Chapter 5

— E voi avete finito? Il vostro è un discorso diabolico, e si scorge bene, che siete di coscienza larga..... Dovreste essere un gran partigiano del quieto vivere, – uno scettico. Lo scetticismo è il sistema degl'infingardi. Badate, non voglio mica dire, che abbiate spropositato; anzi avete aggruppato con tal arte le figure del vostro quadro, che ai più sembrerà plausibile. Avete esposto dei fatti, avete detto delle verità, avete enunciato anche qualche sofisma, e stringendo poi non avete negato nulla, non avete conceduto nulla. Io ve l'ho detto, siete uno scettico. E credete, che, a guardare minutamente da vicino, il buco nella calza si trova; e quel vostro discorso in parte potrebbe sfumare. Sicuro, bisognerebbe intraprendere una lunga polemica, e mettersi al largo, cosa che io non ho intenzione di fare, e specialmente con voi, – con voi, che sareste uomo da addormentarvi a mezzo la disputa, che con una stretta di spalle non fate più differenza dal Sole di Affrica a quel di Norvegia. Quanto poi al vostro pretendere, che l'uomo non si perda dietro ad un'idea, che non può mandare ad effetto, avrete ragione nella massima, ma avete torto nel fatto, e senza avvedervene siete dato nella rete, che volevate scansare; – voifilosofo sperimentale questa volta mi siete riuscito un idealista; – avete preteso, che la mente umana si sottragga da un fatto, che spesso la incatena indissolubilmente. Non l'avete mai voi osservato questo fatto? o l'avete dissimulato per aver ragione? Può darsi anche questo, perchè siete malizioso la vostra parte. Non avete mai osservato, che in ogni tempo, e in ogni nazione, nascono uomini fatalmente avvinghiati ad un'idea fissa, – un'idea talvolta capace anche a falciare la vita d'una generazione; – un'idea che amano col furore della gelosia; – che non lasciano mai, benchè la veggano confinar col patibolo? – Questi uomini nell'epoca loro hanno due faccie: una sublime, e l'altra grottesca; e la storia contemporanea li chiama pazzi od eroi, secondo da chi è scritta la storia. Al giudizio pacato, imperterrito, dei posteri spetta determinare una delle due faccie, una delle due denominazioni.

Ma il Povero dov'è rimasto? è morto di angoscia, o di fame? Chi sa? tutto può darsi. – Le carceri vivono alla buona, – non tengono storici al loro stipendio, – non registrano nè date, nè nomi, nè avvenimenti; – le scene che si svolgono nel loro grembo sono scene d'un altro mondo, – d'un'esistenza sotterranea, – e temono la luce come cosa nemica; – pure così all'ingrosso le carceri si rammentano di alcune notti, – d'un viso truce, – d'un pugnale, o d'un laccio, – d'un gemito cordiale, – d'una caduta pesante; – si rammentano ancora di certuni entrati sani e gagliardi, che di lì a poco si fecer lentamente cadaveri per difetto d'acqua, e di pane. – Fuquesta dimenticanza, o caso pensato? – Non precipitiamo nei nostri giudizi. – Dio è il revisore delle coscienze, – e Dio, che può convertire in uno scherno il diadema e la testa del prepotente, un giorno vorrà conoscere ilproe ilcontradi queste ed altre bisogne.

Ma dunque è morto quel pover'uomo? E così solo, solo, e infelice, come avrà fatto a reggere il peso dell'agonia? – e se avrà chiesto un sorso d'acqua, per mitigare la febbre delle sue viscere, chi gli avrà bagnato la bocca? – e se l'asma lo soffogava, chi l'avrà sollevato a mezza vita? Chi gli avrà asciugato la fronte, e scaldate l'estremità irrigidite? Chi gli avrà dato una croce a baciare? – Chi avrà risposto amorosamente al delirio d'una testa che si sfascia, che vede il diavolo, che vede i Santi, che vede un'ombra nera, un'ombra bianca, mille stranezze, che lacerano il cuore di chi sente, e per un tratto percuotono di smarrimento la ragione di chi le considera, fosse pure una ragione di ferro? Chi gli avrà aperte le finestre, perchè beva un ultimo alito d'aria pura, perchè veda il cielo e la speranza? Oh! la speranza è un letto di piume al moribondo, ove egli a quando a quando dimentica le spine sulle quali si giace! è un'ala candidissima sulla quale l'anima del moriente va a posarsi via via, provandosi così per tempo a slanciarsi alla vita degli angioli! – E i suoi figliuoli? perchè Dio non rompe le porte della prigione, onde passino i suoi figliuoli? Poveri suoi figliuoli! non poterli benedire, non poterli vedere, non poterli palpare! Poveri suoi figliuoli! d'ora innanzi chi darà loro un bacio, chi darà loro del pane? Misero padre! questo pensiere ti sta come una lastra infuocata sul cuore; – è l'unica striscia di ragionee di memoria, che sia rimasta intatta nel naufragio della tua mente; – questo pensiere è la tua vera agonia; – agonia di coscienza, e di sensibilità; – questo pensiere ti fa dubitare di Dio, ti fa sorridere infernalmente. Misero padre! hai tu commesso un delitto infinito per meritarti un tormento infinito?

Ma dunque è morto quel pover'uomo? e chi gli ha asciugato l'ultima lacrima? chi gli ha chiuso gli occhi, chi l'ha baciato cadavere?

