(Accettata, con mutamenti di forma, la proposta contenuta nel documento che precede dal plenipotenziario Lesseps, il generale Oudinot, allegando istruzioni segrete, ricusò di ratificare gli accordi, ruppe la tregua, intimò gli assalti, dichiarando che non assalirebbe prima del lunedì; poi assalì nella notte dal sabato alla domenica.)
Romani!
Al delitto d'assalire con truppe repubblicane una repubblica amica, il generale Oudinot aggiunge l'infamia del tradimento. Egli viola la promessa scritta, ch'è in mano nostra, dinon assalire prima di lunedì.
Levatevi, Romani! Alle mura, alle porte, alle barricate! Proviamo al nemico che neppure col tradimento si vince Roma.
Sorga l'intera città nell'energia di un solo pensiero. Combatta ogni uomo; abbia ogni uomo fede nella vittoria. Ricordatevi tutti dei vostri padri e siate grandi.
Trionfi il diritto e una eterna vergogna s'aggravi sull'alleato dell'Austria.
Viva la repubblica!
3 giugno 1849.
Romani!
Voi avete oggi sostenuto l'onore di Roma, l'onore d'Italia. Per oltre a quattordici ore avete combattuto come vecchî soldati. Sorpresi a un tratto dal tradimento, dalla violazione d'una formale e segnata promessa, voi avete conteso palmo a palmo il terreno, riconquistato posizioni un istante perdute, respinto le più valorose truppe d'Europae salutato d'un sorriso la morte. Dio vi benedica, custodi della gloria dei vostri padri, come noi, alteri d'aver indovinato l'elemento di grandezza ch'è in voi, vi benediciamo in nome d'Italia.
Romani, questa giornata è giornata d'eroi, una pagina storica.
Vi dicevamo jeri:siate grandi; oggi diciamo:voi siete grandi. Durate; siate costanti. Al popolo di Roma possono dimandarsi miracoli. E noi diciamo con piena fiducia ad esso, alle guardie nazionali, alla gioventù di tutte le classi: Roma è inviolabile; custodite questa notte le sue mura: esse racchiudono l'avvenire della nazione. Vigilate, mentre quei che hanno combattuto quattordici ore riposano, alle porte, alle barricate. L'angelo della patria vigila con voi, e l'angelo della patria è l'angelo della nazione.
Viva la repubblica!
3 giugno 1849.
Romane! Figlie del popolo!
I vostri mariti, i vostri figli, i vostri fratelli combattono il nemico della patria alle mura: voi avete diritto all'amore e alla protezione del paese. Il nemico, che si ritrasse l'altro jeri atterrito davanti agli uomini vostri, ha minacciato oggi colle bombe le vostre case. Voi siete donne romane, non potete impaurirvi ad una minaccia impotente, perchè le nostre truppe terranno il nemico lontano; combatteranno, occorrendo, coi vostri cari alle barricate; ma Roma deve protezione alle vecchie madri, ai fanciulli dei suoi difensori. Il Triumvirato decreta in conseguenza:
Che le famiglie popolane, le cui case fossero minacciate dalle bombe o dal cannone, durante l'assedio a cominciar da domani, e occorrendo anche prima, avranno alloggio per cura del governo in case, palazzi o conventi fuori d'ogni pericolo:
Che i rappresentanti del popolo in ogni rione riceveranno le domande, ne verificheranno la giustizia, e rilasceranno una carta d'ammissione ai locali, la lista dei quali verrà consegnata ad essi, colle dovute istruzioni, dal ministero dell'interno.
I Triumviri affidano alla virtù e al patriotismo delle popolane romane la custodia vigilante e l'ordine necessario a preservare da ogni guasto le abitazioni assegnate ad esse da Roma.
5 giugno 1849.
(Le linee seguenti rispondevano a un'ultima intimazione del generala Oudinot, quando i Francesi erano già sul primo bastione a sinistra della porta San Pancrazio.)
Abbiamo l'onore di rimettervi la risposta dell'Assemblea alla vostra comunicazione del 12.
Noi non tradiamo mai le nostre promesse. Abbiamo promesso difendere, in esecuzione degli ordini dell'Assemblea e del popolo romano, la bandiera della repubblica, l'onore del paese e la santità della capitale del mondo cristiano, e manterremo la nostra promessa.
Gradite, generale, l'assicurazione della nostra distinta considerazione.
13 giugno 1849.
(Risposta a una lettera indirizzata dal signor de Corcelles, inviato straordinario della repubblica francese, al signor de Gerando, cancelliere dell'ambasciata francese in Roma. La lettera tentava scusare la contraddizione patente fra gli accordi di Lesseps e l'assalto dato a Roma dal generale Oudinot.)
Signore,
La lettera che il signor de Corcelles vi scrive con data del 13, e che m'è da voi cortesemente comunicata, non invalida affatto, dovete ammetterlo, la risposta data dall'Assemblea costituente romana alla intimazione del generale Oudinot. Poco monta la data di uno o di altro dispaccio francese; poco monta che il signor Lesseps fosse o no richiamato al momento della firma apposta da lui alla convenzione del 31 maggio.
Una sola parola risponde a ogni cosa:l'Assemblea ignorava; essa non ebbe mai comunicazione officiale di quei dispacci.
La questione diplomatica è dunque, per noi, posta in questi termini:
Il signor Lesseps era ministro plenipotenziario della Francia in Roma. Egli era tale per noi il 31 maggio come prima d'allora. Nulla ci aveva avvertiti d'una modificazione o d'un annullamento de' suoi poteri. Trattavamo noi dunque con lui in piena buona fede come se trattassimo colla Francia: e questa nostra buona fede ci valse, nella notte dal 28 al 29 maggio, l'occupazione di Monte Mario. Addentrati in una discussione assolutamente pacifica col signor Lesseps, ansiosi d'evitare quanto avrebbe potuto trascinare gli spiriti su direzione avversa ai nostri voti e non sapendo indurci a credere che la missione protettrice della Francia comincerebbe coll'assedio di Roma, guardavamo ogni incidenza senza commoverci. A ogni movimento delle vostre truppe, a ogni operazione tendente a restringere la cinta militare e a ravvicinarsi gradatamente a posizioni che noi avremmo potuto difendere, il signor Lesseps s'affrettava a dirci che i Francesi non operavano a quel modo se non per quetare la concitazione febbrile delle truppe affaticate dalla lunga inerzia; in nome dei due paesi, in nome dell'umanità, ei ci supplicava d'evitare ogni conflitto, d'aver fede in lui, di non paventare conseguenza alcuna da quei fatti anormali. E noi cedevamo volonterosi. Oggi, io sono costretto, per quanto a me spetta, a pentirmi di quella arrendevolezza; non già ch'io tema per Roma, ma perchè petti di prodi difendono ciò che buone posizioni avrebbero potuto difendere. Il 31 maggio, alle otto di sera, furono firmati gli accordi tra il signor Lesseps e noi. Ei li portò seco al campo affermandoci ch'ei considerava la firma del generale Oudinot come semplice formalità intorno alla quale non poteva esistere dubbio. Eravamo tutti coll'animo lieto. Le cose stavano per ripigliare, tra la Francia e noi, la loro naturale tendenza.
La notte, parmi, ci giunse il dispaccio del generale Oudinot contenente rifiuto d'adesione agli accordi e l'affermazione che il signor Lesseps, firmandoli, aveva oltrepassati i poteri affidatigli.
Un secondo dispaccio, con data del 1.º giugno, a tre ore e mezzo dopo mezzodì, e firmato dal generale, ci dichiarava «che i fatti avevano giustificato la sua determinazione e che in due dispacci delministro di guerra e degli affari esteri, in data 28 e 29 maggio, il governo francese gli annunziava il termine della missione del signor Lesseps.»
Ventiquattro ore ci erano concesse per accettare l'ultimatumdel 29 maggio.
V'è noto come lo stesso giorno il signor Lesseps c'indirizzasse una comunicazione nella quale è detto: «Mantengo l'accordo firmato jeri. Parto per Parigi onde ottenergli ratifica. Quell'accordo fu conchiuso in virtù d'istruzioni che mi davano facoltà di consacrarmi esclusivamente ai negoziati e alle relazioni da stabilirsi colle autorità e le popolazioni romane.»
