LETTERE

LETTERENoi vogliamo stampare nella memoria de' nostri giovani concittadini l'immagine d'un'anima, non d'unamente; vogliamo dir loro: «in nome di Dio, non lasciate che anime siffatte periscano senza dar frutto». Abbiamo noi tutti oggimai più bisogno d'uomini, che non discrittori. Abbiamo bisogno d'imparare acredere, non ad ammirare. Se avremo dato alla gioventù nostra un'animada venerare ed amare, avremo fatto più assai che non rivelandole dieci scrittori.M.***

Noi vogliamo stampare nella memoria de' nostri giovani concittadini l'immagine d'un'anima, non d'unamente; vogliamo dir loro: «in nome di Dio, non lasciate che anime siffatte periscano senza dar frutto». Abbiamo noi tutti oggimai più bisogno d'uomini, che non discrittori. Abbiamo bisogno d'imparare acredere, non ad ammirare. Se avremo dato alla gioventù nostra un'animada venerare ed amare, avremo fatto più assai che non rivelandole dieci scrittori.

M.***

Bravo F.***[24]

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E sia pur come vuolsi, e lasciamo i nostri nemici a chi se li voglia prendere, e veniamo a noi. Come vivi, F.***? se io faccio la somma, risponderò per te: malamente, fratello, malamente assai. Ed io ti dirò: pazienza, F.***; e tu riprenderai: pazienza pur troppo, perchè la pazienza è l'unica veste, che il padre Adamo lasciasse ai suoi nudi figliuoli; ma però la bevanda è amara, e non ispegne la sete. Ed io ti dimanderò da capo: Come vivi, F.***? ti rode sempre quell'ansia profonda, misteriosa, di cui non seppi, e non osai mai penetrare la causa? e ti cavalca sempre lo spirito un diavolo nero, onde così per tempo s'inaridisce la giovanezza dell'anima tua? O fratel mio F.***! ogni qualvolta io penso alle tue angustie, e alle mie, ed al fatalismo di tante turpitudini umane, in verità mi prende lo sdegno d'essere un uomo vivo, e bestemmio forte, e andrei più oltre se potessi, e se il male fosse tutto in un nodo.Ma il male è veramente una Forza, e il Mondo gli dà gran luogo; – ed io invece son debole, e destinato come tutti gli animali al dolore, e alla pazienza, e vivrò finchè mi riesce, e morirò.... e morirò solo solo, nè tu, dolce amico, potrai forse più darmi un bacio nell'agonia come hai già fatto un'altra volta. —

Io ho cuore di forte, o F.***, o credo almeno di averlo; – ma quando per le varie ore del giorno via via mi si fa sentire una mancanza di care abitudini, un desio delle gioie provate esercitando la vita d'una amicizia caldissima, e mi rammento come spesso le tue mille passioni mi ardevano, e come spesso ti compiacevi alle fantasie del tuo povero amico, e come i miei pensieri erano intesi, e trovavano nel tuo animo gentile una risposta, oh! allora io davvero mi piego sotto l'affanno, e il mio spirito si diffonde in mille moti di dolore, e di amore.

E veniamo ad altro. Mi dici, e sento dirmi da tutti, che sei fermo pur sempre nell'idea d'emigrare in Inghilterra. Io non istarò a dirti se tu faccia bene, o male; che ne so io? che ne sai tu? che ne sa tutto il mondo? Per me ho veduto troppo sovente, che le cose buone e cattive sono fatte dal Caso, e l'uomo non si travaglia, che per essere il suo stromento. Io dunque non ti dirò se tu faccia bene, o male; non mica, che se volessi io non potrei schierarti su questa tua andata migliaia di ragionipro, econtra; oh! pur ch'io volessi, tu mi udresti ragionare a gran distesa, perchè l'uomo in fatto di ciancie può andare avanti e indietro senza spese di viaggio, e farsi padrone del torto, e del diritto; ma l'uomo, che nei casi difficili non sa dare all'amico altro che consigli, meglio è che si taccia. Ti dirò soltanto, che tufaccia a modo tuo, perchè così, anche facendo male, la percossa che viene dalle mani proprie è meno acerba di quella, che viene dalle altrui. E Socrate disse: – Un Genio parla nel petto a voi tutti, o mortali; e chi nacque a correre una corsa che tutti non fanno, perchè, non la sanno fare, non può e non deve ascoltare, che le leggi del suo Genio, altrimenti si rassegni ad essere sopra tutti infelice. – E se il tuo Genio ti comanda l'esilio, giovi l'esilio, e abbandona la patria, e quante cose d'amore ha la patria, e sii felice se puoi, o almeno ti domino le alte sventure, e sempre ti si mantenga amabile l'ambizione della Gloria. Ma quando sarai lontano fra gli stranieri, e non avrai più nulla di tuo, che le passioni, e le memorie di un tempo passato, allora il tuo pensiere sia italianamente generoso, e colla forza della immaginazione scaldati sempre al nostro Sole animatore perenne del Genio, e del valore italico, – e ti risovvenga di una gente dolorosa, d'Italia nostra, di questa cara armonia di tutta la Natura, – e cingi sovente le sue immagini dell'ala dei tuoi affetti, – e considera l'anima tua come sacra a te solo, – .... e allora i concetti ti sorgeranno nella mente come le stelle in Cielo, liberi, e splendidi di bellezza divina, e brillanti di eterno movimento. —

F.*** mio! la lettera è lunga, e mi avvedo di avertela scritta in un certo tono, che sa piuttosto di paternale; ma tu conosci l'amico, e ben sai se io m'abbia avuto mai l'orgoglio di far lume a nessuno, io che fermamente credo di non saper nulla, tranne che sono un povero diavolo mandato su questa terra ad occupare un po' di luogo, e null'altro, e tengo aperto sempre l'uscio di casa per vedere se il vento un giorno o l'altro mi ci porti la Verità, o la Ragione,quel segreto in somma, che ci vuole per diventare un gran Maestro, e dire alla gente, fate, o non fate. Ma io voglio finirla, F.*** mio, e ti dirò, che son tutto tuo, di dentro e di fuori; – vero è che costo troppo poco, e un regalo siffatto sarebbe meglio a non farlo, ma ormai la parola è corsa. Ama dunque per sempre il tuo

1.ºAgosto1830.

Carlo.

P. S.Non passa giorno, che io non oda intuonarmi all'orecchie la canzone della prudenza, e son certo più per te, che per me. La prudenza, a dir vero, è un certo Santo cui finora non ho saputo trovare uno sgabello fra le mie religioni. Pure gli uomini gravi mi dicono con aria di compunzione, che ella fa sempre buono, e negli ardui eventi per la salute dell'uomo non vi è bussola altra, che questa. E qui forse diranno bene, e forse no; ma indossare ogni giorno quella livrea, com'essi vorrebbero, parmi appunto come portare sempre l'ombrello anche quando non piove. E tutto questo sia per non detto. —

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Carissimo Padre

La nostra partenza di Livorno fu piuttosto un ratto, che una partenza.... Sul principio del viaggio fu calma profonda; – il legno andava piuttosto con remi, che con la vela. Poi, due ore dopo incirca, si levò un vento fresco, forse troppo fresco; – allora piuttosto che andare volavamo. In mezzo a questa furia di vento un uomo ebbe a perire: faceva sue manovre in cima a un albero da poppa, quando l'albero per vecchiaia si troncò nel fondo; e se non era la sua destrezza, l'uomo periva di certo. Nessuna industria umana avrebbe potuto ritirarlo a bordo, tanto quel diavolo di vento ci rapiva via. Ma, come Dio volle, tornò sano e salvo in coverta; avea lo stesso viso di prima, e col solito suono di voce disse rimettendosi a nuove faccende:un altro po' ci perdeva la vita. Queste parole sono semplici, e poche, ma rivelano un cuore sicuro. Io ammirai tacitamente la gagliardia di quell'anima popolana. Dimandai a un tale, che mi stava a lato, come si chiamasse costui. Mi rispose, che si chiamava la Scimmia; e questo nome in merito della sua singolare sveltezza. Seguitammo a correre col vento fresco, nè ci abbattemmo in altri casi; poi quando fummo in vicinanza dell'Isola, il vento rallentò, e rivenne la calma. Allora nuovamente mano ai remi, e così entrammo nel porto, ove un Ministro di Sanità ci ricevè colle solite forme. In somma il viaggio fu compito in poco più di 7 ore. Io non potei goderne, perchè durante il tragitto il mal di mare mi travagliò fieramente.Ponemmo il piede a terra nell'Ufficio di Sanità, dove ci trattenemmo sopra due ore; e in quel frattempo, non sapendo che altro fare, ordinammo un lieve ristoro di cibi, e questo poi, più o meno, era un bisogno comune. Quando fu venuta la notte, movemmo colla nostra scorta per entrare in città. Entrammo, e traversando una piazza, e parecchie strade fatte a scala, giugnemmo al Forte ***.

