NOTE E DOCUMENTI.
Il discorso pronunziato fu il seguente:«Signori,»Egli è bello e doveroso che le prime voci che s'odano risonare in questo recinto, sieno parole d'ossequio e di gratitudine all'immortale Principe datore dello Statuto. Pio IX nel cuor suo generoso à sentito che la cristiana carità dee potere scegliere il bene migliore e spontaneamente moltiplicarlo, e che la spontanea scelta del bene non è possibile dove è sbandita la libertà. Però in questa nobilissima parte d'Italia, e dopo tanto corso di secoli, il Principe nostro inaugura alla perfine quest'oggi il regno della libertà vera e legale. Le pubbliche guarentigie largite da lui, vengono in atto quest'oggi; e all'arbitrio, ai privilegi, alla tutela strettissima e non sindacabile, succede l'imperio delle leggi e del comune consiglio.»Non sempre la grandezza de' popoli è da misurare dall'ampiezza del territorio e dalla potenza delle armi. Imperocchè ogni vera e salda grandezza scaturisce dall'intelletto e dall'animo. E però in questa nè molto ampia nè formidabile provincia italiana, noi tuttavolta siamo chiamati a grandissime cose; e noi dobbiamo con coraggio non presuntuoso e con magnanimo sforzo tentare di non troppo riuscire inferiori alle memorie di Roma, e all'altezza augusta del Pontificato.»Un'opera vasta e feconda s'è qui incominciata, il cui finale risultamento riuscirà come un suggello non cancellabile della civiltà dei moderni.»Il Principe nostro, come Padre di tutti i fedeli, dimora nell'alta sfera della celeste autorità sua, vive nella serena pace dei dogmi, dispensa al mondo la parola di Dio, prega, benedice e perdona.»Come Sovrano e reggitore Costituzionale di questi popoli, lascia alla vostra saggezza il provvedere alla più parte delle faccende temporali. Lo Statuto, aggiungendo la sanzione sua propria e politica alla sanzione Cattolica, dichiara che gli atti del Principe sono santi e non imputabili, e ch'Egli è autore soltanto del bene, e al male non può in niuna guisa partecipare. Certo, guardando la cosa da questo lato, se il Governo rappresentativo non esistesse in niun luogo, inventar dovrebbesi per queste Romane Provincie.»Voi dunque siete chiamati, o Signori, a consumare un gran fatto e profittevole a tutti i popoli, ajutando il Sovrano ad elevare infino al fastigio il nuovo edificio costituzionale; e, oltre ciò, altri due beni notabilissimi arrecherete all'intero mondo civile. Il primo consiste a dare alle libertà e guarentigie della vita sociale e politica quella saggezza e moralità, quell'elevatezza, purità e perduranza, che la Religione sola imprime alle cose umane, e di cui le virtù el'animo del Pontefice sono vivo specchio e modello. Il secondo bene sarà pur questo, ch'essa medesima la Religione fiorisca oggimai e grandeggi in mezzo della libertà vera e ordinata, ed a sè attragga gli uomini molto più efficacemente con la soave forza della persuasione e della spontaneità, che non coi mezzi del poter materiale.»A noi impertanto, o Signori, non toccherà solo di abbattere gli ultimi avanzi del medio evo, e gli abusi che necessariamente aduna ed accumula il tempo; ma ci è impartito un largo e nobile ufficio nel trovare e perfezionare, insieme con le più culte nazioni, le forme nuove della vita pubblica odierna.»Il Ministero che qui vedete presente, o Signori, non è di tanta opera se non una parte minimissima e transitoria. Ciò nondimanco, egli sente l'immenso ed arduo proposito a cui debbe intendere: a lui tardava assaissimo che voi veniste a indicargli le prime mête, e a incoraggiarlo del vostro suffragio, a spianargli col vostro senno le vie scabrosissime che dee calcare. Quando il Principe augusto lo chiamò a reggere la cosa pubblica, la quiete e l'ordine interno parevano assai vacillanti, e in alcuna porzione già manomessi: quindi la libertà stessa nascente, posta a gran repentaglio; quindi la Causa Italiana per indiretto modo offesa e messa in qualche pericolo. Impertanto, il debito proprio e l'ufficio speciale del Ministero, massime nella quasi imminenza dell'apertura de' due Consigli, fu quello di ristaurare l'ordine, ricondurre da per tutto la quiete; e, ricomponendo le menti e gli animi forte commossi, disporli a quella pacatezza ed equanimità, ch'è oltremodo necessaria a fornire la patria di buone leggi e di sapienti istituti. Dio à favorito l'opera nostra; e questo popolo generoso, ancor ricordevole della gravità e moderanza de' suoi antichi, è tornato in sì piena tranquillità e posatezza di spirito, che forse la maggiore non s'è veduta da poi che la voce soave di Pio IX chiamò Roma e l'Italia a nuovi e maravigliosi destini.»L'altra opera principale a cui c'invitava, e che anzi imperiosamente ci commetteva l'universale opinione, si fu di ajutare per ogni guisa, con ogni sorta di mezzi, con qualunque sforzo e fatica possibile, la Causa Nazionale Italiana. E in ciò non era facile a noi l'adoperarci meglio e più attivamente de' nostri predecessori. Procedendo pertanto assai risolutamente sulle orme di già segnate, io non istimo che ne' pochi giorni del nostro governo noi non abbiamo mostrato, con la prova patente del fatto, le nostre chiare intenzioni, e che lo scopo non sia stato raggiunto, quanto pur si poteva in questa nostra provincia, e coi mezzi certo non abbondanti di cui potevamo far uso.»Non vi è poi nascosto come, obbedendo più specialmente alla paterna sollecitudine di Sua Santità, noi ponemmo le truppe nostre ed i Volontarj sotto la provvida tutela e il comando immediato di Carlo Alberto; serbando, peraltro, al Pontefice e al suo Governo tutte quelle prerogative e diritti che la sicurezza e la dignità di Lui e nostra chiedevano, come agevolmente voi dedurrete dai termini della convenzione tostochè ne piglierete notizia.»Del rimanente, appena noi possiamo dire di avere seguito d'accosto l'ardore impaziente delle nostre città. V'à nella storia de' popoli alcuni momenti supremi, in cui lo spirito di nazione così profondamente gl'investe e commove, che ogni forza resistente ed avversa non pure diviene fragile, ma sembra convertirsi in eccitazione e fomento dell'opposta azione. In quel tempo solenne scaldaed invade tutti i cuori un solo pensiero, un sol sentimento, una sola incrollabile deliberazione; e tal subita e gagliarda unanimità, feconda di mille prodigj, parendo maravigliosa a quelli medesimi che ne partecipano, fa loro esclamare con sacro entusiasmo quel motto pieno di tanta efficacia e significazione:Dio lo vuole.»Testimonio essendo il Pontefice d'un sì gran caso, e d'altra parte abborrendo egli, pel suo Ministero santissimo, dalle guerre e dal sangue, à pensato con un affetto apostolico insieme e italiano, d'interporsi fra i combattenti, e di fare intendere ai nemici della nostra comune patria quanto crudele e inutile impresa riesca ormai quella di contendere agl'Italiani le naturali loro frontiere, e il potersi alla perfine comporre in una sola e concorde famiglia.»Il Ministero di Sua Santità, appena fu consapevole di cotale atto memorando di autorità Pontificia, sentì il debito pieno di ringraziarnela con effusione sincera di cuore; e segnatamente, per avere Ella statuito, a condizione prima e fondamentale di concordia e di pace fra i contendenti, che fossero alla nazione italiana restituiti per sempre i suoi naturali confini: e oltre ciò, perchè sperava il Ministero che quella implicita dichiarazione della giustizia della Causa Italiana spandesse novelle benedizioni sulle armi generose che i popoli nostri impugnarono, e al re Carlo Alberto crescesse animo di proseguire senza tregua nessuna la sua vittoria.»Nelle relazioni politiche con le altre Provincie Italiane, noi, compresi sempre dal debito massimo di secondare e caldeggiare al possibile la Causa nazionale, abbiamo súbito manifestato un gran desiderio di entrare con esse tutte in istretta e leale amicizia, rimossa ogni gelosia funesta ed ignobile dell'altrui ingrandimento, e pensando sempre ed in ogni cosa a ciò solo, che l'Indipendenza sia conquistata, e la concordia interiore sia mantenuta. E intorno a questa ultima, noi vi dichiariamo, o Signori, che appena prese le redini dello Stato, súbito abbiamo procacciato di rannodare le pratiche più volte interrotte circa una Lega politica tra i varj Stati italiani; ed altresì possiamo annunziarvi, che in noi è molta e ben fondata speranza di cogliere presto il frutto delle nostre istanze e premure, dalle quali vi promettiamo di non desistere insino all'adempimento del bello ed alto proposito.»Quanto a ciò che risguarda le relazioni coi popoli oltramontani, esse, come nelle mani del Sommo Gerarca sono di necessità estesissime, abbracciando tutti i negozj dell'Orbe Cattolico, nelle nostre mani invece essendo quelle cominciate soltanto da pochi giorni, non possono non riuscire scarse e ristrette. Dalla qual cosa noi ricaviamo per al presente piuttosto consolazione che altro: conciossiachè quello di cui insieme con tutti i buoni italiani nutriamo maggior desiderio, si è di essere lasciati stare, e che noi possiamo da noi medesimi provvedere alle nostre sorti. La massima forse delle sventure che cader potesse a questi giorni sulla nostra Nazione, saria la troppo fervorosa ed attiva amicizia di alcun gran Potentato.»In risguardo poi dell'Austria e della Nazione Germanica, noi ripetiamo assai volentieri in vostra presenza quello che altrove affermammo; cioè a dire, che da noi non si porta odio, ed anzi si porta stima ed amore alla virtuosa e dottissima Nazione Alemanna; e che agli Austriaci stessi siamo pronti ed apparecchiati a profferire la nostra amicizia in quel giorno e in quell'ora che l'ultimo suo soldatoavrà di sè sgombro l'ultimo palmo della terra italiana. E come l'Italia è lontanissima da ogni ambizione di conquiste, e da qualunque disegno di valicare i certi confini suoi, perciò ella desidera sinceramente di stringere molti legami di buona vicinanza e amicizia coi finitimi popoli. Noi, di ciò persuasi, abbiamo sollecitato e pregato principalmente il Governo Sardo a spedire abili Commissarj con queste intenzioni medesime appresso la valorosa Nazione Ungherese; e noi giunge notizia certissima, che il Ministro delle relazioni esteriori del Regno Sardo ha tanto più volentieri accettata e assentita la nostra proposta, in quanto egli aveva (secondo che scrive) rivolto di già il pensiero a quel subbietto medesimo.»Ripiegando al presente il discorso sui nostri interni negozj e sulle politiche condizioni di queste Provincie, varia, abbondante e faticosissima è l'opera che da far ne rimane. Imperocchè non è parte del pubblico reggimento, la qual non domandi larghe riforme ed utili innovazioni; e se l'opera in ciascun suo particolare è laboriosa e difficile, essa è tale infinite volte di più nel suo tutto insieme, volendolo bene ed intrinsecamente coordinare ed unificare; la qual cosa ricerca un vasto sistema preconcepito di civile e politico perfezionamento: e a tale sistema intenderà il Ministero con tutte le forze sue.»Ciascuno di noi vi esporrà tra breve, o Signori, lo stato del suo special Dicastero, e le mutazioni necessaire e profonde che fa pensiero d'introdurvi. Il Ministro delle Finanze segnatamente v'intratterrà delle condizioni attuali del pubblico erario, e vi proporrà quei partiti che, dopo maturo esame e finissima diligenza, egli reputa esser migliori per ristorare così il Tesoro come il credito pubblico, e affine che ciò si adempia col minore aggravio possibile delle popolazioni.»Ai Ministri sta pure a cuore di presto sottoporre al giudizio e deliberazione vostra quelle proposte di legge che lo Statuto promette, e sono organi principali alla vita nuova costituzionale in cui, la Dio mercè, siamo entrati. Principalissime fra gl'istituti e le leggi nuove e fondamentali a cui dovrete por mano, saranno la costituzione dei Municipj, e la risponsalità effettiva e non illusoria dei Ministri e dei pubblici funzionarj. Lo istruirvi e ragguagliarvi quest'oggi sopra i particolari moltissimi di tali proposte e di somiglianti, non credo che riuscirebbe opportuno. Presto l'esigenze del nostro ufficio condurrànnoci a farlo con quella chiarezza e puntualità che domanda ciascuna materia.»Signori! i tempi corrono più che mai procellosi. Nei popoli è una soverchia impazienza di tramutare gli ordini, e perfino i principj e le fondamenta della cosa pubblica. Tutto ciò che i secoli effettuarono e stabilirono con fatica e lentezza, vien minacciato di súbita distruzione. Ma dopo aver atterrato, conviene rifabbricare con gran saldezza e con felice magistero; e da questa opera sola potrà giudicarsi il valore della moderna sapienza civile. Il Ministero à piena fiducia che voi radunati nella Città eterna, daccanto all'immobile seggio del Cristianesimo, varrete a compiere l'impresa difficilissima del riedificare e ricostruire; e che voi in queste arti di pace e di civiltà saprete pareggiare la gloria de' nostri armati fratelli, che là sulle rive del Mincio e dell'Adige rispondono con eroica bravura allo straniere insolente, che lanciava sul nostro capo inerme e infelice l'accusa bugiarda di slealtà, d'ignavia e di codardia.»Parrà molto strano al lettore oculato e imparziale, che questo discorso moderatissimo e tutto conciliativo, nè d'altro acceso che di vero spirito religioso e civile, abbia soggiaciuto ad amare censure, e provocato da ultimo una riprovazione più che solenne. Certo, accaddegli in sulle prime il contrario, e infinite lodi raccolse dall'ordine prelatizio; ed è notissimo in Roma, che fu letto e consentito dal Principe, il quale si degnò farvi di proprio pugno alcune ammende e postille. Ma la setta farisaica ed aggiratrice che mai non si scosta da lui, ed à i liberali tutti per reprobi, e ogni sentenza loro per abbominosa ed eretica, persuase a poco a poco al Pontefice, che in quel discorso si nascondeva molto veleno, e le intenzioni n'erano maligne, disleali e sovvertitrici; onde alla fine egli dubitò, se proseguiva a tacersi, di gravare la propria coscienza; e però, nell'Allocuzione sua del 20 aprile del presente anno,[36]dopo alquante parole fatte sul ministro Mamiani, aggiungeva queste altre, visibilmente relative al prefato discorso: —Atque idem ipse (minister) haud multo post ea de nobis palam asserere non dubitavit, quibus Summum Pontificem ab humani generis consortio ejiceret quodammodo et dissociaret.