II.

No; noi non temiamo per l'Europa o per noi le conseguenze della guerra e della vittoria Germanica; temiamo, per lunga esperienza, lo sconforto irragionevole che segue, ov'anche è meritata, una delusione. I popoli, gl'Italiani segnatamente, si sono illusi, per abitudini non vinte ancora, sulle condizioni e sulla forza attuale della Francia e illusi sul valore e sulle conseguenze della parolarepubblicaproferita in Parigi; la disfatta della Francia pare ad essi disfatta repubblicana a pro del principio monarchico, disfatta della Potenza dalla quale a torto speravano il cominciamento di un'èra. Scriviamo per combattere questo sconforto. Se gli uomini di parte repubblicana avessero antiveduto come noi—e per cagioni che nulla hanno di comune colla questione che ci sta a cuore—la disfatta francese; se non avessero, fraintendendo i termini della contesa, imprudentemente detto:là si combatte per la repubblica, là si vince per la monarchia, noi, tra due Nazioni che amiamo e stimiamo, preferiremmo anche oggi il silenzio. Ma importa dire ai nostri e agli avversi, che quanto è accadutodovevaaccadere, che nulla è mutato nelle nostro speranze, come nei nostri doveri, che le condizioni essenziali dell'Europa rimangono le stesse di prima, che la monarchia non esce più forte dalla guerra attuale, che dove la repubblica non è che di nome, nessun argomento può desumersi a suo danno dalla sconfitta.

Dal cumulo delle affermazioni e delle opinioni proferite più o meno avventatamente sulla guerra Franco-Germanica emergono alcuni fatti innegabili, che giova registrare come base a un giusto giudizio e norma a desumere rettamente le conseguenze della vittoria germanica.

La guerra fu ideata, voluta, provocata senza cagione da Luigi Napoleone. Determinata poco dopo la pace di Villafranca, decretata dopo Sadowa, prenunziata dalla domanda d'una rettificazione di frontiere che la seguì ed ebbe rifiuto, data da quel tempo pubblicamente come parola d'ordine alle caserme, preceduta da ogni sorta di disegni e di preparativi militari, diventò finalmente necessità per l'Impero. A cattivarsi gli animi dei Francesi in qualunque impresa e per ogni sacrificio, Luigi Napoleone piegò, senza intenzione reale di libertà, dalle vie del terrore alle concessioni apparenti. E le concessioni, come ad ogni Governo che piega dal proprio principio, gli nocquero. La Francia, che aveva per lunghi anni tremato d'una potenza fondata su dispotismo illimitato e davanti alla quale l'Europa monarchica s'era tutta quanta servilmente curvata, sospettò vacillante nel padrone la coscienza della propria forza e ne trasse animo ad agitarsi. L'agitazione dei partiti, rifatta minacciosa davvero e ogni giorno crescente,collocò l'Impero davanti al bivio o di ceder più sempre e spegnersi nella libertà rinascente o di rifarsi un prestigio in Francia e in Europa adulando, colla conquista di terre vagheggiate d'antico, l'ambizione della prima, cancellando con vittorie splendide, nelle tendenze volgenti all'ostile della seconda, i ricordi della disfatta subìta, per energia pertinace d'uomini repubblicani, nel Messico e vincolando a sè nuovamente colla gloria e le promozioni l'Esercito vacillante. Un milione d'uomini, tra morti, feriti e infermi, il commercio, l'industria, l'agricoltura d'Europa gravemente offesi por un decennio, un capitale incalcolabile per sempre perduto o sviato dalle sorgenti di produzione, un patto d'odio e vendetta tra due Nazioni chiamate a un patto di fratellanza e di progresso comune, tutto è opera di un calcolo di egoismo nudrito nella mente d'un solo individuo forte d'un potere usurpato col delitto e codardamente accettato. Non sappiamo—se i popoli vogliono raccogliere l'insegnamento—di condanna più irrevocabilmente severa contro il principio avverso a quello che noi propugniamo.

Sconfitto dall'esercito Germanico il Francese che volle e non seppe assalire, resosi prigione l'Imperatore e sorto in Parigi, nell'assenza d'ogni potere, un Governo provvisorio che si disse timidamente repubblicano, ma non fu in sostanza che Governo della Difesa, avremmo noi tutti voluto che fosse cessata la guerra. La Germania nol volle e, dobbiamo confessarlo, difficilmente il poteva. Retrocedere, dopo Sedan, mantenendo, come taluni suggerirono, l'occupazione della zona reclamata, era, di fronte agli eserciti che rimanevano, ai dipartimenti meridionali che s'ostinavano a battaglia e a Parigi libera e padrona di dirigere la resistenza, un perpetuare la guerra assumendone tutti gli svantaggi: rivalicare la frontiera senz'altro col solo orgoglio della vittoria, era, come abbiamo detto, un suscitare i giusti risentimenti dell'intera Nazione e rinunziare all'intento d'ogni guerra ch'è d'aver pegni per impedirne il rinnovamento. Il Governo della Difesa non voleva e non doveva concedere il pegnomaterialerichiesto e non poteva, provvisorio com'era e revocabile ad ogni istante, dar sicurezzamorale. L'esercito Germanico s'avviò a Parigi. I fatti che seguirono diedero un altro grave insegnamento all'Europa, ed è che un popolo è, in parte almeno e quando tollera lungamente, responsabile dell'ingiusta immorale politica del suo Governo—che deve, per legge di cose, soggiacere alle conseguenze—che non basta a evitarle la caduta di quel Governo, quando è determinata, non da fede e sacrificio spontaneo del popolo, ma da un errore o da un atto codardo di quel Governo medesimo.

E questi insegnamenti furono confermati dai casi della guerra, dalla serie non interrotta di rovesci ai quali soggiacquero l'armi francesi; rovesci cominciati fin dai primi giorni e inaspettati anche a quelli che, come noi, antivedevano rovinoso per la Francia l'esito finale della contesa.

