DICHIARAZIONE

Chiediamo questo e non altro. Confutateci, ma non calunniate. Non ripetete sempre, stoltamente o di mala fede, che noi lavoriamo ora per la Repubblica, quando taciamo di Repubblica da due anni. Non v'ostinate a giudicarci senza leggerci. Non ripetete, servi ciechi di ogni gazzetta ministeriale, affermazioni smentite cento volte dai fatti. Non aizzate contro noi perfidamente con la menzogna le passioni di un Popolo che deve a noi in gran parte quanto ei sente, quanto ha conquistato della propria Unità. La menzogna è l'arte dei tristi codardi. La credulità senza esame è abitudine d'idioti.

Quando, consumato l'atto antinazionale, che ha nome diPace di Villafranca, il Popolo d'Italia sottentrò—colle manifestazioni, colle assemblee, coi plebisciti—iniziatore della Rivoluzione Nazionale, e diede opera a fondare la Patria, sentimmo, noi repubblicani, l'obbligo assoluto di contribuirvi con tutte le forze dell'animo e dell'azione. E poi che la maggioranza del Popolo d'Italia, obbedendo alle circostanze e al bisogno che tutti gli elementi si unissero al grande intento, dichiarò che la via più facile a raggiungerlo era l'unificazione monarchica, noi piegammo, dubbiosi dell'esito ma riverenti, la testa alla volontà del Paese, e dicemmo:tenteremo lealmente per la seconda volta l'esperimento. Colla mano sul core noi possiamo affermare che attenemmo la nostra promessa.

L'attenemmo, fra le amarezze d'una guerra continua di diffidenze, di sospetti sleali, di basse e ingrate calunnie, respinti da ogni consiglio, posposti agli uomini di parte retrograda, condannati come nemici, all'isolamento nello Stato; guardati come strumenti da utilizzarsi per vincere, da rompersi poi. L'attenemmo di fronte a gravi colpe; di fronte a una politica pertinacemente servile allo straniero, di fronte al turpe mercato della Savoja e di Nizza. L'attenemmo, spronando al voto unificatore le popolazioni del Centro, preparando e rendendo necessaria l'emancipazione delle Provincie romane, iniziando l'insurrezione della Sicilia, sommovendo le terre meridionali, e ajutando efficacemente il trionfo del plebiscito, che aggiunse dieci milioni d'uomini alla monarchia.

Era il Dovere Nazionale; e a questo, a questo solo, sacrificammo ogni cosa: aspirazioni, ideale, tradizioni del nostro passato, concetti ben altrimenti vasti e gloriosi che non quei della monarchia reggitrice.

Fare l'Italia; a questo avremmo sacrificato la fama e l'onore. Amavamo, amiamo la Patria, la Patria Una, fino al suicidio. Gli uomini che avevano per trent'anni lavorato in nome di una bandiera repubblicana diedero lietamente all'Europa, in nome d'Italia, lo spettacolo, nuovo nella storia delle parti politiche, d'uomini che combattono a pro di una bandiera avversa ad essi e persecutrice.

Per quella via seminata di dolori e di sacrifici, non ci serbammo che un solo diritto: combattere: agire a danno dell'invasore straniero: agire senza interruzione, perchè l'Unità Nazionale si compia; perchè la Patria, costituita e forte, esca rapidamente dai pericoli di una condizione provvisoria e mal secura, che minaccia le conquiste operate; perchè si cancelli dalla fronte di ventidue milioni di Italiani la vergogna della servitù di Venezia e di Roma, la vergogna di essere forti e non attentarsi di rivendicarle.

Era un solo diritto, ma su quello posava il patto.

Per quello noi riducemmo fin d'allora tutto il nostro pensiero alla breve formula: fare l'Italia Unacon lamonarchia,senzala monarchia,controla monarchia, se essa si ribellasse a quel fine.

Per quello, io, presago nell'animo, dichiarai che, mentre il Governo non avrebbe, operando a quel fine, cosa alcuna da temere da parte nostra, noi ci terremmo liberi, ove esso lo abbandonasse, di seguire le inspirazioni, quali si fossero, della coscienza, avvertendone prima lealmente il Governo stesso.

E sciolgo oggi, per ciò che riguarda individualmente me, la promessa.

Quel diritto ci è tolto. Il Governo non opera a emancipare le terre schiave e compire l'Unità Nazionale: vieta a noi, con energia di nemico, il tentarlo. Ogni ragione del patto cessa dunque d'esistere. E credo debito mio dichiararlo.

Io mi sento, da oggi in poi, libero da ogni vincolo, fuorchè da quelli che m'imporranno l'utile del Paese e la mia coscienza.

Ciò poco monta all'Italia e al Governo. Gli anni, la salute malferma, l'influenza degli ordinamenti, segreti un tempo, cessata naturalmente per la semi-libertà del Paese, che può provvedere da sè ai proprî fati, e altri uomini ben altramente potenti ch'io non sono, sorti nelle file della Nazione, fanno di me un fiacco amico e un più fiacco nemico. La mia dichiarazione non ha quindi altro fine che quello di soddisfare all'anima mia. Sento il bisogno di portarla fino al sepolcro incontaminata, e mi dorrebbe che altri potesse dirmi:Vi credevamo alleato, e nol siete.

Di fronte a un dualismo così chiaramente definito dal Potere attuale, tra il tentativo dei nostri a danno dell'Austria, e la violenta repressione governativa—tra gli uomini coperti di cicatrici colte nelle battaglie dell'Unità Nazionale e gli uomini che li consegnano ai birri e li accusano d'alto tradimento per aver voluto combattere lo straniero e liberare i loro fratelli—tra le aspirazioni della parte migliore del Paese e le fucilate date per unica risposta in Brescia—tra il concetto emancipatore di Garibaldi e il Governo che lo nega, e, non osando imprigionare Garibaldi, lo oltraggia—corre debito, parmi, a ogni uomo che ami l'Italia di scegliere, e pubblicamente.

Prego gli avversarî onesti di non fraintendermi. Non si tratta ora per me direpubblicaomonarchia; si tratta d'azione o d'inerzia, di Unità o smembramento, d'avere lo straniero in casa, o di averlo fuori.

Il nostro programma dell'oggi è tuttora quello del 1859. Si compendia in due parole:VeneziaeRoma: il braccio d'Italia, il core d'Italia. Soltanto, allora speravamo ottenerle alleate colla monarchia; oggi, esaurita quella speranza, diciamo che cercheremo d'averle soli, por vie nostre, malgrado il Governo, e disposti a combatterlo, ov'esso si ostini in attraversarci la via.

Se gli uomini del Governo, non contenti dell'inadempimento del Dovere, vorranno impedire a noi di compirlo, faremo di conquistare in ogni modo la libertà: se violeranno il diritto delle Associazioni pubbliche a pro di Roma e Venezia, torneremo a stringere le nostre fratellanze segrete; cospireremo. Non rinnegammo il dovere Nazionale davanti all'Austria, non lo rinnegheremo davanti a uomini che han nome Rattazzi, Minghetti o Farini.

Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma sta il segreto della nostra Unità, in Venezia il disfacimento dell'Impero d'Austria, e la nostra alleanza colle Nazioni sorelle, che assicureranno colla loro esistenza la nostra frontiera dell'Alpi.

Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma soltanto possiamo avere leggi nuove che ci bisognano, e non un vecchio StatutoPiemontese, ma un Patto Nazionale; perchè in Venezia soltanto può cominciare la missione internazionale d'Italia.

VogliamosollecitamenteRoma e Venezia, perchè l'interrompimento del nostro moto Nazionale e la condizione provvisoria nella quale versiamo, minacciano la nostra Unità; perchè l'Austria nel Veneto è la congiura perenne dei principi spodestati, la minaccia perenne di subita invasione nel core delle nostre terre; perchè la Francia in Roma è la congiura perenne dei satelliti del Papa e del Borbone di Napoli, la perpetuazione del brigantaggio nelle terre Meridionali; perchè Luigi Napoleone, avverso deliberatamente alla nostra Unità, cospira per trarre alimento dai crescenti malcontenti locali al suo disegno federativo, e il tempo gli giova; perchè ventidue milioni di uomini liberi non possono, senza incancellabile disonore, tollerare ciò che susciterebbe a guerra immediata ogni altra Nazione Europea, che lo straniero accampi tranquillo sul suolo che è loro; perchè ogni uomo imprigionato nel Veneto, ogni uomo scannato dai masnadieri Borbonici nel Napoletano, pesa come un delitto, e dovrebbe pesare come un rimorso, sull'anima della Nazione; perchè, se gli uomini del Governo sono incapaci di vergogna e rimorso, noi non lo siamo.

Sperammo che il Governo avrebbe compito il debito suo e che noi avremmo potuto seguirlo e ajutarlo.

E gli dicemmo:

Armate il Paese. Serbate com'è l'esercito a insegnamento, esempio e nervo di guerra. Abolite, pel futuro, la coscrizione, e ordinate la Nazione all'armi, giusta il metodo Svizzero. Avrete l'affetto del Popolo, che non ama esser svelto, senza necessità, da' suoi, e avrete presto, occorrendo, un milione di combattenti.

Affratellate al moto Nazionale il Popolo, allargando il suffragio, facendolo partecipe dell'armi cittadine, dei diritti politici, della vita d'Italia.

Dichiarate che in Roma i delegati di tutto il Paese saranno chiamati a definire, con un Patto Nazionale, le nuove aspirazioni italiane. Fate che l'agitazione per Roma assuma aspetto Europeo. Indirizzate ai Governi e ai Popoli un Manifesto, che chieda loro d'adoperarsi perchè il principio del non intervento sia, non menzogna, marealtà. Chiedete a Garibaldi di recarsi, con tutti i poteri necessarî, nel Mezzogiorno, commettendogli di spegnervi il brigantaggio, e di risuscitare l'entusiasmo popolare, rendendo alla frontiera del Mincio i sessanta mila soldati ch'oggi proteggono quelle provincie.