Il pover'uomo non è morto ancora, – almeno giova sperarlo. E s'ei fosse morto, chi l'avrebbe potuto sapere finora? Presso a poco è trascorsa una giornata, e il soprastante non ha anche aperto quell'uscio. Cosa importa al soprastante, se il Povero sia morto o vivo, purchè sia in prigione? Cosa importa al potente, che esista un povero di più o di meno? Non è egli il padrone del carcere, dell'esilio, e della scure, l'arbitro della vita e della morte, del Torto e del Diritto? Il potente di rado è iniziato ai misteri della sciagura; e una volta che sia, non è più potente; – ma s'ei potesse sapere e sentire quanti dolori gemono, quante lagrime piangono sotto ai suoi piedi, forse gitterebbe lo scettro con quel ribrezzo come se avesse tenuto un aspide. Chi mai l'educa a simpatizzare coi suoi fratelli di carne? Chi gl'insegna, che il dolore solo è re della terra in eterno, e che la Sorte dona colla destra, e toglie colla sinistra? Chi gli rammenta l'uguaglianza solenne, universale, del sepolcro? Chi lo consiglia a compatire le debolezze, le colpe, e gli affanni d'una schiatta dannata a travolgersi fra l'ignoranza e il bisogno? Chi gli fa sapere, che l'errore è un elemento organico dell'umana natura, e che un uomo solo non è mai infallibile? Chi lo sospinge a chinarverso terra lo scettro a guisa di leva per suscitare i prostrati, e non a gravarlo come un flagello? – Invece i suoi cortigiani recidono qualunque legame fra lui e il popolo; – lo chiudono fuori dell'umanità; – lo chiudono in un palazzo assiepato di ferri appuntati contro il lamento e la preghiera dell'infelice; – gli fanno vedere il mondo traverso un prisma colorato d'oro e di porpora; – gli empiono l'aule di festa, e d'armonia continua; – gl'intristiscono il cuore con un senso monotono di prosperità ottusa e solitaria, – talchè se un sospiro per accidente gli ferisce l'orecchio, dimanda: — perchè sospira quel miserabile? è egli così fiacco? io non ho mai sospirato. — Lo persuadono a riguardare i precetti moderatori d'una santa filosofia come atti di ribellione; – gli fanno credere ch'ei sia stato creato a calpestare uno strato di teste umane. – Gli comprano un poeta, gli comprano uno storico, per adularlo in prosa e in versi, – nel bene e nel male; – lo posano sopra un'ara; – gli mettono in mano il fulmine della legge assoluta, e poi l'adorano; – tanto che, se egli non si vedesse diffuso sul capo il manto infinito dei cieli, crederebbe d'essere Dio. E quando gli hanno pervertite tutte le facoltà del cuore e dello spirito, gl'insegnano a giuocare indifferentemente colla vita dei popoli come fa il matematico sulla sua lavagna, che trasporta a suo talento i numeri da un'estremità all'altra, e per uno sbaglio o per bizza cancella talvolta la cifra d'un milione. Oh! la potenza senza freno d'umane simpatie è un dono funesto! Trista è la potenza che può emulare Dio nel distruggere, e non nel creare; che può annientare una generazione, e non può risuscitare un verme quando l'ha spento!

— Devo dirla come la penso? – Per un tratto del vostro discorso mi avete fatto una paura diabolica; – io credeva, che voi voleste volare; – io tremava per voi, ma poi mi sono rassicurato; – vi ho guardato i piedi, e li ho veduti immobili, e fissi come chiodi. – Per altro avete fatto un gran fare; – sbracciavate, – sbuffavate, – gli occhi fuori dell'orbita, – il volto infiammato, – le vene della fronte rigonfie; – vi pare a voi? – è la maniera di farsi venir male. E che paroloni!sesquipedalia verba:– e che voce avete fatto! ne ho sempre rintronate le orecchie! voi eravate in un accesso! mi avete fatto paura! io già pensava a una cavata di sangue.

Volete un consiglio da amico? Smettete cotesto stile, – non è per voi, – non ci guadagnerete, che l'asma. Voi non siete un uomo esaltato, – non potete esserlo, – avete troppoumore. Io lo so; – vorreste esser poeta; – ognuno ambisce di essere quel che non può. Invece di un buon cappello di feltro vorreste una bella ghirlanda d'alloro, – per mille ragioni, e, non fosse altro, per campar la testa dalle saette. Ma datevi pace, l'alloro non è per voi; – e ve ne regalassero anche un albero, non sapreste mai trarne una corona di poeta; – gran mercè, se voi ne cavaste una frasca da osterie. – Io lo so; – vorreste esser poeta, e vorrei essere anch'io; – ma come fareste quando il filo non arriva? – Vi compatisco; – avete letto Dante, l'Ariosto, Byron, Schiller, Goethe; – li avete gustati, – li avete sentiti; – vi compatisco; vorreste anche voi avere un'anima temprata come l'arpa eolia, che ad ogni minimo fiato rendesse armonia;vorreste avere un'anima limpida, trasparente, in cui l'universo si riflettesse come in uno specchio. – Ma è tutt'una, – non siete nato, – i poeti nascono belli e fatti:Vates nascuntur.Ditemi voi, – dove andarono a scuola Omero, Ossian, Burns? – E poi sentite questi due versi, che paiono fatti a posta per voi:

E cui Natura non lo volle direNol dirian mille Rome, e mille Ateni.

E cui Natura non lo volle dire

Nol dirian mille Rome, e mille Ateni.

Avete capito? e badate, son versi di un classicista, che credeva nell'Arte forse più del dovere. – Smettete, – vi ripeto – sarà meglio per voi. Consultate bene l'indole vostra, e quella seguite; non farete mai male. Perchè, se avete corta la vista, volete farmi l'astronomo? Fate il sartore piuttosto, che cucirete a punti piccoli e bene uniti, e così vi acquisterete una lode moderata, è vero, ma pure una certa lode. – Non fate l'astronomo; – potreste scambiare un fanale col mondo di Saturno, e allora –risum teneatis, amici?– Smettete lo stile eroico, – non è per voi; invece di fare della poesia, fate della rettorica, – cosa veramente insoffribile in un secolo come il nostro. Non ve l'ho detto io sempre? Il cavalcare non è per voi; – crederete di fare la figura di un S. Giorgio, e invece siete una balla a cavallo. Non ve ne abbiate per male, – andate a piedi, – è la vostra condanna. Cosa ci volete fare? Tanto, poeta non sarete mai; vi manca l'ispirazione. Se l'esser poeta consistesse nel tornir bene un verso, come usava nel cinquecento e nel settecento, – vada; avete l'orecchio abbastanza armonico, e, quando vi piace, sapete scegliere una frase elegante. Ma tutto questonon è poesia, – è un lavoro da monache. Avete bensì l'anima spruzzata di poesia, – ma quella vena larga, inesausta, – che costituiva Dante e compagni, – voi non l'avete. – Non bisogna pretendere di far tutto, – anche il genio ha i suoi limiti. – Newton, che poteva leggere a suo beneplacito la facciata immensa del firmamento, si smarrì nei pochi fogli dell'Apocalisse, e riuscì un infelice teologo. – Chi nasce artefice per tessere un drappo prezioso, – chi nasce tignuola per guastarlo. E la tignuola, – è inutile, – non sa che rodere. Ve lo dica un Professor dal fiocco rosso, quando si propose anch'egli di fare una stoffa! – Fece una tal cosa, che anch'egli ne avrebbe riso, se non fosse stato giudice e parte. Ma non fu così quando si trattò di rodere; – vero è bensì, che in ultimo torse la bocca, perchè le tinte delle vesti corrose contenevano troppo d'acido. – Smettete, – non cesserò mai di ripetervelo, – lo stile poetico; – credete di suonare la tromba epica, e invece non fate che gonfiar le guancie. Voi non siete veramente nè poeta, nè oratore, nè storico, nè filosofo, nè tignuola; – siete un non so che, che non lo sappiamo nè io nè voi. – Quando la Natura vi architettava, invece di farvi la testa, sopra pensiere fece una gabbia da grilli; – poi si accôrse del fallo, ma non volle tornare indietro, e lasciò il lavoro come stava; – pure perchè la gabbia avesse uno scopo, una conveniente destinazione, la riempì liberalmente di grilli, e così voi siete riuscito quel che siete. Dovete convenirne per maledetta forza, – l'enfasi, il far di Pindaro, a voi non si addice; – voi non potete aspirare, che a una certa ironia, a una certa malizia, talvolta a un poco di grazia, a uno stile negligente giusto appunto come siete voi. Datemi ascolto: scrivete sempre alla buona, allasans souci, e terminate la storia del Povero carcerato. —

