PRIMA PARTE.SCRITTI ORIGINALI.

PRIMA PARTE.SCRITTI ORIGINALI.

MANOSCRITTO DI UN PRIGIONIERO— 1833 —

You smile? t'is better thus than sigh.Byron.V'è più ragione di ridere quando sei in fondo, che quando sei in cima; – almeno tu non temi più di dare la balta. Il riso dell'uomo felice può essere smentito da un punto all'altro. La Fortuna non fa contratti perpetui con nessuno. Il suo corso è a spirali, e non rettilineo. Oggi t'abbraccia, e ti mette sul capo un diadema; dimani ti taglia la testa, e la dà per balocco all'abietto, che faceva da sgabello ai tuoi piedi.Epigrafe, che va per conto mio.

You smile? t'is better thus than sigh.

Byron.

V'è più ragione di ridere quando sei in fondo, che quando sei in cima; – almeno tu non temi più di dare la balta. Il riso dell'uomo felice può essere smentito da un punto all'altro. La Fortuna non fa contratti perpetui con nessuno. Il suo corso è a spirali, e non rettilineo. Oggi t'abbraccia, e ti mette sul capo un diadema; dimani ti taglia la testa, e la dà per balocco all'abietto, che faceva da sgabello ai tuoi piedi.

Epigrafe, che va per conto mio.

Il cervello dell'uomo appena è in istato di esercitare le sue funzioni può rassegnarsi in tre scuole. Di queste una infallibilmente ne conoscete, — senz'altro le conoscerete anche tutte, perchè non sono arcani di astronomia; – son cose semplici, e dappertutto si sentono dire. Io nondimeno, a scanso di equivoci, mi stimo in dovere di nominarvele tutte e tre, secondo l'ordine naturale in cui giacciono fino dal principio dei secoli. Elle pertanto sono queste:

Scuola della Fede;

Scuola del dubbio;

Scuola dell'Incredulità.

E in una di queste tre, suo malgrado o no, ha da rassegnarsi il cervello. La prima è più frequentata di tutte; – la seconda più della terza; – quest'ultima ha un numero bene scarso di alunni. Il locale stesso è sì angusto, che non potrebbe capirne una folla, – e per entrarvi ci vogliono certi dati requisiti, che non son comuni.Sic se res habet.V'è chi crede in tutto; v'è chi dubita di tutto; v'è chi non crede in nulla. V'è chi crede, che il Sole abbia gli occhi, il naso e la bocca come abbiamo noi; – v'è chi dubita, che il Sole non sia di fuoco, ma una massa enorme di ghiaccio; – vi sono certi pochi disperati, che non credono in nulla, – nè anche nel sasso dove urtano, – nè anche nell'acqua che li bagna. — La verità dove siede? — Di grazia, vi prego, non fate a me questa dimanda, perchè non saprei di dove cominciare a rispondervi. Quello che è vero, ogni scuola la pretende esclusivamente nel suo ricinto, – e le ha destinato un bel seggiolone a bracciuoli, dove non ci si vede mai nessuno a sedere. Ma tutte le scuole vi spiegano il fenomeno in questa guisa: non si può negare, voi non vedete nessuno, e noi non vediamo nessuno, – ma v'è la sua propria ragione; – la Verità è un ente invisibile. Forse la Verità imita il Congresso degli Stati Uniti d'America, che tiene le sue sessioni ora in questa, ora in quella città, regolandosi con una giusta vicenda.

Io per cominciareab ovo, come dicono i retori, primamente entrai nella scuola della Fede palpando l'ombre come cose sensibili, fino a che il tatto educato dall'uso non uscì d'inganno. Allora protestai nelle debite forme, – tolsi commiato il meglio che seppi, e mi diedi alla scuola del Dubbio. Non operòla stanchezza, o il capriccio: furon la coscienza e il puntiglio, che mi fecero divorziare colla Fede. La Fede me ne aveva fatte troppe delle fusa torte, e troppo manifeste. Mi dava una cosa per bianca, e al riscontro era bigia; – e quanto spesso, per cagion sua, invece d'uno ho dovuto far due viaggi, ho dovuto fare un conto due volte!

Un tempo io mi dava a credere, che un effetto solo e determinato fosse prodotto sempre da una causa sola, determinata, immutabile. Un tempo io lo credeva, — e la Logica anch'essa mi accennava col capo ad una certa distanza. A me pareva allora che volesse darmi ragione, – e forse invece voleva dirmi di no.

Oggi il miocredoè sensibilmente variato quasi in tutti i suoi articoli, e tale è il frutto degli anni. Ma son io più felice? Siete voi più felici, voi, che aspettaste con tanto anelito il benefizio del tempo? – Gli anni mi hanno guarito di certe poche malattie, che non mi facevano nè bene nè male, e mi hanno guarito di più altre malattie, che mi facevano meglio della salute. Ora me ne accorgo, ma è tardi, – e poi quel che è stato doveva essere. Gli anni, non contenti che il pomo dell'Asfaltide fosse pieno di cenere, gli hanno voluto rapire la lusinga di una scorza lieta di bellezza e di luce. Oh! la dottrina degli anni! io la lascerei volontieri a chi la vuole, se il Fato non me l'avesse imposta come una camicia di forza. La dottrina degli anni smuove il cuore dal suo centro portandolo verso la testa. È una dottrina severa, geometrica, che cammina per terra colle mani e coi piedi, e dal tetto in su non vede altro che nuvole, e le stima buone solamente a far piovere.

Ma veniamo al dunque. – Io voleva dire, che uneffetto solo non dipende sempre da una causa sola: anzi spesso può dipendere da due cagioni diametralmente opposte fra loro. – Un fulmine può scoppiare a ciel sereno, – può scoppiare in burrasca. – Non so se in Fisica regga; ma l'ho detto così per dare un certo rilievo al mio disegno, – e in ogni caso sapete dove trovarmi; – io sonquaper le debite scuse. – L'uomo può andare in prigione per i suoi meriti,exempli gratiaper un furto, –etiampuò andarvi per unqui pro quo. Unqui pro quonon è cosa da pigliarsi a gabbo; alle volte, è vero, può farvi ridere; – sovente ancora può farvi corrugare la fronte. Unqui pro quopuò mettervi al fatto d'un segreto, che non avreste mai sospettato; – può dare e toglier l'ale a una vittoria; – può mandarti in prigione, e viceversa può farti vescovo.

Lo conoscete voi Sancio Pansa? Quel tipo verace di buon senso gregio e originale, tale e quale come la natura se lo cava di manica? — Ma diamine! v'è mestieri di domandarlo? Prendete l'uomo il più idiota, e rammentategli Sancio Pansa, si mette subito a ridere. Sancio Pansa è conosciuto in Europa, è conosciuto in America, e sarà pur conosciuto in Africa e in Asia, quando queste due parti del globo vorranno leggere nei nostri libri. Sancio Pansa è il buon umore incarnato, – grazioso nei suoi sali, grazioso nelle sue balordagini, grazioso a piedi, grazioso sul'asino. – Sancio Pansa ha ormai la sua nicchia nella storia, e vi sta saldo, inchiodato, imperterrito; – potete scuotere a vostra posta, Sancio Pansa non si muove, non crolla. Egli e il suo asino occupano pacificamentetante miglia quadrate di fama, quante il primo conquistatore di prima classe: citate pure Alessandro, citate Cesare o Buonaparte.

Eterne grazie a Cervantes che me lo diede a conoscere! Io l'ho benedetto le mille volte Sancio Pansa, perchè mi ha fatto del bene. L'ho benedetto come il maestro, che mi ha insegnato tante cose, che l'accigliata filosofia non sapeva insegnarmi; – l'ho benedetto come il sogno allegro delle mie veglie, – come l'amico che nell'ora nera veniva di mezzo a mettermi in pace meco stesso e col prossimo. – Sia lieve la terra sulle sue ossa; – sia lieve ancora su quelle del suo asino. – Quest'ultima prece consolerà il suo spirito quanto la prima.

Sancio Pansa dunque era quell'uomo, che voi tutti ben conoscete. Aveva anch'egli una madre, perchè Sancio Pansa fu una persona vera e viva di questo mondo, battezzata e sepolta in Ispagna. Ora non mi ricordo appunto in qual parte del libro Sancio Pansa racconta, che sua madre, per arguzia di natura e per vecchiaia, era una donna pratica assai delle cose umane. Narra di più, che un giorno ragionando di nobiltà, di casate illustri, di origini antiche, sua madre chiuse il discorso affermando sinceramente di non aver conosciuto al mondo se non due sole famiglie: quella di coloro che hanno tutto, e quella di coloro che non hanno nulla. E la vecchia soggiungeva candidamente, che non so come l'istinto la portava a dirsela più volentieri colla famiglia dei possidenti.

Dunque nota bene: Chi va in prigione è povero o ricco.

Quando va in prigione un signore è un avvenimento che nessuno se lo aspettava. Tutti se ne fanno le maraviglie; tutti ne parlano in mille voci, in mille maniere. Chi bisbiglia, chi grida, chi dice di sì, chi dice di no.

La città è seminata di gruppi, e per mezza giornata almeno non fanno più nulla, se non ciarlare del caso, e da un gruppo cacciarsi in un altro: precisamente come quando segue l'eclisse del Sole. Un signore in prigione pare alla plebe impossibile. – La plebe, che somma fatta in capo all'anno sta sei mesi in prigione e sei mesi in una soffitta, è inutile, non se ne persuade, perchè non ce ne vede mai dei signori; e così di rado che non se ne rammenta. Crede le prigioni fabbricate unicamente per sè; e se v'entra alcuno che non sia de' suoi, è un fatto che la percuote, le sembra quasi una usurpazione. – Tanta è la potenza dell'uso. – La plebe non crede che la colpa possa vestirsi di panno fine,... crede che la colpa vada solamente vestita di cenci, scalza, e col capo ignudo. – E sì che tutto il giorno ha in bocca un proverbio pieno di verità che dice: L'abito non fa il monaco. – Non giova: – quel proverbio erra per tradizione così sulla lingua, ma la mente non l'accorda. – La plebe crede pur troppo nell'abito, e cotesta persuasione oggimai s'è ossificata con lei.

