III.

La nostra bandiera, o giovani, è santa come se ci fosse affidata da Dio pel compimento del suo disegno sull'Umanità, o non è che misera insegna di risse civili e di passioni suscitate nell'anima nostra dall'egoismo sotto qualunque nome si celi. Custoditela santamente, come custodireste l'onore della madre vostra. Circondatela, incontaminati, incontaminata, di forti e pure opere, di forti e puri pensieri, tanto che il mondo vegga la virtù moralizzatrice ch'è in essa. Non la macchiate d'un solo pensiero di vendetta, non l'appannate d'un solo alito d'egoismo. Voi dovete esser migliori di quei che v'avversano e, dove nol siate, credete a me e all'insegnamento dei fatti, non vincerete. Non adorate la forza, il coraggio, l'orgoglio della vittoria per ciò che hanno di splendido in sè: adorate l'idea, della quale forza, coraggio, vittoria hanno ad essere strumenti e senza la quale la forzasi trasforma in violenza brutale, il coraggio è dote sterile d'organismo, la vittoria è supremazia inefficace di fratelli sopra fratelli. Non rievocate dagli esempî stranieri ricordi d'un terrore che ha infamato la libertà, o nomi d'uomini che mutarono in concetto d'odio un concetto d'amore e spianarono con quel mutamento le vie a nuove tirannidi: la vostra storia vi porge ricordi e nomi migliori, e in verità la memoria dell'ultimo fra gli artigiani che posero nel 1530, senza ira e basse passioni, sostanza e vita per la libertà repubblicana di Firenze, è miglior auspicio all'impresa futura che non i nomi di Robespierre e Marat. Lasciate la Francia e le sue false dottrine: non vedete a quali termini dottrine e uomini l'hanno ridotta? Inspiratevi alle vostre tradizioni fecondate dalla grande tradizione dell'Umanità: raccoglietene la perenne voce, riveritene le costanti idee trasformate sempre, non mai cancellate. Voi non potete, in nome d'un istinto passeggero di ribellione, rinnegare il Genio dell'Umanità e de' suoi Grandi che vi grida di secolo in secolo, d'epoca in epoca, Dio, Legge, Dovere, Patria, Amore, Progresso, Immortalità. Come gli uomini della Compagnia della morte nelle battaglie lombarde, prostratevi all'eterno Vero e sorgete per vincere.

Ricordo una preghiera d'un poeta slavo-polacco che ama la patria come pochi l'amano: «Noi non vi chiediamo, o Dio, la speranza; essa scende, come pioggia di fiori, sulle nostre teste—non la morte dei nostri oppressori: la loro fine è scritta sulla nuvola di domani:—non di varcare la soglia della morte: è varcata, o Signore:—non corredo d'armi potenti: le avremo dalla tempesta:—nè ajuti: il campo dell'azione è aperto oggi davanti a noi. Ma oggi, mentre è cominciato il vostro giudizio nei cieli sui duemila anni vissuti dal Cristianesimo, concedeteci, o Signore, una volontà pura, concedeteci una volontà santa.»

Quando le vostre anime, o giovani, saranno capaci di proferire unite quella preghiera, voi sarete ciò ch'oggi non siete, forti di virtù iniziatrice e d'assenso di popolo; e l'Italia, come la invochiamo, sarà.

Abbiamo francamente parlato ai nostri: era un dovere e, a rischio di spiacere a molti che militano sotto la bandiera da noi venerata, l'abbiamo compito. Ma se a questo punto tacessimo, se non accennassimo ai colpevoli errori della classe d'uomini rappresentata in Francia dall'Assemblea, ma esistente per ogni dove, avremmo rimorso. Non riparliamo dell'animo di vendetta feroce spiegato da quella classe: vendetta e ferocia tanto più ree quanto più sono adoprate da chi è più forte e finora vinse, mentre furono negli altri inspirate da una riazione non giustificabile, ma intelligibile. La questione vive più in alto del triste presente. Cerchiamo rimedî al futuro. Tentiamo via d'accertare come si possa provvedere a che i turpi fatti di jeri non si rinnovino domani. Pensiamo all'Italia, dov'oggi i buoni istinti e l'apostolato dei nostri allontanano il pericolo, ma dove le cagioni esistono e, se durasse, la noncuranza o l'ostinata resistenza a bisogni reali e a sacre aspirazioni lo produrranno.

D'onde scese al popolo, alle classi artigiane, il materialismo? D'onde vanne ad esso l'esempio del culto esclusivo dei beni terrestri, l'idolatria degliinteressisostituita all'adorazione deiprincipî, delle sante idee?

Dall'incredulità e dai vizî delle corti, dalla corruzione e dalla condotta dell'alto clero, dalle abitudini dei doviziosi, dalfineche s'èvisibilmente proposto quell'ordine d'uomini che hanno scelto per sè stessi il nome collettivo diborghesiae che chiameremoclasse media. Questa classe, formata non solamente dei detentori di capitali e di ogni altro elemento di produzione, ma di quanti per condizioni propizie hanno potuto educar l'intelletto a una o ad altra funzione e conquistare predominio negli ufficî, nell'insegnamento, nella stampa, nelle imprese industriali, in tutto ciò che rappresenta officialmente o quasi il paese, aveva innanzi la più bella, la più grande, la più santa missione che potesse idearsi; stendere una mano fraterna alla classe immediatamente inferiore e sollevarla al proprio livello; giovarsi dei vasti mezzi posseduti da essa per educare gli ineducati, per aprire a quei che trascinano l'esistenza nella povertà e nell'incertezza le vie del libero lavoro e di vita più umana: schiudere insomma sulla terra ai milioni di figli del popolo, ciò che il Cristianesimo schiuse ad essi nel cielo, la Patria degli eguali e dei liberi. Non aveva la Religione abolito, da diciotto secoli, la perpetuità delle classi anatemizzando il dogma delleduenature e insegnando chetutti gli uomini sono figli di Dio? Non vaticinava la Storia ai discendenti degli emancipati di sette secoli addietro che, come anteriormente al tramutamento deiserviin uomini dei Comuni glischiavis'erano mutati inservi, verrebbe tempo nel quale gliassalariatisi convertirebbero in lavorantiassociati? E non esciva da ogni tradizione politica severa e perenne lezione che i gradi di Progresso assegnati all'Umanità si compiono lentamente, pacificamente, per iniziativa di chi sta in alto o colla violenza del turbine dalla ribellione di chi sta in basso?

Le classi medie dimenticarono il loro Dovere e dimenticarono le norme elementari d'ogni prudenza. Traviata da una falsa filosofia e da una politica derivata da quella e che non potea varcare al di là deidirittidell'io, obliarono che ogni loro conquista s'era compiuta coll'ajuto delle moltitudini chiamate, infiammate da promesse di miglioramenti e di libertà. Ilorodiritti, diritti di stampa, di associazione, d'ammessione agli ufficî, d'elettorato e d'eleggibilità, pei quali il popolo, ineducato e costretto a un lavoro di tutte le ore per vivere, non potea giovarsi, erano oggimai securi: a che combattere per gli altrui? Senza concetto di Dovere, che non può derivare se non da una Legge suprema, nè difinecomune, che non può derivare se non da un disegno intelligente preordinato, nè di vita oltre questa, che il freddo sterile Deismo adottato non racchiudeva, rimaneva il culto degli agi, dei conforti, degli interessi, della materia; e vi si travolsero. E allora si svolsero tutte le tristissime conseguenze dell'Egoismo, gelosia di qualunque accennasse a intenzione di salire ov'esse erano, sospetto d'ogni progresso di libertà nelle moltitudini come di mezzo a tradurre in fatto quella intenzione, adesione non sentita, ma calcolata, alla monarchia come a dottrina di privilegio che afforzerebbe il loro, immobilizzazione della vita elettorale nel censo, favore dato agli eserciti permanenti e riluttanza all'armamento della Nazione, monopolio di legislazione e quindi i proprî interessi curati; traditi o negletti quelli del popolo; concentramento amministrativo come barriera contro il temuto futuro, stolto anti-scientifico terrore d'ogni disegno di miglioramento economico nelle condizioni del popolo come se non potesse compiersi che a danno loro e non dovesse invece accrescere la produzione e la ricchezza comune; cento altri errori e mali ch'or non giova numerare, ma sopra ogni cosa il problema vitale, indispensabile, unico potremmo dire, dell'Educazione Nazionale, falsato, immiserito a proporzioni d'unaistruzioneche, scompagnata dall'educazionemoraleepatria, è un'arme a due tagli; e questaistruzione ineguale, anarchica, poca e inaccessibile a quanti poveri combattenti per l'esistenza fisica non possono sottrarre il fanciullo al lavoro o soggiacere a quelle, comunque menome, spose di vestiario o d'altro che l'intervento alla scuola richiede. Da quel contegno delle classi medie scende il contegno delle classi artigiane: dalla gelosia e dal sospetto hanno imparato a sospettare e ad essere gelose dell'altrui condizione, dal culto degli interessi materiali l'avidità, dalla ingratitudine l'ira, dalla guerra la guerra.