Fondate concordia, non diparole, ma difatti; giovandovi di quanti uomini hanno patito e combattuto per l'Unità dell'Italia, incoraggiando nelle Associazioni la pubblica normale espressione della volontà popolare, chiamando voi stessi a battere più concitati il polso, il core, ogni arteria della Nazione.

E allora, intimate guerra all'Austria sul Veneto. Là sta la salute d'Italia, l'iniziativa d'Italia. Là sta la guerra—battesimo pel Paese e per voi, che non combatteste fin ora, se non a fianco e sotto gli ordini dello straniero.

Queste cose furono dette, ripetute pubblicamente, privatamente, a ogni mutamento di Ministero, da Garibaldi, da me, da quanti amano di vero e vivo amore l'Italia.

Minacciava una sola di quelle proposte la monarchia? Circondata dall'entusiasmo e dalla fiducia del Popolo, padrona per iniziativa propria del solo campo sul quale noi possiamo esser potenti, la monarchia assicurava, accettandole, la propria vita per mezzo secolo.

Il Governo sprezzò i leali consigli. Mantenne il Popolo nella condizione d'elemento sospetto, esiliandolo, dopo il plebiscito, dall'arena politica: volle una Italia senza Patto Nazionale Italiano: mendicò per Roma l'elemosina di concessioni, funeste e disonorevoli, dall'occupatore, ed ebbe rifiuto: non osò levare una voce di generosa protesta davanti all'Europa: negò Garibaldi alle unanimi domande del Mezzogiorno: versò sino all'ultima stilla il calice delle amarezze sui Volontarî e sugli Esuli di Venezia: avversò le manifestazioni popolari per Roma: diede ostracismo nella pubblica vita a quanti non giurano nell'inerzia e nell'alleanza imperiale: dichiarò non doversi avere Roma senza il consenso di Luigi Napoleone: Venezia senza il permesso dei Gabinetti d'Europa: negò Rivoluzione e Nazione; e—coll'esempio di quattordici eserciti levati in un solo anno dalla Francia repubblicana, coll'esempio dei 650 000 uomini levati in pochi mesi da venti milioni di repubblicani d'America—non seppe in quasi tre anni raccogliere se non 250 000 soldati; ed oggi, audace soltanto contro i patrioti italiani, aizza l'esercito contro il popolo, imprigiona gli uomini che liberarono il Mezzogiorno, perchè tentano liberare le terre Venete; perseguita le Associazioni, e ammaestra Garibaldi che suo posto è la solitudine di Caprera.

Spetta al Paese di compiere il Dovere Nazionale che il Governo diserta. E gli uomini del Partito d'azione non falliranno di certo al debito loro.

Voi avete, dicono, un Governo regolare; rispettatelo: non v'assumete un diritto d'azione che impianterebbe un dualismo funesto.

Noi non abbiamo Governonostroin Roma e Venezia, ma oppressi e stranieri oppressori. I nostri non scendevano l'Alpi per sommovere Torino o Firenze: tentavano salirle per sommovere Trento e Venezia: tendevano a continuare l'emancipazione della Nazione, a continuarla a pro vostro: cercavano un'altra Marsala. Non impiantavano un dualismo: movevano a distruggere quello che pur troppo esiste sulla terra Italiana. Vittoriosi, essi v'avrebbero posto ai piedi il frutto della vittoria: disfatti, voi li avreste sconfessati e perseguitati.

Che se il rispetto al Governo regolare inchiude per voi l'obbligo di sacrificare il Dovere Nazionale agli errori o alle colpe di chi sta in alto, l'obbligo di rinnegare la solidarietà italiana, perchè chi sta in alto la nega e dimentica—l'obbligo di lasciare la libertà dei fratelli all'iniziativa di chi dichiara colla parola e coi fatti non potersi fare iniziatore—l'obbligo di troncare a mezzo la Rivoluzione unificatrice, perchè chi sta in alto si sente fiacco o codardo; se l'esistenza fra voi d'un Governo qualunque, buono o tristo, attivo o inerte, negazione o affermazione del fine Nazionale, importa per gl'Italiani obbedienza passiva—rifatevi Austriaci. L'Austriaco era anch'esso Governo: poteva da un dì all'altro—e molti diplomatici stranieri tentavano persuadervelo—mutare sistema. D'onde nasceva per gl'Italiani ildirittodi ribellarsi? Dal Dovere Nazionale. Il Governo Austriaco, come il Governo Borbonico in Napoli, lo negava. Il Paese sorgeva ad affermarlo: il Governo Legale, in virtù di quella affermazione, era in esso.

IlDovere Nazionaleè superiore a ogni formula governativa; esso costituisce la norma, sulla quale è giudicata la legalità o l'illegalità dei Governi.

Una menzogna di Governo non è Governo. Governo è la Vita della Nazione, interpretata, riassunta, diretta.

La vita della Nazione è l'Unità. Il Paese l'ha definita coi Plebisciti. Esiste un solo uomo in Italia dal quale possa affermarsi che i paesidel Centro e del Mezzogiorno s'aggiunsero al Piemonte per altro fine che quello dell'Unità Nazionale?

Conquisti il Governo risolutamente quell'Unità; noi saremo con esso, lasciando al tempo e all'apostolato pacifico, ch'è diritto nostro inviolabile, la soluzione delle altre questioni. Qualunque volta il Governo tradisca ilfinedel Paese, ilDoveredella Nazione, rivive in ogni uomo il debito di compirlo. E faremo per quanto è in noi di compirlo. Lo compiremo con nostre forze o costringeremo il Governo a compirlo.

È impossibile che la parte eletta del Paese, gli elementi nei quali più freme lo spirito dell'azione, i giovani, gli studenti, i volontarî, i figli del Popolo, si rassegnino lungamente a far del santo grido di Roma e Venezia una meschina ironia, una parola di delusione mormorata periodicamente su due sepolcri. È impossibile che i prodi di Magenta, Solferino e Palestro, si rassegnino lungamente a far la parte di protettori della frontiera per conto dell'Austria.

È impossibile che la Nazione si rassegni lungamente a un Governo i cui atti pajono calcolati a creare—e lo scrivo con profondo dolore—nell'Italia nascente tutti i mali che contaminano le monarchie morenti; antagonismo tra i popolani e le classi medie: antagonismo tra l'esercito e il Paese: antagonismo tra i governanti e il Popolo governato.

30 maggio 1862.

Giuseppe Mazzini.

Esiste un malinteso fra gli uomini della Democrazia e i socialisti; e questo malinteso produsse la scissura che rese possibile la dittatura bonapartista, e tiene tuttora divisa, in Europa, la classe mediadalleclassi operaje. Questo malinteso consiste nell'aver confuso, sì gli uni che gli altri, isistemi socialisticolpensiero sociale, colprincipio d'associazione.

Gli uni credettero che il Socialismo consistesse in certe teorie assolute, presentate da alcuni pensatori; e siccome quasi sempre queste teorie movevano dal punto di vista governativo, e minacciavano colla loro uniformità regolamentare di sopprimere ogni personalità umana, quelli uni condannavano il socialismo in nome della libertà.

Gli altri credettero che l'antagonismo della Democrazia verso i loro sistemi provenisse dalla negazione del loro principio fondamentale, e condannarono quindi la Democrazia, in nome dell'Associazione.

Questo malinteso esiste tuttora per gli uomini esagerati, che sempre si trovano in ogni partito; ma è però affatto mancante di base.

Havvi un terreno comune abbastanza vasto, perchè vi possiamo stare tutti uniti.

Per noi non esiste rivoluzione, che sia puramentepolitica. Ogni rivoluzione deve esseresociale, nel senso che sia suo scopo la realizzazione di un progresso decisivo nelle condizioni morali, intellettuali ed economiche della Società. E la necessità di questo triplice progresso, essendo più urgente per le classi operaje, ad esseanzituttodevono essere rivolti i beneficî della rivoluzione.

E neppure può esservi una rivoluzione puramentesociale. La questionepolitica, cioè a dire, l'organizzazione del potere, in un senso favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, e tale che renda impossibile l'antagonismo alla causa del progresso, è una condizione necessaria alla rivoluzione sociale.

È necessaria all'operajo la sua dignità di cittadino, ed una garanzia per la stabilità delle sue conquiste nella via della libertà.

La parola d'ordine dei nostri tempi è l'Associazione, che deve estendersi a tutti.

Il diritto ai frutti del lavoro è lo scopo dell'avvenire; e noi dobbiamo adoperarci a rendere vicina l'ora della sua realizzazione. La riunione del capitale e dell'attività produttrice nelle stesse mani sarà un vantaggio immenso, non solo per gli operaî ma per l'intera Società, poichè aumenterà la solidarietà, la produzione ed il consumo.

Le associazioni volontarie, moltiplicate indefinitamente, oltre al riunire un capitale inalienabile, aumenteranno progressivamente e faranno concorrere al lavoro, libero e collettivo, un numero di operaî ogni giorno maggiore.

Ciò è quanto io intendo esprimere colle due parole, egualmente sacre, che non cesso di ripetere: LIBERTÀ—ASSOCIAZIONE. Forse che ciò non basta a farci unire nel lavoro come fratelli? Un solo passo nella realizzazione di questi due principî non ci schiuderebbe egli un'ampia via per discutere tranquillamente le questioni secondarie?