Quei rovesci furono dovuti a molte cagioni di natura apparentemente diversa, ma tutte più o meno direttamente connesse colla prima suprema cagione, il potere fidato a un sol uomo, e coll'altra dell'orgoglio francese che presumeva di vincer tutti e sempre o a ogni modo. La prima cagione era avversa naturalmente al progresso; la seconda fece gli animi noncuranti d'esso; norma regolatrice in ogni guerra dev'essere quella di stimare il nemico, e i Francesi lo disprezzavano e credevano inutile ogni riforma.

Una grande riforma s'era intanto compiuta nell'esercito nemico alla Francia. Per impulso dato segnatamente dal principe Federico Carloe seguito efficacemente da altri, la pedanteria militare prussiana aveva fin dal 1861 ceduto il terreno a una scuola più libera, più emancipata dal metodo servile che prescriveva il da farsi per ogni menoma contingenza possibile, e lo riduceva, come il Talmud gli Israeliti, a ufficio di macchina, costringendolo in ogni circostanza e per ogni atto a forme e regole prestabilite. Le istruzioni tattiche Prussiane di quell'anno iniziavano un nuovo periodo: affidavano gran parte dell'esecuzione di principî irrevocabilmente accettati dalla scienza guerresca al giudizio e all'inspirazione degli ufficiali: riconoscevano l'individualitàe fondavano quindi più grave e più vigile laresponsabilità. È questo il segreto di tutti gli ordini umani; e convalidato, quanto alla guerra, dal frequente successo dei volontarî, prevarrà più sempre in futuro nella difesa delle Nazioni. Soltanto, quel metodo esige più forti cure nella scelta degli individui destinati a funzioni speciali, nella costituzione dell'esercito, nel sistema delle promozioni, nell'istruzione sul maneggio delle armi dato a chi deve combattere, nella formazione anzitutto degli stati maggiori che dovrebbero accogliere gli ufficiali esperimentati migliori dei corpi e non appagarsi d'un esame di scuola politecnica o d'altra inefficace ad accettare le attitudini pratiche e di applicazione. Base dell'esercito Germanico è, come dicemmo nel numero antecedente, l'obbligo in ogni cittadino di ricevere una sufficiente istruzione militare e d'esser presto ad accorrere. E per intelletto dell'arte, studî d'ogni luogo sul quale accade o è probabile che accada un conflitto, provate abitudini pratiche, conoscenza di lingue e d'altro, lo stato maggiore è oggi in Prussia il migliore forse che esista in Europa.

In Francia, l'Impero, per le condizioni inerenti al sistema e appunto per l'obbligo che ad esso correva di far dell'esercito un'arme, non della Nazione ma d'unpartitopericolante, ha diminuito nelsoldato, naturalmente prode, la coscienza e l'entusiasmo delcittadinoe allentato, dove quella coscienza è rimasta, il vincolo di fiducia tra soldati e capi senza il quale le vittorie non sono possibili. Il sistema delcambio, violazione dell'eguaglianza e della missione dei cittadini incoraggiata dai bisogni crescenti delle finanze imperiali, s'era negli ultimi anni aggravato di corruzione fatale alla forza delle file: la somma versata come sostituzione al servizio era presa; ilcambionon curato, e le cifre pagate dal Ministero di Guerra rappresentavano un vuoto considerevole nella cifrarealedei soldati. I capi erano scelti a seconda, non del merito o della moralità, ma della loro devozione vera o presunta al bonapartismo: i generali, segnatamente cercati fra gli uomini delle guerre d'Algeria, guerre buone per avvezzare a tendenze ferocemente dispotiche e ad allontanare l'animo dall'effetto di patria, ma di natura diversa da quella delle grandi guerre regolari europee. Accarezzati da chi dovea serbarsi ad ogni patto in essi un ajuto contro il possibile insorgere del paese, quegli uomini intendevano la carezza, sentivano il bisogno che il capo supremo aveva d'essi e acquistavano impunemente abitudini e vizî di pretoriani: nuotavano nel lusso e lo tolleravano negli ufficiali: la depredazione s'era fatta, come nell'esercito Russo, tradizione in ogni ramo d'amministrazione militare e, come per l'armi Russe in Crimea, doveva produrre delusioni e disastri.

Il soldato, acuto osservatore e facile al biasimo in Francia più che altrove, indovinava e scemava di fiducia nei superiori e quindi di spirito di disciplina. Fondato sulla corruzione, l'Impero periva per essa. Le relazioni che giungevano a Luigi Napoleone sugli apprestamenti di guerra e sulle condizioni dei corpi erano menzognere: ilvero avrebbe svelato i guasti operati dalla cupidigia. Quelle che gli dipingevano la Germania meridionale pronta a sollevarsi contro la Prussia erano egualmente false: il danaro profuso a cospirare per Francia tra i cattolici di quelle terre e che di fronte al senso della patria germanica sarebbe pur sempre riuscito inefficace, aveva impinguato le borse dei segreti incaricati di quel lavoro. E—copiatore infedele dello zio—Luigi Napoleone non verificava, credeva: ingannatore, ingannato. Quando, dopo il suo giungere al campo, gli rifulse il vero, era tardi. Davanti a un esercito nemico mirabile per esattezza armonica di tutti i rami d'amministrazione militare, per capacità in ogni frazione di farsi, occorrendo,unitàe operare da sè e nel quale il soldato era fidente nei capi e che certo nulla gli mancherebbe, ei si trovò, dopo d'avere dichiarato guerra e scelto il momento per assalire, condannato alla difensiva, incapace di marciar su Magonza, incapace d'operare da Strasburgo contro la Germania meridionale, incapace di violare, avventurandosi per vincere allo sdegno dei neutri, la frontiera Belgica e girare il nemico, incapace perfino di distruggere i vicini centri nei quali si congiungono le vie ferrate germaniche. Inerte, immobile, aspettò gli assalti e soggiacque. Il solo valore tradizionale nei soldati francesi non bastò, nelle sfavorevoli condizioni preparate dalla corruzione e dalla inettezza dei capi, a resistere. L'intelligenza—ed è il terzo insegnamento che vorremmo vedere raccolto dai nostri—vinse il cieco valore. L'unità, la fiducia reciproca, l'armonia tra le diverse sezioni amministrative, l'esattezza nell'esecuzione dei disegni, la giusta parte d'indipendenza lasciata agli individui, la coscienza di combattere, non per un uomo o per un onore militare scompagnato dall'idea d'una sacra missione, ma per la propria Nazione, dimostrarono anche una volta come un esercito che accoglie in sè ogni ordine di cittadini sia superiore ad ogni altro. Il trionfo Germanico è il trionfo dell'ordinamento militare che ricordammo nell'altro numero e dell'insegnamento obbligatorio nella Nazione.