— Ai, lettore, da un lato il discorso, dall'altra la interpretazione romana; sei pregato di giudicare.Le altre accuse contro il Mamiani sono così nell'Allocuzione significate: — Memineritis, Venerabiles Fratres..........,quomodo civile ministerium nobis fuerit impositum, Nostris quidem consiliis ac principiis et Apostolicæ sedis juribus summopere adversum...... Unus ex illis Ministris asserere non dubitabat, bellum idem, Nobis licet invitis ac reluctantibus, et absque Pontificia benedictione, esse duraturum. Qui quidem Minister gravissimam Apostolicæ Sedi inferens injuriam, haud extimuit proponere, Civilem romani Pontificis Principatum a Spirituali ejusdem Potestate omnino esse separandum.—Può darsi che il Ministero del 2 di maggio venisse dagli abitatori del Quirinale accettato come una dura e molto increscevole necessità. Ma certo di essa non fu nè autore nè strumento il Mamiani; il quale avendo prima usato quanta efficacia possedeva di parole e preghiere per sedare i tumulti, e ricondurre ogni cosa per entro i confini della legalità e dell'ordine, chiamato poi a consulta dal Principe, non propose nulla che non rimanesse nei più stretti termini della Costituzione; e mai, nè dallo spirito nè dalla lettera di quella si dipartì. Vero è che dopo non molto tempo, nacque, per isventura, dissentimento tra il Principe e i suoi nuovi Ministri; ma, giusta le massime costituzionali, eglino subitamente pregarono Sua Santità di accettare la lor rinunzia, alla quale non facendosi luogo, fu appresso alquanti giorni ripetuto quell'atto con instanze più vive, e similmente senza frutto; insino a che trascorse le cose agli estremi, le rinunzie furono date in modo assoluto ed irrevocabile, e senza aspettare accettazione. In tal guisa quei Ministri permasero (come dicesi oggi) dimissionarj la più parte del tempo che tennero in mano il governo, e non ebber licenza nè di lasciarlo nè di condurlo a lor modo, e a modo pure dei Consigli deliberanti, in ciascuno de' quali il maggior numero de' suffragi fu sempre e abbondevolmente con quelli. Come ciò rassembri a sopraffacimento e a violenza, e quanto sia ingiurioso ai principj e ai diritti della Sede Apostolica, aspettiamo di sapere dall'opinione dei savj.Circa alle altre frasi testè trascritte dell'Allocuzione, è primamente da confessare, che il Mamiani à in fatto desiderato assai di separare quanto più fosse possibile e conveniente la potestà principesca dalla pontificale; ma però sempre con l'azione dello Statuto e nei termini da esso prescritti; e se quelle parole omnino esse separandum niente più di ciò non vogliono intendere, il Mamiani non se ne tiene punto aggravato, anzi se ne loda e compiace. In fine, rispetto al proposito rimproveratogli di aver voluto proseguire la guerra dell'Indipendenza Italiana in sino a che rimaneva alle armi nostre speranza d'onore e di buon successo, ciò è tanto vero e manifesto, quanto non è che dalla tribuna o nelle sue circolari o in qualunque altro atto ufficiale e pubblico del suo ministero abbia egli significato quella deliberazione nel modo e nei termini che l'Allocuzione riferisce. Poco fedeli rapportatori, pertanto, sono stati coloro ch'ebbero cura ed ufficio di ragguagliare di tali cose il Pontefice; la colpa e l'eccesso de' quali è da misurare dall'importanza e solennità che soglion ricevere i fatti rammemorati, e ciascuna sentenza e ciascun giudicio espresso nelle allocuzioni pontificali, dette in presenza del consesso Cardinalizio, use a trattare i maggiori negozj della cristianità, e a censurare le sole opinioni eterodosse, e quegli uomini di perduta fede che sono scandalo e pregiudicio a tutto il mondo cattolico. Dal che si vede ch'era riposto nella mente di que' pessimi referendarj di assaltar la fama del Mamiani con parole autorevolissime, e così straziarla a loro agio ed ucciderla: perchè contro esse parole, per ordinario, o manca l'ardire della difesa o il mondo non l'accetta; e però possono venire applicate come aguzzi coltelli addosso a persona sprovveduta ed imbavagliata. Ma non pensavano i referendarj, che v'à richiamo quest'oggi da ogni qualunque sentenza la più assoluta e imperiosa; ed anzi, la parità del diritto al gran tribunale dell'opinione è tanta e così perfetta, che concedesi a tutti di giustamente recriminare e dar libello di falsità e di calunnia.Qui poi si tace il racconto (strano e curioso sopra ogni credere) che far potremmo delle vicende di quel discorso ministeriale poc'anzi riferito; e il quale, in considerazione appunto della guerra che gli fu mossa e delle menzogne che se ne spacciarono, abbiamo voluto riscrivere a lettera, e con tutte le mende e le negligenze di stile con cui fu dettato allora, sì per la fretta e sì per l'animo inquieto, e d'altro preoccupato che di grammatica. Ciò non pertanto, porzione di quella storia aneddota può leggersi nel Libro secondo sullo Stato Romano di L. C. Farini, dov'è inserita eziandio la bozza d'un'Allocuzione che il Mamiani scriveva a nome e d'ordine di Pio IX.
Il discorso pronunziato fu il seguente:
«Signori,
»Egli è bello e doveroso che le prime voci che s'odano risonare in questo recinto, sieno parole d'ossequio e di gratitudine all'immortale Principe datore dello Statuto. Pio IX nel cuor suo generoso à sentito che la cristiana carità dee potere scegliere il bene migliore e spontaneamente moltiplicarlo, e che la spontanea scelta del bene non è possibile dove è sbandita la libertà. Però in questa nobilissima parte d'Italia, e dopo tanto corso di secoli, il Principe nostro inaugura alla perfine quest'oggi il regno della libertà vera e legale. Le pubbliche guarentigie largite da lui, vengono in atto quest'oggi; e all'arbitrio, ai privilegi, alla tutela strettissima e non sindacabile, succede l'imperio delle leggi e del comune consiglio.
»Non sempre la grandezza de' popoli è da misurare dall'ampiezza del territorio e dalla potenza delle armi. Imperocchè ogni vera e salda grandezza scaturisce dall'intelletto e dall'animo. E però in questa nè molto ampia nè formidabile provincia italiana, noi tuttavolta siamo chiamati a grandissime cose; e noi dobbiamo con coraggio non presuntuoso e con magnanimo sforzo tentare di non troppo riuscire inferiori alle memorie di Roma, e all'altezza augusta del Pontificato.
»Un'opera vasta e feconda s'è qui incominciata, il cui finale risultamento riuscirà come un suggello non cancellabile della civiltà dei moderni.
»Il Principe nostro, come Padre di tutti i fedeli, dimora nell'alta sfera della celeste autorità sua, vive nella serena pace dei dogmi, dispensa al mondo la parola di Dio, prega, benedice e perdona.
»Come Sovrano e reggitore Costituzionale di questi popoli, lascia alla vostra saggezza il provvedere alla più parte delle faccende temporali. Lo Statuto, aggiungendo la sanzione sua propria e politica alla sanzione Cattolica, dichiara che gli atti del Principe sono santi e non imputabili, e ch'Egli è autore soltanto del bene, e al male non può in niuna guisa partecipare. Certo, guardando la cosa da questo lato, se il Governo rappresentativo non esistesse in niun luogo, inventar dovrebbesi per queste Romane Provincie.
»Voi dunque siete chiamati, o Signori, a consumare un gran fatto e profittevole a tutti i popoli, ajutando il Sovrano ad elevare infino al fastigio il nuovo edificio costituzionale; e, oltre ciò, altri due beni notabilissimi arrecherete all'intero mondo civile. Il primo consiste a dare alle libertà e guarentigie della vita sociale e politica quella saggezza e moralità, quell'elevatezza, purità e perduranza, che la Religione sola imprime alle cose umane, e di cui le virtù el'animo del Pontefice sono vivo specchio e modello. Il secondo bene sarà pur questo, ch'essa medesima la Religione fiorisca oggimai e grandeggi in mezzo della libertà vera e ordinata, ed a sè attragga gli uomini molto più efficacemente con la soave forza della persuasione e della spontaneità, che non coi mezzi del poter materiale.
»A noi impertanto, o Signori, non toccherà solo di abbattere gli ultimi avanzi del medio evo, e gli abusi che necessariamente aduna ed accumula il tempo; ma ci è impartito un largo e nobile ufficio nel trovare e perfezionare, insieme con le più culte nazioni, le forme nuove della vita pubblica odierna.
»Il Ministero che qui vedete presente, o Signori, non è di tanta opera se non una parte minimissima e transitoria. Ciò nondimanco, egli sente l'immenso ed arduo proposito a cui debbe intendere: a lui tardava assaissimo che voi veniste a indicargli le prime mête, e a incoraggiarlo del vostro suffragio, a spianargli col vostro senno le vie scabrosissime che dee calcare. Quando il Principe augusto lo chiamò a reggere la cosa pubblica, la quiete e l'ordine interno parevano assai vacillanti, e in alcuna porzione già manomessi: quindi la libertà stessa nascente, posta a gran repentaglio; quindi la Causa Italiana per indiretto modo offesa e messa in qualche pericolo. Impertanto, il debito proprio e l'ufficio speciale del Ministero, massime nella quasi imminenza dell'apertura de' due Consigli, fu quello di ristaurare l'ordine, ricondurre da per tutto la quiete; e, ricomponendo le menti e gli animi forte commossi, disporli a quella pacatezza ed equanimità, ch'è oltremodo necessaria a fornire la patria di buone leggi e di sapienti istituti. Dio à favorito l'opera nostra; e questo popolo generoso, ancor ricordevole della gravità e moderanza de' suoi antichi, è tornato in sì piena tranquillità e posatezza di spirito, che forse la maggiore non s'è veduta da poi che la voce soave di Pio IX chiamò Roma e l'Italia a nuovi e maravigliosi destini.
»L'altra opera principale a cui c'invitava, e che anzi imperiosamente ci commetteva l'universale opinione, si fu di ajutare per ogni guisa, con ogni sorta di mezzi, con qualunque sforzo e fatica possibile, la Causa Nazionale Italiana. E in ciò non era facile a noi l'adoperarci meglio e più attivamente de' nostri predecessori. Procedendo pertanto assai risolutamente sulle orme di già segnate, io non istimo che ne' pochi giorni del nostro governo noi non abbiamo mostrato, con la prova patente del fatto, le nostre chiare intenzioni, e che lo scopo non sia stato raggiunto, quanto pur si poteva in questa nostra provincia, e coi mezzi certo non abbondanti di cui potevamo far uso.
»Non vi è poi nascosto come, obbedendo più specialmente alla paterna sollecitudine di Sua Santità, noi ponemmo le truppe nostre ed i Volontarj sotto la provvida tutela e il comando immediato di Carlo Alberto; serbando, peraltro, al Pontefice e al suo Governo tutte quelle prerogative e diritti che la sicurezza e la dignità di Lui e nostra chiedevano, come agevolmente voi dedurrete dai termini della convenzione tostochè ne piglierete notizia.
»Del rimanente, appena noi possiamo dire di avere seguito d'accosto l'ardore impaziente delle nostre città. V'à nella storia de' popoli alcuni momenti supremi, in cui lo spirito di nazione così profondamente gl'investe e commove, che ogni forza resistente ed avversa non pure diviene fragile, ma sembra convertirsi in eccitazione e fomento dell'opposta azione. In quel tempo solenne scaldaed invade tutti i cuori un solo pensiero, un sol sentimento, una sola incrollabile deliberazione; e tal subita e gagliarda unanimità, feconda di mille prodigj, parendo maravigliosa a quelli medesimi che ne partecipano, fa loro esclamare con sacro entusiasmo quel motto pieno di tanta efficacia e significazione:Dio lo vuole.
»Testimonio essendo il Pontefice d'un sì gran caso, e d'altra parte abborrendo egli, pel suo Ministero santissimo, dalle guerre e dal sangue, à pensato con un affetto apostolico insieme e italiano, d'interporsi fra i combattenti, e di fare intendere ai nemici della nostra comune patria quanto crudele e inutile impresa riesca ormai quella di contendere agl'Italiani le naturali loro frontiere, e il potersi alla perfine comporre in una sola e concorde famiglia.
»Il Ministero di Sua Santità, appena fu consapevole di cotale atto memorando di autorità Pontificia, sentì il debito pieno di ringraziarnela con effusione sincera di cuore; e segnatamente, per avere Ella statuito, a condizione prima e fondamentale di concordia e di pace fra i contendenti, che fossero alla nazione italiana restituiti per sempre i suoi naturali confini: e oltre ciò, perchè sperava il Ministero che quella implicita dichiarazione della giustizia della Causa Italiana spandesse novelle benedizioni sulle armi generose che i popoli nostri impugnarono, e al re Carlo Alberto crescesse animo di proseguire senza tregua nessuna la sua vittoria.