Oggi ancora e di fronte al pericolo ch'essa dichiara minaccioso, imminente, la stampa monarchica, la stampa che si millanta dell'ordinee parla in nome delle classi medie, versa in Italia su questo popolo accusato, rimproverato, il più esoso materialismo da ogni suo foglio. Per essa, il problema Italiano si risolve in una cifra di produzione, se bene o male ripartita non monta: un lieve progresso nell'esportazione, un arrivo di qualche nave di più in uno o in altro dei nostri porti, un incerto aumento di ricavato da un tributo a danno probabilmente della classe più misera, la suscitano ad inni d'entusiasmo per le condizioni dell'oggi; diresti che l'Italia, convertita in bottega, non dovesse più vivere se non di ciò che si misura e si pesa, e che l'onore, la dignità, le idee, il progresso morale, la missione da compirsi al di fuori pel bene altrui, fossero elementi estranei alla costituzione e allo sviluppo della Nazione. Materialismo d'interessimomentanei, senza norma alcuna di principiomoraleche guidi, nella politica internazionale—materialismo d'interessigovernativi di un giorno, senza concetto che immedesimi popolo e capi in unfinecomune—materialismo nella questione del vincolo religioso, invocato fin dove può giovare a sorreggere l'autorità politica, sprezzato e violato ove accenna a limitarla o dirigerla, e tradotto nella vertenza col Papa, in ipocrisia che cospira genuflettendosi—diffidenza del Pensiero considerato pericoloso, d'ogni proposta innovatrice dichiaratautopia, d'ogni incremento di libertà, d'ogni associazione che miri a procacciarlo, d'ogni idea che schiuda o annunzii un nuovo orizzonte allo spirito—è questo l'insegnamento che sgorga ogni giorno dalle manifestazioni officiali o semi-officiali degli organi di ciò cheè. Lapratica, che convalida pur troppo l'insegnamento, è nota all'Italia, e noi non vogliamo insozzarne le nostre pagine.

Logorata dal tempo e dal materialismo l'antica fede che prometteva almeno le benedizioni del cielo ai condannati a patir sulla terra—senza Educazione che guidi a fede più alta e più unificatrice deidoverie dellesperanze—senza alcuna di quelle grandi idee che han nome Patria, Onore, Gloria, Libertà, Indipendenza, Missione, e hanno potere di creare la virtù del Sacrificio nel core delle moltitudini—come mai le aspirazioni delle classi temute non si sarebbero concentrate intorno alla conquista dei beni materiali negati? Perchè non avrebbero dai godimenti delle classi socialmente superiori imparato il desiderio di godere alla volta loro? E perchè, respinte nei loro più temperati disegni e condannate—in un mondo pel quale il dito di Dio ha stampato per ogni dove la parolaprogresso—all'immobilità delle loro attuali condizioni, non travierebbero dietro ai primi che, rivelando ad esse la loro forza, le chiamano a conquistare colla violenza e a danno altrui ciò che dovrebbero ottenere per altra via e senza rovina di chi ha già, per lavoro compito nel passato, ottenuto? Gli errori abbondano nelle loro file; ma dov'è il Potere, dov'è la classe fornita di mezzi intellettuali o materiali che abbia educato quei milioni d'uomini al Vero e li abbia poi condotti di grado in grado allapraticadi quel Vero? Una colpevole tendenza all'ira contro gliabbienti, alla vendetta contro chi li offese e rise delle loro richieste, affatica, irrita le anime loro; ma senoipossiamo biasimarli e li biasimiamo, in nome di qual dritto le classi non curanti prima, feroci contr'essi poi, esigerebbero da essi quelle virtù ch'esse non hanno? Da oltre a quarant'anni, la questione della quale Parigi s'è fatta in questi ultimi mesi tristissima interprete, s'agita esplicita, più e più sempre minacciosa in Francia, in Inghilterra e in Germania, nelle classi artigiane; e chi pensò seriamente a risolverla? Chi provvede a schiuderle le vie del progresso pacifico? Le classi governative, i posseditori, nei Parlamenti o fuori, degli ufficî e dei capitali, schernirono laparoladi quelle classi e ne soffocarono gliattinel sangue. Hanno convertito ciò che avrebbe dovuto essere opera concordemente tentata in duello: hanno detto:v'impediremo la via colla Forza: le conseguenze dovevano escire inevitabili. Non giova maledire: bisogna mutar le premesse. E affrettarsi: per quanto è più sacro, affrettarsi.

Professori, senatori, marchesi, gazzettieri e voi tutti che, atteggiandovi a sussiego d'economisti, degnate annunziarci per via d'epistole laudatorie reciproche che v'occupate disalvarela società minacciata, perchè, invece di consigliare amorevolmente il malato e lenirne l'irritazione, cominciate per oltraggiarlo? E perchè, usurpando la definizione materialista e puramente negativa data da Bichat[164]alla Vita, non trovate dall'alto della vostra scienza altri rimedî da quelli infuori che sommano nella parolaresistere? Religione, voi dite; e lo diciamo noi pure; ma quale? Noi la cerchiamo nel futuro e tale che dall'alto dell'eternarivelazione di Dio attraverso le nostre facoltà e le tendenze della vita collettiva, stringa in armonia Terra e Cielo, santifichi coll'adempimento del Dovere idiritti, e insegni all'uomo che deve nondistruggere, ma sviluppare eperfezionaregli elementi dei quali si compone la Tradizione dell'Umanità: voi retrocedete a brancolare tra le rovine del lontano passato e vi riannettete per tardo calcolo di paura a una religione che insegnava rassegnazione al Male quaggiù, diceva:al cielo, al cielo!perchè si sentiva incapace di trasformare la terra, e scaglia oggi colSillaboanatema al Moto. Altri fra voi fantastica di unPartito Conservativoda fondarsi con tutte le reliquie delle fazioni spente o morenti. Il Partito Conservativo esiste: esiste da secoli: esiste nella coesione naturale di tutti gliinteressinati dal tempo e dalla possessione: esiste forte d'ordini, di vasta rete d'ufficî, di tesoro, d'esercito; e non ha potuto impedire alla marea di salire. Sarà più forte se riuscirete a ingrossarlo d'alcuni retrogradi che non seppero difendere, quando occorreva, i loro padroni? E quanto areprimere, sì, lopotete; lo potete per un po' di tempo ancora; ma lodovete? Vi basta l'animo di combattere senza rimorso battaglie periodiche, di mantenere ordinata con sagrificî continui, crescenti, la guerra civile nella vostra terra, d'insanguinarvi a ogni tanto le mani nel sangue d'uomini che illusi, traviati, son pure vostri fratelli? E a qual pro? Non riescirete lungamente, e dovete saperlo. O siete ciechi di tanto da non vedere l'inesorabile progressione seguìta in questa guerra tra chi chiede e chi nega? Paragonate le eroiche sommosse del chiostro di Saint-Mery col moto del 1848 e le ribellioni di Lione ai giorni di Luigi Filippo coll'ultima insurrezione del Comune in Parigi. Le vostre sono vittorie di Pirro. Voi potete spegnernemici; ma il Nemico è immortale. Il Nemico è un'idea.

Voi sollevate imprudentemente il grido selvaggio:i barbari sono alle porte della nostra città. Quel grido non è vostro: non esce, la Dio mercè, da concetto italiano. Voi lo usurpaste a Guizot. Ma ricordatevi almeno che l'averlo proferito non salvò Guizot, nè la dinastia ch'egli proteggeva, nè quell'ordinamento della borghesiach'ei sognava e che rovinò sotto la brutale violenza del Bonaparte. E ricordatevi che i Barbari del V secolo vinsero. A respingerli, bisognava rifare i decaduti, immemori, scettici, corrotti Romani.