Ma la Repubblica? Il Governo della Difesa?

Sì: emancipata dall'Impero e anche dopo Sedan, la Francia poteva salvarsi, risorgere: una Nazione lo può sempre se vuole, e un mezzo milione di stranieri non basta per conquistare a patti disonorevoli un popolo forte di 38 milioni di cittadini. Bisognava distaccarsi interamente, apertamente, dalle tradizioni imperiali e dagli uomini della monarchia—dichiarare ai popoli, nei termini che accennammo nell'altro numero, la nuova politica e ottemperarvi gli atti—convocare immediatamente, non fosse che dinotabili, un'Assemblea che confermasse—e sotto i primi impulsi l'avrebbe fatto—il Governo della Difesa, poi rimanesse o meglio si disperdesse, in piccoli nuclei di Commissarî ai Dipartimenti per suscitarvi e dirigervi l'entusiasmo—rinunziare a vincere con mosse ed eserciti regolari e organizzare guerra di popolo—abbandonare, occorrendo, Parigi, condannata ad arrendersi presto o tardi e, se s'antivedeva che il suo arrendersi sarebbe dissolvimento alla resistenza della Nazione, chiamare la Francia non allaleva in massa, ma all'insurrezione in massa—ordinare i giovani, non a versarli ineducati all'armi nelle sezioni dell'esercito regolare dove non potevano recare se non germi d'ineguaglianza e d'indisciplina, ma a collocarsi, liberi nelle loro inspirazioni e conoscitori dei luoghi e confortati dal pensiero di difendere i proprî lari, a guerreggiare nella loro zona, tanto che il nemico trovasse in ogni via una barricata, in ogni inoltrarsi un pericolo, in ogni boscaglia un agguato—mandare ai nuclei di partigiani uomini già esperti nellecose di guerra come insegnamento elementare vivente—distribuire largamente armi, munizioni, danaro all'insurrezione—costringere con guerra siffatta il nemico a smembrarsi, a occupare una moltitudine di punti, ad assottigliare la propria linea—e stabilire intanto, in Bretagna, in Provenza o altrove, un punto di concentramento a tutti gli elementi regolari per riordinarvi e rifornirvi, eliminando gli antichi capi e scegliendo i nuovi tra gli ufficiali, un esercito pel momento in cui il nemico stanco, sconfortato, rotto in frazioni, avviluppato nelle spire dell'insurrezione, avrebbe prestato il fianco a una operazione decisiva d'offesa.

Questo ed altro poteva, doveva farsi. Il Governo della Difesa non lo tentò: seguì un metodo diametralmente contrario. Un uomo solo, Gambetta, parve volerlo tentare: ma fervido, energico nel linguaggio, fallì all'impresa nei fatti e s'ostinò anch'egli nell'errore di volere salvare la Francia colle mosse e cogli eserciti regolari.

Fu colpa di quegli uomini o della Francia?

Quanti, con grave torto e pericolo, accarezzano tuttavia negli animi dei nostri giovani l'illusione che dalla Francia debba escire l'iniziativadelle grandi cose, dei grandi moti che avviano innanzi l'Umanità, persistono e persisteranno nell'attribuire la colpa a que' pochi individui. Noi l'attribuiamo pensatamente alla Francia.

E non deriviamo, tardi profeti, la nostra opinione dai fatti recenti, bensì li spieghiamo con quella. Chi scrive affermò nel 1835 in una Rivista Francese, quando tutti vaticinavano in Europainiziatricedell'èra repubblicana la Francia e le idee repubblicane erano in Parigi rappresentate dai migliori per intelletto e per cuore[157], che l'Europa e la Francia s'illudevano—che mancava in Europa l'iniziativa,—che ogni popolo poteva, credendo, sapendo, volendo, colmar quel voto, ma che bisognava cominciasse dal convincersi che la virtùiniziatricenon esiste più, monopolio perenne, in Francia o altrove—che la Francia l'aveva, fin dal 1815, perduta—che la grande gigantesca Rivoluzione del 1789 non era statainiziativa, masommarioeconclusioned'un'epoca—che splendidi fatti e presentimenti del futuro potevano rivelarsi in Francia, ma che per molti anni le solenni collettive mosse della Nazione non segnerebbero nuovi gradi di progresso all'Europa e si consumerebbero fatalmente per entro alla chiusa curva di un circolo. Oltre a un terzo di secolo è trascorso d'allora in poi e i fatti hanno confermato l'idea.

Nessuno può—noi men ch'altri possiamo—dimenticare i grandi servigi resi dalla Francia all'Europa, i grandi esempî di fortezza e di volontà che abbondano nelle pagine della sua vita storica, lo splendido tentativo, trionfante in parte, d'applicazione pratica del lavoro intellettuale di due epoche, Politeismo e Cristianesimo, e la conquista operata per noi tutti a prezzo di sangue deidirittidell'individualità: nessuno può sospettare che la Francia non risorga a nuova e potente vita, anello indispensabile nella catena dei progressi da compiersi. Ma nessuno, popolo o individuo, può sottrarsi, comunque sia grande, alla Legge Morale che ha decretato s'espiipresto o tardi ogni lunga deviazione dalla missione assegnata, ogni violazione delDovere.

