........ A Pola presso del CarnaroCh'Italia chiude e i suoi termini bagna.Inf., IX, 113.
........ A Pola presso del CarnaroCh'Italia chiude e i suoi termini bagna.Inf., IX, 113.
L'Istria è nostra. Ma da Fiume, lungo la sponda orientale dell'Adriatico, fino al fiume Bojano sui confini dell'Albania, scende una zona sulla quale, tra le reliquie delle nostre colonie, predomina l'elemento slavo. E questa zona che sulla riva Adriatica abbraccia, oltrepassando Cattaro, la Dalmazia e la regione Montenegrina, si stende, sui due lati della catena del Balkan, verso oriente fino al Mar Nero, risalendo nella direzione settentrionale attraverso il Danubio e la Drava, all'Ungheria ch'essa invade aumentando d'anno in anno in proporzione più rapida di quella dell'elemento magyaro.
Tra questa zona, popolata d'un dodici milioni di slavi, e la zona superiore e continua, slava anch'essa, che dalla Galizia s'espande da un lato alla Moravia e alla Boemia, dall'altro alla Polonia per raggiungere attraverso il Ducato di Posen e la Lituania il Mar Baltico, s'interpongono, impedimento provvidenziale alla realizzazione della sognata unitàpanslavistica, la Moldavia, la Valacchia, la Transilvania; ma son terre Daco-Romane, legate a noi, da Trajano in poi, per tradizioni storiche, affinità di lingua e affetti che non hanno bisogno, ad assumere importanza, fuorchè d'essere da noi coltivati; e mentre scemano il pericolo minacciato dallo Tsarismo, possono giovare a noi come anello di congiungimento tra le due zone nelle nostre relazioni colla famiglia slava. E questa sua seconda zona, popolata di 18 a 20 milioni di slavi, sembra disegnata, anch'essa provvidenzialmente, come barriera futura tra la Russia e la Germania del nord.
Là, nell'alleanza colle popolazioni di queste due zone, stanno, lo ripetiamo, la nostra missione, la nostra iniziativa in Europa, la nostra futura potenza politica ed economica.
Dell'agitazione slava, del moto, crescente negli ultimi cinquanta anni, che affatica le popolazioni delle due zone e le sospinge a costituirsi Nazioni, dovremo parlare più volte e additare le immense conseguenze del fatto di una vasta famiglia umana, muta finora e senza vita propria costituita e ordinata, chiedente oggi, come la famiglia teutonica sul perire del politeismo, diritto diparola, e di comunione coll'altre famiglie europee. Ma possiamo intanto affermare che per quanti hanno studiato con occhio attento e profondo quel moto, il suo non lontano successo è certezza. Non si tratta più d'impedirlo o dissimularlo, ma di dirigerlo al meglio e di trarne, allontanandone i pericoli, le conseguenze più rapidamente favorevoli al progresso europeo. Il moto delle razze slave che, salutato e ajutato come fatto provvidenziale, deve ringiovanire di nuovi impulsi e d'elementi d'attività la vita europea e preparare, ampliandolo, il campo alla trasformazione religiosa e sociale fatta oggimai inevitabile, può, se avversato, abbandonato o sviato, costare all'Europa vent'anni di crisi tremenda e di sangue.
E i pericoli sommano in uno: che il moto ascendente slavo del mezzogiorno e del nord cerchi il proprio trionfo negli ajuti russi e conceda allo Tsar la direzione delle proprie forze. Avremmo in quel caso un gigantesco tentativo per farcosaccal'Europa, una lunga e feroce battaglia a pro d'ogni autorità dispotica contro ogni libertà conquistata, una nuova èra di militarismo, il principio dinazionalitàminacciato dal concetto d'una monarchia europea, Costantinopoli, chiave del Mediterraneo, e gli sbocchi verso le vaste regioni asiatiche in mano allo Tsar: invece di una confederazione slava fra i tre gruppi, slavo-meridionale, boemo-moravo e polacco, amici a noi e alla libertà, l'unità russo-panslavistica ostile: invece di 40 milioni d'uomini liberi, ordinati dal Baltico all'Adriatico a barriera contro il dispotismo russo, cento milioni di schiavi dipendenti da un'unica e tirannica volontà.
Il pericolo, checchè altri abbia scritto, non esisteva allo iniziarsi dell'agitazione slava: fu creato dalla falsa immorale politica adottata dalle monarchie. Il moto slavo sorse, come il nostro, spontaneo dagli istinti e dal giusto orgoglio dei popoli, dai germi di futuro cacciati nelle tradizioni storiche e nei canti popolari, dagli esempî d'altre Nazioni, dal destarsi d'idee che volevano e non trovavano libero sfogo, dalla coscienza svegliata al senso d'una missione da compiersi scritta nel disegno divino che informò l'Europa a fati progressivi comuni. Cagioni siffatte s'avvivano sempre a un alito di libertà e le libere tendenze s'afforzavano naturalmente dagli ostacoli al moto risiedenti tutti nella resistenza e nelle persecuzioni delle monarchie alle quali gli agitatori slavi si trovavano e si trovano ancora aggiogati. Ed è tanto vero che il concetto di federazione slava, pel quale nel 1825 caddero martiri in Russia Pestel, Mouravieff, Bestoujeff e altri ufficiali, assumeva bandiera repubblicana. Ma il rifiuto d'ogni appoggio, la diffidenza di tutti governi e popoli, l'ostinazione dei gabinetti inglesi e francesi a non vedere in una santa aspirazione di popoli se non un maneggio segreto russo e a volerne impedire lo sviluppo col sorreggere l'Impero Turco e l'Austriaco, ricacciarono in parte gli Slavi, avversati, negletti, fraintesi e disperati d'ajuto, verso chi insisteva a susurrare promesse d'eserciti e di guerre emancipatrici. Non piegammo noi Italiani, bestemmianti pochi dì prima ai Francesi in Roma e plaudenti ai ricordi d'Orsini, alle promesse e alle offerte del Bonaparte?
La via che additiamo all'Italia farebbe svanir quel pericolo. Fremeintorno alle radici d'ogni moto nazionale un pensiero di libertà e quel pensiero, ch'è anima in Polonia e altrove d'una poesia ignota all'Italia e superiore a ogni poesia posteriore a Byron e Goethe, avrebbe, cancellando ogni fiacchezza verso la Russia dello Tsar, potente e immediato sviluppo il giorno in cui un forte popolo repubblicano stenderebbe agli Slavi una mano fraterna. Chi scrive sa come gli uomini a capo del moto slavo sorridessero alla speranza di quel giorno e si affrettassero a dircelo quando, tra il 1860 e il 1861, il moto italiano assumeva sembianza di moto popolare e Garibaldi, allora fidente nelle forze vive della sua Nazione, guidava i nostri volontarî a scrivere nelle terre meridionali una delle più belle pagine della nostra Storia. La speranza cadde negli animi d'allora in poi. Il machiavellismo servile e l'ignorante paura dei ministri della monarchia spensero l'entusiasmo di quei popoli che avevano intraveduto nell'Italia la Nazioneiniziatricee la videro inferiore a' suoi fati. Ma una parola di fratellanza che accennasse a fatti virili e inaugurasse una politica nuova fondata sul principio dinazionalitàridesterebbe in un subito le sopite speranze e richiamerebbe gli Slavi dall'accettazione forzata d'un ajuto che non amano e del quale paventano, a più largo e popolare concetto. La politica sostenitrice dell'Impero Austriaco e del Turco è, nelle sue conseguenze, politica russa e fomentatrice del panslavismo.
L'Impero Turco e l'Austriaco sono irrevocabilmente condannati a perire. La vita internazionale d'Italia deve tendere ad accelerarne la morte. E l'elsa del ferro che deve ucciderli sta in mano agli Slavi.
Le prime e più importanti conseguenze del moto slavo saranno il disfacimento dell'Impero d'Austria e dell'Impero Turco in Europa. Chi non antivede inevitabili quei due fatti e non sente la necessità di promoverne lo sviluppo, tanto che giovi al progresso generale della civiltà e all'avvenire d'Italia, non usurpi alla sua il nome di politica internazionale: viva, come i ministri della monarchia, d'espedienti, ottenga un giorno un apparente vantaggio scontandolo il dì dopo col disonore e la soggezione del paese, passi senza norma e pegno securo d'alleanza in alleanza per trovarle perdute tutte quando più importerà di non essere soli, tremi davanti alla Francia, davanti alle vittorie prussiane, davanti alle stolide minacce papali e condanni—finchè il paese lo tollera—una Nazione di ventisei milioni d'uomini e che fu due volte iniziatrice nel mondo a nullità assoluta in Europa. Sgoverni e taccia. Senza norma morale, senza intelletto del futuro, senza coscienza d'unfinedeterminato e unmetodocostantemente e arditamente seguìto a raggiungerlo, non esiste vita internazionale possibile.
Rotta appena a occidente dalla stretta zona che si stende da Vienna a Innsprück, a oriente dalla Moldavia non germanica, e avversa essa pure per le sue genti smembrate all'Austria, la circonferenza dell'Impero Habsburghese è slava e da quella larga zona di circonferenza partono raggi che solcano in ogni direzione l'interno. Cifra di popolazione straniera alla razza che governa cedendo, e progresso regolarmente crescente delle agitazioni nazionali condannano l'Impero a dissolversi. Cominciato da noi, seguìto timidamente finora dall'Ungheria, il moto disintegrante non può oggimai più arrestarsi.