Questi che voi oggi chiamate Barbari rappresentano sviata, guasta, sformata per colpa vostra in gran parte, una Idea: il salire inevitabile, provvidenziale, degli uomini del Lavoro. Perchè lo dimenticate? Voi balbettate a ogni ora la sacra parolaProgresso; ma cos'è questa Legge divina che noi scrivemmo d'antico sulla nostra bandiera se non l'avvicinarsi di passo in passo all'unitàdella famiglia di Dio? Non è questo moto ascendente degli Operaî, nelle sue radici, una fase, indicata dai tempi, di quel Progresso? Non dovreste benedirlo come adempimento del disegno divino nel mondo? Voi siete studiosi e forse dotti di Storia; ma non v'insegna la Storia che un'Epoca dell'Umanità o una Nazione non sorge se non coll'affacciarsi d'unnuovoelemento alla vita sociale? Perchè non sentite il bisogno e il dovere d'ajutare a sorgere questo elemento? Perchè voleteconservarel'inferiorità di milioni d'uomini, figli come voi di Dio, nati con voi nella stessa terra e chiamati allo stessofine? Noi abbiamo,scriveva dì sono, meravigliando dell'ingratitudine popolare, un gazzettiere dei vostri,fondato le Casse di Risparmio pei malcontenti. È derisione? È follìa? Casse di risparmio per chi si lagna di non poter risparmiare? Casse di risparmio per risolvere un problema d'eguaglianza, di libertà non mentita, d'associazione, d'unità morale da ordinarsi nello Stato? E voi, professori, senatori e marchesi, che dichiarate, esagerando, urgente il problema e gigantesco il pericolo, date e chiedete lodi e patenti disalvatorial gazzettiere che intende a risolvere l'uno e scongiurar l'altro con rimedî siffatti?

Ciò che le Classi Operaje in Italia vogliono—ciò che noi pure, credenti in Dio, nella santità della Famiglia, nella Proprietà individuale, nella Patria, e avversi alle stolte teoriche del Comune di Parigi e alle tendenze, come ci sono note, dell'Internazionale, vogliamo per esse—è questo:

In un Popolo che sorge a Unità di Nazione, Unità per la quale essi hanno largamente versato il proprio sangue, gli Operaî vogliono sorgere essi pure e aver parte di cittadini, d'uomini liberi su terra libera, in quell'Unità, migliorando le loro condizioni morali, intellettuali e—dacchè quel miglioramento esige tempo e mezzi ch'oggi mancano ad essi—economiche:

Vogliono una Educazione Nazionale, uno Stato che ad essi e atutticomunichi, come pegno d'eguaglianza morale e di progresso futuro, il programma, la tradizione, i principî universalmente accettati e ilfinedel paese in cui sono chiamati a vivere e ad agire—e che agevoli l'insegnamento speciale necessario al genere di lavoro che scelgono:

Vogliono ilvoto, un ordinamento politico nel quale essi possano per mezzo deilororappresentanti esprimere bisogni, tendenze, desiderî oggi commessi a uomini d'altre classi e con interessi diversi:

Vogliono un ordinamento di Milizia Nazionale che li chiami, occorrendo, tutti a combattere per l'integrità, l'indipendenza, l'onore, la missione della propria terra e che li ammaestri a compire questo sacro dovere, ma senza pericoli per la libertà del paese e colmenomo dispendio del tempo sottratto alla vita di famiglia e alla produzione:

Vogliono un ordinamento di libertà amministrativa che, senza nuocere menomamente all'Unità morale e politica della Nazione, affidi agli eletti dal voto universale del Comune la gestione degli interessi economici e degli Ufficî del Comune medesimo, la tutela della sicurezza pubblica locale, la scelta dei più tra gli ufficiali preposti all'esecuzione delle leggi nazionali:

Vogliono un sistema di tributi che, lasciando inviolabile da ogni diretta o indiretta sottrazione il puronecessarioalla vita, graviti equamente su ciò che varca quel limite:

E vogliono pacificamente, gradatamente, sostituire all'ordinamento attuale del lavoro retribuito consalariodai detentori di capitali quello del lavoroassociato: unire, in altri termini, nelle mani d'associazioni libere e volontarie, industriali e agricole,capitaleelavoro.

Questo vogliono e avranno le Classi Operaje: sono aspirazioni fondate sulla giustizia, additate dalla progressione storica della vita collettiva dell'Umanità, attuabili senza spogliazioni o brutali violazioni di diritti legittimamente acquistati, promettitrici d'incremento alla produzione e di meno anarchico assetto alla vita economica, giovevoli quindi a ogni classe di cittadini; e quando da quasi mezzo secolo queste aspirazioni sprezzate, neglette, combattute, invigoriscono tuttavia d'anno in anno e numerano oggi non migliaja, ma milioni d'uomini affratellati in esse, i tempi sono evidentemente maturi perchè, entro un tempo non remoto, trionfino.

Soltanto—e parliamo non ai professori, senatori e marchesi inaccessibili probabilmente ai nostri consigli, ma ai numerosi uomini delle classi medie che non sono vincolati a sistemi o interessi privilegiati, che possiedono perchè hanno lavorato e lavorano, che vorrebbero il bene; ma, soverchiamente diffidenti d'ogni mutamento, paventano per ogni dove guai che sta in essi d'evitare—soltanto, se quest'elemento popolare chiamato irrevocabilmente a salire non troverà nei già saliti fuorchè resistenze cieche, repressioni feroci e oltraggi dagli uni, noncuranza, scherno, diffidenza e disamore dagli altri, evocherete i pericoli che temete: quell'elemento inoltrerà non come fiume fecondatore, ma come torrente che straripa, inonda e affoga: quel popolo abbandonato, rejetto, accoglierà facilmente la parola d'ira e vendetta, le idee puramentenegativee sovvertitrici che abbondano oggi in Europa: avrete imitazioni di Comuni parigini,Internazionalee flagello periodico di guerra civile.

Amare, concedere le prime richieste or ora accennate, giovare all'ultima, affratellarvi, a temperarlo, col moto: questa è oggi la parte vostra.

Mapotete, nelle condizioni in cui siete, compirla? Potete collocarvi, pacificatori efficaci, tra l'elemento temuto e chi è costretto a tentar di reprimerlo, nè cura se andiate voi pure sommersi? È la prima questione che ciascuno di voi dovrebbe, nella propria mente, risolvere. Per noi, è da lunghi anni risolta.

Molti fra voi m'amano e sanno ch'io v'amo. V'amo come s'ama una speranza d'immortalità per la creatura più cara, perchè so che in voi, uomini del Lavoro, vivono più che altrove i fati immortali d'Italia: v'amo perchè le ingiuste privazioni sofferte da secoli non v'hanno insegnato a odiare—perchè, soli forse in Europa, avete sentito che non s'hanno diritti se non meritandoli, e vi siete raccolti intorno a una bandiera che porta scrittoDovere—perchè da quando una speranza di risurrezione albeggiò per la patria vostra, voi compiste il dovere, combattendo, patendo, morendo—perchè combattete, patite, morite ignoti, senza orgoglio di fama tra i vivi, senza nome lasciato ai posteri, nel silenzio e nella santità del martirio. E voi m'amate perchè sapete che s'io non hopotutofare, hodesideratomolto per voi, senza mire individuali o sprone fuorchè quello del culto al Bene; perchè sapete che s'io posso, come ogni uomo può, errare nell'intelletto, non posso, per colpa di cuore o per amore di vittoria più rapida, tentar d'ingannarvi; perchè sentite nell'anima ch'io amo oggi il vostro avvenire, svanita per gli anni ogni speranza di salutarlo con voi, com'io l'amava quando, fervido d'energia e di fiducia, io m'affacciava alla vita politica; e l'amerò, morendo, com'oggi. Io da lungo non vi scrivo direttamente, ma scrivendo intorno alle cose del paese, non ho mai taciuto dell'elemento vostro, nè del mutamento delle vostre condizioni come di cosa inseparabile da ogni possibile progresso Italiano. Di voi non temevo e sapevo che, per apprestarvi a quel progresso, non avevate bisogno di sprone. E s'oggi m'indirizzo a voi, lo fo per avvertirvi d'un pericolo che vi minaccia e che sta in voi soli d'allontanare.

Di mezzo al moto normale degli uomini del Lavoro è sorta un'Associazione che minaccia falsarlo nelfine, neimezzie nello spirito al quale v'inspiraste finora e dal quale soltanto otterrete vittoria.

Parlo dell'Internazionale.

Quest'Associazione, fondata anni addietro in Londra e alla quale io ricusai fin da principio la mia cooperazione, è diretta da un Consiglio, anima del quale è Carlo Marx, tedesco, uomo d'ingegno acuto; ma, come quello di Proudhon, dissolvente: di tempra dominatrice, geloso dell'altrui influenza, senza forti credenze filosofiche o religiose e, temo, con più elemento d'ira, s'anche giusta, che non d'amore nel cuore. Il Consiglio, composto d'uomini appartenenti a paesi diversi e nei quali sono diverse le condizioni del popolo, non può avere unità di concetto positivo sui mali esistenti e sui rimedî possibili, ma deveinevitabilmente conchiudere più che ad altro a semplici negazioni. L'unico modo ragionevole d'ordinamento per le classi artigiane d'Europa è quello che, riconoscendo sacre le Nazionalità e lasciando alle diverse Associazioni nazionali il maneggio delle cose proprie, formerebbe didelegatida esse muniti d'istruzioni un centro comune per ciò che può mantenere fin dove giova l'armonia del moto verso ilfinegenerale. Un nucleo d'individui che s'assuma di governare direttamente una vasta moltitudine d'uomini diversi per patria, tendenze, condizioni politiche, interessi economici e mezzi d'azione, finirà sempre per non operare o dovrà operare tirannicamente. Per questo io mi ritrassi e si ritrasse poco dopo la Sezione operaja italiana appartenente in Londra all'Alleanza Repubblicana.