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E quì finisce la cronaca del mio viaggio. Ora la vita attiva si è mutata in vita contemplativa; nè io saprei cos'altro raccontarvi, se pur non fosse la storia dei mille grilli, che da mattina a sera mi svolazzano nel cervello. Ma questo nol comporteremmo nè voi, nè io, nè quei signori deputati a leggere tutto ciò che scriviamo. Ora io sono, e non so per quanto, domiciliato alla ***, sano di corpo, di mente sanissimo. Ho una casetta bastantemente capace per una persona. È composta di due stanze nè troppo grandi, nè troppo piccole. Un letto, una panca, una tavola, sono gli arredi. L'uscio si chiude per di fuori, e le finestre sono come le vostre, se non che hanno di più l'inferriata. La casa è situata a mezzogiorno, e da una parte confina in un angolo angusto, che i Francesi chiamerebberocul de sac. Dall'altra parte la casa è contigua a una caserma, e a prima giunta la vista s'incontra in una pila, in una cisterna, e in una campana, che non suona mai. Ma sospingendo l'occhio un poco avanti la scena si tramuta maravigliosamente, e dalla umiltà prosaica salisce alla sfera poetica. Un clima dolce, armonioso, un cielo purissimo, una parte pittoresca di golfo, una catena di monti bruni bruni, contrastanti vivacemente coll'azzurro del cielo, e col verde limpido del mare;tutta una Natura magnifica, una creazione bella di bellezza veramente italiana. Ma per chi guarda dalle sbarre d'una prigione, il cielo è mesto, e la Natura è malinconica.

Del resto, come vi ho già detto, la vita, che io meno, non ha bisogno di troppi colori a dipingersi. La notte dormo quando posso; e quando no, veglio fantasticando. Il giorno mi levo; passeggio un poco sopra uno spazio di 12 passi; poi leggo; poi di nuovo passeggio; alle 2 un Trattore ci manda il desinare a modo suo; il dopo pranzo la medesima canzone, finchè non torni l'ora di rimettersi a letto. Come vedete, è una nota unica sopra una corda unica. Per un'ora del giorno uno dopo l'altro siamo condotti a respirare all'aperto; l'aria in questi luoghi è balsamica, e fa buono al sangue. Di quando in quando viene a visitarci il Comandante della Piazza, una gentil persona, di cui non conosco per anche il nome, e ci tratta paternamente. Talvolta mi affaccio ad osservare i soldati occupati nell'opere loro: in due o tre giorni ho compreso tutti i misteri della vita militare; – è una vita, che non eccita tentazioni. In somma, a dirvela schietta, io mi annoio piuttosto che no, e l'Ozio, che una volta io vagheggiava come cosa morbida e cara, oggi è mio nemico giurato, e mi sta indosso come un cilizio, ed io concorro coi Padri della Chiesa a dichiararlo peccato mortale. In somma questa monotonia è tale, che a lungo andare può convertire l'anima umana in un orologio a polvere.

E se voi, e altri, voleste sapere la ragione intima del bizzarro avvenimento, che mi ha percosso, io vi so dire, che è tal problema da sgomentare tutte le Geometrie di questo mondo. Voi conoscete megliodi me i miei umori, e la mia condotta, perchè vi sono vissuto accanto finora. Commerciante di professione; chiuso di pensieri per indole, e per sistema, e però taciturno quasi sempre; senza nome, senza influenza, senza ambizione; partigiano della quiete, anzi dell'inerzia, – non avrei fatto un passo più lungo del solito per iscansare una fossa; – di spirito scettico, – talchè spesso io mi trovava a contrasto colla corrente, e non me ne importava; – la storia della mia vita era la storia della pianta, che vegeta, e nulla più. Avvertito, che i tempi correvano difficili, rinnegai per tempo l'esercizio di quelle poche facoltà d'ingegno, che la Natura, non so se madre, o madrigna, volle assegnarmi in dote. Così fatto com'era, avrei giurato, che la mia esistenza quasi sotterranea sarebbe trascorsa nel silenzio senza dar ombra a nessuno, senza destare nè odio, nè amore; avrei giurato, che il dì dei miei funerali, pochi, ma pochi, avrebbero detto: è morto un morto. Ma che per questo? I concetti del mortale son tele di ragno, – un nulla le rompe. La prudenza può talvolta menare dove mena l'imprudenza; il non far nulla talvolta equivale al far qualche cosa; questo è un conto, che in aritmetica non torna, ma che pure entra nella serie degli umani accidenti. L'uomo spesso non dipende da sè stesso; la Fortuna agita i dadi della sua vita, e la Fortuna è femmina, e di più non ha occhi.

Non ostante da tutto questo non dovete indurne argomento di disperare. Io credo fermamente, che l'Innocenza non sia un giuoco di parole; io credo, che la Giustizia non siasi rimasta fra le divinità della Favola. Il tempo schiarirà tutto; almeno così diceva a Livorno il Medico N., disputando sulla malattia diun tale già sepolto da una settimana. Datevi coraggio proporzionato agli eventi; coraggio per resistere a queste prove troppo dure per le viscere di un padre. Consolate mia Madre. Povere madri! pur troppo negli annali del tempo la Fatalità produce epoche in cui le madri hanno a tremare di essere state feconde! Io però son tranquillo. Il caso mi ha temperato un'anima vigorosa a sopportare pacatamente il bene ed il male. Se io fossi solo nel mondo, credete pure che sorriderei dall'alto in giù a queste piccole traversie; ma chi nasce di donna non è mai solo nel mondo; e gli affetti di sangue, d'amicizia, d'interesse, sono tanti, e così complicati, e così inerenti al cuore dell'uomo, che il cuore è costretto a gemere profondamente, quando la forza delle cose lo recide da vincoli tanto vitali. Pure, ve lo ripeto, fate animo; e confido, che non avrete mai a piangere per cagion mia; ma se ancora un giorno doveste piangere, le vostre non saranno lacrime di vergogna. Io oso dirlo senza superbia, e i miei nemici non oserebbero negarlo: ho percorso 27 anni di età, ma tutti quegli anni dal primo fino all'ultimo hanno segnato una linea retta nella via dell'onore.

Addio.

Dalla ***, 17 Settembre 1833.

Il vostroCarlo.

Carissimo Padre

Ieri mi fu consegnato il baule che mi spediste, e tornano a dovere tutti gli oggetti contenuti nel medesimo.

Ho sentito dolorosamente la grave malattia, che ha dovuto subire la mia povera Madre in séguito della mia deportazione; ma poi mi sono riconfortato alle nuove del suo miglioramento, e spero fermamente, che al giunger di questa mia sarà ristabilita nella sua primitiva salute.

In quanto a voi, vi esorto a sopportare virilmente il dolore della mia lontananza; è vostro dovere, – non avete me solo di figli.

Io ho piena fiducia, che la mia detenzione non andrà in lungo; e se a quest'ora mi avessero interrogato, credo che tutto sarebbe finito per il meglio.

Non vi date pensiero di me; non ho bisogno di esser consigliato alla rassegnazione. Per questo sono abbastanza ragionevole; e poi io son forte di animo, e forte della mia coscienza. Se non fosse il dispiacere di non trovarmi fra i miei parenti, la prigione sarebbe per me una privazione poco significante. Oltre di ciò non dovete far dei romanzi colla vostra immaginazione; non dovete figurarvi uno stato orribile. Noi siamo in una custodia militare, e sapete che i soldati sottosopra son gente di cuore, e non sono avvezzi a mettere in uso tutta quella teologia di rigori inutili, come farebbe un soprastante delle carceri civili. Noi siamo trattati con tutto il riguardo; possiamo leggere, – possiamo scrivere; e relativamenteai comodi della vita, ogni cosa che dimandiamo ci viene accordata nell'istante. Quello solamente che ci affligge è che non possiamo vivere insieme; ma in questo le Autorità locali non possono nulla, poichè dipendono in tutto e per tutto dagli ordini superiori.

Del resto, io godo perfetta salute, e perfetta calma di spirito. Non ho mai mancato di niente, mediante la cordiale assistenza di tutta la famiglia M.***, e se voi le scrivete, ringraziatela anche voi di tante prove di verace amicizia, che mi hanno dimostrato nelle circostanze attuali.

Io aveva fatto venir del danaro per passarlo al G.*** secondo il d'accordo, ma contemporaneamente gli furono pagate non so da chi Lire 200, e per questa volta non ne ha avuto bisogno. In séguito io non mancherò di fornirgli il necessario ad ogni sua richiesta, dandovene avviso per vostra regola.

Io non ho debiti, perchè non era mio sistema di farne, e più ancora perchè non ne aveva motivi. Soltanto presi certa roba per vestirmi da estate da G.***, che avrei già pagata senza il caso del mio arresto. Se volete pagarla voi, sarà lo stesso.