A mezzogiorno, le popolazioni slave predominano sulla Turchia. L'Impero Turco è condannato a dissolversi, prima forse dell'Austriaco;ma la caduta dell'uno segnerà prossima quella dell'altro. Le popolazioni che insorgeranno in Turchia per farsi Nazioni sono quasi tutte ripartite fra i due Imperi e non possono agglomerarsi senza emanciparsi dall'uno e dall'altro. L'Impero Austriaco è un'Amministrazione, non uno Stato; ma l'Impero Turco in Europa è un accampamento straniero isolato in terre non sue, senza comunione di fede, di tradizioni, di tendenze, d'attività, senza agricoltura propria, senza capacità d'amministrazione, invasa un tempo dai Greci, oggi dagli Armeni disseminati sul Bosforo, ostili al Governo che servono: immobilizzata dalfatalismomaomettano, la razza conquistatrice, ricinta, affogata da popolazioni cristiane, avvivate dall'alito della libertà occidentale, non ha dato da oltre a un secolo un'idea, un canto, una scoperta industriale e conta meno di due milioni d'uomini circondati da tredici o quattordici di razze europee, slave, elleniche, daco-romane, assetate di vita, anelanti insurrezione. E a questa insurrezione non manca per aver luogo a convertirsi rapidamente in vittoria se non l'accordo fra quei tre elementi gelosi anch'oggi per vecchî ricordi di guerre e oppressioni reciproche, l'uno dell'altro.
Proporre e far prevalere le basi di questo accordo è missione italiana.
Sorti in nome del Diritto Nazionale, noi crediamo nel vostro, e vi profferiamo ajuto per conquistarlo. Ma la nostra missione ha per fine l'assetto pacifico e permanente d'Europa. Noi non possiamo ammettere che lo Tsarismo russo sottentri, minaccia perenne alla Libertà, ai vostri padroni; e ogni vostro moto isolato, limitato a uno solo dei vostri elementi inefficace a vincere, incapace s'anche vincesse di costituire una forte barriera contro l'avidità dello Tsar, giova alle sue mire d'ingrandimento. Unitevi: dimenticate gli antichi rancori: stringetevi in una Confederazione e sia Costantinopoli la vostra Città Anfizionica, la città dei vostri Poteri Centrali, aperta a tutti, serva a nessuno. Ci avrete con voi.È questo il linguaggio che dovrebbe tenere a quelle popolazioni l'Italia. L'Italia repubblicana lo terrebbe. L'Italia monarchica non lo terrà mai.
E mentre consigli e profferte siffatte spianerebbero la via a una soluzione della tormentosa questione d'Oriente favorevole al principio dinazionalitàe avversa un tempo all'ambizione russa, profferte simili inoltrate alle popolazioni della Dalmazia, del Montenegro, della Croazia e delle terre daco-romane, preparerebbero il disfacimento dell'Impero d'Austria e compirebbero il concetto della nostra politica. Suonata dai popoli sommossi l'ora suprema, la costa occidentale dell'Adriatico diventerebbe la nostra base d'operazione per ajuti efficaci ai nuovi alleati. Le nostre navi da guerra riscatterebbero l'onore violato della bandiera conquistando agli slavi del Montenegro lo sbocco del quale abbisognano, le Bocche di Cattaro, e agli slavi della Dalmazia le città principali della costa Orientale. Lissa, chiamata giustamente da altri la Malta dell'Adriatico e campo d'una nostra immeritata disfatta che importa per l'onore del navilio di cancellare, rimarrebbe stazione italiana.
Il moto slavo-meridionale si diffonderà naturalmente, quando avrà luogo, lungo i Carpati, attraverso la Galizia e il gruppo Boemo-Moravo, alla Polonia, santa, martirizzata, immortale Nazione colla quale noi abbiamo già, dal periodo delle Legioni di Dombrowski in poi, vincoli di speciale affetto fraterno e patti di futura alleanza.
Ajutatrice del sorgere degli slavi illirici e di quelli che costituiscono gran parte della Turchia europea, l'Italia acquisterebbe, prima fra tutte le Nazioni, diritto d'affetto, d'inspirazione, di stipulazioni economiche coll'intera famiglia slava.
I vantaggi, all'Europa e all'Italia, del concetto politico al quale rapidamente accenniamo e del quale la nostra Nazione potrebbe, volendo, farsi iniziatrice, sono innegabili e di una importanza vitale.
Al nord la Federazione slava, frapposta fra la Russia e la Germania e alla quale, svelta dall'Impero d'Austria, potrebbe aggiungersi l'Ungheria, sarebbe a un tempo tutela alla Germania contro il predominio russo, tutela alla Francia e all'Italia contro il minacciato predominio teutonico: alleata agli Slavi non amici della Germania, l'Italia minaccierebbe, occorrendo, con essi l'invasore alle spalle.
A mezzogiorno e a oriente, data per sempre Costantinopoli alla Libertà occidentale e inalzata contro lo Tsarismo una barriera di giovani popoli federati a difendere la propria indipendenza, la Russia sarebbe consegnata ai suoi limiti naturali, la civiltà e la produzione europea conquisterebbero un immenso e singolarmente fecondo terreno, due delle tre grandi vie al mondo asiatico sarebbero schiuse e normalmente assicurate al commercio d'Europa e segnatamente, mercè la nostra iniziativa slavo-ellenica-daco-romana, a quello d'Italia.
Abbiamo nominato il mondo asiatico. Ed è infatti verso quello, se guardiamo nel futuro e oltre ai nostri confini, che convergono oggi le grandi linee del moto europeo. Popolata un tempo dalle emigrazioni asiatiche che ci recarono i primi germi di civiltà e le prime tendenze nazionali, l'Europa tende oggi provvidenzialmente a riportare all'Asia la civiltà sviluppata da quei germi sulle proprie terre privilegiate. Figli delle razze vèdiche, noi, dopo un lungo e faticoso pellegrinaggio, ci sentiamo quasi da mano ignota sospinti a cercar nei luoghi che ci furono cuna un vasto campo alla nostra missione morale trasformatrice dell'idea religiosa, un vasto terreno alla nostra attività industriale e agricola trasformatrice del mondo esterno. L'Europa preme sull'Asia e la invade nelle sue varie regioni colla conquista inglese nell'India, col lento inoltrarsi della Russia al nord, colle concessioni periodicamente strappate alla China, colle mosse americane attraverso le Montagne Rocciose, colle colonizzazioni, col contrabbando. Prima un tempo e più potente colonizzatrice nel mondo, vorrà l'Italia rimanere ultima in questo splendido moto?
Schiudere all'Italia, compiendo a un tempo la missione d'incivilimento additata dai tempi, tutte le vie che conducono al mondo asiatico: è questo il problema che la nostra politica internazionale deve proporsi colla tenacità, della quale, da Pietro il Grande a noi, fa prova la Russia per conquistarsi Costantinopoli. I mezzi stanno nell'alleanza cogli Slavi meridionali e coll'elemento ellenico fin dove si stende, nell'influenza italiana da aumentarsi sistematicamente in Suez e in Alessandria e in una invasione colonizzatrice da compirsi, quando che sia e data l'opportunità, nelle terre di Tunisi. Nel moto inevitabile che chiama l'Europa a incivilire le regioni africane, come Marocco spetta alla Penisola Iberica e l'Algeria alla Francia, Tunisi, chiave del Mediterraneo centrale, connessa al sistema sardo-siculo e lontana un venticinque leghe dalla Sicilia, spetta visibilmente all'Italia. Tunisi, Tripoli e la Cirenaica formano parte, importantissima per la contiguità coll'Egitto e per esso e la Siria coll'Asia, di quella zona africana che appartiene veramente fino all'Atlante al sistema europeo. E sulle cime dell'Atlante sventolò la bandiera di Roma quando, rovesciata Cartagine, il Mediterraneo si chiamò Mare nostro. Fummo padroni, fino al V secolo, di tutta quella regione. Oggi i Francesi l'adocchiano e l'avranno tra non molto se noi non l'abbiamo.
Sono i disegni, ai quali accenniamo e che andremo via via svolgendo, utopie? Gli uomini della monarchia lo diranno e schernendo:sono uominipratici. Ma la storia piùpraticad'essi ha registrato e dirà che, scherniti dagli uominipratici, noi predicavamo trentanove anni addietro l'Unità d'Italia ed è, materialmente almeno, quasi compita; che, scherniti, annunziavamo fin da quel tempo l'Unità Germanica, e si sta compiendo; scherniti, affermavamo perduta in Francia ogni potenza d'iniziativae i fatti d'oggi provano che soli avevamo veduto il vero. Ipraticidicevano nel 1848 impossibili le Cinque Giornate, ed ebbero luogo: ci predicevano nel 1849 che non avremmo potuto difendere Roma contro i Francesi due giorni, e la difendemmo due mesi: dicevano ai Veneti che si affrettassero a calare la bandiera repubblicana perchè senza l'ajuto dinastico sarebbero stati incapaci di resistere all'Austria tre settimane, e Venezia si dava alla monarchia, non riceveva ajuto alcuno da essa e nondimeno durava diciotto mesi. Ipraticinon seppero finora che movere quando s'avvidero che inoltravano davvero, sull'orme nostre, usurpare guastandoli i nostri disegni, porsi indosso a tempo e insozzandolo di codardie, imprevedute da tutti fuorchè da noi, il manto tessuto dalle nostre mani. Ipraticicedevano tremanti Nizza e Savoja a un uomo del quale i poveriutopistirepubblicani del Messico iniziavano, resistendo trionfalmente, la rovina. Ipraticisi vincolarono a rispettare il territorio del Papa, diedero in pegno la scelta di Firenze a metropoli e s'arretrerebbero anch'oggi davanti a Roma, se gliutopistinon minavano il trono a Luigi Napoleone e la parolarepubblicanon si proferiva dagliutopistiin Parigi. Meschina parodia deidottrinarîfrancesi, ipratici moderatinon hanno dato un'idea, un precetto morale, un giorno di vera vita all'Italia. Tra le angustie di un disavanzo che promettono cancellar d'anno in anno e che ricompare d'anno in anno ostinato, tra gli espedienti di nuove tasse aggiunte alle antiche non pagate o incompiutamente pagate, tra disegni d'alleanze contraddittorie colla Francia un giorno, colla Prussia un altro, coll'Austria un terzo, i vinti di Lissa e Custoza trascinano un'esistenza che poggia sul trionfo rimpicciolito d'alcune idee nostre, d'alcune formule usurpate a noi, guaste da essi come le vivande imbandite da altri erano guaste dalle Arpìe irruenti; ma pur potenti abbastanza per sedurre gl'Italiani a rispetto. Governano alla giornata ajutandosi delle forze passive che trovano, senza virtù per creare un solo nuovo elemento o per infondere uno spirito di progresso negli esistenti. Irridono alle idee perchè hanno l'amaurosidell'anima e non possono intendere ciò che non vedono.