E così mandando al diavolo tutti i saccenti, e adoprando lo stile che meglio mi aggrada, ripiglio la mia storia tante volte interrotta.

Il pover'uomo non è morto ancora; – prova ne sia ch'io l'ho veduto. — Come mai? — mi direte. Ecco come; mentre quel ser saccente mi dava quei tanti consigli, che io non gli aveva chiesti, facevamo cammino, e questo era il meglio; a un terzo del discorso, siamo giunti dinnanzi alla carcere, e di lì a minuti è stata aperta, ond'io ho potuto vedere agiatamente i fatti miei tali e quali come vado a dirveli. – Il pover'uomo, come sapete, non è morto ancora; e s'ei fosse morto, (questo lo dico per rispondere a chi dianzi trepidava tanto per lui), s'ei fosse morto, certo sarebbe morto senza nessuno d'intorno, – solitario come una bestia del bosco. Chi volete che fosse passato per assisterlo in quel transito angoscioso? Fra il Povero e la Pietà sta di mezzo una prigione, e la Giustizia ne difende l'ingresso come la spada del cherubino alle mura dell'Eden.

Il pover'uomo non era più stupido, come quando io lo lasciai; – mi pareva anzi irritato, – e forse troppo. Le sue passioni erano rimontate, – le passioni fanno come la marea. Allora sì mi pareva, che più di prima egli avesse bisogno d'un amico, che con modi cordiali e con suoni di conforto si provasse di acchetare quella tempesta, che gli ruggiva dentro, e gli capovolgeva la ragione. Egli passeggiava furiosamente per tutti i versi i cinque passi della suastanza; – spesso si dava nella fronte con una palma, – spesso batteva coi piedi la terra; – ora fischiava turbinosamente, – ora cantava in una lingua e in una musica affatto nuova; – ora s'incrociava le mani sul petto, nascondendosi le pupille terribilmente sotto le ciglia. Una volta si mise una mano sul cuore, – e fece atto di strapparselo, e di lanciarlo in aria con un grido disperamente salvatico, – uno di quei gridi, che atterriscono l'uomo e la fiera, – il grido della madre che fuga il leone, e gli cava il figlio di bocca..... Dipoi si riconcentrò, e fece pochi passi adagio adagio, e senza intenzione: – quindi sembrava stanco, e si pose a sedere sopra uno scalino col capo fra le ginocchia. – Col capo in quella maniera, io non potei vedere se pregasse, se bestemmiasse, se piangesse. Forse egli faceva queste tre cose confusamente insieme; – forse era assorto in una di quelle estasi, prodotte dall'ambascia profonda, in cui l'anima abbandona il corpo, e s'ingolfa in una nuova esistenza, in un mondo incognito, pieno di forme strane; non mai vedute, non mai pensate, – dove l'anima giace immemore di quello che fu, di quello che è; – e solamente, tra il sì e il no, sogna, che in qualche parte le dolga, ma non sa dove, non saprebbe cercarvi, non è tentata a farlo.

A un tratto mi scosse un forte sospiro misto di singulto; – e vidi che il pover'uomo si era rialzato girando penosamente la testa verso l'inferriata. – E l'inferriata confina col palco, e la persona non può salirvi. — Gli sia contesa anche la vista del cielo: — così hanno detto, e così hanno fatto. – Un raggio scarso di Sole entrava malvolentieri tra mezzo alle sbarre, e sdrucciolava giù in fondo, lento, malinconico, scolorito, vestito anch'esso da povero. Forsequel raggio era pietoso, e tramutava così la sua pompa per mettersi d'accordo col Povero, – per non unirsi all'oltraggio degli uomini.

Arrivato a questo punto, io non vidi più nulla. Il soprastante chiuse, e partì. – Io non vidi più nulla, e l'ebbi a caro. Quando il dolore percuote a gran masse l'anima umana, è una vista che si può reggere; – e talvolta è uno spettacolo dignitoso, quando l'anima sviluppa un vigore proporzionato alla forza delle percosse; – e quel combattimento tra il mortale e il Destino, tra il signore e lo schiavo, ha un non so che di sublime, che lusinga la nostra superbia. Ma quando il dolore prende lo scalpello del notomista, e comincia a incidere il cuore di dentro e di fuori con mille tagli diversi, e lo cincischia con mille disoneste ferite, quello spettacolo allora ha un non so che di fastidioso, e di crudele, che gli occhi non lo sopportano, e, offesi come sono, volentieri si chiudono.

Io non vidi più nulla, e l'ebbi a caro. – Il soprastante era venuto a visitare la carcere, e non il carcerato; solamente avea portato seco un vaso d'acqua fresca, e l'avea deposto per terra.

— Dunque quel pover'uomo morrà di fame, – perchè d'acqua, o fresca o calda che sia, non si vive; mala pena si vive di pane... —

No, no; rassicuratevi; questa volta non morrà di fame; un pane gli sarà dato. Ridete? – io vi comprendo, – sarà un pane dato come un colpo a un nemico; sarà un pane duro, duro davvero; – ma che vuol dire? – Ei l'ammolirà colle lacrime: – perchè no? – forse non è infelice? – la corda del pianto forse non è la prima corda del cuore, e non trema forse al soffio più lieve? – L'ammolirà colle lacrime, – non nedubitate; – non v'ho io già detto, che sa piangere? e, se l'alterezza gli vietasse di piangere per sè, non ha i suoi figliuoli, non ha forse una madre, non ha un amore, una patria?

Io piango, – voi piangete, – tutti piangono. Questo è tal verbo, che ognuno sa e deve coniugare senza bisogno di gramatica. La sventura è qua maestra per tutti.