Lo stesso giorno, in ora più inoltrata, il generale Oudinot ci dichiarava che ricomincerebbe le ostilità, ma che «su richiesta del cancelliere dell'ambasciata francese... l'assalto sarebbe differito fino a lunedì mattina, almeno».
Fummo assaliti la domenica, e la conseguenza di questa violazione di fede era per noi l'occupazione di Villa Panfili e la sorpresa operata su due compagnie, la cui cifra entra senza dubbio nelbollettinodella giornata del 3. Quei duecento uomini, còlti nel sonno, sono ora, insieme ai 24 prigionieri fatti nella giornata, in Bastia nella Corsica.
Dopo ciò, che importa a noi, vogliate dirmelo, signore, il dispaccio del 26 maggio citato la prima volta nella lettera del signor de Corcelles? Che importano al governo romano i dispacci citati dal generale Oudinot? Noi non vedemmo mai quei dispacci; ci è ignoto ciò che contengono; nessuna comunicazione officiale c'informò della loro esistenza. Da un lato abbiamo le informazioni del generale Oudinot; dall'altro quelle del ministro plenipotenziario; le une contradicono le altre. Esca la Francia da viluppo siffatto e salvi l'onore se può. Posta fra un ministro plenipotenziario e il generale d'una divisione d'esercito, la nostra Assemblea ha stimato di conformarsi alla tradizione dei fatti stabiliti dal plenipotenziario. Io consento in ciò ch'essa fece e vi ricordo, signore, che oggi soltanto, decimo giorno dell'assedio, la presenza del signor de Corcelles nel campo, con attribuzioni di ministro straordinario, ci è fatta indirettamente nota.
Meditate, signore, le date delle note ufficiali, paragonatele colla data dell'occupazione di Monte Mario o d'altre operazioni dell'esercito francese; poi diteci se, esaminando freddamente la questione diplomatica, l'Europa non dovrà dire: «Il governo francese non ha voluto se non deludere il governo romano. Il generale Oudinot s'è giovato della buona fede degli uomini che lo compongono per restringere il cerchio dell'assedio, per occupare posizioni favorevoli, per agevolarsi la possibilità d'impossessarsi della città. O il dispaccio del 26 non esiste o non fu comunicato in tempo al signor Lesseps.»
Il dispaccio del 29 maggio era difatti noto nel campo francese nella mattina del 1.º giugno; quello del 26 poteva dunque essere in mano al generalo Oudinot fin dal 29 maggio. Se il generale non lo esibì fin d'allora per sospendere negoziati e poteri del negoziatore, sorge il pensiero ch'ei volesse trarre partito da quei negoziati, che inceppavano la vigilanza e le forze del popolo romano, per impadronirsi a poco a poco, senza incontrare resistenza, dalle posizioni migliori; certo com'egli era di porre fine quando giovasse, rivelando il dispaccio del 26, agli accordi e di rompere, pronta ogni cosa per assalire, la tregua.
Concedete, signore, ch'io vi dica colla libertà che si addice a un uomo leale e d'indole non servile: la condotta del governo romano non s'allontanò mai d'una linea, nelle trattative ch'ebbero luogo, dallevie dell'onore. Il governo francese potrebbe difficilmente affermarlo di sè. Ciò non tocca, la Dio mercè, menomamente la Francia; prode e generosa nazione, essa è, come noi, vittima d'un basso indegno raggiro.
Oggi, i vostri cannoni tuonano contro le nostre mura, le vostre bombe scendono sulla città sacra; la Francia ebbe questa notte la gloria d'uccidere una povera fanciulla del Trastevere che dormiva a fianco della sorella.
I nostri giovani ufficiali, i nostri militari improvvisati, i nostri popolani, cadono sotto i vostri projettili gridando:Viva la repubblica!I prodi soldati di Francia cadono, senza grido, senza mormorare accento, come uomini disonorati. Io son certo che non havvi un solo cuore tra voi che non dica internamente a sè stesso ciò che uno dei vostri disertori ci diceva oggi:Non so qual voce segreta ci dice che combattiamo de' fratelli.
E perchè questo conflitto fraterno? Io nol so; voi nol sapete. La Francia non ha qui bandiera; essa combatte uomini che l'amano e che, pochi giorni addietro, fidavano in essa. Essa cerca l'incendio di una città che non l'ha menomamente offesa, senza programma politico, senza fine determinato, senza diritto da esercitare, senza dovere da compiere. Essa gioca, per mezzo de' suoi generali, la partita dell'Austria e senza il tristo coraggio di confessarlo. Essa trascina il suo stendardo nel fango dei conciliaboli di Gaeta e retrocedendo davanti a una schietta dichiarazione di ripristinamento sacerdotale. Il signor de Corcelles non s'avventura più a parlare d'anarchia, di fazioni; ma scrive, come chi è turbato nell'anima, queste parole, senza senso: «La Francia ha per fine la libertà del capo riverito della Chiesa, la libertà degli Stati romani e la pace del mondo!»
Noi sappiamo almeno perchè combattiamo, e perchè lo sappiamo, siam forti. Se la Francia rappresentasse qui tra noi un principio, una di quelle idee che fanno grandi le nazioni e la fecero grande in passato, il valore de' suoi figli non si romperebbe contro il petto dei nostri giovani militi.
È trista pagina davvero, signore, quella che sta ora scrivendosi dai vostri generali nella storia di Francia; è un colpo mortale vibrato al Papato che voi pretendete proteggere e che affogate nel sangue; è un abisso incolmabile scavato fra due nazioni chiamate a movere insieme pel bene di tutti e che si stendevano, vogliose d'intendersi, la mano da secoli; è una violazione profonda della morale che dovrebbe governare le relazioni tra popolo e popolo, della comune credenza che dovrebbe guidarli, della santa causa della libertà che vive in quella credenza, dell'avvenire non dell'Italia—i patimenti sono per essa un battesimo di progresso—ma della Francia, che non può serbarsi in prima fila tra le nazioni se non colle maschie virtù della fede e dell'intelletto della libertà.
15 giugno 1849.
(Dopo il decreto dell'Assemblea che ingiungeva cessasse la resistenza.)
Romani!
Il Triumvirato s'è volontariamente disciolto. L'Assemblea costituente vi comunicherà i nomi dei nostri successori.
L'Assemblea, commossa, dopo il successo ottenuto jeri dal nemico, dal desiderio di sottrarre Roma agli estremi pericoli, e d'impedire che si mietessero senza frutto per la difesa altre vite preziose, decretava la cessazione della resistenza. Gli uomini, che avevano retto mentre durava la lotta, mal potevano seguire a reggere nei nuovi tempi che si preparano. Il mandato ad essi affidato cessava di fatto, ed essi si affrettarono a rassegnarlo nelle mani dell'Assemblea.
Romani! Fratelli! Voi avete segnata una pagina che rimarrà nella storia documento della potenza d'energia che dormiva in voi e dei vostri fati futuri, che nessuna forza potrà rapirvi. Voi avete dato battesimo di gloria e consacrazione di sangue generoso alla nuova vita che albeggia all'Italia, vita collettiva, vita di popolo che vuole essere e che sarà. Voi avete, raccolti sotto il vessillo repubblicano, redento l'onore della patria comune contaminata altrove dagli atti dei tristi, e scaduta per impotenza monarchica. I vostri Triumviri, tornando semplici cittadini fra voi, traggono con sè conforto supremo nella coscienza di pure intenzioni, e l'onore d'avere il loro nome associato ai vostri fortissimi fatti.