Le grandi idee, noi lo abbiamo detto più volte, fanno i grandi popoli. E le idee non sono grandi pei popoli se non in quanto travalicano i loro confini. Un popolo non è grande se non a patto di compire una grande e santa missione nel mondo, come appunto l'importanza e il valore d'un individuo si misurano da ciò ch'ei compie a pro della società nella quale ei vive. L'ordinamento interno rappresenta la somma dei mezzi e delle forze raccolte pel compimento dell'opera assegnata al di fuori. Come la circolazione e lo scambio danno valore alla produzione e l'avvivano, la vita internazionale dà valore e moto alla vita interna d'un popolo. La vitanazionaleè lo stromento; la vitainternazionaleè ilfine. La prima è opera d'uomini; la seconda è prescritta e additata da Dio. La prosperità, la gloria, l'avvenire di una Nazione sono in ragione del suo accostarsi alfineassegnato.
Se noi fossimo, come taluni affettano di credere, partigiani irosi e guidati esclusivamente dal desiderio di vincer comunque, avremmo salutato il linguaggio della stampa monarchica intorno ai fatti di Francia come potente indizio di fiacchezza sentita nella parte avversa. Da quel linguaggio, come dalla proposta di leggi eccezionali per la pubblica sicurezza—come dagli annunzî esagerati di nuove mene repubblicane perchè qualche ufficiale legge laRoma del Popolo—come dalle spese di guerra, profuse non pel di fuori da dove nessuno minaccia, ma per antivigenze interne—trapela il terrore dell'avvenire, la coscienza dell'impossibilità di riconquistare il terreno perduto. Servi di Francia e presti a trascinar la Nazione in una rovinosa immorale alleanza quando speravano nelle vittorie del Bonaparte, ligi alla Prussia poi che videro disfatto l'Impero e s'illudevano a credere che l'armi di re Guglielmo avrebbero rifatto in Francia una monarchia, gli uomini avversi al principio che sosteniamo s'irritano oggi sino al furore contro gl'insorti a pro del Comune parigino: chiamanoorda, bordaglia pazza di furore e di lucroduecentomila elettori che votano placidamente la scelta de' membri del municipio:inorridiscono, essi che tacquero e tacciono sulle proscrizioni del Due dicembre, sulle fucilazioni messicane, sopra ogni sangue versato da mano regia, alle uccisioni—son due e conseguenza d'eccitamento parziale riprovato da quei che reggono—commesse in Parigi; e diresti tornati i giorni terribili del 1793. Come i tori, i gazzettieri della monarchia insaniscono all'apparire di un cencio rosso.
Ma il rimproverare, tra due espressioni di orrore pel sangue di due individui, l'Assemblea di Versailles d'esitazione codarda perchè non s'affretta ad affogare a Parigi nella guerra civile—il far arme d'un conflitto suscitato da cagioni speciali in un luogo e d'alcuni fatti isolati per eccitare a reazione di spavento quei che governano altrove—il desumere, dalla parte qualunque che una Associazione può avere in quel conflitto e in quei fatti, argomento a levare un grido di crociata contro tutta una classe straniera in Italia a quell'Associazione—il segnare una linea ostile di separazione tra le aspirazioni deglioperaîe i diritti degliagiati[160]—è tal cosa che dovrebbe rattristare profondamente tutte le anime oneste e vogliose del bene inItalia. Che! Sono i protettori dell'ordinegiunti a tale, da sostenerlo calunniando deliberatamente tutta una classe di cittadini e seminando i germi d'una guerra civile? E che sarebbe, se noi fossimo capaci di raccogliere il guanto?
Noi non possiamo essere sospetti di cieco favore pei fatti che vanno svolgendosi fatalmente in Parigi. Non aspettiamo il pensiero iniziatore della nuova Epoca dalla Francia: il materialismo, sceso come sempre dalla sfera filosofica generalmente nelle anime, è—finchè dura—ostacolo insuperabile a quel pensiero. Abbiamo giudicato con dolore, ma severamente, le cagioni della guerra e dell'inferiorità rivelata in essa dalla Francia. E l'idea che predomina sul moto attuale è idea che, dove fosse universalmente accettata, condurrebbe rapidamente a esagerazioni di spiritofederalistafatale ad ogni unità morale, a ogni missione collettiva, a ogni cosa che fa grande e giovevole all'Umanità una Nazione. Ma il linguaggio di quei gazzettieri sui fatti dell'oggi è nondimeno mera calunnia. Quel moto non ha rivelato finora programmi o intenzioni che provochino le parole avventate contr'esso: non sorgeva se l'Assemblea non manifestava—e senza coraggio di tradurle in fatti—tendenze positivamente monarchiche: cesserebbe anch'oggi se la scelta d'altri uomini agli ufficî, una esplicita dichiarazione repubblicana e pochi atti, che fossero pegno di sincerità nel volere e d'energia nell'osare, accertassero gli insorti che la Repubblica non sarà tradita nelle mani del monarca caduto o d'un nuovo. L'insurrezione parigina è protesta repubblicana—ed è questo, benchè nol dicano, il segreto dell'ire dei gazzettieri monarchici—contro le opere d'un'Assemblea colpevole d'aver sancito col voto lo smembramento territoriale della Francia, colpevole di tendere a rapirle l'unico compenso possibile in tanta sciagura, un Governo di popolo che assicuri almeno internamente la Libertà. Ponendo i fati di Francia nelle mani d'un uomo che rappresenta per l'indole delle teorie le idee essenziali del Bonapartismo o per vincoli individuali le pretese degli Orléans, affidando gli avanzi dell'esercito alla condotta dei generali di Luigi Napoleone, evitando studiosamente la parolarepubblicae ricusando di raccogliersi in Parigi perchè città dichiaratamente repubblicana, l'Assemblea decretò inevitabile la protesta. Forse, se invece di pellegrinare in Francia e altrove o rimanere in un'Assemblea della quale diffidano, gli uomini influenti per potenza d'intelletto e fede repubblicana provata si fossero frammisti quasi inspiratori agli ignoti del Comitato Centrale, quella protesta non si sviava e s'evitava la guerra civile, triste sempre, tristissima di fronte all'invasore straniero.
Questo per la Francia e per amor di giustizia. Ma per l'Italia? Per l'Italia dove il moto ascendente della classe operaja si svolge mirabilmente, inalterabilmente temperato e pacifico? Dove gli uomini del Lavoro non hanno sparso altro sangue che il proprio a pro dell'Indipendenza e della Unità della Patria? Dove i sistemi socialisti settarî di Francia e d'altrove non hanno trovato seguaci visibili? Dove l'Apostolato delle Associazioni move, in tutti i suoi atti, dalla santa idea del Dovere e tace, forse soverchiamente, ma per amore all'Unità incompiuta finora dell'Italia, deldirittoche sorge dal dovere compiuto? Dove le agitazioni, se agitazioni furono tra gli operaî, ebbero sempre a motore il senso dell'onore italiano violato, della grandezza della Patria tradita, non mai il miglioramento delle loro condizioni economiche? A che il grido selvaggio d'allarme? A che l'insulto non provocato? A che l'annunzio d'un grave imminente pericolo gettato fra le classiagiateperch'esse s'ordinino a resistere eprevenire?[161]È tristizia? È follia? o più verosimilmente calcolo nefando d'uomini che, avversi tanto più ferocemente alla Repubblica quanto più furono, pressochè tutti, repubblicani un tempo e li irrita il rimorso d'aver ceduto a seduzioni volgari di potere o di lucro, afferrano per combatterci e impaurire i creduli ogni arme sleale? Questa nostra classe operaja delle città, che gli stranieri ammirano superiore, se non per istruzione, per moralità di principî e sobrietà di condotta, a quante altre popolazioni artigiane ha l'Europa, può sprezzare, gazzettieri di parte monarchica, le vostre calunnie: i suoi titoli stanno sui registri dei morti nelle patrie battaglie dalle Cinque Giornate in poi: come i suoi padri che fecero grande l'Italia, essa è repubblicana perchè tutti i forti nobili ricordi della sua terra le parlano di repubblica e tutte le memorie di servitù, disonore e persecuzione le parlano del reggimento che sottentrò; ma non perch'essa veda nel mutamento esclusivamente un gradino al proprio miglioramento materiale o perchè, ròsa da ingiuste e turpi passioni d'invidia o vendetta, macchini guerra ad altre classi prima d'esse emancipate e pur troppo sovente immemori del dovere e delfinecomune: non falsò il problema che involve l'avvenire d'Italia: non traviò dietro a sistemi che mirano a traslocare colla violenza il benessere da una ad un'altra zona sociale: non sostituì gli appetiti materiali all'adorazione dello spirito, dell'umana dignità e del progresso per tutti: non scisse, come in altri paesi, il campo dei credenti nella nostra fede, separando la vita economica dalla vita politica, dalle sante aspirazioni a una missione nazionale da compiersi colle forze di tutti. E voi che avete rinnegato quella missione pel fatto potente dell'oggi, sagrificando le convinzioni dell'intelletto a un officio, a un titolo, a una pensione, voi che nel poco contatto avuto per calcolo politico colle Associazioni operaje tentaste di persuaderle in Torino, in Milano, in Napoli ad abbandonare ogni pensiero, ogni dovere di cittadini per non occuparsi che delle proprie condizioni materiali, spingendole così al vizio ch'oggi atteggiandovi a puritani rimproverate, voi che, irritati dal generoso rifiuto delle più tra le Associazioni, le denunziate all'Europa come fomite di perdizione e chiamate gliagiatia premunirsi contro il pericolo, siete a un tempocalunniatori e—se noi fossimo capaci più d'ira che di disprezzo—imprudenti.