O Sventura!...................... Tu sei una pianta perenne, che non temi vicenda di stagione; il sereno e la procella egualmente ti alimentano. Il tempo, che coll'ala instancabile corre rovinando ciò che gli si para di fronte, quando giunge dinnanzi al tuo simulacro chiude l'ala, e oltrepassa adorando. – Il genio avvalorato dal grido delle plebi umane ha tentato sovente di atterrare il tuo Nume, ma indarno. La Fatalità ti protegge, – e i conati del Genio e delle moltitudini si sono spezzati contro di te, come la spuma contro la rupe..... – Il mondo è tuo retaggio assoluto; – e se il tuo spirito gode aggirarsi fra le rovine, – gode pure insinuarsi come il serpente fra l'erbe e i fiori. Tu puoi rivestire anche l'aspetto dell'allegrezza; – e non v'è una razza stranamente infelice, che ha sempre il sorriso sul volto, e il pianto eterno nel cuore? – questi son più d'ogni altro infelici, appunto perchè non sembrano. – La vita ti appartiene intera; – tuo è il primo vagito dell'infante, – tue le tradite speranze del giovane, – tuo il gemito estremo della vecchiaia..... Non v'è nessuno, che trapassi da questo pellegrinaggio ai riposi della tomba senza avere offerto nel tuo santuario il suo obolo, – senza averti dato almeno una lacrima, – una lacrima spremuta dal più puro sangue del cuore. Tu non ammetti privilegi, e stampi il tuomarchio rovente tanto sulla fronte alla virtù, come sulla fronte al delitto; – ogni condizione deve piegarsi sotto la tua verga, tanto il conquistatore, che stende la sua spada sui popoli come il raggio del Pianeta, quanto l'umile bifolco, che nasce e muore ignorato come l'eco della sua valle. Anche il povero matto, – che a spese della ragione si riparava in un mondo di larve, e d'illusioni, e credeva francarsi dalle leggi della comune esistenza, – anche il povero matto deve adorarti; – e quando la morte è vicina a rapirselo, tu gli doni un istante lucido d'intelletto, onde anch'egli senta la tua presenza, e ti paghi il suo tributo di dolore. O Sventura! tu non sei punto generosa, tu non hai coraggio di risparmiare nè anche il povero matto.

I primi primi giorni, che l'uomo passa in prigione, sono per l'anima sua come giorni nebbiosi: – l'anima non ha peranche fatto l'occhio a quel clima; – vede confusamente, talvolta non vede gli oggetti, talvolta li vede a doppio; – il suo palato non ha sapore; – un ronzio continuo gli alberga le orecchie; – lo spirito giace stordido, e non sa pensare; – il cuore sente di star sotto a un fascio enorme di sensazioni, ma non sa darne ragione. Se la mente non gli crolla, è una prova sodisfacente della sua buona tempra; – se il corpo non gli si ammala, è una prova sodisfacente, che il corpo fu tessutocomme il faut. Sia come vuolsi, però in cotesta alterazione dello stato normale dell'anima l'uomo ci guadagna qualche cosa; – la noia non trova luogo di abbarbicarsi così di leggieri; – il pensiere, che agisceeccentricamente, non è quell'avvoltoio insaziabile, come quando il senno si aggira sopra il suo pernio naturale; – e il dolore vibra il suo pungiglione sopra una carne mortificata. Questo stato di esaltazione, in cui tutte le nostre potenze superando il coperchio hanno dato di fuori, ha prodotto per legge di reazione una pace stanca, un sopore, un dormiveglia nell'anima nostra, che volentieri ella afferrerebbe di nuovo quando si desta, e la pienezza del giorno le mostra a diritto e a rovescio la sua posizione. Ma la natura vive d'eccezioni a controgenio, e quanto più presto può gradatamente rientra nel suo letto.

Una volta per altro, che il carcerato si è stropicciati gli occhi, e gli ha spalancati, ed è desto ben bene, e si accorge, e tocca con mano di essere in prigione, la prima cosa che sente è la sconvenienza di una simil dimora, e il primo pensiere che se gli affaccia è quello di andarsene. Io stesso, che sono un uomo tutto pace, che, se il vento mi porta via il cappello, aspetto che si fermi, e non gli corro dietro, io stesso, – Dio mel perdoni, e chi mi ci ha messo, – ho pensato, prima d'ogni altra cosa, di andarmene. E vi ho pensato così a lungo, e con tanta intensità, che mi maraviglio come questo pensiere nel chinarmi non mi sia caduto giù dal cervello in forma di lima.... E se questo mio cranio verrà in potere del sistema di Gall, e di Spurzheim, quei signori notino bene, e cerchino fra le tante protuberanze buone e cattive, chè troveranno uno scavo fatto dall'idea della fuga, una figura tale e quale come l'ho descritta qui sopra.

Pertanto noi siamo d'accordo; – il primo pensiere del carcerato è quello di andarsene. I mezzi poi perandarsene sono due: uno naturalissimo, e di riuscita infallibile, ed è quello di andarsene quando ti metteranno fuori; – l'altro naturale pur egli, ma non al grado del primo, ed è quello di fuggire. – Tu puoi fuggire con due metodi: – o fuggire da te col rompere la porta, o col segare i ferri della finestra; – o corrompendo a furia d'oro i custodi. Il primo metodo costa assai meno del secondo; il secondo assai più del primo. E tutto questo per tua regola e governo.

Io dopo molte considerazioni fatte colla coscienza, e non a caso, ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finchè un qualcheduno non venga e cavarmi. Già, figuratevi voi, mi hanno messo in un Forte munito di soldati, e di cannoni, e sotto chiave di un Profosso munito di 12 Articoli stabiliti contro di me, e contro di lui; il Forte poi l'hanno messo in un'isola. – Ora andate a fuggire, se vi riesce! – Io mi protesto da capo, che non ho voglia nè modo di andarmene; e quando anche conseguissi la fuga, sarei costretto a tornarmene indietro, perchè fuori è la stessa prigione; – avrei di più a pagare il fitto d'una stanza, mentre adesso me ne godo un paio, e di pigione non se ne discorre, a meno che non facessero all'ultimo tutto un conto. – Napoleone, è vero, fuggì, – ma voi sapete chi era costui; e se nol sapete voi, altri l'hanno saputo; – e poi, egli fuggiva per delle buone ragioni; – fuggiva per rimettersi in capo un berretto da imperatore, ed io non potrei mettermi in capo che un berretto da notte; – fuggiva per riafferrare la coda della Fortuna, che nuovamente gli capricciava dinnanzi, e gli faceva le smorfie da innamorata; – e poi, egli era padrone del Forte dove io son racchiuso, e ilForte non era padrone di lui. – Ma io, che sono una cosa con un nome, e con un casato, e niente di più, faccio sapere a tutti una volta per sempre, che ho meco stesso deliberato effettivamente di rimanermi, finchè non mi diranno: – vattene. – Io sopporterò la mia prigione, come una escrescenza, che per un accidente mi sia venuta sulla persona, – come la paziente pizzuga sopporta quella casa d'osso, che la Natura gli ha collocata sul dorso.