Ecco quanto, se lo potessi, ripeterei ogni giorno ai miei fratelli di Spagna. Ecco quanto dovete ripeter loro in mio nome: Libertà per tutti; progresso per tutti; associazione di tutti. Può egli esistere un vero democratico, che non s'inchini, nel fondo del suo cuore, davanti a questi tre termini eterni del problema della Umanità? La logica inflessibile non esige forse il lavoro associato di tutti, per conquistare, svolgere e consolidare il progresso e l'associazione?

Per quanto si voglia impedirlo, noi corriamo ad una crisi europea, simile a quella del 1848: sventurata la Spagna e sventurati noi tutti, se le severe lezioni che allora e negli anni seguenti abbiamo ricevute, non ci hanno insegnato ad unire le nostre forze per la prossima lotta! I vostri padri vinsero i Mori, non già dividendosi e questionando tra loro sull'importanza del Cristianesimo e dell'Indipendenza nazionale; li vinsero, perseverando uniti in una lotta eroica di 800 anni, e così ottennero finalmente il loro posto di popolo libero in Europa!

Riunitevi tutti adunque, o credenti nella Libertà e nell'Associazione, contro i Mori moderni, contro i nemici di queste due grandi idee, e sono certo che conquisterete il vostro posto fra gli Stati Uniti, liberi ed associati, d'Europa.

1862.Giuseppe Mazzini.

.... Odo che soldati Italiani s'incamminano alla frontiera. Nel Bergamasco, sui gioghi del Tonale e dello Stelvio, ai passi che guidano al nostro Trentino, occupato anch'oggi dagli Austriaci, scintillano addensate bajonette di bersaglieri, dei bersaglieri che pugnarono e vinsero—al grido diViva Italia!—le battaglie destinate ad affrancare la Patria dall'Alpi all'Adriatico. Perchè questi moti? Hanno quei che imperano sull'Italia sorgente sentito finalmente il debito loro? Ha la guerra eroica che si combatte contro la prima potenza militare d'Europa da giovani, in campo senza base, senza unità di disegno, senz'ordini e quasi senz'armi, insegnato agli uomini della Monarchia ciò chepuòchivuoledavvero, e additato ad essi, schiusa senza gravi pericoli di disfatta, la via dell'onore e della salute d'Italia? Hanno quelli uomini che ci susurrano da tre anni all'orecchio:aspettate sei mesi e vedrete—scossi dal grido di quei combattenti, taluni dei quali versarono sangue per la nostra libertà a fianco dei nostri bersaglieri, e che suscitano oggi un entusiasmo promettitore in tutte le frazioni del Partito Nazionale d'Italia—indovinato che il momento è sorto; che, afferrandolo spontanei, possono forse ancora, riaffratellare le moltitudini a una instituzione cadente, che la guerra all'Austria, la guerra pei nostri fratelli Veneti, la guerra per le nostre Alpi, è oggi facile, opportuna, invocata, e collocherebbe d'un balzo l'Italia a capo della guerra delle Nazionalità conculcate? Dite, oh ditemi, saremo redenti? Cancelleremo con battaglie nostre tre anni di meschine incertezze e di concessioni alla Dea Paura? Saluteranno finalmente i poveri Veneti, nei bersaglieri italiani, i loro liberatori?

Il moto Polacco è moto iniziatore di quello d'una intera famiglia Europea; i vostri uomini di governo lo sanno. Il moto Polacco è, non solamente nazionale, ma Slavo. Un'anima sola, un solo pensiero, inspirano il Governo segreto dell'Insurrezione Polacca e la vasta AssociazioneTerra e LibertàRussa, Pietroburgo e Varsavia. Costringendo i Polacchi all'azione quattro mesi prima del tempo prefisso, scegliendo alla battaglia, ch'ei presentiva inevitabile, il tempo e l'ora, lo Tsar ha potuto scindere la manifestazione del disegno comune, non arrestare il lavoro che si stende rapidamente. E quel lavoro non si limita alla Polonia insorta, alla Russia cospiratrice: abbraccia i Polacchi della Posnania e della Galizia, i Cecki di Boemia e Moravia, gli Slavi Meridionali della Bosnia, dell'Erzegovina, del Montenegro, della Voyvodina serbo-austriaca, della Serbia. E la Serbia, ordinata, armata, presta all'azione,avrebbe seguaci al suo moto quattro milioni di Bulgari. E il moto degli Slavi del Sud trascinerebbe in Tessalia e in Epiro gli Elleni, in Bessarabia e nel Banato i Rumani. E l'Ungheria, Magiara e Slava, non aspetta a levarsi se non un assalto all'Austria, da dove che venga, e l'insurrezione Serba alla propria frontiera. Sono due Imperi, l'Austriaco e il Turco, minati per ogni dove, ribelli in ogni elemento e pendenti da unainiziativasubita, ardita. Or questa iniziativa spetta all'Italia; all'Italia forte di ventidue milioni d'abitanti e verso la quale, per virtù dei fati che sono in essa, si rivolgono le speranze di tutti i Popoli oppressi. Poche navi nell'Adriatico, centomila uomini che movano di fianco al quadrilatero su Venezia, trentamila volontarî cacciati all'Alpi, Garibaldi in lettiga, come il cieco Ziska nelle battaglie degli Ussiti, tra essi, bastano a sommovere tutta quella moltitudine d'elementi, bastano a trasformare la carta d'Europa. La Polonia e l'Italia tengono i due poli d'un asse che si prolunga dal Baltico fino all'Adriatico. E questa nostra Patria, alla quale per essere grande fra tutte non manca se non coscienza delle proprie forze, può, volendo, strozzare in sul nascere, com'Ercole in culla, il serpente del dispotismo europeo. L'Austria lo sa: i vostri uomini di governo lo sanno. L'Austria ha fatto prova di tolleranza verso i Polacchi in Cracovia a impedire, a indugiare almeno il moto in Galizia, e a illuder gli insorti tanto che non escisse da essi una chiamata all'Ungheria e agli Slavi meridionali. I vostri uomini di governo hanno cospirato, a modo loro, e cospirano col principe Michele e coi capi del Montenegro; sanno da essi le condizioni alle quali accenno. Perchè non coglierebbero l'opportunità cacciata loro innanzi dal Partito d'Azione in Polonia? Perchè i battaglioni di fanteria e di bersaglieri ch'essi mandano affrettatamente in Valtellina, a Vestone, a Sarnico, altrove, non avrebbero incarico di piombare sopra un nemico minacciato all'interno su tutta la linea, e d'inalzare la bandiera dell'insurrezione Veneta, e di lavare a un tratto l'onta di Villafranca?

No; l'onta di Villafranca non sarà lavata, la Polonia non avrà gli ajuti del Governo Italiano, i Veneti rimarranno per non so quanto condannati a pascersi d'illusioni. I vostri giornali governativi rivelano senza vestigio di rossore il segreto di quelle mosse. L'armi italiane scintillano ai gioghi dell'Alpi per proteggerle contro noi, contro tentativi possibili, a pro dei poveri Veneti, degli uomini che liberarono il Mezzogiorno d'Italia. I vostri bersaglieri sono collocati di fronte agli Austriaci per difenderli da ogni assalto italiano, come i zuavi di Francia difendono in Roma il Papa. Dormite tranquilli, Croati: i soldati d'Italia guardano i passi per voi. I sogni di gloria degli uomini che li mandano non vanno al di là d'un secondo Aspromonte.

Ma perchè? Perchè, tremanti d'ogni straniero, taciti davanti al perenne insulto dell'occupazione di Roma, incapaci d'una deliberazione ardita a pro di Venezia e servi anche oggi, quando un Popolo di ventidue milioni è con essi, della timida, lenta, obliqua politica piemontese, sorgono audaci e rapidi nei propositi contro ogni supposta mossa di cittadini, e trovano coraggio d'azione ad ogni sospettare di spia che accenni a generose aspirazioni negli Italiani? Perchè questi uomini, che a fronte di due anni di guerra ordinata, alimentata da Roma Papale, non osano dire agli invasori francesi:sgombrate la base d'operazione del brigantaggio, diventano a un tratto energici per proteggere l'usurpata frontiera dell'Austria? Perchè, se sospettanoche i nostri fratelli dell'Alpi pensino a insorgere, si frappongono in armi fra essi e noi, quasi a dir loro:rimarrete soli e senza il menomo ajuto dai vostri? Vogliono Roma, o preferiscono che duri indefinitamente un mortale pericolo all'Unità? Vogliono Venezia libera o serva? Che importa ad essi s'altri si avventuri a tentare l'impresa che è da tre anni debito loro? Qual rischio corrono? Non son certi di cogliere per ora i frutti dell'altrui vittoria? Non hanno presta, nel caso dell'altrui disfatta, la discolpa—e ne userebbero largamente—delle persecuzioni sui vinti? Perchè, se intendono a fare l'Italia, non salutano in core, non si tengono presti a seguire, dove il successo la coroni, l'iniziativa di popolo, che sola può cominciare la lotta emancipatrice? Che mai sperano, se non dall'azione? Non vedono essi che nell'azione è oggi l'unico argomento potente a convalidare il Diritto? Non vedono l'Europa intera agitarsi a pro della Causa rappresentata dalle bande Polacche? Perchè antepongono il silenzio e l'inerzia alla generosa protesta in nome della quale soltanto essi potrebbero dire all'Europa:o riconoscimento del Diritto Italiano o rivoluzione? Sono essi inetti o tradiscono? Vogliono l'Unità d'Italia, che sola l'insurrezione può darci, o accarezzano tuttavia nel segreto il pensiero diconfederazione, che il loro Cavour accettava da Luigi Napoleone in Plombières?