L'Internazionaleesercitò predominio sul secondo periodo segnatamente del recente moto parigino. Di questo, del programma da esso adottato, degli atti che deturparono quel periodo, ho parlato altrove. Il programma trovò inerte la Francia: per la prima volta Parigi sorse e cadde isolata. E quanto al fascino ch'esercita su molti la potenza della quale fece prova in Parigi l'Associazione, non cercherò, come potrei, di scemarlo esaminando le circostanze singolari tanto da non riprodursi probabilmente più mai, che posero armi, uomini, mezzi e passioni di popolo offeso in mano ai capi. Mi sentirei reo di pensare bassamente di voi s'io, esortandovi a star discosti da quell'Associazione, vi parlassi d'altro che delfinea cui tende. Da quello soltanto, non dalla cifra de' suoi affigliati, voi dovete giudicarla. Come me voi sapete che ogni forza è incapace di durare se non s'appoggia sul Vero e sul Giusto. L'Internazionaleè condannata a smembrarsi; e in Inghilterra, sede del Centro, lo smembramento è già cominciato.

Accennando ai principî che dirigono l'Associazione non intendo di dire che formino la fede di tutti i suoi membri. In un ordinamento come quello che la costituisce non può esistere vera unità; e so di Sezioni collocate in terre lontane dal Centro che ignorano completamente le sue tendenze: sanno d'appartenere a un'Associazione europea che ha perfinel'emancipazione delle classi operaje e null'altro. Gli attiofficialidel Centro furono sino ad oggi rari e mal noti. Ma quei principî rivelati dapprima da oratori imprudenti nei Congressi internazionali tenuti negli anni vicini a noi nella Svizzera e nel Belgio, non furono smentiti dal Centro; ebbero di tempo in tempo conferma da discorsi pubblici d'uomini del Consiglio in Londra e l'ebbero più recentemente, dominando il Comune, in Parigi.

I principî promossi dai capi e dagli influenti dell'Internazionalesono:

Negazione di Dio—cioè dell'unica, ferma, eterna, incrollabile base dei doveri vostri e dei vostri diritti, dei doveri altrui verso la vostra classe, della certezza che siete chiamati a vincere e che vincerete. Cancellata l'esistenza d'una prima Causa intelligente, è cancellata l'esistenza d'una Legge Morale suprema sututtigli uomini e costituente pertuttiunobbligo; è cancellata la possibilità d'unaleggedi Progresso, d'un disegnointelligenteregolatore della vita dell'Umanità:progressoemoralitànon sono più chefattitransitorî, senza sorgente fuorchè nelle tendenze; negli impulsi dell'organismo diciascunuomo, senza sanzione fuorchè dall'arbitrio di ognuno, dainteressimutabili o dallaforza. Dio, ilcaso, laforza, cieca, insuperabile,delle cose, sono infatti le sole tre sorgenti imaginabili della Vita; ma, rinnegata la prima e accettata l'una o l'altra delle ultime due, in nome di che v'assumerete il diritto d'educazione? in nome di che condannerete l'uomo che s'allontana per egoismo dalle vie del Bene? in nome di che protesteretecontro i vostri ingiusti padroni? in nome di che li combatterete? Da dove dedurrete l'esistenza d'unfinecomune atuttiche v'autorizzi a dir loro: «siamo,dobbiamoessere tutti fratelli e associati a raggiungerlo?» Invocherete l'interesseche vi sprona a conquistare? Ma con qual diritto negherete agli altri l'interesseche li sprona aconservare? In virtù di qualeprincipio, di qualedoverechiamerete gli avversi, i vostri, occorrendo, al Martirio? E perchè? I sacrificî, il martirio non possonocreare immediatoil mutamento di condizioni invocato. Voi combattete e chiamate altri a combattere pei vostri figli, per quei che verranno: or chi v'assicura, se il mondo è governato dalcasoo da forze fisiche operanti senza scopo e d'incerta durata, che esciranno dalle opere vostre e rimarranno stabilmente i frutti sperati? Invocherete la Forza, che senza santificazione d'unfineprescritto èviolenza? Il numero che, se non è l'espressione, l'interprete d'una Legge Morale, cede all'arbitrio d'un impulso, d'una seduzione, d'un errore? Il senso d'un interessematerialech'io ho veduto spingere il popolo un giorno a fondare Repubblica, un altro a fondar l'Impero? E badate: la questione ridotta nei termini della puraforzapende dubbiosa. I sostenitori dell'ordine attuale hanno ordinamento vecchio di secoli, potente di disciplina e di mezzi che nessuna società internazionale, combattuta d'ora in ora e costretta a operar nel segreto, potrà raggiungere mai. Oggi, il vostro moto è santo perchè s'appoggia appunto sulla Legge Morale negata, sulla progressione storica rivelata dalla Tradizione dell'Umanità, sopra un concetto d'educazione, d'associazione crescente, d'unità della famiglia umana, prefisso da Dio alla Vita. Voi distaccate ogni giorno, in nome di quella legge, di quel disegno divino, il cui compimento è quindi presto o tardiinevitabile, uno o altro elemento dall'esercito deiconservatori, dai difensori del vecchio mondo. La vostra è crociata. Convertitela in ribellione, in minaccia d'interessicontrointeressi: voi non potrete più far calcolo che su forzevostre. Siete certi che bastino? E ov'anche bastassero, non contaminereste la vostra vittoria di lunghe, terribili battaglie civili e di sangue fraterno?

Negazione della Patria, della Nazione—cioè del punto d'appoggio alla leva colla quale potete operare a pro di voi medesimi e dell'Umanità; ed è come se vi chiamassero al lavoro negandovi ogni divisione del lavoro stesso o chiudendo davanti a voi le porte dell'opificio. La Patria vi fu data da Dio, perchè in un gruppo di venticinque milioni di fratelli affini più strettamente a voi per nome, lingua, fede, aspirazioni comuni e lungo glorioso sviluppo di tradizioni e culto di sepolture di cari spariti e ricordi solenni di martiri caduti per affermare la Nazione, trovaste più facile e valido ajuto al compimento d'una missione, alla parte di lavoro che la posizione geografica e le attitudini speciali v'assegnano. Chi la sopprimesse, sopprimerebbe tutta quanta l'immensa somma di forze creata dalla comunione dei mezzi e delle attività di quei milioni e vi chiuderebbe ogni via all'incremento e al Progresso. Alla Nazione l'Internazionalesostituisce il Comune, il Comune indipendente, chiamato a governare da sè. Voi esciste dal Comune, dicono: in esso s'educò la vostra vita; ed è vero, ma retrocederete voi alla vita dell'infanzia, darete ad essa prevalenza sulla vita virile, perchè prima d'essere uomini foste fanciulli? La vita del Comune fu storicamente preceduta da quella di famiglia: perchè non risalir fino a quella? Non leggete appunto nella progressione ascendente seguìta ovunque dalla famiglia al Comune, dal Comune alla Nazione, dalla Nazione isolata al concetto della Federazione delle Nazioni, l'opera della Legge che vi chiama a stringervipiù sempre in più vasta e intima Associazione? Se visentite, insistono, stretti a fratellanza di Patria, anche col nostro ordinamento rimarrete tali. No; non rimarrete. L'educazione morale eguale e le leggi uniformi son necessarie a trasmettere di generazione in generazione quel sacro accresciuto deposito di fratellanza in unfineconcordemente accettato: ed essi lasciano l'educazione e le leggi all'arbitrio d'ogni Comune. Abbiate educazione e leggi affidate in quasi novemila Comuni a influenze predominanti per un tempo negli uni o negli altri d'uomini di progresso o retrogradi, d'unitarî o federalisti, di credenti in Dio e nell'anima immortale o di materialisti o di clericali cattolici; e avrete, dopo un terzo di Secolo, rinati tutti i piccoli egoismi locali, financo il nome di Patria svanito e risorte le risse civili del medio evo; e intanto, angustia di mezzi per ogni dove, tronche le vie ai grandi sviluppi politici, intellettuali, economici, ridotta la vita italiana a povera, gretta esistenza vegetativa. Il concetto dell'Internazionaleguida inevitabilmente all'anarchia e all'impotenza.