Tuttavia, volere o no, di rado, ma qualche volta un signore va in prigione.

Egli, appena ha varcato di tre o quattro passi la soglia, si volta risoluto, – fa il viso più imperioso del solito, – squadra il carceriere dai capelli allepiante, – poi gli ficca gli occhi negli occhi. – Lasciatelo fare: il signore legge qualche cosa in quegli occhi. È una lettura rapida, che dura un attimo, ma basta, – e il signore se ne trova contento.

Se ne trova contento, e mette mano alla borsa: – la dondola con due dita un momento per aria, – la fa suonare, – dice qualche cosa che non vuol dir nulla, e il soprastante che è un gran chierco in tutte le lingue, – anche in quella dei muti, – risponde subito; comandi, comandi; – in quella stessa maniera, nè più nè meno, che rispondevano gli spiriti in quei secoli d'oro, quando un mago o una strega con un tocco di verga o con un ribobolo erano padroni dell'aria, della terra e dell'inferno....

Voi l'avete sentito, il soprastante ha risposto: comandi, comandi. E di fatti la metamorfosi da un punto all'altro è così improvvisa, così universale, che sei tentato a giurare rinnovellato il regno degl'incantesimi. In cinque minuti il signore è stato introdotto in un nuovoquartiere; e il soprastante gli ha chiesto perdono, se, così preoccupato com'era, aveva sbagliato di numero. Il valentuomo aveva preso un tredici per un quindici; e il signore per tutta risposta gli ha battuto due volte umanamente sulla spalla, non mi ricordo se destra o sinistra. Ora le stanze sono tre, e prima erano una. Sono larghe, ariose, imbiancate di nuovo, con qualche rabesco per maggior vaghezza, e le finestre arrivano a mezza vita. Le finestre danno sur una buona strada, dove passano carrozze e pedoni, uomini e donne, – dove il signore può fare anche all'amore, – e senza scandalo. –

Viva la metamorfosi quando va dal basso all'alto! –Fervet opus.– Le piume sottentrano al pagliericcio, – lesedie all'unica panca, – i cristalli all'unico orciuolo di terra cotta. I valletti sudano attenti e in silenzio. — «Fate piano con quello specchio, – badate al canterale, è nuovo di zecca; – ehi! quel Napoleone non è mica di piombo, è d'alabastro, – voi lo maneggiate come una brocca, – sagratissimo diavolo! – ci vuol maniera, – badate, ve lo dico, chi rompe paga; – dove sono i vasi dei fiori?» — Così grida affannata la voce chioccia del soprastante, e non si cheta più mai.

In questo mentre il signore ha girato per tutti i versi la nuova abitazione; – ha veduto e riveduto minutamente, – ha disposto dove far la tal cosa dove far la tal altra; – dove dormire, – dove vegliare, – dove pensare, – dove non pensare. Ha fatto di quando in quando diverse dimande, e il soprastante spesso gli ha risposto un no invece di un sì, e viceversa. È un cattivo momento per discorrer con lui, – ha l'animo troppo internato nell'assetto delle tre camere, e cotesto pensiere gli ha rubato la mano. Ella è finita, – vuol farsi onore, nessuno lo frastorni, – tanto non dà retta a nessuno.

Laudate Iddio! l'assetto è finito, – si può respirare, – respiro anch'io. Con un'occhiata i valletti son licenziati, e se ne vanno. Alla buon'ora. Adesso il soprastante è contento; – se lo guardate bene nella statura, vi pare un dito più alto. – Si asciuga il sudore della faccia, – si raffazzona i capelli, – compone lo scompiglio delle vesti, – si scuote d'indosso la polvere, – si mette in somma in buono stato, – nello stato di comparire come un galantuomo. Dopo si rivolge al signore con un mezzo sorriso tra la compiacenza e l'orgoglio, e il signore gli corrisponde tentennando con bel garbo la testa. Ora è tempo che anch'eise ne vada. E di fatti vedetelo là col cappello in mano, che se ne va all'indietro fino alla porta. E non crediate che se ne vada alla muta. Oh! il soprastante è un uomo di mondo. Sicuramente ha detto: servo devoto. Io l'ho sentito con queste orecchie, – e l'ha detto in tono di basso assoluto.

Ora manca null'altro? – Non saprei: – v'è la prigione, e il signore v'è dentro. Oh! le belle prigioni che son quelle dove vanno i signori! La povera gente le scambierebbe volentieri con la sua libertà. Cosa manca al signore là dentro? Il soprastante gli ha pur detto: comandi, comandi; – ed egli non ha inteso a sordo. Gli dà noia il divario, la novità del locale? Può immaginarsi finita la scritta della casa abitata prima, e che gli sia convenuto tornare in un'altra; – può immaginarsi il suo palazzo in mano alle maestranze per bisogno di certi restauri, e che per questo abbia condotta a pigione provvisoriamente una casa, come veniva veniva. Gli dà noia forse il non potere uscir fuori? – Bene, può mettersi in capo che non ha voglia d'uscire, – che l'acqua vien giù a rovesci, – che si è stravolto un piede montando a cavallo, – che cerca la solitudine per comporre un'opera, per farsi anch'egli un bel nome. In somma a lui tocca a scegliere. – L'immaginazione è là come un merciaiuolo alla fiera, e gli va mostrando uno dopo l'altro i suoi mille fantasmi, e si protesta di vendere a buon mercato.

Fra bene e male una buona mezz'ora è passata. Cos'abbia fatto il signore frattanto, io non ve lo posso dire. Io non sono S. Antonio, non posso trovarmial tempo stesso in due luoghi. Ho lasciato il signore, e sono uscito col soprastante andandogli dietro dietro ad una giusta lontananza. Il soprastante ha girato due strade, – poi è riuscito sur una piazza. Quivi a passi smisurati s'è accostato a uno stabile di bella apparenza, che al primo piano portava una mostra dipinta nelle regole con certe parole cubitali, che dicevano:Restaurateur. Come ha messo il piede sul primo scalino, ha cavato fuori una scatola, – ha preso tabacco, – ha fatto uno sternuto, – e poi s'è infilato su per le scale. E io dietro senza perder tempo. Io son l'ombra del soprastante; – non mica per nulla, vedete, – ma son curioso anch'io, – forse troppo; – già sono stato sempre, – curioso forse come una femmina.....

Il soprastante ha aperta la bussola franco franco, come se fosse stato il padrone, o come un avventore dei buoni. Arrivato in mezzo ha dato il buon giorno, e del compare a un cert'uomo, che stava inchinato sopra una tavola a mettere in sesto non so quali vivande. Il compare s'è riscosso, – s'è rigirato in unfiat, e veduto il soprastante ha fatto subito bocca da ridere, e gli ha reso bene e meglio il buon giorno. Egli ha compreso istantaneamente di che sì trattava. Allora si sono strette le mani come due vecchie conoscenze, – hanno parlato forte, – si son bisbigliati non so che nelle orecchie. Dopo di che il trattore ha lasciato quel che aveva da fare, – si è messo in ordine, e son venuti via di conserva.

Eccoli insieme alle carceri; – già salgono una scala, – due scale, – tre scale; eccoli sul pianerottolo. Il soprastante avanti, il trattore dietro. Ecco, che il primo mette adagio adagio la chiave, – la gira lentamente, quasi che la serratura fosse di vetro, – eprima di sospigner l'uscio ingentilisce la voce, e la manda dentro dicendo:

— È permesso? si può passare?

— Oh bella! se non passate voi, che avete le chiavi, chi deve passare?

— Vossignoria ha sempre ragione; ma io conosco con chi ho da trattare, e i miei doveri non li so d'oggi.

— Bene, bene. Che abbiamo di nuovo?

— Son venuto a sentir quel che occorre, conducendo meco quest'uomo.

— Avete fatto bene. Galantuomo, chi siete?

— Sono un trattore bello e buono, ai servigi di Vossignoria.

— Ah! siete un trattore? siete una cosa più necessaria della prigione.

— Viva la faccia di Vossignoria! in questi luoghi vuol essere borsa, e buon umore.

— Come vi chiamate?

— Marco Trappolanti ai servigi di Vossignoria.

— Avete un nome curioso.

— Eh! Signore! che vuole? tanto il nome che il grado son cose, che bisogna portarle come Dio ce le mette adosso. Se stesse a noi lo scegliere, non andrebbe così; – io mi sarei messo un nome lungo e liscio come una coda di cavallo, e invece di cucinare per gli altri farei cucinare per me. Non so se dico bene, sono un ignorante.

— Bisogna contentarsi. La provvidenza ha saputo quello che ha fatto. Ma veniamo al pranzo. Come mi tratterete.

— Vossignoria di certo non vorrà stare all'ordinario, – mi parrebbe un'offesa a proporglielo. Del resto la tratterò come merita, come vuol essere servita.Non dubiti, l'arte la so fino in fondo; – com'ella vede, ci sono invecchiato. Scelga, chè io son qua tutto per lei. Vuol cucina alla Francese? alla Piemontese? la vuole all'Inglese?

— Per non confondermi le assaggerò tutte. L'ordinario non lo voglio; – mi appresterete un pranzo a parte secondo la nota che vi darò. Pietanze sane, e in abbondanza. Vino sincero; – mi contento, che me lo diate come l'avete ricevuto. Voglio sperare, che col fatto smentirete la cattiva impressione, che produce il suono del vostro cognome. Scommetto, che siete un galantuomo. Dite di no?

— Eh! non ho detto nulla, – e come vede io non sono in prigione.

— Bravo! è una risposta che vale un paolo. Prendete(gli dà un paolo). Andate, – spicciatevi, – servitemi bene, – ed io penserò a voi.