Una nube sorge oggi tra il vostro avvenire e voi. È nube d'un'ora. Durate costanti nella coscienza del vostro diritto e nella fede per la quale morirono apostoli armati, molti dei migliori fra voi. Dio, che ha raccolto il loro sangue, sta mallevadore per voi. Dio vuole che Roma sia libera e grande; e sarà. La vostra non è disfatta: è vittoria dei martiri ai quali il sepolcro è scala di cielo. Quando il cielo splenderà raggiante di resurrezione per voi; quando, tra brev'ora, il prezzo del sacrificio, che incontraste lietamente per l'onore, vi sarà pagato; possiate allora ricordarvi degli uomini che vissero per mesi della vostra vita, soffrono oggi dei vostri dolori, e combatteranno, occorrendo, domani, misti nei vostri ranghi, le nuove vostre battaglie. Viva la repubblica romana!
30 giugno 1849.
Romani!
La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non mutato o scemato i vostri diritti. La repubblica romana vive eterna, inviolabile, nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nell'adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato la lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostra mura per essa. Tradiscano a posta loro gl'invasori le loro solenni promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell'anima vostra nella prova alla quale Ei vuole che per poco voi soggiaciate; e non diffidate dell'avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo d'un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia o per la santissima Libertà.
Voi daste luminosa testimonianza di coraggio militare; sappiate darla di coraggio civile.
Per quanto avete di sacro, cittadini, serbatevi incontaminati di stolte paure e di basso egoismo. Duri visibile agli occhî del mondo la separazione tra voi e gl'invasori. Sia Roma il loro campo, non la loro città. E segnate del nome di traditore di Roma chi trapassa, transigendo colla propria coscienza, nel campo nemico. Le necessità europee non consentono cheRomasia conquista di Francesi o d'altri.Mantenete all'occupazione il suo carattere di conquista; isolate il nemico; l'Europa leverà una voce potente per voi. E intanto nessuno può contendervi la pacifica espressione del vostro voto. Organizzate pubblicamente espressione siffatta. Dai municipî esca ripetuta con fermezza tranquilla d'accentola dichiarazione ch'essi aderiscono volontarî alla forma repubblicana e all'abolizione del governo temporale del Papa; e che riterranno illegale qualunque governo s'impianti senza l'approvazione liberamente data dal popolo; poi, occorrendo, si sciolgano. Da ogni rione, da ogni città di provincia escano liste segnate da migliaja di nomi che attestino la stessa fede e invochino lo stesso diritto. Per le vie, nei teatri, in ogni luogo di convegno, sorga un grido:Fuori il governo dei preti! Libero voto!e dopo quell'unico grido, ritraetevi. All'inalzare dello stemma pontificio governativo, quanti giurarono alla repubblica s'allontanino dai loro ufficî. Non si imprigionano le migliaja; non si costringono gli uomini ad avvilirsi. E voi v'avvilireste, o Romani, v'avvilireste per sempre, se dopo aver gridato una volta all'Europa che volevate esser liberi e combattuto e perduto i migliori fra i vostri per esser tali, assumeste condizione di schiavi e pattuiste fin dal primo giorno colla disfatta.
I vostri padri, o Romani, furon grandi, non tanto perchè sapevano vincere, quanto perchè non disperavano nei rovesci.
In nome di Dio e del Popolo, siate grandi come i vostri padri. Oggi, come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano, in custodia.
La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere, a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla.
5 luglio 1849.
Giuseppe Mazzini.
(Gli scritti che seguono sono, in certo modo, epilogo al dramma di Roma, e conchiudono il periodo che abbraccia il 1848 e il 1849. Li pubblicai dalla Svizzera.)
LETTERA AL MINISTERO FRANCESE.Ai signori Toqueville e Falloux, ministri di Francia.
Signori!
Se voi, ne' vostri discorsi del 6 e del 7 agosto, non aveste calunniato cheme, tacerei: non ho provato mai nella vita se non indifferenza per la calunnia e supremo disprezzo pei calunniatori. Ma voi faceste segno delle vostre calunnie una intera rivoluzione, santa nel suo diritto, pura d'eccessi nel suo sviluppo: un intero popolo, buono, valoroso e notabile per affetto all'ordine e abitudini di disciplina, tramandate ad esso dagli antichi suoi padri. Uomini consacrati da lunghi studî alla serena imparzialità filosofica, avete non per tanto, pe' vostri fini, ripetuto impassibili all'Assemblea le volgari accuse d'anarchia, diterroree disetta, gittate per più mesi, pascolo a un pubblico ignaro, da gazzettieri pagati perchè si spianasse la via all'iniqua impresa contro la romana repubblica. Avete freddamente, col labbro atteggiato al sorriso dell'ironia, avventato il fango della nazione su quei che morirono per la patria nascente. Importa che, per onore della razza umana, qualcuno protesti. Importa che non per voi nè per una maggioranza parlamentaria diseredata, per opera d'egoismo e paura, d'ogni senso morale, ma per quei che gemono tra voi, come noi gemiamo, la libertà perduta, e per la Francia dei dì che verranno, sorga una voce d'onesto a dirvi, o signori, che la vostra eloquenza è mero artificio, la vostra fede una ipocrisia; che per tutta quanta la serie delle vostre asserzioni voi non avete dato se non menzogne alla Francia e all'Europa; che s'havvi nel mondo cosa più vile del carnefice e dell'opera sua, è l'insulto al cadavere, la percossa alla pallida faccia di Carlotta Corday. Io dunque scrivo e protesto in nome di Roma. Io so d'uomini i quali dovrebbero, per onor della Francia, assumersi la parte ch'oggi io m'assumo: sono gli impiegati della vostra cancelleria in Roma[98], che arrossivano davanti a medegli atti del loro governo e plaudivano riconoscenti alle nostre cure protettrici e alla condotta ammirabile del nostro popolo, ma paventavano la perdita dell'ufficio. E so d'altri—ma questi son nostri,—ai quali basterebbe l'animo per protestare, da Roma, e sfidando le vendette sacerdotali, contro le vostre menzogne: ma la vostra antiveggente amministrazione ha chiuso ad essi, sopprimendo ogni giornale, dal vostro infuori, ogni via di pubblicità.
Non era più in Roma sovrano. Il papa s'era fatto disertore a Gaeta. Una commissione governativa instituita da lui avea ricusato d'assumer l'ufficio. Due deputazioni, inviate successivamente da Roma a supplicar Pio IX, perchè tornasse, s'erano vedute respinte. E condizione siffatta di cose trascinava inevitabili l'anarchia e la guerra civile. Urgeva un rimedio.
Il 9 febbrajo, a un'ora del mattino, si proclamavano il decadimento del potere temporale del papa, e conseguenza logica, la repubblica. Da chi? Dall'Assemblea costituente degli Stati romani. D'onde esciva la Costituente? Dal voto universale. Ebbe luogo, non dirò terrore, ma agitazione, influenza illegalmente esercitata nelle elezioni? No; tutto si fece pacificamente, tranquillamente, senza corruttele e senza minaccia. La minorità fu considerevole? Sucento cinquantaquattromembri presenti,undici, per motivi d'opportunità, si dichiararono avversi alla repubblica, solicinqueal decadimento. Quanti fra quei ch'oggi voi chiamate sprezzandostranieri, quanti Italiani nati al di là del confine romano, avevano seggio in quell'Assemblea?Dueforse; Garibaldi e il generale Ferrari; e Garibaldi era partito per Rieti. Noi, Saliceti, Cernuschi, Cannonieri, Dall'Ongaro e io, fummo eletti più tardi.
E come accolsero le popolazioni il doppio decreto dell'Assemblea? Insorse, per tutta quanta l'estensione del territorio romano, un solo tentativo di resistenza, un solo indizio di parere discorde, una sola voce che protestasse in favore della potestà decaduta? Non una. Alcuni carabinieri, collocati sulla frontiera napoletana, si fecero disertori; forse temevano, a torto, tristi conseguenze degli imprigionamenti eseguiti sotto Gregorio. Ma fu fatto isolato. Città, campagne, salutarono con gioja sentita l'èra repubblicana. I vecchî municipî, eletti sotto il governo papale, mandarono la loro adesione come la mandarono più dopo i nuovi eletti per voto universale l'undici marzo. Rimaneva a Pio IX qualche individuo amico, non uno al governo del papa.