V'è ancora un altro mezzo d'evasione, – ma io m'attento poco a proporvelo..............

(Mancano nel Manoscritto la fine di questo, e alcune parti del seguente Capitolo, il quale a differenza degli altri porta il titolo in fronte).

........... Spendete meno massime, spendete più fatti: – allargate le vie della vita, sgombratele di tante spine, che vi seminò l'errore e l'ingiustizia. Con che titolo l'ozioso opulento verrà a filosofare aspramente sul corpo del suicida per miseria, – egli, che giornalmente in una bottiglia diSciampagnabeve almeno cinque giorni dell'esistenza di un povero?

················

Discendendo poi dalle teoriche al fatto, osserviamo che più ordinariamente questo fenomeno si verifica o nell'estrema energia, o nell'estrema spossatezza dell'umana natura. Di rado tocca il grado intermedio; – di rado un uomo dotato di facoltà temperate mette le mani nel proprio sangue. Egli è buono asopportare molti disastri, che fiaccano il debole; – egli in forza delle sue misurate facoltà non si trova mai avvilupato in quel nodo di eventi, che sforzano l'uomo superiore a sparire dalla scena del mondo celandosi in un sepolcro. L'uomo moderato può convenientemente transigere con una lunga serie di fatti. L'uomo debole vive a caso, – e se i fatti gli passano rasente senza urtarlo di fronte, può invecchiare pacificamente, e morir nel suo letto. Ma se un fatto lo prende di fronte, egli è perduto, egli non ha vigore bastante da sviarlo, e rimetterlo sul suo cammino. Una cosa lieve, un nonnulla, anche una risata, in un cervello così fatto diventa un'idea fissa; e allora la follia compie la paralisi delle sue forze morali, ed egli è costretto a morire senza poterne dar conto a chi glielo dimandasse. Io ho conosciuto un giovane leggiadro di forme, d'indole mite, ma vuoto di testa, che si fucilò, perchè i genitori, che l'amavano assai, non gli permisero di farsi dragone. – Ma l'anima atletica d'un eroe trascorre una scala lunghissima d'eventi, e nulla l'arresta; – la sua gagliardia rompe spesso la corrente, che strascinerebbe in rovina ogni altra forza fuorchè la sua; – poi ad un tratto si trova di faccia una combinazione intricata, profonda, dove freme l'onnipotenza del Destino. Allora il Genio si conosce perduto, – ma non cede sul subito; ei sviluppa una lotta da gigante a gigante, – e la lotta dura finchè le forze da una parte resistono: – finalmente il Genio soccombe, – il Destino supera, perchè il Destino è ciò che deve essere. Che deve fare allora l'eroe? – progredire è impossibile, perchè una barriera di adamante gli chiude i passi; – rovinare in fondo è impossibile, perchè la natura del Genio è di salire finchè può. Alloral'eroe decide di morire, non già perchè vuol morire, ma perchè non può più vivere. Non è il delirio, che spinge; è la coscienza, che sceglie. Il Genio si scava la fossa su quel gradino, dove la Fatalità gli ha reciso l'ale; – e si scava la fossa per insegnare che il sistema del Bene va portato innanzi finchè si può, e non va rinnegato colla codardia del tornare indietro. Certo, il suo concetto era di salire al sommo della scala, e piantarvi lo stendardo della vittoria. Dio non ha voluto, – egli è morto. Egli non poteva vivere sospeso fra il cielo e la terra.

Catone sta per la Repubblica, – e combatte all'usurpatore a palmo a palmo il terreno; ma questi, più felice di lui, lo incalza di provincia in provincia, – lo soffoga coll'alito ardente della vittoria. Catone finalmente è in Utica, chiuso in un circolo magico, donde gli sarà impossibile uscire come dalla tomba. – Già si sente fremere a tergo il delitto e la fortuna di Cesare. Ma i fati non sono per lui, – egli lo sa. Non v'è più scampo, – non v'è più spazio, – non v'è battaglia più da tentare; – la Virtù contro il Fato è un vetro contro una massa di ferro. Catone deve morire, e morrà. Poteva rendersi a Cesare, – ed ei l'avrebbe perdonato, – l'avrebbe anche onorato, – perchè Cesare era un tiranno, ma un tiranno di genio. Catone era come quei metalli, che si spezzano, ma non si piegano. Doveva morire per dimostrare, che la Virtù è un fatto sensibile, e non un nome vuoto; doveva morire, perchè la sua ragione gl'insegnava pacatamente la morte come un dovere, la vita come un tradimento. Se non fosse morto, nè i contemporanei nè i posteri avrebbero saputo in che più credere. La sua morte fu una protesta eloquente contro l'usurpazione felice, – unaguarentigia del diritto, – un conforto, uno stimolo ai superstiti; e dal suo sangue usciva una voce, un insegnamento solenne a morire piuttosto che a disertare una causa santa.