Voi potete rovesciare il quadro, se il carcerato appartiene alla famiglia dei poveri. Povero! – ma sentite che voce? – La combinazione stessa delle lettere che compongono un tal vocabolo è una cosa che dà addosso; – il nome stesso è così fiacco, che non si regge ritto.

No, – io non ci credo, – non ci credo neppure se me lo dicesse ella stessa. La Natura non ha fatto i poveri: — ella è buona, – ella è savia, – è madre, e non madrigna: siamo tutti suoi figliuoli, e vuol bene tanto al primo che all'ultimo. E se la Natura avesse mai stampato questa moneta, bisogna pur dire, che non avesse più credito, che avesse gli sbirri in casa, e dopo le prime mandate avrebbe fatto meglio arompere il conio, – avrebbe fatto meglio a mettere in circolo degli assegnati, – avrebbe fatto meglio a fallire. Una moneta falsa è tuttavia di metallo, – ha un valor benchè minimo: — il povero è peggio, – è una moneta di fango.

I poveri, via, non ci volevano; – essi stessi ne vanno d'accordo. — Ma come mai son diluviati in questo mondo ad ingombrare le strade, i vicoli, le piazze, in guisa che il Signore per poter passare disperatamente è costretto di andare in carrozza? Ma come mai? Io mi ci sono stillato il cervello, e non son venuto a capo del come. L'ho dimandato perfino agli stessi poveri, e mi hanno risposto chiedendomi qualche cosa per amore di Dio.

Così è, – la storia è come io ve la narro. Le tradizioni, gli archivi, la stampa, non serbano traccia nè del come, nè del quando fosse fondata la setta dei poveri; – non serbano neppure il nome del fondatore. L'antiquaria ha cercato dappertutto, – per terra, – per mare, – per aria, ma non ha trovato nè pergamena, nè medaglia, nè altro documento, che ne desse il minimo indizio. Per avventura la setta non fu mai in grado di rizzare nè anche un tronco d'albero in memoria della sua origine. Quel poco che ne sappiamo è che la setta rimonta col suo principio verso un'epoca remota remota, le mille miglia lontana dal dominio della storia, e conta un'antichità canuta tanto da dar gelosia a chi stima di attingere un merito a questa sorgente. Un gentiluomo è sempre prudente, – ma tuttavia per le buone regole credo bene avvertirlo di non discender mai a cimento con un povero sulla primazia delle scambievoli origini. Bisognerebbe cercar nel passato, e chi sa dove lo menerebbe l'indagine. Chi l'assicurache non trovasse uno degli avi suoi in cotal luogo da fargli salire i rossori sul viso?Quando Adamo zappava ed Eva filava, dov'era allora il gentiluomo?

Povero! – Questo nome ha un tal prestigio per me, ch'io non me ne posso staccare. E quanti sono! Trovatemi chi li sappia contare, ed ioipso factolo dichiaro matematico più valente di Galileo. I poeti, per dare un'idea delle cose che non si possono numerare, hanno tolta l'immagine dalle arene del mare, e dalle stelle del cielo; – potevano toglierla ancora dai poveri della terra, e così avrebbero avuto un paragone di più. — Non v'è che dire, – è la più vasta setta di quante apparissero mai, – rimasta sempre in seduta permanente, – e riceve gli adepti alla rinfusa, – senza chieder loro come si chiamino, – senza guardarli neppure in faccia. Non ha misteri, – non ha sotterranei, – cospira sotto la cappa del sole, – non ha timore dellaPolice. Ella non è una setta segreta, e qualsivoglia governo l'ammette.

O poveri! – Voi siete ricchi di pazienza più che altri non crede. Quando di sotto ai tetti delle vostre soffitte voi vedete le stelle, chi non fosse povero bestemmierebbe, – penserebbe al freddo, – alla guazza, – alla pioggia, – al malore che gliene potrebbe incogliere. — E voi pensate invece che quegli astri scintillanti un dì saranno casa vostra, – che passerete dall'uno all'altro a vostro talento, – che avrete tutti i giorni Domenica, – che le anime vostre potranno svoltolarsi a bell'agio sull'azzurro molle del firmamento come sopra un tappeto. Così sognate ad occhi aperti, e non sentite la durezza del letto, e l'inclemenza dell'aria. La speranza pietosa di tanti bisogni, di tanti dolori, coll'ambrosia del suo alito v'inebbria – vi affascina il cuore, – colle sue divinemelodie vi culla i sensi in una calma profonda. — O poveri! Voi siete ricchi di pazienza, – e Dio.... vi mantenga perenne quel dono. Che se un giorno la perdeste, se rompeste le dighe che al presente vi contengono, qual sarebbe allora la faccia del mondo? La gerarchia sociale resisterebbe al fiotto dei vostri milioni? la piramide starebbe, quando si scommovesse la base? Cosa sarà la superficie di questo suolo, quando il vulcano l'avrà lambita colle sue mille lingue di fuoco?

Ma ripigliamo il filo del nostro racconto. Dove siamo rimasti? Sarebbe bella che me ne fossi scordato! Lasciatemici pensare un momento: buoni, buoni, – ho ritrovato il filo. — Ma, di grazia, stateci attenti ancor voi, – io sono avvezzo troppo a divagare, tanto che non mi sembra neppure. Quando vedete ch'io prendo il largo per menarvi chi sa dove, – forse in un pantano, – forse sur un prato fiorito, – allora tentatemi per un braccio, – tiratemi una falda, – rimettetemi insomma sulla vera strada. Io n'ho di bisogno, – voi lo vedete da voi; – non posso camminar diritto, – serpeggio sempre, – ormai è un vizio che s'è convertito in una seconda natura. — Per questo ho stimato bene avvisarvene. — Uomo avvisato, mezzo salvato.

Sta tutto bene, ma un altro poco, s'io non me ne accorgo per tempo, il filo mi sfuggiva nuovamente di mano. — Su dunque all'opera.

Ecco il Povero viene. Vedetelo là in mezzo a quella massa di popolo, che lo preme, e lo incalza nel suo tristo destino spensieratamente, come il cavallonespinge sul lido una tavola del naufragio. L'avete veduto? Non si distingue se sia sciolto o legato, se gli sbirri sien quattro o sei, tanto è fitta quella massa di plebe. Che ronzio, che schiamazzo, che tempesta d'urli e di voci! — Cos'ha fatto? — Come si chiama? — È del paese? — È forestiere? — È un ladro? — È un assassino? Dove ha rubato? — Conoscete l'ammazzato? — Quante ferite? — E via discorrendo; e tutti dimandano, e tutti rispondono ad un tempo. — Ma non potrebbe darsi che fosse, più che iniquo, infelice, che fosse innocente? – Potrebbe darsi, ma nessuno l'ha pensato, nessuno l'ha detto. Ei l'infelice percorre le vie di fretta più che non vorrebbe; – il turbine popolare lo mena. E chi l'ha vestito in quel modo così pietosamente ridicolo? Se la Miseria non gridasse; io l'ho vestito, – tu diresti che il Capriccio ha mandato fuori la sua maschera più grottesca; il suo capo d'opera. Porta in capo una cosa, che tre anni sono era già un cappello vecchio, – ora è uno sgomento a definirla. – E la camicia non è di canapa, non è di lino, – nè di cotone, – nè di stoppa; – è d'una stoffa che non è stoffa, d'un colore che non è colore; – una camicia che ha una manica e mezzo. Oh! davvero è meglio contentarsi della pelle che ti diè tua madre, che avere una camicia come quella! – E i calzoni! che labirinto! Non si sa se sono a diritto o a rovescio, se il davanti è di dietro, e se il di dietro è davanti; – se in principio furono fatti di toppe, o d'una materia unica, perchè ora le toppe sono più grandi della materia primitiva. E quante sono! e come affollate! e si montano addosso una sull'altra come una turba di curiosi quando c'è da vedere uno spettacolo nuovo. E chi gli ha fatto quei calzoni? Giudicandogli altaglio, potrebbe averglieli fatti ancora un magnano. – Tutto questo vuol dir nulla: così vestito com'è, viene avanti; – un piede ha calzato di mota, – l'altro gli sta in una scarpa, mezzo sì, mezzo no. Ei l'infelice è vicino a toccare la meta del suo viaggio. È un viaggio che i poveri fanno frequentemente, – di rado sciolti, più spesso legati, – e non lo stampano, perchè son modesti, nè li rode la smania di farsi un nome atout prix. È un viaggio che non fanno mai in vettura. È scritto che il povero vada sempre a piedi; – sia che vada a nozze, all'ospedale, o in prigione. E per questo il Povero va colle sue gambe in prigione; – e deve andarvi, fosse anche paralitico, stramazzato dalla febbre, fosse anche zoppo. – Il povero non ha diritto che a una vettura sola: a quella che dal carcere lo porta al patibolo, – dalla vita all'eternità.

Finalmente egli è giunto al portone d'ingresso, – all'arco trionfale della miseria, del delitto, dell'innocenza che la calunnia può convertire in delitto. E pur troppo vi sono trionfi di tutte le specie, e la plebe umana li accompagna tutti colla medesima calca, – col medesimo spirito, colla medesima furia, colle medesime grida. Basta che sia un alimento alla feroce curiosità della plebe! sia pure la testa mozza di Luigi XVI, l'incoronazione di Buonaparte! Tra cibo e cibo non mette divario. – Il Povero ha passato il suo arco di trionfo, – trionfo di vergogna e di dolore. – La plebe è rimasta di fuori, e non sa neppur ella cos'altro più aspetti; ella non è sazia ancora.

