APPENDICE.
Terenzio Mamiani, chiamato a sedere nell'Assemblea Costituente Romana dagli elettori della provincia di Urbino e Pesaro, accettò l'onorevole ufficio con la speranza di far prevalere nel congresso le opinioni sue intorno alla forma di governo; essendo che moltissimi deputati sembravano partecipare a quelle opinioni, e volerle difendere con la parola e col voto.
Nella terza tornata dell'Assemblea, cioè subito che si potè, giusta gli ordinamenti, far luogo alla discussione, il rappresentante signor Savino Savini salì in tribuna, e propose di dichiarare in quell'ora medesima essere i Papi scaduti per sempre dal dominio temporale. Allora il Mamiani, chiesto di parlare, ribattè la proposta col seguente discorso, già pubblicato nelMonitore Romano.
Signori,
Pronunziare ladecadenzadei Papi è dir cosa che racchiude due molto distinte significazioni, le quali fa gran bisogno di ben chiarire e di ben intendere. Dappoichè l'Assemblea Costituente risiede in Roma, e giudica di essere qui mandata dal Popolo tornato in possesso di ogni diritto, i Pontefici non possono più oltre pretendere alcun impero temporale assoluto, nè alcun principio d'autorità il qual sia superiore e nè manco pari a quello che rappresentasi dall'Assemblea. Con tale sentimento, adunque, assumendosi la proposta della decadenza dei Papi, credo che pochi o nessuno dissentirebbe in quest'Adunanza. Ma per ciò che risguarda l'altra significazione, che comunemente s'intende e s'inchiude in quel pronunciato, e ciò è che i Papi non debbano venire mai più investiti, neppure da voi, di autorità principesca; ella è cosa sulla quale desidero di manifestare e di esporre alcuni miei pensamenti. Godo in primo luogo, che la discussione sia subito pervenuta al suo capo essenziale. Alcuni qui sedentidesideravano assai di procrastinare, e che l'Assemblea volesse avanti occuparsi nella legislazione costituitiva del nostro Stato. Ma io godo (ripeto) che il vero quesito, il principalissimo e fondamentale quesito sia subito posto innanzi; per trattare il quale io accettava l'onore ed il carico di rappresentare in questo consesso la Metaurense Provincia. Per tale subbietto gravissimo, e affine di assistere a così grande e solenne dibattimento; benchè io sapessi che il mio nome è caduto e la mia influenza è annullata; benchè sapessi di non poter più fare assegnamento su quella facile udienza, su quel pronto aderire e su quegli applausi frequenti che seguitavano i miei discorsi in altra Assemblea; pure, sciogliendomi da ogni dubbiezza e acchetando nel cuore qualunque trepidazione, sónomi intieramente affidato alla vostra benevolenza e alla vostra giustizia.
Signori, siamo schietti, e fuggiamo le sottigliezze e l'equivocazioni. In Roma, non ci à via nessuna di mezzo; in Roma non posson regnare che i Papi, o Cola di Rienzo. Mostriamoci dunque franchi e sinceri alla prima giunta, e come s'appartiene più specialmente a un'Assemblea popolana e certa dei proprj diritti, quale è questa appunto qui radunata. Dichiarare la decadenza dei Papi in tutte e due le significazioni anzi espresse, vuol dire nè più nè meno che stabilire in Roma il Governo Repubblicano.
Approfittando della benignità singolare, ed anche della ragionevolezza e rettitudine vostra, per cui vi avvisate di lasciarmi libertà piena di opinioni e di parole, proseguirò ad aprire la mia sentenza con ischiettezza e un poco distesamente, come ricerca la materia gelosa e difficile. Innanzi a tutto, io vi annunzio, che qui non intendo discutere minimamente il valor dei principj. In quanto ad essi, io vo persuaso, che poca o niuna differenza interviene fra me e buona parte di questa Assemblea. Io, nel vero, ò sempre opinato che qualora al poter temporale dei Papi non riesca in niuna guisa di conciliarsi e accordarsi con tutte le libertà e coi sentimenti nazionali; e qualora venir non possa delegato in massima parte e rimesso alle Assemblee ed ai Ministeri e conformato via via con la generale opinione, esso continuerebbe oggi adessere quello che, secondo il giudizio mio, è stato troppo sovente, un flagello per l'Italia, un flagello per la religione. Similmente io vi dico, che la Repubblica, al mio sentire, è la più bella parola che suonar possa sul labbro dell'uomo; e dove la virtù e il senno dei Popoli sia sufficiente all'uopo, la Repubblica è del sicuro quel reggimento il quale si confà meglio colla dignità della nostra natura, e tocca l'ideal forma della perfezione civile. Io non questiono adunque nè di principj, nè di massime universali, nè di diritti; io voglio solo fermare l'attenzione vostra sull'indole di alcuni fatti, e indurvi a considerarne parecchie sequele gravissime; e che ne esaminiate daddovero l'opportunità e la convenienza: soprattutto, io voglio insieme con voi ponderare ciò che possono apportare quei fatti alla comune salute e alle sorti estreme d'Italia, la quale io so bene essere nel petto vostro il primo, il sommo dei sentimenti e degli interessi.