Lasciamo i tristi gazzettieri all'oblìo. Ma tra gli uomini che s'intitolano, non intendiamo il perchè,moderati, come se tra il bene e il male del paese la parolamoderazionepotesse aver senso, al di sotto delle poche centinaja di faccendieri raggiratori che invadono le altre sfere, sono migliaja d'Italiani che amano come noi la patria, illusi di buona fede sulle vie che guidano al suo incremento e non d'altro colpevoli che di lasciarsi ciecamente ingannare, tra per soverchia arrendevolezza d'animo, tra per ignoranza di noi e delle nostre idee, da quei pochi raggiratori. Molti fra i nostri confondono queste due classi d'uomini e hanno torto. I primi illudono, e con essi s'ha da fare assoluto divorzio: i secondi non sono che illusi, e ci corre debito fraterno d'insistere a illuminarli e richiamarli al severo esame dei fatti. E a questi diciamo:
Voi non avete in Italia minaccia di pericoli sociali, di guerre tra classe e classe, di sconvolgimenti inspirati da ree passioni o da cupidigie volgari. Gli artigiani delle nostre città, miseri e angustiati come pur troppo sovente sono, non trascorrono a pensieri di violenza o mutamenti ingiusti e arbitrarî per sottrarre la loro vecchiaja alle crisi inevitabili d'una condizione che concede raramente la possibilità di risparmî: costituiscono, per senno istintivo, pazienza e amore intenso, disinteressato, di patria, una delle migliori speranze del nostro avvenire; e spira in essi un alito di quella virtù cittadina che animava le generazioni di popolani per le cui opere le antiche nostre Repubbliche diedero spettacolo unico al mondo di prosperità e di grandezza. Scendete tra essi: affratellatevi: interrogateli. Vissi, io che scrivo, con essi, e li vidi—quando proscritto e dannato nel capo dai governucci d'Italia, cercavo, volendo pure di tempo in tempo rivedere la terra che mi diè vita, asilo nelle loro case—a piangere sulle pagine di storia che registrano le nostre sciagure, a inorgoglirsi d'orgoglio generoso su quelle che ricordano le nostre glorie passate. Quando il primo incerto e debole soffio di libertà corse le nostre contrade ed essi se ne giovarono a raccogliersi in associazioni, la loro vita collettiva non varcò mai, ordinati i modi d'ajuto reciproco, al di là d'una giusta speranza di lento e pacifico progresso economico e d'un vivissimo desiderio d'una educazione che li rendesse capaci di giovare più efficacemente all'inalzarsi dell'edifizio italiano, all'onore, alla potenza, alla legittima influenza della bandiera italiana nel mondo: Nizza, Lissa, Custoza irritano le anime loro più assai che lo squilibrio frequente fra i salarî e le necessità della vita per sè e le famiglie; la servile politica seguìta dai nostri ministri e le transazioni col Papa che profanano Roma suscitano più fremito in essi che non l'ingiusto riparto dei frutti d'una produzione senza essi impossibile. E oggi, quando il numero cresciuto e l'ordinamento diffuso potrebbero, colla coscienza d'una forza importante, destarli a disegni più rapidi, a meno tolleranti esigenze, io non odo, nel mio contatto con essi, una voce che accenni ai concetti, cagione in altre terre di terrore alla classe abbiente, ma soltanto voci d'affetto all'Italia, di dolore per quanto la offende e profferte di sacrificî e d'opere attive a pro d'essa: fidano pel resto nella Patria rinata e nei beneficî inseparabili della Libertà. No: com'è vero che crediamo in Dio e nell'anima nostra immortale, voi non dovete, lo ripetiamo, paventare per quanto concerne le eterne basi dell'ordine sociale dalle classi artigiane d'Italia o da noi che da un terzo di secolo combattiamo, a viso aperto e senza riguardo al possibile allontanarsi da noi d'uomini traviatidi parte nostra, le intemperanze e gli errori dei sistemisocialisti, come a viso aperto e senza riguardo allo stesso pericolo combattiamo ilmaterialismo.
Rassicuratevi dunque; ma badate: le condizioni d'armonia, di concordia civile, delle quali andiamo alteri e che darebbero al nostro risorgere un carattere perduto in Francia e minacciato in Inghilterra, non dureranno se non ad un patto: che siate antiveggenti, giusti, devoti al progresso comune, come le classi operaje sono pazienti, tolleranti, devote alla Patria più che ai loro vantaggi materiali. Ogni diffidenza non meritata irrita chi ne è fatto segno: ogni accusa come quelle che, vergognando per chi le scrisse, abbiamo citate, infonde inconscia una amarezza nelle anime che può produrre gravi effetti più tardi: ogni perenne oblìo deidiritticreati da sacrificî compiti a una classe di fratelli, può suscitare in essa il pensiero di conquistarli colla forza, cieca sempre e travalicante oltre il segno. Pensateci. Al noncurante egoismo degliagiatidi Francia, all'imprudenza d'un sistema col quale i vincitori d'un giorno negarono al popolo che aveva combattuto per essi il programma politico ed economico conquistato, è dovuta gran parte dei traviamenti e delle esagerazioni che lamentate e lamentiamo con voi: abbandonata e delusa, la classe artigiana seguì per diverse vie quanti agitatori, repubblicani o dittatoriali, furono ad essa più larghi di speranze e promesse. Gli operaî italiani hanno da ormai cinquant'anni dato l'obolo e il sangue a quanti nobili tentativi vi guidarono al possesso di quanti diritti di elettorato, di stampa d'ufficî or voi possedete: non lo rammentano adesso perchè vedono tuttora mutilata l'Unità della Patria e minacciata l'Indipendenza: ma lo rammenteranno il giorno in cui l'una e l'altra saranno fatte secure; e ilcome, con quale tendenze o fremere di passioni, dipenderà, ricordatevene, dalla vostra condotta dell'oggi. È il manifesto decadimento di tutte le instituzioni esistenti; il difetto di virtùiniziatricein tutti i Governi; l'incapacità loro di andare oltre una stolta, infeconda dottrina diresistenza; il dualismo esistente più o meno per ogni dove tragovernantiegovernati; l'assenza di ogni credenza, d'ogni patto comune, norma agli atti della vita internazionale; le aspirazioni, i tumulti frequenti in ogni angolo dell'Europa; il sorgere di popoli a formare Nazioni nuove e il lento progressivo smembrarsi di vecchî Stati; le guerre, le insurrezioni, le paci brevi ed incerte; il bene e il male che si svolgono alterni davanti a noi: tutto v'avverte che il problema è generalmente, non di lente e gradualiriforme, ma di Rivoluzione fondamentale; che, come andiamo e andremo ripetendo ogni giorno, un'epoca di civiltà sta morendo, una nuova deve ordinarsi sul suo sepolcro. Pretender di chiudere il varco all'Avvenire è follìa: follìa il non curarlo e nascondere, come lo struzzo, il capo dentro la sabbia per non vedere il nemico che si avvicina. Tutti i problemi secondarî della vita stanno racchiusi in quell'Avvenire e ne dipendono. E quasi tutte le convulsioni d'anarchia, di risse civili, di rovina economica, che afflissero negli ultimi cento anni i popoli d'Europa, derivarono, a chi ben guarda, dalla improvvida noncuranza, dalla resistenza tentata, dalla ostinazione delle classi già fornite d'educazione intellettuale e ricchezza a non voler assumersi l'iniziativadegli inevitabili mutamenti e averla invece lasciata ai casi fortuiti o agli istinti, buoni quasi sempre, ma facili a traviarsi, delle moltitudini.
E uno dei principali caratteri di quest'Epoca nuova che albeggia, di questo moto europeo, è visibilmente la tendenza all'associazione, all'associazione proposta al libero assenso dell'individuo, siccomefined'ogni suo sforzo e missione della sua vita; e il principale nuovo elemento, chiamato a tradurre in atto la nuova tendenza, è l'elemento delle Classi operaje. Ogni epoca reca infatti con sè una definizione della Vita; ed è in oggi la definizione, che sostituisce la legge delProgressoa quella dellacadutae dell'espiazione:—un'idea delfineda cercarsi, ed è l'idea dell'Associazione che sottentra all'attivitàindividuale:—un nuovo elemento, stromento aggiunto, per raggiungerlo, agli altri; ed è, al di fuori dei popoli già costituiti, l'elemento slavo; in seno a ogni popolo, l'elemento operajo.