Negazione d'ogni proprietà individuale—cioè d'ogni stimolo alla produzione da quello della necessità di vivere in fuori. La proprietà, quando è conseguenza del Lavoro, rappresenta l'attività del corpo, dell'organismo, come il pensiero rappresenta quella dell'anima; è il segno visibile della nostra parte nella trasformazione del mondo materiale, come le nostre idee, i nostri diritti di libertà e d'inviolabilità della coscienza sono il segno della nostra parte nella trasformazione del mondo morale. Chi lavora e produce ha diritto sui frutti del proprio lavoro; in questo risiede il diritto di proprietà. E se la maggiore o minore attività nel lavoro è sorgente d'ineguaglianza, quell'ineguaglianza materiale è pegno d'eguaglianza morale, conseguenza del principio che ogni uomo deve essere retribuito a seconda dell'opera sua:avere quanto egli ha meritato. Bisogna tendere all'impianto d'un ordine di cose nel quale la proprietà non possa diventar monopolio e non scenda in futuro se non dal lavoro, nel quale, quanto al presente, le leggi tendano a scemare gradatamente il suo permanente concentramento in poche mani e si giovino d'ogni giusto mezzo ad agevolarne la trasmissione e il riparto. Ma l'abolizione della proprietà individuale e la sostituzione della proprietà collettiva sopprimerebbero ogni sprone al lavoro—sopprimerebbero ogni stimolo a dare, coi miglioramenti e col pensiero dato ai prodotti futuri, il più alto valore possibile di produzione alla proprietà—sopprimerebbero la libertà del lavoro negli individui—e, attribuendo all'autorità di pochi rappresentanti lo Stato o il Comune, accessibili all'egoismo, alla seduzione, a tendenze arbitrarie, l'amministrazione d'ogni proprietà, ricondurrebbero sott'altro nome tutti i cittadini al sistema delsalario, al quale vorremmo che a poco a poco sottentrasse l'associazione, e riaprirebbero le vie a tutti quei mali ch'oggi provocano le vostre lagnanze contro i pochi detentori di capitali. La proprietà collettiva rappresentò il primo stadio della vita economica, quando l'umanità nell'infanzia non era peranco escita dal sistema patriarcale delle famiglie. Oggi non dura che nei Comuni di Russia, dove da alcuni anni i lavoratori, emancipati dallaservitù, s'affrettano a procacciarsi proprietà individuale.

Nè prolungherò questo ingrato esame. I pochi punti toccati devono, parmi, bastarvi per giudicare se dall'Internazionalepossa o no venirvi salute.

No; voi non lascerete, per proposte siffatte, la via calcata sinora, e io potrò, sino all'ultimo giorno, movere su quella con voi. Se v'è città fra le nostre nella quale l'Internazionaleabbia trovato aderenti,è quella—non la nomino, ma v'è nota—dove l'elemento operajo e più muto, più ritroso ad ogni vitalità di progresso.

Quando, riandando la Storia, trovate idee che, sorte col primo noto periodo della vita dell'Umanità, hanno vissuto con essa d'Epoca in Epoca, trasformandosi sempre, ma rimanendo sempre e per ogni dove, nella loro essenza, inseparabili dalla società e più forti d'ogni rivolgimento distruggitore d'altre idee appartenenti a un solo Popolo o a un'Epoca sola—e se, interrogando nei migliori momenti d'affetto, di santo dolore, di devozione al Bene, la vostra coscienza, sentito dentro un'eco a quelle idee che i secoli vi trasmettono—quelle idee son vere e ingenite nell'Umanità della quale devono seguire il progresso: voi potete e dovete modificarle, purificarle, migliorarne lo svolgimento e l'applicazione; non abolirle. Dio, l'Immortalità della Vita, la Patria, il Dovere, la Legge Morale che sola è sovrana, la Famiglia, la Proprietà, la Libertà, l'Associazione sono tra quelle.

Voi—perchè meritaste col sacrificio, perchè non cercaste di sostituire alle altre la vostra classe, ma d'inalzarvi con tutti, perchè invocate una diversa condizione economica, non per egoismo di godimenti materiali, ma per potere migliorarvi moralmente e intellettualmente—avete oggi diritto a una Patria di liberi e d'eguali nella quale abbiate comune con tutti i vostri fratelli l'educazione, comune ilvotoper contribuire all'avviamento progressivo del paese, comuni l'armiper difenderne la grandezza e l'onore, esente da ogni tributo diretto o indiretto il necessario alla vita, libertà di lavoro e ajuti ove manchi a dove lo vietino gli anni o le malattie; poi favore e agevolezza dicreditonei vostri tentativi per sostituire a poco a poco al sistema attuale delsalarioil sistema dell'associazionevolontaria fondata sull'unione dellavoroe delcapitalenelle stesse mani. Non vi sviate da quel programma: non v'allontanate da quei tra i vostri fratelli che riconoscono questi vostri diritti e s'adoprano a spianare le vie a instituzioni che possano riconoscerli e tutelarli. Chi vi chiama ad altro non può giovarvi.

Educatevi, istruitevi come meglio potete: non dividete mai i vostri dai fati della vostra Patria, ma affratellatevi con ogni impresa che miri a farla libera e grande: moltiplicate le vostreassociazionie inanellate in esse, dovunque è possibile, l'operajo dell'industriacon quello delsuolo, città e contado: adopratevi a creare più frequenti le società cooperative diconsumo. E fidate nell'avvenire.

Ma unitevi compatti, serrati, ordinati a modo d'esercito. Oggi nol siete. Le vostre società sono moralmente collegate dalle comuni tendenze; ma nessuna ha mandato per parlare, se non nel proprio nome, nessuna può far suonare davanti al paese la voce di tutta la Classe artigiana a esprimerne bisogni e voti, nessuna può dire autorevolmente:questo vogliono, questo respingono gli operaî d'Italia. Voi avete unità difine, non d'azionee dimetodo. Senza un Patto di fratellanza, senza un Centro direttivo, voi non potete acquistare nè infondere in altri coscienza della forza ch'è in voi: non potete ordinare e pubblicare una statistica dei mali che affliggono la vostra classe: non potete dar vigore d'uniformità o di periodicità all'indicazione degli opportuni rimedî.

Queste cose io vi dissi pochi anni addietro; e voi le accoglieste convinti. Un Patto fu steso e accettato dalla maggioranza delle società in uno dei vostri Congressi. Ma per un errore commesso nella formazione dell'Autorità direttiva, quel Patto rimase lettera morta, inutile, dimenticato. Perchè non date opera a ravvivarlo, a ridare, con più saggi provvedimenti, vigore a quel moto di concentramentooggi più che mai urgente? E perchè volete, voi, elemento nuovo che sorge, nè può arrestarsi senza retrocedere, far vostra la colpa frequente pur troppo in Italia deldireenon fare?

Roma, la Città madre, è oggi nostra; ma nostra a mezzo, nostra materialmente soltanto; e incombe a noi tutti di versare in essa l'anima della Patria e da essa ricevere la consecrazione alla via che dobbiamo correre perchè si compiano i vostri fati e una manifestazione potente della Vita Italiana faccia santa e feconda l'unione. Perchè non v'affrettate a raccogliervi in Roma a Congresso e attingervi nuovo battesimo alla vostra Fratellanza? Forse, oltre all'immenso vantaggio per voi, ricordereste coll'esempio e quasiiniziatoriall'Italia che da Roma deve escire un altro e più largo Patto, ilPatto Nazionale, definizione della nostra vita avvenire, senza il quale Roma e l'Italia son vuoti nomi.

