano potesse vagheggiare nell'animola Italia Una fatta repubblica.

Voi rifiutaste gli ajuti della Repubblica Francese, quand'essa li offriva. Li invocaste, quando, disfatti, impotenti—e lo provò più tardi Novara—a rifar la guerra, e mutato già, in Francia, l'andamento delle cose, sapevate che avreste rifiuto: e lo accertaste più sempre, aggiungendo alla domanda, pertutelare le istituzioni contro i pericoli di una propaganda politica[142], condizioni indecorose, inaccettabili dalla Francia. Questo è ciò che la storia dirà. E dirà, come, respinti anche i semplicivolontarî francesi, disarmati siccome masnadieri i militi della Legione Antonini appena scesero sul vostro suolo, ricusaste pure il soccorso offertovi da un colonnello del Canton di Vaud, di 2000 carabinieri svizzeri. Più assai che non gli Austriaci, il vostro Governo temeva l'apparire in Italia di soldati repubblicani.

Le linee dunque del vostro discorso del 16 aprile, nelle quali, senza citar date, anzi travolgendole,—dacchè il nome di Ledru-Rollin come membro del Governo indurrebbe a credere che la domanda di cooperazione fosse anteriore all'agosto,—gittate l'oltraggio ai repubblicani, sono a un tempo, o signore, una menzogna, una calunnia e un indegno artificio, che i vostri Deputati, se curassero d'appurare la storia dei tempi, avrebbero dovuto respingere. Il sangue d'un popolo italiano, tradito nel 1848 dalla monarchia, vi comandava di non tornare su quell'argomento. Bastavano per arra di servilità al nuovo vostro alleato la Legge Deforesta, l'oscena caccia data agli esuli italiani sul vostro terreno, e le persecuzioni alla libera stampa.

Questa vostra nuova alleanza col Bonaparte, alla quale la vostra stampa spianava da qualche tempo la via e che voi avete arditamente confessata negli ultimi vostri discorsi alla Camera e più nei vostri atti, dovrebbe, parmi, aprir gli occhî agli uomini che in buona fede sognano tuttavia iniziatrice della emancipazione italiana la monarchia del Piemonte. E dovrebbe aprirli sul valore del vostro senno politico. Fra i Governi costituzionali e i dispotici, tra l'Inghilterra e l'Impero, voi scegliete di stringervi alla tirannide dell'Impero, e vi stringete ad essa quando appunto essa accenna a rovina.

Non so se gli uomini ai quali alludo si avvedano che l'alleanza col Bonaparte vale inevitabilmente da parte vostra: accettazione dell'assassinio di Roma:—negazione d'ogni unità o unificazione italiana:—negazione di libertà per qualunque parte d'Italia rovesciasse, sotto i vostri auspicî, il suo governo:—patto nefando di promovere la dedizione del sud a un prefetto dell'Impero, Murat, purchè il Bonaparte cooperi a che i dominî del re vostro s'impinguino dei Ducati; dico dei Ducati e non d'altro, perchè le segrete millanterie sul Lombardo-Veneto non sono per voi che artificio di chi chiede il più per ottenere il meno più agevolmente. Nessuno può ragionevolmente supporre che il Bonaparte, senza altro sostegno oggimai che i pretoriani e il clero cattolico, getti disfida mortale a quest'ultimo, assalendo il papato: nessuno, ch'ei possa mai offendere irreconciliabilmentel'orgoglio francese, lasciando che un suo prefetto conceda a Napoli libertà contese alla Francia: nessuno ch'ei, più corrivo di Lamartine, v'ajuti a fondare nel nord dell'Italia un vasto e potente Regno, minaccioso il dì dopo pei dominî ch'egli avrebbe impiantato nel sud. Gli uomini che hanno votato con voi contro la offesa dignità del paese, contro l'indipendenza dei giurati e della stampa, non per sola paura, ma per conquistare alla causa italiana gli ajuti del Bonaparte, hanno tradito, ad un'ora, Italia, logica e senno elementare politico.