»Nelle relazioni politiche con le altre Provincie Italiane, noi, compresi sempre dal debito massimo di secondare e caldeggiare al possibile la Causa nazionale, abbiamo súbito manifestato un gran desiderio di entrare con esse tutte in istretta e leale amicizia, rimossa ogni gelosia funesta ed ignobile dell'altrui ingrandimento, e pensando sempre ed in ogni cosa a ciò solo, che l'Indipendenza sia conquistata, e la concordia interiore sia mantenuta. E intorno a questa ultima, noi vi dichiariamo, o Signori, che appena prese le redini dello Stato, súbito abbiamo procacciato di rannodare le pratiche più volte interrotte circa una Lega politica tra i varj Stati italiani; ed altresì possiamo annunziarvi, che in noi è molta e ben fondata speranza di cogliere presto il frutto delle nostre istanze e premure, dalle quali vi promettiamo di non desistere insino all'adempimento del bello ed alto proposito.
»Quanto a ciò che risguarda le relazioni coi popoli oltramontani, esse, come nelle mani del Sommo Gerarca sono di necessità estesissime, abbracciando tutti i negozj dell'Orbe Cattolico, nelle nostre mani invece essendo quelle cominciate soltanto da pochi giorni, non possono non riuscire scarse e ristrette. Dalla qual cosa noi ricaviamo per al presente piuttosto consolazione che altro: conciossiachè quello di cui insieme con tutti i buoni italiani nutriamo maggior desiderio, si è di essere lasciati stare, e che noi possiamo da noi medesimi provvedere alle nostre sorti. La massima forse delle sventure che cader potesse a questi giorni sulla nostra Nazione, saria la troppo fervorosa ed attiva amicizia di alcun gran Potentato.
»In risguardo poi dell'Austria e della Nazione Germanica, noi ripetiamo assai volentieri in vostra presenza quello che altrove affermammo; cioè a dire, che da noi non si porta odio, ed anzi si porta stima ed amore alla virtuosa e dottissima Nazione Alemanna; e che agli Austriaci stessi siamo pronti ed apparecchiati a profferire la nostra amicizia in quel giorno e in quell'ora che l'ultimo suo soldatoavrà di sè sgombro l'ultimo palmo della terra italiana. E come l'Italia è lontanissima da ogni ambizione di conquiste, e da qualunque disegno di valicare i certi confini suoi, perciò ella desidera sinceramente di stringere molti legami di buona vicinanza e amicizia coi finitimi popoli. Noi, di ciò persuasi, abbiamo sollecitato e pregato principalmente il Governo Sardo a spedire abili Commissarj con queste intenzioni medesime appresso la valorosa Nazione Ungherese; e noi giunge notizia certissima, che il Ministro delle relazioni esteriori del Regno Sardo ha tanto più volentieri accettata e assentita la nostra proposta, in quanto egli aveva (secondo che scrive) rivolto di già il pensiero a quel subbietto medesimo.
»Ripiegando al presente il discorso sui nostri interni negozj e sulle politiche condizioni di queste Provincie, varia, abbondante e faticosissima è l'opera che da far ne rimane. Imperocchè non è parte del pubblico reggimento, la qual non domandi larghe riforme ed utili innovazioni; e se l'opera in ciascun suo particolare è laboriosa e difficile, essa è tale infinite volte di più nel suo tutto insieme, volendolo bene ed intrinsecamente coordinare ed unificare; la qual cosa ricerca un vasto sistema preconcepito di civile e politico perfezionamento: e a tale sistema intenderà il Ministero con tutte le forze sue.
»Ciascuno di noi vi esporrà tra breve, o Signori, lo stato del suo special Dicastero, e le mutazioni necessaire e profonde che fa pensiero d'introdurvi. Il Ministro delle Finanze segnatamente v'intratterrà delle condizioni attuali del pubblico erario, e vi proporrà quei partiti che, dopo maturo esame e finissima diligenza, egli reputa esser migliori per ristorare così il Tesoro come il credito pubblico, e affine che ciò si adempia col minore aggravio possibile delle popolazioni.
»Ai Ministri sta pure a cuore di presto sottoporre al giudizio e deliberazione vostra quelle proposte di legge che lo Statuto promette, e sono organi principali alla vita nuova costituzionale in cui, la Dio mercè, siamo entrati. Principalissime fra gl'istituti e le leggi nuove e fondamentali a cui dovrete por mano, saranno la costituzione dei Municipj, e la risponsalità effettiva e non illusoria dei Ministri e dei pubblici funzionarj. Lo istruirvi e ragguagliarvi quest'oggi sopra i particolari moltissimi di tali proposte e di somiglianti, non credo che riuscirebbe opportuno. Presto l'esigenze del nostro ufficio condurrànnoci a farlo con quella chiarezza e puntualità che domanda ciascuna materia.
»Signori! i tempi corrono più che mai procellosi. Nei popoli è una soverchia impazienza di tramutare gli ordini, e perfino i principj e le fondamenta della cosa pubblica. Tutto ciò che i secoli effettuarono e stabilirono con fatica e lentezza, vien minacciato di súbita distruzione. Ma dopo aver atterrato, conviene rifabbricare con gran saldezza e con felice magistero; e da questa opera sola potrà giudicarsi il valore della moderna sapienza civile. Il Ministero à piena fiducia che voi radunati nella Città eterna, daccanto all'immobile seggio del Cristianesimo, varrete a compiere l'impresa difficilissima del riedificare e ricostruire; e che voi in queste arti di pace e di civiltà saprete pareggiare la gloria de' nostri armati fratelli, che là sulle rive del Mincio e dell'Adige rispondono con eroica bravura allo straniere insolente, che lanciava sul nostro capo inerme e infelice l'accusa bugiarda di slealtà, d'ignavia e di codardia.»
Parrà molto strano al lettore oculato e imparziale, che questo discorso moderatissimo e tutto conciliativo, nè d'altro acceso che di vero spirito religioso e civile, abbia soggiaciuto ad amare censure, e provocato da ultimo una riprovazione più che solenne. Certo, accaddegli in sulle prime il contrario, e infinite lodi raccolse dall'ordine prelatizio; ed è notissimo in Roma, che fu letto e consentito dal Principe, il quale si degnò farvi di proprio pugno alcune ammende e postille. Ma la setta farisaica ed aggiratrice che mai non si scosta da lui, ed à i liberali tutti per reprobi, e ogni sentenza loro per abbominosa ed eretica, persuase a poco a poco al Pontefice, che in quel discorso si nascondeva molto veleno, e le intenzioni n'erano maligne, disleali e sovvertitrici; onde alla fine egli dubitò, se proseguiva a tacersi, di gravare la propria coscienza; e però, nell'Allocuzione sua del 20 aprile del presente anno,[36]dopo alquante parole fatte sul ministro Mamiani, aggiungeva queste altre, visibilmente relative al prefato discorso: —Atque idem ipse (minister) haud multo post ea de nobis palam asserere non dubitavit, quibus Summum Pontificem ab humani generis consortio ejiceret quodammodo et dissociaret.— Ai, lettore, da un lato il discorso, dall'altra la interpretazione romana; sei pregato di giudicare.
Le altre accuse contro il Mamiani sono così nell'Allocuzione significate: — Memineritis, Venerabiles Fratres..........,quomodo civile ministerium nobis fuerit impositum, Nostris quidem consiliis ac principiis et Apostolicæ sedis juribus summopere adversum...... Unus ex illis Ministris asserere non dubitabat, bellum idem, Nobis licet invitis ac reluctantibus, et absque Pontificia benedictione, esse duraturum. Qui quidem Minister gravissimam Apostolicæ Sedi inferens injuriam, haud extimuit proponere, Civilem romani Pontificis Principatum a Spirituali ejusdem Potestate omnino esse separandum.—
Può darsi che il Ministero del 2 di maggio venisse dagli abitatori del Quirinale accettato come una dura e molto increscevole necessità. Ma certo di essa non fu nè autore nè strumento il Mamiani; il quale avendo prima usato quanta efficacia possedeva di parole e preghiere per sedare i tumulti, e ricondurre ogni cosa per entro i confini della legalità e dell'ordine, chiamato poi a consulta dal Principe, non propose nulla che non rimanesse nei più stretti termini della Costituzione; e mai, nè dallo spirito nè dalla lettera di quella si dipartì. Vero è che dopo non molto tempo, nacque, per isventura, dissentimento tra il Principe e i suoi nuovi Ministri; ma, giusta le massime costituzionali, eglino subitamente pregarono Sua Santità di accettare la lor rinunzia, alla quale non facendosi luogo, fu appresso alquanti giorni ripetuto quell'atto con instanze più vive, e similmente senza frutto; insino a che trascorse le cose agli estremi, le rinunzie furono date in modo assoluto ed irrevocabile, e senza aspettare accettazione. In tal guisa quei Ministri permasero (come dicesi oggi) dimissionarj la più parte del tempo che tennero in mano il governo, e non ebber licenza nè di lasciarlo nè di condurlo a lor modo, e a modo pure dei Consigli deliberanti, in ciascuno de' quali il maggior numero de' suffragi fu sempre e abbondevolmente con quelli. Come ciò rassembri a sopraffacimento e a violenza, e quanto sia ingiurioso ai principj e ai diritti della Sede Apostolica, aspettiamo di sapere dall'opinione dei savj.
Circa alle altre frasi testè trascritte dell'Allocuzione, è primamente da confessare, che il Mamiani à in fatto desiderato assai di separare quanto più fosse possibile e conveniente la potestà principesca dalla pontificale; ma però sempre con l'azione dello Statuto e nei termini da esso prescritti; e se quelle parole omnino esse separandum niente più di ciò non vogliono intendere, il Mamiani non se ne tiene punto aggravato, anzi se ne loda e compiace. In fine, rispetto al proposito rimproveratogli di aver voluto proseguire la guerra dell'Indipendenza Italiana in sino a che rimaneva alle armi nostre speranza d'onore e di buon successo, ciò è tanto vero e manifesto, quanto non è che dalla tribuna o nelle sue circolari o in qualunque altro atto ufficiale e pubblico del suo ministero abbia egli significato quella deliberazione nel modo e nei termini che l'Allocuzione riferisce. Poco fedeli rapportatori, pertanto, sono stati coloro ch'ebbero cura ed ufficio di ragguagliare di tali cose il Pontefice; la colpa e l'eccesso de' quali è da misurare dall'importanza e solennità che soglion ricevere i fatti rammemorati, e ciascuna sentenza e ciascun giudicio espresso nelle allocuzioni pontificali, dette in presenza del consesso Cardinalizio, use a trattare i maggiori negozj della cristianità, e a censurare le sole opinioni eterodosse, e quegli uomini di perduta fede che sono scandalo e pregiudicio a tutto il mondo cattolico. Dal che si vede ch'era riposto nella mente di que' pessimi referendarj di assaltar la fama del Mamiani con parole autorevolissime, e così straziarla a loro agio ed ucciderla: perchè contro esse parole, per ordinario, o manca l'ardire della difesa o il mondo non l'accetta; e però possono venire applicate come aguzzi coltelli addosso a persona sprovveduta ed imbavagliata. Ma non pensavano i referendarj, che v'à richiamo quest'oggi da ogni qualunque sentenza la più assoluta e imperiosa; ed anzi, la parità del diritto al gran tribunale dell'opinione è tanta e così perfetta, che concedesi a tutti di giustamente recriminare e dar libello di falsità e di calunnia.
Qui poi si tace il racconto (strano e curioso sopra ogni credere) che far potremmo delle vicende di quel discorso ministeriale poc'anzi riferito; e il quale, in considerazione appunto della guerra che gli fu mossa e delle menzogne che se ne spacciarono, abbiamo voluto riscrivere a lettera, e con tutte le mende e le negligenze di stile con cui fu dettato allora, sì per la fretta e sì per l'animo inquieto, e d'altro preoccupato che di grammatica. Ciò non pertanto, porzione di quella storia aneddota può leggersi nel Libro secondo sullo Stato Romano di L. C. Farini, dov'è inserita eziandio la bozza d'un'Allocuzione che il Mamiani scriveva a nome e d'ordine di Pio IX.