Quello di cui poi mi raccomando caldamente, è che consoliate la mia povera Madre. Voi sapete, che le donne son cose deboli per natura, molto più poi se aggiungete in loro il sentimento dell'amore materno. Di tutto si allarmano, ingigantiscono tutto, d'un atomo ne fanno una montagna. Ci vuole un'arte squisitissima per maneggiare il cuore di enti così delicati. Ditele, che io sto bene, – che son trattato bene, – che ogni giorno mi menano un'ora al passeggio per il Forte, – che le Domeniche ci conducono alla Messa in città, – che non tema di nulla, – cheviviamo sotto un Governo moderato; – che appena il Governo si sarà sincerato de' suoi dubbi, tutto sarà finito; – che non siamo briganti, ma buona e pacifica gente; – che la prigione non prova nulla, perchè in prigione ci può andare anche un Santo; – che non sono molti anni ci stette anche un Papa. – In somma a voi tocca il dirle tutte le cose opportune per ridonare la tranquillità al suo spirito.

Date un bacio per me all'Enrichetta, e credetemi

Dalla ***, 3Ottobre1833.

Il vostroCarlo.

Carissimo Padre

Le notizie intorno la cattiva salute della mia povera Madre mi hanno profondamente angustiato, e potete immaginare, che io non sarò mai affatto tranquillo, finchè non la senta ristabilita nel suo stato primitivo. Però vi prego con tutta sollecitudine a darmi altre nuove di lei, sperando che sieno migliori delle già ricevute.

A quel vostro amico, che vi disse in confidenza, che noi subiremmo un Processo alla Francese, dite che vi ha raccontato una novella. La natura della nostra Legislazione non ammette siffatta procedura; oltredichè noi abbiamo avuto già l'esame sui princìpi di questa settimana, e la nostra causa si agita per mezzo di un Processo economico. Ora per vostra regola, e quiete al tempo stesso, dovete sapere, chequando gli affari sono di poca importanza si trattano economicamente; quando sono di molto rilievo, allora vanno sottoposti alle forme di un processo ordinario. Il Cancelliere che ci ha esaminati è il signor F.*** B.***, la più cortese persona, che io m'abbia conosciuto in questo mondo; e mi ha fatto maraviglia come in un impiego, dove da mattina a sera si rimescolano tutti i peccati degli uomini, egli abbia potuto conservare tanta squisitezza d'anima. In passato, quando io pensava ad un Cancelliere criminale, mi si destava subito in mente l'idea dell'orco; ma vedo, che sempre non è così, e ai fatti bisogna credere.

Il Signor Cancelliere mi ha fatto sperare, che le cose non andranno in lungo; queste parole però possono avere un significato, e possono non averne nessuno. Quello nondimeno, che mi ha fatto intendere di positivo, è che si crede bene di tenerci in sicuro fino a che non si siano dissipati certi torbidi, che si dice sieno per aria. Io, che sono nel Limbo, non posso saper nulla di queste cose; ma voi, che siete nel mondo, potete vederle, e in ogni caso informarvene, e, dai ragguagli che vi daranno, potrete calcolare approssimativamente il tempo della nostra detenzione. E se il torbo esiste, pregate Dio, che mandi una tramontana tagliente e spietata, che spazzi il benchè minimo nuvolo dal nostro cielo.

Devo anche dirvi, che si sono offerti spontaneamente a pensare alla nostra sussistenza in quel modo, che meglio si addice alla nostra condizione, di più i comodi delle nostre stanze sono stati aumentati in guisa, che non manca più nulla, tranne l'andarcene, cosa che farebbe comodo a noi, ed anche a quei Signori, che hanno il disturbo di custodirci.Dunque voi vedete, che, se siamo in una gabbia, la gabbia almeno è indorata.

Sento vivamente il dispiacere della malattia irremediabile del signor N., perchè era un uomo di cuore, ed uno dei migliori sostegni del commercio di Livorno; ma che dobbiamo farci? nella morte non vi è ingiustizia; –chacun à son tour.

Io vi dico, che séguito a star bene di corpo, e sarebbe lo stesso in quanto allo spirito, se il pensiere di mia Madre non mi turbasse. Salutate caramente la famiglia, e gli amici, e credetemi

Dalla ***, 19 ottobre 1833.

Il vostroCarlo.

Carissimo Padre

Ricevo la vostra del 23 corrente, e mi gode l'animo a sentire le notizie della migliorata salute di mia Madre, e a quest'ora spero che sarà libera di quello strascico di mal essere, che lasciano dietro di sè le lunghe infermità.

In quanto a me veramente non saprei cosa dirvi; la mia vita non ha variazioni, e potrei ripetervi oggi quello che vi scrissi a principio. Io sto bene al solito, e mi sento disposto a durare un bel pezzo così.

Voi mi dite, che secondo la voce pubblica si spera, che presto saremo a casa. Anch'io lo spero, e tutti speriamo bene in questo mondo, perchè così vuole l'istinto; per altro io vi esorto a non dare ascolto alla voce pubblica, perchè si muove a caso,e non dietro un dato positivo. Che volete che sappia il pubblico di una misura stabilita a uscio chiuso fra tre o quattro Signori, che non hanno niente che fare col pubblico? Il termine della nostra detenzione dipende dalle deliberazioni dei nostri padroni, e non dalle congetture del pubblico, che parla sempre, e parla di tutto, perchè le parole non gli costano nulla; altrimenti sarebbe più riservato. Il meglio è per la vostra quiete, che voi non vi regoliate con un termometro così fallace; voi potreste trovarvi a sperare invano da un giorno all'altro, e la speranza così indugiata è un dolore non leggiero. Attendete pacificamente, che il nodo si sciolga da sè, e tenete fisso in cuore, che non vi è nulla a temere, ma che noi siamo altrettanti pegni politici!

Fate i miei più cordiali saluti a T.*** B.***, e ditegli, che, se io non l'ho mai rammentato nelle lettere trascorse, è seguíto non so perchè, ma che io l'ho continuamente nella memoria. Egli mi conosce troppo bene per non credere alla sincerità di queste mie parole.

Salutate pure la famiglia, e gli altri miei pochi amici. Addio.

Dalla ***, 29 Ottobre 1833.

Carlo.

Carissimo Padre

Dalla vostra del 10 corrente intendo, che la famiglia in generale sta tutta bene, e questo mi fa piacere.Io pure godo d'una prodigiosa salute. In quanto alla mamma, speriamo, che gradatamente riacquisterà tutte le sue forze. Bisogna calcolare, che la stagione è poco propizia ad un rapido risorgimento; bisogna calcolare, che la donna è piuttosto vecchia che giovane, ed una malattia, complicata di dolori fisici e morali, lascia necessariamente una lunga vibrazione in una macchina già declinata.

Sento la morte di N.; ho letto ancora la storia delle sue disposizioni testamentarie. Per me, non ci trovo nulla a ridere, come potete immaginare; non so, se sarà lo stesso delle parti, che vi si credono interessate. Se non m'inganno però credo, che in qualche parte l'affetto abbia prevalso alla giustizia; ma i moti del cuore vanno perdonati, specialmente in un uomo, che dispone del suo. Trovo giustissimo il lascito fatto a X.; e poteva ancora raddoppiare la somma; e riguardo alle gioie lasciate alle ..., con una leggiera trasposizione io le avrei vedute meglio collocate nelle ...; indosso a quelle ragazze avrebbero fatto una certa figura, mentre indosso alle .... ci stanno come una satira, prima perchè sono ricche del proprio oltre il dovere, e poi perchè son vecchie. Le vecchie, cessando di appartenere agli uomini, appartengono per diritto impreteribile a Dio; in conseguenza io avrei lasciato loro un elegante rosario. Del resto, io faccio queste riflessioni non perchè io mi creda in diritto di entrare nei fatti altrui; ma le faccio così per ozio, per non mandare a Livorno un foglio affatto bianco; e son certo, che se quelle Signore venissero a sapere come io la penso su questo proposito, mi darebbero il titolo d'impertinente, ed avrebbero ragione.

Comprendo il dolore da voi provato per la mortedi quest'uomo, e vi compatisco. La perdita di un utile amico è pur troppo deplorabile! Ed io pure ne sono dolente; ma quando considero, che anch'io un giorno dovrò passare le soglie di questo mondo, vi confesso candidamente, che il dispiacere, che ho verso gli altri, ritorna indietro, e sta per conto mio. – Però non si può negare, – è morto un galantuomo; ed io sono persuaso, che quell'anima buona è volata di punto in bianco in Paradiso, dove troverà di certo meno negozianti, che nella nostra Camera di Commercio. Anch'io son del mestiere, e son giudice competente in questa materia.