Il moto ascendente delle classi artigiane nelle città ha data oggimai da un secolo; lento ma tenace nel suo progresso e procedente di decennio in decennio colla legge del moto accelerato, e crescente negli ultimi vent'anni, visibilmente per tutti, in intensità ed estensione e acquistando via via ordinamento, potenza reale e coscienza d'essa. Traviato sovente altrove e guasto, in parte mercè l'altrui resistenza, da germi d'anarchia, è in Italia moto maestoso di fiume che aumenta la propria piena senza minacciar di sommergere le terre attraverso le quali scorre fecondatore. E dovrebbe far balzare l'anima di gioja a quanti Italiani sanno amare e vedono, nell'inalzarsi di tutti gli elementi che la compongono, l'inalzamento della Nazione e un pegno della futura Unità. Non siamo noi, tutti quanti nascemmo e nasciamo su questa diletta terra Italiana, fratelli e stretti ad un patto e necessarî tutti al compimento dei fati della Nazione? Non è l'Unitàmoraleonnipotente mallevadrice dell'Unitàmateriale? E può l'unità morale fondarsi e viver perenne sopra basi che non siano d'eguaglianza e d'associazione?
Noi intendiamo il dubbio e l'esitanza dei più davanti alla prima proposta d'un mutamento, d'un grado di progresso da salirsi, quando s'affaccia subita, proferita da poche voci, assoluta e minacciosa alle basi dell'esistente assetto sociale e isolata da ogni tradizione.
Ma quand'essa si presenta parte di tutto un moto d'emancipazione collegato colla vita provvidenziale dell'Umanità e anello logicamente aggiunto alla catena della Tradizione universale—quand'essa persiste crescente per lunghi anni, attraverso ogni sorta di prove, e conquista gradatamente a sè un maggior numero d'intelletti—quando il suofineè sulla via del fine generale assegnato all'Umanità e le sue conseguenze non accennano a rovina di giusti interessi attuali e di diritti legittimamente acquistati, pecca contro Dio e contro gli uomini, tenta l'impossibile e provoca riazioni tremende chi ad essa resiste.
Debito d'ogni uomo che ama davvero il paese e intende la Legge morale è ajutarla e dirigerla per le vie più pacifiche alla vittoria.
L'emancipazione deglischiaviera una rivoluzione dilibertàinevitabile tra il conchiudersi del Politeismo e il trionfo del Cristianesimo. L'emancipazione deiserviera una rivoluzione d'eguaglianzainevitabile nell'epoca iniziata dai nostri Comuni. L'emancipazione degli operaî è una rivoluzione che si compirà in nome del principio diassociazione, nell'epoca nostra. Essa darà, compiendosi, un nuovo elemento di vita al progresso morale delle affiacchite generazioni, un nuovo pegno di forza al nostro sviluppo politico, un nuovo impulso alla produzione.
Gli operaî hanno diritto meritato di sviluppo alle loro facoltà morali, e devono averlo dall'amore e dal plauso di tutti i loro fratelli—dirittodi sviluppo alle loro facoltà intellettuali, e devono averlo dall'Educazione Nazionale obbligatoria per tutti e dall'insegnamento di professione agevolato, accessibile a tutti—e dacchè quel doppio sviluppo non può compirsi quando le necessità della vita fisica esigono un lavoro di tutte le ore, diritto di miglioramento nelle loro condizioni economiche; e devono averlo in parte dall'opera loro, in parte dalla Nazione. Ma questa parte della Nazione non costerebbe gravi sacrificî ad alcuno e accrescerebbe a benefizio di tutti le sorgenti della produzione. Un sistema di tributi che lascierebbe inviolato il necessario alla vita: un sistema di Banchi che fonderebbero il creditolocaleespecialetanto da concedere alla moralità e alla capacità accertate delle Associazioni operaje quelle anticipazioni ch'oggi non si concedono se non a firme note di negozianti; un sistema di colonizzazione applicato ai quattro milioni, o poco meno, d'ettari di terreno tuttora incolto in Italia; pochi ajuti e agevolmente dati al metodo d'associazione destinato a riunire nelle stesse mani ilcapitalee illavoro; alcune instituzioni tendenti a costituire giusti giudizî arbitrali tra gli operaî e gli attuali detentori di capitali, basterebbero ad accertare pacifico trionfo al moto emancipatore, senza perturbazione alcuna nelle condizioni economiche ch'oggi sono.
Inseparabili da questi provvedimenti e dal moto emancipatore delle classi industriali sono, noi lo sappiamo, altri mutamenti nelle condizioni civili ed economiche necessarî ad assicurarne la durata e gli effetti reali—una semplificazione delle forme giudiziarie, graviegualmentein oggi a chi ha molto e può superarne i danni, e a chi ha poco e nol può—l'abolizione d'ogniprivilegiodato ad alcune categorie di creditori sui beni mobili ed immobili dei debitori—la soppressione d'ogni cosa che inceppi la circolazione dell'elemento territoriale—l'abolizione dei tributi indiretti e la successiva unificazione di tutti in uno—un sistema finanziario fondato sull'economiae sull'incremento delle sorgenti diproduzione—ed altro. E sappiamo pure che disposizioni siffatte non sono da sperarsi colla Instituzione che regge, ed esigono l'ordinamento d'un Potere Legislativo nel quale il Lavoro possa essere largamente rappresentato—d'un Potereesecutivo, responsabiletuttoe amovibile, richiamato all'ufficio definito dal nome—d'unaamministrazionelasciata il più possibile all'elezione delle località—d'un sistema di difesa che sostituisca all'Esercito permanente la Nazione armata—d'un concetto di vita politica insomma che, considerando il Progresso comefinealla Società, ildirittocome emanazione del Dovere, l'Educazione morale verso la coscienza delfinecomune come base di Legislazione, il Voto e l'Armi come segno di missione nei cittadini, inalzamento dell'umana dignità e stadio iniziatore all'Educazione, faccia possibile l'armonia fra Governo e Popolo, l'economia nelle spese, l'applicazione dell'entrata al bene di tutti, l'aumento della produzione e del consumo corrispondente. Ma non sono, per gli uomini di buona fede, le questioni di forma governativa dipendenti dalfineche dobbiamo raggiungere? E se essi dovessero, riesaminando, convincersi che il problema delle classi artigiane, quale noi lo accennammo,esigeuna soluzione, e che questa soluzione è nell'attuale sistema impossibile, non dovrebbero cercarla altrove con noi?
È tempo che i buoni s'adoprino a intendersi e a cancellare dall'animo le ostili, sospettose, rissose abitudini dipartito. Avversi e irreconciliabili a quelle poche centinaja di tipi, che, nascenti dall'avidità o dall'ambizione, fanno bottega del tempio, noi non guardiamo ai dissenzienti sinceri come a nemici; combattiamo idee, non uomini;serbiamo l'anatema a quei che illudono, non agli illusi. In questa nostra Italia nascente, sui primi passi della quale dovremmo noi tutti vegliare con amore e trepidanza religiosa, ogni guerra di passioni, ogni linguaggio che susciti a istinti di terrore, d'invidia, di riazione, ci sembra colpa. Fummo e saremo, affermando, colla parola e quando che sia col fatto, la nostra credenza, tolleranti d'ogni passato leale. E perchè ci sentiamo tali, abbiamo diritto d'esser creduti quando diciamo che scrivendo aimoderatid'oneste intenzioni, noi non pensiamo che all'avvenire della madre comune e al male che può escire dal loro improvvido attraversarsi a ciò che è disegno di provvidenza più assai che d'uomini, dall'indifferenza stessa a un progresso che deve compirsi, con essi o contr'essi.
L'Italia, quale oggi l'abbiamo, senza patto, senza norma morale che inspiri gli atti pubblici della sua vita, senza intelletto delle sue grandi tradizioni, senza coscienza di missione nel mondo, senza definita politica internazionale, trascinata da pochi uomini che si sottentrano sempre gli stessi, cadendo e rizzandosi a vicenda per breve tempo, entro un cerchio che ha scritto da un lato:inferiorità fra le Nazioni, dall'altro:resistenzaerovina, non è l'Italia che essi vogliono, che noi vogliamo. Ma limitandoci ora alla questione speciale che ci occupa, credono essi che una rivoluzione nazionale possa compirsi nell'angusta sferapoliticae senza produrre gravi modificazioni nella sfera della vitasociale? Credono che le classi diseredate di diritti politici e socialmente inferiori possano affratellarsi durevolmente con essa, possano eternamente rassegnarsi a dare per essa il loro sangue e l'opera loro se non raccogliendone giovamento alle loro misere condizioni? Intendono la voce del Fato che domina d'alto la logica progressione storica seguìta sulla spirale del Progresso dal moto emancipatore? Non sentono nell'anima ciò che spira di santamente solenne nel lento sorgere del popolo tendente a formare nell'eguaglianza e nell'amore l'unità della umana famiglia? E hanno mai veduto nella Storia milioni d'uomini agitarsi lungamente in seno a una Patria verso un giusto miglioramento e rimanere lungamente inascoltati, senza travolgersi, dietro a suggerimenti pericolosi, nel rancore, nella tendenza a ribellioni violente e nella esagerazione delfinecercato?