Abbiamo combattuto e combatteremo i traviamenti e peggio dellaInternazionalee de' suoi copisti in Italia; ma perchè, oltre all'amore innato del Vero e del Bene, ci sprona il convincimento ch'essi falsano il moto operajo e ne indugiano il giusto trionfo. Il moto ascendente delle classi artigiane costituisce uno dei principali caratteri dell'Epoca nuova che invochiamo e alla quale cerchiamo unainiziativain Italia perchè non è da trovarsi altrove. Noi non aspettammo per dichiararlo le inattendibili promesse deisocialistifrancesi o le selvaggie ire odiatrici, e per questo impotenti al bene, dell'Associazione che ha centro in Londra. Dal primo impianto dellaGiovine Italiafino alle nostre ultime manifestazioni, la causa degli Operaî fu nostra e la immedesimammo col moto nazionale italiano. Attraverso ormai quaranta anni d'apostolato insistemmo a ripetere che una Rivoluzione non è legittima ne può esser durevole se non congiunge la questione sociale colla politica, se non trasforma sulla via del Progresso e nei limiti del possibile l'ordinamento economico, se non migliora, senza danno o ingiuria ad altrui, le condizioni del lavoro, deiproduttori. Proponemmo come mezzi transitorî l'educazione Nazionale uniforme; instituzioni capaci di prevenire ogni esempio di corruzione che venga dall'alto; un sistema economico fondato sul risparmio, sull'aumento delle sorgenti di produzione, sull'appropriazione di parte del danaro pubblico e dei beni da incamerarsi ai bisogni degli operaî industriali e agricoli; un ordinamento di tributi che non graviti direttamente o indirettamente sulnecessarioallavita; imprese nazionali dirette a conquistare alla produzione i quattro milioni d'ettari di terra italiana oggi incolta, a creare colle colonizzazioni volontarie una nuova classe di piccoli proprietarî e dare al paese le forze produttrici ch'oggi emigrano in cerca di lavoro a lontani lidi stranieri; e additammo ultima soluzione del problema da conquistarsi lentamente, progressivamente, liberamente, la sostituzione del sistema d'associazionedelcapitalee dellavoroe dell'equa partecipazione di tutti i produttori ai frutti del lavoro, all'attuale sistema delsalario. Ajutammo come era in noi—e gli operaî, che non sono sofisti nè ingrati, non lo dimenticano—l'impianto delle società di mutuo soccorso, preludio a quelle di cooperazione. Tentammo di far intendere alla classi medie che il moto operajo non era sommossa sterile e passeggiera, ma cominciamentod'una Rivoluzione provvidenziale voluta dalla progressione storica che governa la vita e l'educazione dell'Umanità—cheassociazioneera il termine elaborato dall'Epoca nuova e da aggiungersi, in tutte le manifestazioni della vita, ai terminilibertàedeguaglianzagià conquistati dall'umano intelletto—che tra noi quel moto e quel termine erano a un tempo, dacchè ogni Epoca chiama, sorgendo, ad attività un nuovo elemento, pegno del nostro esser chiamati a farci Nazione e d'un vincolo d'alleanza che si porrebbe presto o tardi fra le Nazioni ordinate a vita di popolo—ma che quel moto salutato, ajutato fraternamente dall'altre classi con atti d'apostolato simili ai nostri, si serberebbe incontaminato d'errori funesti e di basse passioni e frutterebbe a quanti ordini di cittadini vivono sulla nostra terra; combattuto colla violenza, tormentato di diffidenze o abbandonato da una colpevole noncuranza all'isolamento, si svierebbe facilmente a torti pensieri e accoglierebbe, invece della nostra severa parolaDovere, le promettitrici parole dei primi demagoghi cupidi, anelanti vendetta o vogliosi d'erigersi sui bisogni reali degli Operaî un seggio di dominazione.

Non fummo ascoltati.

I Governi senza missione che tennero dal 1815 in poi un potere fondato sul privilegio durarono paghi avietareereprimere. Le classi medie non guardarono al moto o guardarono con sospetto. Gli economistiofficialiseguirono a dire che lalibertàfinirebbe per sanare ogni piaga, come se tra chi propone patti giusti o ingiusti di lavoro e chi è costretto dal bisogno d'oggi o del dì dopo ad accettare potesse mai esisterelibertàdi contratto. I cattolici additarono a chi soffriva il cielo, come se non dovessimo meritarlo colle opere nostre qui sulla terra e si trattasse unicamente delnostro, non dell'altruisoffrire. Taluni fra i migliori s'illusero a potere risolvere un grande problema sociale insegnando agli Operaî le grette egoistiche avvertenze di Franklin sul modo di salvare di giorno in giorno pochi centesimi o fondando, come se tutta una classe potesse salire ed emanciparsi colla elemosina, qualche istituto di beneficenza.

L'Internazionaleè il frutto inevitabile della repressione governativa e della noncuranza delle classi educate e più favorite dalla fortuna.

La repressione brutale di pretese ch'erano da principiogiuste insè generò riazione e pretese ingiuste: l'uomo respinto violentemente da un lato trabocca oltre ogni equilibrio dall'altro. La noncuranza di chi avrebbe dovuto affratellarsi al moto e contribuire a dirigerlo riconcentrò l'operajo in sè stesso, lo indusse a non far calcolo che delle proprie forze, a numerarle, a trovarsi libero d'usarne, il giorno in cui fossero predominanti, a danno degli indifferenti ai suoi mali: chi viola o lascia che si violi il diritto altrui non può presumere ch'altri protegga o rispetti il suo. Nessuno hadirittise non compiedoveri.

Oggi, la livida luce di lampo che solcò impreveduta l'orizzonte francese in Parigi ha rotto i sonni delle classi medie e la stampa che le rappresenta parla di gravi problemi che non possono più trascurarsi; ma, e lo diciamo con dolore, quel ridestarsi assume sembianza, più che d'amore, di paura; e la paura è pessima consigliera. Non parliamo della feroce repressione consumata in parte, in parte minacciata dagli uomini che usurpano un poterecostituentein Versailles: essa ha rinfiammato e rinfiammerà più sempre, se dura, le ire segrete e l'anelito alla vedetta; non parliamo delle persecuzioni iniziate ad arbitrio da altri Governi: per ciò appunto che non sanno se nonreprimere,i Governi d'oggi sono irrevocabilmente condannati a perire. Ma gli uomini, gli ordini intermedî di cittadini, compiono essi o s'apprestano a compiere il debito loro?

Il problema è grave, dicono,perchèè minaccioso; bisognastudiarlo: intanto raccomandano vigilanza ai Governi, rassegnazione agli Artigiani. Trascorsi pochi mesi, se nulla turberà l'apparente quiete, i consiglieri s'illuderanno intorno al futuro e ricomincieranno, prevediamo, a tacere.

Il problema è non solamente grave, ma santo, e prima condizione per meritar di risolverlo senza crisi violente è ilsentirlotale, e l'affacciarsi ad esso non col senso di paura ch'esce dalla minaccia, ma col palpito di speranza che vien dall'amore. Se volete governare e dirigere al bene un popolo, amatelo. È santo per voi il nascere alla famigliaindividualed'un pargolo e ne circondate la culla d'affetti, di sorriso e di cure proteggitrici: non sarà santo il sorgere d'una classe intera? non verserete su quel pargolo della famiglianazionale, a proteggerne ed ajutarne il progresso, parte della vostra forza? L'Angelo della Patria siede alla culla di quel fanciullo collettivo che domanda ammissione al consorzio civile e recherà alla Madre comune incremento di vita e nuovo vigore di pensiero e d'azione. L'emancipazione politica data ai quattro milioni d'operaî dell'industria manifatturiera e ai nove milioni d'agricoltori li svierà, colla coscienza d'una nuova e degna missione da compiere, da molte funeste abitudini, sopirà ogni fiamma di discordia tra classe e classe, allontanerà ogni cagione di subiti e pericolosi rivolgimenti e trarrà dal loro intelletto oggi muto nuovo alimento al deposito collettivo d'inspirazioni e d'idee che forma la tradizione italiana. L'Educazione e la loro partecipazione progressiva a seconda delle opere nei prodotti del Lavoro, accresceranno la quantità e la qualità della produzione, conquisteranno ad essa il tempo oggi speso nell'invigilare, sopprimeranno la necessità d'una moltitudine d'agenti improduttivi intermedî. E ogni passo dato innanzi, sulla via dell'Eguaglianza e del Progresso, da quei milioni è un passo verso quell'unità morale della Famiglia italiana e per essa dell'Umanità, ch'è il nostro ideale e sorgente di tutti i nostri doveri.

Voi dovreste salutare con gioja di fratelli questo moto ascendente delle Classi artigiane e vergognarvi d'aver aspettato che la paura vi insegnasse a intenderne l'importanza.

E il problema è studiato: studiato, da ormai mezzo secolo, quanto basta perchè sian noti i vizî che affliggono le Classi artigiane e i primi rimedî coi quali dovrebbe iniziarsi la loro emancipazione. Ma quel lavoro che dovremo probabilmente ricapitolare un dì o l'altro nellaRoma del Popoloe ch'or voi vorreste, quando urge ilfare, ricominciare, ha un difetto: fu fatto, spesso sotto gli impulsi della paura, quasi sempre con amore esclusivo d'uno o d'altro sistema preconcetto e prendendo, come in altro scritto dicemmo, le mosse da un solo degli elementi che costituiscono la vita dell'Umanità, da pensatori isolati, da letterati di gabinetto, da uomini che—i più almeno—studiarono il problema, non nelle officine e nelle abitazioni dove trascinano la vita le famiglie degli artigiani, ma sui libri, statistiche e documenti talora errati, quasi sempre incompiuti perchè compilati o da autorità tendenti a celare il male o da individui tendenti ad esagerarlo. La verificazione di quel lavoro non può farsi se non dagli Artigiani medesimi.

È necessario che gli Artigiani d'Italia dicano pacificamente, ma seriamente eofficialmente, ai loro fratelli di patria i loro bisogni e leloro aspirazioni, ciò che patiscono, ciò che, nella loro opinione, porgerebbe ai loro patimenti rimedio.