Sono inetti e tradiscono. Tradiscono, non dirò del tradimento volgare che inganna deliberatamente—perch'io non so le intenzioni e quindi non le accuso—ma del tradimento perenne, ineluttabile, egualmente funesto, di chi si assume un ufficio senza possedere uno solo degli elementi necessarî a compirlo. Vorrebbero Roma, vorrebbero Venezia—a chi non sorriderebbe l'acquisto della doppia gemma?—ma le vorrebbero dall'Austria, dalla Francia, dalla Diplomazia, da concessioni codarde e fatali al futuro, da mercati colpevoli verso altri Popoli, da interventi disonorevoli, da ogni Potenza, da ogni raggiro, fuorchè dall'Italia e dalla franca, leale, diretta, morale Politica, che dice:son mie; Dio le dava all'Italia: il Popolo Italiano compie i voleri di Dio. Hanno sognato d'avere Venezia allettando l'Austria a impossessarsi delle terre Moldo-Valacche, coi capi delle quali ricambiavano intanto proteste d'amicizia fraterna: sognano d'averla ajutando un giorno l'Austria nella conquista dell'egemonia Germanica, la Francia in quella delle provincie Renane; e, quanto a Roma, l'aspettano—Cavour lo dichiarava, applaudito alla Camera—dalla conversione del Papa e di tutto l'orbe cattolico. Erano pronti, per avere tre anni addietro Venezia, ad abbandonare ai disegni napoleonici il Centro; abbandonerebbero oggi, per aver Roma, il Mezzogiorno d'Italia. Fiacchi sino al ridicolo, mandarono elucubrazioni rettoriche al Papa, che l'alleato non consegnò. Condannati dall'assenza d'ogni concetto a rinascenti contraddizioni, proclamarono la vuota formulalibera Chiesa in libero Statocon uno Statuto il cui primo articolo dichiara il Cattolicesimo religione officiale della Nazione: bandirono solennemente il Diritto del Paese a Roma, poi annunziarono che s'asterrebbero da ogni pratica per tradurre il diritto in fatto, e si tacquero. Da due anni il Papa ha praticamente dichiarato guerra al Regno d'Italia; da due anni escono da Roma, fatta convegno aperto di cospiratori protetti dalle bajonette francesi, bande armate di masnadieri a infestare le provincie meridionali; ed essi si limitano a una impotente difesa. Leggono nel preventivo Francese del 1864 mantenuta la cifra che rappresenta le spese dell'occupazione, e non trovano in sè coraggio che basti, non foss'altro, a protestare pubblicamente davanti all'Europa e chiederle l'onesta applicazionedelnon-intervento; e—forti del favore dell'Inghilterra e dei Popoli quanti sono—non hanno core, dacchè guerra non osano, di dire almeno a tutti, Papa, Francia, Governi e Popoli: «Lo straniero occupa ad arbitrio la nostra Metropoli e una zona di frontiera della nostra terra; l'Europa è inerte; il Diritto è muto per noi; l'azione legale ci è contesa: noi lascieremo aperta la via ai rimedî anormali. Collocati fra l'usurpazione altrui e il diritto dei nostri, lascieremo ai nostri libertà d'azione contro l'ingiustizia dalla quale nessuno protegge l'Italia. Se alle invasioni delle masnade che vengono da Roma i cittadini risponderanno invadendo essi pure, non ci opporremo; se, a sottrarsi al continuo pericolo d'una irruzione dell'Austria, tenteranno sommovere il Veneto e conquistarsi la frontiera dell'Alpi, non ci opporremo; e nol potremmo senza pericolo. Date giustizia all'Italia, o rassegnatevi ad avervi un foco perenne di rivoluzione.» Quel linguaggio, appoggiato da quattrocento mila bajonette, ci darebbe Venezia e Roma in tre mesi.

Ma per tenere linguaggio sì fatto bisogna avere unafede, ed essi non hanno cheopinionimutabili, tiepide, incerte; bisogna credere nelle forze che sono in Italia, ed essi si credono deboli e s'affaccendano a dirlo agli stessi loro soldati: bisogna credere nella potenza del Diritto, ed essi non credono che nel raggiro, negli artificî della diplomazia; bisogna avere la scienza, l'intuizione che crea l'avvenire, ed essi non giurano se non nella scienza delle epoche morte; bisogna intendersi colle Nazioni vogliose di sorgere, ed essi cospiravano con Ottone e cospirano con Michele; bisogna osare, ed hanno paura; bisogna amare ed essere amati, ed essi non sono amati e non amano; bisogna fare una cosa sola del Governo e del Popolo, ed essi hanno creato e mantengono un dualismo sistematico fra l'uno e l'altro; bisogna desiderare, evocare, occorrendo, una iniziativa dalle viscere del Paese e giovarsene come di punto d'appoggio alla leva, ed essi, incapaci d'azione propria, aborrono, per timore del futuro, da ogni iniziativa popolare, aborrono dalla possibilità che il Popolo acquisti coscienza della propria forza, aborrono dal passato che grida loro:Marsala e Napoli; aborrono dall'avvenire che direbbe loro:Trento o Treviso: bisognafare, promovere, inspirare, dirigere, progredire, ed essi non sanno altro segreto che dinegare e reprimere. Hanno raggiunto l'ideale della repressione, quando, invece di velarsi il capo e gemere come per lutto nazionale, mandavano, otto mesi addietro, un brevetto di promozione all'uomo che versava, sulla via di Roma, il sangue di Garibaldi; raggiungevano, pochi dì sono, l'ideale della negazione, quando, per timore dell'Austria, negavano nome e qualità d'Italiani ai romani e ai veneti. Perchè meravigliare se mandano fanteria e bersaglieri contro ipotesi di tentativi emancipatori—se dicono ai Croati:dormite tranquilli; i soldati d'Italia guardano i passi per voi?

Negare e reprimere: è la formula dei Governi che cadono. I Popoli vogliono vivere, vivere della vita divina ch'è in essi e si chiama Progresso: i Popoli che sorgono a vita nuova, segnatamente. Unanazionalitàè unfine, un ufficio, una missione, un Dovere collettivo accennato da Dio: bisogna raggiungere quelfine, compiere quel Dovere: ogni sosta sulla via segnata costa disonore, poi lagrime e sangue. Il Popolo ha l'istinto di questo Vero. Dove si sente guidato innanzi, dove trova sviluppo incessante, espansione divitasulla via per la quale è chiamato, dove scopre negli atti una virtùiniziatrice, il Popolo saluta una Instituzione, un Governo. Si chiami Dittatura, Monarchia, Impero o Papato, il Popolo segue e protegge: seguiva i Papiquand'essi promovevano, nei primi secoli, l'emancipazione degli schiavi, insegnavano che la Morale era suprema su tutti, padroni e sudditi, e opponevano la parola religiosa Dovere all'arbitrio, alle usurpazioni dei re: seguiva Richelieu e Luigi XI, quando la loro tirannide combatteva il feudalismo e mozzava nel capo la gerarchia dei baroni di Francia: seguiva Napoleone, quand'ei, nella prima metà della sua carriera, rappresentava colle bajonette una idea d'Eguaglianza, e lasciava dietro ogni mossa un Codice, imperfetto ma contenente il riconoscimento dei diritti civili negati dalla aristocrazia, da principi e papi. Dove cessa l'iniziativadel Progresso da compiersi—dove l'Instituzione non rappresenta più il moto, la vita—dove il Governo assume per proprio simbolo il segno d'una quantitànegativa, per propria teorica una teorica direpressione, per proprio ufficio quello diconservaree impedire—il Popolo intende che una sintesi è consumata, che la vitalità d'un principio è esaurita, che una forma è irreparabilmente logora, e si volge altrove.