Bonaparte tende a impiantare, scimmiottando Napoleone su scala pigmea, la dinastia di Murat in Napoli. Odiatore cupo dell'Inghilterra d'antico, riconcitato ad odio novello dalla civile condotta del popolo che ci porge asilo, e certo di averlo dichiaratamente avverso ai suoi disegni sul mezzogiorno d'Italia, ei cerca prepararsi una diversione contro l'Inghilterra, stringendo un patto segreto con la Russia e suscitando guerra in Oriente; un'altra contro l'Austria, spingendovi, quand'ei faccia, a dimostrazioni che ne tengano a freno gli eserciti. Voi, noncurante d'onore o di patria comune, avete accettato, in qualità di cooperatore, il disegno, perchè ei vi ha promesso di ajutarvi ad ampliare di zona più o meno angusta i dominî di casa Savoja. È questo il segreto della vostra politica d'oggi. Voi lo negherete, come, giovandovi della dimissione di un vostro collega, negaste la verità di un'altra mia accusa, proferita, non contro voi individualmente, ma contro il vostro governo: io lo affermo. Gli uomini che giudicheranno spassionatamente fra voi e me, sanno che i segreti di Stato possono scoprirsi, non documentarsi, e studieranno le prove del vero che io affermo nei menomi atti dello Tsar di Russia, di quello di Francia e di voi.

Ministro di re costituzionale e promotore, per debito al principio che rappresentate, d'interessi dinastici, voi cercate le vostre alleanze esclusivamente fra i despoti. Italiano, e millantatore di concetti emancipatori, voi tradite deliberatamente l'Italia, ripetendo la parte di Lodovico il Moro; chiamando la tirannide straniera al di qua dell'Alpi, e dando assenso a un nuovo dominio e ad una potente influenza, difficile a sradicarsi, dove un Governo aborrito da tutti e logorato da lungo tempo nell'opinione sta per cadere. Uomo di Stato e pensatore politico, voi create al Governo inglese la necessità di accostarsi all'Austria e condannate all'isolamento il Piemonte, il giorno, inevitabile e non lontano, in cui sotto il colpo ardito di un vendicatore, o sotto l'ira oggi visibilmente ridesta della Francia, l'Impero mal sorto cadrà. Inaugurereste, se mai poteste riuscire, la più tremenda guerra civile che mai si sia veduta in Italia. Intanto voi mutilate, per compiacere al despota straniero, le libertà dello Stato: inacerbite, con la persecuzione sistematica ai suoi giornali, i giusti rancori di Genova, e stampate sulla fronte all'unico popolo italiano, che rappresenti in faccia all'Europa il germe del nostro avvenire, la vergogna di un'alleanza con l'uomo che uccise la libertà della propria patria, e fece mietere in Roma il fiore dei nostri giovani. Questi sono, mercè la vostra politica, i risultati di dieci anni di libera vita pel Piemonte, considerato come provincia e, un tempo, come speranza d'Italia!