Ristampiamo volentieri quella Proposta di legge, non meno per la novità e utilità del concetto suo, come per meglio chiarire la falsità delle accuse scagliatele contro. Del resto, sfortunata e soppressa negli Stati Romani, trovò approvazione in Toscana, dove al Ministero dell'istruzione pubblica fu aggiunto l'officio di tutelare e dirigere la pubblica beneficenza. Nella infrascritta Proposta noi preghiamo altresì il lettore a voler notare un tentamento non ispregevole dell'arte difficilissima ed utilissima di dare all'opera del Governo quell'ampiezza e quell'efficacia, che accordasi compiutamente con qualchessia libertà di privati, e con ogni trasformazione e progresso nello spiritodi socialità e di consorteria. Sopracchè riman di vedere quello che l'autore ne discorse di poi nell'Accademia di Filosofia Italica.[37]PROPOSTA DI LEGGE PER LA ISTITUZIONE DI UN MINISTERO SPECIALE DI PUBBLICA BENEFICENZA.Ragione ed economia generale della Legge.Sorgente prima ed inconsumabile di beneficenza è la carità, cioè quella dilezione attiva ed eroica in verso del prossimo, che ci vien persuasa e insegnata principalmente dalla religione.Ma la carità operar devebene ordinata,[38]e torna impossibile oggi il credere di avere ogni cosa fatto e ogni cosa provveduto a sollievo dei poveri, quando siensi, non che largite, ma eziandio profuse le proprie sostanze in profitto di quelli. E similmente, non è ragionevole il reputare che agl'istituti di beneficenza fondati da' padri nostri non bisognino molte e sostanziali riforme, e non rimanga oltre ciò da promuovere e da creare gran numero d'altri istituti o poco o nulla noti agli antichi: in fine, vietano i nostri tempi di giudicare che la carità bene ordinata possa procedere al vero vantaggio e conforto de' miseri senza attingere mille variate cognizioni ed applicazioni alla Economia pubblica, alla Statistica, all'Igiene, all'Industria, all'Agricoltura, alla Tecnologia.Ora, tale funzione della carità illuminata e bene ordinata appartiene così al Governo come a qualunque uomo particolare.Il mondo civile, siccome il fisico, è composto di antagonie. Quindi, nessuna risoluzione dei problemi civili è buona se volge le cose a un solo dei due estremi. V'à chi vuole lasciar imprendere e provvedere il tutto ai Governi; chi invece toglie loro pressochè ogni incumbenza, e si commette per intero e in ogni negozio all'opera de' privati e de' municipj. Ma come la natura, ogni volta che nelle sue creazioni vuol porgere lo splendente modello di alcuna perfezione, ci mostra sempre un temperamento mirabile dell'uno nel vario, e della vita vigorosissima delle membra congiunta e organata con la vita interiore e suprema del lor composto; così nel corpo sociale umano erra chi vuole, opprimendo l'agire spontaneo dei singoli cittadini e la libertà dei municipj, costituire una violenta unità e uno smoderato concentramento ministrativo. Ed erra del pari chi stima che il bene massimo della repubblica sia per uscire unicamente dall'azione disparata e sconnessa degl'individui e dei comuni, e senza bisogno di procurare e attuare al possibile la collegazione e l'unità dei principj, delle intenzioni e dei fini, e certo moto iniziale e universalmente direttivo.Con queste considerazioni è meditata la proposta di legge che a Voi rechiamo, o Signori, intorno al nuovo Ministero di pubblica beneficenza.In tale proposta vedrete, le opere del Governo e il suo legittimo ingerimento non ledere e non turbare per nulla le libertà del municipio e i diritti del privato; conciossiachè il modo d'azione sarà pur sempre o di mera tutela o completivo od esemplare; cioè a dire che il Governo o difende e protegge appunto quelle libertà e quei dirittiovvero supplisce alla insufficienza delle facoltà d'ogni particolare uomo e d'ogni comune, o per ultimo s'ajuta e sforza di porre nel cospetto dei cittadini un modello e un esempio luminoso e imitabile. Certo, il geloso rispetto a ciò che non dee cadere in guisa diretta e immediata sotto la potestà governante, se in ogni cosa è giusto e proficuo, in materia di beneficenza è al tutto necessario, non dandosi atto al mondo più nobile e santo, ma insieme più spontaneo e meno isforzevole della privata e pubblica carità.TESTO DELLA LEGGE.IL CONSIGLIO DEI MINISTRIConsiderando che tra gli uffici principali e più degni di un governo probo ed illuminato si è quello di soccorrere e di educare le classi indigenti;Considerando che le dottrine e le pratiche della beneficenza pubblica sonosi ne' nostri tempi mirabilmente accresciute e affinate, e domandano studio ed occupazione moltiforme e continua;Conseguita l'approvazione de' due Consigli deliberanti;Avuta la sanzione Sovrana,Decreta1. È instituito un Ministero speciale di pubblica beneficenza.2. Le sue pertinenze e funzioni sono dichiarate da un respettivo ordinamento.3. Le pertinenze del Ministero dell'interno dinumerate nella distinzione 6ª e nella distinzione 9ª dell'articolo 19 del Motu-proprio sul Consiglio de' Ministri, divengono pertinenze del Ministero di pubblica beneficenza.4. Agli stipendj e alle altre spese d'officio del detto Ministero sono assegnati 9,500 scudi, e 1,000 per le spese del primo assetto.Dal Quirinale li..... di...... 1848.Ordinamento del ministero di beneficenza pubblica.§ 1.Funzioni generali del Ministero.1. Il Ministro procura in genere la riforma, il perfezionamento e la moltiplicazione degl'istituti e delle opere di beneficenza che già sono in atto, e la fondazione e l'avviamento degl'istituti e opere nuove, conosciute per veramente salutari ed insigni e convenevoli al tempo ed al luogo.Invigila da pertutto sulle condizioni delle classi più disagiate, sui lavoranti, i contadini e i necessitosi di ogni ragione.Invigila e cura ogni istituzione ed ogni opera conducente alla educazione morale e intellettuale delle infime classi.2. Procura con mezzi mediati o immediati d'approssimare le opere tutte di beneficenza a certa unità e collegazione, affine che se ne aumenti da ogni lato l'efficacia, e non ne sieno gli effetti o troppo parziali o manchevoli.3. Promuove appresso i Consigli deliberanti le leggi e gli ordinamenti giovevoli alle classi indigenti e al popolo minuto.4. Sopraintende agl'istituti laicali di beneficenza da lui fondati o dal Governo posseduti, e a qualunque disegno e impresa da lui odal Governo attuata, e la quale intende al sollievo e alla educazione delle classi inferiori.5. Sopraintende similmente a quegl'istituti e opere laicali di beneficenza e di educazione popolare, le quali sono poste dai fondatori sotto il riguardamento e la cura immediata di chi governa.6. S'ingerisce, d'accordo coi municipj o coi rettori privati, nel regolamento di quegl'istituti ed opere comunitative o private, alle quali viene il Governo in soccorso con la pecunia pubblica, o con altra maniera efficace e ragguardevole di ajuto.7. Quanto alle fondazioni e congregazioni, e similmente a qualunque specie ed atto di pubblica beneficenza, dipendenti al tutto dai municipj o dalla carità di privati, e che si rimangono esclusi dalle tre predette categorie, il Ministro ne piglia cognizione esatta e particolareggiata, ed esige copia autentica degli statuti e regolamenti.Invigila che non contravvengano in nulla alle leggi universali dello Stato.Promove e propone in seno de' Consessi legislativi quelle provvidenze e cautele che impediscono alle beneficenze d'istituto municipale o privato di fuorviare e corrompersi.Risponde ai consigli richiesti, e invita per via officiosa a modificare, migliorare, propagare e in ogni guisa perfezionare l'opera della beneficenza.Invita similmente e procura la colleganza e reciprocazione degli uffici e degli ajuti fra l'uno istituto e l'altro, e in genere favorisce e caldeggia per ogni modo l'azione loro.§ II.Funzioni speciali.1. Le pertinenze peculiari del Ministero si raccolgono tutte in due vaste categorie.La prima inchiude le opere di beneficenza riparatrice.La seconda le opere di beneficenza preservatrice. Non però che l'una non si meschi quasi sempre nell'altra; onde si distinguono solo per la prevalenza dell'uno ufficio sull'altro, cioè della beneficenza riparatrice sulla preservatrice, o viceversa.2. Nella prima categoria s'inchiudono principalmente:Gli Ospizjpe' sordo-muti, pe' ciechi, per gl'invalidi, per gli orfani, pe' trovatelli, per le partorienti;Gli ospedaliI ricoveri per li mendichiI manicomjI soccorsi pubblici agl'indigentiI soccorsi per le caseGli opificj pubbliciI discolati o case di correzione.3. Nella seconda categoria s'inchiudono principalmente:Le istituzioni igienicheLe sale di asiloLe sale di allattamento o incunabuliLe congregazioni di mutuo soccorsoLe casse dei risparmjI monti di pietàLe scuole domenicaliLe scuole di caritàLe scuole rurali o di villaLe scuole industriali o artigiane.§ III.Funzioni straordinarie.1. In ogni grave perturbazione civile, e sopravvenendo le carestie, l'epidemie, i commerciali sconvolgimenti, i subiti stagnamenti de' traffichi, ed ogni altro sinistro che offenda e flagelli in guisa immediata il popol minuto, crescono di necessità le cure e gl'ingerimenti del Ministero.2. In que' casi, il Ministro o propone al Parlamento o delibera co' suoi Colleghi sul modo di recare straordinarj sussidj alle classi più povere. Propone e delibera:Sui lavori pubblici straordinarjSull'ampliare o moltiplicare i ricoveriSul sovvenire gli emigrantiSull'invigilare le incette, agevolare leimportazioniec.E sopra ogni altro mezzo e spediente di sollecita ed efficace riparazione e confortazione.§ IV.Relazioni speciali con gli altri Ministeri.1. Le relazioni più frequenti e speciali sono:Col Ministero della istruzione pubblica, a rispetto della istruzione primaria e delle scuole tecniche popolari.Col Ministero della Giustizia, principalmente per la patrocinazione dei poveri, pe' luoghi di pena e per le discipline penitenziali.Col Ministero del commercio, dell'agricoltura e dei pubblici lavori, per la condizione de' lavoranti e dei contadini.Col Ministro o prefetto di Polizia, pe' malviventi e gli accattoni, e per le abitudini e costumanze del basso popolo.2. Regolamenti peculiari, accordati con tutti i Ministri e dettati secondo la mente del Motu-proprio sul Consiglio dei Ministri, definiranno più per minuto, e secondo che occorre, la materia e il modo delle relazioni, i limiti delle pertinenze e la reciprocazione degli uffici.§ V.Consiglio privato.1. Il Ministero di beneficenza à un Consiglio privato, presieduto dal Ministro medesimo, il quale lo chiama a consulta appresso di sè due volte almeno in ciaschedun mese, e più spesso ne' casi straordinarj.2. Il Consiglio non può essere composto di meno di Undici membri.Due vi stanno ascritti perpetuamente a cagione di loro dignità, e sono:Il Segretario della Congregazione dei Vescovi, e il Senatore di Roma.3. Tutti gli altri Consiglieri sono eletti dal Principe.4. Essi vengono scelti in modo da comporre, quanto è possibile, l'ordine qui segnato:1. Un professore o cultore di Scienze Economiche e di Statistica2. Un medico3. Un agricoltore4. Un pratico delle industrie e commerci5. Un professore o cultore di Pedagogia6. Un uomo di legge7. Un ingegnere8. Un ascritto alla Congregazione degli studj9. Un pratico delle agenzie.5. Le funzioni di Consigliere sono assolutamente gratuite e meramente onorifiche.§ VI.Congregazioni di Carità.1. In ogni città Capo di provincia risiede una Congregazione di carità.2. I suoi componenti non possono esser meno di Cinque nè più di Sette.3. Ciascuno di loro è scelto e deputato dal Principe.4. Oltre questi, siedono nella Congregazione per diritto di dignità il Vescovo e il Gonfaloniere della città, e ne sono membri onorarj perpetui.5. Tutti i componenti la Congregazione, così gli eletti dal Principe come gli onorarj, adempiono l'ufficio loro senza emolumento alcuno.6. Si adunano appresso il capo della provincia (loro presidente) una volta almeno per settimana, e più spesso nei casi straordinarj.7. La scelta de' componenti cade in genere sulle persone più dotte e specchiate e zelanti del bene delle infime classi.8. Ogni triennio la Congregazione si rinnova di un terzo.9. Pei due primi triennj, gli uscenti sono estratti a sorte. Appresso, seguono l'ordine di anzianità.10. Passato un triennio, ciascuno degli uscenti può venire rieletto.11. La Congregazione è consultata sopra ogni riforma ed innovazione in qualunque istituto ed opera caritativa della provincia.È consultata sull'amministrazione ordinaria di essi istituti, e le vengono presentati i bilanci di quelli che sono retti dal Governo e dai suoi delegati.Può venirle commesso dal Presidente qualche officio determinato e particolare intorno alla Beneficenza.Consegna e può raccomandare ad esso i memoriali e i richiami intorno al subbietto medesimo.La Congregazione elegge fuor del suo seno il suo segretario, e gli assegna uno stipendio.Gli atti di ogni sua tornata sono depositati nella cancelleria del Governo della provincia, e se ne manda copia al Ministro.§ VII.Segretariato.1. Il Ministro mantiene assidua corrispondenza officiale coi Presidi delle provincie, e altri rappresentanti del Governo, intorno all'opera di beneficenza, e per mezzo de' primi à relazione pure continua con le Congregazioni provinciali di Carità.2. Similmente, à corrispondenza officiale coi rettori e direttori di tutti quegl'istituti e opere caritative e di educazione popolare, le quali dipendono dal Governo, o dal Governo sono riguardevolmente soccorse.3. Carteggia poi in via officiosa, e in esercizio ed uso dell'azione sua direttiva e morale,Coi municipj, in quanto fondano ed amministrano istituti e opere di beneficenza dipendenti al tutto ed unicamente dall'autorità loro;Con le private congregazioni e consorterie e coi particolari uomini che fondano ed amministrano a conto proprio ed a bene pubblico esse opere ed istituti;Col Cardinale Prefetto della Congregazione de' Vescovi e Regolari, intorno al buon andamento degli atti ed istituzioni caritative di mera fondazione ecclesiastica.Similmente e per la stessa cagione carteggia coi Vescovi, ed altri rettori e direttori di quegli atti ed istituzioni.§ VIII.Ordinamenti speciali e dichiarativi.Articolo Unico. Ognuna delle materie partitamente trattate nei superiori paragrafi, riceverà di mano in mano maggiore dichiarazione e più minuta distinzione dai respettivi regolamenti e dalle circolari ministeriali.Terenzio Mamiani.
Ristampiamo volentieri quella Proposta di legge, non meno per la novità e utilità del concetto suo, come per meglio chiarire la falsità delle accuse scagliatele contro. Del resto, sfortunata e soppressa negli Stati Romani, trovò approvazione in Toscana, dove al Ministero dell'istruzione pubblica fu aggiunto l'officio di tutelare e dirigere la pubblica beneficenza. Nella infrascritta Proposta noi preghiamo altresì il lettore a voler notare un tentamento non ispregevole dell'arte difficilissima ed utilissima di dare all'opera del Governo quell'ampiezza e quell'efficacia, che accordasi compiutamente con qualchessia libertà di privati, e con ogni trasformazione e progresso nello spiritodi socialità e di consorteria. Sopracchè riman di vedere quello che l'autore ne discorse di poi nell'Accademia di Filosofia Italica.[37]
PROPOSTA DI LEGGE PER LA ISTITUZIONE DI UN MINISTERO SPECIALE DI PUBBLICA BENEFICENZA.
Ragione ed economia generale della Legge.
Sorgente prima ed inconsumabile di beneficenza è la carità, cioè quella dilezione attiva ed eroica in verso del prossimo, che ci vien persuasa e insegnata principalmente dalla religione.