Allora comincia uno spettacolo che la Storia ci addita dieci volte negli ultimi settanta anni. Da un lato, diffidenza e speranza; dall'altro diffidenza e paura. Il Popolo pende, per un tempo, incerto, perchè dubbioso dell'avvenire, ignaro di chi lo guidi, avverso timidamente all'autorità che lo regge, sospettoso della futura. Quei che siedono al governo interpretano quella incertezza come noncuranza, impotenza o mancanza di coraggio, e s'illudono a persistere nel loro funesto sistema: i corrotti nell'anima fiutano il guasto e s'affrettano a cogliere i frutti dell'albero che domani forse rovinerà: i tiepidi, che son pur sempre i più numerosi, si ravvolgono, come chi presente tempesta, nel manto dell'io, s'astengono da ogni atto virile, da ogni affermazione di vita, e prolungano le illusioni e la crisi alla quale, dichiarandosi, imporrebbero fine rapidamente: i buoni, ma fiacchi, disperano: i buoni arditi, credenti e non curanti di conseguenze per sè, inalzano, incerti anch'essi da principio e arrendevoli ad ogni transazione onorevole, la bandiera dell'avvenire. Contro questa minoranza perturbatrice d'una illusione fatta abitudine, il Governo s'irrita, e tende a sopprimerla quasi eresia violatrice del dogma. Incomincia una guerra, sorda dapprima, di spionaggio, d'insidie, d'accuse calunniatrici, di tentativi di corruzione che trionfano su taluni, falliscono sugli altri, e li rendono più sempre convinti che l'Instituzione è guasta e condannata a perire; poi, d'aperta crescente persecuzione: persecuzione contro le facoltà più inviolabili, più indivisibili dall'umana natura, l'associazione, l'espressione libera del pensiero. La resistenza infierisce quella minoranza d'apostoli che, sgominata sopra un terreno, si riordina sopra un altro, muta forme d'opposizione, mina segretamente il punto che essa non può assalire di fronte, stanca con piccoli ma continui assalti il nemico e lo trascina più in là ch'esso, per tattica, non vorrebbe: diconservatoreil Governo diventa finalmenteretrogrado. Il Popolo intanto studia tacito i segni e le vicende di quella guerra, comincia a leggere sulla fronte di quei perseguitati il proprio segreto, afferra nel martirio affrontato nobilmente da pochi un pegno delle schiette sincere intenzioni di quei che piantano la bandiera sulla loro tomba, e accenna ad affratellarsi. Di fronte al primo pericolo i sostenitori dell'Instituzione minacciata si dividono in due campi; nell'uno, gliecletticidel Partito, quanti in fondo cominciano a dubitar del trionfo, tentano conciliazioni impossibili fra termini che s'escludono, si studiano di sopprimere l'ostilità d'alcuni fra gli elementi progressivi, aprendo loro un angusto varco al sacrario dell'Autorità, offrono transazioni impotenti a fondar la concordia,dànno promesse di meglio che non possono mantenere: nell'altro, si ristringono i cupidi d'autorità senza limiti, gl'intolleranti per natura o educazione di corte, gli uomini che hanno il coraggio inferocito della paura, i pochi ingegni logici che deducono imperturbabili tutte le conseguenze del loro principio. Dal primo campo esce presto o tardi, inevitabile conseguenza del difetto di forte convincimento, uno spettacolo d'immoralità che sparge lo scredito sulla bandiera; dal secondo esce una perenne minaccia di crisi violenta, che accende le passioni dei combattenti e comincia a far sentire ai tiepidi i pericoli d'una condizione precaria e anormale. Il malcontento s'allarga alla base. Il Governo, pauroso e irritato dai nuovi pericoli, smarrisce anche quella apparenza di calma e di coscienza di forza che accennava ancora, nella mente del Popolo, a una Autorità esistente in esso, e da quel giorno è perduto; da quel giorno comincia per esso uno stadio fatale, sul quale anche una vittoria è rovina. Se il Potere s'afforza d'armi e accarezza ilmilitarismo, diffonde sdegni e sospetti funesti negli ordini cittadineschi; se cerca appoggio in uno o altro Governo straniero, offende l'orgoglio nazionale e si confessa separato dalla vita della Nazione; se infierisce nella resistenza, è aborrito come tirannico; se accenna a concedere, sprezzato siccome debole. Un giorno, gli uomini del campo logico si avventurano a un tentativo imprudente, a una tarda illegale manifestazione di forza; gli uomini del campo eclettico si sperdono, come sempre usano, per vie diverse; le frazioni nelle quali le vanità individuali aveano diviso, nella sfera intellettuale, il campo d'azione, si raccolgono tutte di fronte all'assalto nemico. L'Europa ascolta un rumore come di cosa che rovina. È una Instituzione caduta, trapassata alla vita storica. Un'altra sorge in sua vece. Il Popolo ripiglia, emancipato, la propria via verso ilfine.

È questa una pagina di storia ripetuta sovente negli ultimi due terzi di secolo in Francia, in Germania, nel Belgio, in Grecia, nella Spagna.

A quale linea della pagina siamo oggi in Italia?

Aprile, 1863.

Giuseppe Mazzini.

La guerra vigliacca e sleale, combattuta dagli uomini di parte monarchica contro gli uomini di fede repubblicana, ci conforterebbe sulla via, se guardassimo soltanto a noi e al trionfo della nostra bandiera. Un Partito che spende metà della sua polemica a dichiararmi morto per sempre e senz'ombra d'influenza in Italia, e l'altra a provare ch'io minaccio di porre l'Italia a soqquadro, e chiamare il Governo a vegliare e reprimere energicamente:—che, a farci avversi i soldati italiani, ci accusa di chiamarlisgherri, e manda a un tempo circolari segrete per impedire disegni nostri diseduzionesull'esercito;—che consacra periodicamente dieci colonne delle sue gazzette a dimostrare che noi aggiriamo Garibaldi e ne inspiriamo le mosse, e dieci a dichiarare che Garibaldi non è con noi, che noi ne usurpiamo il nome, ch'ei non divide alcuna delle nostre aspirazioni—si condanna deliberatamente ad essere ridicolo. Un Partito—partito governativo, e quindi potente d'influenza, di pubblicità, di prestigio su quanti adorano ilfatto—che non trova contro noi individui, pochi, dicono, e di certo con pochi mezzi d'apostolato e d'azione, altr'arme che la calunnia;—che ripete a ogni tanto, contro ogni evidenza storica, che i repubblicani voglionosangueerapina;—che non discute, ma insulta;—che non cita mai ciò che si scrive da noi, ma insiste a confutare fatti e detti, provati non nostri;—che ammette falsarî nelle sue file; conia in Torino una circolare, v'appone il mio nome, la manda, perchè s'inserisca, a una gazzetta austriaca, tradisce stolidamente, per gioja insana della propria colpa, il segreto, annunziandola prima dell'inserzione, e la commenta oltraggiosamente, quasi fosse documento storico, il giorno dopo—èpartitoindegno del nome, e condannato a perire. Una Nazione non può lungamente acquetarsi ad essere guidata da gente immorale.

Ma davanti a questo avvicendarsi di basse calunnie anonime e di villanie; davanti a questa danza d'iloti briachi, che s'intitolanomoderati, è impossibile non sentirsi, anche sprezzando, rattristato nell'anima. Quella stampa è pur sempre stampa italiana: italiani son gli uomini che la insozzano di contumelie, italiani gl'insultati da essi. Quelle tristi gazzette viaggiano all'estero, rappresentano agli occhî di molti la politica, le tendenze del Regno, somministrano una base ai giudizî stranieri su noi. «Che!»—dicono quegli uomini, i quali studiano attenti, come oracoli del futuro, i nostri detti, i menomi fatti del nostro sorgere—«volete essere rispettati, e non sapete rispettarvi fra voi? Vi dichiarate capaci di libertà, e la violate, fin dai primi passi, coll'odio? Volete giustizia, e vi presentate per meritarla colla veste dei calunniatori? Invocate progresso, e l'espressione d'ogni opinione diversa dalle vostre v'irrita sino al furore? Taluni fra i perseguitatid'intolleranza da voi ci son noti da lungo: possiamo dividere o non dividere tutte le loro opinioni; ma li sappiamo onesti, profondamente convinti e devoti—senza fini individuali—a una idea. Confutateli, ma non li oltraggiate. L'inviolabilità del pensiero è madre della Libertà; sua primogenita è la tolleranza reciproca.» E cominciano a guardare, con un senso di suprema sfiducia, all'agitarsi di un Popolo che chiede Unità di Nazione, e tinge a danno dei proprî figli, la penna di fiele, e calunnia le intenzioni, e cancella—o lo tenta—la sacra indipendenza delle diverse credenze.

E tra noi? Ah! qual cumulo di rimorsi dovrebbe opprimere un giorno—se i coniatori di circolari potessero esserne capaci mai—l'anima di questi gazzettieri monarchici che diffondono l'immoralità della menzogna e dell'odio; versano nel core dei giovani, in un Popolo nascente alla Libertà, la diffidenza, lo scredito sul principale stromento d'educazione, la Stampa; e irritano colla persecuzione e coll'intolleranza le passioni vendicatrici e di ribellione contro l'ingiustizia, dove non bisognerebbe che seminar l'amore e la riverenza alla libera discussione! Pochi tra noi vi sanno inetti, più che settarî avveduti e calcolatori; d'anima volgare e meschinamente invida, più che profondamente malvagia; irritabili e collerici per natura di fiacchi; adoratori ciechi, per difetto di fede, d'ogni fatto che appaja potente, e servi ad ogni potere confortato di bajonette e d'erario. Sanno che schiamazzaste, prima del 1859, maledizioni, poi adulazioni schifose al Bonaparte; inni, finchè vinse, a Garibaldi, come anch'oggi al re-mito, a Cavour, a Ricasoli, a Rattazzi, a Minghetti, a chi no? Schiamazzereste a noi se vincessimo; però essi vi guardano sorridendo, e vi vedrebbero, stringendosi nelle spalle, mutar linguaggio e mendicare interpretazioni di progresso all'antico, il dì che fosse mutata l'instituzione. Ma gli altri? I non educati dalle lunghe delusioni e dallo studio severo delle umane cose a tollerare e compiangere? A giudizî ingiusti non opporranno giudizî ingiusti, alle calunnie ribellione d'accuse appassionate e violenti? V'odono a insinuare che uomini, la cui vita intera fu culto quasi esclusivo dell'Unità Nazionale, sono oggi affratellati con fautori di moti autonomisti locali o retrogradi: perchè non crederanno voi, lodatori dello sgoverno che minaccia strapparci le provincie meridionali, affiliati consapevoli al disegno di smembramento, persistente nel Bonaparte? Vi vedono imprigionare uomini che patirono per la patria, come Rosario Bagnasco, lunghi anni d'esilio e, a cercar d'infamarli, confonderli coicamorristi: perchè non infameranno voi comepagnottantie venditori della vostra coscienza agli agî o alla vanità del potere? Così voi alimentate, imprudenti, una guerra ch'oggi è d'oltraggi, domani può essere di sangue; voi falsate il senso morale della Nazione; convertite in fiaccola seminatrice d'incendî la luce che dovrebbe escire, serena e fecondatrice, dall'esame dei diversi concetti; insegnate ai giovani l'intolleranza, e radicate nei cuori la funesta massima, che tutti i mezzi son buoni a spegnere gli avversarî! Dio tolga che un giorno non abbiate a pentirvene!