Affascinata dall'orgoglio d'una lunga seria di trionfi coll'armi, guasta dalle proprie tendenze dominatrici e dal plauso servile dei popoli che la circondano, la Francia traviò dalla propria missione e dall'intento nazionale che avea, sul finire dell'ultimo secolo, definito:evangelizzazione di Libertà, d'Eguaglianza e di Fratellanza fra i popoli:sostituì la propria dominazione a quella dei tiranni che rovesciava; commise i suoi fati all'eletto delle battaglie; conculcò per accrescere potenza a sè stessa i diritti delle nazioni sorelle; sostituì alla bandiera della rivoluzione una bandiera d'Esercito, all'adorazione delle idee il culto degli interessi materiali, alla Fede in Dio la Fede nella Forza: più dopo e inevitabilmente alla politica deiprincipî, alla franca, aperta, leale dichiarazione delle proprie credenze, la politica dell'opportunità, delle transazioni, il gesuitismo d'opposizioneche campeggiò nel regno dei due rami borbonici; rimpicciolì le sante idee di rinnovamento sociale in una guerra d'egoismo di classi e nelle angustie d'un problemaesclusivamenteeconomico; ringrettì nel 1848 il vasto pensiero repubblicano in una tattica anormale di riconoscimento deiprincipîe d'accettazione deifattiche li negavano; suscitò, promettendo ajuto, i popoli a moti e li abbandonò; incredula, protesse il Papato; predicatrice di libertà, votò poi secondo Impero; dichiarò d'esser unica tra le Nazioni a combattere per unaideae volle, prezzo al combattere, danaro e terre non sue; ingelosì, Essa rappresentante esagerata dell'Unità, del moto di unificazione germanica; si disse avversa alla guerra e applaudì quando fu dichiarata; invase il Messico, dimenticò la Polonia, trucidò, movendo repubblica contro repubblica, Roma; e s'arrogò nondimeno, violando l'eterna massima:Dio solo è padrone; i popoli devono tutti essere, nell'eguaglianza e nell'amore, interpreti della sua Legge, diritto di perenne primato fra le Nazioni. La Francia oggi espia queste colpe coll'impotenza, colla mancanza degli spiriti del 1792, colle esitazioni dei suoi capi, colla codarda condotta della sua Assemblea, coll'inerzia da noi preveduta delle sue moltitudini.

E l'espiazione è severa, severa oltre il giusto; e per questo, largamente compita.

Guidata da una cupida Monarchia, la Germania ha traviato alla sua volta dai confini del retto che la riverenza al pensiero ingenita in essa le insegnava di non varcare, e sostituito al diritto di proteggersi un concetto di vendetta che semina i germi di nuove guerre. Dio e i popoli lo allontanino. Possa la Francia risorgere all'influenza che le spetta e vendicarsi delle ingiuste esigenze come i nostri vendicarono con essa l'eccidio di Roma, ajutando a promovere il trionfo d'una Unità Nazionale Germanica fondata sulla Libertà. Possa l'Italia, oggi colpevole di parecchie delle colpe che travolsero in fondo la Francia, affrettarsi a cancellarle, intendere la grande missione ch'essa potrebbe, volendo, compiere a pro di tutti in Europa, raccogliere la fiaccola di libertà popolare caduta dalle mani altrui e iniziare l'impresa dalla quale soltanto può, col giusto riparto delle terre europee fra le Nazioni e l'unità d'una fede morale comune a tutte, inaugurare un'èra di pace e di armonia nel lavoro.

Abbiamo, fin dalle prime pagine di questa pubblicazione, detto, e insisteremo a ripetere, che la Legge Morale è il criterio sul quale deve giudicarsi il valore degli atti sociali e politici che costituiscono la vita delle Nazioni e delle diverse dottrine che s'assumono di dirigerle: e lo spettacolo che abbiamo innanzi d'una grande Nazione caduta in fondo per essersi sviata da quella Legge dovrebbe essere oggi luminosa conferma al nostro principio. Ciò ch'è vero per tutte le Nazioni, lo è doppiamente per le Nazioni che sorgono. Nella moralità dei loro ordini sociali e delle norme che ne dirigono la condotta politica sta non solamente il compimento del Dovere, ma il pegno del loro avvenire. Come la vita del commercio ed ogni vasto sviluppo economico posano sul credito, la vita complessiva d'un popolo e l'incremento nazionale posano sulla fiducia che gli altri popoli pongono in esso; e quella fiducia ha bisogno d'un programma definito accettato e invariabilmente mantenuto nelle transazioni interne e segnatamente internazionali del nuovo popolo. Dai mercati economici alle alleanze politiche, tutto si schiude agevolmente a una Nazione che vive d'una vita normale fondata sopra un principio morale la cui sorgente è nota e le cui conseguenze sono logicamente e praticamente dedotte negli atti: dove manca, dove non esiste norma dall'arbitrio infuori degli individui e dei capi, i popoli guardano diffidenti, sospettosi, gelosi. Un trionfo carpito al delitto o all'altrui codardìa può affascinarli o impaurirli a concessioni e a riverenza apparente, ma per breve tempo, e il primo indizio di decadimento o fiacchezza li muterà. Par avere negato l'idea di Nazionalità, anima dell'Epoca nuova e sostituito alla potenza d'unprincipiola propria, genio, forza e prestigio del primo Napoleone sparirono davanti al subito inaspettato fremito dell'Europa rifatta ostile non sì tosto parve interrompersi per lui il corso delle vittorie. E la Francia dell'ultimo Napoleone, orgogliosa pochi anni addietro della sommissione abjetta di tutti i Governi Europei non trovò, nella prima ora di crisi, un solo alleato. Gli stessi fati s'apprestano all'Inghilterra, s'essa persiste a cancellare nella sua politica esterna quel culto alprincipiodi Libertà che la fece potente e inspira tuttavia la sua vita interna.

Per noi—ed è la dottrina dei nostri Grandi da Dante in poi—ogniessere, individuale o collettivo, ha unfine, e ilfinech'è parte del Disegno divino regna sovrano: l'esistenza di quelfinegenera ildoveredi raggiungerlo, di tentarlo almeno. La vita è una missione. Il compimentopiù o meno continuo, più o meno potente della missione costituisce il merito e quindi il progresso della vita.