Voi mi dite che i .... sono intorno a comporre una nuova ragione. Viva la nuova ragione! Io non posso che lodarli; io conosco quei giovani, – son pieni di merito, e in una faccenda come questa son capaci di andare sino in fondo. Viva la nuova ragione! io invito tutto il mondo a fare una nuova ragione, poichè l'antica è ormai troppo stanca, e non serve più a nulla. Salutate quei giovani da parte mia; date loro i miei mi-rallegro; sappiano, che auguro loro il vento fresco della fortuna, che auguro loro il profitto d'ogni bilancio annuale con una lunga coda di zeri. Relativamente poi all'avervi mandato a chiamare per proporvi quella continuazione di affari, che combinavate con N., non è uno sforzo, è una cosa tutta naturale; sanno che siete un forte consumatore, vi stimano un uomo solido, e per questo vi cercano. Fate, che manchi una delle due condizioni, e vedrete la scena mutata. I negozianti sono come i giuocatori; – quando gli uni o gli altri invitano a una partita di carte, o a una partita di affari, le parole sono belle, ed umane; ma il pensiero intimo è di vincere; l'industria poi e la sorte assegnano lavincita. Oltredichè fra N. e.... non ci vedo equivalenza di condizioni; quegli era un uomo di mezzi potentissimi, ed arbitro assoluto delle cose sue, dimodochè quando s'immaginava di avere inciampato in un galantuomo vi dormiva sopra, e combinava un affare tra uno sbadiglio e l'altro; al contrario questi hanno meno mezzi, e per conseguenza maggior cura di assicurarli; saranno probabilmente più diffidenti, perchè, non so come, i giovani d'oggi sono più calcolatori dei loro padri; e poi cotesta società non si compone di un valore unico, ma invece è uno stato federativo, e prima di convenire in un sentimento uniforme, ci vorranno delle lunghe assemblee.

Finisco la lettera, perchè mi pare abbastanza prolissa. Addio.

Dalla ***, 15 Novembre 1833.

Il vostroCarlo.

P. S.Fate i miei saluti al B.***, e ditegli, che a comodo suo gli piaccia di salire in camera mia, e prendere la Storia delMignetin Francese, e tre tomi in Inglese intitolati: –Lord Byron and some of his contemporaries, by Leigh Hunt, e li faccia recapitare al Gabinetto, poichè gli appartengono. Ve l'avrei detto prima, ma mi è passato di mente.

Carissimo Padre

Rispondo alla vostra del 20 corrente. Non vi dissimulo, che mi travaglia non poco il pensiero intorno allo stato di salute di mia Madre. Cotesta oscillazione continua tra il bene e il male mi dà da temere. Non vorrei che fosse una malattia organica. Che ne dice il Medico? Comprendo, che l'arte è assai limitata, specialmente quando si tratta di veder dentro dove ci si vede poco o punto. Vorrei sapere almeno, se il Medico è riuscito a definire il carattere vero e reale della infermità; ditemi le cose come stanno, senza velarle menomamente, perchè il mio spirito si adatta meglio ad una trista verità, che agli ondeggiamenti di una incerta speranza.

In quanto alla mia liberazione lasciamo fare a chi spetta. Una qualche volta dovrà seguire. Non posso ragionevolmente argomentare, se questo termine sia lontano o vicino, perchè sono al buio di tutto; ma penso che ora si corre per i tre mesi, che noi siamo messi al sicuro; penso che, per quanto il termine sia lontano, ogni giorno ne passa uno, e, volere o non volere, sempre più ci avviciniamo al fine. Io bramerei uscirne più per gli altri della mia famiglia, che per me. Io per me sono quasi indifferente; mi son gettato a gatta morta sugli avvenimenti, e vado dove il flutto mi porta; volete, ch'io lotti contro il destino? – non ho nè voglia, nè forza per farlo: il destino è Dio, e l'uomo è un pugno di polvere.

Mi dite ch'io vi scriva più spesso. Io vi scrivereivolentieri anche ogni giorno; ma che devo dirvi? devo raccontarvi delle novelle? Quando io vi ho scritto che sto bene, non ho più altro da dire. La vita del prigioniere è troppo semplice, è troppo monotona; la vita del primo giorno è la stessa di tutti gli altri che seguono, dovessero moltiplicarsi ancora fino a cento mil'anni. Immaginatevi un uomo solo solo, chiuso in due stanze, e padrone di ventiquattr'ore; che deve fare? mangiare, leggere, e dormire, – dormire, leggere, e mangiare; è un ritornello sempre su queste rime. Ed io di fatti non faccio altro. Mi riesce di stare a letto almeno diciotto ore del giorno, specialmente adesso che il freddo comincia a stringere; e vi confesso, che quando mi levo, invece d'essere un uomo di carne e d'ossa, mi sembra d'essere una balla di stoppa. Ma d'altronde, stare a letto non è lo stesso che stare a sedere? Ho provato a passeggiare per le due mie stanzette, ma quel trovarmi ogni momento colla faccia al muro mi dà la vertigine, e mi conviene a smettere. Io dunque sto quasi sempre a letto. Mi ricordo, che Carlo XII, quando cadde in mano dei Turchi, ci stette un anno di séguito senza mai levarsi; io sento di poterlo emulare; voi vedete, che gli uomini grandi in qualche cosa possono essere imitati dagli uomini piccoli.

Noi pure abbiamo avuto i cattivi tempi; un'acqua interminabile, e un vento così feroce, che non faceva stare in piedi le persone. Questa circostanza c'impediva di uscire a prendere quell'ora d'aria, che ci concedono; e di fatti un'ora d'acqua e di vento sarebbe stata una contradizione agli ordini prescritti. Vero è, che questi Signori, avuto un benigno risguardo a tale incidente, ora che il tempo si è rifatto belloci permettono di respirare un poco più dell'ora destinata.Et voilà tout.

In questi ultimi giorni mi son fatto venire dei danari dal M.***, ed ho passato venti monete al G.*** Io per ora ne sono sufficientemente fornito.

Salutate caramente la famiglia, il B.***, e tutti coloro, che hanno memoria di me, e credetemi

Dalla ***, 22 Novembre 1833.

Il vostroCarlo.

Carissimo Padre

Ho ricevuto la vostra del 2 corrente. L'unica cosa, che in essa mi abbia dato veramente conforto, è il sentire, che la salute di mia Madre vada ogni dì migliorando con un progresso positivo.

Per le buone speranze che mi date, vi ringrazio sinceramente; e se si verificheranno di fatti, io ci avrò molto piacere: altrimenti non sarà una rovina; –fiat voluntas Dei; – io ho coraggio più che taluno non crede.

Fondandomi sopra certe probabilità giudico anch'io, che la risoluzione dei nostri processi debba esser vicina; per altro avvertite bene, che risoluzione di processo non equivale a liberazione. Io stimo, che la risoluzione debba esser vicina, perchè adesso corrono quasi due mesi, che i processi sono stati compilati, e non vedrei ragione sufficiente a protrarre più là questo termine, sebbene il mionon vedreipotrebbe essere tutta colpa della mia cattiva vista.Nondimeno mi fido più a questo, che alle belle parole che scrivono la Signora V.***, e il Prete G.*** Cotesto linguaggio di lusinghe e di dolcezze, ricavato dalle Segreterie, ed altri simili luoghi, fu linguaggio tenuto fino da bel principio, ed è naturale; le Autorità interpellate in siffatti casi, sia per gentilezza, sia per calcolo, rispondono sempre umanamente; somigliano i medici, che ai parenti non dicono mai la vera verità. Però mi gode l'animo, che vi giungano spesso di queste buone voci; sono sempre qualche cosa meglio delle cattive voci, o del silenzio assoluto; io son sicuro del buon effetto, che producono sul vostro spirito. Così è; la felicità le più volte consiste nel sapersi ingannare. – Ma, se devo dire il vero, quello che finora non mi ha fatto congetturare un esito vicino delle cose, è il non aver sentito mai intepidirsi d'un alito la crudezza dell'atmosfera, che ci circonda; noi siamo trattati oggi collo stesso rigore, come il primo giorno della nostra deportazione. Questi nostri padroni ci custodiscono come mariti gelosi; e se talvolta abbiamo fatto la minima rimostranza sulle cose le più innocenti, ci hanno sempre risposto: – sono ordini. – Ora voi sapete, che gli ordini muovono dal centro, e che le Autorità intermediarie non oserebbero di alterarli menomamente, o inventarli di motu-proprio.