E dopo la giornata del 30, quando il governo repubblicano, imminente la quadruplice invasione, e concentrate le truppe in Roma, non serbava influenza se non morale sulla provincia—fra i terrori della crisi finanziaria e gli sforzi dei pochi retrogradi—l'elemento conservatore dello Stato rinnovò spontaneo l'adesione alla forma repubblicana. Bologna, Ancona, Perugia, Civitavecchia, Ferrara, Ascoli, Cesena, Fano, Faenza, Forlì, Foligno, Macerata, Narni, Pesaro, Orvieto, Ravenna, Rieti, Viterbo, Spoleto, Urbino, Terni, duecento sessantatrè municipî mandarono a Roma indirizzi, dichiarando in nome dei popoli che l'abolizione del potere temporale e la repubblica erano condizioni di vita allo Stato.
L'Assemblea costituente, numerosa di 150 membri e se non per intelletto, per core almeno, parte eletta della nazione, sedeva permanente, fino al giorno in cui la forza brutale, violando doveri e promessedi Francia, veniva a discioglierla. Essa dettava o approvava quanto fu fatto dal 9 febbrajo sino al 2 luglio.
E chi governava in suo nome? furono elementi indigeni o forestieri?
Prima un Comitato esecutivo: due romani, Armellini e Montecchi; un napoletano, Saliceti; poi, il Triumvirato: proporzione identica di elementi. Ma inferiormente al potere, quanti applicano e vivificano il concetto primo, quanti amministrando, sciogliendo le questioni individuali, operando ad ogni ora, esprimono e modificano il paese, furono romani. Il presidente del Consiglio sotto il comitato esecutivo, Muzzarelli;—il ministro di grazia e giustizia, Lazzarini;—quello degli esteri, Rusconi;—i ministri dell'interno, Saffi e Mayr;—delle finanze, Guiccioli e Manzoni;—dei lavori pubblici, Sterbini e Montecchi;—della guerra, Campello e Calandrelli, appartenevano tutti agli Stati romani. La sicurezza pubblica fu successivamente affidata a Mariani, Meucci, Meloni, Galvagni, romani. Un romano, Sturbinetti, tenne la pubblica istruzione; un romano, la direzione del debito pubblico;—quella dei lavori statistici,—la presidenza della Corte suprema,—il segretariato del governo,—la direzione degli ospedali,—la zecca. A una commissione composta di sette membri, Sturbinetti, Piacentini, Salvati, Meucci, Allocatelli, Spada, Castellani, romani tutti, fu commessa la sovraintendenza sulle domande d'impieghi. Non un preside, non un solo impiegato in provincia, che non fosse suddito nato dello Stato. In tutta la serie degli impiegati superiori, io non trovo dal primo all'ultimo giorno della repubblica che due soli stranieri, Avezzana, ministro di guerra, e Brambilla, membro della commissione di finanze; e romani erano i due colleghi di quest'ultimo, Costabili e Valentini.
E l'esercito?
Il piccolo esercito repubblicano, concentrato ai tempi dell'assedio in Roma contava: il primo reggimento di linea, colonnello de Pasqualis:—il secondo, colonnello Caucci-Molara;—il terzo, colonnello Marchetti, romani tutti ufficiali e soldati;—due reggimenti leggieri, il primo comandato da Masi, lo stesso che il signor de Corcelles, nel suo dispaccio del 12 giugno, tenta far credere forestiero; il secondo condotto da Pasi; ed ambi romani.—la legione romana—i bersaglieri comandati da Mellara, morto per molte ferite, romani—i pochi reduci romani—il battaglione Bignami, romano—il reggimento dell'Unione, romano—i carabinieri, romani—i dragoni, romani—il Genio, romano—l'artiglieria, romana.
E romani erano non solamente i capi nominati finora, ma i due Galletti, Bartolucci, i colonnelli Pinna, Amedei, Berti Pichat, il generale in capo Roselli, i capi dell'intendenza Gaggiotti e Salvati, i principali impiegati nel ministero dell'armi.
Quali dunque erano glistranieri?
Garibaldi e la sua legione: 800 uomini.
Arcioni e la sua legione degli emigrati: 300 uomini.
Manara—morto per la libertà—e i suoi bersaglieri lombardi, 500 uomini.
I Polacchi: 200.
La legione straniera: 100 uomini.
Il pugno di prodi che, duce Medici, difese il Vascello.
Otto, forse, uffiziali di stato maggiore.
Duemila uomini al più; no, la cifra fu minore d'assai: il corpo d'Arcioni racchiudeva un terzo almeno di elementi esciti dalla provincia romana:—il nucleo di cavalleria appartenente alla legione Garibaldie comandato dal bolognese Masina, morto sul campo, si componeva pressochè tutto d'indigeni: l'infanteria Garibaldi spettava per metà quasi al paese.
Da 1400 a 1500 uomini; a questo si limita la cifra deglistranieriaccorsi alla difesa di Roma: da 1400 a 1500 uomini sopra un insieme di 14 000; perchè—giova che l'Italia lo sappia—soli 14 000 uomini, giovine esercito senza esperienza, senza tradizione, sorto per così dire di mezzo alla pugna, tennero fronte per due mesi a 30 000 soldati di Francia.
Tutto ciò v'era noto;potevaalmeno, dunquedovevaesservi noto, o signori; e nondimeno voi gittaste sfrontatamente all'Assemblea la cifra di 20 000stranierisiccome prova che quello da voi soffocato per poco nel sangue non era il pensiero di Roma; e su quella parola, su quella cifra inventata, s'aggomitola metà della vostra argomentazione!Stranieri!Io chiedo perdono alla mia patria d'avere, insistendo sull'orme vostre, innestato in queste pagine l'esosa parola. Come?Stranieriin Roma i Lombardi, i Toscani, i nati d'Italia! E l'accusa move da voi, da voi Francesi, da voi che a risollevare il vecchio trono papale, v'appoggiate sulle bajonette austriache e spagnuole!
La gioventù di tutte le nostre provincie mandava, un anno addietro, i suoi migliori, come a convegno d'onore, sui campi lombardi; ma io non ricordo che Radetzky li chiamasse mai, nei suoi proclami, stranieri. La negazione assoluta della nazionalità italiana era serbata al governo del nipote dell'uomo che proferiva a Sant'Elena quelle parole:per unità di letteratura, di costumi, di lingua, l'Italia è destinata a formare una sola nazione.
L'accusa di violenza, di terrore eretto in sistema, gittata contro il governo repubblicano, è accusa oggimai smentita solennemente dai fatti della difesa. Non si comanda col terrore l'entusiasmo a tutto un popolo armato[99]; e voi siete, signori, nel bivio di calunniare il valore dell'armi francesi o di confutarvi da per voi stessi—di dichiarare chepochifaziosi, costretti a comprimere una popolazione di 160 000 anime, valsero per due mesi a combattere, a vincer sovente l'esercito vostro, o di confessare, a salvarvi dalla taccia d'imbecillità e codardia, che governo, popolo, guardia nazionale ed esercito, erano in Roma affratellati in un solo pensiero di libertà e di guerra ai nemici della repubblica. Pur giova parlarne, tanto almeno che voi non possiate ripetere la stolta accusa senza ch'altri possa dirvi: lavostra menzogna è premeditata.
Lasciate da banda l'assassinio tante volte ipocritamente citato di Rossi. La repubblica decretata il 9 febbrajo 1849 non deve scolparsi d'un fatto accaduto il 16 novembre 1848, quando la parte principesca, la parte deimoderatisettatori di Carlo Alberto, teneva il campo e cacciava o condannava ad assoluto silenzio gli uomini di fede repubblicana; nè alcuno in Italia accusa le vostre rivoluzioni di procedere dall'assassinio perchè il duca di Berry cadea di pugnale e cinque o sei tentativi di regicidio si succedevano nel volger di due anni inParigi. Attenetevi ai fatti generali che contrassegnano in ogni tempo e in ogni luogo i sistemi che s'appoggiano sulla violenza. Potete, signori, citare, pei cinque mesi a un dipresso di governo repubblicano,una solacondanna a morte per cagione politica?un soloesilio intimato per sospetto politico?un solotribunale eccezionale instituito in Roma per giudicare colpe politiche?un sologiornale sospeso per ordine governativo?un solodecreto diretto a vincolare la libertà della stampa anteriore all'assedio? Citate. Citate le leggi ordinatrici del terrore: citate i bandi feroci; citate le vittime—o rassegnatevi al marchio dei mentitori.