Quando i Francesi deliberarono di spiantare il trono di Luigi decimosesto, tenevano a requisizione loro, ed esecutrici del lor volere, trecento e più mila militi agguerriti e disciplinati. Io mi volgo a guardare intorno di voi, o signori, e non vedo l'esercito ch'eseguir debbe i vostri decreti; perchè non suppongo bastare all'uopo le non molte migliaja di uomini che noi possediamo, poco agguerriti finora e disciplinati. Ma v'à di più: dallato alle trecentomila bajonette francesi cresceva ogni giorno e abbondava un'altra forza ugualmente o più formidabile ancora, l'attiva e fervososa adesione del Popolo. Quelle plebi sollevate davano volenterose l'ultima goccia del proprio sangue per la causa Repubblicana; e voi sapete bene il perchè. Al sentimento Nazionale, radicato ed innaturato nel cuor de' Francesi da secoli, aggiungevasi un'apprensione ed una paura assai generale, che il furioso manifesto del Duca di Brunswick si avverasse; e cioè a dire che il Popolo minuto tornasse sotto il peso e l'ingiuria delle servitù personali, sotto il peso delle parangàrie, sotto le avanie, gli spregi, i soprusi, e tutte mai le usurpazioni e le concussioni delle classi privilegiate. Per questo principalmente la moltitudine levandosi a stormo e facendo massa, correva ad affrontare il nemico e a romper col ferro la congiurazionedei re; per questo principalmente rinnovò la Francia tredici volte l'eroico esercito suo. Ma non iscordiamo, io vi prego, non iscordiamo, o Signori, che ciò che la Rivoluzione Francese à raccolto di veramente fruttifero ed utile alle classi inferiori, è pressochè in intero accettato e praticato oggi dalle Nazioni più colte e con saviezza governate. La libertà civile e la parità perfetta innanzi alla legge, l'estinzione dei privilegi e lo svellimento fin dall'ultime lor radici delle soperchierie feudali, buona pezza è che, mercè di Dio, vennero procurati e compiuti in ogni Provincia Italiana. Laonde, non si volendo aver ricorso ai delirj del Comunismo e alle speranze vuote e fantastiche de' Socialisti, quello che si può promettere oggi da noi alle moltitudini perchè ci seguano coraggiose e infiammate, perchè versino largamente e con letizia il sangue delle lor vene, si è un profitto ed un bene poco visibile e poco palpabile, non molto certo, non vicino, non bastante ad accendere la fantasia e lusingar l'interesse.
Peraltro, io sento i giovani generosi rispondermi, che la parola Repubblica à suono portentoso e immortale. La vista del vessillo repubblicano, dicono essi, esercita nel cuor dei Popoli un'invincibile attraimento, e sveglia dovecchessia uno spirito sempre nuovo di splendide azioni e uno zelo infinito diPropaganda. Noi dunque, concludono, afferreremo con fede la santa bandiera, e traendola trionfalmente per le contrade tutte Italiane, troveremo quell'armi, que' tesori, quel séguito e ardore di genti e di opere, che alla vittoria finale della notra causa bisognano.