Ma la carità operar devebene ordinata,[38]e torna impossibile oggi il credere di avere ogni cosa fatto e ogni cosa provveduto a sollievo dei poveri, quando siensi, non che largite, ma eziandio profuse le proprie sostanze in profitto di quelli. E similmente, non è ragionevole il reputare che agl'istituti di beneficenza fondati da' padri nostri non bisognino molte e sostanziali riforme, e non rimanga oltre ciò da promuovere e da creare gran numero d'altri istituti o poco o nulla noti agli antichi: in fine, vietano i nostri tempi di giudicare che la carità bene ordinata possa procedere al vero vantaggio e conforto de' miseri senza attingere mille variate cognizioni ed applicazioni alla Economia pubblica, alla Statistica, all'Igiene, all'Industria, all'Agricoltura, alla Tecnologia.
Ora, tale funzione della carità illuminata e bene ordinata appartiene così al Governo come a qualunque uomo particolare.
Il mondo civile, siccome il fisico, è composto di antagonie. Quindi, nessuna risoluzione dei problemi civili è buona se volge le cose a un solo dei due estremi. V'à chi vuole lasciar imprendere e provvedere il tutto ai Governi; chi invece toglie loro pressochè ogni incumbenza, e si commette per intero e in ogni negozio all'opera de' privati e de' municipj. Ma come la natura, ogni volta che nelle sue creazioni vuol porgere lo splendente modello di alcuna perfezione, ci mostra sempre un temperamento mirabile dell'uno nel vario, e della vita vigorosissima delle membra congiunta e organata con la vita interiore e suprema del lor composto; così nel corpo sociale umano erra chi vuole, opprimendo l'agire spontaneo dei singoli cittadini e la libertà dei municipj, costituire una violenta unità e uno smoderato concentramento ministrativo. Ed erra del pari chi stima che il bene massimo della repubblica sia per uscire unicamente dall'azione disparata e sconnessa degl'individui e dei comuni, e senza bisogno di procurare e attuare al possibile la collegazione e l'unità dei principj, delle intenzioni e dei fini, e certo moto iniziale e universalmente direttivo.
Con queste considerazioni è meditata la proposta di legge che a Voi rechiamo, o Signori, intorno al nuovo Ministero di pubblica beneficenza.
In tale proposta vedrete, le opere del Governo e il suo legittimo ingerimento non ledere e non turbare per nulla le libertà del municipio e i diritti del privato; conciossiachè il modo d'azione sarà pur sempre o di mera tutela o completivo od esemplare; cioè a dire che il Governo o difende e protegge appunto quelle libertà e quei dirittiovvero supplisce alla insufficienza delle facoltà d'ogni particolare uomo e d'ogni comune, o per ultimo s'ajuta e sforza di porre nel cospetto dei cittadini un modello e un esempio luminoso e imitabile. Certo, il geloso rispetto a ciò che non dee cadere in guisa diretta e immediata sotto la potestà governante, se in ogni cosa è giusto e proficuo, in materia di beneficenza è al tutto necessario, non dandosi atto al mondo più nobile e santo, ma insieme più spontaneo e meno isforzevole della privata e pubblica carità.
TESTO DELLA LEGGE.
IL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Considerando che tra gli uffici principali e più degni di un governo probo ed illuminato si è quello di soccorrere e di educare le classi indigenti;
Considerando che le dottrine e le pratiche della beneficenza pubblica sonosi ne' nostri tempi mirabilmente accresciute e affinate, e domandano studio ed occupazione moltiforme e continua;
Conseguita l'approvazione de' due Consigli deliberanti;
Avuta la sanzione Sovrana,
Decreta
1. È instituito un Ministero speciale di pubblica beneficenza.
2. Le sue pertinenze e funzioni sono dichiarate da un respettivo ordinamento.
3. Le pertinenze del Ministero dell'interno dinumerate nella distinzione 6ª e nella distinzione 9ª dell'articolo 19 del Motu-proprio sul Consiglio de' Ministri, divengono pertinenze del Ministero di pubblica beneficenza.
4. Agli stipendj e alle altre spese d'officio del detto Ministero sono assegnati 9,500 scudi, e 1,000 per le spese del primo assetto.
Dal Quirinale li..... di...... 1848.
Ordinamento del ministero di beneficenza pubblica.
§ 1.
Funzioni generali del Ministero.
1. Il Ministro procura in genere la riforma, il perfezionamento e la moltiplicazione degl'istituti e delle opere di beneficenza che già sono in atto, e la fondazione e l'avviamento degl'istituti e opere nuove, conosciute per veramente salutari ed insigni e convenevoli al tempo ed al luogo.
Invigila da pertutto sulle condizioni delle classi più disagiate, sui lavoranti, i contadini e i necessitosi di ogni ragione.
Invigila e cura ogni istituzione ed ogni opera conducente alla educazione morale e intellettuale delle infime classi.
2. Procura con mezzi mediati o immediati d'approssimare le opere tutte di beneficenza a certa unità e collegazione, affine che se ne aumenti da ogni lato l'efficacia, e non ne sieno gli effetti o troppo parziali o manchevoli.
3. Promuove appresso i Consigli deliberanti le leggi e gli ordinamenti giovevoli alle classi indigenti e al popolo minuto.
4. Sopraintende agl'istituti laicali di beneficenza da lui fondati o dal Governo posseduti, e a qualunque disegno e impresa da lui odal Governo attuata, e la quale intende al sollievo e alla educazione delle classi inferiori.
5. Sopraintende similmente a quegl'istituti e opere laicali di beneficenza e di educazione popolare, le quali sono poste dai fondatori sotto il riguardamento e la cura immediata di chi governa.
6. S'ingerisce, d'accordo coi municipj o coi rettori privati, nel regolamento di quegl'istituti ed opere comunitative o private, alle quali viene il Governo in soccorso con la pecunia pubblica, o con altra maniera efficace e ragguardevole di ajuto.
7. Quanto alle fondazioni e congregazioni, e similmente a qualunque specie ed atto di pubblica beneficenza, dipendenti al tutto dai municipj o dalla carità di privati, e che si rimangono esclusi dalle tre predette categorie, il Ministro ne piglia cognizione esatta e particolareggiata, ed esige copia autentica degli statuti e regolamenti.
Invigila che non contravvengano in nulla alle leggi universali dello Stato.
Promove e propone in seno de' Consessi legislativi quelle provvidenze e cautele che impediscono alle beneficenze d'istituto municipale o privato di fuorviare e corrompersi.
Risponde ai consigli richiesti, e invita per via officiosa a modificare, migliorare, propagare e in ogni guisa perfezionare l'opera della beneficenza.
Invita similmente e procura la colleganza e reciprocazione degli uffici e degli ajuti fra l'uno istituto e l'altro, e in genere favorisce e caldeggia per ogni modo l'azione loro.
§ II.
Funzioni speciali.
1. Le pertinenze peculiari del Ministero si raccolgono tutte in due vaste categorie.
La prima inchiude le opere di beneficenza riparatrice.
La seconda le opere di beneficenza preservatrice. Non però che l'una non si meschi quasi sempre nell'altra; onde si distinguono solo per la prevalenza dell'uno ufficio sull'altro, cioè della beneficenza riparatrice sulla preservatrice, o viceversa.
2. Nella prima categoria s'inchiudono principalmente:
3. Nella seconda categoria s'inchiudono principalmente:
§ III.
Funzioni straordinarie.
1. In ogni grave perturbazione civile, e sopravvenendo le carestie, l'epidemie, i commerciali sconvolgimenti, i subiti stagnamenti de' traffichi, ed ogni altro sinistro che offenda e flagelli in guisa immediata il popol minuto, crescono di necessità le cure e gl'ingerimenti del Ministero.
2. In que' casi, il Ministro o propone al Parlamento o delibera co' suoi Colleghi sul modo di recare straordinarj sussidj alle classi più povere. Propone e delibera:
E sopra ogni altro mezzo e spediente di sollecita ed efficace riparazione e confortazione.
§ IV.
Relazioni speciali con gli altri Ministeri.
1. Le relazioni più frequenti e speciali sono:
Col Ministero della istruzione pubblica, a rispetto della istruzione primaria e delle scuole tecniche popolari.
Col Ministero della Giustizia, principalmente per la patrocinazione dei poveri, pe' luoghi di pena e per le discipline penitenziali.
Col Ministero del commercio, dell'agricoltura e dei pubblici lavori, per la condizione de' lavoranti e dei contadini.
Col Ministro o prefetto di Polizia, pe' malviventi e gli accattoni, e per le abitudini e costumanze del basso popolo.
2. Regolamenti peculiari, accordati con tutti i Ministri e dettati secondo la mente del Motu-proprio sul Consiglio dei Ministri, definiranno più per minuto, e secondo che occorre, la materia e il modo delle relazioni, i limiti delle pertinenze e la reciprocazione degli uffici.
§ V.
Consiglio privato.
1. Il Ministero di beneficenza à un Consiglio privato, presieduto dal Ministro medesimo, il quale lo chiama a consulta appresso di sè due volte almeno in ciaschedun mese, e più spesso ne' casi straordinarj.
2. Il Consiglio non può essere composto di meno di Undici membri.
Due vi stanno ascritti perpetuamente a cagione di loro dignità, e sono:
Il Segretario della Congregazione dei Vescovi, e il Senatore di Roma.
3. Tutti gli altri Consiglieri sono eletti dal Principe.
4. Essi vengono scelti in modo da comporre, quanto è possibile, l'ordine qui segnato:
5. Le funzioni di Consigliere sono assolutamente gratuite e meramente onorifiche.
§ VI.
Congregazioni di Carità.
1. In ogni città Capo di provincia risiede una Congregazione di carità.
2. I suoi componenti non possono esser meno di Cinque nè più di Sette.
3. Ciascuno di loro è scelto e deputato dal Principe.
4. Oltre questi, siedono nella Congregazione per diritto di dignità il Vescovo e il Gonfaloniere della città, e ne sono membri onorarj perpetui.
5. Tutti i componenti la Congregazione, così gli eletti dal Principe come gli onorarj, adempiono l'ufficio loro senza emolumento alcuno.
6. Si adunano appresso il capo della provincia (loro presidente) una volta almeno per settimana, e più spesso nei casi straordinarj.
7. La scelta de' componenti cade in genere sulle persone più dotte e specchiate e zelanti del bene delle infime classi.
8. Ogni triennio la Congregazione si rinnova di un terzo.
9. Pei due primi triennj, gli uscenti sono estratti a sorte. Appresso, seguono l'ordine di anzianità.
10. Passato un triennio, ciascuno degli uscenti può venire rieletto.
11. La Congregazione è consultata sopra ogni riforma ed innovazione in qualunque istituto ed opera caritativa della provincia.
È consultata sull'amministrazione ordinaria di essi istituti, e le vengono presentati i bilanci di quelli che sono retti dal Governo e dai suoi delegati.
Può venirle commesso dal Presidente qualche officio determinato e particolare intorno alla Beneficenza.
Consegna e può raccomandare ad esso i memoriali e i richiami intorno al subbietto medesimo.
La Congregazione elegge fuor del suo seno il suo segretario, e gli assegna uno stipendio.
Gli atti di ogni sua tornata sono depositati nella cancelleria del Governo della provincia, e se ne manda copia al Ministro.
§ VII.
Segretariato.
1. Il Ministro mantiene assidua corrispondenza officiale coi Presidi delle provincie, e altri rappresentanti del Governo, intorno all'opera di beneficenza, e per mezzo de' primi à relazione pure continua con le Congregazioni provinciali di Carità.
2. Similmente, à corrispondenza officiale coi rettori e direttori di tutti quegl'istituti e opere caritative e di educazione popolare, le quali dipendono dal Governo, o dal Governo sono riguardevolmente soccorse.
3. Carteggia poi in via officiosa, e in esercizio ed uso dell'azione sua direttiva e morale,
Coi municipj, in quanto fondano ed amministrano istituti e opere di beneficenza dipendenti al tutto ed unicamente dall'autorità loro;
Con le private congregazioni e consorterie e coi particolari uomini che fondano ed amministrano a conto proprio ed a bene pubblico esse opere ed istituti;
Col Cardinale Prefetto della Congregazione de' Vescovi e Regolari, intorno al buon andamento degli atti ed istituzioni caritative di mera fondazione ecclesiastica.
Similmente e per la stessa cagione carteggia coi Vescovi, ed altri rettori e direttori di quegli atti ed istituzioni.
§ VIII.
Ordinamenti speciali e dichiarativi.
Articolo Unico. Ognuna delle materie partitamente trattate nei superiori paragrafi, riceverà di mano in mano maggiore dichiarazione e più minuta distinzione dai respettivi regolamenti e dalle circolari ministeriali.
Terenzio Mamiani.
Tra l'altre proposte di legge fatte alle Camere dal Ministero del 2 di maggio, è da citare quella sul secreto postale; un disegno di Banco Nazionale; varie proposte di legge per provvedere alle crescenti spese straordinarie; una sulla regolarità dei pesi e delle misure; una sull'ordinamento delle Guardie Civiche mobili; una sulla costruzione dei telegrafi. Più proposte di leggi sugli armamenti e le leve; una sull'abolizione dei fedecommessi e dei maggioraschi; una sulla trasformazione della tassa del macinato. Intanto, al Consiglio di Stato che ricevè vita ed ordinamento dal medesimo Ministero, erano stati dettati i principj e le norme per compilare la legge sulla istituzione dei Municipj, quella intorno alla nuova forma dei tribunali, l'altra sul rimutamento dell'ufficio del Controllore, ec.