Or noi non v'abbiamo dato l'esempio. La nostra polemica contro voi può essere acerba, sdegnata, sospettosa talora; non fu mai deliberatamente calunniatrice. Noi non coniammo circolari, citiamo le vostre; citiamo documenti firmati da ministri vostri, citiamo lettere di Roverbella, ragguagli dati da agenti officiali stranieri, che vi provano presti ad abbandonare chi si dà a voi, presti a transigere sull'onore italiano collo straniero, presti a combattere, per ossequio a un despota potente o avversione innata all'azione popolare, chi ha fatto, per l'illusione di concordia, sacrificio d'ogni idea più cara, ma non puòsacrificarvi l'Unità della Patria. Noi vi rimproveriamo gli impotenti metodi di terrore spiegati nel Mezzodì dell'Italia; condanniamo le fucilazioni lasciate ad arbitrio di militari, cacciati a un tratto in paesi ove ignorano uomini e cose e devono commettere inevitabili errori, non le inventiamo: voi avventate, insistenti, contro noi l'accusa di sanguinarî, quando sapete che, da un unico vecchio e severamente biasimato esempio francese infuori, voi non potete citare un solo atto di feroce arbitrio, commesso da quei che reggono le repubbliche Svizzere, o ressero le brevi repubbliche di Roma e Venezia. Voi accusate sistematicamente le nostre intenzioni; noi registriamo fatti continui di guerra all'Associazione e alla Stampa,stati d'assedio, imprigionamenti di deputati, rifiuto di cittadinanza agl'italiani romani e veneti, paci disonorevoli, alleanza servile con chi occupa a forza quella che voi proclamaste a parole vostra Metropoli; Nizza, Savoja, Aspromonte. Stringete in una tutte le nostre polemiche: esse sommano a dirvi, che voi non adorate un principio, ma servite a una precariaopportunità: che, per documenti firmati da voi, voi non foste nè siete gli uomini dell'Unità Nazionale, ma sapete talora giovarvi, fin dove non si frappone il divieto straniero, dell'opera di quei che son tali: che non avete nè avrete mai virtù iniziatrice: che non siete pianta indigena in Italia, ma innesto: che non amate il Popolo e ne temete, e siete quindi e sarete trascinati fatalmente ad avversarne la Libertà: che non avete nè tradizione, nè vita vera nell'oggi. Confutateci, se potete; ci avrete vinti: perchè noi, dissimili dai vostri sostenitori, non cerchiamo altro terreno che questo.

Io conosco un Paese—ed è il solo—dove la Monarchia ha tuttora radici inviscerate colle tendenze, colle idee, colla vita storica della Nazione. È l'Inghilterra. Là, la Costituzione non escì improvvisata, strappata dalla paura, in un angolo del paese; crebbe spontanea per opera lenta di secoli, colla potenza collettiva, col naturale sviluppo degli elementi innestati dalla conquista sugli elementi anteriori. La Monarchia compì una missione, frapponendosi tra la tendenza a smembrare, innata nel feudalismo, e le tendenze unificatrici: diede il suo nome all'incremento progressivo delle forze nazionali. Una aristocrazia, forte di possedimenti, d'una tradizione d'uomini illustri, d'affetto orgoglioso all'indipendenza e alla grandezza del paese e—nel passato—d'una costante iniziativa in tutte le instituzioni di beneficenza, sta, con unità di concetto e di disciplina, tra la Monarchia e l'elemento democratico, moderatrice. Questa aristocrazia, indispensabile in ogni ordinamento di monarchia costituzionale, cede oggi terreno all'elemento finanziario industriale e sparirà un giorno, e con essa la Monarchia; ma or vive, rigogliosa tuttavia e venerata. La Monarchia è in Inghilterra immedesimata ancora colla vita del Regno. E perchè lo è e sa d'esserlo, non teme, non sospetta, non s'irrita, non vive, come in Italia, di repressione. Là, le instituzioni che dichiarano libero l'uomo non sono lettera morta: hanno mallevadori Governo e Popolo. La facoltà d'associazione è, politicamente, illimitata: il diritto delle pubbliche adunanze, protetto: l'espressione del pensiero, santa, inviolabile. Uno scrittore pubblicò per due anni una Rivista mensile, intitolata:Repubblica, senza che potesse sognarsi un sequestro. Altri perorano contro l'instituzione monarchica, contro l'ordinamento attuale della proprietà, contro il cristianesimo, con un uomo di polizia alla porta, incaricato di tutelare, occorrendo, a pro dell'oratore, l'ordine nella sala.

Un ministro, Lord Palmerston, propone, per compiacere a Luigi Napoleone, alcune modificazioni al diritto di libertà illimitata, che gli stranieri, gli esuli politici, possiedono in Inghilterra: 50 000 uominisi raccolgono a convegno pubblico in Hyde-Park, per protestare contro le intenzioni ministeriali: il ministro ritira il dì dopo la proposta, e torna alla vita privata. Un altro ministro, Lord John Russell, rimproverato di trascurare le riforme elettorali credute necessarie, rimprovera alla sua volta di freddezza il Paese:perchè non agitate?ei dice;perchè non provocate adunanze pubbliche, che esprimano la volontà del Paese?La Monarchia non ha vigore d'iniziativa; ma segue, desidera, invoca l'iniziativa popolare. E per questo vive rispettata dal Paese, e sicura: ciò che da noi si chiamarivoluzioneè ignoto in Inghilterra; ignoti sono i consorzî segreti, ignoti i tumulti di piazza: lapiazza, quando è unanime, ha dominio legale. Gli avversarî politici discutono pacifici e rispettosi; nessuno sogna d'accusare il più accanito nemico del Governo d'essere alleato segretamente con una o altra cospirazione straniera, o con fazioni avverse all'Unità del Paese: nessuno conia circolari a suo danno.—Ma voi? Voi, immemori dell'anno 1830 e del 1848, immemori delle dieci rivoluzioni che punirono, nell'ultimo terzo di secolo, i governi ostili alle libertà popolari, ricopiate servilmente la politica deidottrinarîfrancesi: tenete per nemico vostro ogni uomo che invochi sviluppo progressivo di libertà, e lo trattate siccome tale: avversate ogni manifestazione d'opinione pubblica: aborrite e perseguitate, quando non v'obbedisce ciecamente, il pensiero: ricusate voto e armi al Popolo per paura—ignota in Inghilterra—ch'esso ne usi contro di voi: tremate dei volontarî, che vi diedero mezza Italia, mentre l'Inghilterra addita con orgoglio centocinquantamila volontarî armati dalla monarchia; vi circondate di forze artificiali: restringete nel cerchio angusto d'unpartitol'amministrazione del Paese: avete sospetti quanti fanno prova d'ingegno e d'animo indipendente: trascinate l'incerta esistenza nella sfera fattizia degli impiegati da voi, tra i responsi, calcolati a non turbarvi i sonni, dei vostri prefetti, e respingendo e cercando sopprimere ogni espressione della volontà del Paese, ogni avvertimento che vi venga da esso. Voi non dirigete, non governate: vi difendete. Accampate in Italia.

A voi, come a noi—più che a noi, dacchè all'espressione del nostro pensiero son posti limiti da non potersi facilmente varcare—sono aperte le vie di pubblicità. Perchè, senza oltraggi e calunnie, dimenticando gl'individui e non guardando che alle idee, non ne usate a confutarci, a convincerci? I sequestri, gl'impedimenti alle riunioni, le diffamazioni da trivio, possono darvi vittorie d'un giorno, vittorie di Pirro, ma confermano nella mente degli assennati ciò ch'io vi dico a ogni tanto: che siete e vi sentite deboli. Provateci che la monarchia compie da lungo in Italia una missione storica unificatrice: provateci che fu per secoli iniziatrice di progresso al Paese: provateci che i grandi periodi della nostra vita e della nostra potenza non furono di Popolo, ma ebbero moto e nome da Principi: provateci che la Monarchia non s'insinuò in Italia sotto il patronato straniero, ma vi crebbe spontanea per grandi servigi resi, per entusiasmo di popolo riconoscente; provateci che non aprì mai gli sbocchi dell'Alpi agli invasori stranieri, che non militò alternativamente per Francia, Austria o Spagna sui campi d'Italia; provateci che la Lega Lombarda, la difesa di Firenze, l'insurrezione di Masaniello, i Vespri di Sicilia, la cacciata degli Austriaci da Genova, le giornate di Milano, di Palermo, di Bologna, di Brescia, le nobili resistenze di Venezia e Roma, furono capitanate da Principi; provateci che la cessione di Milano e la pace di Villafranca non portano la firma d'un re. Avrete rivendicato all'instituzioneil potente sostegno d'una tradizione; avrete rovesciato la metà dei nostri argomenti e distrutto la metà della nostraforza. Ponete il vostro nome e date virtù di decreto all'utopia, che Giorgio Pallavicino ripete con gloriosa insistenza al deserto da ormai tre anni: armate il Paese: date 400 000 soldati all'esercito e 50 000 volontarî a Garibaldi; affidate, porgendo loro ajuti d'armi, danaro e autorità, a commissioni locali composte d'uomini noti per energia e devozione all'Unità Nazionale, la distruzione dei masnadieri meridionali: date prova di fiducia al Popolo chiamandolo al voto: provocate colle adunanze pubbliche, una espressione generale di volontà nel Paese: riconfermate il Diritto Italiano, dichiarando cittadini eguali e liberi quanti nascono e nacquero tra l'Alpi e il Mare: ripartite ai Comuni, perchè li vendano o li affidino ad associazioni industriali e agricole, i beni del clero; protestate prima solennemente, a Popoli e Governi d'Europa, contro l'occupazione francese in Roma; poi intimate; se per altra via non riuscite, lo sgombro: chiamate il Veneto a insorgere, e appoggiatene l'insurrezione colle armi. Avrete confutato l'altra metà dei nostri argomenti, e provato che è in voi un elemento di vera vita, una potenza d'iniziativa, capace di guidar la Nazione.

Fino a quel punto, tollerate ch'io vi dica:Voi non avete in Italia tradizione, nè virtù di vita nell'oggi—e vendicatevi come potete, coniando circolari, o tentando sotterrare coi sequestri la mia parola.