Dieci anni di libera vita! Dieci anni di libera parola e di opere libere, coi mezzi, colle forze di un popolo di quasi cinque milioni, razza lenta forse, ma virile e tenace; con un esercito prode, e consacratodalle prime battaglie per l'indipendenza della Nazione; con un naviglio come il ligure; con la Lombardia e con la Svizzera sulle frontiere; con l'amore, coi voti, col palpito di tutta Italia per voi; con una posizione strategica che non concede intervento sul vostro terreno senza guerra tra l'invasore e le potenze gelose d'equilibrio europeo—e nulla, nulla fuorchè una politica di repressione al di dentro e la vergogna d'una alleanza col parricida di Roma al di fuori! Ah, se voi, ministri di casa Savoja, aveste avuto, non dico scintilla di genio, ma scintilla d'affetto per questa nostra povera Italia, che non avreste potuto fare! Basta per questo intendere che voi, rimasti soli salvi tra le rovine del 1848, eravate chiamati a rappresentare la fede, non di Carlo Alberto—la fede di Carlo Alberto suona ironia—ma dell'Italia; che la fede dell'Italia, repubblicana o monarchica poco monta, è fede, non di miglioramenti progressivi sotto i padroni attuali, ma d'Unità Nazionale, di libertà, di vita propria per migliorare da sè, non a beneplacito altrui: cheUnitàeLibertà Nazionalenon si fondano se non per insurrezione di popolo, per modo collettivo, operoso degli elementi interni, col sangue e col sacrificio degli abitatori del suolo; che legge suprema d'ogni Governo stabilito e di ogni diplomazia, quantunque propizia, è piegare, più o meno rapidamente, davanti al grande fatto d'un popolo che si leva potente e volente, impedirgli di levarsi, finchè può e quanto può; che quindi la vostra politica dovea fondare le sue speranza unicamente sul popolo d'Italia, e sul levarsi simultaneo o speditamente successivo dei popoli che hanno comuni con esso diritti, bisogni, speranze. Bastava intendere che era vostra missione di rappresentare sopra tutto, nei menomi vostri atti, in ogni vostra parola, la moralità della Nazione nascente, vergine d'ogni fallo passato e d'ogni corruttela presente, fidanzata unicamente ai principî che la devono reggere, tanto che Governi e popoli sentissero che una nuova vita chiedeva ammissione fra le vite nazionali d'Europa, che un nuovo elemento di progresso morale chiedeva aggiungersi a quelli che già fermentano in seno all'Umanità. Allora avreste assunto all'interno contegno tale, che, senza metterci a pericolo fuorchè di qualche nota segreta, avrebbe fatto dire a tutta Italia: il Piemonte non è uno Stato definito, limitato, vivente di vita propria; è l'Italia in germe; è la vita Italiana, concentrata a tempo a' piedi delle nostre Alpi: avreste mantenuto una politica d'isolamento guardingo, altero, come di chi presente il futuro e si tiene in serbo per esso, nè accetta contaminarlo di concessioni ad un presente che sa condannato. Avreste detto a quanti esuli ha l'Italia: qui è terra vostra; qui godrete, purchè v'informiate alle leggi, d'ogni diritto di cittadino. Avreste, come si protestava ogni anno nella Francia costituzionale in favore della Polonia, interposto ogni anno protesta pacifica ma solenne contro l'occupazione straniera di Roma. Avreste studiosamente evitato ogni contatto con l'Austria, evitato ogni guerra, ogni lega, ogni protocollo, che dovesse trascinar seco la necessità di porre il nome vostro accanto a quello dell'oppressore del Lombardo-Veneto. Le vostre alleanze sarebbero state coi popoli liberi, con la Svizzera, col Belgio, coll'America, coll'Inghilterra. L'opera segreta dei vostri agenti avrebbe tentato ogni modo per gettare semi di fratellanza futura, e cooperazione pel momento decisivo, cogli Ungheresi, cogli Slavi del Sud, coi Rumeni, coi Greci, con quanti popoli lavorano a svincolare la propria indipendenza nazionale dallo strato sovrapposto d'oppressione straniera. Non avreste accettato di proteggere coll'armi l'integrità impossibile e ingiusta d'un Impero che è l'Austria d'Oriente. Non avreste temperato il vostro linguaggionelle conferenze, quasi a insegnare ai Governi come possa evitarsi la rivoluzione d'Italia, ma vi sareste limitato ad alzare la voce, in suo nome, narrandone i guaî e accennando alla futura Nazione come al solo inevitabile rimedio. Avreste in somma afferrato ogni opportunità, non per mendicare miglioramenti che sapete di non ottenere, ma per farvi rappresentante delDiritto Italiano; per fare intendere a tutti, amici e nemici, che voi potete obbedire alle circostanze, posar sulle armi e durar pacifici per entro alle vostre frontiere, ma che quelle armi sono italiane, e da consecrarsi, appena sorga un momento propizio, all'Italia. E pel resto, avreste dovuto lasciare far noi; noi che, certi una volta delle vostre intenzioni, avremmo studiato le vie per non porvi a rischio prima del tempo; noi che vi abbiamo più volte offerto, non di rinnegare la nostra fede repubblicana—questo non potevate nè dovevate pretendere—ma d'affratellarci con voi sotto bandiera comune, quella dellasovranità nazionale. E a voi, s'anche amavate più la casa di Savoja che non l'Italia, quella profferta dovea sorridere. Voi non potete, senza stoltezza, credere in una serie di principi: noi ci accostiamo rapidamente a tempi, nei quali ogni monarchia sparirà. I vostri affetti devono concentrarsi sul regnante d'oggi. Or la potenza che vi danno le forze che portate sul campo, e l'abitudine inveterata nei popoli di essere e mostrarsi grati anche a scapito della propria salute, v'assicuravano che, serbando a quel re il vanto di aver contribuito con le armi a liberare il paese, voi gli serbavate, se non la corona, la presidenza almeno d'Italia.