A me, in considerazione della salute d'Italia, fa grandemente mestieri di seguire con l'occhio e un po' più d'accosto indagare ed esaminare questa trionfale processione del frigio berretto. E prima, concedo che non sarà molto malagevole fare repubblicana la vicina Etruria; e confesso che, nel trambusto e scombujamento in cui trovasi quello Stato, tanto è facile imporgli qualunque forma di governo, quanto difficile il conservarvela. Contuttociò, nè anche in Toscana mi avviso sarà senza dolore il piantare la vostra bandiera; perchè, se il gran Duca si rifuggisse (poniamo) in Siena, si avrebbe forse un lacrimevole saggio del Medio Evo Italiano; e noi vedremmoancora il sangue dei Fiorentini e dei Sanesi bagnare le glebe del più fiorito giardino d'Italia. Pure, ripeto, vi si conceda che la Toscana presto diventi Repubblica; ma non molto di forza, non molto di tesoro, non copia grande di gente, non notabile incremento di armi e soldati recherebbe quella conquista alla causa che voi caldeggiate. Egli bisogna procedere più avanti, varcar la Macra e la Sesia, varcar le frontiere del Piemonte ancora armato ed intatto, perchè là è il nerbo, là il braccio e lo scudo d'Italia. Ora, in Piemonte la conversione non può succedere del sicuro con uguale facilità e con uguale prontezza, perchè ciascuno quivi à la mente e l'animo pieno e informato di regie memorie e di regie tradizioni e costumi. Il Popolo Piemontese, partecipando più d'ogni altra stirpe italiana della natura settentrionale, à la fantasia meno mobile, il consiglio più posato, molta gravità e costanza negli usi, negli affetti e in qualunque intimo pensiero e convincimento. E che lo spirito monarcale di quella provincia non sia fugace e non iscemi rapidamente siccome altrove, si dimostra dalle cagioni. La storia intera del Piemonte è da secoli parecchi la storia sola della casa di Savoja. Tutto il bene e tutto il male provenne da lei, e séguita a provenire. Nè possono i Subalpini dimenticare giammai, che mediante la spada, il valore, la sagacità e la industria de' principi loro sieno divenuti una gente che à moltissima dignità, forza, importanza fra moltissime altre, e che è giunta oggi per effetto di regie vittorie e di regie conquiste a tenersi in mano la più gran parte de' destini della Penisola. So che accosto al Piemonte sta Genova, e so che Genova è, per lo contrario, nutrita di tradizioni repubblicane, e tra costumi repubblicani è cresciuta. Ma colui s'ingannerebbe più che mediocremente, il quale reputasse Genova molto disposta ed apparecchiata ad accettare la vostra bandiera. Genovesi e Liguri sono, innanzi ogni cosa, mercatanti e navigatori; e per l'esperienza raccolta in più di trent'anni, non v'à nessun cittadino colà, il quale non siasi avveduto e non confessi candidamente, che alla città di Genova, così a rispetto del suo commercio, come dell'importanza sua politica e della salute comune d'Italia, torna utilissimo essere congiunta al Piemonte, e rimanere provincia delregno Sabaudo. Ora, ecco il mio discorso a che viene. Chiamando i Subalpini sotto il vostro vessillo, voi non perverrete che ad uno di questi due effetti: o si sveglierà e diffonderà pel paese una oppugnazione micidiale e rabbiosa contro le idee repubblicane e contro le libere istituzioni; ovvero il vedrete riempiersi tutto di partiti e di sètte, di sanguinosi tumulti, e di soppiatte congiure e macchinazioni. Nell'uno e nell'altro caso, il Piemonte verrà senza meno scompigliato e disfatto: cosa per la quale l'esercito Subalpino, nel cui cuore e nelle cui braccia sta la vera e la sola forza italiana, non potrà mantenersi ordinato e disciplinato, nè congiunto e stretto da un solo legame di affetti, nè rivolto al proposito solo della guerra santa del riscatto. A me poi non bisognano molte parole a mostrare le conseguenze di tutto ciò.
L'astuto Radetzky ripeterà inverso del Piemonte quel medesimo che operava a rispetto della Lombardia. Chiuso egli e ben trincerato nelle sue vaste fortezze, venne spiando a grand'agio il luogo, il giorno, il momento opportuno per assaltare e sbaragliare i nemici. Ora, pensate, o Colleghi, che una simile cosa va mulinando colui in risguardo del viver politico degl'Italiani; e visto il Piemonte sossopra e l'esercito disunito e scompaginato, gli piomberà addosso un bel giorno, e in due marciate, con poco sangue e contrasto, si accamperà nella nobil Torino.