L'Umanità ha unfine: scopertaprogressivadella Legga Morale e incarnazione di quella Legge neifatti. Il mezzo, il metodo, per raggiungere quelfine, è l'Associazione: l'associazione, progressiva anch'essa, delle facoltà e delle forze umane, la comunione più e più vasta, più e più intensa d'ogni vita coll'altre vite, l'amoretrasfuso nellarealtà. Quando tutti i figli di Dio saranno liberi, eguali e affratellati in una fede comune di pensieri e d'opere, e la coscienza della Legge splenderà in ogni vita come splende il sole in ogni goccia di rugiada diffusa sui fiori dei campi, ilfinesarà raggiunto. L'Umanità trasformata ne intravederà un altro.

Le Nazioni sono gli individui dell'Umanità: tutte devono lavorare alla conquista delfinecomune: ciascuna a seconda della propria posizione geografica, delle proprie singolari attitudini, dei mezzi che sono ad essa naturalmente forniti. L'insieme di queste condizioni costituisce per essa unfine specialeda raggiungersi sulla direzione delfine comune.

Dov'ècoscienzadel fine speciale e speciale attitudine ad accostarsi attraverso quel fine al fine comune ch'è l'ideale dell'Umanità, ivi è Nazione: dove non è, è gente, frazione di popolo destinato presto o tardi a confondersi con un altro.

IlPatto Nazionale, ch'è battesimo e mallevadorìa di fraterno progresso ad un popolo, riconosce,nella Dichiarazione di principîche deve essere preambolo al Patto, il finecomunea tutti e addita nel proprio insieme il finespeciale, la parte di lavoro che spetta, nel lavoro generale, a quel popolo. Ogni qual volta un popolo rinnega il fine comune o svia dal bene di tutti esclusivamente al proprio il frutto dei progressi compiti verso il fine speciale, la Nazione retrocede. Raggiunto il loro fine speciale, le Nazioni morivano un tempo per lungo corso di secoli: oggi, la conoscenza del fine comune, della vitacollettivaallora ignota dell'Umanità e della legge di Progresso che la governa, lo impedisce; ma la Nazione colpevole smarrisce per un tempo ogni virtùiniziatricee non si ritempra ad essa fuorchè espiando.

La dichiarazione del finespecialecostituisce il vincolo di libera associazione nel quale i milioni appartenenti a un gruppo determinato riconoscono di far parte d'una Nazione e ordinano il loro lavoro interno: l'analogia dei finispecialicostituisce la baso di più perenni e più intime relazioni tra popolo e popolo: la dichiarazione del finecomunedetermina lealleanze.

Santa è ogni guerra comandata dalla necessità d'un progresso vitale verso il finecomuneassolutamente vietato per ogni altra via o contro chi contende ad un popolo libertà di compiere la propria missione: ogni altra è delitto di fratricida; e le Nazioni affratellate nella conoscenza accettata del finecomunedovrebbero collegarsi contr'essa. Come i membri d'una famiglia, i popoli sono, a seconda dei loro mezzi, solidali e chiamati a combattere il Male ovunque s'accampa, e a promuovere il Bene ovunque può compiersi. Le Nazioni che rimangono spettatrici inerti di guerre ingiuste e inspirate da egoismo dinastico o nazionale, non avranno, il giorno in cui saranno alla volta loro assalite, che spettatori.

Son queste per noi le norme regolatrici d'ogni politica internazionale e le abbiam fin d'ora affermate perchè giudicheremo a seconda gli eventi europei: norme semplici e piane come tutte quelle che derivano da un concetto morale; ma la loro prova sta nella Storia che,interrogata a dovere, dimostra ogni violazione di esse aver generato conseguenze funeste ai violatori e ai popoli che, potendo, non impedirono. La scienza del come dirigere le cose umane è più semplice e men difficile ch'altri non pensa, se mova da pochi principî derivati tutti da una idea di religione e di Dovere: non diventa complessa e oscura e raddensata di semi-diritti storici cozzanti gli uni cogli altri e sorgente inesauribile di piati e dissidî, se non quando, cancellata ogni fede comune e illanguidito ogni senso collettivo di religione, la vita politica delle Nazioni è data agli arbitrî d'un materialismo che ha l'ioper principio e laforza, il fatto transitorio, per prova. In quel materialismo ebbe nascita la Diplomazia, scienza intricatissima e incerta di transazioni fra i molteplici fatti, di concessioni disegnate per un tempo alla menzogna e alla corruzione per un tempo dominatrici, e di formole destinate a coprir le intenzioni: scienza funesta all'educazione dei popoli e sterile sempre quanto ai fini da raggiungersi, che l'Instituzione repubblicana abolirebbe, decretando pubblicità per le relazioni tra popolo e popolo.