Gli uomini delle classi medie, gliagiati, pensino e provvedano. Figli dei Comuni, ricordino che gli artigiani chiedono oggi emancipazione dagli ordini che regolano ilsalario, ajuti all'associazionee diritti di cittadini in nome della stessa legge di Progresso che li spingeva, sei secoli addietro, a emanciparsi dagli ordini del signorilismo feudale. Sciolgano il problema del Lavoro, se possono, colla Instituzione attuale: se non possono, vengano a noi. Ma sopratutto rinneghino ogni linguaggio simile a quello del gazzettiere imprudente dal quale prendemmo le mosse. Ogni sillaba d'articoli siffatti è veleno nelle vene del corpo sociale.
L'orgia d'ira, di vendetta e di sangue della quale Parigi da molti giorni dà spettacolo al mondo, c'inchioderebbe la disperazione nell'anima se la nostra fosseopinione, non fede. Un popolo che si volge briaco, furente in sè stesso coi denti e lacera le proprie membra urlando vittoria, che danza una ridda infernale intorno alla fossa scavata dalle sue mani, che uccide, tormenta, incendia, alterna delitti senza una idea, senza scopo, senza speranza, col grido del pazzo che pone fuoco alla propria pira e sotto gli occhî dell'invasore straniero contro il quale non ha saputo combattere, ricorda alcune fra le più orrende visioni dell'Inferno Dantesco. Ilterroree i patiboli del 1793 avevano non foss'altro a scopo, nella realtà o nell'imaginazione, la difesa dell'unità della Francia. Le proscrizioni romane, da Mario e Silla al Triumvirato, sorgevano, non giustificate ma spiegate, da una contesa di secoli tra una aristocrazia, che voleva perpetuarsi quando i tempi e l'impotenza la dichiaravano decaduta, ed una democrazia, che preparava mal diretta le vie alle dittature militari e all'Impero, ma che generalmente tendeva ad allargare agli Italiani la cittadinanza romana. Perchè scorre a torrenti il sangue in Parigi? Perchè i combattenti delle due parti hanno pugnato o reprimono con ferocia irochese, con insana sete di strage, propria di belve e non d'uomini? Il Comune, sorto non per unprincipiodi Patria o d'Umanità, ma per uninteresseparigino, scannava deliberatamente gliostaggiquando la loro morte non giovava menomamente la sua causa e deliberatamente commetteva alle fiamme gli edifizî e le glorie storiche della Città quando abbandonava via via le località dove erano posti. L'Assemblea, eletta per decidere della guerra e della pace e senza titolo in oggi d'esistenza legale, indice atroci carneficine non di combattenti ma di prigionieri e irrita al sangue con infami lodi e panegirici trionfali una soldatesca sfrenata che cerca soffocare, trucidando fratelli, il senso di vergogna, vivo in essa, per le disfatte patite nella guerra contro le milizie germaniche, quando fin l'ombra del pericolo è svanita e gli uomini del Comune sono spenti, imprigionati e fuggiaschi. Il sangue fu versato e si versa senza intento fuorchè di vendetta contro i vincitori da un lato, di vendetta contro i vinti dall'altro, per odio o crudele paura; basse passioni colpevoli sempre e indegne d'ogni buona causa, infami quando ricordano il delitto di Caino e infieriscono tra figli della stessa terra. LaFrancia intera assiste impassibile, senza aver tentato di trattenere con un unanime grido di orrore gli uomini del Comune da fatti ai quali negli ultimi giorni accennavano, senza coraggio di gridare oggi al Dittatore dell'Assemblea ilSurge Carnifexdi Mecenate ad Augusto.
Ma noi? L'Europa? L'Italia? Non abbiamo doveri? Ci adopriamo a compirli? Davanti all'agonia convulsiva d'un popolo suicida, dobbiamo abbandonarci a uno scettico sconforto ch'è codardia, o raccogliere, a seconda delle nostre tendenze, un legato d'ira o d'insana paura da quel letto di morte a rischio di preparare fra noi la ripetizione degli orrori compiti altrove?
Primo nostro dovere è quello di separarci apertamente, dichiaratamente, dalle due parti e provvedere a che non si smarrisca in Italia il sensomoraleperduto pur troppo in Francia. Guai a noi se non sentiamo nell'anima che ogni nostro progresso futuro è a quel patto! Guai se la santa battaglia tra il Bene e il Male, tra la Giustizia e l'Arbitrio, tra la Verità e la Menzogna, combattuta nella piena luce del cielo e sotto l'occhio di Dio in Europa, si converte in guerra condotta nelle tenebre senza norma determinata, senza un faro che guidi i combattenti, senz'altra inspirazione che d'impulsi d'un'ora e delle misere passioni d'ogni individuo!
Noi non alludiamo segnatamente ad alcuno, ma deploriamo un fatto innegabile: il campo dell'opinione s'è generalmente diviso in due, il campo di quei che più o meno apertamente parteggiano pel Comune e il campo di quei che parteggiano più o meno esageratamente per l'Assemblea: gli uni e gli altri tendenti a velare, tacere o magnificare i fatti e ingigantirne o dissimularne i caratteri e le conseguenze a seconda della parte adottata.
Abbiamo udito da un lato attenuare la strage degli ostaggi come diprovaticolpevoli di segreto contatto con Versailles e profanare a proposito degli incendî i sacri nomi di Sagunto, di Saragozza, di Missolungi. Gli ostaggi erano tali e non altro: non avevano subito processo nè un solo interrogatorio. E quanto alle città nominate, combattevano contro un invasore straniero e i prodi che avevano giurato difenderle fino all'ultimo alito di vita si sotterrarono sotto le loro rovine lasciandoci esempio che noi dovremmo, occorrendo, imitare: gli uomini del Comune davano moto agli incendî partendo, e commettevano a rovina la loro città e a morte cittadini abbandonati e indifesi quand'essi speravano di salvarsi. Pugnarono da forti, chi il nega? Ma il combatter da forti non merita il nome di eroismo: lo merita il combattere santamente per una santa bandiera: dove no, l'Italia conta difese di masnadieri che dovrebbero ottenere quel nome. Oggi pur troppo le tendenze instillate dai sistemi materialisti travolgono molti dei nostri giovani in una cieca adorazione del coraggio fisico, del fattoesterno, senza nesso coll'origine e colfinecercato, che minaccia di sostituire un nuovomilitarismoall'antico.
Abbiamo udito dall'altro lato acclamare all'Assemblea come a tutrice dell'ordinee dellalibertà, e il nome incontaminato di Washington dato, senza arrossire, a Thiers. L'Assemblea e Thiers passeranno, checchè oggi si dica, ai posteri con una nota d'infamia. Firmarono tremanti una pace vergognosa, che smembrava la loro Patria, con lo straniero, quando dovevano mandare un grido solenne di resistenza collettiva alla Francia e disperdersi poi nelle provincie per capitanarla: non osarono recarsi in Parigi quando raccogliendosi intorno la popolazione più ragionevole potevano tentare conciliazione e riuscire: potevano, con una franca dichiarazione repubblicana richiestadalla parte intelligente della nazione e con una legge di largo e libero ordinamento municipale, sopprimere ogni ragione di contesa, e nol vollero: spinsero contro gli insorti irritandoli col nome dimalfattori, e quasi a impedire ogni possibilità d'accordo, i generali del Bonaparte: parlavano jeri d'abolire ogni legge di proscrizione, lasciando col fatto la facoltà di proscrizione alla soldatesca, e preparano oggi, pur sapendo di commettere a nuova guerra civile immediata o in breve periodo di tempo il paese, la via del trono alla dinastia Borbonica. Quei che inneggiano all'Assemblea o non guardano ai fatti o sono corrotti com'essa.
Noi dobbiamo, lo ripetiamo, separarci solennemente dagli uni e dagli altri. Nè cogli uni nè cogli altri stanno la Giustizia e l'eterno Diritto; e noi non dobbiamo avere altra norma ai nostri giudizî. Siamo repubblicani; e siamo convinti che se v'è modo perchè la Francia lentamente risorga, si rieduchi al culto del Vero e della Legge Morale e si sottragga alla tristissima necessità di violenti rivoluzioni periodiche e frequenti, sta nell'instituzione su giuste basi d'una repubblica. La corruzione francese è frutto delle due monarchie borboniche e dei due imperi: crescerebbe e diventerebbe cancrena durando la monarchia; nè la Storia ci ricorda esempio di popoli rigenerati pel ritorno di dinastie due volte cadute. L'argomento continuamente ripetuto che per fondare repubblica si richiedono anzi tratto repubblicani e virtù repubblicane, somma a dire che l'educazione repubblicana deve darsi dalla monarchia o in altri termini che la fede in un principio deve insegnarsi dal principio contrario. Le repubbliche si fondano appunto per creare, coll'educazione repubblicana, repubblicani. Esiste in Francia, sorgente di tutte le interne contese, un profondo squilibrio tra le città che sono repubblicane e le campagne che, ineducate e impaurite tuttora dai ricordi delterroree delle carneficine del 1793, nol sono. Una educazione nazionale uniforme[163]può sola vincere quello squilibrio; e quell'educazione non può darsi se non dalla Repubblica. Le monarchie, minacciate, condannate a vivere per un tempo soltanto e sapendolo, non possono dare ciò che presentono dover presto o tardi convertirsi in arme nelle mani dei suoi nemici. Ma perchè siamo repubblicani e ci assumiamo un'opera d'apostolato con chi non è tale, dobbiamo sapere e dire apertamente e senza riguardi tattici con amici o nemici, quale è, quale non è la Repubblica da noi invocata. L'appagarsi del nudo nome e dichiararsi campioni d'ogni uomo che scelga di proferirlo, è peggio che arrendevolezza puerile, è tradimento d'un dovere verso chi dobbiamo cercare di convincere: l'irritarsi della caduta di chi svisò il concetto repubblicano o intese a proteggerlo con fatti immorali o feroci, soltanto perchè chi determinò la caduta appartiene al campo nemico, è peggio che inutile: è oblio d'ogni missione educatrice sagrificata a un impulso d'odio che non dovrebbe allignare in noi. Poco importa inveire contro lo strumento immediato della caduta—quello strumento si romperà alla sua volta—ciò che importa è l'additareperchèquel travisato concetto fosse dal nascere condannato, per mano di chicchessia, a perire, e come non debba trarsene argomento alcuno a danno del vero e giusto concetto e della forza contenuta in esso per vincere. Ed è questo che la stampa repubblicana davverodovrebbe fare. L'Instituzione che combattiamo non è oggimai più forte, tra noi, in Francia e altrove, di forza vitale propria: la sorreggono i nostri errori. Ogni incertezza lasciata dal nostro linguaggio o dal nostro silenzio su ciò che dovrà sottentrare, ogni vecchia paura rinvigorita da fatti come quei compiti a Parigi, ogni stolta minaccia di vendetta avventata nell'ira e dimenticata il momento dopo, è più potente puntello a un sistema cadente che non un esercito agitato da vergogne subìte e dal senso dell'onor nazionale o una moltitudine d'impiegati mal retribuiti, mal fidi e tentennanti fra le due parti o l'illusione mantenuta fiaccamente da una opposizione che accenna sempre a colpire, incapace di farlo, e alla quale il paese guardava un tempo sperando, oggi guarda a deplorarne le condizioni.
