QUESTIONE SOCIALE[169]

Torniamo e torneremo sovente sulla questione sociale, perchè essa è la più santa e a un tempo la più pericolosa del periodo in cui viviamo e non vediamo finora che i più ne intendano i pericoli o la santità. Abbiamo da un lato, diffusi su quasi tutta l'Europa, agitatori volgari trascinati dalle misere condizioni in cui giaciono da secoli gli uomini del Lavoro a concetti d'odio e vendetta, di sostituzione d'una classe a un'altra, di disegni negativi d'ogni progressiva convivenza sociale, ai quali non può riescire se non di nuocere e di fare per lungo tempo indietreggiare la soluzione del problema: agitatori di seconda mano i quali, incapaci nell'anima d'odio e di basso spirito di vendetta, ma affascinati per mobilità di fantasia dall'azionequalunque siasi, impazienti d'esame purchè le proposte suonino libertà e ribellione, accolgono senza studio dei fatti le affermazioni dei primi: uomini buoni, ma corrivi a credere ciecamente e tentennanti ancora nella coscienza della propria forza, ai quali le false o esagerate asserzioni dei primi e il rapido assenso dei secondi persuadono che esiste al di fuori d'essi un'arcana gigantesca potenza presta a far l'opera loro e salvarli dal dovere della lenta fatica e del sacrificio. Abbiamo dall'altro individui collocati dal caso o dall'arbitrio di pochi al sommo dell'edificio sociale e che dovrebbero appunto per questo sentir più forte il dovere didirigerele Nazioni sulle vie del progresso, condannati dall'assenza d'una fede, dal vuoto di ogni dottrina, dal presentimento d'ineluttabili fati a non conoscere via se non quella dellaresistenzadove anche l'intravedono disperata, e a vivere di giorno in giorno come possono e finchè possono: poi, materialisti pratici, servi per interesse d'ogni potenza che può dare ricchezza o dominazione, presti sempre ad accarezzare d'illusioni sulla debolezza del moto temuto i padroni o a rafforzare la tendenza alla repressione. E abbiamo tra i due una numerosa classe d'uomini tiepidamente buoni, tormentati di paura, di scetticismo, di fiacchezza e d'inerzia, che intravedono talora il dovere, ma non sanno evocare in sè l'energia necessaria a compirlo, che presentono a ora a ora i pericoli dell'indifferenza, ma s'arretrano davanti a quel lampo invece d'inoltrare d'un passo e giovarsi dell'incerto bagliore a collocarsi risolutamente sulla via diretta.

Gli uomini della prima classe—lasciando da banda gli agitatori volgari che saranno schiacciati qualunque volta s'attenteranno di agire—rinsaviranno col tempo e le delusioni. È impossibile non si avvedano presto o tardi che l'azioneè colpa quando ha un intentonon giusto, follìa quando la riuscita non è possibile—che se il problema dell'emancipazione operaja è universale, le condizioni diverse nei popoli fanno diversi i modi, che aciascunpopolo appartiene essenzialmente il segreto della scelta di questi modi e che l'indipendenza del concetto nazionale da una direzione straniera è la prima forma della libertà collettiva e pegno a un tempo di quella coscienza della propria forza, senza la quale non è dato ad alcuno di compier doveri e di conquistare diritti—finalmente che non è potente ad unfinese non l'unitàdi forze omogenee, e che l'illudersi a cercar potenza per fare una Associazione cosmopolitica in seno alla quale una sezione crede nella giustizia della proprietàcollettiva, un'altra in quella della proprietàindividuale, una terza nell'onnipotenza dello Stato, una quarta nell'abolizione degli Stati a pro d'una illimitata autonomia di Comuni, una quinta nel predominio dello spirito e dell'ideale, una sesta esclusivamente nella materia e negli atomi vaganti in cerca d'un concorso fortuito, torna tutt'uno col cercar vittoria da un esercito nel quale un battaglione mova di fronte mentre un altro volga a diritta, un altro a sinistra e un quarto retroceda sotto capi non intesi fra loro.

La seconda classe d'uomini—lasciando da banda Governi che si affaticano a vivere dinegazioni—è composta d'incorreggibili. La bassezza dell'animo li fa inaccessibili a ogni cosa che non sia la prepotenza d'unfatto. Oggi, l'opera loro indugia il progresso, ma più in virtù di vizî che sono in noi che non in virtù d'influenza reale che sia in essi; e quando, curati quei vizî, ilfattonuovo s'affaccierà, sfumeranno nel nulla o mendicheranno a noi, che non accetteremo, il diritto di proferire le stesse menzogne a pro nostro.

Ma la terza classe è ben altrimenti numerosa e importante, non solamente per le condizioni di intelletto educato e di possedimenti che la farebbero, se volesse, arbitra dello Stato, ma perchè in essa sono latenti i germi del bene insteriliti negli altri. Tolta via una genìa di speculatori e di banchieri insaziabili che contaminano le buone vecchie abitudini del commercio e preparano crisi tremende ai popoli, gli uomini delle classi medie furono e sono tuttora uomini di lavoro e ne sanno il valore e la dignità. In un periodo nel quale, sciolti per molte cagioni tutti i vincoli d'unità morale, di viva fede e di culto a unfinecomune, non rimane a norma di vita che l'io, hanno ringrettito affetti e virtù ad affetti verso l'angusto cerchio privato, a virtù domestiche e inoperose oltre il recinto della famiglia e dei pochi amici, ma la facoltà d'intendere e d'operare il bene vive in essi, più sviata e intorpidita che spenta. Da queste classi borghesi che si affermarono coll'antica emancipazione dei nostri Comuni, escirono, in tempi più recenti, forti fatti di lunga ostinata resistenza ai dominatori stranieri e torme di giovani volontarî per le battaglie dell'Unità nazionale e apostoli incontaminati del Vero e di questa stessa emancipazione del popolo che noi predichiamo. Gli artigiani d'Italia lo sanno e serbano, buoni come sono, animo grato ai fondatori degli asili per l'infanzia, delle casse di risparmio, delle prime scuole popolari, rimedî inefficaci ai loro mali, ma creduti allora i soli possibili e occasione del ridestarsi del popolo alla coscienza di fati migliori. Chi s'adopra fra noi a seminare astio fra classe e classe e irritare ilpovero popolocontro chi s'emancipò primo o contro ai detentori, quali essi siano, di capitali, fa opera trista che non giova agli artigiani e suscita a sospetti di pericoli, che in realtà non esistono, tutta una moltitudine di cittadini necessarî anche essi al progresso della Nazione.