Il Povero è avanti, e gli sbirri fanno il corteggio. Salgono e scendono più volte; – voltano a destra, voltano a manca; – è un intreccio che la mente alla prima non può raccogliere in ordine; – in fine danno in un corridore lugubre lugubre, dove si può vedere l'oscurità, come disse Milton. Qui la vista non serve, conviene andare a tentoni. Giunti in fondo si fermano. Di lì a pochi minuti s'ode un rumor di passi che sempre più si avvicina; – finalmente senza averlo veduto comparisce un uomo con un mazzo di chiavi, – un uomo per così dire, con un viso duro, un viso cupo, che accresce le ombre del luogo. – Gli sbirri non gli dicono che due parole, e poi se ne vanno.

Ora il Povero e il soprastante sono in presenza l'uno dell'altro. – Ma non ci segue una parola, non ci segue uno sguardo. Il Povero non osa, il soprastante non se ne cura. Fra l'uno e l'altro giace un silenzio ineccitabile, una indifferenza letargica, come fra il beccamorti e il cadavere. Il soprastante tra la fretta e la rabbia apre un uscio basso più dell'uomo che deve passarvi, – poi si tira un passo indietro, come per dire al Povero: – entrate. Il pover'uomo curvandosi mette il piè sulla soglia, e il soprastante non crede opportuno di accompagnarlo, ma gli dà una spinta, e lo butta là come una cosa, che non è più buona a nulla. E così come dico arriva in fondo in un attimo; la stanza non è troppo lunga e con una spinta s'andrebbe anche più là, se il muro non si opponesse. Ora a qual Santo ricorrere? I Santi anch'essi vogliono salmi e candele. Egli nonè tentato di frugarsi le tasche, perchè non ha tasche; – e, quand'anche le avesse, cosa dovrebbe cercarvi mai? Egli dispererebbe di trovarci un picciolo, posto ancora che li scudi belli e coniati piovessero giù dal cielo come le goccie dell'acqua. E in verità io credo, ed egli crede, che non ci troverebbe un picciolo: – forse un conto, che non ha potuto pagare, e che lo manda in prigione, – forse un rosario, se pure la Miseria col suo fiato ardente non gli ha cancellato dall'anima quel segno lieve di fede, che l'amor di sua madre v'impresse quando egli era un fanciullo.

Arrivato in fondo si volta, ma come una macchina; sta un istante fra il sì e il no: poi cerca di condurre sulle labbra un sorriso, e tenta di farlo, – ma il soprastante con un volto di pietra gli disfà quel sorriso cominciato appena a incresparsi. Egli allora si smarrisce, – tituba, – gli sembra che il suolo si avvalli; – era pallido pallido, e in un lampo si colorisce d'un rosso febbrile; – cerca una parola, e non la trova; – se avesse il cuore pacato la troverebbe di certo, ma un nodo di affetti gli scompiglia la mente, gli chiude la gola. Quegli affetti sono troppi, e troppo forti; – si affacciano tutti in un gruppo, – possono sboccare. Però se tu guardi attento, su quella faccia v'è un'espressione di preghiera, – un senso profondo di supplica, – non per sè, – ma per altri. Vorrebbe dir mille cose, – alcune poi vorrebbe dirle pregando, dirle anche piangendo; vorrebbe che portassero a casa sua una parola di amore, una consolazione; e se invece d'un carceriere avesse un uomo dinanzi, lo supplicherebbe di portare almeno un pane ai suoi figliuoli. Poveri suoi figliuoli! aspetteranno la sera, quandotornato a casa gli asciugavano il sudore della fronte, lo ricingevano di carezze, di baci, di mille dimande, – e mangiavano insieme il pane delle sue fatiche; – aspetteranno la sera, e non lo vedranno venire. Oh! concepite voi l'angoscia di aspettare indarno la creatura che vi ama, e che vi nodrisce? – La sera è diventata notte, e non lo vedono venire poveri suoi figliuoli! lo vanno a cercare di su e di giù, ne dimandano a chi trovano, lo chiamano ad alta voce, ma vanamente; s'è fatto più tardi che mai, e il padre non viene. Santa Vergine! che sarà successo di lui? – Allora il dubbio comincia le sue torture, – li fa sperare, e disperare, – piangere e ridere, – li rende insani col vortice della sua fantasmagoria, – vortice infernale, illuminato d'una luce livida, dove passano rapide rapide mille figure diverse, – dove or sì, or no, comparisce in fondo una bara. Poveri suoi figliuoli! pensano ancora, che possa esser morto! E quella sera non hanno mangiato, nè mangeranno. – E la fame non è sola; – la fame ha fatto alleanza col crepacuore.

Il pover'uomo non ha potuto profferire una parola, e si è rincacciato nel cuore tutte le sue passioni come altrettante spine. Credeva di dir tutto col volto, ma un soprastante, fosse dotto ancora nelle lingue orientali, – fosse pure un Mezzofanti, – non sa leggere la sventura, o se la legge non le sa rispondere. Il soprastante non ha letto l'immenso volume di affetti, che spiegava la tramutata faccia del carcerato; – o se l'ha letto, per tutta risposta gli fa sentire il cigolio delle chiavi, e dei catenacci.

Il soprastante è partito.

················

E tu pover'uomo, sei rimasto impietrito, soverchiato dalla foga delle tue passioni. Il peggio è, che non puoi piangere ancora; ma piangerai più tardi, – non può mancare. – Una lagrima fu data alla gioia, una lacrima alla sciagura; – la prima rinfresca, l'altra arde come la lava. – Piangerai più tardi, e il tuo pianto sarà bello, perchè non sarà tutto per te; – piangerai pei tuoi figli, per la madre se l'hai, forse per un amore, forse ancora per una patria.

E perchè vi stringete nelle spalle, come se il cuore del povero non potesse palpitare per un nobile affetto, come se l'intelligenza del povero non potesse valicare le regioni concedute alla mente umana? Sapete voi cosa racchiuda quel cranio? Quando meno vel pensate, potreste rinvenirvi gli elementi da farne un Michelangiolo, un Byron, un Bolivar. Conoscete voi la vita degli uomini grandi di tutti i tempi, e di tutte le nazioni? Plauto era schiavo, e girava il molino, – ma la sua Musa fu salutata da un popolo di eroi. E quando una povera donna alla sera cantava le sue canzoni di madre a un povero bambino, e sospirava guardandolo, e pensava che un giorno forse non avrebbe un cognome, – sarebbe un mendicante, – al più un lavoratore della campagna, avrebbe creduto mai di cullare Shakspear, Rousseau, Franklin, di cullare il Correggio, e Masaniello? avrebbe creduto mai, che da quel verme un dì sarebbe sorta la farfalla destinata a libare fiori immortali nei campi della Gloria e della Bellezza? – L'organismo umano rompe le leggi della gerarchia sociale, – e quando l'Occasione batte sul vivo unpopolo, allora si scorge quale delle classi possa dar più scintille. Allora la storia non è più confinata in un gabinetto a sommare le partite di frodi, che la diplomazia ha segnato nei numerosi suoi protocolli; non è più stipendiata a descrivere una guerra puerilmente sanguinosa, ove non si vedono in cozzo che due bastoni di maresciallo. La storia si slancia da quelle angustie, e la superficie nel mondo è la sua pagina, ed ogni linea che v'incide è un tratto di luce; – allora la Rivoluzione Francese sorge come un'epopea magnifica, immensa; sorge Mina e l'Indipendenza Spagnuola; sorge la lotta titanica della Grecia moderna. Oh! gli ultimi eroi della Grecia non erano cavalieri dello spron d'oro!

Sì, pover'uomo; il tuo cuore puògemere per me, per la patria, e per te. Dacchè non posso sollevare le tue miserie, e quelle dei tuoi tanti fratelli, io non voglio toglierti un cuore, che forse avrai più buono e più generoso del mio. Io non voglio toglierti quello che non posso darti.

Certo, se tu fossi solo nel mondo, come alcuni sono, non so se per questo più o meno miseri di noi, a quest'ora avresti già preso il tuo partito; – avresti mostrato fronte ferma alla cattiva fortuna; – avresti cantato non so quante canzoni; perchè il povero in mezzo agli stenti e alla sua nudità, quando ha il cuore franco, canta del continuo, – canta allegramente come un uccello, che si alimenta di quel che trova, e muta nido ogni sera.

Ma tu non sei solo; – e sei rimasto immobile, come tocco dalla folgore. Ora perchè guardi le muraglie? perchè crolli mestamente la testa? – Tu hai ragione; – non hai che due mani, e non son buone a fare una breccia; – tu guardi l'inferriata, ma èdoppia, e ci vuole una scala a salirvi; – tu guardi la porta, ma è grossa, e foderata di ferro, e sigillata in maniera, che non dà l'adito neppure a un sospiro. Oh! il tuo sospiro non penetra di là nel mondo; e il mondo già non l'udrebbe, o penserebbe che fosse aria traverso uno spiraglio. E poi, cosa farebbe il mondo del tuo sospiro? Il mondo vuol godere, e chiama breve la vita, breve tanto, che mala pena dà tempo di pensare a sè. E poi, il mondo non ha inventato le carceri, le torture, i patiboli, non ha inventato mille delitti, che la Natura umana non riconosce? –Requiem æternam.– Ti hanno deposto in un sepolcro, e non sei ancor morto; – t'hanno deposto in un sepolcro, senza lumi e senza canti, come il suicida. E il mondo spensieratamente ti si agita dintorno col suo dramma pieno di rumore e di vita.

O pover'uomo! potessi tu almeno dormire, potessi almeno posare su quella tavola le tue membra stanche, accasciate da tanti affanni! Ma il dolore non dorme mai; – veglia inesorabilmente, veglia come un marito geloso, perchè il mondo è suo, perchè addormentandosi teme di allentare gli artigli, teme che la preda gli fugga.