Diseredato egualmente di genio e d'amore, voi sceglieste altra via; via funesta egualmente alla nazione e alla dinastia, e indecorosa per voi. Maneggiarvi astuto fra la rivoluzione e i Governi, tanto da reprimere o indugiare la prima, pur parendo promoverla, e accarezzare i secondi finchè durano, pur preparandovi a giovarvi della loro caduta: recitare agli uni la parte di futuro liberatore dalla tirannide, agli altri quella di salvatore dall'anarchia e dalla temuta insurrezione popolare: tenervi amica la Diplomazia, tanto da potere un giorno, ove mai sorgesse il momento di mutare governativamente l'assetto europeo, affacciarle la pergamena della fusione, e tenervi amici creduli i popoli, tanto da poter dir loro quando il gemito dei patimenti si tramuterà in fremito di battaglia—io era dei vostri: cospirare con animo di non far mai, e affliggere di persecuzioni e calunnie qualunque cospiri per fare: impedire le aspirazioni del partito nazionale in Piemonte e confortarle al di fuori: tentare di mantenervi accetto ad un tempo ai tristissimi Governi attuali e ai popoli: è parte, non d'uomo di Stato che intravede l'avvenire e dirige verso quello la vita del paese che regge, ma di politico della giornata, che accetta il presente qual ch'ei si sia, e cerca soltanto apprestarsi a far monopolio dell'avvenire ove, per fatto altrui, sorga propizio: e parte, non d'un Richelieu—profanerei, citandoli, i nomi di Washington e Bolivar—ma d'un ultimo allievo di Mazarino. Ed è la vostra. La politica d'altalena, tradizionale nella casa Savoja, ha trovato in voi l'ottimo degl'interpreti. Ma la dubbia, tentennante, immorale politica dei vostri principi si librava nel passato tra Francia ed Austria, tra Governi e Governi; poteva quindi, giovandosi or dell'uno or dell'altro, carpire ad alleanze o disfatte una frazione di territorio ad arrotondarne i regî dominî; voi siete collocato in oggi tra Governi destinati a cadere e un popolo chiamato a sorgere e farsi Nazione. Il giorno fatale vi troverà senza alleati, e travolgerà nell'onda popolare la vostra politica e la dinastia.

Non so se i vostri s'illudano, ma voi di certo non v'illudete. L'Italia, checchè avvenga, non può farsi Piemonte. Il centro dell'organismo nazionale non può trasferirsi all'estremità. Il core d'Italia è in Roma, non in Torino. Unmonarcapiemontese non conquisterà Napoli mai: Napoli si darà alla Nazione, non mai a un principe d'altra provincia italiana. Il principio regio non può rovesciare il papato, e aggiungere ai proprî i dominî del papa. Un ministro di re non potrà mai lacerare i trattati, rompere i vincoli che lo legano all'equilibrio attuale d'Europa, e invadere il terreno tenuto a conquista dall'Austria. Voi, uomini della monarchia, non potete iniziare la lotta, non potete fare l'Italia. Il popolo solo lo può. E chi non vede, o non confessa il vero che io scrivo, è stolto, o cerca, ingannando i creduli, pretesti alla propria inerzia. Io dunque non vi accuso perchè non vi cacciate a imprese impossibili; non v'accuso perchè non liberate coll'armi il paese. V'accuso perchè, pur sapendo di non potere e di non volere fare l'Italia, andate millantando che la farete. V'accuso perchè spargete per ogni dove voci di disegni che non avete in animo di ridurre in atto, sviando così molti dal seguire partiti più logici e generosi. V'accuso perchè, congiurando col tiranno di Francia, e cedendo Napoli, per quanto è in voi, a un dominio straniero, persistete ad ammantarvi della veste di emancipatore. Vi accuso perchè, fomentando segretamente odî inutili all'Austria ed al papa, vi giovate dei mezzi che il Piemonte vi dà a impedire di far noi, che soli vogliamo davvero rovesciare l'una e l'altro. V'accuso d'aver fatto quanto era in voi per travisare all'estero il nostro problema e persuadere col vostro linguaggio segreto e pubblico che si tratta per noi di miglioramenti amministrativi e d'ordini civili men rei, da introdursi nei diversi Stati d'Italia, quando la prima, la vitale questione, l'unum necessariumper noi, è l'essere NazioneUnadall'AlpialMare. V'accuso di combattere noi colle armi sleali della calunnia, mentre in core siete convinto che noi possiamo essere ogni cosa fuorchè colpevoli; che adoriamo una santa idea; che possiamo essere ostinati, non ambiziosi; utopisti, non ingannatori; rivoluzionarî, non demagoghi o sovvertitori pazzi e feroci.