Non esistono per chi ama e intende se non due classi di cittadini, i buoni e i tristi, gli amorevoli al bene altrui e capaci di sagrificio, e gli egoisti, se borghesi o artigiani non monta, che non pensano se non al proprio benessere. Se la tendenza a questo egoismo s'incontra più frequente tra quei che possedono, la cagione sta nelle più numerose tentazioni materiali che li accarezzano, nei Governi che, a serbarli amici, circondano di monopolî e privilegi civili e politici la loro ricchezza e in una dottrina economica buona a suo tempo, funesta in oggi, che dei due elementi d'ogni progresso, Libertà e Associazione, non conosce che il primo e che, travolta nel materialismo del periodo in che nacque, sostituisce al problemaumanoun semplice problema diproduzione. Bisogna combattere l'infausta dottrina, mutare i Governi fondati sul monopolio e sul privilegio, illuminare quei molti, sviati dalla stampa semi-officiale, sulle condizioni reali degli artigiani, sulla potenza del loro moto, sull'urgente da farsi. E se anche il tentativo non riuscisse, bisogna farlo per dovere, per testimonianza a tutti dell'animo nostro, per assicurarci nelle opere future una pura coscienza. Cento, cinquanta, venti anime sottratte per noi all'erroreche minaccia di riescire fatale all'intorpidita società d'oggi, sono premio che basta al tentativo sul quale insistiamo.

L'errore, l'errore fondamentale che addormenta nella classe d'uomini alla quale accenniamo la tendenza a esaminare seriamente il problema e tentar di risolverlo concordemente con noi, è quello di guardare al moto artigiano, non come a fatto provvidenziale e ineluttabile, ma come a frutto di tempi politicamente agitati e fenomeno che un migliore assetto governativo e alcuni lievi miglioramenti ai mali più urgenti dileguerebbero.

Quei che così pensano fraintendono interamente i caratteri del moto.

Il moto è intimamente e indissolubilmente connesso colla questione politica, nè raggiungerà il proprio fine se non sciolta quella. Nessuna trasformazione sociale può compirsi senza l'impianto di instituzioni politiche corrispondenti alprincipioche le dà vita e potenza: chi tentasse operarla isolata susciterebbe una serie interminabile e inefficace di tremende guerre civili. Nessuna rivoluzione politica può d'altro lato farsi legittima e riescire a buon porto se non modifichi gli ordini sociali e non inizii alla vita nazionale una classe d'uomini fino a quel giorno diseredati: dove nol faccia, crea irrevocabile la necessità d'una nuova rivoluzione dopo non lungo intervallo di tempo e una sorgente di perenni contese civili in quell'intervallo. Ma la questione sociale ha una vita propria, immanente, indipendente dall'altre di tanto che, affacciata una volta, non può spegnersi per cosa che altri faccia in manifestazioni diverse della vita della Nazione. Tutte le libertà amministrative possibili, s'anche poteste—ciò che non è—ottenerle cogli ordini attuali, non varrebbero a farla retrocedere: il suffragio universale stesso—ed è, senza rivoluzione politica, utopìa inverificabile—non basterebbe a sopirla e diverrebbe un'arme in mano agli uomini che la promuovono. Soltanto, quell'arme potrebbe sviarsi: diventare strumento di sanguinose guerre civili in pugno al primo uomo dotato dell'energia audace di Spartaco o strumento di tirannide contro tutti a pro del primo usurpatore capace, come in Francia, di largamente promettere senza attenere. In Russia il moto sociale s'agita più potente d'assai che non il politico. E il programma, dal quale oggi accenna a retrocedere, dell'Internazionale medesima è prova che se le grandi questioni politiche o diprincipînon fossero, il motosocialevivrebbe pur sempre; bensì di vita anormale, costretto più sempre nei limiti della questione puramente materialee aperta quindi a tutti i suggerimenti delle passioni e degli appetiti. La politica—come deve intendersi—è consecrazione, non cagione, del moto ascendente operajo.

Molti fra gli uomini ai quali s'indirizzano più specialmente le nostre parole, credono in Dio o lo dicono. Hanno mai pensato—se quella credenza è in essi, non puro suono di labbra, ma realtà profonda nell'anima—alle conseguenze ch'essa trascina logicamente con sè? Hanno pensato che, se Dio esiste, esiste necessariamente fra Dio e la sua creazione un pensiero, un disegno provvidenziale? ch'esiste per la vita dell'individuo e dell'Umanità unfine? ch'esiste per noi tutti, individui e società, un sacro assoluto dovere di cooperare a raggiungerlo? che unfine, qualunque sia, assegnato all'Umanità ha essenzialmente bisogno, per essere raggiunto, di tutte le facoltà, di tutte le forze collegate, esplicite o tuttavia latenti nell'Umanità stessa? che conquistare gradatamente e costituire coll'Associazione l'Unità morale della famiglia umanaè indispensabile scala a quel fine? che quindi la negazione progressiva di tutte le caste, di tutte le distinzioni artificiali e—nei limiti del possibile—di tutte le ineguaglianze tendenti a separare gli uomini e diminuirne l'associazione e il lavoro concorde, è parte del disegno provvidenziale? In questa serie di deduzioni innegabili, possiamo dirlo, da chi ammetta ilprincipio, vive la cagione del moto attuale, vive la sua legittimità, vive la certezza della sua vittoria e dovrebbe vivere in noi tutti, cattolici o protestanti, cristiani e non cristiani, quanti crediamo in Dio, quel senso di riverenza e d'amore per le classi ch'oggi battono alle porte del mondo civile da noi provato davanti a ogni vita nascente, alla culla d'un individuo, d'un popolo, d'una razza. Dio dice a noi tutti:adorate e operate a pro d'esse.

Due sole cose potrebbero frammettere un dubbio tra la percezione del Vero e l'azione. È quel grado di progresso da salirsi appartenente all'epoca nostra? È la coscienza di questo progresso sufficientemente desta e operosa nella classe che deve salirlo?

Alla prima interrogazione risponde affermativamente ilpassato: alla seconda, con eguale affermazione, ilpresente. Storia e fatti dell'oggi convalidano la nostra fede e possono, comunque più imperfettamente, guidare alla stessa persuasione quanti hanno la sventura di non credere in Dio.

Noi non possiamo intessere qui un corso di storia, ma diciamo che chi vorrà interrogarla troverà additato come termine fondamentale e fine immediato dell'Epoca l'emancipazione artigiana: troverà esaurita la serie dei termini procedenti quest'uno e anteriormente conquistati dall'intelletto del mondo civile. Attraverso le aristocrazie teocratiche primitive, il dualismo di quelle e del principato, il dispotismo sottentrato dell'Uno, le Repubbliche aristocratiche, le guerre e le conquiste dell'elemento democratico in seno ad esse, l'Impero, poi il nuovo dualismo tra esso e il Papato, il patriziato feudale, i Comuni, le Monarchie cercanti in essi ajuto a sottomettere gli eredi dei guerrieri padroni di feudi e, più giù fino a noi, le ribellioni popolari d'Europa e la Rivoluzione del secolo scorso, le caste si logorarono a una a una, il cerchio dell'associazione s'estese, l'unità della famiglia umana andò successivamente ampliandosi. Gli uomini diseredati, per difetto di nascita o forza, d'ogni convivenza passarono successivamente dalla condizione di vittime consecrate se prigionieri in guerra o dicosein mano dei loro padroni a quella di schiavi nudriti perchè lavorassero—da quella alla condizione di servi della gleba o d'un uomo—poi a quella d'agenti di produzione retribuita a salario determinato dallacieca legge dell'offerta e della richiesta e dall'arbitrio dei detentori di strumenti del lavoro. Gli emancipati di quella classe d'uomini che avevano, per virtù propria, affetto degli antichi padroni o caso, potuto raccogliere una somma più o meno determinata di fattori della produzione, si collocarono classe intermedia tra gli antichi padroni ordinati a governo e i milioni mutati diserviinartigianie furono detti borghesi. La Rivoluzione francese del secolo scorso fu, nei risultatipratici, rivoluzione borghese e dotò quell'elemento di privilegi civili e politici d'ogni sorta. Se non che proclamando, comeprincipio, eguaglianza fra tutti i figli della Nazione, chiamando il popolo a meritare colla difesa del territorio, suscitando colla predicazione della Libertà e dei diritti spettanti a ogni uomo le facoltà fino allora latenti d'entusiasmo e di dignità individuale, rivelò ai figli del Lavoro, al quarto stato, com'oggi dicono, diritti, doveri e coscienza di forza ad un tempo. E oggi si tratta per essi di tradurre infattounprincipioteoricamente accettato. La progressione è visibilmente continua; e addita maturi i tempi perchè il problema si sciolga.