È tempo or più che mai pei repubblicani di mostrarsipartitoe nonfazione: collettività d'uomini raccolti intorno ad unprincipio, non nucleo d'individui collegati a tempo per l'interessed'uno o di più. E questoprincipio—concetto della Vita fondato sopra una Legge di Progresso morale, intellettuale, economico, da svolgersi per mezzo dell'associazione di tutti gli elementi che formano Nazione e tra un popolo e l'altro—è sola sorgente d'autoritàper noi, solo criterio per giudicare dei programmi e degli atti che via via si succedono in questo periodo di transizione: la forma repubblicana non è che un mezzo—unico a senso nostro—per tradurre in rapida realtà l'associazionealla quale accenniamo. Nei termini di questoprincipiosta la nostra solidarietà con quanti si dicono repubblicani. Ogni tentativo di rinnovamento politico e sociale che non muove da quelprincipioo lo viola col predominio dato alla sovranità dell'io, o chiude il varco all'Associazionesmembrando l'unità della più alta forma d'Associazione, laPatria, o contamina la bandiera con atti d'ingiusta e non necessaria violenza funesti al progressomoraledel popolo, non è nostro e lo respingiamo. La sua vittoria—se potesse averla—non sarebbe vittoria nostra, nè c'inorgoglirebbe di forza o speranze. La sua disfatta non è nostra disfatta, non c'infiacchisce per subiti irragionevoli sconforti, non scema probabilità di successo alla nostra fede.
Come hanno potuto aver luogo nel secolo XIX, in una città sede d'incivilimento com'è Parigi, gli eccessi dai quali prendemmo le mosse nel numero precedente? Perchè un popolo generalmente gentile, lieto, affettuoso come il francese, ha smarrito a poco a poco ogni senso morale? Come mai in una Nazione nella quale l'Unità e l'orgoglio di Patria sembravano più che altrove incarnati in ogni cittadino, assalitori e assaliti dimenticarono l'una e l'altro a un tratto, gli uni proponendosi un programma di smembramento affermato in ultimo con una insensata distinzione d'uomini e cose, gli altri combattendo i nati com'essi di Francia con una indegna ferocia, con un accanimento di selvaggi briachi, che aspettò, a rivelarsi, la vittoria dello straniero pacatamente e vergognosamente subìta? Non dovrebbero gli Italiani—invece di dividersi in fanciulli irritati che strepitano vendetta per opinioni e fatti non loro e machiavellisti senza cuore che non vedono nella rovina d'un popolo se non un'arme per ferire ingiustamente gli avversi al loro sistema—meditare severamente sulle cagioni dei tristi fatti e tentare di sviarle da noi? Non sanno i nostri che in Francia il nemico più potente della Repubblica è tuttora, nella popolazione rurale, il ricordo del settembre 1792 edei patiboli del 1793—che l'uccisione degli ostaggi e gli incendî hanno triplicato le probabilità d'un vicino successo alla monarchia—che in Italia ogni imprudente avventata manifestazione di favore ai colpevoli di quegli atti basta a suscitare nella classe media sospetti e paure propizie al Governo? Non sanno gli avversi che le loro esagerazioni, le loro condanne a una parte sola, i loro calcolati terrori che qui s'imitino dai repubblicani e dalle classi inferiori eccessi ripugnanti a tutte le tendenze italiane, irritano gli animi stanchi ormai di calunnie, suscitano spiriti di riazione pericolosi e possono trascinare le classi che hanno più ragione di lagnarsi del sistema attuale a dire:ci accusano ad ogni modo: facciamo?
Abbiamo detto e diremo senza ritegno e senza calcolo di conseguenze immediate possibili ciò che ci sembra vero agli uni e agli altri. Taluni dei nostri amici ci consigliano di tacere su certe questioni e di modificare il nostro linguaggio sovr'altre:correte rischio, dicono,d'allontanare da voi giovani nemici accaniti del sistema che voi combattete e che sarebbero forse primi, occorrendo, all'azione. Non possiamo accogliere quel consiglio. Se, perchè siamo repubblicani, dobbiamo far nostra la massima:la bandiera copre la merce, e accettare l'assurdo, retrogrado, politicamente immorale concetto di repubblica trovato novellamente in Parigi e sul quale dovremo tornare, meglio è gettare la penna e tacere. Se, perchè ad alcuni giovani piace di rinnegare la tradizione intera dell'Umanità, di chiamare Scienza la più o meno accurata descrizione dei fenomeni organici e la negazione della causa di quei fenomeni, di dirsi atei e nemici d'ognireligione soltanto perchè non credono nell'attuale, dobbiamo tacere di filosofia religiosa e desumere la missione e i fati della nostra patria dal concorso fortuito degli atomi o da un numero determinato di combinazioni passive d'una data quantità di materia, meglio è lasciare che caso e materia operino a senno loro e limitarci a registrare—e a rispettare—gli eventi. Le idee sono per noi una cosa santa. Non possiamo velarle o distribuirle a dosi omeopatiche per piacere ad altri e nella speranza che una parte infinitesima sia inavvertitamente assorbita. Le tattiche parlamentari non sono da noi, nè valgono a mutar gli Stati e collocarli sotto l'egida d'un nuovo principio. Noi amiamo sovra ogni altra cosa l'Italia; ma la vogliamo connessa colla vita e col progresso dell'Umanità, faro tra i popoli di moralità e di virtù. Vogliamo repubblica, ma pura d'errori, di menzogne e di colpe: a che varrebbe l'averla, se dovesse nudrirsi delle passioni, delle ire, dell'egoismo che combattiamo? Diversi dai sognatori che predicano pace a ogni patto, anche di disonore per le nazioni, e non s'adoprano a fondar la Giustizia unica base di pace perenne, noi crediamo, in dati momenti, sacra la guerra; ma questa guerra deve combattersi nei limiti della necessità, quando non è via, se non quella, al bene, diretta da un principio religioso di Dovere, leale, solenne, coll'altare della Clemenza eretto di fronte all'altare del Coraggio, non contaminata di vendetta, di brutale ferocia, di sfrenato orgoglio dell'io: se la nostra guerra diventasse quella delle soldatesche educate in Africa alle stragi del 2 dicembre o la combattuta recentemente in Parigi, non meriteremmo di vincere. Ignoriamo se dicendo questo noi siamoinferioriosuperiorialla situazione: sappiamo che la Repubblica ha preso obbligo col mondo d'essere migliore dell'Instituzione avversa e ci dorrebbe che i repubblicani lo dimenticassero.
Il senso morale s'è smarrito in Francia sotto la lenta dissolvente opera del materialismo socialepraticosceso negli animi dal materialismo filosofico. Non crediamo che, dalla China in poi dove la separazionedella Morale da una credenza religiosa impietrì l'intelletto e vieta da duemila anni ogni progresso, prova più solenne di questa sia mai stata data a noi tutti delle fatali conseguenze che il materialismo trascina dietro a sè quando invade, non come momentanea protesta contro una fede spenta, ma come dottrina inviscerata nelle abitudini, le membra d'una Nazione. Gli ingegni superficiali e irriverenti alle severe lezioni dei grandi fatti e all'importanza delle questioni che trattano possono sfogarsi in maledizioni impotenti a Thiers, a un generale bonapartista, a una o ad altra congrega d'uomini, come cagioni determinanti delle tristi cose che accadono. Ma dicano, se possono, perchè dal 1815 in poi la Francia s'aggiri in un cerchio fatale, senza escita, d'esperimento in esperimento, di delusione in delusione: dicano perchè la parte repubblicana, potente di verità, di giustizia, d'intelletto, d'energia e di favore—non fosse che per patimenti durati e sete di mutamento di popolo—non possa finora vincere, sorga, trionfi e invariabilmente ricada: dicano perchè poteri invecchiati e consunti, perchè Instituzioni impotenti a inspirare amore e incapaci d'ogni virtù iniziatrice durano tuttavia scimiottando la vita e chiudono, fantasmi temuti, la via che guida al futuro. Uomini come Thiers, Assemblee di gente mediocre come quella di Versailles sono strumenti di cagioni, non cagioni. Davanti a un moto repubblicano fondato sopra un concetto di Vero e sull'amore sincero del Bene, sfumerebbero come sfumerebbe il Papato davanti a un popolo forte non di semplici negazioni, ma d'una fede religiosa migliore.