Tra l'altre proposte di legge fatte alle Camere dal Ministero del 2 di maggio, è da citare quella sul secreto postale; un disegno di Banco Nazionale; varie proposte di legge per provvedere alle crescenti spese straordinarie; una sulla regolarità dei pesi e delle misure; una sull'ordinamento delle Guardie Civiche mobili; una sulla costruzione dei telegrafi. Più proposte di leggi sugli armamenti e le leve; una sull'abolizione dei fedecommessi e dei maggioraschi; una sulla trasformazione della tassa del macinato. Intanto, al Consiglio di Stato che ricevè vita ed ordinamento dal medesimo Ministero, erano stati dettati i principj e le norme per compilare la legge sulla istituzione dei Municipj, quella intorno alla nuova forma dei tribunali, l'altra sul rimutamento dell'ufficio del Controllore, ec.
Il Consiglio dei Deputati, nelle prime parole che pubblicò, e fu il dì dopo della partenza del Pontefice, riconobbe in modo apertoe compiuto la legalità dei Ministri e del loro mandato, dicendo: «Dev'essere manifesto che nell'assenza del Principe il governo dello Stato permane costituito nelle medesime forme e colle medesime autorità. Il Consiglio dei Deputati, sempre fermo nell'esercizio de' suoi diritti e nell'osservanza de' suoi doveri, si accorda di tutta sua volontà col Ministero al quale il Santo Padre à conferito i poteri e nell'assenza sua raccomandato l'ufficio di tutelare l'ordine pubblico.»
Il Consiglio dei Deputati, nelle prime parole che pubblicò, e fu il dì dopo della partenza del Pontefice, riconobbe in modo apertoe compiuto la legalità dei Ministri e del loro mandato, dicendo: «Dev'essere manifesto che nell'assenza del Principe il governo dello Stato permane costituito nelle medesime forme e colle medesime autorità. Il Consiglio dei Deputati, sempre fermo nell'esercizio de' suoi diritti e nell'osservanza de' suoi doveri, si accorda di tutta sua volontà col Ministero al quale il Santo Padre à conferito i poteri e nell'assenza sua raccomandato l'ufficio di tutelare l'ordine pubblico.»
Forse al lettore gradirà di leggere qui per intero tal Nota, e vedrà da quanta ragione e moderazione insieme venisse dettata, e come fosse una voce debole sì ma sincera (e doveva esser l'ultima) di conciliazione e di pace, alzata in mezzo ai tumulti e agli strepiti delle fazioni.N. 9681.DAL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI.Circolare al Corpo DiplomaticoRoma, 29 novembre 1848.Gli ultimi casi di Roma, principiati da un atroce assassinio, e terminati con la improvvisa e soppiatta partenza del Principe, possono agevolmente far sorgere nella mente dei Ministri e Rappresentanti Esterni un concetto non giusto e non vero inverso coloro i quali reggono ora lo Stato, e i quali, invece, reputano di aver adempiuto un atto di gran devozione alla Patria, consentendo di sedere al Governo e di tutelare l'ordine pubblico.Il sottoscritto giunse in Roma parecchi giorni dopo i fatti violenti del 16 di novembre, e non accettò il Ministero, al quale lo chiamava il Principe con dispaccio dell'Eminentissimo Segretario di Stato, se non quando vide la Patria in pericolo estremo e a tutti visibile di rimanere senza Governo, e quando un Autografo del Santo Padre, indiritto al Marchese Sacchetti, Custode dei Sacri Palazzi, riconfermava ciascun Ministro nel proprio officio, e voleva ad essi raccomandata in ispecial modo la quiete e l'ordine pubblico.Rispetto poi ai degni Colleghi del sottoscritto, certo è che la sola parte ch'ebbe alcuno di loro negli avvenimenti del 16 di novembre, fu d'interporsi continuo fra il Popolo sollevato ed il Principe, affine di procacciare una composizione onesta e pacifica. Quanto al deplorevole ammazzamento del Rossi, il presente Ministero à, come poteva il meglio, soddisfatto al debito suo, col comando espresso e ripetuto che fece ai respettivi ufficiali, di procedere vigorosamente e speditamente alla scoperta e alla punizione del reo.Tutta Roma intanto aderisce in modo sollecito e manifestissimo al Ministero, e mai non s'è veduta maggiore e più intima unione fra i varj ordini di magistrati, come apertamente lo mostra il Proclama del Consiglio dei Deputati, quello dell'Alto Consiglio súbito dopo venuto in luce, e quello infine del nuovo Senato della città. Il che basti per istruire i Ministri e Rappresentanti dei Governi Esteriori intorno alla legalità perfetta del presente Ministero Romano, e alla integrità e schiettezza delle sue intenzioni. Dopo ciò, il sottoscritto à l'onore di porre in considerazione dei Ministri e Rappresentanti dei Governi Esteriori certi fatti e disposizioni morali di gran momento, e acconcissimea ben discoprire altrui l'indole e l'importanza degli ultimi accadimenti di questa metropoli.Prima cosa da notare si è, che il Santo Padre mai non à sostenuto la men che minima forza e minaccia, in qualunque esercizio ed atto dell'autorità sua pontificia. La tempesta più volte insorta con fiera e minaccevole furia, à sempre quietate e spianate le onde sue a piè dell'Altare.La seconda cosa, degna sopramodo di venir ponderata, si è, che d'ogni accidente più duro e d'ogni violenza occorsa negli ultimi tempi in Roma e nelle Provincie, è stata occasione e cagione perpetua il problema difficilissimo di convenientemente accordare il temporale dominio collo spirituale; desiderando i popoli tutti di questa contrada, con pieno ed unanime voto, che fra i due poteri intervenga una divisione profonda e compiuta, salva rimanendo la unità di ambedue nella stessa Augusta Persona; laddove dall'altro lato si è voluto e sperato più che ostinatamente di tenerli, come per addietro, in istretto modo congiunti e confusi. Alla soluzione quieta e durevole di tanto problema, abbisognava un mutuo spirito di tolleranza, di conciliazione e di longanimità; e soprattutto facea mestieri l'azione lenta del tempo e degli istituti, e la forza degli abiti nuovi e dei nuovi interessi. Ma le passioni di entrambi gli estremi partiti, e quella impazienza temeraria ed improvida che spinge in ogni parte di Europa e del mondo le presenti generazioni a rompere tutto ciò che di súbito non si piega e non muta, condussero in Roma la resistenza e il conflitto, e le rapide e forse immature trasformazioni.À poi meschiato ed aggiunto asprezza e impetuosità al conflitto il sentimento nazionale non soddisfatto, e il credersi in questi ultimi tempi che venisse a contesa colla politica nuova italiana la vecchia politica della romana curia, la quale à pensato troppe volte di scampare ed avvantaggiare sè sola nel naufragio della Nazione.Da tutto ciò il sottoscritto piglia arbitrio di concludere, che le agitazioni e le rivolture dello Stato Romano mettono radice in un sentimento universale, e in un bisogno fondatissimo ed incessante; il quale non verrà, del sicuro, attutato e distrutto dai temperamenti e uffici dei Diplomatici, e nemmanco dall'uso dell'armi quali che fossero. Elle sgomenterebbono temporaneamente gli spiriti senza mutarli nè vincerli; e li vedremmo ad ogni occasione ribollir più feroci e meno placabili, simiglianti a finissime molle, che altri può comprimere e storcere, ma non impedire che mille volte risorgano e scattino. Quindi reputa il sottoscritto, che niuna azione, niun ingegno, niun'arte e modo d'intervenzione straniera riuscirà a quetare e a sopprimere quella rinascente e durissima necessità delle cose, la quale à pur resistito alla forza attraente e soave delle virtù evangeliche, della bontà specchiata e della infinita e inalterabile mansuetudine del Sovrano Pontefice, ed à eziandio prevaluto all'amore riconoscente dei popoli inverso l'Iniziatore Augusto della nazionale rigenerazione.Terenzio Mamiani.Ai termini di questa Nota, fattesi a voce da alcun nostro Commissario le debite chiose, le quali venivano, la più parte, dedotte dalle norme caute e prudenti allora seguite e che la presente Lettera accenna più sopra, ambedue i Governi, Francese cioè e Inglese, mostraronsi soddisfatti, e promisero d'interporsi tra il Principe e il popolo, come discreti e pacifici mediatori. Certo è che, innanzi alla convocazionedella Costituente romana e all'acclamazione della repubblica, sebbene dal Cavaignac fu mosso discorso d'intervento armato e cominciátane l'esecuzione, non potè il disegno venir proseguito, mancando affatto i pretesti. Dell'Inghilterra basterà dire, che in ogni dispaccio di lord Palmerston intorno al proposito, raccomandavansi caldamente tutte le guise opportune e possibili di conciliazione e d'accordo, e biasimavasi con ricise parole qual si volesse intervento ed uso di forza straniera. Non per questo si presume da noi di negare, che rotto l'esercito italiano a Novara, diventava probabile assai l'invasione austriaca nelle Provincie Romane, quantunque mantenute si fossero nella suggezione del Papa, e dentro gli angusti limiti dello Statuto. Ma l'amore del vero e l'amor d'Italia ci forzano a dire, che gli ultimi rivolgimenti di Roma e della Toscana nocquero più che mediocremente al buon esito della riscossa; e ad ogni modo, l'Austria sola invadente arrecato avrebbe non altro che odio e scredito immenso alla fazione prelatizia che la chiamava. Forse mancato sarebbe allora la possibilità eziandio di abolir lo Statuto rimasto sempre in atto, e dimorando dal lato nostro intatti e compiuti la ragione e il diritto. Più certo è che non avrebbe potuto Leopoldo abolire il suo proprio in Toscana, nella quale senza le mene repubblicane ogni cosa sarebbesi mantenuta quieta. Ma praticandosi sino alla fine la politica iniziata dall'autore di queste lettere, ciò che del sicuro veniva impedito, era il fatto funesto e misero sopra tutti, d'una specie di Santa Crociata che l'Europa Cattolica à messo insieme per rialzare la potestà temporale dei papi, e rialzarla assoluta, e secondo le pretensioni e le massime del giure divino dei Monarchi. Onde, tanto sono ora angosciati e disanimati i popoli, quanto imbaldanzita e infreneticata la setta nemica d'ogni concessione e d'ogni interesse nazionale italiano; e a cui sembrano quasichè ritornati i tempi di Gregorio VII e d'Innocenzio III. Nè mai si può deplorare quanto ragion vorrebbe quest'uscio aperto e spalancato oggidì in Italia all'intromessione armata di tutti i forestieri nelle nostre faccende, sotto sembiante di reggere e puntellare il principato ecclesiastico.Oh! vi puzzano, dunque, le glorie che i repubblicani sonosi guadagnate, ed anzi ànno guadagnato all'Italia, combattendo in guerra disugualissima e senza speranza? Amiamo le vostre glorie, e come Italiani ne andiamo alteri. Ma lottare a morte contro l'Austria non era certo men bello che contro la Francia; e le file de' combattenti, sarebbero state più folte, il diritto più intero, la colleganza europea renduta impossibile, rimosso dalla patria un gran principio di divisione, strappato a forza il suffragio di quanti uomini liberi e onesti illumina il sole.
Forse al lettore gradirà di leggere qui per intero tal Nota, e vedrà da quanta ragione e moderazione insieme venisse dettata, e come fosse una voce debole sì ma sincera (e doveva esser l'ultima) di conciliazione e di pace, alzata in mezzo ai tumulti e agli strepiti delle fazioni.
N. 9681.
DAL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI.
Circolare al Corpo Diplomatico
Roma, 29 novembre 1848.
Gli ultimi casi di Roma, principiati da un atroce assassinio, e terminati con la improvvisa e soppiatta partenza del Principe, possono agevolmente far sorgere nella mente dei Ministri e Rappresentanti Esterni un concetto non giusto e non vero inverso coloro i quali reggono ora lo Stato, e i quali, invece, reputano di aver adempiuto un atto di gran devozione alla Patria, consentendo di sedere al Governo e di tutelare l'ordine pubblico.
Il sottoscritto giunse in Roma parecchi giorni dopo i fatti violenti del 16 di novembre, e non accettò il Ministero, al quale lo chiamava il Principe con dispaccio dell'Eminentissimo Segretario di Stato, se non quando vide la Patria in pericolo estremo e a tutti visibile di rimanere senza Governo, e quando un Autografo del Santo Padre, indiritto al Marchese Sacchetti, Custode dei Sacri Palazzi, riconfermava ciascun Ministro nel proprio officio, e voleva ad essi raccomandata in ispecial modo la quiete e l'ordine pubblico.
Rispetto poi ai degni Colleghi del sottoscritto, certo è che la sola parte ch'ebbe alcuno di loro negli avvenimenti del 16 di novembre, fu d'interporsi continuo fra il Popolo sollevato ed il Principe, affine di procacciare una composizione onesta e pacifica. Quanto al deplorevole ammazzamento del Rossi, il presente Ministero à, come poteva il meglio, soddisfatto al debito suo, col comando espresso e ripetuto che fece ai respettivi ufficiali, di procedere vigorosamente e speditamente alla scoperta e alla punizione del reo.
Tutta Roma intanto aderisce in modo sollecito e manifestissimo al Ministero, e mai non s'è veduta maggiore e più intima unione fra i varj ordini di magistrati, come apertamente lo mostra il Proclama del Consiglio dei Deputati, quello dell'Alto Consiglio súbito dopo venuto in luce, e quello infine del nuovo Senato della città. Il che basti per istruire i Ministri e Rappresentanti dei Governi Esteriori intorno alla legalità perfetta del presente Ministero Romano, e alla integrità e schiettezza delle sue intenzioni. Dopo ciò, il sottoscritto à l'onore di porre in considerazione dei Ministri e Rappresentanti dei Governi Esteriori certi fatti e disposizioni morali di gran momento, e acconcissimea ben discoprire altrui l'indole e l'importanza degli ultimi accadimenti di questa metropoli.
Prima cosa da notare si è, che il Santo Padre mai non à sostenuto la men che minima forza e minaccia, in qualunque esercizio ed atto dell'autorità sua pontificia. La tempesta più volte insorta con fiera e minaccevole furia, à sempre quietate e spianate le onde sue a piè dell'Altare.