— Uf! non è anche finita con quel vostro Povero? Quasi quasi gli date più noia voi, che la sua disgrazia. — Queste parole mi pare di sentirmele già arrivare alle spalle. E, se devo dire il vero, con quel mio Povero mi ci sono trattenuto un poco più del dovere. Ma che volete? Il solo Dio senza difetti. – Io l'ho questo vizio, preso fin dai primi anni;quando comincio, non la farei più finita. E non ho riguardo alla pazienza di quelli che mi stanno a sentire; – non serve, che sbadiglino, che spurghino, che si dimenino. Tutt'altro; – allora vado più che mai per le lunghe; direste ch'io lo faccio apposta; e può darsi: non lo sapete il proverbio? – Ogni vipera ha il suo veleno. – E tutto il male fosse qui! lasciamo andare; – ci sarebbe da discorrer troppo. Ma veramente, se devo esser giusto, con quel mio Povero mi sono trattenuto un poco più del dovere: – quando è vero, è vero. Figuratevi! non ho neppur desinato! Non ho potuto veder desinare il Signore! E oramai chi sa, se sono più in tempo! È la verità che i signori vanno tardi a pranzo, e durano un pezzo; ma non c'è rimedio; – ho fatto tardi; – l'orologio mi condanna. Questa poi mi dispiace. Son tanto curioso! vorrei veder tutte le cose, – anche quelle che mi facessero storcere la bocca. Non potete immaginarvi quanto pagherei a potere stare accanto senza esser veduto a......

(Qui il Manoscritto è affatto inintelligibile).

Dio sa quanto pagherei! Badate, non farei quei mestieri per cosa del mondo; – non mica che vi sia nulla di male, – ma per non entrare in intrighi, per non avere a rispondere, per non aver da far niente. Io sono il cristianello fuggifatica per eccellenza; – mi basta di sapere, e non vado più là. — Ma che faresti di tante cose, quando tu l'avessi sapute? — Io lo so quel che ne farei. Farei tanti calcoli, tante figure, tirerei tante linee, che, se voi non conosceste appieno chi sono, mi pigliereste per un fattucchiere! Oh! se potessi rubare quella bottiglia dove stava rinchiuso il diavolo zoppo! grave come voi mi vedete, mi metterei al repentaglio di andarla a rubarein cima a una cuccagna! Immaginate voi che piacere di fare un viaggio sui tetti col mio diavoletto a vedere tutti i fatti degli altri! immaginate voi che sorpresa a trovare un amico la mattina, e raccontargli che dormiva all'insù, – che dormiva per parte, – che aveva in capo un berretto, o una cuffia!.... immaginate voi che sorpresa, che piacere! Quando io ci penso, vado in estasi! Altri sogna di vincere un terno, altri d'esser fatto gonfaloniere, altri che i grani rincariscano; – io sogno sempre il diavolo zoppo, e se potessi averlo, anche un'ora sola del giorno, lo piglierei rovente come un ferro infuocato. Se poi volesse far meco vitalizio, io vi so dire che farei di tutto per averlo, che farei miracoli. Mi adatterei a lavorare una parte della giornata, – mi adatterei per averlo anche a camminar lesto.

Ma vedete s'io dico il vero? Dianzi era tardi, – ora a forza di ciarle è più tardi che mai, ed io non mi sono anche mosso. È inutile, – io lo so, – il pelo si perde, ma non il vizio. Andiamo per quel che saremo in tempo. Chi vuol venir meco? Su via, qualcheduno venite; ho piacere che tutti godano. Ehi! là, galantuomo! voi che mi avete l'aria di esser sempre digiuno, che mi avete l'aria di voler arrivare così fino a dimani, volete venire a sentire, e a vedere? Guardate! un cane è già sotto alle finestre, – ha levato il muso da terra, – e guarda in su fiutando, aspettando la provvidenza. Ma voi ridete! Ah! io intendo bene quel riso amaro che avete fatto; – il supplizio di Tantalo non vi aggrada. Il cane è corso per le sue buone ragioni; quella bestia è a miglior partito di voi. Un cane può mangiare un osso se non gli danno la carne; – l'uomo pure mangerebbeun osso sovente, ma i denti non gli servono.

Amici, io ci sono: – vedo il Signore che lavora lavora con un coltello intorno a non so qual cosa, – par che tagli un non so che di duro; – in che diavolo si affanna il Signore? – di qui non ci scorgo troppo, – voglio farmi più appresso.

Pta!l'avete sentito? un tappo ha baciato i travicelli; – èSciampagnaper...!

Io non lo sapeva, – la pigrizia è la mia rovina; – ella mi si è fitta nell'ossa, e per cagion sua non sarò mai un uomocomme il faut. Sono arrivato alla fin del banchetto, e potevo esser venuto al principio. Sono arrivato alle seconde mense volgarmente dette ildessert. Ci vuol pazienza, ma non posso dissimularmi la perdita enorme che ho fatto. È una perdita seria, effettiva. Io che son tanto curioso non ho potuto vedere il desinare d'un signore dal cominciamento alla fine! io che ho veduto così di rado desinar dei signori, – che vedo sempre a mangiare dei poveri, – e che perfino quando mangio io stesso ho di faccia alla tavola uno specchio antico, lungo lungo, che mi ridice tutto appuntino, e senza pietà! È una stizza maledetta, che mi farebbe dare al diavolo; – non c'è maniera nè anche di potersi illudere.

Io ve l'ho detto, – la pigrizia è la mia rovina; – che ci fareste voi, che non ci avete niente a che fare? io stesso, io parte interessata, non ci faccio nulla. Ma zitti! zitti! ve lo chiedo in carità; – parmi di sentire aprir l'uscio pian piano; – ella è così; – l'orecchio non mi tradisce, – è lungo più del bisogno; – la mia vocazione era di farmi dottore, – mio padre non ha voluto, – io non ci ho colpa.

Ella è così; – l'orecchio non mi tradisce; è stataschiusa la porta. Venite, venite; io non dico per ischerzo; – il carceriere s'inoltra in punta di piedi, – non fa un rumore, – è leggiero come un alito; – un gatto ne perderebbe al paragone; – è carico, che non ne può più. Cosa ha messo su quella tavola? – Ora ho visto bene; – è un bel lume all'Inglese; – ora ha posato un calamaio, della carta, dei libri; poffare! di dove se la cava tanta roba? zitti! zitti! vediamo che si leva di seno; – oh bella! sono i giornali; e perchè no? – il Signore deve sapere come vanno gli affari, – anch'egli ha il suo partito in politica, – e poi ha una somma sui fondi di Parigi, un'altra su quelli di Londra; – se non gli premono iTories, o gliWhigs, se non gli preme iljuste milieu, lagauche, ladroite, i consolidati gli premono; premerebbero anche a voi, se aveste che fare coi fondi.

Il Signore guarda tranquillamente il soprastante in facende, e tiene un bicchier diPortovicino due dita alla bocca. Il Signore è tranquillo, beve e lascia fare il soprastante.

— Or ora verrà il caffettiere. Vossignoria beverà unMokastupendo, e bollente. Sentirà che Rum! Giammaica di nome e di fatti. —

Il signore gli risponde additandogli una bottiglia, e un bicchiere. Il soprastante riverisce, e butta giù stringendo gli occhi.

— Quegli avanzi li volete?

— Troppa grazia, Signore.

— Prendeteli, mi fate un piacere, mi levate il cattivo odore di camera.

— Con Vossignoria io non so che obbedire. — E la sua parola non manca. Gli avanzi del pasto son lauti; – prende, prende, e riprende. Soprastante! soprastante! tu credi che nessuno ti veda, ma io tivedo. Quando si tratta di prendere, la gioia ti moltiplica le mani; – per pigliare tu sei Briareo. Vedete! piglia con tanta foga, che ha messo per infino una posata fra gli avanzi, e se n'è accorto per miracolo. Ora è così pieno zeppo di roba, che vuol essere un brutto impaccio a licenziarsi col solito inchino; – nondimeno vuol fare il suo inchino; – eh! soprastante! hai avuto propriamente un Santo dalla tua! la testa ti pesa più che non credi, e poco è mancato che tu non faccia un capitondolo.

Il Signore ha riso veramente di cuore, e si è levato da tavola.

Che buon odor di caffè! Sentite, il profumo vien fino a noi; – come mi lusinga le nari! Questa volta il soprastante l'ha detta giusta; è unLevantelegittimo, e carico per bene; oh! non si sbaglia; io non so come; ma me ne intendo.

Attenzione! attenzione! Il Signore si fa inverso la finestra; – eccolo là fisso fisso; – ha dato uno sguardo verso di noi, e poi l'ha ritirato, come se noi non fossimo nessuno; eh! ve l'ho detto sempre; saranno buoni, affabili come volete, ma, dàgli e ridàgli, il ticchio del signore vien sempre a galla. Che bella pipa, eh! – bianca come il latte; – non è mica di gesso, che abbiate a credere! – è spuma di mare, e sarà costata le belle monete. – E il tabacco? – èLatacchiapretto pretto, come voi siete un uomo. – E che foglio legge? – che disgrazia l'esser miope! – Maestro Santi, levatevi un po' di cavalcioni al naso quel vostro paio d'occhiali, che voglio leggere il titolo del giornale; – tanto voi non sapete leggere; – ho capito:Journal des Débats, ho capito; il Signore è del partito ministeriale; – non può essere a meno: chi ha dei fondi cosa deve fare? Cosa fareste voi, che non ne avete? – Come legge attento! Si vede bene, che vuole intendere. – E non è mica brutto il Signore! – colore bianco e rosso, carni fresche, un viso tondo, una testa tonda, un bell'occhio tondo: eh! ci si vede l'uomo, che se la gode, e lascia arruginirsi chi vuole; – nel suo giustoembonpoint; se non capite il Francese, andate a scuola; io lo capisco. – E quant'anni gli date? – Alto alto, a vederlo, io dico che passa la trentina; – come no? sentite, giù per lì dev'essere; sbaglio di rado in quanto a fisonomie. — E il Signore non ha moglie? — Chi ve l'ha detto? l'ha presa non è anche un anno, e di par suo; – e che buona dote! e che bella ragazzina, se voi l'aveste veduta! poteva bersi in un bicchier d'acqua. — E le vuol bene? — Così così, tra il freddo e il caldo; – badiamo veh! non la strapazza mica, non la bastona, che non aveste a crederlo voi altri, che misurate tutto sul vostro braccio; – non la cura troppo; – eh! il Signore ha un affare vecchio; non lo può lasciare; ha provato, ha riprovato, – è stato impossibile; – c'è una malia di mezzo.....