Tutto questo non vuol dir nulla; – una volta finirà la storia, o finiremo noi, che torna lo stesso. Quello però che devo soggiungervi è ch'io sono sbalordito affatto, e mi pare di aver nella testa un molino a vento. Dovete sapere, che casa mia ha delle strane vicinanze; – prima una pila, – poco più là un pozzo, – accanto al pozzo una campana, che, come Dio vuole, fin qui non aveva mai parlato. Dipiù dovete sapere, che nel Forte dove siam noi non passano altri che l'acqua e il vento, e pochi soldati destinati a guarnirlo; dimodochè, come vi ho già detto, la vita mia è invariabilmente uniforme. Ma in questi giorni ha subíto un cangiamento straordinario. Jeri 5 Decembre a mezzogiorno io me ne stava col capo appoggiato alle ferriate a godermi il benefizio del Sole, allorchè in un tratto vedo comparire un nuvolo di preti in erba, neri, sottili, affilati, non so se dalla fame, o dallo studio; – parevan lanterne; – e dietro a loro una furia di ragazzacci di tutte le razze, di tutti i colori. Alla insolita vista io rimasi di pietra, e mi stropicciai gli occhi credendo di travedere; ma i preti e i ragazzacci eran cose vere e reali, e bisognava crederci, e molto più bisognò credere a quello, che fecero pochi minuti dopo. Arrivati sotto la campana, i preti misero giù la lucerna, i ragazzacci il cappello, o la buffa, e poi tutti in un gomitolo attaccati alla fune della campana cominciarono a suonare a distesa. Lascio considerare ad ogni orecchio bennato l'effetto che ne provai. Sulle prime risi di cuore, perchè lo spettacolo era veramente nuovo, ed originale; ma poi andando per le lunghe quel suono lento, ingrato, uniforme come quando suonano a morto, davvero mi fuggì via quella tanta pazienza, ch'io mi ritrovo; e cominciai a sudare, e a correre su e giù per la casa come un ossesso, perchè veramente non ho mai avuto troppa simpatia coi campanili. Vi fu un momento, ch'io pensai, che fosse stato sentenziato di farmi ammattire. Però seppi dopo qualche tempo esser questa un'usanza del paese e che i così detti scolari per S. Niccolò hanno il diritto di suonare, la vigilia, e la festa del Santo, finchè hanno braccia;e di più, quando sono stanchi, i soldati caritatevolmente vengono in loro soccorso. Fatto sta, che, meno qualche poco d'intervallo, ora è un giorno e mezzo che suonano. Potete credere, che io non vi avrei fatto parola di questa freddura, se avessi migliori cose da dirvi. Frattanto salutate cordialmente la famiglia, e gli amici. Sono

Dalla ***, 6 Decembre 1833.

Il vostroCarlo.

Pregiatissimo Signor A.***

È una storia lunga la storia dei miei occhi. Questi occhi stanno irremovibilmente ostinati nel male come se ci stessero bene, e non ho trovato mezzi, nè scongiuri da convertirli a vita migliore. È una storia lunga e bizzarra la storia dei miei occhi. Il male non percorre i suoi stadi regolarmente, come gli altri mali; non procede di grado in grado verso un esito qualunque, buono o cattivo; non si contenta neppure di restar sempre sur un piede; ma si muove a zig-zag in un giro capriccioso, contradittorio, in avanti, in addietro, di su, di giù, da manca, da destra. Oggi, per esempio, mi stanno male, – dimani tra il bene e il male, – dimani l'altro malissimo, – il giorno dipoi si piegano al meglio, – quell'altro giorno rincattiviscono, – il giorno seguente non manca che un soffio a guarire, e chi me li vedesse in quel punto giurerebbe, che fra un'ora sarò libero affatto; ma l'ora non è anche trascorsa,che il male fa un voltafaccia, e si rimette in corso passando per tutte le fasi descritte. Che ne pensa il Signor A.*** di questo labirinto inestricabile? Io davvero non so che pensarne; e se questo giuoco all'altalena me lo facesse il cervello, poco m'importerebbe, perchè avere un cervello fermo, o balzano, non guasta il galantuomo, e in fondo in fondo il cervello è una cosa di lusso, poichè si può fare il giro del mondo senza averne una dramma, e vi sono uomini che arrivano alla vecchiaia senza che abbia reso loro altro frutto, che il dolor di capo. Ma gli occhi! gli occhi sono una cosa seria, e quando io penso all'estreme conseguenze, alle quali si può giungere, mi viene un momento di freddo; e quando io mi rammento, che poco fa tra anima e corpo la parte migliore, ch'io mi avessi, era l'occhio, allora mormoro fra i denti, e guardo tutto a traverso, terra, e cielo. Ma qui, Signor A.***, ci deve essere un circolo magico, che impedisce al male di passare, e andarsene pei fatti suoi; qui ci dev'essere una fata, un folletto, un demonio, un non so che di maligno, e d'invisibile, che mi ha scelto per suo passatempo. Io pagherei uno dei miei occhi, oggi che vaglion sì poco, per sapere a qual misteriosa influenza essi obbediscono. E se la cosa è tale, che ci faremo, Signor A.***? Io in quanto a me non ho nulla a rimproverarmi. Osservo i precetti del Medico come tanti articoli di fede. Per tenere il sangue quieto, ho interdetto tutto, – il vino, la venere, le passeggiate, le passioni, i salumi. Ogni mattina bevo la mia tisana, e non serve; mangio lo zolfo, e non basta; ne ho raddoppiato e triplicato la dose, e non giova; mi son raccomandato a tre o quattro Santi di mia conoscenza, e non si è fatto nulla; hocomprato un paio di occhiali, e questi non portano ad altro, che a farmi vedere il mondo color delle viole, e a rendermi il viso più arabico di quello che me lo fece mia Madre.

Dunque, Signor A.***? Oh! davvero era tempo di venire al dunque. Dunque il Signor A.*** passerà quando vuole, e quando se ne ricorda, dal mio banco, a vedere questi poveri occhi così malamente perseguitati. L'intenzione era di scrivere due semplici righe d'invito, ma il caso ha messo insieme più di due pagine, colpa ancora in parte dell'invecchiare che io faccio, in parte della calma beatissima in cui si trova il commercio.

1834?

Suo ServoCarlo Bini.

Ora voi siete veramente infelice, e Dio sa se io adoprerei ogni mia potenza per mutare il vostro destino; ma son uomo anch'io, e debole, e soggetto come tutti gli altri a bere il calice dell'amarezza, e a morire; nè altro posso darvi, che una sterile compassione, e pregare, che l'Oblio diffonda veloce i suoi conforti sopra di voi.

La povera vostra sorella, come mi dite, è morta; e questa nuova mi ha fatto piangere il cuore. Nè tanto mi sono afflitto per la povera giovane morta nell'età del riso e delle speranze; perchè anch'io son giovane d'anni, ma così stanco del mondo, che spesso mi trovo a desiderare la morte; e in verità non credo di riposare fuorchè sotterra. Il mio cuore ha pianto perchè ho pensato, che quando Dio mandauna sciagura fra gli uomini, questa non percote mai un'anima sola: – ho pensato al dolore dei parenti e degli amici; – ho pensato, che la vostra sorella era madre, – e l'agonia di una madre travagliata dall'idea di lasciare per sempre i figliuoli delle sue viscere è tormento siffatto, che.... E i figliuoli, che crescono senza lo sguardo della madre, non sono educati dall'amore, e quando vengono al tempo del disinganno non si consolano colle memorie felici dell'infanzia, e mai non hanno provato il più tenero sentimento, che agiti l'anima umana; e quando piangono nessuno li acqueta, e quando ridono nessuno risponde al loro sorriso.

Io senz'altro vi riesco importuno, perchè il vostro sconforto ora è di tal tempera, che non vuol parole, – ma io non ho potuto fare a meno di scrivervi. E non ho scritto per voi, ma piuttosto per sodisfare a me stesso; – e non vi ho scritto per esortarvi alla forza dell'animo, – perchè io so per esperienza, che la Natura è onnipotente, e vuole i suoi diritti, nè si governa colle ciancie dell'uomo. Ora voi siete infelice, e dovete gemere. Ho sentito dire, che Dio mitiga il vento per l'agnello tosato, e Dio voglia che così sia. Non pertanto l'acutezza del presente dolore col tempo verrà scemando, e voi tornerete allo stato di prima; e il pensiere della morta sorella più che di affanno profondo vi darà soggetto di dolce malinconia; ma da poche vostre espressioni comprendo, che siete destinato a poca gioia nel mondo. E vivete scontento della famiglia, e certo è cosa dura trovare la guerra laddove per ogni ragione dovrebbe trovarsi la pace; oltre di che saprete a prova, che l'uomo tanto ha più trista la vita quanto ha più vaste le facoltà del sentimento e dell'intelletto. Voinon dispererete per questo, perchè senza dubbio siete dotato di vigore corrispondente alle avverse fortune; – e insegnare all'uomo, che bisogna soffrire, parmi quasi inutile: questa è qualità naturale, nè costa fatica a conseguirsi, perchè l'uomo fu animale consacrato alla pazienza.

Io posso poco o nulla; e parte per indole, e parte per casi reali, vivo nella inerzia e nello sgomento; ma se credete mai, che io possa valere a nessuno effetto, movete una parola e voi mi troverete sempre il vostro cugino e fratello.

1834?