«La bandiera repubblicana inalzata in Roma dai deputati del popolo»—noi dicevamo in una delle nostre dichiarazioni—«non rappresenta il trionfo d'una frazione di cittadini sopra un'altra: rappresenta un trionfo comune, una vittoria riportata da molti, consentita dalla immensa maggiorità del principio del bene su quello del male, del diritto comune sull'arbitrio dei pochi, della santa eguaglianza che Dio decretava a tutte l'anime sul privilegio e sul dispotismo. Noi non possiamo essere repubblicani senza essere e dimostrarci migliori dei poteri rovesciati... Noi non siamo governo d'un partito, ma governo della nazione... Nè intolleranza, nè debolezza. La repubblica è conciliatrice ed energica.Il governo della repubblica è forte; quindi non teme.» In queste linee stava il programma repubblicano; nè fu mai violato, siccome i vostri, o ministri di Francia, dagli uomini che amministrarono tra noi la repubblica.
Ed eravamo forti: forti dell'amore dei buoni—e i tristi fra noi son pochissimi—forti del consenso dei cittadini ben altrimenti che voi non siete, signori. Noi non avevamo per mantenerci bisogno di porre lo stato d'assedio alla capitale: di sciogliere guardie nazionali; di riempir le prigioni; di cacciarvi, misti agli altri, i rappresentanti del popolo; di condannare a deportazione centinaja d'uomini di lavoro; di ricingerci, a comprimer gli altri, di cannoni e soldati. La nostra capitale era lieta, festosa sotto il peso dei sacrifici che ogni mutamento di stato impone, tranquilla, serena, quando la presenza del vostro esercito sotto le mura provocava alle audacie i malcontenti, se malcontenti fossero mai stati in Roma. La nostra guardia nazionale dava oltre a 7000 uomini al servizio attivo per entro la città e sulle mura. Le nostre prigioni erano pressochè vuote d'accusati politici: due o tre individui fondatamente sospetti di contatto col vostro campo: due o tre cardinali côlti in delitto flagrante di cospirazione, e un ufficiale, Zamboni, reo di diserzione, stavano soli sotto processo quando il signor de Corcelles si recò a visitar le prigioni; i cinque o sei detenuti, Freddi, Alai, e siffatti, da lui trovati in Castel Sant'Angiolo, v'erano per ordine di Pio IX e per trame contro ilsuogoverno. Gli uomini più avversi alla repubblica, un Mamiani, un Pantaleoni, passeggiavano liberi le vie di Roma: al popolo, che ne sospettava, noi ricordavamo che la repubblica, migliore del principato, teneva inviolabili le opinioni quando non si traducevano in fatti pericolosi; e il popolo, generoso per indole e per coscienza di forza, intendeva e rispettava; nè cominciarono per taluno fra quegli uomini i pericoli se non quando noi non potevamo più interporre la nostra parola e lo spettacolo della vostra forza brutale irritava a riazione la moltitudine. Parecchî fra i nostri cannoni rimasero sovente, per impossibilità di custodia a tutto quanto il cerchio della città, accessibili a ogni uomo senza un solo soldato che li guardasse. E fu tal giorno—il 16 maggio quando le nostre truppe mossero alla volta di Velletri contro l'esercito del re di Napoli—in cui dalle cinque fino alla mezzanotte lacittà rimase sprovveduta d'ogni milizia e affidata al popolo unicamente. La truppe francesi erano a poca distanza dalle nostre mura. Noi facemmo ritrarre dalle porte del palazzo le poche guardie, richieste altrove. L'amore del popolo ci custodiva. E nè allora nè mai—tra i disagi d'una crisi finanziaria inevitabile, in mezzo a privazioni materiali inseparabili dal semi-blocco che le vostre forze ci stendevano intorno, sotto le vostre bombe come sotto l'influenza di corruttela che i vostri agenti e quei di Gaeta s'affaccendavano a esercitare—non un tentativo d'insurrezione fu operato da quei che il signor Drouyn de Lhuys chiama sfrontatamente glionesti, non una voce di popolano sorse a dirci:scendete. Fazione! Terrore! Ah! se l'anima vostra, ministri di Francia, serbasse un'ombra pur di pudore, voi, guardandovi attorno o pensando alle paure e alle violenze tra le quali vi reggete in Parigi, avreste fuggito studiosamente quelle parole per temenza ch'altri vi leggesse lavostracondanna.
E se l'Assemblea davanti alla quale parlaste non fosse irreparabilmente guasta e inaccessibile ad ogni amore di verità—se invece di trascinarsi servilmente sull'orme del potere qual ch'ei si sia, i membri che sostengono col voto la vostra politica esterna, avessero, e sia pure avverso al nostro, un sistema nella mente, un concetto di credenza nel core—cento voci si sarebbero levate a tumulto in udirvi e v'avrebbero gridato: «Tacete. Non disonorate le nostre tendenze coll'aperta menzogna. Che! il vostro primo decreto in Roma instituisce pei fatti politici tribunali militari, scioglie circoli, governo, assemblea—il 5 luglio vietate ogni anche pacifico assembramento, intimate castighiesemplari, a proteggere le persone aventi relazioni amichevoli colle vostre truppe—il 6, sciogliete la guardia civica—il 7, ordinate il disarmamento totale dei cittadini—il 14, sopprimete tutti i giornali—il 18, fulminate minaccie contro ogni radunanza d'oltre a cinque persone;—tutti i vostri atti in mezzo a una popolazione che ci affermate favorevole a voi, e che ci vengono officialmente nel vostro giornale, son quelli appunto che noi, sulla vostra parola, credevamo ordinatori di terrore in Roma sotto il governo repubblicano e dei quali or non troviamo vestigio nella collezione de' suoi decreti; e voi persistete imprudentemente a gittargli contro un'accusa che ricade su voi, e a vantarvi restauratori della libertà nella pace e nell'ordine!»
E quei fatti durano tuttavia; durano dopo due mesi dal vostro trionfo. E le prigioni sono piene zeppe di uomini, i più, rei non d'altro che d'avere obbedito a chi reggeva, segnati dal dito d'alcune spie alle vendette sacerdotali. Oltre a cinquanta preti stanno in Castel Sant'Angiolo, colpevoli d'avere prestato i loro servigi alle ambulanze repubblicane. In Roma, condanne feroci, condanne di lavori forzosi a vita, feriscono vilmente ufficialisubalternidi pubblica sicurezza[100]. In Terni, in Bologna, in Ancona, in Rimini, si fucilano giovani, perchè detentori di un'arme. Non è forse oggi, nello stato romano, una famiglia su cinque che non conti uno dei suoi membri fuggiasco o prigione. Gli uomini della parte che intitolavasimoderata, gli uomini ai quali voi affermate d'esservi diretti ponendo piede in Roma, sono, per opera vostra, in esilio. Esuli sono Mamiani, Galeotti, il padre Ventura. Il vostro è lavoro di distruzione: lavoro eguale a quello che la monarchia compiva in Ispagna nel 1823. Aveste almeno il coraggio brutale della monarchia! Ma, mandatarî infedeli d'una idea che non è la vostra,avversi nel segreto alla bandiera nel nome della quale pubblicamente giurate, cospiratori anzichè ministri, voi siete condannati a ravvolgervi ipocritamente, premeditatamente, nella menzogna.