Oggi e da tre secoli in poi non esiste principio comune nè quindi norma determinata alle relazioni internazionali. Vivo e fecondo il concetto Cristiano, una influenza direttrice morale si manifestava tratto tratto modificando, per quanto era allora possibile, in un senso uniforme, gli eventi creati dalle circostanze e dalle passioni. La predicazione che aveva lentamente tramutato le tremende invasioni degli uomini del nord in Italia e altrove in colonizzazioni territoriali e aveva più dopo, promovendo a un tempo l'emancipazione dei servi di gleba, gettato colle Crociate in nome dell'Europa un guanto di sfida al fatalismo d'Oriente, proferiva di tempo in tempo, coi Concilî e colle epistole pontificie, parole di pace, d'unità morale, di fede comune. I tempi erano semi-barbari: il Feudalismo smembrava popoli che tendevano a conglomerarsi, a unificarsi: ildualismo, impiantato nel Cristianesimo stesso, tra il mondo delle anime e quello dei corpi, erano cagioni insuperabili e perenni di discordie e di guerre: pur nondimeno, una tendenza generale, frutto d'alcuni principî morali davanti ai quali s'incurvavano tutte le fronti, signoreggiava talora quella tempesta, accorciava le guerre o ne traeva un avviamento alla caduta degli ordini feudali e all'avvicinarsi dei popoli. Ma, cominciato nel XVI secolo il lento dissolversi del Cristianesimo, si schiuse un vuoto, non colmato finora in Europa: vuoto d'una fede morale comune, d'un patto solennemente o tacitamente riconosciuto, movendo dal quale i popoli potessero intendersi e fidare l'uno nell'altro; e sull'orlo di quel vuoto alternarono sistemi dettati da inspirazioni isolate o da cupidigie dinastiche; sterili, inefficaci tutti. Taluni fra gli scrittori accettati come maestri di diritto internazionale si richiamarono all'antichità come se norme dettate per popoli politeisti potessero mai dirigere le relazioni di popoli sui quali era passato l'alito del Cristianesimo: poi venne, promossa dall'Inghilterra, la dottrina d'equilibrio europeoche conchiuse in Vestfalia un patto d'eguaglianza fra due credenze irreconciliabilmente nemiche e con altri trattati una sospensione d'ostilità tra Francia, Austria e Spagna che doveva durare perpetua e cessò con Luigi XIV: poi nuovi tentativi in Utrecht e altrove che sfumarono davanti al lampo della spada di Federico II e conchiusero col sorgere del militarismo Prussiano e coll'iniquo smembramento della Polonia. L'equilibriodiede da circa settanta anni di guerra all'Europa; laponderazionesi tradusse in un sistema d'armi e d'armati sempre crescenti a impedire le guerre e nelprincipioche decretò in Campoformio la vendita di Venezia a compenso degli ingrandimentifrancesi sul Reno:la conquista operata da una Potenza deve controbilanciarsida conquiste dell'altre. Tutti quei sistemi, figli del concetto materialista, erano condannati a perire nell'impotenza, nell'anarchia, nel delitto. Mancava ad essi la sanzione di Dio.

Oggi, quasi disperando di trovare rimedio ai conflitti, le Nazioni inchinano, duce l'Inghilterra, alla teorica delnon intervento; teorica che non haprincipiosul quale si fondi, ma è negazione di tutti i principî conquistati fino a noi intellettualmente dall'Umanità: unità di Dio e della Legge Morale, unità dell'umana famiglia, unità d'intento assegnato a noi tutti, fratellanza e associazione dei popoli, dovere di combattere il Male e di promovere il trionfo del Bene. Ateismo trasportato nella vita internazionale o deificazione, se vuolsi, dall'egoismo, quella teorica, la cui suprema formola fu data in Francia da un uomo di stato monarchico colle parole:chacun chez soi, chacun pour soi, tocca gli estremi dell'immoralità e dell'assurdo: se accettata da tutti, sottrarrebbe una delle più potenti leve al Progresso che la Storia ci addita compìto quasi sempre con atti d'intervento; se praticata, com'è attualmente, dagli uni e non dagli altri, schiude l'adito a chi vuol fare trionfare inique pretese e sa di non dover temere che alcuno, in nome dell'eterna Giustizia, gli contenda la via. La Nazione che s'assumesse di costituirla norma generalmente regolatrice delle relazioni internazionali si condannerebbe a guerra perpetuamente rinascente con quanti ricuserebbero d'accettarla: limitandosi a proclamarla per sè, abdicherebbe la metà della propria vita, perderebbe la stima e l'amore dei popoli e non si sottrarrebbe alla necessità della guerra. Il grido dipace a ogni pattoinalzato in Inghilterra da tutta una scuola influente, alla quale erano capi Cobden e Bright, confortò la Russia ad osare e determinò in gran parte la guerra della Crimea.

Il sangue di tutti i martiri, popoli o individui, che intervennero santamente e santamente morirono a pro del Giusto e del Vero al di là della loro terra nativa, solleva una eterna protesta contro questa fredda, abjetta, codarda dottrina, che per noi credenti è bestemmia contro ilDoveree indizio innegabile dell'assenza e della necessità d'una fede.

Quanto alla vita internazionale dell'Italia d'oggi, non occorre spendervi lunghe parole: non esiste. Gli uomini della monarchia non hanno coscienza di missione Italiana nel mondo, nè concetto o disegno politico da uno infuori: trascinare di giorno in giorno, attraverso brevi espedienti e sempre seguendo chi sembra momentaneamente potente, una incerta e fiacca esistenza. Le rare frasi, rubate a un dispaccio russo o britannico e proferite con sussiego di chi ha una dottrina, da chi regge per le faccende Estere, farebbero sorridere se non facessero arrossire. Guerre e paci ci furono sempre dettate. L'avvenire d'Italia e la moralità non ebbero parte nelle nostre alleanze. Invocammo, sorgendo, dicendolo almeno, per la libertà, l'ajuto d'un regnatore tiranno; sorgendo, dicendolo almeno, per l'unità della Nazione, l'ajuto di chi la vietava col possesso iniquamente ottenuto e serbato di Roma e ci richiedeva d'uno smembramento di terre nostre che gli fu senza indugio concesso: ci collegammo colla Prussia contro l'Austria: ci collegavamo pochi anni dopo colla Francia Imperiale contro la Prussia e l'unificazione Germanica, se le precipiti disfatte francesi e il nostro accennare, agitando, a fatti—altri ha recentementescopertouna potente agitazione della Sinistra—non lo impedivano: ci collegheremo domani—e i gazzettieri di parte monarchica, impauriti del trovarsi senza padrone, cominciano a preparareil terreno—nuovamente coll'Austria. La nostra Diplomazia ha detto ai Greci, unita coi difensori del Turco:non rivendicate le vostre terre: ha promesso, richiesta, all'Inghilterra di non mover piede nella recente guerra senza avvertirla: ha corteggiato insistente il proscrittore della Polonia. La Storia dovrà indicare i primi dodici anni dell'Italia risorta, nella suavitainternazionale, con un segno di negazione.