Caro P.***

Ti rimando uno dei tuoi libri, e fra breve spero rimandarti anche l'altro, perchè ne prendo una pozione ogni mattina. Lessi non è molto quelMantello verdedi Clavern, e dacchè leggo non mi sono imbattuto mai in cosa tanto scipita.....

Bisogna che tu mi liberi da questo Clavern; se no, l'averlo mi dà la stessa sensazione di un reuma fitto nell'ossa. Vendilo, barattalo, regalalo, brucialo se vuoi, ma io non lo voglio più.

V'è un'altra spina, che mi punge. S.*** esulava da ***, epour cause. Si ritirava in ***, dove, per supplire in parte ai bisogni suoi e della famiglia col modo il più onesto che sapeva, disegnava stampare un volume di sue poesie, e le stampava. Poi si raccomandava agli amici per lo spaccio dell'opera. Fra noi ebbero incombenza di questo N., X., ed io.

Io ho fatto poco, ma ho fatto quel che ho potuto; X. si esaltò, parlò in stile orientale, promise mari e monti, ma poi non ha venduto nè anche una copia; non ha pensato neppure a comprarne una per sè. – N. è partito precipitosamente, e di certo non ha saputo, o potuto, o voluto consacrare un momento o un pensiere all'amico disgraziato. Intanto il povero S.***, che pensava stampando di galleggiare un tal poco sulla miseria, vi è sprofondato un palmo più addentro. Che si farà egli di tante copie stampate, se la carità degli amici non gliele leva di mezzo? Il suo nome non è un gran nome; le sue cose non sono sublimi; la fama o la moda non può farne oggetto di speculazione libraria; non sono però nè anche cose turpi, o infime affatto, specialmente le Liriche; e a fin di conto sono un onesto espediente adoprato da un uomo di cuore per non ricevere l'umiliazione di un'elemosina nuda nuda. Non facciamo morir di fame chi lavora nella vigna, perchè gli operai si faranno sempre più rari, e poi non è cosa nè giusta, nè prudente.

Raccogliamo pertanto le vele: tutto il discorso è per pregarti di vedere, se puoi darmi via una copia, due, tre, quante più puoi, del libro in questione. Il prezzo è quattro franchi, ossia sette paoli; il tomo è in ottavo, l'edizione piuttosto bella. Se ti riesce, l'avrò caro; se non ti riesce, non temere da me l'anatema, perchè so che la buona intenzione non ti manca.Vale.

1835.

Carlo.

P.***

Buongiorno. Perlustrando i banchi di T.*** ho visto una turba di libri tedeschi, e me la sono menata meco. Non so se sieno buoni o cattivi figliuoli; però te ne mando due, che leggerai a tuo bell'agio, e in séguito mi dirai di che si tratta.

Che fa A.***? Mi pare un secolo, che io non lo vedo. Come vive, e in che mondo vive? Se vive bene, lascialo stare, che non avesse a perdere il filo; se poi vive male, lascialo stare egualmente, che non avesse a far peggio. Deve operar la Natura. Egli ha sempre un quaderno di mio nelle mani; vedi se ti è possibile di riscattarlo, e me lo renderai quando ti piace. Addio

4 Aprile 1835.

Carlo.

P.***

Eccoti il Manifesto, dove non ho potuto raccogliere che la firma di U. – ***N. mi disse non volerne sapere, perchè opera di un Francese, ragione che può valer qualche cosa, e al tempo stesso non valer nulla; o forse fu ispirazione dell'Aritmetica, che gli sussurrò di non sottrarre quattordici franchi alla massa del patrimonio. – X. sta dietro a farsi marito, nèpuò badare alle Vergini Muse, che poverette oggi son orfane, e non hanno un padre buono a dar loro una dote di dieci mila filippi. Io non prendo moglie, nè mi tormenta l'ansia d'imporre scudo sopra scudo. No, per l'anima di mia madre! io lo posso giurare; non sono, nè sarò un avaro giammai! I giganti quando accavalcavano monte sopra monte tentavano scrollare il trono di Dio, e l'idea animatrice di quel concetto, temeraria se vuoi, era per altro sublime di una grandezza sì terribile da far palpitare anche il cuore di un Dio; ma l'avaro salito sulla piramide dei suoi mille sacchetti, che pretende dalla terra, o dal cielo? Che vuole? che disegna di fare? Povero avaro! egli è condannato a non poter voler nulla, – ultima miseria dell'anima umana. Ma tregua alle digressioni. Noi siamo d'accordo, – non piglio moglie, e non sono un avaro; – però sono un povero, nè deve parerti strano, chè tu pure in siffatte discipline mi sembri sufficiente dottore. Amo le Muse, è vero, e di candido amore, ma sono inretito in tante e tali traversie, che non posso spendere un soldo per comprar loro un mazzo di fiori ora che è il mese dei fiori, e la Natura li crea ad ogni respiro che muove, e le graziose venditrici te li vengono offerendo col più bel garbo del mondo, e a così poco prezzo. Amo le Muse, è vero, ma non posso dar loro, che un ingenuo saluto, e i profumi di un cuore innamorato. E tanto basti del Manifesto, e così abbia fine l'Idillio.

Nei giorni scorsi mi posi a leggere il Wallenstein di Schiller, e mi sono accorto, che per me non è impresa da pigliarsi a gabbo, almeno la prima parte intitolata — Il campo di Wallenstein. — Mi riesce a mala pena d'intenderne un verso qua e là, e le altrecose mi rimangono impenetrabili. Credo che lo Scrittore in questa parte abbia usato lingua intima, casalinga, troppo tedesca. Spesso mi sembra proverbiale, e temo, che quasi sempre si valga di un dialetto o di un altro, perchè moltissimi dei vocaboli non li trovo notati sul Dizionario. Se tu potessi procacciarmi una traduzione qualunque, l'avrei caro, perchè veramente il doverlo lasciare così per disperazione è pensiero che mi mortifica assai. Addio.

11 Maggio 1835.

P. S.Mi scordavo del meglio. – N.*** M.***, scrive da *** che muore di fame, e si raccomanda alla carità dei fedeli. Vi deve stare cinque anni, come saprai. In società faceva il maestro di scuola, e gli bastava per vivere; – laggiù la professione non corre, ed egli non sa farne altra, e..... Come ti dico, si tratta di fame vera e reale, non di fame figurata. Questo giovane non ha nè roba, nè nessuno, che lo possa aiutare. Ha padre e madre, due miseri vecchi, che adesso andranno a chiedere l'elemosina, perchè, se prima non la chiedevano, era per via del figliuolo. Bisogna fare qualche cosa pur sempre: esser grandi, e buoni, è l'apice degli umani destini; – ma quando non si può altro, siamo buoni almeno, – e quando si vuole è cosa più facile che altri non crede. Vedi se puoi mettere insieme pochi paoli; – tutto fa a chi non ha nulla. Tu conosci qualche signore, e qualche signora; – narra loro il fatto schiettamente com'è. Abbiamo sovvenuto tanti altri, e spesso Dio sa che gente; – e poi erano uccelli di frasca, e non di gabbia, come questo povero diavolo. Non ti dico altro, perchè parmi aver detto abbastanza. Di nuovo, addio.

Rammenta ancora ad A.*** questa elemosina. Gliene parlai Sabato; mi fido della sua memoria, ma non troppo della sua attività.

1. — M.*** scrive da *** che il 15 di Settembre non avrà più da mangiare. In tale urgenza si rivolge a noi tutti, chiedendo in prestito quattro mila franchi, ed obbligandosi solennemente a render la somma fra due anni. – La persona, a cui più particolarmente fu indirizzata la lettera, vede impossibile effettuare il desiderio di M.***, e propone invece mandargli un migliaio di franchi accattato di porta in porta. – Meditando il fatto più quietamente, possiamo asserire ineseguibile affatto l'idea di M.***? possiamo credere che il mezzo termine proposto supplisca al bisogno, e produca l'effetto voluto? – Quando io rammento l'integrità e l'alterezza d'animo di M.***, penso quanta amarezza di passione gli debbono esser costate quelle poche parole d'inchiesta; sento intimamente che M.*** non può esser disceso a questo, fuorchè per forza d'una inesorabile necessità. Egli non è l'uomo che chieda quattro mila fianchi per metter di mezzo nessuno; – non è l'uomo che chieda quattro mila franchi per andare avanti intanto due anni, e non morire di fame. M.***, è vero, ha bisogno di vivere per ora, ma non è un bisogno di vita brutale come la nostra; è un bisogno di vivere per una sublime intenzione, per una speranza che gli apre l'avvenire, e gli fa veder cose, che i più non vedono, nè possono vedere. Se il disinganno a un tratto gli dimostrasse fallace l'intenzione, che gli alimenta la vita, e gli abbuiasse lasperanza, M.*** è tale da farsi saltare il cervello, o tirarsi in un canto, e morir placidamente di fame. – M.*** dunque ha bisogno assoluto, inevitabile, di quattro mila franchi. Mandargli, o, per dir meglio, prestargli di meno, oltre l'essere un assurdo, sarebbe un trattare da ragazzo, da giovanastro scapestrato, un uomo che ha dritto all'amore e alla venerazione di quanti sentono e pensano generosamente. Se egli avesse avuto bisogno di mille franchi, mille ne avrebbe chiesti. La sua natura è troppo semplice e troppo retta, per appigliarsi al miserabile sotterfugio di dire una cosa invece d'un'altra per un pugno di monete più o meno. – Mille franchi dunque non fanno al caso; – un mascalzone senz'altro li prenderebbe, dicendo: è meglio poco che nulla; ma se noi li manderemo al M.***, forse non saprà che farsene; – faremo l'elemosina a chi non l'ha chiesta; umilieremo un nobile spirito; gli rapiremo una delle sue poche illusioni; aggiungeremo un nuovo dolore ai suoi mille dolori.