E Bruto da quel sangue raccolse quella voce, e se la pose nel cuore. Quella voce gl'intimò primamente a non disperare della salute della patria, – a tentare la sorte incerta delle armi, e così fece; – poi quando a Filippi fu perduta l'ultima battaglia delle Libertà Latine, interrogò quella voce, e gli disse di morire. E Bruto moriva incontaminato, come devono morire le anime sublimi. – Comprese la santità della sua missione, – la grandezza dell'esempio, che andava a dare, – il frutto immenso di cui questo sarebbe stato fecondo nell'avvenire. Il suicidio in lui non fu il consiglio d'uno stretto egoismo, – fu un sacrifizio fatto alla dignità dell'umana morale. Se fosse vissuto, avrebbe commesso peggio, che una viltà; – avrebbe messo in dubbio i diritti dell'uomo; – avrebbe sanzionata la scelleraggine trionfante; – ne avrebbe in certo modo velate le vergogne: – così la lasciò nuda, – così col suo sangue si appellò pei diritti delle nazioni alla vendetta dei posteri rigenerati; – così piuttosto che concederla agli stupri della tirannide volle condur seco la Virtù vergine nella tomba. Bruto, anima esaltata, e inflessibile nell'amore del grande e del giusto, era portato al suicidio dalla necessità e dal dovere. Non gli rimaneva a fare più nulla nè di buono, nè di grande; – non gli rimaneva nè anche di sedersi sulle rovine della patria, e sciogliervi un canto funereo; – le rovine della patria erano ormai lo scanno dei Cesari. – Doveva fuggire? Il pensarlo solo è un sacrilegio; – ma e in qual parte di mondo fuggire? Ilmondo era una Provincia Romana, e qualunque nazione avrebbe portato a gara la testa di Bruto in aggiunta ai consueti tributi. Doveva ricorrere alla clemenza di Augusto? Oh! l'ultimo dei Romani non poteva ricorrere al primo dei tiranni. La Fatalità aveva incatenato lui alla Repubblica, e la Repubblica a lui. Erano due in un destino solo; – dovevano esistere insieme, perire insieme, e perirono. E poi conoscete voi la clemenza d'Augusto? Ve lo dica Perugia. – Augusto non aveva, che talento e libidine d'imperio; – del resto, ineccitabile come una pietra; un alito di passione non aveva mai increspato quel mare morto dell'anima sua. Un giorno fece un conto e barattò la testa di Cicerone suo amico contro quella d'un uomo, che appena conosceva, come farebbe un fanciullo dei suoi balocchi; e sotto manto d'amore carezzava Cleopatra per menarsela a Roma in catene in un giorno di festa, e d'orgoglio. Augusto avrebbe messo la testa di suo padre per puntello a un piede del trono, se quel piede non avesse posato in piano.

Il suicidio di Catone, di Bruto e di mille martiri della Verità, è un eroismo, – un fatto di natura trascendentale, che sfugge al compasso di una volgare filosofia. È il punto culminante dell'umana grandezza, è il Sacrifizio. L'invidia sola può tentare d'impiccolire le proporzioni colossali d'un tanto fenomeno, ma la ragione sdegna l'analisi, e si contenta di venerare. Il suicidio è vero, che in questi casi stacca un fiore dalla corona della Virtù; ma la Gloria raccoglie tosto quel fiore, – ne fa una stella, e l'aggiugne al suo serto immortale.

Poffare Dio! ho scritto queste quattordici pagine tutte d'un fiato, e con tanto impeto, che me ne trovo stordito. Ho lasciato fare il più al sentimento, e alla penna; – al cervello è toccata la minima parte. Non so se sia bene; – comunque siasi, è andata così. Mi son voluto lasciare andare, dove il flutto voleva portarmi, – ho lasciato le vele in balìa del vento. Se invece di arrivare in porto ho dato in secco, non ve ne prema; – il danno è tutto mio. Quando me ne vada il peggio, vuol dire che non avrò ragionato. Benissimo; – è una cosa, che mi succede spesso, anche quando ho le più serie intenzioni di fare il contrario. – Per me è una baia.Quandoque bonus dormitat Homerus.Non lo dico per superbia di paragone, – lo dico così per citare, e per far vedere, che anch'io sono stato in collegio, dove in quattro anni m'insegnarono a non sapere il Latino. Non lo dico per superbia di paragone. Omero era cieco, e poeta; io invece ho due begli occhi, e non sono nè poeta, nè prosatore. Scrivo per capriccio, – per far diventar nero un foglio bianco. Scrivo perchè non ho da parlare con nessuno, chè se io potessi anche con una vecchia, anche con un bambino, non pensate, non toccherei la penna. Andate a leggere, se vi riesce, quello che ho scritto quando io non era in prigione! Certo potrei parlar meco stesso, – ma non voglio avvezzarmici, perchè uscendo di prigione con questo vizio, e portandolo meco in società, mi potrebbero prender per matto. Assai in fatto di giudizio non godo di un credito troppo esteso! – allora la storia sarebbe bella e finita. – D'altronde,quando io scrissi le suddette quattordici pagine, avevo il cuore pieno pieno, – non so di che, – ma veramente pieno, – e bisognava sfogarlo. Se fossi stato un romantico, avrei scritto una ballata malinconica, – se un classicista, avrei scritto un'elegia; – se un musico, avrei cantato qualche melodia del Bellini. Ma io non sono nulla di tutto questo, – non so che fischiare; – però lo faccio quando ho l'umor nero, o quando una coppia di grilli mi mettono in festa di ballo la fantasia. – Del resto, ve lo ripeto, ho scritto quel che io sentiva; – il calcolo ci è entrato per un momento, e poi fuori. L'anima ha qualche quarto d'ora, in cui se ne vuole star sola sola con le sue sensazioni, liete o dolorose che sieno, e guai se la mente vuol venirne a parte; – guasta tutto, come qualche viso antipatico spesso mette il freddo e il silenzio in un crocchio cordiale d'amici. D'altra parte è impossibile star sempre sopra una nota, – e quand'anche ti riuscisse, verresti noioso a tutti, e i casigliani ti caccerebbero del casamento. La vita, a voler che sia bella, a voler che sia gaia, a voler che sia vita, dev'essere un arcobaleno, – una tavolozza con tutti i colori, – un sabbato dove ballano tutte le streghe. Il sollazzo e la noia, il pianto e il riso, la ragione e il delirio, tutti devono avere un biglietto per questo festino. Che serve far della vita una riga diritta diritta, lunga lunga, sottile sottile, noiosa noiosa, e color della nebbia? È un volersi reggere sopra un piede solo, – è un mettere l'anima umana nella stessa situazione, in cui si pose lo Stilita, che stette quarant'anni in cima a una colonna. Vuol essere un'orchestra piena, e non un piffero solo; – varietà vuol essere. Viva la varietà! Per tutti questi motivi, io ho scrittoquattordici pagine senza pensare, e non me ne pento. Giorgio Spugna mio dilettissimo amico mi ha ripetuto sovente queste notabili parole: «L'uomo che è sempre savio val poco più dell'uomo che è sempre pazzo; –est modus in rebus:– l'arte di pensare è un'arte, che va stimata e riverita; è una fatica concessa all'uomo, e negata alla bestia; – ma il farlo sempre si assomiglia all'avaro, che conta e riconta perpetuamente i suoi scudi; – qualche volta bisogna spendere; – il superchio rompe il coperchio; – qualche volta bisogna non pensare per riflessione; se no, all'ultimo, spesso invece di una scoperta psicologica ti trovi di aver pescato un'emicrania». Così mi diceva Giorgio Spugna, filosofo, che si è fatto da sè senza bisogno di libri, senza bisogno di Pisa, di Bologna, e di Padova. Non già che Giorgio Spugna sia ritroso al viaggiare, – anzi è questo un suo desiderio vivissimo, e giuoca sempre al lotto per vedere se un giorno o l'altro potesse mettersi in corso; e mi ha giurato più volte, che se ottiene il suo intento vuol fare il giro del globo, componendo un trattato di pratica comparata sui migliori vini dell'uno o dell'altro emisfero. Mi ha detto ancora, che giro facendo non avrebbe scrupolo di mettere in carta le sue osservazioni di qualunque altra maniera, dacchè egli pure possiede un cannocchiale fatto da sè, col quale guarda tutti gli atti di questa umana tragicommedia. – «Ma io nol farei», – soggiugneva Giorgio, – «giusto appunto perchè mi è venuto fatto di osservare, che le opinioni, anche buttate là colla stessainsouciance, colla quale soffio il fumo della mia pipa, possono cadere in frodo peggio del tabacco, e la multa non è lieve, ed è certa sempre la perdita della merce, e talvoltaanche quella della persona; per questo io nol farei, e procurerei alsummumdi tenermele a mente per ridirtele poi testa testa nel giolito d'un simposio, nell'intervallo fra un bicchier e l'altro.» — E credete, che Giorgio Spugna è più filosofo di quel che non pare, precisamente perchè non pare un filosofo. E ripeterò con lui:qualche volta bisogna spendere.Che direste d'un uomo, che stesse da mattina a sera a guardar l'orologio per far buon uso del tempo? Per lo meno perderebbe il tempo a vederlo passare. Mettetevi in tasca l'orologio, e fate le vostre faccende, l'orologio consultatelo di quando in quando secondo il bisogno. Bisogna fare a tutti la sua parte, e se coltivate una cosa sola, e l'altre trascurate, godete meno, e le altre vi vanno a male. Così è come io ve la dico, e vi esorto a crederci, o almeno potete fidar più sul mio senno quand'io discorro alla buona, e senza pretensioni, che quando mi metto in aria di ragionare. Sopratutto rammentatevi il nome e le opinioni di Giorgio Spugna. Ei se lo merita, ed a me farete cosa cara.