La seconda cosa, degna sopramodo di venir ponderata, si è, che d'ogni accidente più duro e d'ogni violenza occorsa negli ultimi tempi in Roma e nelle Provincie, è stata occasione e cagione perpetua il problema difficilissimo di convenientemente accordare il temporale dominio collo spirituale; desiderando i popoli tutti di questa contrada, con pieno ed unanime voto, che fra i due poteri intervenga una divisione profonda e compiuta, salva rimanendo la unità di ambedue nella stessa Augusta Persona; laddove dall'altro lato si è voluto e sperato più che ostinatamente di tenerli, come per addietro, in istretto modo congiunti e confusi. Alla soluzione quieta e durevole di tanto problema, abbisognava un mutuo spirito di tolleranza, di conciliazione e di longanimità; e soprattutto facea mestieri l'azione lenta del tempo e degli istituti, e la forza degli abiti nuovi e dei nuovi interessi. Ma le passioni di entrambi gli estremi partiti, e quella impazienza temeraria ed improvida che spinge in ogni parte di Europa e del mondo le presenti generazioni a rompere tutto ciò che di súbito non si piega e non muta, condussero in Roma la resistenza e il conflitto, e le rapide e forse immature trasformazioni.
À poi meschiato ed aggiunto asprezza e impetuosità al conflitto il sentimento nazionale non soddisfatto, e il credersi in questi ultimi tempi che venisse a contesa colla politica nuova italiana la vecchia politica della romana curia, la quale à pensato troppe volte di scampare ed avvantaggiare sè sola nel naufragio della Nazione.
Da tutto ciò il sottoscritto piglia arbitrio di concludere, che le agitazioni e le rivolture dello Stato Romano mettono radice in un sentimento universale, e in un bisogno fondatissimo ed incessante; il quale non verrà, del sicuro, attutato e distrutto dai temperamenti e uffici dei Diplomatici, e nemmanco dall'uso dell'armi quali che fossero. Elle sgomenterebbono temporaneamente gli spiriti senza mutarli nè vincerli; e li vedremmo ad ogni occasione ribollir più feroci e meno placabili, simiglianti a finissime molle, che altri può comprimere e storcere, ma non impedire che mille volte risorgano e scattino. Quindi reputa il sottoscritto, che niuna azione, niun ingegno, niun'arte e modo d'intervenzione straniera riuscirà a quetare e a sopprimere quella rinascente e durissima necessità delle cose, la quale à pur resistito alla forza attraente e soave delle virtù evangeliche, della bontà specchiata e della infinita e inalterabile mansuetudine del Sovrano Pontefice, ed à eziandio prevaluto all'amore riconoscente dei popoli inverso l'Iniziatore Augusto della nazionale rigenerazione.
Terenzio Mamiani.
Ai termini di questa Nota, fattesi a voce da alcun nostro Commissario le debite chiose, le quali venivano, la più parte, dedotte dalle norme caute e prudenti allora seguite e che la presente Lettera accenna più sopra, ambedue i Governi, Francese cioè e Inglese, mostraronsi soddisfatti, e promisero d'interporsi tra il Principe e il popolo, come discreti e pacifici mediatori. Certo è che, innanzi alla convocazionedella Costituente romana e all'acclamazione della repubblica, sebbene dal Cavaignac fu mosso discorso d'intervento armato e cominciátane l'esecuzione, non potè il disegno venir proseguito, mancando affatto i pretesti. Dell'Inghilterra basterà dire, che in ogni dispaccio di lord Palmerston intorno al proposito, raccomandavansi caldamente tutte le guise opportune e possibili di conciliazione e d'accordo, e biasimavasi con ricise parole qual si volesse intervento ed uso di forza straniera. Non per questo si presume da noi di negare, che rotto l'esercito italiano a Novara, diventava probabile assai l'invasione austriaca nelle Provincie Romane, quantunque mantenute si fossero nella suggezione del Papa, e dentro gli angusti limiti dello Statuto. Ma l'amore del vero e l'amor d'Italia ci forzano a dire, che gli ultimi rivolgimenti di Roma e della Toscana nocquero più che mediocremente al buon esito della riscossa; e ad ogni modo, l'Austria sola invadente arrecato avrebbe non altro che odio e scredito immenso alla fazione prelatizia che la chiamava. Forse mancato sarebbe allora la possibilità eziandio di abolir lo Statuto rimasto sempre in atto, e dimorando dal lato nostro intatti e compiuti la ragione e il diritto. Più certo è che non avrebbe potuto Leopoldo abolire il suo proprio in Toscana, nella quale senza le mene repubblicane ogni cosa sarebbesi mantenuta quieta. Ma praticandosi sino alla fine la politica iniziata dall'autore di queste lettere, ciò che del sicuro veniva impedito, era il fatto funesto e misero sopra tutti, d'una specie di Santa Crociata che l'Europa Cattolica à messo insieme per rialzare la potestà temporale dei papi, e rialzarla assoluta, e secondo le pretensioni e le massime del giure divino dei Monarchi. Onde, tanto sono ora angosciati e disanimati i popoli, quanto imbaldanzita e infreneticata la setta nemica d'ogni concessione e d'ogni interesse nazionale italiano; e a cui sembrano quasichè ritornati i tempi di Gregorio VII e d'Innocenzio III. Nè mai si può deplorare quanto ragion vorrebbe quest'uscio aperto e spalancato oggidì in Italia all'intromessione armata di tutti i forestieri nelle nostre faccende, sotto sembiante di reggere e puntellare il principato ecclesiastico.
Oh! vi puzzano, dunque, le glorie che i repubblicani sonosi guadagnate, ed anzi ànno guadagnato all'Italia, combattendo in guerra disugualissima e senza speranza? Amiamo le vostre glorie, e come Italiani ne andiamo alteri. Ma lottare a morte contro l'Austria non era certo men bello che contro la Francia; e le file de' combattenti, sarebbero state più folte, il diritto più intero, la colleganza europea renduta impossibile, rimosso dalla patria un gran principio di divisione, strappato a forza il suffragio di quanti uomini liberi e onesti illumina il sole.
I termini della Protesta furono gl'infrascritti.Il Generale Cavaignac, nel dì 28 del mese scorso, significò all'Assemblea Nazionale di Francia, che giuntagli nuova dei casi succeduti in Roma il dì 16 di quel mese stesso, aveva, mediante i telegrafi, comandato fossero di presente imbarcati 3500 uomini sopra tre fregate a vapore, e diretti verso Civitavecchia, affine di assicurare la persona del Santo Padre, la sua libertà e la riverenza che gli si debbe. Nelle norme poi scritte e mandate dal Generale al signor de Corcelles, e lette all'Assemblea nazionale in quel medesimo giorno, s'incontranoqueste formali parole: — Voi non siete autorizzato ad intervenire in alcuna delle questioni politiche in Roma agitate. Spetta solamente all'Assemblea Nazionale il determinare la parte che vorrà far avere alla Repubblica nei provvedimenti coi quali s'instaurerà uno stato regolare di cose nei dominj della Chiesa. —A noi sottoscritti è necessità di notare in primo luogo, siccome il dare ordine di entrare armata mano in un territorio straniero, non assentendolo i suoi abitanti e chi lo governa, è per sè medesimo atto contrario alle massime fondamentali del gius delle genti, ancora quando si compia con intenzione di assicurare la vita e la libertà del Principe quivi imperante. Conciossiachè ogni popolo è arbitro in casa sua d'ogni qualunque suo fatto, e giudice solo de' proprj interessi; e ne' Principi (giusta le dottrine universalmente ora accettate, e massime in Francia) non risiede una tal signoria e non vive un diritto tanto assoluto e divino, che facciali superiori ad ogni altro diritto sociale e politico, e li separi affatto dalla indipendenza e dalla sovranità nazionale.Secondamente, osservano i sottoscritti, come nella istruzione data dal Generale Cavaignac al signore de Corcelles, il primo inciso del periodo poc'anzi allegato contraddica patentemente al secondo. Imperocchè nel primo comandasi al De Corcelles di non intromettersi punto nella questione insorta tra il popolo ed il suo Principe; e nell'altro, è considerato il caso che l'Assemblea Francese deliberi e voglia in diretto modo partecipare ai provvedimenti più idonei per ricondurre lo Stato ecclesiastico in situazione regolare e pacifica. Il primo inciso, pertanto, sembra volere escludere l'intervento politico, e nel secondo si annunzia come possibile.I sottoscritti, tacendo per brevità molte ragioni concomitanti, e parecchi altri principj del giure internazionale che militano in lor favore, ristringonsi a ricordare al Generale Cavaignac la prescrizione chiarissima dell'articolo 5º della Costituzione nuova di Francia, col quale si decretò che le armi francesi mai non saranno adoperate a detrimento veruno delle libertà dei popoli. Ora, la prima, senza meno, delle libertà loro è la indipendenza nazionale, e il rimanere arbitri sempre e signori delle proprie sorti nel proprio Stato, arbitri e signori dell'interno assetto della cosa publica.Ma il Pontefice, si obbietta, oltre al signoreggiare tre milioni di sudditi, è Capo e Moderatore di tutto l'Orbe Cattolico; e però ad ogni Potentato che professi la Cattolica Religione, importa di aver sicurezza che il sommo Gerarca non sostenga mai veruna violenza, e nemmanco patisca grave e frequente perturbazione nell'esercizio piano e spontaneo della pontificia podestà.Noi non c'intratterremo qui nè a combattere nè a commentare cotesta massima, nella sua maggiore astrattezza considerata. Ma vogliasi riconoscere ad ogni modo, ch'ella dee venire applicata e addatta ai veri e congrui casi, non ai supposti o simulati od alieni dal subbietto. Ed oltre a ciò, egli farà bisogno sempre di convenire e accordarsi per innanzi sul modo di praticare con equità e imparzialità quella massima, e salvando scrupolosamente i diritti che a ciascun popolo alla indipendenza, alla libertà e al franco e intero maneggio de' suoi proprj negozj.Il che presupposto, diciamo in primo luogo, che l'intervento non può venire all'atto giammai, qualora la spirituale autorità del Pontefice non sia negli uffici suoi nè impedita nè perturbata. Ora,la differenza sorta fra il Santo Padre ed il popolo è meramente e unicamente politica. E neppur l'ingegno della calunnia potrebbe tanto aguzzarsi, da dare apparenza di verità a qual si voglia asserzione contraria. LaChiesaè intatta ne' suoi diritti, nelle sue pertinenze, ne' suoi esercizj d'ogni specie e d'ogni ragione.In secondo luogo, fermato pure il caso, che il sacerdozio supremo non sia con la debita libertà e spontaneità esercitato, in guisa niuna potrebbesi consentire che una sola delle nazioni Europee si arrogasse il diritto e l'arbitrio d'intervenire da sè ed armata mano in un paese a lei forestiero, sia qualunque la ragione e il pretesto che ponga innanzi. Se il Re di Francia (quando era in seggio) ebbe nome diCristianissimo, l'Imperatore d'Austria fu ed è chiamatoApostolico, il monarca di SpagnaCattolico, eFedelissimoquello di Portogallo; titoli tutti grandi egualmente e solenni: e però a ciascuno di tali Principi s'addirebbe il privilegio medesimo, e competerebbe un egual diritto d'ingerimento in Italia; e non già alla sola Francia repubblicana, come sembra opinare il Generale Cavaignac.Infine, nella fatta supposizione, occorre, come accennammo, che l'intervento non calpesti per nulla il dritto de' popoli, e, oltre di ciò, riesca durevolmente utile ed efficace. Imperocchè senza tali due condizioni, dell'equità per un lato e della utilità ed efficacia per l'altro, l'intervento sarebbe vano ed ingiusto, e però dannoso e riprovevole. Al presente, diciamo ch'egli è manifesto che l'intervento armato de' forestieri negli Stati della Chiesa non può succedere senza impedire ed offendere direttamente e in modo enormissimo le pubbliche libertà e franchigie del popol Romano, e per indiretto quelle d'ogni altro Stato d'Italia; e d'altra banda, non può tornare durevolmente utile ed efficace, e ben consuonare col fine. Problemi siffatti non si risolvono col taglio della spada, nè con qualunque atto e adoperamento di materiale forza. E perciò, tutta la parte assennata, temperata e virtuosa dei popoli pontificj à pensato e procurato di sciogliere l'arduo problema per vie razionali e pacifiche, correggendo le prime cagioni e non gli ultimi effetti, la sostanza e non gli accidenti, e procacciando di sbarbicare le vere e profonde radici dal male. Per ciò, essa fece plauso grandissimo al programma ministeriale delli 5 di giugno,[39]in cui si annunciava la lieta speranza di veder separata per sempre, e in guisa adatta e sincera, la potestà temporale dalla spirituale; comechè ambedue unite nella stessa Augusta Persona. E perchè avvi alcune azioni ed usi speciali del potere monarchico i quali il Pontefice afferma di non poterli accordare con la sua paterna e apostolica autorità, egli è grandemente mestieri che quella porzione di regio potere sia delegata e rimessa ad altrui in maniera conveniente e pratica, affine che i popoli dello stato Romano non vengano ad ogni tratto oppugnati nel desiderio legittimo il quale nutrono costantemente d'ogni ragionevole libertà e d'ogni progresso civile; e sopra tutto non vengano mai combattuti nel sentimento lor nazionale, e nella prima e sostanzialissima di tutte le condizioni sociali e politiche: quella, cioè, di vivere indipendenti e signori e moderatori delle proprie lor sorti, e di potersi con gli altri Italiani insieme affrancare dal giogo oltraggioso e durissimo dello straniero.Ma tornando ora al discorso del generale Cavaignac, a noi sirappresenta come molto credibile, che dopo aver egli saputo da' suoi commissarj e corrispondenti la quiete profonda in cui vivesi Roma e lo Stato sin dal dimane del giorno 16 di novembre; dopo conosciuta la concordia mirabile in cui si stringono ogni dì più il Ministero, le Camere, il Municipio, la Guardia Civica e tutte l'altre parti del popolo; dopo considerato come ciò mantenga in Roma e in ciascuna provincia un ordine veramente esemplare, e come in seno alla libertà illimitata di pensieri, di scritti e di opere in cui trovansi queste genti, non iscorgesi un atto ed un cenno non pure contrario alla fede Cattolica, ma nettampoco irriverente, e il quale offenda in alcuna parte e frastorni le pratiche numerose e le cotidiane dimostrazioni, apparati e cerimonie di culto esteriore; infine, dopo avere quel Generale considerato, che il Ministero, le Camere ed ogni altra magistratura nulla ànno che fare con le passioni del popolo nè con gli eccessi deplorevoli che ne possono rampollare, e come invece tutti essi que' governanti e que' magistrati mantengonsi fermi nella legalità e nello stretto esercizio de' loro diritti e de' loro doveri; si sentirà costretto a mutare opinione e deliberazione, e non verrà con la forza e l'impeto soldatesco a difficoltare e tardare quella leale conciliazione, la qual dee nascere spontaneamente con segni di perduranza e con reciprocazione perfetta; e così per virtù dell'amore e della persuasione, come per la necessità delle cose meglio conosciuta e sentita d'ambe le parti.Ma quello che sia di ciò, la deliberazione del Generale Cavaignac, alla quale mal ci soffre l'animo di credere che partecipi di buon grado la generosa Nazione Francese, reca un'umiliazione e un'ingiuria gravissima a tutte le genti Italiane. Sotto qualunque colore, e per qualunque ragione onesta e plausibile, il Generale Cavaignac intenda d'intervenire a mano armata in Italia, ciò è un fatto che, non consentito dalla Nazione e da chi per legge la rappresenta, costituisce una violazione vera e flagrante dell'universale diritto dei popoli.Il Generale Cavaignac neppure accenna alcun precedente accordo nè coi popoli nè coi Principi della Penisola. Egli non fa motto della richiesta o, per lo manco, dell'aperto e pieno accettare e aderire di Pio IX; la qual richiesta e il quale accettare e aderire noi neghiamo d'altra parte, che possa mai essere stato. Pio IX è il più mansueto de' Principi, ed à cuore alto e italiano. Però, come potrebb'egli voler tornare tra' suoi figliuoli e nella sua sede preceduto e fiancheggiato d'armi straniere? Chi ciò afferma, ed anzi chi ciò suppone di lui, crudelmente l'oltraggia. Oltre di che (non è soverchio il ripeterlo), trattandosi qui non dell'ufficio suo venerando e apostolico, ma unicamente delle differenze politiche nate tra lui e i suoi popoli, tornare in mezzo di loro mediante le armi e la violenza de' forestieri, saría compiere l'atto il più diametralmente contrario che far si possa ai principj del reggimento costituzionale, e alle massime più manifeste e volgari del dritto pubblico.Ciò tutto considerato, noi sottoscritti protestiamo formalmente e solennemente in faccia all'Italia e all'Europa contra la invasione francese deliberata e apprestata dal Generale Cavaignac; e dichiariamo che alle sue truppe verrà, secondo le nostre forze, impedito lo sbarco, e l'entrare e violare, dovechessia, il territorio nazionale. Il che facendo, noi intendiamo di difender l'onore non solamente di queste Provincie Romane, ma dell'Italia tutta quanta, e disecondare la volontà e la deliberazione fermissima di tutti i suoi popoli. E similmente facciamo caldo, espresso e, più che si può da noi, solenne e veemente richiamo ai Potentati di Europa, ed al senso loro di equità e di giustizia. Imperocchè la causa e l'ingiuria è comune a tutte mai le Nazioni gelose dell'indipendenza, e altere di aver conquistato la politica libertà.Roma, 8 dicembre 1848.