E intanto che le ciarle piovono a fiocchi come la neve, il Signore ha finito di leggere, e chiude non solo le finestre, ma le imposte pur anche.

Cappita! quel chiudere ancora le imposte m'è andata giù male. Se avesse chiuso le finestre soltanto, col vedere metà dai vetri, e metà coll'indovinare,faute de mieux, mi sarei contentato. È agra davvero, e bisogna esser curiosi per convenirne. Vedete voi, che stravaganze! Che il Signore faccia lasiestaè nelle regole, lo vuole ilbon ton, lo vuole il ben esseredel corpo; ma non lasciarsi veder dormire è una stravaganza; – lo dico e lo sostengo, ora e sempre, –ahora y siempre. – Come farò a render conto del come dorma il Signore? Se dorma supino, o dalle due bande, se dorma vestito o spogliato? Poh! è una disgrazia, è una lacuna irreparabile in questa istoria, che non saprei come riempiere, se non coll'andare a dormire pur io. E badate, che ci riesco, e son capace di farlo. Vedete voi, che stravaganze! quel chiudere le imposte mi ha fatto un danno del diavolo. Chi sa quanto tesoro d'osservazioni avrei potuto raccogliere dal sonno? Vedete, io sono così sottilmente curioso, che dalla faccia e dai moti del dormiente mi sarei studiato d'investigare i sogni, che gli passeranno traverso il cervello. E poi, non poteva darsi, che fosse un di coloro, che parlano fra il sonno? Chi sa cosa avrei potuto sapere? – cose, che il Signore non avrebbe dette all'unico suo amico, che non avrebbe dette nè anche all'aria, che forse avrebbe stentato a dire al capezzale del letto, quando il prete ti dà un passaporto in latino per l'altro mondo:Proficiscere, anima christiana; che significa: vattene, anima cristiana. Il tono è un poco assoluto, ma il tempo stringe, e non ne avanza pei complimenti; stringe tanto, che i morti non hanno tempo di provvedersi di nulla, e dalla fretta perfino partono ignudi. – Vedete voi, che stravaganze! sul più bello mi chiude in faccia le imposte! io ho perduto un tesoro! Per un curioso, credetelo, queste sono le pene dell'inferno.

Potessi almeno sentirlo russare! mi contenterei anche di questo. Ma che volete? I signori non russano. Oibò! labienséancenon lo permette. Dormono leggieri leggieri, che non è cosa da credersi. Dormonocon tanta disinvoltura, che io n'ho veduti dì quelli, che tutti credevano desti, e pure dormivano. Come vada io non lo so, – ma il suo perchè ci dev'esser sotto. Basta, quando io sarò signore, venite, e ve ne dirò la ragione.

Non v'è rimedio; – il meglio è darsi pace. Vuol dormire il Signore, senza che nessuno lo veda? Ebbene, ch'ei dorma; io non glielo posso proibire. Silenzio dunque, lasciatelo dormire.

Mi par mill'anni che passi quest'ora! Uh! le finestre son sempre chiuse, – nessuno si fa vivo. Non so più quel che fare; sono andato su e giù lungo la strada come un pendolo, e le gambe si protestano, – non ne vogliono più sapere. Che diavolo! quel Signore non ha discrezione! ora potrebbe alzarsi; – il sonno soverchio ingrossa il sangue, e, quel che è peggio, fa ottusa la testa. È vero ch'ei può farne di meno, – ha una buona borsa, – ha più del bisogno. Giova tanto poco la testa! per i più non la vedrei necessaria, se non fosse che la portassero per farsela tagliare. A me fin qui non ha reso che il dolor di capo, e Dio voglia che resti lì. – Ma le finestre son sempre chiuse! O pazienza, pazienza! è passato un carro, che ha fatto rintronare anche i tegoli, ma il Signore non l'ha sentito. Si vede bene, che ha una buona coscienza! dormire di quella fatta! come farà stanotte? felice lui! non ha debiti, non ha inquietudini, e però fa tutta una tirata. Eh! non son bagattelle! son due ore buone che dorme; – il Sole è andato sotto, che non è poco; – già già si fa buio. Oh! si desti, mio bel Signore, che farà un'operameritoria per me. Se potesse sognarsi, ch'io son qua fora, e mi struggo per lui, già si sarebbe levato. Sì, ho un bel dire; egli dorme, e lascia vegliar chi vuole.

Tanto tonò, che piovve. Ho sentito rumore, – qualche sedia rimossa dal luogo. Eccole finalmente riaperte quelle benedette finestre! Non entro più in me dall'allegrezza! Potrò nuovamente veder qualche cosa, – potrò raccontarla. Mi son sentito rinascere; – viva il mio buon Signore! egli ha dormito di pro, – si scorge agli occhi, alla faccia, alle membra che stira saporitamante. Ora beve un bel bicchier d'acqua; – eh! ci vuole un bel bicchier d'acqua; – sta nelle regole di chi sa ben vivere. – La buona vita fa la buona morte. Ora si affaccia alla finestra canterellando un'arietta; – mi par dellaGazza Ladra, se non m'inganno; – e intanto si aggiusta sulla fronte una bella ciocca di capelli castagni, e intanto respira l'aria fresca della sera, che finisce di risvegliarlo, e lo rimette nello stato di prima.

Appena il mio Signore è ben desto, scuote risolutamente la testa in atto di accingersi a qualche facenda di rilievo. Staremo a vedere quello che saprà fare il Signore. Intanto dal movimento della bocca mi accorgo, che ha dato un ordine a qualcheduno ch'io non posso vedere, perchè rimane nel buio. Già me lo immagino sarà il soprastante. Già ho capito il tenore dell'ordine: era di accendere il lume; – non pensate mica un lume solo; – tutt'altro! – questo non usa, che in casa vostra, quando non è Luna piena, perchè allora prendete quel della Luna, che non ha bisogno di essere smoccolato, e dura la notte; – ma avranno acceso benissimo la mezza dozzina dei lumi, e più ancora. Guardate che lucelarga e brillante prorompe fuor delle stanze! non vi sentite rallegrare a guardarla? È incontrastabile, – i lumi son sei, se non son otto; – vorreste negar la luce?

Ma stiamo attenti a quello, che vuol fare il Signore. Ecco, egli ha tolto in mano un bel mazzo di penne nuove; – ecco, ne tempera una, – ne tempera due, – ne tempera tre. Badate là, – ora prende un quaderno di carta, e la esamina di contro al lume. Per Bacco! è fina davvero quella carta, e indorata sugli orli! Eh! non vuol mica scrivere al fattore; si vede chiaro, che scrive a dei pezzi grossi!

Non vi movete. Che ve ne andate di già? – ora viene il meglio. Ecco, il mio Signore s'è messo al tavolino; – ecco che ha già cominciato. Fin qui non v'è molto da raccapezzare, ma pur qualche piccola cosa. Per un curioso tutto è buono; – il minimo che mena a delle scoperte importanti. Dall'ombra, che si disegna sul muro, vedo la sua testa via via inclinarsi e rilevarsi; – vedo tuffar la penna; – ora s'è grattato dietro all'orecchio destro; ha stracciato un foglio; – la lettera non veniva a modo suo; – un foglio nuovo, e da capo. Ora sì, che tira via, – ha trovato la strada, – non si ferma un istante, – la passione gli guida la mano. Oh! se la passione crescesse! se lo impegnasse a profferire ad alta voce quello che pensa, e che mette in carta tacitamente! Dall'allegrezza farei un salto mortale. E badate, spesso succede; e quando la passione dice davvero, non v'è più ritegno. Dimandatene agli scrittori; – pare che quel dir forte l'idea, che vanno a scrivere, la faccia completa, come la mente la concepisce. E di fatti è così; la declamazione è il colorito del pensiere. Ma zitti! zitti! il Signore s'impegna; – sentoun mormorio; – crescerà, se Dio vuole, – diventerà voce scolpita; – diventa, diventa! Oh! io sono un uomo felice, io credo nella mia buona stella! – Ascoltiamo: – uh! se non fosse il vento, che me le mangia mezze, sentirei tutte le parole; ma mi contento; ascoltiamo:.....una nera calunnia.... così non si tratta un gentiluomo.... badare a ciò che si fa.... scoprire la cabala.... guai a lui!.... so maneggiare una spada.... Siamo il più..... sostegno dell'ordine.... la canaglia in prigione, sta bene; ha..... d'un freno.... l'anarchia regnerebbe.... le..... classi vanno rispettate.... riprese, ma non punite..... la canaglia si crede qualche..... e la Ragion di Stato è.... princìpi son conosciuti..... innocente.... non deroga a sè stesso.... riparazione pubblica.... conveniente alla mia condizione... servo – Cavaliere Scipione Frullanotti Marzocchi.

Oh! vediamo, se la metto insieme; – ho tanto in mano da ripromettermene bene.

«Eccellenza!