Menzogna nelle asserzioni fondamentali; menzogna nei particolari; menzogna in voi, menzogna nei vostri agenti; menzogna, arrossisco in dirlo per la Francia che avete cacciata sì in fondo, negli ultimi a smarrire la tradizione dell'onore, nei capi del vostro esercito. Avete vinto colla menzogna, e tentate giustificarvi colla menzogna. Mentiva il generale Oudinot, quando egli, per illudere le popolazioni e spianarsi, trafficando sul nostro amore per la Francia, la via di Roma, serbava fino al 15 luglio intrecciate in Civitavecchia la bandiera francese e la nostra bandiera tricolore ch'ei sapeva di dover rovesciare. Mentiva impudentemente affermando in un suo proclama che la maggior parte dell'esercito romano s'era affratellato col francese, quando tutto lo stato maggiore diede, protestando, la sua dimissione, quando soli 800 uomini—oggi anch'essi disciolti—accettarono le condizioni di servizio proposte. Mentiva vilmente quando, dopo avere solennemente promesso in iscritto di non assalire la città prima dellunedì[101]4 giugno, assalì nella notte dal sabato alla domenica. Mentiva a noi, trascinato da una debolezza colpevole, pur temperata dalla speranza di porre rimedio al male, l'inviato Lesseps, quand'egli ci rassicurava con promesse continue d'accordo e ci scongiurava a non attribuire importanza alle mosse francesi dettate, com'ei diceva, unicamente dal bisogno di porgere sfogo alla insofferenza di riposo nella soldatesca—e intanto, i vostri si prevalevano bassamente della nostra buona fede a studiare non molestati il terreno, a collocarsi, a fortificarsi, a occupare improvvisamente, pendente un armistizio, il punto strategico di Monte Mario. Mentiva il signor de Corcelles quando, contro la dichiarazione del municipio romano, quella dei consoli esteri e la testimonianza di tutta una città, affermava che Roma non era stata bombardata mai: le bombe piovvero, per molte notti e segnatamente dal 23 al 24 e dal 29 al 30, frequentissime e dannosissime, sul Corso, a piazza di Spagna, al Babbuino, sul palazzo Colonna, sullo spedale di Santo Spirito, su quello dei Pellegrini, per ogni dove. Mentite voi, signor Tocqueville, quando, fidando nell'ignoranza della vostra maggiorità, millantastefatto unico nella storiala scelta del punto verso porta San Pancrazio per assalire la città quasi a maggior salvezza della popolazione e delle abitazioni. Roma, che presenta a porta San Paolo e a porta San Giovanni un'aperta campagna, vede appunto a porta San Pancrazio accumularsi popolo e case; porta San Pancrazio fu scelta perchè si mantenessero con rischio minore le comunicazioni con Civitavecchia, e perchè, mentre dagli altri punti era forza scendere a una temuta battaglia di popolo e di barricate, da quella di San Pancrazio il Gianicolo, signoreggiando Roma, offriva il destro di vincerla con guerra, non d'uomini, ma di bombe e cannoni. Mentiste tutti, o signori, da colui ch'è primo tra voi sino all'ultimo de' vostri agenti, a noi, all'Assemblea, alla Francia e all'Europa, quando desteripetutamente, dal primo giorno della nefanda impresa sino a jeri, promesse di protezione, di fratellanza, di libertà che avevate fermo in animo di tradire.
Stretti in concerto con Gaeta, colla Spagna e coll'Austriaco, deliberati di rovesciare ogni segno di libertà repubblicana in Roma, e dopo avere lungamente cospirato tanto da illudervi a credere che la riazione retrograda avrebbe tra noi secondato le vostre mire, voi mendicaste i sussidî all'Assemblea, ingannandola—e risulta irrepugnabilmente dalle discussioni posteriori—sull'intento della spedizione. E ingannaste la commissione incaricata d'interrogarvi, i soldati ai quali persuadeste in Tolone che li guidavate a battersi contro gli Austriaci; gli abitanti di Civitavecchia fra i quali scendeste, come ladro mascherato, con due proclami, uno dei quali distruggeva l'altro; poi, quando la giornata del 30 commosse gli animi a sdegno, di bel nuovo l'Assemblea, mandando Lesseps a eseguire il decreto del 7 e scrivendo lo stesso giorno al generale Oudinot che tenesse fermo e avrebbe rinforzi; poi il vostro inviato medesimo, dandogli istruzioni che lo autorizzavano a fare secondo il concetto dell'Assemblea e ingiungendogli nondimeno di mantenersi in accordo con Rayneval che aveva istruzioni direttamente contrarie; poi noi; poi tutti—oggi forse ingannate il Papa, al quale prometteste ridare, senza condizioni, l'autorità e che ora, non sapendo come farvi perdonare dalla Francia d'averla disonorata, vorreste ridurre a proconsole costituzionale dipendente dalla vostra politica. Pur nondimeno non avete saputo architettare così bene le vostre menzogne che non esca dalle vostre stesse parole diritto perenne in noi di rivolta e condanna assoluta di nullità per quanto avete operato, per quanto opererete, senza consultar legalmente la volontà del popolo da voi manomesso.
Il preambolo della vostra Costituzione, nell'art. 5, vi grida:La Francia rispetta le nazionalità straniere.... Essa non impiega mai le sue forze contro la libertà d'alcun popolo. E strozzati da quell'articolo che vorreste, ma non osate ancor lacerare, mancanti a un tempo di coscienza della virtù e dell'energia della colpa, avete balbettato parole che l'Europa ha raccolto e ch'oggi sono tortura all'anima vostra.
Odillon Barrot, l'uomo che aveva, il 31 gennajo 1848, affermato il diritto assoluto d'ogni Stato italiano alla libertà e all'indipendenza[102]—dichiarava alla commissione dell'assembleache il pensiero del governo non era di far concorrere la Francia alla distruzione della repubblica in Roma... e ch'esso opererebbe libero d'ogni solidarietà con altre potenze. E quando il relatore della commissione riferiva il 16 aprile all'Assemblea queste dichiarazioni, il presidente del Consiglio diceva:Io non rinnego una sola delle parole da me pronunziate davanti alla commissione e riferite a quest'Assemblea. E insisteva:Noi non andremo in Italia per imporre un governo, nè quello della repubblica, nè altro... Noi non vogliamo usare delle forze della Francia per difendere in Roma una o altra forma di governo: no! L'intento nostro è quello d'essere presenti agli eventi che possono compiersi nel doppio interesse della nostra influenza e della libertà che può correre rischio.
La dichiarazione del corpo d'occupazione francese al preside di Civitavecchia, in data del 24 aprile, affermava che il governo franceserispetterebbe il voto della maggiorità delle popolazioni romane... e non imporrebbe mai ad esse forma alcuna di governo.
Il 26, il generale Oudinot ripeteva chelo scopo dei Francesi non era quello d'esercitare una influenza opprimente nè d'imporre ai Romani un governo contrario al loro voto.
Il 7 maggio, il presidente del Consiglio dichiarava all'Assemblea chequei proclami, lavoro del ministro degli esteri, racchiudevano tutto quanto il concetto della spedizione.
Noi non dovevamo marciar su Roma—diceva il relatore della commissione—che per proteggerla contro un intervento straniero e contro gli eccessi d'una controrivoluzione.... come protettori—e citava l'espressione usata dal presidente del Consiglio in seno alla commissione—o com'arbitri richiesti.
L'Assemblea non voleva—ripeteva lo stesso giorno Odillon Barrot—che sotto la pressione diretta dell'Austria l'influenza contro-rivoluzionaria conquistasse Roma.
E il ministro degli esteri confermava:lo scopo della spedizione—ei diceva—era quello d'assicurare alle popolazioni romane le condizioni d'un buon governo, d'una buona libertà, condizioni che sarebbero state compromesse dalla riazione o dall'intervento straniero. E negava che si fosse dato ordine al generale Oudinot d'assalire la repubblica romana; negava che il generale avesse intimato al governo romano d'abbandonare il potere.
Allora interveniva il voto solenne dell'Assemblea: l'Assemblea nazionale invita il governo a far senza indugio gli atti necessari perchè la spedizione d'Italia non sia più oltre sviata dallo scopo assegnatole.