Io ho detto nel capitolo XVII, che sono in prigione, e lo confermo nel Capitolo XX. Oggi finiscono trentaquattro giorni, e non isbaglio; in mancanza del lunario li ho contati due volte sulle dita.

A chi me l'avesse detto il 2 di settembre io avrei riso in faccia di un cotal riso da venirne al duello. Eppure io ci sono!

Benedetti i primi giorni della mia prigionia! – io era così sempre fresco del passato, che sovente mi riusciva d'illudermi. Sovente sopra pensiere chiamavaad alta voce la serva, perchè mi recasse una cosa o l'altra; e sentendo che nessuno mi rispondeva, io mi accertava allora della prigione; ma ci rideva sopra, e non era più altro. Sovente sopra pensiere in un batter d'occhio m'indossava la giubba, mi calcava in capo il cappello, e tutto infuriato andava per uscire; – ma giunto alla porta mi accorgeva, che il chiavistello stava per di fuori, – segno evidente della prigione; – ed io al solito ci rideva sopra, e non era più altro. Benedetti i primi giorni della mia prigionia!

Oggi però è ben diversa la cosa. Io son mesto e spossato dalla noia, – e così penetrato fino al midollo del convincimento di essere in prigione, che questo pensiere dinnanzi agli occhi e alla mente mi brulica in infinite forme, come uno sciame di atomi innumerevoli traverso un raggio di luce; e così mi si è dentro inchiodato, che nei primi tempi della mia nuova libertà per avventura, crederò sempre d'essere in prigione.

Io sono mesto, e spossato dalla noia. La noia tacitamente ha tramato per me una così gran tela, che io non vedo parte donde salvarmi. Io son la mosca di quella tela, e più che mi dibatto per uscirne, e più vi dò dentro.

Oh! la noia è una parola sola, – una parola breve, che non conta più di quattro lettere, – ma il provarla è tal volume, che uomo al mondo non sfoglierebbe così per tempo, nè così di leggieri. La noia è l'asma dell'anima, – è una ruggine che può consumare la meglio temperata lama, che si dia; – è una cosa, che dai capelli alle piante ti fascia la cute d'un senso umido, fastidioso, ti perverte l'occhio, e ti fa veder tutto in bigio; – toglie il sapore al gusto,la fragranza ai fiori, – la dolcezza all'armonia. Schiaccia l'acume dell'intelletto, e lo rende bestialmente stupido, – e insugherisce il cuore, mortificandone la squisita sensibilità, disseccandovi dentro la lacrima del piacere e del dolore. Oh! la noia è il più insopportabile dei nostri dolori, perchè è il dolore della stanchezza; perchè non eccita in noi una forza, che valga a combatterlo. Essa non è un vulcano, ma cuopre di freddissime ceneri il sorriso della Natura intera.

E le ho tentate tutte per medicarla, ma senza pro. Il leggere non mi giova; – sto mezz'ora sopra un filaro, – e poi gitto il libro. Non ho più coraggio nè anche di scrivere i miei ghiribizzi; – i miei grilli son morti d'inedia, – essi volevano l'erba fresca del prato, e l'alito dell'aria aperta. – Non mi giova il passeggiare; – vado in su e in giù per i dodici passi della mia prigione, e di lì a poco torno a sedermi colla vertigine. – Se mi affaccio, vedo, è vero, un bel cielo, ma le sbarre, che mi traversano l'occhio, me lo tingono di color di ferro; – vedo un cerchio di monti, e mi paion sepolcri; – vedo una mandra di soldati, che la disciplina militare ha saputo convertire in altrettanti arcolai. – Pallida mi apparisce la verdura degli orti, e dei vigneti, e il canto degli uccelli mi suona lamento.

Alas poor Yorick! Io mi curvo sotto un peso, che non posso più reggere, e ho fatto di tutto per sollevarmene. Ho contato le battute del mio polso, e ho dovuto smettere; – ho fatto la guerra agli insetti, che mi son compagni, e ho dovuto smettere, perchè son troppi; – ho contato i travicelli delle mie due camerette, e sono diciotto e mezzo; – i travi grossi, e son otto; – ho contato perfino i mattoni,e son trecento novantuno. Io non ho più pace, e non so come averne. Non posso più pensare nè al passato, nè all'avvenire, spazi così vasti, e così comodi per il diporto dello spirito. Son confinato nel presente, – e il presente di un carcerato non è già il Tempo coll'ali snelle velocissime, – è una figura di piombo sdraiata in un canto.