Pensiamoci di nuovo, e sul serio. Si può, si deve dare un rifiuto a M.***, che promette sull'onor suo di render l'imprestito? Io, che lo conosco da lunghi anni, credo alla sua parola più che al mio core, più che un mercante non crede alla firma di Rothschild. Se M.*** non fosse sicuro della sua promessa, avrebbe detto: – datemi, e non – prestatemi. – Di più, fate a tant'uomo l'elemosina, e rifiutategli invece un imprestito, di mezzo a tutto questo traluce così insultante un pensiero di diffidenza, che non può mancare di giungergli amarissimo al cuore: perchè non ci è angolo del mondo, dove non si possano trovare quattro mila franchi in prestito, – perchè tutto giorno ciarlatani, progettisti, e cavalieri d'industria, trovanocon poca resistenza migliaia e migliaia di scudi. Il caso è pertanto come io lo presento; noi mostreremo apertamente a questo giovane incontaminato di tenerlo in concetto d'uno scroccone. – Eppure M.*** è un'anima pura, che non può, che non sa concepire un'idea di bassezza; – è una di quelle rare esistenze che Dio suscita di quando in quando per far credere alla virtù sulla terra. – M.*** sarà un nome glorioso; il suo genio, la sua fede, la sua divina pazienza, i suoi patimenti, il sacrifizio di tutto...., lo faranno grande nella Storia non già d'un Popolo, ma della Umanità. Però quando i posteri sapranno, che, dopo aver dato tutto ai suoi compagni d'infortunio, un giorno ebbe fame per sè; che si rivolse ai giovani del suo partito, chiedendo un pugno d'argento per renderlo un tempo; che fra questi giovani v'erano i ricchi, che senza scomodo potevano darlo; che non ostante con mentiti pretesti gli fu negato; – i posteri impallidiranno di vergogna e di paura, e non sapranno come definire questo secolo ipocrita, freddo, e millantatore.

A che mena questa lunga cicalata? – tu mi dirai. – A risparmiare un fregio alla dignità umana, se pure si può. – Io disapprovo altamente l'idea della questua, – idea codarda e scompleta. – Nondimeno un partito bisogna prenderlo. Trattandosi di quattrini, lo spirito è ricorso naturalmente a quelli che ne hanno. Eccitando la potenza della visione, me gli sono fatti passare tutti dinnanzi, e ad ogni figura che passava mi veniva una trafitta di freddo. A un tratto non so come il mio Angel Custode mi ha sussurrato all'orecchio il tuo nome. Ho accolto volentieri l'ispirazione, e da parte sua ti domando: – Saresti in grado di far questo imprestito? Ove tu non possa, nonci sarà nulla di male, nè io per questo ti porterò rancore; e allora ci metteremo all'accatto, arrogandoci non so quanto giustamente il diritto di strascinare nel nostro fango uno splendido nome. Ma tu dovrai meco convenire, che certi fatti sono una misura fatale dei tempi, e degli uomini; dovrai convenire, che la nostra è una generazione perduta ad ogni speranza di bene, perchè, non che intendere, ed essersi mandata in sangue l'idea santa, essenziale, del sacrifizio, non sa per anche compitarne il vocabolo.

Un rigo di risposta. — Addio.

Carlo Bini.

Caro A.***

2. — La lettera per M.*** mi è venuta più lunga di quel che volevo. L'ho scritta nella furia del cuore, e ho tutta la massa del sangue alla testa. Leggila, e mandala se credi; o se no, riducila a più giuste proporzioni. Io non spero nulla di buono, e vado convinto, che la faccenda finirà coll'esser trattatacostituzionalmente. Piango lacrime di sangue per il povero M.***, e non credevo che la Fortuna volesse serbarlo a strazi così disonesti. Siccome il fatto mi sembra grave, e tale da passare fra i documenti della Storia contemporanea, cosìgradirei, che della Lettera ne fosse fatta una copia, per mostrare al mondo occorrendo, che non tutti furono codardi, e brutali, e che se afflitti dalla povertà non poterono aiutare l'amico infelice, dissero almeno una parola franca e generosa. Dura questo poco di fatica per amor mio; chè io non ne posso più. Amami. Addio.

Carlo.

3. — A.*** mi ha fatto risapere la tua risposta. Parlandoti candidamente, le difficoltà da te opposte non mi sembrano tali da reggere al paragone; mi sarebbe meglio piaciuto, se tu avessi detto: quest'anno io non ho voglia di far certe cose. Anima viva non avrebbe saputo mai nulla del fatto. Io e A.*** siamo temperati a tenere ben altri segreti che questi. Tu mi avresti dato il danaro, io avrei presa una cambiale per ***, e tutto sarebbe stato operato a mio nome. Un silenzio impenetrabile avrebbe coperto la cosa; noi siamo per natura discreti, e il caso presente sarebbe stato per noi un caso di coscienza, d'onore, di religione. Io sono ancora più che convinto, che fra due anni la somma sarebbe stata restituita. Non ho osato offrirti la mia garanzia, perchè, vivo mio Padre, non rappresento nulla nel mondo; ma un giorno spero e credo di aver quattro mila franchi al mio comando; se così ti bastasse, eccomi qua in corpo e in anima ad ogni tuo cenno. Con tutto ciò non pretendo costringerti a fare contro il tuo avviso. Non potrei volendo, e potendo non vorrei, perchè sono un gran partigiano del libero arbitrio. — E M.*** intanto che farà? Muoia di fame, o si provveda altrove. Soffra come ha sofferto, e duri a soffrire. Egli non ha diritto di sottrarsi a quella legge fatale e perpetua, che condanna al dolore certa specie di spiriti. E così apprenda una volta a conoscer più addentro quella razza, per la quale ha speso il fiore della sua gioventù, la nobiltà del suo ingegno, e il sangue più puro del suo cuore.

Della colletta non voglio occuparmi; ci pensi altri più acconcio all'ufficio: io non mi sento in diritto di allearmi nella congiura di avvilire un Amico, che vale infinitamente più di me, e di mille de' miei buoni padroni.

Abbi pazienza di questo disturbo, che senz'altro sarà l'ultimo che avrai per parte mia. Sta sano, e addio.

1836?

Carlo Bini.

P.*** mio

M.*** mi ha fatto quasi ogni giorno i tuoi saluti. Io non ti ho scritto mai finora, perchè i grandi dolori amano specialmente sul principio di esser lasciati soli. Avendo però spesso raccolte notizie di te, e sentendo che il soggiorno di Pisa poco o nulla ti ha profittato, io ti conforto a tornare fra noi, convinto che starai meno peggio. Troverai l'aria più tepida, troverai chi meglio t'intenda, chi simpatizzi meglio colle tue amarezze; e se puoi sperare un sollievo, ti rimane quest'unico, il consorzio dei tuoi antichi amici, la presenza di coloro, che hanno veduto, assistito, e sentito, la sciagura che ti ha percosso.

Addio; – noi ti aspettiamo.

16 Febbraio 1838.

Carlo.

Caro P.***

Finalmente è arrivata la Signora C.***, la quale è voluta partire subito alla vostra volta. Io non ho potuto farle troppe attenzioni, principalmente perchè a stento so spiccicare una parola in Francese. Essa deve avermi trovato naturalmente goffo più ancora di quel che sono. Non vuol dir nulla. Scusatemi presso di lei, e ditele che il buon volere in me non manca mai per nessuno, e segnatamente per una donna raccomandatami con tanta caldezza. E se altra volta c'incontreremo, e ci sarà dato intenderci nella nostra benedetta lingua d'Italia, se non troverà in me la galanteria profumata di Parigi, troverà cuore e cortesia da non lasciarla affatto scontenta. Ma lasciando andar queste inezie, io son qua per voi, per lei, e per tutto il mondo, fin dove le mie forze arrivano. Disponete di me, e credetemi il vostro

Livorno, 3 Agosto 1839.