E v'accuso sopratutto di due gravissime colpe: d'avere impiantato un dualismo fatale di Piemonte e d'Italia dov'era, prima del 1848, concordia assoluta di voti e d'opere; e d'avere corrotto, per quanto è in voi, l'educazione del nostro giovane popolo, sostituendo una politica di artificî e menzogne alla severa, franca, leale politica di chi vuole risorgere.

Era vostra missione d'italianizzareil Piemonte e prepararlo a confondersi nella patria comune, della quale esso avrebbe potuto essere la prima provincia, come il re vostro avrebbe potuto esserne il primo cittadino. Voi, guardando al Piemonte come a Stato destinato a vivere di vita propria, lo avete educato a rinegare la madre comune; a considerare una libertà, figlia del moto nazionale del 1848, siccome conquista propria, a mutare i diritti di libera azione, che dovevano essergli arma ad emancipare i venti milioni di fratelli schiavi, in egoismo che calcola se il tentativo a pro dei fratelli non possa per avventura fruttargli la perdita d'un godimento. Avete inaugurato la politica dell'esempio, come se, a chi vive in ricchezza splendida, non incombesse debito alcuno verso il congiunto che geme nella miseria, fuorchè l'insegnargli il perchè della sua condizione diversa. Primadi voi, si cospirava per l'unità d'Italia, in Piemonte, nell'esercito e nelle classi cittadinesche; una tradizione di martiri per la Nazione, daGarellieLaneriaTolaeGavotti, daSanta RosaaRuffini, s'inanellava colla lunga tradizione sulla quale poggia laFede Italiana: oggi, si condannano tra voi alla galera uomini che, come Savi, promovono colla penna la causa dell'unità, e si caccia raminga da Genova la vedova diPisacane, senza che un deputato alla vostra Camera levi una voce di generosa protesta.

Era vostra missione promovere l'educazionemoraled'un popolo che s'affaccia, ingenuo, incauto, corrivo, benedetto oltre ogni altro d'istinti buoni, ma facile a traviarsi, alla vita nuova. E voi gli avete dato la scienza dei popoli incadaveriti, il machiavellismo dei secoli nei quali la coscienza è muta, il culto degli interessi, l'adorazione della forza e del delitto che riesce, l'artificio de' vecchi Stati, retti a monarchia costituzionale, l'ipocrisia che travolse la Francia ove or giace. Gli avete insegnato a mentire al proprio fine, ed allearsi con chi ha il suo disprezzo, a diffidare di quei che lavorano per esso. Lo avete sedotto a spendere sangue ed oro per mantenere l'integrità d'un impero nel quale, come nell'impero d'Austria, le popolazioni indigene s'agitano sotto l'arbitrio d'una minoranza conquistatrice, diversa per razza, lingua, religione, abitudini. L'avete educato alla tattica dei partiti scettici, che hanno per bandiera nome di uomini e non principî: a decidere delle questioni politiche, non dalla nozione del giusto e dell'ingiusto, ma dall'utile fugace di un giorno; a votare in favore di leggi che credete triste, per evitare il possibile ritorno di certi uomini al Ministero. Avete innestato sulla giovinezza di un popolo, che non può meritare la cittadinanza dell'Europa futura se non con unafederappresentata in tutti i suoi atti, ladottrinamaterialistica dell'espediente, l'egoismo della paura, l'ateismo del calcolo, che uccide l'entusiasmo, solo operatore di grandi cose.