.... E come fare per il resto di tempo, che dovrò starmi in prigione? Avessero almeno detto: — ci starai tre mesi, sei mesi, un anno, — manco male; – ogni sera con un sospiro di sollievo esclamerei: – v'è un giorno di meno! – Se io potessi avere dell'oppio, forse sarei felice, e certamente tranquillo; – l'anima mia dolcemente assopita passerebbe le sue giornate in un mondo aereo, multiforme, – un mondo così dovizioso d'illusioni, e d'immagini, che la più alta fantasia dell'uomo desto può concepirne appena una frazione ben minima. Ma non posso sperare nell'oppio; – i miei custodi l'hanno in concetto di veleno, e non me lo farebbero vedere nè anche dipinto. E per questo io ho desiderato le mille volte una febbre acuta, che mi levasse fuori di me fino al giorno della mia scarcerazione. Ma la febbre anch'essa, che pur non dipenderebbe dai miei custodi, non vuol venire; – non vi è rimedio; è un calice, che bisogna bere....

Ecco qui; tutti i giorni sono i medesimi, misurati dalle medesime vicende. Alle otto la mattina il solito caffettiere colla solita colezione; – al tocco il solito pranzo portato dai due soliti selvaggi, che si son rubati il nome di camerieri. Il pranzo è composto sempre della solita zuppa, e di tre pietanze, che sembran tre morsi, presso a poco sempre uniformi, e di rado una di quelle variata in un uccello,strano, – una specie d'uccello, che avrà che fare coll'ornitologia, ma non so se abbia diritto all'ingresso d'una cucina; – una specie d'uccello che, a casa mia non ho mai veduto nè per aria, nè sullo spiedo. Io non so dove trovi quegli uccelli il trattore; – mi pare impossibile, che un cacciatore li trovi; e, se li trova, che abbia il coraggio di spendervi sopra una botta. Ma io ho veduto spesso il trattore sur un campanile, e di certo ei vi andava per quegli uccelli, e per noi.

E il Profosso? Mutassero almeno il Profosso una volta la settimana, come avevano cominciato dapprima! Ma dopo una volta non l'anno più fatto. Eccolo là, – è sempre il medesimo Profosso, – col medesimo viso, – col medesimo passo, – col medesimo vestito bianco mostreggiato di rosso, – colle medesime chiavi, – coi medesimi 12 Articoli, stabiliti contro di me, e contro di lui, – col medesimo suono di voce. Fin qui il Profosso non è ancora infreddato, per sentirgli fare almeno una voce diversa. L'unica mutazione, che segua in lui qualche volta, è quella da un casco a una berretta. È un uomo anche egli convinto della disciplina, – convinto dei suoi superiori, – persuaso, che le bastonate sieno un dovere a darle, e a riceverle, come voi siete persuaso a grattarvi in quella parte ove vuole il prurito. – Oh! le strane fantasie della noia! Quante volte non ho io desiderato, per non vedere sempre il medesimo Profosso, di vederlo un giorno con un occhio solo, un altro giorno con tre; un giorno con due nasi; un altro giorno con la bocca sulla fronte; una domenica, quando mi accompagna alla Messa, che camminasse colle mani e coi piedi; un lunedì di vedermelo vestito da donna; un giovedì colla testa voltatadalle spalle; un venerdì senza testa. Ma il Profosso non sì muta mai, – è inesorabile; e ogni giorno viene a menarmi fuori per prendere un'ora d'aria, com'egli dice, e spesso mi tocca invece un'ora d'acqua. E sul primo anche questo era un conforto, – ora non è più. È sempre il medesimo Forte..., – le medesime salite, – le medesime scese, – i medesimi sassi ribelli, e pronti ad offenderti, – i medesimi cannoni, – i medesimi soldati; – non si trova un uomo, o una donna, se tu li pagassi al peso dell'oro.

Il Profosso è una disperazione; – quando io gli chiedo, se ci è nessuna nuova del mondo, mi risponde sempre, che non vi è nulla di nuovo. Possibile mai! – bisognerebbe, che tutto il mondo fosse in prigione. – Eccolo là il Profosso! è inconvertibile. – Viene tre volte al giorno nella mia stanza, uguale uguale, senza pendere un capello da quello che era la vigilia; e mi dice se può entrare, quando è già entrato; e, allorchè se ne va, mi domanda se io voglio nulla. Egli lo fa per dovere, non ci mette ironia, – così voglio credere; – ma quella dimanda mi fa il sangue più agro. O Profosso! Profosso! Se tu sapessi quello che io voglio, certamente non me lo dimanderesti due volte. D'ogni tre volte due almeno io voglio, che tu vada al diavolo.

E la notte? – non me la rammentate, per l'amore che portate a voi stessi. La notte è per me l'eternità di un dannato. La notte con quel suo vasto silenzio, così propizia ai fantasmi poetici, al meditare profondo, per me non significa nulla; e mi scende sull'anima, fredda, piatta, e pesante come una lapide. Invoco il sonno coi nomi più lusinghieri, ma vanamente. Disteso sopra un letto nè cattivo nè buono, mi volto a destra, mi volto a sinistra, mi giacciosupino, mi giaccio bocconi, mando fuori unGesù mio, mando fuori una parola a rovescio, ma il sonno non viene. La notte la noia non è sola; – chiama sull'armi le zanzare, e mi fanno una guerra mortale da fedeli alleate. Finalmente prendo un poco di sonno, – ma torpido, vuoto, senza balsamo di riposo, senza sogni. Potessi almeno farmi de' sogni! chè la mattina dipoi m'ingegnerei a farne la storia, e a metterli in bello stile.

Sul principio, quando veniva la notte io mi consolava standomi alla finestra a godermi lo spirare dei venticelli, e lo spettacolo solenne d'un bel Cielo Italiano. Ma, dopo quello che mi avvenne una sera, ora appena cade il crepuscolo io chiudo le imposte, e disperatamente mi caccio nel letto. Sentite quello che mi accadde una sera. Io me ne stava, come v'ho detto, immergendomi lo spirito nella considerazione d'una gloriosa Natura, assorto in uno di quei momenti d'estasi e d'oblìo, nei quali l'uomo non è piùuna povera creta, ma è pellegrino dell'Infinito; e guardando sospeso sopra di me quell'azzurro immenso, sereno, gioioso, magnifico di stelle e di misteri, mi sentiva sollevare, mi sentiva intenerire: – a un tratto mi venne fissato l'occhio sulla Luna, che spuntava in un lato del firmamento, pallida amabilmente, e modesta; – allora il mio sentimento cominciò a svilupparsi in una forma più precisa, più palpabile, ed io volli esprimerlo con un inno, e cominciai:


Back to IndexNext