Carlo.

P.***

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Per me sono già incominciati i giorni neri, ed eccomi già all'ergodi farmi accompagnare per le vie se voglio andare. Ma la mia pazienza è più grande deimiei malanni. La Medicina se ne sta in un canto a viso basso, mortificata, e colle mani in mano. E sì che io non le ho detto mai una parola di rimprovero! Ma tant'è: resteremo soli, io e il Fato, a giuocare tra noi due questa partita di vita, o di morte. I saluti a tutti. Addio.

21 Ottobre 1840.

Carlo.

P.***

Eccoti un manifesto del M.*** per la ristampa d'un Dante; e se avrà luogo, sarà ottima spesa. Se puoi firmarti, bene; se no, no. Ma firmato o non firmato rimetti subito il Manifesto nelle mani di S.***, che deve rinviarlo a Londra.

Addio. Imprendo nuovamente l'infausto viaggio dell'altra volta per ragioni anche più imperiose. Vado in luoghi strani ed inospiti, tra cattiva gente, tra pessimi affari, e in uno stato di salute, che fa paura. Dio me la mandi buona. L'ombra di N. mi perseguita, e non so come placarla. Io mi abbandono alla corrente senza sapere dove andrò a battere. Di nuovo addio.

16 Marzo 1841.

Carlo.

Signora A.***

Ho ricevuto con grato animo la sua del 28 Luglio, perchè un segno di ricordo da qualche anima buona mi fa sempre bene. Sento, che Recoaro non ha corrisposto alle sue aspettative, e già sapevo, che tutte le acque del mondo servono a poco; ma pensavo, che un giovamento qualunque le sarebbe venuto dal mutare aria, e dal veder cose nuove, e questo in ultimo si farà forse sentire.

Io sto anche peggio di quando ci vedemmo. Ciò non vuol dir nulla. Ho misurato tutto, e sono al mio posto.

È facile, che dimani, o posdimani, io parta per Roma, se non sorgono impedimenti. È viaggio affatto mercantile, trattandosi di assistere allo sviluppo di certi affari N. – Vedrò a ogni modo lacittà eterna, ma son fiacco, e scuorato, e punto disposto a ricevere in me lo spirito delle grandi memorie.

Un bacio a L.***, e mi creda suo affezionatissimo

Livorno, 4 Agosto 1841.

Carlo Bini.

A.***

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Scriverò al Sig. G.*** quanto mi accenni dell'imbroglio B.*** E dalle meschine turpitudini degli umaniinteressi ascendendo alla solennità del dolore, ti dirò, che del tuo povero Nonno non ho saputo mai nulla. Io son qua dimenticato, come persona già andata al suo destino. Gli uomini badano ai fatti loro, e non li posso biasimare. Nondimeno, se mi fosse stato semplicemente annunziato, che il tuo Nonno era morto, io non mi sarei riscosso per questo, anzi avrei detto fra me: – era tempo che riposasse; – perchè era stanco, e aspettava, e spesso desiderava di riposare. Dico così, perchè egli spesso mi diceva così, e a quell'età non ci è interesse a mentire. Ora però, che tutto è finito, che la carne è morta e impassibile, e che lo spirito è in salvo, dico la verità, duolmi più di voi, che di lui; perchè la morte è come la bevanda amara; – passata la gola non è più altro. Spero però, che il tempo mitigherà il dolore, che la sua morte ha lasciato negli animi vostri, e che da ultimo resterà in voi sola e perenne la fragranza della sua dolce memoria. E credo fermamente, che non ci sia bisogno di pregare per lui, perchè il suo petto racchiudeva tutto quel fiore di bontà, che può germogliare su questa misera terra. E così io pregherò l'anima di quel giusto, perchè preghi Dio prima per voi e poi per me. Altro non posso fare. Addio.

Carrara, 21 Ottobre 1841.

Carlo.

A.***

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Ho finito di leggere da qualche giorno il discorso del Centofanti[25], e mi dirai per qual modo devo rimandartelo. Questo discorso, che pure è di pocamole, mi ha lasciato un'impressione curiosa, – un'impressione di durata, come se avessi letto almeno due mesi, o un'opera di cinque, o sei grossi volumi. Non saprei distinguere, se ciò dipenda da mente che si disorgana, o se sia segno che il libro fa pensare. Sottosopra mi è piaciuto assai, e quantunque io non abbia coscienza tale di studi da giudicarlointus et in cute, nondimeno mi è parso dettato con intendimenti di critica e di filosofia piuttosto nuovi in Italia. E vi sono tratto tratto pagine generose ed eloquenti, che non tanto onorano l'intelletto dello scrittore, quanto rivelano un bel cuore d'uomo. Mirabile è poi la forza di congettura e d'intuito, onde penetra nel buio di tempi quasi senza memoria, rifabbrica il passato, e dà senso, valore, e sembianza, a cose, che finora parevano vaneggiamenti e capricci. Basta, a me pare un bel lavoro, fatto di buona fede, all'antica. Credo però, che non sarà di lettura volgare, e il libro, sì per lo spirito, che per la fattura, è veramente aristocratico, come sono tutti i libri dove ci è altezza, e novità di teorie, dove c'è condensazione d'idee, e di stile. Aggiungi inoltre, che l'Italia è sempre innamorata del suo dolcefar niente, sempre supina a bere l'oblio di tutte le cose, sempre ripugnante a ruminare il forte cibo della sapienza.........

Livorno, 30 Aprile 1842.

Carlo.

Signora A.***

Un Poeta in tutta l'estensione del termine, perchè muore anche di fame, chiede l'elemosina ai suoi amici. E quì sta l'imbroglio, – di trovare cioè gli amici d'un uomo, che muore di fame. – Mabutta in mare, e spera in Dio, dice il proverbio dei marinari. Il povero Poeta è N., che forse Ella avrà sentito nominare; uomo,..... cui la Natura fece molti doni di cuore e d'ingegno, senza dargli però un fiato, un atomo, di quelterribile giudizioche sa fare i fatti suoi. E però oggi si trova a stender la mano, e per giunta è malato di malattia della quale forse non guarirà mai. E però io lo raccomando alle di Lei carità; e se Ella e i suoi amici potranno far qualche cosa, io gliene saprò grado per conto del povero Poeta, e per conto mio, quantunque egli si sia indirizzato per chiedere aiuto a T.*** G.***, e questi poi si sia rivolto a me.

Intanto abbia pazienza del disturbo, e mi creda

2 Settembre 1842.

Suo Devotissimo

Carlo Bini.

Signora A.***

Ho sentito da M.***, che riguardo a N. Ella penserebbe di fare un foglio. Io veramente me la dicopoco coi fogli, e credo, che in ogni caso, e specialmente in questo, la parola viva e sentita possa più assai che tutti i mezzi dell'arte. Ma poichè s'ha da scrivere, io stimo più espediente copiare tale e quale la lettera di N., che le rimetto qui acclusa. Sono poche righe, ma vere, e stringenti; e se queste non valgono, le mie e quelle di qualunque altro varranno anche meno. Ella pertanto, che è così buona, veda di persuadere quanti più può a firmare sotto la lettera del povero N., ma quello che importa è di far presto, anzi prestissimo, a riscuotere il danaro, e farglielo avere, perchè il bisogno ha furia, e conta le ore e i minuti. Spero che tra tutti faremo qualche cosa per questo disgraziato; ma quando poi non riuscissimo a buon porto ci vorrà pazienza, ed io scriverò direttamente a N., chei suoi buoni amici di Livornohanno rigettato il suo appello, e confermano la sua sentenza di morte di fame.

Io tra qualche giorno dovrò partire per miei affari; e se questo negozio non fosse anche perfetto, allora lascerò le mie istruzioni a M.***, perchè tutto vada il meglio possibile.

Mi creda

Livorno, 5 Settembre 1843.

Suo Devotissimo

Carlo Bini.

T.***

Ebbi per tempo la grata tua con quella del povero N., ed egli non poteva scegliere il miglior momentoper morire di fame. A.*** mi ha detto, che non deve dar nulla, e per conseguenza non ha dato nulla. Ho fatto un appello ai poveri, e come ragion vuole mi hanno dimandato se avevo da dar loro qualche cosa; – ho chiesto ai ricchi, e mi hanno risposto peggio dei poveri. In somma è un affaraccio, e in tanti giorni ho raccolto forse sei o sette scudi. Non per questo mi fermerò, e spingerò le cose fin dove possono andare.

La mia salute non vale un quattrino, e la mia testa è un mucchio di rovine. Pure per veder di dare una mano al povero N., ho preso a tradurre dal Tedesco certi articoli intorno al Sismondi per convertirne il ricavato a pro del suddetto; e credi, che se avessi avuto un cento di scudi glieli avrei dati volentieri, piuttosto che soffrire una fatica così sanguinosa, una fatica che finisce di mandarmi in polvere il cervello.


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