Il presente dichiara intanto ai meno veggenti l'irrefrenabile potenza del moto. Il sorgere, l'agitarsi della classe artigiana in cerca d'un migliore avvenire, è universale: non è terra in Europa che non ne manifesti più o meno minacciose le aspirazioni. Gli Artigiani possono in un luogo o in un altro traviare nel metodo, nella scelta dei mezzi; ma ilfineè unico e il senso di questa unità li chiama ad affratellarsi di terra in terra gli uni cogli altri e il senso di questo affratellamento compito o possibile crea in essi la sola cosa che ad essi mancasse, coscienza di forza. In qualunque modo si giudichi, tremando delle conseguenze o salutandole, come noi facciamo, indizio certo di un'Era nuova, d'un nuovo stadio d'educazione salito dall'Umanità, cominciamo a intender noi tutti che questo moto non è sommossa passeggiera, ma avviamento a una grande rivoluzione, impulso provvidenziale di non retrocedere più mai finchè non abbia raggiunto ilfine.

Si raggiungeràconvoi ocontrovoi, uomini delle classi emancipate? La scelta sta in mano vostra. Noi non possiamo che insistere ad affacciarvi di tempo in tempo, per debito di coscienza, il problema. Ma badate: è problema di sfinge: dovete risolverlo o correte rischio d'essere divorati. Voi siete oggi nella posizione assunta dall'Europa politica nella questione d'Oriente. Per terrore della Russia, l'Europa s'ostina a puntellare artificialmente un Impero, il Turco, condannato irrevocabilmente a perire e travolgere, disperato d'ogni altro ajuto, le popolazioni indigene, alle quali è affidata l'esecuzione della sentenza, in braccio allo Tsar; e voi, per terrore irragionevole del moto artigiano, siete a pericolo di travolgerlo sotto l'influenza d'agitatori che insegnano agli artigiani la necessità d'aborrirvi e distruggervi. Ricordatevi che l'ostinazione delle monarchie a negare il diritto repubblicano di Francia creò il Terrore e le carneficine del 1793. Siete oggi in tempo per promuovere pacifico e regolare il moto con noi: domani forse, ve lo diciamo tristemente convinti, v'udrete ripetere:è tardi.

Per quali modi potrebbe verificarsi tra le classi operaje e le medie la concordia invocata?

Il modo decisamente migliore è uno; e tutti sanno qual sia per noi. Ma anch'oggi e sotto l'impero delle instituzioni dominatrici, quella concordia nel moto può iniziarsi e i modi son molti: primo fra tutti,senza il quale ogni suggerimento sarà inascoltato, è per le classi medie quello sul quale andiamo insistendo: studiare, con vero amore e intenzione deliberata di giovarlo, il moto operajo. Un miglioramentomoralein noi stessi è sempre a capo d'ogni grande mutamento, d'ogni grande impresa.

E questo miglioramento morale è urgente davvero. Oggi, la piaga che più rode l'anime nostre è l'indifferenza. La schiavitù di tre secoli ci ha rapita gran parte della coscienza di forze che pur sono in noi per operare e riuscire. Il materialismo entrato in noi appunto colla schiavitù ha, come sempre, scemato, limitando dentro un angusto meschino orizzonte le conseguenze delle opere, quel senso dell'importanza, della santità della vita ch'è la più forte sorgente delle grandi cose. A che migliorare noi stessi se dobbiamo morire interi, organismo e spirito che lo move, domani? A che affaticarci e affrontare sacrificî, quando nessuna legge intelligente è mallevadrice dei risultati, quando l'edifizio penosamente inalzato sarà forse rovesciato dal primo soffio di vento, dal primo fatto che sorgerà impreveduto? Ifinieterni, le lente, potenti manifestazioni che inanellano l'una coll'altra le generazioni e frutteranno ai pronipoti, trovano intorpidita la mente e incerto, scettico il cuore. Un machiavellismo, ch'è lapraticadel materialismo, sceso dall'anima, potente di desiderî, ma disperata di meglio, del povero Machiavelli e peggiorato dai fiacchi arrendevoli successori, ha colpito di gelo le migliori facoltà nostre insegnando che non s'hanno da affrontare e dominare le circostanze, ma s'ha da cedere ad esse e veder di trarne il men tristo partito possibile. Per tutte queste ragioni riunite, abbiamo a poco a poco sostituito all'adorazione del Dovere l'idolatria dell'opportunità, all'Ideale divino il piccolo calcolo delle conseguenzeimmediate, alle norme d'una Legge suprema su tutta quanta l'Umanità, la breve signoria delfattocompito, alla Verità che non muore larealtàtransitoria dell'oggi. Talora, gli istinti dell'anima immortale si ribellano dentro noi: i bollori giovanili del sangue e un avanzo di umana dignità mutata in orgoglio spronano a proteste virili; ma l'impulso non dura e un nobile fatto è seguìto da lunghi intervalli di ignavia e di inerzia. Splende in noi, ricordo della nostra missione, qualche solitario lampo di virtù, ma lacostanzain essa è sparita; e se il Bene trapela agli occhî dell'intelletto, ci stringiamo sconfortati nelle spalle dicendo:non è da noi il raggiungerlo: fidiamo al caso, a nuove incerte circostanze, alla generazione che verrà dopo noi, l'impresa ch'è nostra. I nostri studî si rivolgono tutti al passato, tanto ci sentiamo incapaci di promuovere l'avvenire; e in quel passato non cerchiamo incitamenti afaree indizî delcome, ma oblio delle cure presenti e pascolo a una infeconda vanità disapere, invece d'una attiva filosofia della vita. Così, ringrettiti, insteriliti, diseredati d'azione, ci ravvolgiamo in un manto di indifferenza che chiamiamo rassegnazione di prudenti, ed è codardia morale. Se la miseria passa gemendo d'innanzi all'uscio della nostra casa, la soccorriamo cristianamente, ma senza pur sospettare che incombe a noi di prevenirne il ritorno, di rintracciarne le ingiuste cagioni e di cancellarle. Se un popolo-martire, dopo d'avere eroicamente combattuto per la proprianazionalità, scende con dignità nella tomba—se una intera famiglia di popoli muti finora e separati dal comune progresso europeo freme moto su tutta una vasta zona e chiede ammessione al banchetto del mondo civile—plaudiamo come spettatori a sublime spettacolo, ma senza esigere che un mutamento nella nostra politica internazionale ajuti il martire a risollevarsi o promuova quel moto ascendente d'una interarazza. È stato necessario che, pari alla minaccia del festino di Balthazar, il funesto bagliore degli incendî parigini illuminasse per noi una protesta emancipatrice degli operaî, perchè—scossi non dall'amore, ma dalla paura—volgessimo la nostra attenzione al problema agitato visibilmente da mezzo secolo per chiedere, dopo pochi momenti di studio, ai Governi di proteggerci contro i pericoli e risolvere per noi la questione.