E d'allora in poi, ministri di Francia, ad ogni istante, attraverso i passi che movevate verso il vostro intento segreto—nelle parole da voi prescritte al vostro inviato, la cui scelta doveva essere all'Assemblea prova delle vostre liberali intenzioni—in tutte le conferenze con noi tenute dai vostri agenti—nei progetti d'accordo[103]architettati fra il signor Lesseps o il generale Oudinot, il 16 e il 18 maggio—nel linguaggio del signor de Corcelles:La Francia non ha che uno scopo; la libertà del pontefice, la libertà degli Stati romani e la pace del mondo(lettera del 13 giugno)—sempre il vostro governo, esplicitamente o implicitamente, accennò, come a sorgente d'ogni diritto, alla volontà delle nostre popolazioni e promise il libero voto.
A voi solo, signor Falloux, spetta il tristissimo onore d'aver primo,nel vostro discorso del 7 agosto, dichiarato all'Europa che la Francia avea fino a quel giorno mentito. La vittima era allora stesa a terra e col pugnale alla gola.
Pur le vostre tarde dichiarazioni delverointento della spedizione, non cancellano, signori, le ripetute promesse del vostro governo. Il popolo di Roma ha diritto di gridarvi:Attenetelo!E noi che vi conosciamo d'antico, noi consapevoli dei vostri disegni e della necessità che si chiariscano interi perchè i buoni tuttora illusi v'abbandonino e cerchino salute altrove, abbiamo debito di gridarvi e vi grideremo, checchè facciate, ogni giorno: «Attenetele! quale pretesto può rimanervi a non attenerle? Roma è libera in oggi d'ognistraniero, d'ognifazioso. Gli uni son morti sotto le palle delle vostre carabine di Vincennes, sul campo: gli altri errano nell'esilio. Glionestisono riconfortati, riordinati: essi sanno che tutti i gabinetti, anche il gabinetto repubblicano di Francia, sono pronti a operare in loro difesa, e il popolo sa quanti pericoli importi nell'avvenire l'espressione del suo intimo voto. Osate or dunque, rifate la prova. Date al popolo il suo libero voto. Ritraetevi: fate che l'armi dei vostri alleati, compita in provincia la missione assegnatavi nella capitale, si ritraggano anch'esse; e chiamate per mezzo d'un governo provvisorio, i cittadini a dichiarare l'animo intorno al potere temporale del papa e alle instituzioni che devono reggere la nazione. Noi lontani, profughi per opera vostra, accettiamo l'esperimento. Accettatelo voi pure—o, anche una volta, rassegnatevi al marchio dei mentitori.»
Voi nol farete; non potete farlo: voi sapete che dall'esperimento escirebbe oggi ancora la vostra condanna, e la rovina de' vostri disegni. Tendenti a rovesciare la repubblica in Francia e vogliosi d'educare i vostri soldati a far fuoco sulla sua bandiera, voi non potete sottomettervi al rischio di vederla, per voto di popolo, rialzata fra noi. Deboli sino alla viltà nella vostra diplomazia e nondimeno trafitti di vergogna per la parte che recitate in Europa e inquieti sull'opinione dei vostri concittadini, voi credeste conciliare paura, intento e apparenza di forza, cacciandovi, a far prova di azione, sopra una piccola nascente repubblica, ed oggi v'illudete a credere che alcuni ordini del giorno datati da Roma accarezzino l'orgoglio e le tendenze guerresche del vostro popolo. Il vostro presidente abbisogna dei voti della parte cattolica; e voi tutti avete, pei vostri concetti, bisogno che il principio dall'autoritàper arbitrio di privilegio possa, quando che sia, richiamarsi all'esempio d'una instituzione religiosa. Però rimarrete. Rimarrete quanto potrete, sapendo che la forza straniera può sola impedire una seconda rivoluzione. Rimarrete esosi agli uni ed agli altri, trascinandovi di raggiro in raggiro, di protocollo in protocollo, impotenti a reprimere la riazione pretesca da un lato o il malcontento popolare dall'altro, peggiorando, non modificando la situazione, intricando più sempre la questione diplomatica, lasciando nei termini ove si sta la politica e suscitando la religiosa. L'Europa saprà che voi siete non solamente tristi ma inetti, e che avete trascinato il bel nome di Francia e l'onore dell'armi vostre nel fango per fallire a un tempo al vostro programma pubblico ed al segreto, per procacciarvi le maledizioni dei popoli senza ottenere riconciliazione e fiducia dai loro oppressori.
Perchè il nome e l'onore di Franciasononel fango; non solamente per l'iniquo fatto, ma pel modo del fatto; non solamente per la violazione sfacciata del programma di non intervento e d'indipendenza internazionale scritto sulla bandiera della nazione e ripetuto da tutti i ministri del suo governo—non solamente per la codarda oppressione esercitata dall'armi francesi unite colle napoletane, colle austriache, colle spagnuole, a danno d'uno Stato, pressochè inerme, di popolazione grandemente inferiore al più piccolo dei quattro Stati invadenti—non solamente per tutte le promesse di libertà, di pace, d'ordine, ad una ad una tradite—ma pei menomi particolari dell'impresa. Io non so d'alcun periodo nella storia moderna, tranne forse quello dello smembramento della Polonia, nel quale in così breve tempo si siano accumulate tante turpezze sul nome d'una nazione che mormora la parola di libertà. Come se la coscienza della colpa facesse smarrire a chi la commette ogni senso di dignità e la corruttela dei promotori si trasfondesse fatalmente negli inferiori, l'immoralità ha contrassegnato quasi ogni atto dal primo giorno dell'occupazione fino al giorno in cui scrivo. E mentre un ministro scendeva sì basso da inserire nellacopia[104]delle istruzioni date al signor Lesseps, comunicata recentemente al consiglio di Stato, un'espressione che ne muta il senso, io vedeva e ordinava s'imprigionassero due uffiziali venuti in qualità di parlamentari e i quali, abusando della nostra generosa fiducia, staccavano i piani dei nostri lavori nella città; mentre il generale Oudinot disarmava e costituiva prigionieri in Civitavecchia, senza che alcuna ostilità avesse avuto luogo e quando le due bandiere stavano congiunte per opera dei Francesi sull'albero della libertà, i cacciatori Mellara, un uffiziale superiore francese s'avviliva più tardi a strappare colle proprie mani, nella chiesa e in mezzo alle esequie, la coccarda italiana di sul petto al cadavere del loro colonnello. Ah! noi potremmo perdonarvi, ministri di Francia, il male incalcolabile che non provocati ci avete fatto, i nostri dolori, i nostri fratelli caduti o dispersi, l'indugio stesso recato alla nostra futura emancipazione: ma una cosa non potremo mai perdonarvi: l'avere per lunghi anni disonorato il nome della nazione, alla quale tutti noi guardavamo come alla nazione emancipatrice: l'avere colla menzogna, col materialismo delle promozioni e coll'esempio dei capi corrotto i soldati di Francia a farsi carnefici dei loro fratelli in nome del papa ch'essi disprezzano e a fianco dell'Austria che aborrono; l'avere ridotto per essi a simbolo senza significato, a idolo materiale da seguirsi ciecamente dovunque conduca, una bandiera che porta i segni d'un'idea, d'unafede; l'aver seminato l'odio lento e difficile a spegnersi tra due popoli che ogni cosa spingeva ad amarsi, tra i figli di padri ch'ebbero insieme su tutti i campi d'Europa il sacramento della gloria e dei patimenti; l'aver dato una mentita brutale al santo presentimento della fratellanza dei popoli e dato ai nemici del progresso e dell'umanità la gioja feroce di veder la Francia, scesa alla parte di sgherro esecutore dei loro concetti, ferire la nazionalità italiana di fronte e l'Ungheria a tergo per beneplacito dell'Austria e dello Tsar.