Una istanza mi si può movere contro, ed è la presente. La Francia non può del sicuro abbandonare questa od altre Repubbliche nuove, nate dell'esempio suo, perchè ucciderebbe insieme il principio che la fa vivere oggi, e il quale di sua natura è geloso, diffusivo e superbo. Che quando anche a quel Governo non paresse necessità di soccorrere una nascente Repubblica, sua compagna e sorella fidissima, il moverebbe un'altra più certa e più sentita necessità; quella di non poter tollerare i Tedeschi accampati al piè delle Alpi, e vicinissimi alle sue sacre e inviolate frontiere.
A me sembra altresì di udire alcuno che aggiunge: — Forse alla impresa nostra avremo compagna eziandio tutta la parte più animosa e civile del genere umano, scossa e maravigliata della portentosa risurrezione di Roma: i voti, le propensionie gli sforzi di tutti i Popoli, non ancora in compiuto modo emancipati e sicuri, in noi si convergeranno, e starà con noi come vivo e organato lo spirito democratico di tutte le genti; forse dal nostro esempio, il quale dal luogo e dalle memorie prende valore inestimabile, scoppierà nuova scintilla di universale e inestinguibile incendio, e a noi toccherà la gloria, non tocca a veruno, di avere come cagione prossima affrancato davvero e rigenerato per sempre l'Europa intiera. — Vedete che io non mi adopero punto a celare ed attenuare la copia e il vigore delle vostre risposte, nè le speranze, le congetture, i giudicj e gl'indovinamenti che il nobil cuore e l'ardir generoso vi detta e vi persuade.
Signori, il danno d'Italia si è, che spesso ella incomincia e intraprende ciò appunto che altrove è finito, e procaccia di rialzar quelle insegne che altrove sono cadute: ella, per sua sventura, non sa ben cogliere e usare nè il tempo nè l'occasione. Se alquanti mesi addietro aveste ordito i vostri disegni e le vostre speranze in sulla democratica forma che pigliava tutta l'Europa, io ci avrei ravvisato alcun buon fondamento: ma quest'oggi, invece, non può da nessuno ignorarsi che incomincia a prevalere e predominare in Francia, e per ogni dove, uno spirito gagliardo di conservazione e di resistenza; e che, pur troppo, la falange ordinata e strettissima ch'egli conduce, ha guadagnato assai vittorie sui popoli; e torna peggio che inutile il volerlo più oltre occultare e negare a noi stessi. Già la seconda terribile sollevazione di Vienna è caduta e spenta; l'altra di Berlino s'è tutta rivolta in favore del monarcato; e non mai la Casa di Brandeburgo à di maggiore autorità e preponderanza e di maggiore dignità regia goduto ed approfittato. A Francoforte, o Signori, mentre poco fa nessun principio e forma di reggimento democratico pareva assai larga e assai popolare a quell'Assemblea, oggi non più si pensa ad un presidente di condizione privata, e scelto e foggiato all'americana, ma si pensa e guarda ad un re di vecchia progenie e di antica possanza, e il qual sia imperatore di tutta Germania, e non elettivo come in antico, ma nella linea sua rinascente e perpetuo. La Svizzera, finalmente, la Svizzera stessa che pur si regge a Repubblica, e soscriveva testè unpatto confederativo, fondato sopra massime le più umane e le più liberali del mondo; quest'oggi, voi lo sapete, cerca e studia di stringer legami di salda amicizia coi principi che la circondano; e piuttosto si mostra parziale e tenera dei loro interessi, che degli interessi e bisogni estremi e angosciosi dei miseri rifuggiti Italiani.
Queste sono verità, miei Colleghi, positive e di fatto, e però evidenti (almeno agli occhi miei) ed irrepugnabili; e se evidenti non sono, se dubbie, se mescolate di falsità, bisogna ciò provare con allegazione di altri fatti più veri e più certi, e non altramente.
Dopo ciò, voi replicherete ancora, il mondo, l'Europa rimanere con noi; e se non il mondo, la Francia? Signori, a rispetto di quella potente nostra vicina, io mi rimetto assai volentieri alle parole medesime del Lamartine, alle parole solenni del Cavaignac. Io non discopro in esse, e niuno può discoprirvi, se non che espressioni dubbie ed ambigue, frasi artatamente mozze ed involte, dichiarazioni a doppio aspetto, generalità con iscarso o nullo significato; poca volontà al certo di mettere il proprio sangue e i proprj tesori in difesa e in redenzione di alcuna parte d'Europa; e molta volontà invece di serbare le cose quiete, munire le Alpi e assicurar le frontiere con accordi tra Governi e intervenimenti comuni. E se ciò si udiva dalla bocca del Lamartine e del Cavaignac, qual giudicio dee formarsi quest'oggi, che la Repubblica in Francia è stenuata ed agonizzante, e che ognuno aspetta in più o meno lunghezza di tempo un secondo Impero Napoleonico?