I Governi d'oggi, guasti dal principio esaurito e condannato a sparire onde tutti s'informano, sono impotenti a risolverlo; e le cieche brutali resistenze, arma unica che essi sappiano e possano per un tempo adoperare, accumuleranno su voi che invocate protezione da essi odî e vendette che nessun pacifico apostolato da parte nostra potrà scongiurare e scoppieranno un dì o l'altro tremendi. Voi soli, uomini delle classi medie, potete allontanar quei pericoli. La causa è vostra: dovete non delegarne gli obblighi ad altri, ma soddisfare ad essi voi medesimi coll'amore, collo studio e con opere perseveranti.

È tempo che, scotendo da sè una inerzia, che li fa parere d'essere in parte complici di colpe non loro, gli uomini delle classi medie tornino al vero concetto della vita data da Dio perchè si comunichi ad altri e intendano ch'essi sono quaggiù depositarî d'una missione da non violarsi impunemente nel presente e nell'avvenire. Giunti prima a un grado di sviluppo intellettuale ed economico, essi devono oggi ajutare chi rimase addietro a salire. Da diciotto secoli le loro labbra mormorarono la santa parola di Gesù:eguaglianza delle anime; è tempo che quella parola scenda dalle labbra nel cuore e lo fecondi ad opere attive a pro dei loro fratelli. Essi li chiamano tali nel recinto del Tempio, davanti a Dio; ma non deve essere la Terra tempio di Dio? Non deve esserne Sacerdote tutta quanta l'Umanità? Non sono gli eguali davanti a Dio chiamati ad esserlo davanti agli uomini? Non dovrà mai aggiungersi a quella santa parola la più santa preghiera colla quale Gesù invocava che «il Regno di Dio si trapiantasse per opera nostra per quanto è possibile dal cielo, dove splende come nostro Ideale, sulla terra ove deve incarnarsi inrealtà?» Guardino al levarsi di queste plebi, rejette jeri a condizione di casta inferiore, anelanti oggi a penetrare nel recinto della Città, non come a sommossa passeggera, ma come a marea suscitata dall'alito divino, non con paura, ma colla riverenza amorevole colla quale si guarda a un grande fatto provvidenziale.La famiglia umana accenna a salir d'un passosulla via che guida alla meta assegnata. È pensiero da far balzare di gioja ogni uomo che è buono o intende a meritare quel nome: e la gioja dovrebbe essere maggiore in chi è in alto e può porgere una mano ajutatrice ai compagni di viaggio.

Prima cosa da farsi è l'accertare quali siano i bisogni delle classi artigiane, quali i loro patimenti e quali i rimedî che invocano. Bisogna chiederlo ad esse, interrogarle dappresso, agevolarne l'espressione collettiva e sincera. Centocinquanta società operaje—e il numero andrà crescendo ogni giorno—hanno poche settimane addietro costituito in Roma un Centro incaricato di parlar per esse, hanno annunziato che tenterebbero l'impianto d'una pubblicazione settimanale a quel fine: bisogna proseguire nell'opera iniziata da noi e promuovere quell'intenzione sottoscrivendo. Taluni—sia lode ad essi—lo han fatto: seguano molti l'esempio: l'utile del raccogliere documenti necessarî a intendere e risolvere la questione s'accoppierà al pegno di concordia e d'affetto dato così agli operaî. Il resto è da farsi col contatto personale, scendendo nelle loro officine, affratellandosicon essi nelle radunanze commemoratrici delle loro società, conversando fraternamente con quanti ricevono commissione individuale di lavori, arrestandosi al solco del villico a interrogarlo sulle sue condizioni, sulla famiglia, su ciò che più potrebbe giovargli. E questo contatto amorevole frutterà a un tempo intenzione dei modi di fare il bene e potenza di combattere il male, di confutare gli errori economici suggeriti ad essi dai demagoghi per mestiere, di sperdere il fascino di speranze destinate a tornare illusioni.

Poi, l'Istruzione. I più tra gli artigiani la cercano avidamente e il darla toccherebbe a chi l'ha. Un Governo repubblicano la darebbe gratuita, obbligatoria, nazionale, a tutti i figli della Patria comune. Ma intanto gli uomini delle classi abbienti possono, volendo, darne gran parte. In ogni centro considerevole d'industria dovrebbe impiantarsi una scuola per insegnare agli artigiani, disegno lineare, geometria, elementi d'algebra, meccanica, chimica, applicazioni pratiche della fisica ed altro. Ma ogni località anche di secondo o terzo ordine può avere, mercè un piccolo sacrifizio d'oro e di tempo, riunioni serali o pei giorni festivi nelle quali si partecipi agli operaî un insegnamento morale, si narrino popolarmente le tradizioni dei nostri Padri, si trasmettano nei loro punti salienti le vite dei nostri Grandi, si comunichi la conoscenza geografica della nostra Terra congiunta a considerazioni generali sulle condizioni delle varie contrade che la costituiscono, dei varî rami dell'umana famiglia che vivono in essa. E in ogni località dovrebbe formarsi per via di doni una piccola biblioteca popolare circolante; e in ogni località agricola, dove pur troppo non si sa leggere, un giovane dovrebbe raccogliere intorno a sè i coltivatori e leggere per essi, spiegando ove occorra, un buon libro. Quando pensiamo all'immenso bene che può derivare da un'ora sottratta a sterili sollazzi, da poche lire sottratte a inutili spese, ci sembra impossibile ch'altri non cerchi a sè stesso su questa via il sereno soddisfacimento d'averlo operato e tentato. Chi scrive leggeva poc'anzi in un giornale italiano, miste a un inno all'ebbrezza, dichiarazioni frementi vendetta e retribuzioni di sangue per la fucilazione, delitto ed errore ad un tempo, di tre fra i combattenti a pro del Comune in Parigi; e pensava: anche l'ira è santa talora e nessuno può osare di rimproverarne, per cagione siffatta, l'espressione. E nondimeno non dobbiamo noi repubblicani raccogliere l'ultima parola di Rossel, soffocare quell'ira e ricordare che non vinceremo se non a patto d'esser migliori dei nostri nemici e non calcarne le orme colpevoli? Se quei giovani buoni nel profondo dell'anima e repubblicani spendessero l'ora devota ad alimentare un odio sterile, com'essi dicono, fra le bottiglie, tra i loro fratelli popolani, nel modo or ora accennato, non gioverebbero più assai alla causa che intendono di promuovere? Non è più potente a pro d'un popolo abbandonato un germe di comunione e d'amore che non cento grida di rabbiosa vendetta?