Uomini senza core e senza credenza, ultimi allievi d'una scuola che incominciando dal predicare l'atea dottrina dell'arte per l'arte ha conchiuso nella formula delpotere pel potere, voi avete da molto smarrito ogni intelletto di storia, ogni presentimento dell'avvenire. La vostra mente è immiserita dall'egoismo e dal terrore d'un moto europeo che nessuna potenza umana può arrestare, che consentito e diretto potea svolgersi pacificamente e che la vostra colpevole resistenza muterà forse pur troppo in elemento di guerra tremenda. Voi eravate oggimai incapaci d'intender coll'anima la grandezza del risorgimento italiano albeggiante da Roma, dalla Roma del Popolo. Ma quali erano le vostre speranze quando decretaste la guerra fraterna? Spegnere, ferendola al core, la rivoluzione nazionale? E non dovevate avvedervi che ogni resistenza opposta all'armi vostre da Roma, e il solo fatto del vostro movervi a lega con tre governi per comprimerne i moti, avrebbero dato consecrazione incancellabile al dogma della nostra unità e fatto religione di quella parolaRomaa tutta quanta l'Italia? Rifare un trono al papa? Alpapacollebajonette? Alpapaun tronocostituzionale? Ogni trono può rifarsi per un tempo colle bajonette, non quello del capo deicredenti. E la più semplice logica v'insegnava che il papa nonpuòessere se non monarca assoluto. Due mesi dal giorno in cui scrivo v'insegneranno che avete, in tutti i sensi, fallito all'intento.
Voi volevate, lo dite almeno, impedire che rinascessero negli Stati romani gli antichi abusi; e gli antichi abusi rinasceranno inevitabili l'un dopo l'altro, tanto più fieri quanto più cancellati per cinque mesi dal governo repubblicano e minacciati nell'avvenire. Voi non potete mutare le abitudini, le tendenze, i bisogni all'aristocrazia del clero; non potete cancellare l'aborrimento che il popolo nutre per essa; e non potete appoggiarvi sopra una partemoderata, intermedia, che in Roma non esiste. Potrete dettare provvedimenti; ma l'inesecuzione delle leggi fu sempre, è, e sarà la piaga mortale negli Stati romani. E questa inesecuzione, dipendente dalla natura degli elementi che costituiscono il potere escludente la severa responsabilità, crescerà di tanto quanto più per opera vostra all'agitazione legale e pubblica si sostituirà di bel nuovo la guerra extra-legale delle associazioni segrete, e Dio nol voglia—alla condanna delle leggi il pugnale del popolano irritato e disperato di giusta difesa. La miseria, la fatale rovina delle finanze e l'anarchia, inseparabile dal disprezzo in che si tengono i reggitori, aspreggieranno la contesa fra i diversi elementi che compongon lo Stato. Intanto avete il vecchio governo ripristinato senza condizioni; le commissioni per ispiare, retroagendo, i fatti politici; e gli uomini, non di Pio IX, ma di papa Gregorio, padroni in Roma e nella provincia.
Voi volevate mantenere, accrescere l'influenza francese in Italia; e l'avete perduta: perduta coi popoli, ai quali avete iniquamente e ingratamente rapito libertà e indipendenza: perduta cogli oppressori dei popoli per ciò appunto che li avete liberati, scendendo ad allearvi con essi, dai timori che inspiravate: perduta coi satelliti del papato, perchè la condizione vostra in faccia alla Francia vi costringe a nojarli con suggerimenti di concessioni, ch'essi non ammettono nè possono ammettere senza scavarsi, rinnegando ilprincipioche li sostiene, la sepoltura. L'influenza vostra in Italia consisteva nelle speranze che i popoli s'ostinavano a nudrire sul conto vostro e nella spada di Damocleche tenevate sospesa sul capo dei principi. Or siete sprezzati dagli uni, e aborriti come ingannatori perpetui dagli altri. Il nome francese è segno di scherno da un punto all'altro d'Italia e lo sarà finchè fatti decisivi, innegabili, non dicano al mondo che la Francia è ridesta alla coscienza della propria missione.
Voi volevate da ultimo riedificare trono e ridar lustro al papato: e io vi dirò a che riescite. Voi avete suscitato la questione religiosa e dato l'ultimo colpo a una instituzione cadente. Voi avete voluto salvare ilree avete ucciso ilpapa, struggendone il prestigio morale coll'ajuto dell'armi, avvilendolo davanti all'Italia, sola arbitra vera della questione religiosa, coll'appoggio straniero, e cacciando fra lui e le moltitudini un torrente di sangue. Il papato affoga in quel sangue. Unico modo a salvarlo per un tempo ancora, unico modo per sottrarlo alla pressione straniera che gli è rovina, era quello di strapparlo dalla sfera delle influenze politiche alla più pura e indipendente dell'anime. Voi avete or chiusa per sempre quell'ultima via di salute. Il papato è spento; Roma e l'Italia non perdoneranno mai al papa l'avere, come nel medio evo, invocato le bajonette straniere a trafiggere petti italiani.
Voi cominciate, signori, a intendere queste cose in oggi. Il vostro gabinetto cela segreti di sconforto, d'illusioni sfumate, di politica oscillante fra Parigi e Gaeta, che un prossimo avvenire rivelerà. Voi sentite le vendette di Roma.
La repubblica romana è caduta; ma il suo diritto vive immortale, fantasma che sorgerà sovente a turbarvi i sogni. E sarà nostra cura evocarlo. La questione politica è intatta. L'Assemblea costituente romana, dichiarando ch'essa intendeva cedere unicamente alla forza, senza accordi e transazioni colpevoli, vi rapiva ogni base d'azione legale. Noi non abbiamo capitolato. Il diritto di Roma esiste potente come al giorno in cui fu decretata la forma repubblicana. La disfatta non ha potuto mutarlo. Il voto delle popolazioni legalmente e liberamente espresso rimane condizione di vita normale, alla quale nessuno può omai più sottrarsi.
Voi non osaste negare quel diritto, mendicaste solamente pretesti ad attenuarne o renderne dubbia l'espressione nel passato. E la disfatta di quella che voi chiamate, imposturando,fazione, rimovendo, anche nell'opinione di quei che vi prestano fede, ogni ostacolo alla libertà delle popolazioni, ha reso il diritto del voto più sacro e più urgente.
Per noi, per quelli che con noi sentono, il diritto di Roma ha ben altre radici e ben altre speranze che non le locali. Le radici del diritto di Roma abbracciano nelle loro diramazioni tutta quanta l'Italia: le speranze di Roma sono le speranze della nazione italiana, che nè il vostro nè l'altrui divieto può far sì che non sorga.
Dio decretava quel sorgere dal giorno in cui, superate ad una ad una tutte le delusioni monarchiche, espiati col martirio gli errori di leghe e federazioni che una bastarda dottrina cercava impiantare fra noi, l'istinto italiano inalzò sull'antico Campidoglio la bandiera unificatrice, e dichiarò che Dio e il Popolo sarebbero soli padroni in Italia!
Roma è il centro, il core d'Italia, il palladio della missione italiana.
E la città che cova forse tra le sue mura il segreto della vita religiosa avvenire, può sostenere pazientemente il breve indugio che l'armi vostre hanno inaspettatamente frapposto allo svolgersi de' suoi fati.
Voi siete ministri di Francia, signori: io non sono che un esule. Voi avete potenza, oro, eserciti e moltitudini d'uomini pendenti dal vostro cenno; io non ho conforti se non in pochi affetti, e in quest'alito d'aura che mi parla di patria dall'Alpi e che voi forse, inesorabili nella persecuzione come chi teme, v'adoprerete a rapirmi. Pur non vorrei mutar la mia sorte con voi. Io porto con me nell'esilio la calma serena d'una pura coscienza. Posso levare tranquillo il mio occhio sull'altrui volto senza temenza d'incontrar chi mi dicaTu hai deliberatamente mentito. Ho combattuto e combatterò senza posa e senza paura dovunque io mi sia, i tristi oppressori della mia patria: la menzogna, qualunque sembianza essa vesta; e i poteri che, come il vostro, s'appoggiano a mantenere o ricreare il regno del privilegio, sulla corruttela, sulla forza cieca e sulla negazione del progresso nei popoli: ma ho combattuto con armi leali; nè mai mi sono trascinato nel fango della calunnia, o avvilito ad avventare la parolaassassinocontro chi m'era ignoto ed era forse migliore di me.
Dio salvi a voi, signori, il morir nell'esilio; perchè voi non avreste a confortarvi coscienza siffatta.
Settembre 1849.