Ma tutto questo considerato, e concludendosi a forza che la Repubblica è di presente impossibile, e all'Italia troppo funesta, qual consiglio rimane da seguitare, e che ricisi partiti da vincere? Riappiccheremo noi quelle pratiche che niuno spera di veder pervenire ad alcun durevole risultamento? rinnoveremo e ritenteremo accordi e conciliazioni fatte vane oggimai e impossibili? chiederemo forse perdono di colpe che non si commisero? o rinuncieremo ai santi diritti che la medesima natura à scolpito nel cuore di tutti gli uomini, siccome titoli e note della grandezza dell'esser nostro?
Anzi ogni cosa, o Rappresentanti, abbiatevi questo per giudicato, che la gran questione che oggi qui ci raduna non si risolve per intero col nostro arbitrio e talento, e pigliasi errore non lieve, a pensarlo.
Per fermo, Voi siete padroni e arbitri della legislazione novella di questa contrada; e in voi sta il potere legittimo, ed anzi lo stretto debito di provvedere con ogni ampiezza alla sua vita civile e politica, ma non più là di quella parte e di quell'ufficio che poco o nulla s'attiene alla sostanziale ed universale salute d'Italia. Certo, a voi non è lecito di far cosa la quale rompa la simiglianza, l'accordo e l'armonia necessaria fra le istituzioni de' nostri popoli; e non dovete imprendere mutazione che metta in compromesso estremo la quiete, l'ordine, e il prossimo e ben augurato avvenire di tutte le Provincie Italiane. Io affermo e sostengo pertanto, che questa gran parte dell'arduo problema non è in vostra facoltà, e non pende dalla vostra sentenza; ma voi dovete riporla nelle fraterne mani della Costituente Italiana: ed aggiungo, che tanto a voi disdirebbe e nuocerebbe di più, miei Colleghi, il sembrare poco guardinghi d'invadere e sopraffare i diritti della Costituente Italiana, in quanto vi avete raccolto il pregio e la lode d'iniziarla e di decretarla; e ciò fareste, o patrioti, quando, in che giorno, in qual congiuntura, in qual luogo? in mezzo di Roma, al cospetto de' vostri fratelli, con atto precipitoso e dispotico, nella vigilia stessa (può dirsi) del dì fortunato che Ella, la grande Assemblea, verrà a sedere sulle cime del Campidoglio.
Questo punto, adunque, del mio discorso rimanga ben chiaro, rimanga ben fermo; che, cioè, pronunziare la decadenza del Papa, nella prenotata ed ovvia significazione di quella voce, non è riposto onninamente nel vostro arbitrio, nè pende dai vostri decreti, ma sì dalla Costituente Italiana. E qualora vi martellasse lo scrupolo o la diffidenza o l'orgoglio di non cedere nemmanco in ciò ogni giudicio a quel tanto Consesso, degnatevi almeno di consultarne il parere, e non isfuggite in sì procelloso e dubbio negozio di avere da lui norma, consiglio, indirizzo ed approvazione; fate al mondo conoscere che siete veri e leali Italiani non men nelleazioni che ne' pensamenti; e nessuna gran cosa voler definire, nessuna deliberare, senza il beneplacito della Nazione, in concordia con tutti i suoi popoli, in conformità con tutti i suoi interessi. L'Italia aspetta da voi o l'ultimo esempio della municipale superbia, o il primo della nazionale unione e docilità.
Prima che io scenda da questa ringhiera, dove troppo lungo tempo mi accorgo d'esser rimasto, ma dove peraltro ò raccolto graziose testimonianze della vostra gran cortesia, favorendomi tutti di una così attenta e vivissima ascoltazione; io voglio solo mettere innanzi alla mente vostra certo concetto che non mi sembra da trasandare nella quistione.