Abbiamo accennato agli ajuti da darsi dagli uomini delle classi medie all'espressione officiale dei bisogni e dei voti degli operaî d'Italia che la Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma sta preparando, ed abbiamo accennato all'istruzione da diffondersi tra i lavoranti dell'Industria e tra la considerevole popolazione agricola anche più abbandonata finora. Ma le classi medie potrebbero anche oggi, volendo, far ben altro. Una Associazione formata collo scopo diraccogliere capitali destinati a promuovere gli esperimenti degli operaî, somministrando, senza speculare, anticipazioni alle Società di cooperazione, comprando a basso prezzo terre incolte o neglette ed offrendone, a certi moderati patti per l'avvenire, la coltivazione e la proprietà ad agricoltori valenti e capaci, associati, potrebbe, se le prime prove riuscissero, produrre splendidi risultati. Se non che ora intendiamo parlare soltanto di quelle manifestazioni che senza gravi sacrificî o pericoli basterebbero a stringere, con immenso benefizio del paese, concordia d'affetto fra le classi artigiane e le medie; e ne accenneremo due o tre in via d'esempio.

Mal si trattano i piati che sorgono frequenti fra i lavoranti o gl'intraprenditori dagli stessi onde escirono le cagioni: il senso quasi sempre esagerato dell'ingiustizia negli uni, della soverchia esigenza negli altri, inacerbisce le contese e vieta ai contendenti l'imparzialità necessaria agli accordi. L'instituzione, pendente questo inevitabile periodo di transizione, di Consigli conciliativi, composti per metà di padroni per metà di operaî, esciti tutti naturalmente dall'elezione e presieduti, se vuolsi, da un individuo capace appartenente alla magistratura ed eletto egli pure, riuscirebbe sommamente giovevole in tutti i dissensi che sorgono frequenti fra i lavoranti e i capitalisti che li impiegano. E la missione di Consigli siffatti potrebbe facilmente estendersi a un diritto d'invigilamento sulla salubrità dei locali e su quanto riguarda il lavoro in alcuni pericolosi rami dell'industria. L'impianto di questi Consigli può soltanto e dovrebbe essere provocato, offerto dalle classi medie.

Un fatto di più grave importanza dovrebbe, per impulso degli elettori che appartengono tutti alle classi medie, iniziarsi dai loro deputati:—fatto che proverebbe officialmente il grado d'importanza raggiunto dalla questione sociale e avvierebbe la stampa e l'opinione pubblica su via migliore di quella dell'oggi. Un deputato, Agostino Bertani, ha dato pochi dì sono indizio d'animo desto alla necessità d'occuparsi della condizione dei lavoranti italiani proponendo un'inchiesta sullo stato delle nostre classi agricole. Se non che un'inchiesta, dov'anche fosse concessa, condotta da uomini parlamentari e colle abitudini prevalenti, non darà mai—e una serie di fatti anteriori lo prova—risultati pratici.

L'inchiesta prima dovrebb'esser fatta dagli operaî, o lo sarà per le società se, respingendo proposte d'isolamento o di metodi diversi che ritarderebbero l'emancipazione invocata, si stringeranno intorno alla Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma; poi tolta a base, darebbe luogo a facile verificazione e ad esame del Parlamento. Ma parecchie fra le piaghe che mantengono le tristi condizioni materiali delle classi operaje sono note, accertate; e dovrebbero inspirare, a quanti hanno in Parlamento potuto serbare intatto il senso del dovere verso il Paese, una serie di risoluzioni che affacciassero all'Italia officiale il problema sociale in modo più solenne ed urgente e additassero alcuni, non foss'altro, dei primi rimedî. Convinti come essi sono, o dovrebbero essere, che il problema economico è un problema di produzione—che per produrre bisogna vivere—che quindi ilnecessarioalla vita è sacro e dovrebbe essere immune da ogni diretto o indiretto prelevamento—le risoluzioni dovrebbero, precedute da un sommario delle condizioni attuali e dei loro pericoli, chiedere un riordinamento del sistema delle tasse diretto a lasciare intatto il necessario e non operare se non dove comincia ilsuperfluoalla vita. E convinti come sono, o dovrebbero essere, che le grandi questioni sociali non si sciolgono a spicchî, ma afferrandone l'insieme o porgendo soddisfacimentoa tutte le loro più determinate e giuste esigenze, dovrebbero toccare nella serie delle proposte il lato morale, intellettuale, economico del problema, dalla necessità d'un radicale rimutamento della legge elettorale e d'una educazione nazionale obbligatoria e gratuita fino alla formazione d'un capitale destinato a mallevadoria di certe operazioni prime delle associazioni artigiane industriali e alla concessione di terre, proprietà dello Stato e dei Comuni, alle associazioni agricole. Le proposte sarebbero senz'alcun dubbio sommariamente respinte dall'Italia officiale; ma la questione rimarrebbe posta nei suoi veri termini davanti al Paese; il pegno di concordia che noi chiediamo per gli artigiani dalle classi medie sarebbe dato; il popolo saprebbe a quali uomini ha diritto di rivolgersi pei miglioramenti invocati e l'Italia non officiale, arbitra suprema un dì o l'altro di tutti e di tutto, risolverebbe più assai rapidamente il problema.

Il riordinamento del Lavoro sotto la legge dell'associazionesostituito all'attuale delsalario, sarà, noi crediamo, la base del mondo economico futuro, e implica che un capitale indispensabile all'impianto dei lavori e alle anticipazioni necessaria debba raccogliersi nelle mani degli operaî associati. Questo avverrà per vie diverse, delle quali dovremo a poco a poco parlare. E tra queste vie una che per opera dei buoni delle classi medie potrebbe, in questo periodo di transizione, condurre all'intento è quella d'ammettere i produttori artigiani alla partecipazione negli utili dell'impresa.