E tutto questo a qual pro?

Che otteneste voi, adulandone le tradizioni, dalla diplomazia? Avete in dieci anni diconcessioni, di guerra fatta, per accarezzare i Governi, a noi, e di silenzio obbrobrioso sulla perenne occupazione di Roma, conquistato un solo palmo di terra italiana a libere instituzioni? strappato un solo miglioramento alle condizioni, non dirò politiche, ma amministrative, degli altri Stati? rotto i ceppi a un solo dei miseri che gemono nelle cento prigioni d'Italia? fortificato, ordinato, armato, educato il partito? No. La vostra politica non ha fruttato—lo confessate voi stesso nel vostro discorso del 16 aprile—un solo risultato materiale:—non ha fruttato—questo possiamo arditamente aggiungerlo noi—un solo grado di progressomoralealla causa della nostra Nazione.

S'è proclamato, voi dite,in faccia all'Europa che le condizioni d'Italia abbisognano d'energici rimedî. Signore! Ilproclamache voi attribuite alla politica del marchese d'Azeglio e alla vostra, s'è scritto e si scrive, da oltre mezzo secolo, col sangue dei mille martiri, che dai Napoletani del 1799, aPisacaneedOrsini, spesero la vita combattendo, o sul palco; e non uno è vostro: la spesero, i più, in nome dellaFede Repubblicana, tutti in nome della grande Idea Nazionale. Voi, spronato, costretto dal loro sagrificio a balbettare qualche timido, incerto lagno sulle condizioni d'Italia, avete rimpicciolito il grido potente, che viene dai loro sepolcri, a sommessa e codarda preghiera; avete, all'immensa aspirazione nazionale, al sacro e veramente divinoDirittod'Italia, ch'essi rappresentarono in vita ed in morte, sostituito l'immorale, disonorevole massima che anche dai nostri tiranninoi possiamo, quasi mendicata elemosina, ottener libertà. Se l'Europa guarda su noi con affetto e speranza, è dovuto, non alla vostra incerta politica, ma alle cinque giornate lombarde, al giuramento d'insorgere, dato e attenuto dai Siciliani, alla difesa di Venezia, ai caduti di Curtatone, alle prodezze di Bologna e d'Ancona, ai fatti di Roma. Se l'Europa ci crede capaci di libertà vera e non violatrice degli ordini eterni sociali, è dovuto a ciò che essa vide di noi, per alcuni mesi, in Roma e Venezia. Se l'Europa conosce i nostri dolori, le nostre guerre, e i nomi dei santi che consacrarono a vittoria la nostra causa, è dovuto a noi, al nostro apostolato di venticinque anni, alle continue nostre pubblicazioni. E s'essa porge attento l'orecchio ad ogni suono che muova dal vostro Piemonte, è perchè, malgrado vostro, il Piemonte è Italia: perch'essa crede, illusa, che compirete il debito vostro, e moverete, un dì o l'altro, alla conquista, non d'una povera zona dei Ducati o della Toscana, ma dell'Italia. Non v'illudete. Il giorno in cui l'Europa avrà scoperto, come noi l'abbiamo da un pezzo, il segreto della vostra politica, essa torcerà il guardo da voi, e non ricorderà i vostri nomi se non per accusarvi con me d'aver ritardato l'emancipazione d'Italia, troncando il Partito in due, e sviandolo in direzioni diverse.

L'unico vitale decisivo progresso compito negli ultimi dieci anni in Italia, è quello delle classi operaje; è la diffusione della fede nazionale fra i popolani delle nostre città; è il loro tacito ordinarsi all'azione. E quel progresso non è vostro: vi cresce ostile. La tradizione nazionale e gl'istinti repubblicani fremono in seno a quell'elemento, ch'è arbitro, checchè facciate, dell'avvenire.


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