«Fino di stamane io sono stato tradotto nelle prigioni di questa città, senza poterne indovinare la vera cagione. Vado convinto, che Vostra Eccellenza, appena saputo il caso, darà tutte le disposizioni necessarie, perchè io sia quanto prima rimesso in libertà. Credo fermamente, che una nera calunnia abbia motivata una tal misura. Però così non si tratta un gentiluomo. Conviene badare a ciò che si fa in materie tanto delicate. Impegno la giustizia di Vostra Eccellenza a scoprire la cabala, e l'uomo perfido, che l'ha tramata. Guai alui! se arrivo un giorno a conoscerlo; – so maneggiare una spada, e sul terreno vedremo a chi sta il buon diritto. Noi gentiluomini siamo il più saldo sostegno dell'ordine, e meritiamo assolutamente riguardo. Che vada la canaglia in prigione, sta bene; ha bisogno d'un freno, e senza questo l'anarchia regnerebbe. Vostra Eccellenza conosce e sente, che le alte classi vanno rispettate, e quando cadono in fallo vanno riprese, ma non punite così volgarmente. Se no, la canaglia si crede qualche cosa, – l'ordine si confonde, e la Ragion di Stato è perduta. Io fortunatamente non sono nel caso di aver commesso nessun fallo. I miei princìpi son conosciuti abbastanza; – sono innocente; – e un gentiluomo par mio per nessuna bassezza non deroga a sè stesso. Mi dirigo pertanto a Vostra Eccellenza, perchè l'onor mio abbia una riparazione pubblica, immediata, e conveniente alla mia condizione. Al tempo stesso Vostra Eccellenza accolga le proteste della mia più alta considerazione.

Di Vostra Eccellenza

Umilissimo e Devotissimo Servo

Cav. Scipione Frullanotti Marzocchi.»

Aha! mi sento riavere. Mi è costata fatica, ma pure l'ho messa insieme. Eh! quando mi picco, mi picco. Ho fatto più d'un naturalista, quando da pochi frammenti d'ossa ricompone in un insieme perfetto la struttura d'un corpo qualunque. Sì, ho fatto più d'un notomista; – il corpo è una cosa certa, e definita; – lo spirito è vario, incerto, e mobilissimo. Son contento come una pasqua! contento come unsonettista quando ha trovato una bella chiusa! Sì, ne son contento, ne vado superbo; – confrontiamo la mia coll'originale, e scommetto che non ci corre una sillaba.

Ma va, che l'ho fatta bella! Un po' col rimettere insieme la lettera, un po' col compiacermene, il tempo è trascorso, e il mio Signore ha scritto le rimanenti, ed ora v'è sopra a calcare il sigillo. Ma va, che l'ho fatta buona! e adesso come si stilla? è una rottura, che non si accomoda; – chi è che sappia leggere una lettera già sigillata? Potessi averla nelle mani, farei l'estremo di mia possa; – ma vàlle a toccare, se ti riesce! Eccole là! io magari le toccherei! – ma il Signore non ci è per nulla in questo mondo? Eh! non c'è rimedio! eccole là! – il morto è sulla bara; – son quattro giuste giuste; – posso sfogarmi a leggere la sopraccarta, mercè delle lettere lunghe un mezzo dito: – basta! è meglio poco che nulla; – eccole là! son quattro in fila, nè più nè meno; si leggono come di giorno; – la prima al Marchese, l'altra al Ministro, la terza all'Arciprete, la quarta alla Contessa. Poffare! si vede bene che al Signore è già venuta a noia la prigione, che vuole uscirne perfase pernefas. Tutto vien messo in moto, tutto a contributo, per uscir di prigione; – la toga, e la spada; lo scrigno, la cantina, e la donna. — In prigione ci hanno a stare i poveri e i matti. — Voi parlate come un libro, mio bel Signore. Sì, venite fuori, anch'io lo desidero; – così potrò vedere più da vicino i fatti vostri. Voi n'uscirete senz'altro, – avete troppe ragioni dalla vostra; – solamente quei titoli, che a profferirli soltanto fanno tremare i chiavistelli! Sì, mio bel Signore, voi n'uscirete, e presto; – io lo desidero anch'io, per voi, e per me.

Ma che sia quella carticina breve breve, elegante elegante, che il Signore guarda e riguarda, di sotto e di sopra, e a guardarla gli sfavillano gli occhi? Forse un biglietto da visita? Eh! giusto! è unbillet doux, – è una cosa, che mi passa l'anima per non averla sentita. Scrivermi unbillet douxsotto gli occhi e non poterlo sentire! Se ci penso un momento di più, addio cervello, addio tutto. Unbillet doux! non vi par di dir nulla, unbillet doux! Io che per leggere unbillet douxnon avrei quasi scrupolo di portarlo! Io, che, se potessi leggerli tutti, non vorrei far più altro; – lascerei tutto, il teatro, la taverna, la scienza, i crocchi, l'amore, i vizi e le virtù; – non mangerei, non dormirei, farei la vita d'un martire, mi ridurrei magro come un Cristo di Cimabue! Oh! se ci penso dell'altro, voi ne vedrete delle belle! – una e una due; – ma questa è più agra dell'altra; – questa, e l'affar dell'imposte mi fanno dubitare della mia buona stella.

Certo la mia buona stella in questi due casi si è portata male; – una cometa non poteva farmi di peggio; – e poichè ella ha preso la mala piega, stimerei prudenziale di levar le tende da questa strada onde non m'avesse a incogliere un qualche malanno più grave. Già l'ora è tarda; – saranno l'undici al tocco e non tocco, e non passa più un'anima. Tuttavia, se devo confessarmi giusto, me ne vado malvolontieri. Non so chi mi lega, ma ci starei tutta la notte. Ma zitto! sento salire una scala, – sento girar mollemente una chiave; vedete cosa vuol dire un minuto? Un minuto spesso decide di tutto; – spesso non ci è tesoro, che possa pagare il valor d'un minuto. — E chi sarà in un'ora sì tarda? — Ohbella! è il solito soprastante, colla solita voce, e colla solita frase:

— È permesso? si può passare?

— Appunto voi; passate, passate.

— Ho forse tardato troppo?

— No, siete venuto in tempo: ho finito in questo momento. Eccovi un mazzo di lettere; dimani a un'ora competente, che sieno tutte spedite. Non fate sbagli, vi raccomando; son cose che premono.

— Vossignoria non dubiti di nulla; conosco ad una ad una le persone a cui vanno, e senza adulazione posso dire, che Vossignoria non potrebbe esser meglio appoggiata; son persone che fanno e disfanno, e dopo non c'è nulla a ridire. Ella già non ha bisogno di tutto questo; – si vede bene l'equivoco; si vede bene che hanno preso un granchio, e non vorrei esser nei piedi di chi s'è preso un simile arbitrio. Specialmente quando lo saprà la Contessa, è capace di sputar fuoco. Io son vecchio di queste cose, e so come vanno a finire. Alberghi come questi non sono per la gente par suo. Quando io la vidi arrivare, trasecolai, credetti dì travedere. Si figuri, son quarant'anni che faccio il mestiere! si figuri, se non conosco un uomo alla cera; appena lo vedo, comprendo subito di quel che si tratta; di questo posso vantarmene. Stia allegra Vossignoria; – riposi bene; – se stanotte ha bisogno, non faccia che chiamare; io dormo qui vicino, e son sempre all'erta.

— Non andate anche via. Ho un'altra commissione da darvi. Vi siete già scordato l'affare, di cui vi ho parlato stamani?

— Perdoni Vossignoria, sono uno smemoriato, però mi ricordo di tutto. Il numero, mi pare, 1613?

— Certamente, e dev'essere un palazzo con due riuscite. Eccovi la letterina; fate che recapiti con bel garbo. Già non ci andrete voi?

— Eh! diavolo! che mi crede ammattito affatto? Son uomo di mondo anch'io, e nessuno mi deve insegnare. Non pensi, si lasci servire. Ci mando la mia Rosina, e la cosa vien fatta d'incanto. Ha null'altro da comandarmi?

— Null'altro per ora.

— Dunque la lascio in libertà; riposi bene; buona notte.

— Buona notte. —

Ed io scrittore, che sono in prigione anch'io, e non ho nessuno che me la dia, giacchè la buona notte mi è capitata sotto la penna, me la dò da me stesso, e faccio conto di andarmene a letto.

— Ma il Povero dov'è rimasto? — Che v'importa del Povero? se, invece di essere freddamente curiosi, voi foste pietosi anche a mezzo, non mi avreste lasciato andare solo solo a cantargli l'esequie; ma mi sareste venuti dietro, – vi sareste arrampicati uno sull'altro per arrivare alle sbarre della prigione, – avreste consolato quel misero colla vista d'un volto umano, – vista più cara del cielo in quella oscura solitudine; lo avreste chiamato per nome, – gli avreste gittato un pane, una parola soave di compianto; avreste infuso olio e vino nella ferita, come il Samaritano dell'Evangelo; – e invece avete fatto peggio del Fariseo, – non gli siete passati neppure d'accanto. Che v'importa del Povero? Non siete voi freddamente curiosi? Non siete voi egoisti? Non sietevoi venuti meco a veder la vita del Signore in prigione per alimentare un cupo sentimento d'invidia? Non v'ho io veduti percossi da un brivido allo spettacolo degli ori e degli argenti, degli arredi preziosi, delle laute vivande? Non ho io sentito le vostre voci, le vostre esclamazioni, che la passione mandava fuori velocemente come dardi, – e il calcolo non avea tempo neppure di coprir loro le vergogne? – Non ho io veduto passare sulle vostre fronti un nuvolo di pensieri diversi, ma tutti armati di artigli? Ecco perchè veniste meco a vedere il Signore. Non siete voi egoisti? Il Povero non aveva nulla da farsi invidiare, – invece aveva bisogno d'una consolazione, e d'un tozzo di pane. – Ecco perchè non siete venuti meco a visitare il Povero. Non siete voi egoisti? Ed io non sono un egoista? Io non mi fido della mia pietà; e, se l'ultima somma è più sicura della prima, parmi di aver trovata la vera chiave del motivo, per cui mi son trattenuto tanto tempo Povero. Sentite, se vi torna. Ho veduto che nessuno si curava dell'infelice, – e allora io mi son mosso, – gli sono andato d'intorno, per l'idea d'esser solo, per contradizione. – Ho fatto come Diogene, che andava al teatro quando tutti n'uscivano. Certo, per contradizione; – e, se la cosa è così come io la espongo, allora alla pietà tocca il secondo luogo, se pure un luogo le tocca. Non sono io forse un egoista? non è la contradizione un egoismo? La beneficenza stessa non è sovente un egoismo? Perchè in certi Stati si sviluppa più che altrove lo spirito di associazione, lo spirito di sovvenimento? – Perchè l'ambizione è palpata, perchè l'indomani un giornale deduce a pubblica notizia il benefizio, e il nome di chi l'ha fatto. Gesù Cristo conobbe questopeccato dell'umana natura, e per questo inculcò come un dovere sacro, come un precetto di religione inviolabile, il fare l'elemosina quando nessuno vede; tentando così con un dogma di vincere una tendenza dell'anima, tentando di assuefare l'umanità a fare il bene sempre, e sinceramente, non a sbalzi, quando lo comanda l'ostentazione, la debolezza, o qualsivoglia altro interesse. Il tentativo fu fatto; ora a voi sta il giudicare, se il buon successo l'abbia coronato. Mettetevi una mano al cuore, e giudicate.