E perchè la loro voce suoniofficialmenteal paese, è necessario che esca, non da una o altra società capace di rappresentare soltanto condizioni, interessi, opinioni locali, ma convalidata da un'Autorità interprete riconosciuta dalla Classe artigiana intera e che compendii legalmente in sè tutti i caratteri del suo moto collettivo ascendente. L'esposizione escita da quell'Autorità centrale, sarà l'unica base che possa per noi ragionevolmente idearsi agli studî ch'altri annunzia voler imprendere.

La costituzione di questa Rappresentanza centrale e l'impianto di una pubblicazione periodica, organo collettivo della Classe artigiana convalidato dalla Direzione centrale, devono essere appunto ilfineprincipale del Congresso operajo che si terrà, speriamo fra non molto, in Roma.

E questo Congresso porge, a quanti s'affratellano nell'animo al progresso delle classi operaje e desiderano pel bene della Patria comune che quel progresso si compia pacifico, sobrio nelle esigenze e fondato sulla concordia di tutte le classi, una mirabile opportunità per dare ai loro fratelli operaî un pegno delle loro intenzioni amorevoli e al moto stesso un carattere normale alieno da ogni tristissima realtà o apparenza di conflitto civile.

L'invio dei delegati delle società dalle diverse parti d'Italia a Roma, la retribuzione che dovrà stabilirsi per gli eletti a formare in Roma la Commissione centrale, l'impianto della pubblicazione periodica che dovrà esserne l'organo, costano, e gli artigiani son poveri. Le società faranno, non ne dubitiamo, il debito loro; nondimeno ogni spesa è vero sacrificio per esse; e ci sembra che toccherebbe a noi tutti di provare, concorrendo, agli uomini del Lavoro, che nostro è il loro problema, nostre sono le loro speranze, nostro è il loro avvenire.

Noi proponiamo che s'apra una sottoscrizione per lo scopo accennato di contribuire alle spese che il Congresso e ifinicercati da esso vorranno. E proponendola e invitando i buoni a secondarla, crediamo far cosa giusta e giovevole. È probabile che la proposta perirà sommersa nell'inerzia comune. Pure, i tempi son tali da rompere quella inerzia; e di fronte agli incitamenti che vengono dal di fuori, importa davvero che in qualche modo, con qualche dimostrazione visibile, le classi medie convincano gli artigiani che non sono, come altrove, condannati alla solitudine e che il loro progresso è a cuore di quanti hanno a cuore il progresso della Nazione.

Voi m'avete scelto a vostro rappresentante nel futuro Congresso operajo. Non potevate farmi più alto onore e vi serberò riconoscenza perenne; ma non posso accettare e devo accennarvene le ragioni.

La prima è nelle mie condizioni fisiche. Infiacchito dagli anni e malfermo nella salute, io mi sento oggimai assolutamente incapace di lunghe discussioni pubbliche e non potrei compire debitamente la parte che voi mi assegnate.

La mia presenza nuocerebbe probabilmente alfineche vi proponete e darebbe, nell'opinione di molti, al Congresso un carattere politico che voi dovete e volete evitare. Voi non potete, operaî italiani, rinnegare, come tentarono e tentano in altre terre, l'unità del problema umano e separare dalla questionenazionalee di progresso politico la questione economica: siete uomini e cittadini come operaî e non può compirsi progresso per voi se prima non si compie nell'elemento patrio in cui foste posti a vivere. Ma l'intento principale del vostro Congresso è oggi quello dicostituirvi, di raccogliervi tutti quanti siete, smembrati tuttora in nuclei locali, sotto il Patto di fratellanza e la Direzione centrale che deve farvi capaci d'esprimere officialmente ed efficacemente al paese i vostri bisogni, i mali che vi affliggono, i rimedî che intravedete possibili. E per questo, voi non avete bisogno di me. Importa anzi tutto che la vostra voce a le vostre deliberazioni escano spontanee e libere, per tutti quei che guardano in voi, da ogni sospetto d'influenza straniera alfineche ora vi proponete. Quando udrò determinato il tempo pel vostro convegno, io vi porgerò pubblicamente quei pochi consigli che il mio cuore mi suggerisce opportuni; ma il mio intervento personale darebbe pretesto agli avversi a voi per accusarvi d'aver ceduto, in qualche vostra determinazione, all'amore che, meritamente o immeritamente, avete per me e per accusarmi, dacchè gli uomini di mala fede non credono mai alla sincerità altrui, di tendere a mutare la vostra in una manifestazione esclusivamente politica e favorevole alle credenze dell'anima mia. Parmi debito d'evitarlo.

E finalmente—perchè tacerei con voi di ciò che forse non è che debolezza mia individuale?—quando nel 1849, dopo la santa e gloriosa difesa, Roma fu occupata dalle armi di Francia, corsi e ricorsisolo, per una settimana ancora e pericolando, le vie della città misteriosa, ch'io fin dai primi anni della mia gioventù adorai come cuore e centro della Missione italiana e tempio d'una terza Epoca di vita della patria nostra a pro dell'Europa e del mondo. E allora, tra i ricordi dell'immenso passato e i presentimenti ostinati d'un immenso avvenire, di fronte ai segni visibili d'un Papato che aveva spinto contro Roma i soldati stranieri e d'una Monarchia che aveva contemplato immobile l'agonia della Metropoli d'Italia, io giurai a me stesso che non avrei più mai liberamente respirato quelle sacre auree se una bandiera repubblicana non sventolasse dal Campidoglio e dal Vaticano o io non potessi giovare a piantarvela. Lasciate che, in questo periodo di giuramenti falsati per calcolo o leggierezza di scettici, io, credente in Dio e nella coscienza immortale, serbi, canuto, il mio. Mi sentirò più degno d'amarvi.

Fratelli miei,

Voi sarete, se odo il vero, tra breve raccolti in Roma. E io sciolgo la mia promessa di darvi quei suggerimenti che mi sembrano più opportuni al buon andamento del vostro Congresso. Non m'arrogo di dirigervi o costituirmi interprete vostro; troppi uomini parlano oggi in vostro nome e ripetono la frase imperiosa russa: «bisogna insegnare all'operajo ciò ch'eidevevolere.» Ma mi pare di potervi dire ciò che la parte buona e sinceramente italiana del paese aspetta da voi.

La prima cosa, in ogni impresa, da accertarsi è ilfinea cui tende. Ilmetododa tenersi nello svolgersi dell'impresa medesima è suggerito logicamente dalfine. Il successo dipende dal seguirlo tenacemente e non disviarsene mai. Ogni deviazione è inutile dispendio di forza e di vita.

Qual è ilfinea cui tende il vostro Congresso?

È, se non erro, quello di costituire un Centro che, rispettando i diritti e i doveri puramentelocalidelle società, possa legalmente rappresentare doveri, diritti, tendenze, interessi comuni a tutta quanta la Classe artigiana ed esprimere, convalidato dalla potenza del numero, i mali che affliggono in Italia gli uomini del Lavoro, le cagioni che, secondo voi, li producono, e i rimedî che, secondo voi, potrebbero cancellarli.

Un Patto di fratellanza fu stretto, tra le numerose società che aderirono, nell'ultimo vostro Congresso tenuto in Napoli. Ma per errori che or conoscete commessi nella costituzione appunto dell'Autorità che doveva rappresentare quel Patto e desumerne le conseguenze, rimase lettera morta.

Si tratta per voi di ratificare nuovamente quel Patto e di costituire a rappresentarlo un'Autorità che abbia condizioni di vera, forte e perenne vita.

Ed è la cosa più importante che possiate fare. Dal giorno in cui l'avrete fatto, comincierà la vita collettiva degli operaî italiani; avrete costituito lo strumento per progredire concordi; la questione sociale, oggi lasciata all'arbitrio di ogni nucleo locale, potrà definirsi davanti al paese, forte dei fatti raccolti da tutte le società e del consenso indiretto di quasi dodici milioni tra operaî manifatturieri, dati all'industria mineraria ed agricoltori; petizioni, reclami, statisticheconcernenti alcuni fra i mali immediati e dovuti al malvolere o all'arbitrio degli uomini più che alla costituzione sociale, potranno escire dal vostro Centro in nome non d'una, ma di tutte le società operaje esistenti in Italia e saranno per questo ascoltate. E finalmente, potrete allora stringere, nei modi e coi patti che vi parranno opportuni, coi vostri fratelli dell'altre Nazioni, vincoli d'alleanza che tutti intendiamo e vogliamo, ma dall'alto del concettonazionalericonosciuto, non sommergendovi, individui o piccoli nuclei, in vaste e male ordinate società straniere che cominciano dal parlarvi di libertà per conchiudere inevitabilmente nell'anarchia o nel dispotismo d'un Centro o della città nella quale quel Centro è posto.