Esperimenti di questo genere furono, sin dal 1830, tentati e riuscirono; provarono una verità economica troppo negletta, che per aumentare la somma della produzione non basta d'aumentar la richiesta o di trovare nuove sorgenti al lavoro, ma è necessario aumentare il valore produttivo d'ogni individuo e che questa attività produttrice aumenti in ragione diretta della parte che gli è concessa nei frutti della produzione: il lavoro libero produce più del lavoro servile e nelle condizioni attuali l'operajo che, senza interesse alcuno materiale o morale nei risultati della produzione, non dà, generalmente parlando, se non quel tanto di lavoro necessario a rivendicargli il salario pattuito, ha dalla compartecipazione sprone a produrre maggiormente e meglio. Una prova di ciò che affermiamo escì dall'Associazione instituita nel 1830 in Parigi dal signor Leclaire nel suo stabilimento per la pittura degli edifizî. D'un altro notabilissimo diede i più minuti ragguagli il nostro collega Aurelio Saffi nel n. 35 dellaRoma del Popolo, ed esortiamo a meditarlo chi l'avesse, trasvolando, negletto. I particolari d'un terzo furono poche settimane addietro raccolti da uno scrittore francese di merito, Eugenio Véron, e sommano a questo:

«Il signor Briggs, ricco proprietario di miniere carbonifere in Inghilterra e presidente d'una Lega tra i padroni formata per resistere alle pretese dell'Unione degli artigiani, stanco dei dissensi continuamente rinascenti nelle sue officine, prese nel 1864 altra via.

«Egli divise la proprietà delle sue miniere di carbon fossile, valutate a 2 250 000 franchi, in 9000 azioni di circa 250 franchi cadauna e costituì una società in accomandita. Serbò 6000 azioni per sè ed offerse agli operaî ed ai clienti delle miniere le altre 3000.

«Trattavasi ora di persuadere gli operaî—cosa del resto che, pel prezzo elevato, non riusciva facile—a far acquisto di queste azioni; però a raggiungere l'intento non si vide mezzo migliore che associare gli operai stessi ai beneficî delle miniere.

«Il fondo sociale venne diviso in due parti: da una parte un capitale fittizio rappresentante il lavoro degli operaî, dall'altra il danarodegli azionisti. I salarî quotidiani, mantenuti al corso ordinario, furono assicurati agli operaî delle miniere quale interesse del primo di questi due capitali; pel secondo, gli azionisti acquistarono diritto a un interesse del 10 per cento. Si considerò poi il superfluo dei beneficî come un utile comune a tutta la società, quindi da ripartirsi proporzionatamente tra tutti i membri cooperatori.

«Se, a cagion d'esempio, il beneficio annuale risulta del 14 per cento del capitale in azioni, compete a questo capitale il 10 per cento a titolo d'interesse e il 2 per cento a titolo di profitto;—il 2 per cento restante poi viene assegnato agli operaî, quale parte dei beneficî, e ripartito in proporzione dei salarî di ciascuno.

«A incoraggiarli sul principio a rendersi possessori di azioni, fu concesso agli operaî azionisti, in questo riparto di beneficî, il 10 per cento sul totale annuo dei loro salarî, mentre che agli altri non toccò se non il 5 per cento. Questo metodo di ripartizione fu modificato solo nel 1867.

«Il dividendo degli operaî azionisti fu eguale aldodici per centodei loro salarî, e all'otto per centoper gli altri.

«Temendo come sempre, un'insidia, gli operaî titubarono sui primi tempi ad approfittare dei vantaggi loro offerti; ma le loro diffidenze caddero ben presto davanti alla realtà del dividendo.

«Nel 1867 i beneficî netti furono di 510 425 fr., dei quali 200 000 furono messi da parte onde assicurare agli operaî una ripartizione di utili nell'eventualità di cattive annate.

«Nella deposizione da essi fatta davanti la Commissione reale di Londra, dalla quale noi togliamo questi dettagli, i signori Briggs dichiarano chegiammai l'antico sistema avrebbe loro dato, nelle medesime circostanze, simili benefizî.

«Ma ciò che è particolarmente da osservarsi si è che grazie a quest'organizzazione essi non ebbero quasi a risentire gli effetti della crisi toccata in seguito a quel ramo d'industria. Tutte le difficoltà procedenti dall'antagonismo tra capitale e lavoro sparirono come per incanto per dar luogo, da quell'epoca, all'accordo più perfetto.

«I lavoranti stessi s'assumono spontanei la sorveglianza dei mille dettagli che assicurano l'economia e il buon andamento di qualsiasi industria.—Allorchè noi scorgiamo, dice uno d'essi, nelle gallerie un chiodo dimenticato per terra, lo raccogliamo ripetendo il motto passato in proverbio:tanto di più di guadagnato per la fin d'anno.

«Un gran numero d'operaî, estranei sino allora ad ogni idea d'economia, sono divenuti azionisti. Convien aggiungere che le maggiori agevolezze sono accordate per facilitar loro la via al possesso di questo titolo: ogni qual volta siano in grado di versare un acconto di 75 franchi viene loro anticipatamente assicurato il possesso d'un'azione.

«Nel 1868 le azioni erano già a un premio di 112 franchi 50 cent. Perciò a ciascuna emissione si ha cura di mettere in riserva per gli operaî un dato numero di titoli ch'essi possono acquistare al di sotto del corso.

«L'esito di questa intrapresa era già assicurato sino dal 1866.»

Perchè non troverebbero esempî siffatti imitatori in Italia?

Due morti hanno i popoli: l'anarchiae l'indifferenza. Conseguenza l'una e l'altra del materialismo che sopprime ogni vincolo di fede comune, conducono ambe infallibilmente alla negazione di ogni iniziativa e alla schiavitù. Della prima e dei suoi risultati ci porge tale esempio la Francia, che dovrebbe, se pensassero, far rinsavire quanti imprudenti giovani s'affaticano oggi tra noi a risuscitare le vecchie ammirazioni e le vecchie speranze che ci indugiarono mezzo secolo sulla via. La seconda minaccia di soffocare, in Italia, sul nascere della Nazione, ogni coscienza di missione nel mondo, ogni virtù d'idea collettiva, ogni culto di tradizione d'avvenire e ridurci alla condizione d'una gente che produce e consuma, e vive di vita puramente materiale, senza individualità morale, senzafinecomune da raggiungere, senza comunione di vita operosa spirituale colle altre Nazioni di Europa.

Indifferenza negli elettori provata, generalmente parlando, dalla cifra dei votanti nei collegi: indifferenza nei deputati provata ogni giorno dalla difficoltà di raccogliere il numero voluto per le sedute, dalla frequenza dei congedi chiesti e concessi, dall'affrettarsi dei rappresentanti alle loro città sull'accostarsi dalla menoma solennità che dia pretesto di vacanza prolungata sempre oltre i limiti voluti, dai voti dati senza discussione o quasi intorno a questioni di grave importanza: indifferenza negli uomini di governo che vivono d'espedienti, senza disegno premeditato, senza tradizioni politiche, senza quella tranquilla, tenace persistenza di concetti che dà in oggi lento ma continuo progressivo incremento alla Russia e agli Stati Uniti, e son paghi di superare le difficoltà della giornata senza guardare al futuro: indifferenza nei governati che biasimano e non combattono, presentano mali e non preparano i rimedî, pensano e non dichiarano ad alta voce il pensiero, e sembra accettino, regnante un sistema di semi-libertà, la vecchia formula dei tempi dispotici:non tocca a noi: indifferenza nei capitalisti che hanno innanzi, in Sicilia, nel mezzogiorno continentale, in Sardegna, nell'Agro Romano, nelle terre incolte d'Italia, una serie di nobili imprese da compiersi con giovamento proprio e del paese e le lasciano intentate o preda di speculatori stranieri. I lagni contro l'esagerazione e il pessimo assetto dei tributi prorompono da ogni lato e ad ogni ora; ma nessuno tenta contro un intero sistema una di quelle potenti agitazioni che in Inghilterra sorgono ordinate, pertinaci, sicure in ultima analisi di trionfo contro ogni atto o progetto economico non consentito dall'opinione. Le ire controle giornaliere violazioni delle libertà individuali, gli arbitrî degli impiegati subalterni, la tristissima amministrazione delle leggi buone o cattive esistenti sono, più che frequenti, continui e suonano minacciose; ma da queste ire non è mai escito l'impianto d'una Associazione che, fornita di mezzi, s'assuma di rivendicare l'esercizio del diritto violato chiamando davanti ai tribunali i violatori, dall'addetto alla questura fino al ministro. Gli assennati si stringono nelle spalle come pensando:non gioverebbe; e i più frementi fra i giovani accennano a un giorno nel quale s'avrà da rifare l'intero edifizio: perchè affronterebbero noje e pericoli per correggere questo o quest'altro particolare?