VeneziaeRoma: voi non potete sotterrare le due città; non potete cancellarne il nome dal core degl'Italiani. Quelle due parole vi uccideranno. Di mese in mese, d'anno in anno, d'indugio in indugio, di promessa in promessa, voi finirete per convincere i Veneti e i Romani illusi, gl'Italiani tutti titubanti anch'oggi, tra la diffidenza crescente e una incerta servile speranza, che non è in voi risolvere il doppio problema. Quel giorno, cadrete.

Noi siamo convinti, e però siete caduti per noi. Checchè scriviate nei vostri diarî, checchè scriva un uomo[146], a cui la canizie e un passato onorevole dovrebbero vietare d'affermare alla leggera sul conto d'altrui, non è vero ch'io voglia la Repubblicaa qualunque prezzo. Io mi sento troppo certo dell'avvenire, per affrettarlo a prezzo dell'Unità Nazionale e contro il volere riconosciuto del mio Paese. Per tre anni, finchè l'immensa maggioranza del Paese si dichiarava soddisfatta e fidava in voi, finchè era possibile illudersi a credere che intendereste la missione, la forza e la via di salute che la Nazione v'offriva; finchè l'esperimento potea dirsi non assolutamente compiuto, io tacqui religiosamente d'ogni questione che non fosse diazioneper l'Unità della Patria: noi tutti, Partito d'Azione, ponemmo, qualunque fosse la bandiera, in mano vostra mezzi, uomini, voto, imprese, concessioni di tempo, consigli, quanto era in noi. Sacrificavamo, non a voi, ma alla pronta liberazione di Roma e Venezia. Oggi—dopo Aspromonte, dopo il rifiuto della cittadinanza Italiana ai Romani e ai Veneti, dopo il voto che sancisce in ogni ministro il diritto di sopprimere ad arbitrio la libera espressione del pensiero del Popolo, e poi che tutti i vostriuomini di stato, esauriti a cerchio, hanno rappresentato miseramente, l'un dopo l'altro, lo stesso sistema:impotenzaper la questione nazionale:repressioneper ciò che concerne la Libertà—s'illuda chi può. A me parrebbe d'essere, tacendo il vero a' miei concittadini, stolto a un tempo e colpevole.

La Nazione non avrà salute, Unità, Libertà, se non dal suo Popolo.

Giuseppe Mazzini.

Mi chiedi perchè taccio? Taccio perchè ho il dolore nell'anima e il rossore sulla fronte per la mia Patria. Taccio perchè, tra la codarda servilità degli uni e il difetto di spirito pratico e virtù di sacrificio negli altri, temo oggimai che la parola non giovi. Taccio perchè ogni qual volta mi sento spronato a prender la penna mi torna alla mente il grido del povero Savonarola, quando ei, predicando a un popolo inerte, indifferente, dileggiatore, prorompeva in parole rotte da singhiozzi: «Signore, stendi, stendi dunque la tua mano, la tua potenza! Io non posso più, non so più che mi dire, non mi resta più altro che piangere.»

Ricordi tu, vecchio e fedele amico, le visioni dell'Italia che splendevano sull'anime nostre quando tentavamo, trenta anni addietro, la spedizione di Savoja, e nei lunghi anni d'esilio che durammo insieme? L'Italia sorgeva—poco importava il quando—in nome dell'eterno Diritto, santificata dal martirio de' suoi migliori, a impadronirsi, continuando il passato, dell'iniziativache la Francia aveva dal 1814 perduta; ad assumere una missione di Verità e di Giustizia in mezzo all'Europa incadaverita per opera del Papato e della Monarchia: sorgeva, non riconoscendo padroni da Dio e dal Popolo infuori, fidando in sè e nei Popoli che avrebbero—come fecero sempre a chi seppe chiamarli—risposto al suo grido, con un doppio programma di Nazionalità e di Libertà, suscitando a nuova rivelazione la vita fremente nel profondo delle genti aggiogate sotto l'Austria, smembrate fra esse e l'impero Turco, e dicendo ad esse:per noi e per voi. Governavano il periodo della sua insurrezione pochi uomini acclamati dal Popolo, mallevadori ad esso, fidenti in esso, senza vincoli di passato avverso al sorgere collettivo, senza vincoli di presente a corti, trattati o diplomazia, credenti, logici, arditi. E, compita la lotta, un'Assemblea eletta da tutti, interrogava la vita, i bisogni, le aspirazioni del nuovo Popolo e dettava da Roma, nuovo anch'esso, discusso da tutti, eguali per tutti, il Patto della Nazione; promulgava al mondo la morte del Papato e la libertà di coscienza; annunziava, in una dichiarazione di Principî, la fede degl'Italiani nel secolo XIX; armonizzava con una immensa libertà di Comune l'Unità morale e la politica Nazionale; schiudeva con un semplice equo sistema di tributi, cogli impulsi dati alla produzione, con ajuti alle Associazioni operaje, la via del meglio alla classe più numerosa e più povera; aboliva, proclamando libertà di commercio, dogane, monopolî, proibizioni; aboliva, ordinando il paese intero all'armi, la coscrizione;aboliva, riordinando la legislazione penale sul concetto del miglioramento individuale e della difesa collettiva, il palco e il carnefice; inaugurava gratuito, universale, uniforme e desunto dall'idea religiosaProgresso, un sistema di Educazione Nazionale.

Quel sogno è per ora sfumato. Era necessario, perch'esso potesse trapassare nel dominio della realtà, che il nostro risorgere escisse dall'iniziativa popolare: l'iniziativa fu regia e straniera. E da quel fatto, colpa di tutti noi, le conseguenze dovevano sgorgare irrimediabili per un tempo, fatali. Per legge storica, derivazione della legge morale, ogni colpa deve espiarsi. La Francia espia da tredici anni, colla negazione di gran parte delle sue conquiste politiche anteriori, l'assassinio di Roma: noi espiamo la rassegnazione servile colla quale aspettammo a emanciparci da un padrone straniero che un altro scendesse, come nel medio evo, a combatterlo. La vita nuova della Nazione, segnata d'un marchio d'impotenza, mancò di sviluppo e di interprete: la monarchia non poteva dare che la propria, misera, locale, legata al passato, e lo fece: s'aggiogò ad una ad una le provincie italiane come se fossero territorio inerte, e diede a tutte come Patto un patto che non rappresenta se non la vita del passato e di una sola frazione d'Italia. Nel conflitto fra le due vite è il segreto di tutte le nostre piaghe, di tutti i nostri dolori: nè cesserà se non quando l'iniziativatrapasserà, come nelle nostre visioni, nel Popolo; se non quando il compimento di un grande Dovere, raggiunto con forze e battaglie proprie, avrà dato alla Nazione coscienza del propriodirittoe vigore per esercitarlo. Quel giorno avremo la libertà. Gli uomini, nostri un tempo, che oggi si affannano a conciliar le due vite, tentano un problema insolubile, che li guiderà nuovamente a noi o li travolgerà nell'apostasia. Gli uomini, nostri anche oggi ma traviati, che s'illudono a credere che la Nazione possa conquistare la vita nuova, prima di averla meritata col sagrificio, prima d'aver cancellato quell'onta dell'intervento straniero, pretendono essi pure l'impossibile. Non basta predicare al Paese ildiritto: bisogna dargli volontà e potenza di conseguirlo; migliorarlo, sollevarlo dall'elemento di machiavellismo, di materialismo in cui vive;moralizzarlocoll'azione a pro di quella parte di paese che ha diritto essa pure a contribuire al patto d'Associazione e di Libertà, alla manifestazione della Vita d'Italia, e che, occupata dallo straniero, nol può.

Nè io dunque gemo o mi taccio perchè vedo tradite dagli inetti, che usurpano il nome di governanti, le nostre speranze di libertà e di interno progresso; accetto rassegnato il periodo d'espiazione. Ed esortandovi a proseguire, come fate, nel vostro apostolato educatore, perchè gl'Italiani intendano il significato e il valore delle libere instituzioni promesse e non date, v'esorto pure a non irritarvi degli indugi limitati che si frappongono. Ma v'è tal cosa che può perpetuar quegl'indugi e uccidere una Nazione in sul nascere: il disonore del pensare e sentir da codardi. Se una Nazione tollera ch'altri le pianti sulla fronte quel marchio, è perduta. Or l'Italia versa in questo pericolo. E per questo io gemo, per questo io mi sento talora spronato a disperato silenzio.

Io guardo a Venezia. Là, sta l'onore della Nazione, ed è confitto sulla croce, ludibrio ai Popoli e insulto perenne a noi, dalla potenza straniera che più d'ogni altra ha meritato, per tirannide, persecuzioni e morte dei nostri, l'aborrimento d'Italia. Cento mila soldati vegliano appiedi di quella croce: altri cento mila sono presti a raggiungerli.