L'Associazione, concetto fondamentale dell'epoca nuova, avrà ricevuto dal vostro elemento la prima solenne consecrazione. E l'esempio gioverà a tutto quanto il paese.

Se questo è, com'io credo, il vostrofineprincipale nel riunirvi a Congresso, ilmetododa seguirsi nelle vostre deliberazioni è chiaro.

Verificati attentamente i mandati, che devono esclusivamente esser dati da società d'operaî, gittatevi risolutamente a quelfine, e non tollerate che altri vi svii sollevando incidenti e affacciando proposte e questioni estranee. Alcuni fra voi formulino unordine del giornoprogressivo che escluda, finchè ilfinenon sia raggiunto, ogni discussione intorno a dottrine religiose, politiche o sociali che un Congresso oggi non può decidere se non con dichiarazioni avventate e ridicole per impotenza. Raggiunto ilfine, compìto l'ordinamento interno della classe vostra, discuterete, se avrete tempo, ciò che vorrete. Dove no, commetterete allo studio dell'autorità centrale le proposte che vi parranno importanti. Ma non v'allontanate prima dal segno. Questa vostra è manifestazione, oltre ogni altra anteriore, solenne. Il paese guarda in voi trepido, attento, severo. Se troverà nel vostro, come in altri congressi tenuti fuori d'Italia, sobbollìo, tempesta di pareri diversi, d'avventatezze non frenate, di lunghe parole inutili su questioni vitali e superficialmente trattate dall'ira non repressa di pochi, giudicherà voi tutti inesperti e malavveduti e prematuro il sorgere del vostro elemento.

Due sole dichiarazioni mi sembrano, quasi preambolo all'ordinamento e istruzione generale data all'Autorità che dovrete eleggere, volute oggi dalle insolite circostanze nelle quali versa gran parte di Europa.

Non giova illudervi. Il paese che cominciava a guardar con favore ai vostri progressi e a sottoporre a più attento esame ciò che da noi o da altri si scrive per voi a pro del vostro giusto inevitabile sorgere, è dagli ultimi eventi di Francia in poi sulla via di retrocedere, impaurito e tendente ad appoggiare la stolta immorale teorica diresistenzapiù o meno adottata a danno vostro da tutti i Governi. Una selvaggia irruzione, non dirò di dottrine, ma d'arbitrarie irrazionali negazioni di demagoghi russi, tedeschi, francesi, è venuta ad annunziare che, per esser felice, l'Umanità deve vivere senza Dio, senza Patria, senza proprietà individuale e, pei più logici e arditi, senza santitàcollettivadi famiglia, all'ombra della casa municipale di ogni comune; e quelle negazioni hanno trovato, tra per insana vaghezza di novità, tra per il fascino esercitato dalla forza spiegata da quei settarî in Parigi, un'eco in una minoranza dei nostri giovani. L'Umanità guarda e passa; ma la tiepida, tentennante, tremante, credula generazione borghese dei nostri giorni, impaurisce d'ogni fantasma. La parte abbiente del paese, dal grande proprietario fino al piccolo commerciante e al proprietario d'una bottega, comincia a sospettare cheogni moto operajo covi una minaccia ai capitali raccolti talora per eredità, più spesso dal lavoro; e ha diritto d'essere rassicurata. Or se voi foste credenti in quelle pretese dottrine, io deplorerei le tristissime conseguenze che ne escirebbero infallibilmente per l'Italia e per voi e cercherei di convincervi; non vi direi:mentite per tattica o per paura. Ma so che quelle insensate teorie non sono vostre; e però vi dico: importa al progresso del vostro moto ascendente e al paese che lo dichiariate: importa sappiano tutti che voi vi separate dagli uomini che le predicano; che in cima alla vostra fede sta la santa parolaDovere; che voi mirate a iniziare l'avvenire, non a sconvolgere con violenza ilpresente; che non tendete a distribuzione di ricchezza posta in mano d'altrui, a liquidazioni sociali, a confische di proprietà, ma chiedete educazione per voi e pei vostri figli, intervento pacifico di cittadini nelle faccende della Patria che amate, sacro e inviolabile da ogni tributo ilnecessarioalla vita, senza la quale nè lavoro nè produzione sono possibili, e favore e ajuti dalla Nazione alla lenta trasformazione dell'ordinamento attuale del lavoro nel più giusto e utile a tutti ordinamento dell'associazionetra il capitale e il lavoro, tanto che vi s'apra via per raccogliere voi medesimi un capitale e mutarvi dasalariatiin lavoratori liberi, indipendenti dall'arbitrio altrui.

E una seconda dichiarazione, implicita già nel vostro patto di fratellanza, dovrebbe, parmi, riaffermare che voi non separate il problemaeconomicodal problemamorale, che vi sentite anzitutto uomini e italiani e che, comunque chiamati dalle vostre circostanze a occuparvi più specialmente d'un miglioramento di condizioni per la classe vostra, non potete nè volete rimanere estranei e indifferenti a tutte le grandi questioni che abbracciano l'universalità dei vostri fratelli e il progresso collettivo d'Italia.

Ma riconfermato il Patto di fratellanza e compite queste due dichiarazioni, l'una delle quali vi separa dal male, l'altra inanella i vostri ai fati d'Italia, l'ordinamento interno avrà, spero, tutte le vostre cure.

Quell'ordinamento è cosa vostra e farete pel meglio. Ma se mi concedeste di sottomettervi anche su quello alcuni suggerimenti, vi direi:

Costituite in Roma una Commissione direttiva centrale composta di cinque operaî tra i migliori dei vostri: siate nella scelta indipendenti da ogni considerazione che non sia di virtù morale e capacità.

Determinate per essi uno stipendio mensile. Ogni opera vuole essere retribuita. E ricordatevi che l'impianto della Commissione eletta nel Congresso di Napoli fallì perchè appunto gli individui scelti in punti diversi non trovarono modo di recarsi nella città dove dovevano raccogliersi o speranza di trovarvi immediatamente lavoro. La missione inoltre fidata ai cinque non potrà del resto conciliarsi colla necessità di lavorare per vivere.

Eleggete un Consiglio composto di trenta o più individui scelti fra i delegati delle diverse località rappresentate nel Congresso e aderenti al Patto, ai quali sia commesso l'ufficio d'invigilare, ciascuno dalla città in cui vive, sugli atti della Commissione direttiva, e attribuite un potere d'iniziativaper proposte da farsi ad essa, quando la proposta sia inoltrata da un numero, che toccherà a voi di determinare, di consiglieri. E statuite che in ogni deliberazione d'importanza vitale per la classe operaja, la Commissione debba, convocandoli o per corrispondenza, consigliarsi con essi. Sia inoltre nei consiglieri, se unanimi o quasi, autorità di convocare le società a un congressospeciale, se mai vedessero la Commissione deliberatamente sviarsi dalla missione ad essa fidata.

Statuite egualmente che la stessa facoltàiniziatricerisieda nelle Società e che ogni proposta convalidata d'assenso da un numero di esse che dovrete determinare, avrà necessariamente studio e risoluzione dalla Commissione direttiva.

E finalmente accertate se sia possibile coll'ajuto regolare e determinato delle società e con quello che potrà venirvi d'altrove, l'impianto d'una pubblicazione settimanale, diretta dalla Commissione, e organoofficialedei lavori e dei voti della Classe operaja.

Questo parmi in oggi il còmpito vostro. Il mio, se eleggete la Commissione, sarà quello di deporre nelle sue mani il rendiconto delle somme spese e quel tanto che avanzerà della sottoscrizione da me iniziata per voi, e di porgere ad essa via via i suggerimenti che il cuore e l'intelletto m'inspireranno.

E sarò vostro, Operaî fratelli miei, finchè rimarrà in me un alito della vita terrestre. V'amai fin dai primi passi ch'io mossi sulla via che il dovere e gli istinti dell'anima mi fecero scegliere, perchè fin d'allora intravidi i fati ai quali oggi vi sospinge la Legge provvidenziale del Progresso e la splendida parte che avreste nel risorgimento di questa sacra terra che Dio volle darci a Patria. V'amai come s'ama chimeritaamore, rispettandovi e non contaminando voi e me con ipocrite adulazioni o accarezzando in voi illusioni condannate anzi tratto perchè evocate da passioni latenti o da promesse che si risolvono in sole parole. V'ho sempre detto ciò che credo esser vero.

E voi mi avete ricambiato d'amore per questo: di quell'amore sincero, puro, spontaneo che porge conforto, nelle più dure prove, alla vita e non concede all'anima stanca di travolgersi nell'ira, nel dubbio o nell'egoismo. Rimanga tra noi quel patto d'amore. E possa io, non foss'altro, vedervi prima dell'ultima ora concordemente avviati al compimento della vostra missione.


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