Indifferenza alle cose dell'oggi e inerte presentimento d'inevitabili mutamenti; è questa la condizione generale delle menti in Italia. Un non so quale senso diprovvisorioin tutto ciò che è, svoglia gli animi dalfare. Diresti che il paese, visitato da una grande, recente delusione, avesse smarrito la coscienza della propria forza e dei proprî fati e aspettasse rassegnato dai casi un incerto futuro.

Tristissima sempre, condizione siffatta di cose par quasi inesplicabile in una gente che, come la nostra, sorgeva jeri appena a Nazione o che, come la nostra, non visse mai nel passato di vita propria e spontanea senza diffonderne il calore e la luce a tutta l'Europa: inesplicabile a chi ricorda il levarsi ad impeto di marèa di questo nostro popolo, oggi intorpidito di scetticismo, dapprima nel 1848, poi dal 1859 al 1861, quando rifulse possibile la speranza d'unirsi in fratellanza d'azione, e i Mille iniziavano un'epopea rotta a mezzo da un cenno di re. Non basta a darne ragione il difetto d'educazione politica, nè il lungo servaggio, nè l'influenza addormentatrice d'un pugno di raggiratori o d'inetti che riuscirono a usurparsi i frutti delle opere altrui, e dai quali il paese, se si svegliasse, si libererebbe in tre giorni. Un'altra più profonda cagione signoreggia tutti i fatti secondarî e perpetua d'anno in anno, anche modificate, le circostanze, la condizione di cose alla quale accenniamo.

Abbiamo fin dal nostro programma indicato questa cagione; ma dacchè stampa e partiti fanno a gara per obliarla, è pur forza a noi di ripeterla e insistervi.

L'Italia non è costituita. La Nazione esiste di nome soltanto, senza espressione ordinata della propria vita. La leva che crea e mantiene la virtùiniziatricenei popoli non ha punto d'appoggio nel paese. Ogni elemento è quindipassivo: soggiace: ripete fatalmente una serie d'atti in una direzione circolare; non trova in sè potenza per progredire.

Lasciamo da banda i vizî del nostro sorgere; l'azione straniera accoppiata, con pensiero diverso, alla nostra, e le vergogne che ne seguirono e pesano tuttora, a intorpidirla, sulla nostra coscienza di popolo. Ma non è il carattere predominante del nostro moto radicalmente falsato e in aperta, diretta contraddizione col metodo invariabilmente additato dalla storia, dacchè storia fu, come condizione essenziale d'ogni moto nazionale? Quando, dopo una impresa comune contro chi le manteneva smembrate, popolazioni appartenenti alla stessa zona geografica si levano coll'intento dichiarato di stringersi a vincolo diNazione, esse affermano col fatto la coscienza attinta dall'identica origine, dalle tradizioni del passato, dalle conformi tendenze d'unfinecomune, d'una via comune da corrersi, d'un metodo comune d'associazione da ordinarsi per tutte. Ma quellacoscienzaha bisogno d'essere definita. Ed è necessario definire pubblicamente, solennemente, per tuttiqualesia ilfine nazionale, quale la migliore forma di associazione che può, salvi i perenni diritti del Progresso, guidare i cittadini della nuova Nazione a raggiungerlo.

Bisogna, in altri termini, che la Nazione interroghi la propria vita e le dia espressione di legge perchè sia norma alle opere nel paese e base riconosciuta di contatto cogli altri popoli.

Questa pubblica, solenne espressione è ilPatto Nazionale. Senza esso non esiste Nazione.

Quale autorità può dettarlo?

Una sola: la Nazione medesima.

È necessario a questo esame della propria vita comune e della propria vocazione l'intervento di tutti gli elementi che compongono la Nazione. L'esclusione di un solo elemento costituirebbe a suo danno ingiustizia e tirannide.

Il paese che intende a formar Nazione elegge con voto universale i migliori tra i suoi a rappresentarlo e dettare il Patto, l'insieme deiprincipîche ne costituiscono la vita comune e dei quali tutte le leggi future dovranno essere progressivamente l'applicazione.

Assemblea siffatta, che noi chiameremmo volontieri Concilio nazionale, ha nome universalmente adottato diCostituente.

SenzaCostituenteePatto nazionalenon esiste Nazione fuorchè di nome.

L'Italia non ebbe la prima e non ha il secondo.

Le popolazioni italiane, fatte libere per le armi altrui o per virtù propria, furono interrogate se volessero unirsi o rimanersi divise, e la risposta non poteva esser dubbia. Non fu chiesto ad esse in nome di che, con quali principî, sotto quali forme d'associazione, con qual fine. Alla Costituente fu sostituito un Parlamento di pochi privilegiati per censo ed altro, continuazione di quello ch'era espressione incompiuta delle provincie sabaude quando l'Italia non era. Al Patto nazionale fu sostituito uno Statuto dato precipitosamente, per volontà regia e per paura d'insurrezione, a quelle provincie, dodici anni prima che l'Italia fosse. La Nazione non fu mai convocata a dichiarare la propria fede, le proprie volontà, le proprie tendenze. I suoi deputati giurano alla monarchia e al vecchio Statuto. L'Italia vive oggi come nel 1848 di vitapiemontese, se buona o cattiva, sviata, perpetuata o migliorata non monta. La storia non offre un solo esempio d'una rivoluzione nazionale compita, tradita a quel modo.

E nondimeno, il principio d'una Costituente e d'un Patto fu affermato, sin dal 1848, dagli istinti dei popoli sollevati e da solenni promesse regie.

A guerra vinta, un'Assemblea italiana deciderà dei destini di Italia.