Avete deciso? — Il primo prossimo è sè medesimo. — Questo grido fu infuso nel sangue, e circola per le vene d'ogni mortale, – ponetelo pure in qualsivoglia grado di società; – prendetemi pure il selvaggio errante per le foreste, o l'uomo incivilito, pacifico, abbiente, dell'America settentrionale. E se i proverbi sono la traduzione sommaria di una lunga e costante esperienza, questo è il Vangelo di tutti i proverbi passati, presenti e futuri. – La maggior parte vede l'egoismo sotto una faccia unica; e quando vuole personificarlo, per esempio, piglia per il collo un avaro, l'alza da terra, lo squassa mostrandolo, e grida: specchiatevi, ecco l'egoista. – La maggior parte non capisce nulla in questa materia. – Quel tale, che lapidasse il genere umano a furia di dobloni, sarebbe anch'egli un egoista. Il sacrifizio stesso, che vien citato come il contrapposto dell'egoismo, è pure un egoismo; e il generoso, che muore spontaneo per la difesa di un principio morale, o per la salute di un popolo, muore per l'amore di un sentimento, che gli rappresenta più della vita; muore, perchè, sopravvivendo alla sua idea, la vita gli sarebbe uno scherno, un peso, un dolore intollerabile;muore, perchè nel suo speciale organismo in certi dati casi la vita è una perdita, la morte è un guadagno. L'egoismo è un poligono d'infiniti lati, una scala di tutti i toni, un'iride di tutti i colori primitivi, e composti. L'egoismo è l'uomo, o per dir meglio il moto dell'uomo. Togliete l'egoismo all'uomo, voi ne fate una pietra; non ha più ragione di operare nè il bene, nè il male. L'egoismo è l'unico movente delle azioni umane. Distruggerlo non potete, a meno che non imponeste all'uomo una novella organizzazione; potete bensì modificarlo, sottomettendolo alla influenza potentissima della educazione. L'educazione è buona o cattiva, come sapete; – e dipartendosi da questi due limiti, l'egoismo può esprimere tutte le gradazioni della virtù, tutte quelle del vizio. La buona educazione lo modifica, educandolo a combinare il bene individuale col bene generale. Così l'uomo dovizioso, che altrimenti avrebbe mandato in fumo un milione, orna invece la sua città di utili istituzioni, e in capo all'anno riscatta centinaia d'anime dalla schiavitù del peccato e della ignoranza. E questo perchè? Vuol dire, che la buona educazione con un'arte squisita ha modificato in lui l'Egoismo Vanità, affascinandogli gli occhi con un bel fantasma, e trasportandogli l'ambizione da un oggetto in un altro. – La trista educazione lascia andare l'egoismo come un toro infuriato, e gli aggiugne stimoli sovente; allora ei non cerca che un bene personale, senza badare al sentiero che percorre; – e per avere una borsa d'oro, taglia anche una vita, purchè la trovi di mezzo fra sè e la borsa. Così dipartendosi da questi due limiti l'egoismo può rivestire la gioia serena dell'angiolo, o il riso funereo del demonio; – può esser laRagione o il Fanatismo, – la cicuta o la rosa, – può essere adorato o maledetto. Leonida, che si sacrifica alle Termopili, tocca l'apogeo dell'egoismo virtuoso, e merita un altare, e le ghirlande fresche, immortali, della storia. Nerone, che cerca un aumento di piacere nell'agonia della creatura umana, merita un rogo, e le stimate della infamia.

L'Egoismo è il Proteo del Bene e del Male.

— Avete finito? volete fare una cosa da uomo? scendete di cattedra, e tornate al vostro proposito; – sarà meglio per tutti. Coteste cose, di cui avete preteso ragionare, sono state dette e ridette in prosa e in rima, – son cose vecchie quanto l'egoismo; – e che per questo? – mostratemi il frutto: – coi discorsi si fa poco o nulla; col fiato solo non si può, che spegnere un lume. Che importa a voi, se gli uomini sono piuttosto in un modo che in un altro? Li avete fatti voi? Lasciateci pensare a chi tocca. Che serve inquietarsi pei bianchi e pei neri? Gli uomini son padroni di stare come vogliono. Volete diventar sistematico? Vi troverete a de' begli sconcerti. Fino che son teorie, le cose camminano bene; – vincete sempre voi, – come quel giuocatore che giuocava da sè. Alla pratica poi s'impara a distinguere i bufali dall'oche. Io lo so come vorreste gli uomini; – li vorreste tutti di tre braccia, – di struttura slanciata, – un bel viso color di rosa, – occhio ceruleo, – zazzera bionda, – vestiti di una tunica bianca, – calzati di verde, – e che profferissero da mane a sera orazioni giaculatorie di amor fraterno. E vi dico, che a prima giunta sarebbe un bel colpo d'occhio, – inseguito poi non so. Ma che volete? le stampe non l'avete voi, e il vostro desiderio non può avere sfogo; – e invece di vedere tanti uomini di getto secondo la vostra idea, voi vedete un miscuglio bizzarro oltremodo, un caos, che non finisce più mai. Vedete nani e giganti; – uomini bianchi, rossi, neri, color di rame, di cento colori; – vestiti di mille stoffe, vestiti bene, vestiti male; uomini ignudi; – chi bestemmia, chi dice Messa, chi sta sempre zitto; – e via discorrendo. E per questo? perchè una vostra idea non ha sfogo, vorreste andare a finire in un pozzo? Oibò! non vi fate tentare. Il mondo va preso come il vento, – va preso come viene. Volete contrastare con la corrente? – pensateci prima due volte, – il minor rischio è quello di annegare. Tanto voi lo vedete; – non si sa chi abbia ragione, se il Torto, o il Diritto. Se uno vince oggi, l'altro vince domani; – è un circolo vizioso, – è la serpe, che si piglia in bocca la coda, – non ci si conosce nè principio nè fine..... Il Bene e il Male sono i due sproni del mondo, e lo tengono in carreggiata. Se pungesse soltanto il Male, il mondo, perderebbe l'equilibrio, e cadrebbe tutto da una parte, e così viceversa del bene. Se poi voi persistete nella vostra idea, e questi patti non vi accomodano, allora sapete come fare; – voi, che veniste a caso in questo mondo, siete però il padrone, di uscirne quando volete, e di andare in un mondo migliore a perorare le vostre ragioni. Non dubitate, – ai confini della vita non ci son dogane. Ma forse non avete voi gli anni dell'esperienza, non conoscete le storie, non avete viaggiato e veduto le nazioni in faccia come elle sono? –Bon!cosa ne concludete? – Che l'Errore è un guanciale morbido a modo e a verso, come può esser la Verità, e chemetà del mondo dorme i suoi sonni placidi sopra questo, come l'altra metà li dorme su quell'altro. Mi faccio intendere? parlate schietto, perchè io amo di ragionare. Non avete osservato, che i popoli tengono alla natura degli uccelli? che altri ama il Sole, altri ama la notte? che due princìpi diversi possono descrivere insieme una parallela continua, indefinita, senza mai toccarsi? che la Libertà può affacciarsi al suo balcone, e dalla finestra accanto sentirsi dare il buon giorno dalla Inquisizione? – Chi è convinto coscienziosamente d'un sistema cattivo, vive tranquillo come chi è convinto d'un buono; – non esiste fra loro, che un divario metafisico. – L'uomo poi, che, per legge della sua organizzazione, è superiore o inferiore al sistema che lo circonda, – non può negarsi, – ei ci vive a disagio; – ebbene, vi è il suo rimedio; scuota la polvere delle sue scarpe, e se ne vada gridando come Scipione:ingrata Patria, non avrai le mie ossa.V'è il suo rimedio; – il Francese Carlista può andare in Ispagna, – il Liberale Spagnuolo può venirsene in Francia. La terra è larga abbastanza: –Nemo propheta in patria sua.– Lo vedo anch'io, che, senza sottoporre l'umanità all'archipendolo delle vostre geometrie, starebbero bene tante belle cose! Per esempio, sarebbe bene, che la Fortuna si levasse una volta la benda dagli occhi per vedere almeno chi piglia; – sarebbe bene, che la Giustizia tenesse una stadera sola, e non una per il povero, e una per il ricco; – sarebbe bene, che il Giudice quando va in Tribunale appiccasse al cappellinaio anche le sue passioni per riprendersele quando va a pranzo; poichè bere un fiasco di vino di più non è un terremoto, – dell'altro vino si trova; ma una testa di più o di meno è una cosa seria, attesochèl'uomo non n'abbia che una: – vi ripeto, starebbero bene tante belle cose! sarebbe bene anche, ch'io non fossi in prigione; – e per questo, – se io vado sui mazzi, forse non sono sempre in prigione? che serve ostinarsi, e dar di cozzo nel destino? Tornerete indietro colla testa infranta; e finchè non giunga il tempoad hoc, il vostro sangue non sarà considerato; – i contemporanei appena si prenderanno la briga di guardare, se il vostro sangue era del solito colore, o no.


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