In Francia, il materialismo, insinuato prima dai tristi esempî di corruzione dati dai principi e dalle corti monarchiche, suggerito dal freddo incerto mentito deismo di Voltaire e d'altri fra i così detti filosofi che volevano, in nome di non sappiamo quale aristocrazia dell'intelletto, libertà assoluta per sè e un vincolo qualunque di religione pel popolo, si rivelò apertamente sul finire del secolo XVIII con Volney, Cabanis e più giù con d'Holbach, Lametrie, l'autore delSistema della Natura, e altri siffatti. Per questi atei, i più tra i quali—ed era logica—furono poi, tra imutidel Senato conservatore o altrove, servi sommessi di Napoleone, ilpensieronon era che una secrezione del cervello, definizione dellaVitaera laricerca del ben essere, la sovranità eradirittodiciascunindividuo, vincolato soltanto a non violare il diritto altrui. Là, nell'accettazione teorica o pratica, conscia o inconscia, di quelle stolte esose dottrine, sta il germe della rovina di Francia—e della nostra, se mai per la loro predicazione, impresa da giovani inconsiderati, migliori per ventura del loro linguaggio, prevalessero anche fra noi.
Cancellata così ogni idea d'adorazione a unidealesuperiore comune di vita collettiva dell'Umanità, difineassegnato all'esistenza terrestre, di Dovere comandato a raggiungerlo, di sovranità di una Legge Morale preordinata, non rimase a norma degli atti se non la nuda idea deldiritto, della sovranitàindividuale, idea senza base per sè, inefficace in ogni modo a risolvere i grandi problemi che cominciavano ad agitarsi nell'anime. Quell'idea non può—se pure—guidare che allalibertà; e a risolvere quei problemi bisognava risolvere prima quello dell'associazione. E le conseguenze alle quali accenniamo, sono inevitabili, fatali. Noi sappiamo che, come s'incontrano in oggi uomini credenti a un tempo nel dogma cristiano e nella Legge del Progresso, molti fra gli attuali materialisti si professano credenti nel Dovere, nella vita collettiva e progressiva dell'Umanità, nell'Associazione, in ogni idea promulgata dal nostro campo; ma lapatente contradizione non prova, se non che in molti uomini gl'impulsi del cuore sono, per ventura, migliori delle loro facoltà intellettuali e della loro potenza di logica. Nessuno può presumere d'educarealtri—e la questione è per tutti noi di trovare un principio d'Educazione—a contradirsi ed essere illogici perennemente! nessuno può dire ad un popolo: «tu crederai nellacadutae nellaredenzionee ad un tempo nel Progresso come in Legge data da Dio alla Vita»: nessuno può dirgli:tu crederai nel Dovere e nel Sacrificio, ma non crederai in una Legge Morale prefissa da un Intelletto supremo su tutti, nè in cosa alcuna fuorchè nella sovranità di ciascuno degli uomini che s'agitano nel tuo seno. Gli individui possono rinnegare per un tempo la logica e spassionare l'orgoglio a parlare di quello che non intendono: un popolo intero nol può. Togliete ad esso Dio, cielo, ideale, immortalità di progresso, nozione d'una Legge Provvidenziale prestabilita e il vincolo comune d'unfineassegnato; e lo vedrete guardare esclusivamente a' suoiinteressimateriali, combattere, ma unicamente per essi, sperare per soddisfarli nella sola forza, soggiacere volonteroso a ogni potente che prometta curarli, sostituire alla sovranità dell'intelletto fecondato dall'amore quella dei proprî appetiti e delle proprie passioni. In questa ineluttabile necessità sta, lo ripetiamo, la sorgente di tutti gli errori, di tutte le colpe francesi.
La falsa teoria della sovranità dell'io, la falsa dottrina che ogni popolo, ogni individuo appartiene a sè stesso e non alfineche gli è prescritto, che deve a ogni patto cercar di raggiungere e che solo dà valore e consecrazione alla vita, trascinarono, nella Rivoluzione Francese, non dirò Hebert, Chaumette e altri siffatti alle orgie di terrore e di sangue che spaventarono e spaventano tuttora i popoli, ma uomini come Brissot e Isnard alla negazione d'ogni Sovranità Nazionale, al predominio delle più piccole località sull'insieme, al federalismo logicamente spinto fino alla sovranità del campanile di ogni comune che, ingiustamente attribuiti ad altri, costarono al paese il miglior sangue della Gironda e, riprodotti in oggi dagli insorti di Parigi, costano un nuovo grado di decadimento alla Francia. Poi sottentrò, accolto da un popolo stanco di stragi cittadine e al quale il terrore avea già insegnato a prostrarsi davanti alla vittoria e alla Forza, Napoleone; e nel secondo periodo della sua dominazione, quando il senso d'una missione perì in lui sotto l'orgoglio del Potere e la tendenza a sprezzare i popoli che lo adulavano, egli scavò più profondo il solco del materialismo pratico nell'anima della Francia, rinnovando, per calcolo errato, una larva di potenza a un Cattolicesimo incadaverito e nel quale ei non credeva: ponendo in luogo della Nazione sè stesso e un esercito, creando in quell'esercito l'idolatria dellabandierasenza riguardo alprincipioche solo può santificarla, e nella Nazione l'idolatria della Gloria e della Conquista senza riguardo alfinepel quale è mietuta la prima, e alla missione d'incivilimento che sola può far talvolta legittima la seconda; aborrendo, perchè ne temeva, leideee accarezzando soltanto una scienza collettrice di fatti; avvezzando i Francesi a credere che quanto la Francia voleva e poteva eradiritto. Poi vennero le due Ristaurazioni Borboniche—il materialismo superstizioso della prima combattuto dal Voltairianismo borghese—il culto degli interessi materiali promosso sistematicamente dalla seconda a sviare il popolo dal culto dei grandi principî—la menzogna perenne degli uomini dell'Opposizione tendenti come i nostri d'oggi a minare una Instituzione e nondimeno giurandole fedeltà e acclamando al monarca pur congiurando contro la monarchia—una politica internazionale destituita d'ogni principioe fondata sfacciatamente sull'egoismo—una corruzione nelle alte sfere che coll'esempio e collo spettacolo dei conforti ottenuti allettava il popolo all'imitazione. Sorgeva intanto dai tempi maturi, dalla pessima distribuzione della ricchezza, dai bisogni e dall'intelletto più sviluppato degli artigiani la così detta questionesociale; questione santa e religiosa, per chi l'intende davvero, oltre ogni altra, dacchè mira a fondare l'Economia sul dovere e sull'amore reciproco e ad avvicinarci d'un grado all'unitàumana ch'è nostrofine; ma che, immiserita e sviata anch'essa dal materialismo dei capi-scuola, si concentrò sull'unico problema dei godimenti fisici, propose comefineciò che non doveva essere se nonmezzoal progresso intellettuale emorale, scisse in due il campo repubblicano, allontanò più sempre una moltitudine d'operaî dalle grandi idee e dai grandi doveri che soli fanno o promovono un popolo, intiepidì in essi l'amore e il culto della Patria fomentando l'odio tra chi aveva già raccolto i frutti del lavoro e chi voleva raccoglierli e sostituendo all'ideale della Nazione il Falanstero, il compartimento Icariano o l'Opificio ordinato in un dato modo. Allora, mentre Saint-Simon e Fourier petizionavano per danaro, a pro della trasformazione sociale, ad ogni Autorità o frazione d'Autorità, e Proudhon aboliva Dio per sostituirgli logicamente la Forza, s'insinuò negli animi l'immorale concetto che le questioni politiche a nulla giovavano, che la questione economica era la sola da contemplarsi, che da qualunque parte o in nome di qualunque principio venisse tentativo o promessa di risolverla, doveva accettarsi. E vedemmo da un lato insurrezioni senza programma determinato attizzare tremenda la guerra civile e rovinare la Repubblica del 1848 tiepida nella fede e inferiore al mandato, ma che avrebbe avuto miglioramento dall'unione e dal tempo; dall'altro, gli artigiani di Parigi a incrociare le braccia davanti all'usurpazione del secondo impero per la incerta e triste speranza che da esso potesse scendere il mutamento sociale invocato. Intanto, mentre l'esclusivo intento dei vantaggi materiali da conquistarsi in ogni modo e per qualunque via pervertiva il senso morale del popolo, l'Esercito, travolto dietro al materialismo dellabandiera, delsimbolosostituito all'idea, combatteva con animo eguale contro la Repubblica Romana, contro lo Tsar, contro il Messico, contro i proprî concittadini. Per l'Esercito, pel Popolo, pe' suoi nemici lavita—sacra per noi nell'origine e nell'avvenire, escita da Dio e destinata all'immortalità—ha perduto ogni santità; quale santità può mai avere un frammento di materia animata da una forza destinata a morire per sempre?
Così è caduta la Francia. Così cadrà ogni popolo al quale il materialismo insegni chegioireevincergli ostacoli ai godimenti son norma alla vita. Così non cada, appena nata, l'Italia!