Al di qua della frontiera artificiale che la pace, comandata da unaltro straniero alla monarchia, ci diede, io vedo un esercito regolare sommante nelle dichiarazioni governative a 380 000 uomini: una leva d'altri 50 000 che il Governo afferma poter chiamare immediatamente: una cifra di 130 000 guardie nazionali mobilizzabili a termini di una legge del 1861; e 30 000 volontarî che il Governo non può, dopo l'impresa meridionale, dubitare di vedere raccolti, al primo grido di guerra, intorno a Garibaldi. Sono 590 000 armati dei quali può volendo, disporre l'Italia. Dietro a quelli stanno da ventun milioni d'altri italiani, unanimi a desiderare l'emancipazione del Veneto e presti agli ajuti quando piaccia al Governo di rimovere, col suo cenno, dagli animi ogni dubbiezza sull'opportunità dell'impresa. Davanti ad essi si stende, campo di guerra, un terrenonostro, sul quale due milioni e mezzo di oppressi s'agitano irrequieti e più o meno audacemente ci presterebbero ajuto, non foss'altro—e per chi dubita di tutti e di tutto—d'informazioni, di mezzi e di quel fermento che inceppa la libertà, tanto essenziale, di moti al nemico. Tra il Veneto, il Trentino e l'Impero sta una serie di posizioni inaccessibili alla cavalleria e all'artiglieria e che, occupate in parte dall'esercito, in parte dall'insurrezione—facile a suscitarsi quando il Governo accenni volerlo—troncano le comunicazioni fra il nemico e la sua base di operazione. Al di là, popolazioni Serbe, Magiare, Romane, Ceke, malcontente e ricordevoli del 1848. E, scendendo dall'Alpi di fronte a Venezia lungo la costa orientale dell'Adriatico, una zona di Popoli italiani e slavi, amici naturali i primi, vogliosi gli altri di sbocchi indipendenti ai loro prodotti sul mare, avversi all'Austria e presti a secondare l'azione di chi offra loro patti sinceri e utili di alleanza. Diresti che Dio stesso, ordinando gli elementi a quel modo, additi all'Italia dovere e vittoria ad un tempo.

La monarchia sequestra, rivelando all'Austria il pericolo, l'armi invocate dai Veneti. La stampa governativa insulta ai Veneti dichiarando non esistere sul loro terreno elementi d'insurrezione.

E l'esercito? I 380 000 soldati d'Italia? Leggono i loro ufficiali che si torturano or nuovamente col bastone i fratelli dai quali li separa un fiume? Hanno culto di patria e senso d'onore, o intendono confermare per sempre coll'indifferente contegno la vergognosa pace di Villafranca? Sanno che l'Europa, guardando ai fatti passati o al linguaggio presente dei ministri d'Italia, ripete colla Francia ch'essi sono incapaci di combattere e vincere soli? Non freme in essi l'orgoglio del nome italiano? Non giurarono all'Unità? Non ebbero dai loro capi un programma che diceva:dall'Alpi all'Adriatico? Non hanno molti fra essi madri, padri, fratelli, sorelle sul Veneto? Non ricordano, i nati lombardi, le sacre promesse del 1848 a Venezia? E gli esciti dall'esercito dei volontarî, i compagni d'armi di Garibaldi, i difensori di Venezia e di Roma, son essi fatti macchine senz'anima e vita? Ha la nuova assisa soffocato ogni antico ricordo nel loro cuore? Non è l'assisa d'Italia? Non è simbolo d'una forza che mancava negli anni addietro, e che crea in chi la porta doveri proporzionati? Perchè non esce da quell'esercito, nei modi che non toccano la ribellione ma fanno palese il desiderio, una voce unanime che dica al re loro:Sire! non vogliate che una macchia contamini l'assisa Italiana! Guidateci sul Veneto! Lasciateci provare all'Europa che sappiamo combattere e vincere senza stranieri a fianco!

Noi abbiamo lo straniero in casa: abbiamo incontrastabilmente le forze per vincerlo. E il Paese tace. Il Paese si lagna dei mali, delle incertezze che accompagnano inseparabili ogni condizione provvisoria di cose: deplora il masnadierume: sa che l'assenza di frontiere securee il soggiorno dello straniero tra noi confortano quanti nemici abbiamo alle trame: mormora delle somme ingenti consecrate a un esercito inutile; e nondimeno, tace. Il Paese sa che non è in Europa una sola Nazione alla quale il soggiorno dello straniero armato per entro i proprî confini non ponesse un grido d'insurrezione sul labbro: sa che le Nazioni d'Europa stanno guardando ai primi passi dell'Italia sulla nuova via, per decidere se devono cercare in essa l'alleanza del forte o la soggezione del debole; e nondimeno tace e non osa, non dirò insorgere, ma parlare unanime colla stampa, colle petizioni, colle adunanze pubbliche, il proprio volere.

Da forse quarantamila Veneti or sono esuli tra noi: hanno la terra ove nacquero profanata dal bastone austriaco: ciascun d'essi dovrebb'essere centro d'apostolato incessante a pro di Venezia, centro d'ajuti raccolti a pro dell'impresa emancipatrice; e, da pochi infuori, tacciono, obliano. I rappresentanti d'Italia, gli uomini del Mezzogiorno segnatamente, giurarono all'Unità, come condizione dell'assenso dato dalle loro provincie alla monarchia; e tacciono: udirono il ministro a proferire le cifre d'armati accennate più sopra, e non una rimostranza, non una mozione, non una voce sorse dal Parlamento Italiano a dire:siam forti: compiamo dunque il Dovere: al Veneto, all'Alpi!Gli agitatori, gli arditi della Sinistra consacrano l'audacia a speculare su qualche rielezione, tacciono di Venezia. Gli uomini che rubarono a noi, vivente Manin, ilse no, no,e ci dissero:dateci tempo perchè la monarchia raccolga 200 000 soldati, e vedrete, oggi, davanti ai 380 000, tacciono e sostituiscono la formola: «aspettiamo pazienti ilquandoignoto indefinito di chi governa» alla formola altera delle Cortes Aragonesi. Dimenticano che il servile silenzio lascia crescere una taccia di viltà sulla loro monarchia, e che un Popolo perdona ogni cosa a un Potere fuorchè d'essere codardo.

Per questo io gemo temente dell'avvenire e chiedendo a me stesso:siam noi fatti per la libertà?Eccoti uomini che si dicono convinti di ciò ch'io non credo possibile, l'unione della monarchia collo sviluppo delle libere istituzioni, coll'Unità nazionale, coll'indipendenza, coll'onore d'Italia. Erranti o no, essi sono vincolati dal loro programma a tentare di convertire in fatto quella possibilità, a esaurire tutte le vie che potrebbero praticamente condurvi. Crederesti che s'affannassero intorno alla monarchia a indicarle i desiderî del Paese, a esprimerle liberamente i bisogni ai quali essa deve dare soddisfacimento, a spronarla, nelle sue colpevoli e pericolose esitazioni, sulle vie dell'onore, ad affratellarla colle aspirazioni dei più, a farla rispettata e temuta in Europa? Non uno di questi uomini che, interrogato, non ti dica:non avremo pace, sicurezza o capacità di progresso senza Roma e Venezia; non avremo Roma se non dopo Venezia; e tacciono tutti. Discutono intrepidi con Minghetti, Rattazzi o Ricasoli, giornalisti e lontani dal potere; tacciono con essi se diventati ministri; l'Autorità è sacra ai loro occhî: gli uomini che l'hannopossono, dunque sanno: bisogna lasciarli fare. Perchè non dicono loro:badate; noi ci assumemmo di provare al Paese che la monarchia si concilierebbe coi diritti e colle necessità dell'Italia; ma noi possiamo senza l'opera vostra?—No; tacciono tremanti, insolenti soltanto contro noi perchè non partecipi del potere: passeggiano le vie della libertà colla catena del servaggio al piede e sul collo; educano la giovine Nazione al progresso, insegnandole che il segreto del progresso sta nell'arbitrio di cinque o sei uomini scelti, non da essa, ma dal monarca: sopprimono, col tacere sistematico, l'elemento vitale d'ogni Governo, che è la trasmessione continua del pensiero dei governati a quei che governano:spingono, senza avvedersene, il Paese sulla via che dice:Rivoluzione. Tal sia di loro. Ma gli uomini di parte nostra? Gli uomini che gemono com'io gemo pel disonore della Nazione? Gli uomini che, assumendo il nome di Partito d'Azione, dichiarano la trasformazione di Popolo in Nazione non esser compita e doversi, se non si vuol retrocedere, sollecitamente compire? Gli uni s'affannano a costituire comitati elettorali, inefficaci dove prima non si muti la legge in virtù della quale si compiono le elezioni: gli altri, smembrati a tre centri di direzione e a due punti objettivi, consumano forze che concentrate darebbero risultanze potenti e rapide. Taluni spendono l'obolo che dovrebbe esser sacro alla liberazione del suolo Italiano inalzando monumenti a Martiri i quali, se mai potessero favellar dalla fossa, respingerebbero quelle testimonianze e direbbero:emancipate prima dallo straniero la Patria per la quale morimmo. Centinaja, migliaja d'uomini giovani versano danaro in celebrazioni d'anniversarî gloriosi o pellegrinaggi al soggiorno di Garibaldi, dimentichi che, se sta bene celebrare le antiche glorie, meglio è l'imitarle; e che Garibaldi li amerebbe più assai se serbassero quel danaro all'impresa patria, scrivendogli:verremo a vedervi quando sarem fatti degni di voi. Che! Non avremmo noi mezzi sufficienti al bisogno, non trascineremmo noi Paese e Governo, non vinceremmo, forti di numero come siamo, la prova, se commossi davvero e tormentati dal pensiero che ventidue milioni d'uomini non possono senza infamia tollerare lo straniero in casa, e ricordevoli che nel massimo concentramento di forze sotto un'unica direzione e sopra un dato punto sta il segreto della vittoria, consacrassimotutti, per mezz'anno, attività e sacrifizio alporro unum, Venezia—se per mezz'annociascunos'assumesse di rappresentare nella propria sfera un grado d'apostolato, una cifra di mezzi—se il pensiero di Venezia soffocasse per un tempo ogni altro pensiero—se ogni scrittore ripetesse in cima ai suoi scritti per l'Austria la parola di Catone sopra Cartagine—se ogni adunanza a qualunque scopo raccolta s'iniziasse e si conchiudesse col grido diguerra all'Austria—se ogni madre patriota mormorasseVeneziaa' suoi figli, ogni fanciulla buona alle amiche, ogni volontario ai militi che gli furono fratelli sul campo, e tutti al Governo?


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