Se lo straniero, o Colleghi, non istesse contro di noi accampato in Lombardia, e cento mila bajonette non convergessero di continuo le punte loro contro le nostre persone, io sosterrei volentieri che voi compiste la troppo arrischiata prova, alla quale volete a forza avventurarvi. Io so bene, e tutte le storie me lo insegnano, ed anche la mia privata esperienza me lo conferma, che il risorgimento dei popoli mai non procede per una via dritta e ben rispianata: ma, invece, può il suo cammino venir figurato assai propriamente da una gran curva, in cima alla quale concorrono e tumultuano le passioni più focose e infrenabili, i tentamenti ed i conati più temerarj, le speranze fallaci e la presunzione infinite volte delusa di attingere immediatamente e di praticare l'idea suprema d'ogni politica perfezione; poi quella curva gradatamente declina e discende, finchè la nazione che la trascorse viensi a trovare in quell'assetto sociale e politico che si conforma coll'indole sua verace e perpetua, si conforma coi suoi costumi, coi suoi bisogni, co' suoi sentimenti; e allora, in fine, nasce e si assoda la pace insieme col diritto, la dignità con l'ordine, la libertà con la sicurezza, e a splender comincia una perdurabile gloria e possanza di leggi, di scienza e di civiltà.
Ripeto che gli eccessi medesimi, qualora eccessi ed enormità sanguinose avessero luogo, non mi sgomenterebbero più che molto; e forse è vero così dei popoli come de' singoli uomini, che niuna esperienza giova loro insegnata odalle storie o dai savi, ma quella soltanto che fanno eglino penosamente di sè medesimi. Ma quando la guerra è imminente, e i segni e i forieri ne moltiplicano d'ora in ora; quando i Croati ripigliano stanza e dominio in Milano, e Radetzky preme col piede intriso di sangue il petto lacerato e pressochè inanimato della Lombardia; possiamo noi abbandonarci, senza gran colpa, a lunghe, a travagliose, a incertissime prove e saggi di forme di governo? Possiamo noi rischiare di crescere ancor di vantaggio le perturbazioni e le divisioni della patria nostra infelice? Ricordatevi, o Signori, che se aveste oggi pupille così penetranti da speculare i campi Lombardi, voi scorgereste colà i feroci Croati sforzare a torme gli asili innocenti dei più pacifici e più ragguardevoli cittadini; scorgereste quei barbari saccheggiare con egual furia i palazzi dei patrizj e le modeste case dei popolani; e predando ogni cosa e guastando sotto nome e titolo di balzelli e di taglie, vedreste per opera loro le città manomesse, devastate le campagne, le donne contaminate, oppressa la più minuta e misera plebe sotto continue spogliazioni, battiture ed ingiurie. E similmente, o Signori, se fosse per poco tempo fornita agli orecchi nostri una virtù tale da vincer lo spazio che si frappone fra noi e le valli del Po, forse in questo momento medesimo che io vi parlo, udiremmo lo scoppio orribile dei moschetti che mieton le vite dei nostri fratelli, le vite care e generose che non sapemmo difendere, e tanto tardiamo di vendicare.
A tale discorso risposero molti e molti, e due soli rappresentanti favorirono e difesero la sua sentenza.
Volea l'oratore la sera di quel dì stesso provare il suo tèma con argomenti d'altra natura, e con quelli in ispecie che guardano le relazioni di Roma col Mondo Cattolico; ma disperò di venire la seconda volta ascoltato con pazienza e benignità.
Acclamato che fu il Governo Repubblicano in seno dell'Assemblea e fuori, Terenzio Mamiani addirizzò al Presidente di quella la lettera qui infrascritta.
Signor Presidente.
Fu mia intenzione principalissima, accettando l'insigne onore di sedere in cotesta Assemblea, di combattervi con ogni forza alcune proposte ch'io giudicava perniciose alla santa Causa dell'Indipendenza d'Italia. Ora, essendo chiusi per quelle i dibattimenti; e ad ogni buon cittadino correndo l'obbligo di rispettare le prese deliberazioni; a me rimane di pregare i degnissimi Signori Rappresentanti a voler gradire la mia rinunzia.
Il qual favore io chiedo con tanto più di ragione, quanto la mia salute declinata e mal ferma ricerca la quiete e il riposo di qualche mese. Io spero, Signor Presidente, che alla bontà e cortesia vostra piacerà di ajutare coi proprj offici la mia giusta domanda.