Noi non abbiamo oggi politica internazionale. Manca a chi regge la fede in una norma morale e nel dovere della Nazione che il Governo è chiamato a rappresentare. Questa assenza di fede, questo oblio della missione Italiana nel mondo, ci condannano a vivere nelpresente, senza intelletto della nostra tradizione, senza concetto dell'avvenire, prostrati davanti ai fatti e tremanti di essi. Gli organi governativi scrivono articoli a provare che, caduta la potenza francese, unica politica per noi è il non averne alcuna. Così, tra l'Italia sorta a Nazione e il vecchio Ducato di Modena, di Toscana o di Parma non corre divario: ambi deboli, passivi, senza scopo, senza nome tra i popoli, senza voto efficace nel congresso delle Nazioni, senza potenza iniziatrice di civiltà. Ora, un Popolo che non reca, sorgendo, un nuovo elemento di progresso al lavoro comune, una pietra all'edifizio lentamente inalzato dall'Umanità, non ha ragione di vita nè vita: ricadrà inevitabilmente sotto il dominio diretto o indiretto del primo potente che vorrà impadronirsene. Come in ogni consorzio, così nel consorzio internazionale, chi non compie un ufficio, chi non produce, perde il diritto di vivere.

E nondimeno, se v'è popolo che abbia dalla posizione geografica, dalle tradizioni, dalle naturali attitudini, dall'aspettazione vivissima sui primi moti italiani oggi per le ripetute delusioni sopita, degli altri popoli, un grande ufficio da compiere sulle vie dell'incivilimento europeo, è certamente il nostro: se v'è momento in cui un popolo possa, volendo, assumersi un'alta missione e creare a sè stesso un vasto e fecondo avvenire, è questo in cui, smarrita nel moto ascendente delle Nazioni ogni iniziativa, tutti invocano chi raccolga la lampada della vita caduta visibilmente dalle altrui mani e la sollevi a conforto e scorta delle genti travagliate dal dubbio e minacciate dalla invadente tenebra dell'egoismo. Quei che ponevano pochi dì sono la vita per impedir che cadesse, dovrebbero più che altri pensarci.

L'Italia ha evidentemente dalla Storia, dalle condizioni dell'Europa, dai caratteri del suo risorgere, una doppia missione: compiendola, essa si porrebbe a capo d'un'Epoca.

La prima—abolizione del Papato, conquista pel mondo dell'inviolabilità dellacoscienzaumana e sostituzione del dogma delProgressoa quello dellacadutae dellaredenzionepergrazia—è missione religiosa della quale ora non intendiamo parlare e da maturarsi a ogni modo, prima che i decreti d'un popolo di credenti non vengano a compirla col pacifico apostolato. Ma la seconda—sviluppo del principio diNazionalitàcome regolatore supremo delle relazioni internazionali e pegno sicuro di pace nell'avvenire—è missione politica, connessa intimamente coll'altra, perchè guida a un nuovo riparto Europeo che fu sempre, in tutte le grandi Epoche storiche, preludio a una trasformazione religiosa, e da compirsi coll'influenza morale, appoggiata, occorrendo e sotto il momento propizio, dall'armi.

Nazionalitàè infatti la parola vitale dell'Epoca che sta per sorgere.Le guerre combattute in Europa dagli ultimi anni del primo Impero fino a noi originarono quasi tutte da quel principio: suscitate da popoli rivolti a conquistarsinazionalitào a proteggerla dagli assalti altrui o promosse da monarchie tendenti a impadronirsi di motinazionaliantiveduti inevitabili e sviarli dal segno. I popoli chiamati da tendenze provvidenziali a conglomerarsi per vivere di vita normale e compire liberamente e spontanei un ufficio in Europa sono oggi, i più, smembrati, divisi, servi d'altrui, aggiogati a chi hafinediverso, separati per opera di violenza da rami della stessa famiglia, deboli quindi e inceppati nei loro moti, nelle loro legittime aspirazioni. L'Europa come escì dalle conquiste e dai trattati dinastici non è l'Europa quale il dito di Dio segnava coi grandi fiumi e colle grandi linee di montagne la divisione del lavoro alle generazioni de' suoi abitanti. E finchè nol sia, lapaceche tutti cerchiamo è sogno di menti illogiche che imaginano potersi conquistare senza la Giustizia i suoi frutti. LeNazionirappresentano le diverse facoltà umane chiamate a raggiungereassociate, non confuse e sommerse l'una nell'altra, ilfinecomune e hanno eterno il diritto di vivere di vita propria: non si associa chi non vive e non comincia dall'affermare la propriaindividualità. I panteisti della politica che sconoscono quel diritto e paventano nel principio dinazionalitàun germe di gare e guerre continue, dimenticano che le Nazioni non furono sinora libere mai nè fondate sulla coscienza popolare, ma soggiacquero, nella loro vita politica, al monopolio delle famiglie regie e delle avide loro ambizioni: negano il disegno provvidenziale indicato dalle configurazioni geografiche e rivelato dalla Storia; sopprimono imezziche fanno possibile il raggiungersi dell'intento; e avvalorano, senza avvedersene, il concetto dimonarchia universaleche accarezzò nel passato la mente d'ogni regnatore potente e inondò l'Europa di sangue sparso senza santità di sagrificio, nè frutto. LeNazionisono unico argine al dispotismo d'un popolo, come la libertà degliindividuial dispotismo di un uomo.

Il rimaneggiamento della carta d'Europa è nei fati dell'Epoca e si compirà attraverso una serie di battaglie inevitabili. Ma la Nazione che si farà, con saviezza d'intelletto ed energia di volontà, centro del moto, accorcierà quella serie fatale e sarà per molti secoliiniziatricedi progresso all'Umanità.

Là, nel pensiero che agita in oggi prima d'ogni altro le menti europee, sta la base della vera vita internazionale d'Italia. Da esso deve inspirarsi nella scelta delle suealleanze. Il suo luogo è a capo delle Nazioni che sorgono, non alla coda delle Nazioni che da lungo sono e accennano a declinare.