Il paese, comunque deluso, si rassegnò negli anni passati. Mancava Roma all'edifizio; e un'antica profetica riverenza alla città dalla quale si svolsero non solamente i fati storici italiani, ma quelli d'Europa, persuadeva alle menti che di là soltanto potessero, come dal Sinai, scendere le tavole della legge. Oggi, abbiamo Roma e invece di Costituente e di Patto, i reggitori d'Italia vi agitano paurosi il problema del come possa perpetuarvisi, a patto di concessioni avverse ai tempi, ildualismoche fu l'anima e il tormento del medio evo.

In questo, dica altri a suo senno, sta la cagione suprema delle condizioni morali che lamentiamo e che minacciano di spegnere in culla la nuova vita. Gli Italiani sentono, consci o inconsci, l'assurdo, diremmo quasi, se la venerazione alla patria non lo vietasse, il ridicolo d'una situazione che vorrebbe aggiungere alle Nazioni una Nazione muta e senza espressione della propria vita. Un intenso senso potente benchè mal definito dice ad essi che quanto è in oggi è fantasma, e che i fantasmi non durano. Quindi il dubbio, l'irresolutezzasopra ogni cosa e l'inerzia: colpevoli senz'altro, ma intelligibili in un popolo che esce da un sepolcro di trecento anni.

Le idee, bisogna ripeterlo, governano il mondo. Manca all'Italia unainiziativa, e questa iniziativa di moto e progresso non sorgerà se non per la via che additiamo. Come in tutte le grandi questioni, è necessario che nella questionenazionales'accerti il punto d'onde moviamo, il punto verso il quale moviamo, la via migliore per andare da un punto all'altro. E questo non può farsi se non colla Costituente e col Patto.

Non è qui parte nostra dire come gli Italiani debbano e possano tradurre in atto questi due termini del programma nazionale. Ma non s'illudano a credere di conquistare incremento, progresso continuo interno e vita fra le Nazioni d'Europa se non a patto di riescirvi. Noi guardiamo commiserando in silenzio la ruota d'Issione intorno alla quale sono legati i nostri amici parlamentari: i loro tentativi, le loro evoluzioni per escire dal cerchio fatale riesciranno inutili finchè la posizione del problema non sarà radicalmente mutata: come trarrebbero essi dal concetto dell'Italia smembrata del 1848 inspirazioni e iniziativa a dirigere innanzi l'Italiaunadel 1872? E commiserando leggiamo programmi di vaste riforme economiche e di nuova vita industriale italiana come quello di un uomo che stimiamo[171]e che da qualche anno rotola, nella Camera e fuori, il sasso di Sisifo delle proposte tendenti a ricreare una condizione di progresso normale materiale all'Italia. Le più tra quelle proposte son buone; macomeattuarle? Può una Instituzione, la cui vita ha le sue radici nel passato e in un determinato tradizionale ordinamento economico amministrativo, mutare a un tratto e accogliere in sè un alito di libera vita nazionale senza paventarne rovina?

Poteva Turgot compire nella Francia della monarchia aristocratica ciò che la rivoluzione compì in brevi giorni? Le grandi riforme esigono, ad essere afferrate nel concetto e tradotte in realtà, un sovra eccitamento nella vitalità popolare, un senso d'audace fiducia in sè e nel futuro che sorge appunto dal fermento di tutte le forze condannate a giacersi latenti in una condizione come la nostra. Suscitatele e otterrete: non prima. Fate che la Nazioneviva, e avrete da quella vita trasfusa negli intelletti e nelle volontà miracoli di rinnovamento. Non può darveli una Camera inceppata da un falso programma: nol può un popolo intorpidito nello sconforto e nel dubbio.

Il problema politico predomina su tutti gli altri. E il problema politico non può risolversi se non come abbiamo accennato. Manca nel caos che ci si stende d'intorno ilfiatdella Nazione. E quelfiatnon può essere proferito che da unaCostituente: non può incarnarsi che in unPatto nazionale. Tutto il resto è menzogna o, per ora, impossibilità.

Caro....

Prima di tutto, ringraziate quei che sono solleciti intorno alla mia salute. Miglioro lentamente.

Quanto alle questioni che importano, lo scrivere mi fatica, ma ecco sommariamente ciò ch'io ne penso.

Questione religiosa:

Nessuno può vincolarsi a tacerne senza rinnegare le proprie convinzioni. Nessuno può chiedere ad altri di tacerne senza intolleranza. È materia d'apostolato che può tacere davanti all'azione, non prima. Tutto sta nei modi, che possono correggersi. Non trattate col ridicolo o come superstizione le nostre credenze: tratteremo filosoficamente, deplorando, ma temperatamente, le vostre. Mostriamoci uniti nel resto: nessuno dirà che l'unione è impossibile.

Questione politica:

Vogliamo un movimento nazionale repubblicano... per conto dell'Europa e dell'Umanità. Non può esservi movimento sinceramente repubblicano se non inchiude l'emancipazione della classe operaja, la giusta partecipazione nei risultati della produzione tra i produttori, la sostituzione graduata dell'associazionealsalariato. Su questo dobbiamo saperci o crederci d'accordo.

Ma il punto d'appoggio alla leva in un moto che nello sviluppoimmediatodeve pur essere nazionale, non può, non deve essere collocato all'estero.

Praticamente l'Internazionale è unaparola, non altro; ed è la stessa che avevamo proferita noi dicendo una Repubblica universale. Come forza, l'Internazionale è nulla. Date le circostanze di Parigi altrove, avremo l'insurrezione; ma le circostanze di Parigi non furono create dall'Internazionale, nè lo saranno altrove. L'Internazionale non può darci un esercito, nè un tesoro. Ci dà invece i terrori e la inimicizia di tutta una classe media, tiepidamente buona in parte e che è ad ogni modo un elemento vitale in Italia. Perchè dunque scegliere quella bandiera? Perchè crearci nemici senza un'ombra d'utile? E perchè accettare una bandiera che copre errori e immoralità innegabili? Contentiamoci d'essere Partito repubblicano nazionale nel punto di mossa, europeo nel fine.

Questione Garibaldi:

Da dove parte il dualismo?

Io non ho mai assalito Garibaldi.

Non ho risposto ai suoi assalti.

Anche oggi sono pronto di stringere qualunque patto con lui.

Ma questo patto, questa concordia, non può aver luogo che con un programma. E questo programma non può essere che il repubblicano.

Garibaldi non lo ha mai apertamente dichiarato.

Garibaldi non ha bisogno, se non vuole, di stringere la mano a me o ad altri. Ma Garibaldi deve dire agli Italiani: «Tra venti giorni o vent'anni, voi non avrete salute che dalla Repubblica.» Allora il paese saprà che siamo uniti. Una occasione sorgerà. Prepariamoci a coglierla con un lavoro pratico unito. Quanto al ripartirci con lui l'azione, pochi giorni, sòrta la circostanza, basteranno.

Ottenete questo da lui. Lasciate di dirvi affigliati dell'Internazionale. Trattiamo con rispetto filosofico la questione religiosa. Il dissidio sparirà in breve tempo.

Scrivo faticosamente. Cercate intendermi e ridite ai vostri amici. Abbiatemi vostro

Giuseppe Mazzini.

Lugano, 10 gennaio 1872.

FINE.


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