L'Italiaè un fatto nuovo, un Popolo nuovo, unavitache jeri non era: non ha legami fuorchè i voluti dalla Legge Morale, sovrana su tutte le Nazioni, giovani o antiche: non fa parte nei trattati dinastici anteriori al suo nascere, nè è quindi vincolata da essi, quando non consuonino colle norme del Giusto e dell'eterno Diritto. Dovrebbe dirlo altamente e operare liberamente a seconda. Latradizioneè santa e dobbiamo rispettarla; ma, come in religione non è Tradizione quella d'una sola chiesa o d'un'epoca sola, ma quella dell'Umanità che le abbraccia, le domina e le spiega tutte, la tradizione politica non è tutto il passato, è quella parte di passato soltanto che interpreta la Legge Morale e segna la via che guida al Progresso: è latradizionenel Bene, non quella che si svia nel Male e che, accettata, tenderebbe a perpetuarlo. E un Popolo che sorge a Nazione ha non solamente il dovere di respingere da sè le colpe dei padri, ma una splendidaopportunità per compirlo. Ogni nuova vita è pura. Dio non la dà perchè s'insozzi del fango accumulato dalle vite corrotte anteriori.

L'Italia, se intende ad essere grande, prospera e potente davvero, deve incarnare in sè questo concetto del riparto d'Europa a seconda delle tendenze naturali e della missione dei popoli. Essa deve piantare risolutamente sulle sue frontiere una bandiera che dica ai popoli:Libertà, Nazionalità, e informare a quelfineogni atto della sua vita internazionale.

È la nostra terza missione nel mondo. La Roma dei Cesari involò alla Repubblica il concetto dell'Unitàpolitica, e quanto e dove era allora possibile, lo tradusse in fatto coll'armi delle Legioni: la Roma dei Papi tentò il concetto dell'Unitàmoralee riescì in parte collaparolade' suoi sacerdoti e de' suoi credenti; ma l'una e l'altra non riconobbero—nè lo potevano allora—il moto collettivo provvidenziale delle Nazioni, non videro nel mondo che la propria potenza, e gliindividuiumani che dovevano subirla non ebbero intermediarî cooperatori tra sè e ilfineproposto e non trovarono quindi stromento a raggiungerlo fuorchè quello dell'autoritàassoluta dispotica sui corpi e sull'anima. La Roma del Popolo, della Nazione Italiana, credente nel Progresso, nella vita collettiva dell'Umanità e nella divisione del lavoro tra le Nazioni, deve affratellarle all'impresa: guidatrice e soccorritrice.

E alla doppia missione che diciamo prefissa all'Italia accennano le necessità prime del nostro risorgere, che non potè iniziarsi se non intimando guerra al Papato, custode della vecchiaautoritàillimitata, e all'Impero d'Austria, negazione, potente oltre ogni altra in Europa, dellanazionalità; nè potrà compirsi se non procedendo innanzi e fino alle ultime conseguenze su quella via. Ciò che per altri può essere semplicemente dovere morale, è legge di vita per noi.

Le migliori alleanze, anche per popoli già costituiti, viventi di vita normale e senza missione speciale, son quelle che si stringono con chi è abbastanza potente e abbastanza vicino per giovare all'intento, ma non lo è tanto da potere, sotto pretesto di servizî resi o tentazione d'operazioni miste e comuni, imporre la propria volontà e varcare per egoismo d'ingrandimento i limiti apertamente stipulati nei patti dell'alleanza; e di quali danni possa essere feconda la violazione di questa norma ha fatto recente e dolorosissima prova l'Italia. Per noi, popolo nuovo e che non può entrare degnamente e con securità d'avvenire nella comunione delle Nazioni se non aggiungendo agli elementi esistenti un nuovo e utile elemento di vita, le alleanze durevoli non possono fondarsi che sulla conformità della fede politica e dell'intento. I nostri alleati naturali sono tra i popoli che tendono con diritto ad assodare la loro unità nazionale o a conquistarsela con probabilità di successo. Le Nazioni costituite da lungo, e potenti per tradizione, guarderanno per lungo tempo, con istinti di gelosia e di sospetto, a una Nazione che sorge e il cui progresso le minaccia di nuove influenze e di concorrenza economica. Tra i popoli nuovi soltanto noi troveremmo amicizia sincera fondata sull'importanza della nostra per essi, riconoscenza degli ajuti negati da altri e prestati da noi, incremento ai nostri già avviati commerci, nuovi mercati crescenti col crescere della vita suscitata in quelle terre risorte, giovamenti d'ogni sorta senza pericoli.

La politica internazionale d'Italia dovrebbe anzi tutto, e per acquistarsi potenza agli ulteriori sviluppi, tendere a costituirsi anima e centro d'una Lega degli Stati minori europei stretta a un patto comune di difesa contro le possibili usurpazioni d'una o d'altra grandePotenza. La Spagna, il Portogallo, la Scandinavia, il Belgio, l'Olanda, la Svizzera, la Grecia, i Principati Romano-danubiani costituirebbero così coll'Italia una forza materiale di più che 64 milioni d'uomini stretti a un patto d'indipendenza e di libertà al quale non sarebbe difficile d'acquistare l'adesione dell'Inghilterra e che potrebbe efficacemente resistere a ogni tentativo d'usurpazione meditato, com'è generalmente, da una sola Potenza e guardato con diffidenza dall'altre.

L'influenza morale dell'Italia s'eserciterebbe intanto, ingrandita da questa Lega, nella direzione del futuro riordinamento europeo:Unità Nazionali frammezzate possibilmente di libere confederazioniprotette nella loro indipendenza e barriera alle collisioni. La costituzione definitiva della Penisola Iberica per mezzo dell'unione del Portogallo e della Spagna, la trasformazione della Confederazione Elvetica in confederazione delle Alpi coll'unione ad essa della Savoja e del Tirolo tedesco, l'Unione Scandinava, la Confederazione repubblicana dell'Olanda e del Belgio, sarebbero intento e tèma perenne di predicazione gli agenti italiani.

Ma il vero objettivo della vita internazionale d'Italia, la via più diretta alla sua futura grandezza, sta più in alto, là dove s'agita in oggi il più vitale problema europeo, nella fratellanza col vasto, potente elemento chiamato a infondere nuovi spiriti nella comunione delle Nazioni o a perturbarle, se lasciato da una improvvida diffidenza a sviarsi, di lunghe guerre e di gravi pericoli: nell'alleanza colla famigliaSlava.

I confini orientali d'Italia erano segnati fin da quando Dante scriveva


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