I termini della Protesta furono gl'infrascritti.
Il Generale Cavaignac, nel dì 28 del mese scorso, significò all'Assemblea Nazionale di Francia, che giuntagli nuova dei casi succeduti in Roma il dì 16 di quel mese stesso, aveva, mediante i telegrafi, comandato fossero di presente imbarcati 3500 uomini sopra tre fregate a vapore, e diretti verso Civitavecchia, affine di assicurare la persona del Santo Padre, la sua libertà e la riverenza che gli si debbe. Nelle norme poi scritte e mandate dal Generale al signor de Corcelles, e lette all'Assemblea nazionale in quel medesimo giorno, s'incontranoqueste formali parole: — Voi non siete autorizzato ad intervenire in alcuna delle questioni politiche in Roma agitate. Spetta solamente all'Assemblea Nazionale il determinare la parte che vorrà far avere alla Repubblica nei provvedimenti coi quali s'instaurerà uno stato regolare di cose nei dominj della Chiesa. —
A noi sottoscritti è necessità di notare in primo luogo, siccome il dare ordine di entrare armata mano in un territorio straniero, non assentendolo i suoi abitanti e chi lo governa, è per sè medesimo atto contrario alle massime fondamentali del gius delle genti, ancora quando si compia con intenzione di assicurare la vita e la libertà del Principe quivi imperante. Conciossiachè ogni popolo è arbitro in casa sua d'ogni qualunque suo fatto, e giudice solo de' proprj interessi; e ne' Principi (giusta le dottrine universalmente ora accettate, e massime in Francia) non risiede una tal signoria e non vive un diritto tanto assoluto e divino, che facciali superiori ad ogni altro diritto sociale e politico, e li separi affatto dalla indipendenza e dalla sovranità nazionale.
Secondamente, osservano i sottoscritti, come nella istruzione data dal Generale Cavaignac al signore de Corcelles, il primo inciso del periodo poc'anzi allegato contraddica patentemente al secondo. Imperocchè nel primo comandasi al De Corcelles di non intromettersi punto nella questione insorta tra il popolo ed il suo Principe; e nell'altro, è considerato il caso che l'Assemblea Francese deliberi e voglia in diretto modo partecipare ai provvedimenti più idonei per ricondurre lo Stato ecclesiastico in situazione regolare e pacifica. Il primo inciso, pertanto, sembra volere escludere l'intervento politico, e nel secondo si annunzia come possibile.
I sottoscritti, tacendo per brevità molte ragioni concomitanti, e parecchi altri principj del giure internazionale che militano in lor favore, ristringonsi a ricordare al Generale Cavaignac la prescrizione chiarissima dell'articolo 5º della Costituzione nuova di Francia, col quale si decretò che le armi francesi mai non saranno adoperate a detrimento veruno delle libertà dei popoli. Ora, la prima, senza meno, delle libertà loro è la indipendenza nazionale, e il rimanere arbitri sempre e signori delle proprie sorti nel proprio Stato, arbitri e signori dell'interno assetto della cosa publica.
Ma il Pontefice, si obbietta, oltre al signoreggiare tre milioni di sudditi, è Capo e Moderatore di tutto l'Orbe Cattolico; e però ad ogni Potentato che professi la Cattolica Religione, importa di aver sicurezza che il sommo Gerarca non sostenga mai veruna violenza, e nemmanco patisca grave e frequente perturbazione nell'esercizio piano e spontaneo della pontificia podestà.
Noi non c'intratterremo qui nè a combattere nè a commentare cotesta massima, nella sua maggiore astrattezza considerata. Ma vogliasi riconoscere ad ogni modo, ch'ella dee venire applicata e addatta ai veri e congrui casi, non ai supposti o simulati od alieni dal subbietto. Ed oltre a ciò, egli farà bisogno sempre di convenire e accordarsi per innanzi sul modo di praticare con equità e imparzialità quella massima, e salvando scrupolosamente i diritti che a ciascun popolo alla indipendenza, alla libertà e al franco e intero maneggio de' suoi proprj negozj.
Il che presupposto, diciamo in primo luogo, che l'intervento non può venire all'atto giammai, qualora la spirituale autorità del Pontefice non sia negli uffici suoi nè impedita nè perturbata. Ora,la differenza sorta fra il Santo Padre ed il popolo è meramente e unicamente politica. E neppur l'ingegno della calunnia potrebbe tanto aguzzarsi, da dare apparenza di verità a qual si voglia asserzione contraria. LaChiesaè intatta ne' suoi diritti, nelle sue pertinenze, ne' suoi esercizj d'ogni specie e d'ogni ragione.
In secondo luogo, fermato pure il caso, che il sacerdozio supremo non sia con la debita libertà e spontaneità esercitato, in guisa niuna potrebbesi consentire che una sola delle nazioni Europee si arrogasse il diritto e l'arbitrio d'intervenire da sè ed armata mano in un paese a lei forestiero, sia qualunque la ragione e il pretesto che ponga innanzi. Se il Re di Francia (quando era in seggio) ebbe nome diCristianissimo, l'Imperatore d'Austria fu ed è chiamatoApostolico, il monarca di SpagnaCattolico, eFedelissimoquello di Portogallo; titoli tutti grandi egualmente e solenni: e però a ciascuno di tali Principi s'addirebbe il privilegio medesimo, e competerebbe un egual diritto d'ingerimento in Italia; e non già alla sola Francia repubblicana, come sembra opinare il Generale Cavaignac.
Infine, nella fatta supposizione, occorre, come accennammo, che l'intervento non calpesti per nulla il dritto de' popoli, e, oltre di ciò, riesca durevolmente utile ed efficace. Imperocchè senza tali due condizioni, dell'equità per un lato e della utilità ed efficacia per l'altro, l'intervento sarebbe vano ed ingiusto, e però dannoso e riprovevole. Al presente, diciamo ch'egli è manifesto che l'intervento armato de' forestieri negli Stati della Chiesa non può succedere senza impedire ed offendere direttamente e in modo enormissimo le pubbliche libertà e franchigie del popol Romano, e per indiretto quelle d'ogni altro Stato d'Italia; e d'altra banda, non può tornare durevolmente utile ed efficace, e ben consuonare col fine. Problemi siffatti non si risolvono col taglio della spada, nè con qualunque atto e adoperamento di materiale forza. E perciò, tutta la parte assennata, temperata e virtuosa dei popoli pontificj à pensato e procurato di sciogliere l'arduo problema per vie razionali e pacifiche, correggendo le prime cagioni e non gli ultimi effetti, la sostanza e non gli accidenti, e procacciando di sbarbicare le vere e profonde radici dal male. Per ciò, essa fece plauso grandissimo al programma ministeriale delli 5 di giugno,[39]in cui si annunciava la lieta speranza di veder separata per sempre, e in guisa adatta e sincera, la potestà temporale dalla spirituale; comechè ambedue unite nella stessa Augusta Persona. E perchè avvi alcune azioni ed usi speciali del potere monarchico i quali il Pontefice afferma di non poterli accordare con la sua paterna e apostolica autorità, egli è grandemente mestieri che quella porzione di regio potere sia delegata e rimessa ad altrui in maniera conveniente e pratica, affine che i popoli dello stato Romano non vengano ad ogni tratto oppugnati nel desiderio legittimo il quale nutrono costantemente d'ogni ragionevole libertà e d'ogni progresso civile; e sopra tutto non vengano mai combattuti nel sentimento lor nazionale, e nella prima e sostanzialissima di tutte le condizioni sociali e politiche: quella, cioè, di vivere indipendenti e signori e moderatori delle proprie lor sorti, e di potersi con gli altri Italiani insieme affrancare dal giogo oltraggioso e durissimo dello straniero.
Ma tornando ora al discorso del generale Cavaignac, a noi sirappresenta come molto credibile, che dopo aver egli saputo da' suoi commissarj e corrispondenti la quiete profonda in cui vivesi Roma e lo Stato sin dal dimane del giorno 16 di novembre; dopo conosciuta la concordia mirabile in cui si stringono ogni dì più il Ministero, le Camere, il Municipio, la Guardia Civica e tutte l'altre parti del popolo; dopo considerato come ciò mantenga in Roma e in ciascuna provincia un ordine veramente esemplare, e come in seno alla libertà illimitata di pensieri, di scritti e di opere in cui trovansi queste genti, non iscorgesi un atto ed un cenno non pure contrario alla fede Cattolica, ma nettampoco irriverente, e il quale offenda in alcuna parte e frastorni le pratiche numerose e le cotidiane dimostrazioni, apparati e cerimonie di culto esteriore; infine, dopo avere quel Generale considerato, che il Ministero, le Camere ed ogni altra magistratura nulla ànno che fare con le passioni del popolo nè con gli eccessi deplorevoli che ne possono rampollare, e come invece tutti essi que' governanti e que' magistrati mantengonsi fermi nella legalità e nello stretto esercizio de' loro diritti e de' loro doveri; si sentirà costretto a mutare opinione e deliberazione, e non verrà con la forza e l'impeto soldatesco a difficoltare e tardare quella leale conciliazione, la qual dee nascere spontaneamente con segni di perduranza e con reciprocazione perfetta; e così per virtù dell'amore e della persuasione, come per la necessità delle cose meglio conosciuta e sentita d'ambe le parti.
Ma quello che sia di ciò, la deliberazione del Generale Cavaignac, alla quale mal ci soffre l'animo di credere che partecipi di buon grado la generosa Nazione Francese, reca un'umiliazione e un'ingiuria gravissima a tutte le genti Italiane. Sotto qualunque colore, e per qualunque ragione onesta e plausibile, il Generale Cavaignac intenda d'intervenire a mano armata in Italia, ciò è un fatto che, non consentito dalla Nazione e da chi per legge la rappresenta, costituisce una violazione vera e flagrante dell'universale diritto dei popoli.
Il Generale Cavaignac neppure accenna alcun precedente accordo nè coi popoli nè coi Principi della Penisola. Egli non fa motto della richiesta o, per lo manco, dell'aperto e pieno accettare e aderire di Pio IX; la qual richiesta e il quale accettare e aderire noi neghiamo d'altra parte, che possa mai essere stato. Pio IX è il più mansueto de' Principi, ed à cuore alto e italiano. Però, come potrebb'egli voler tornare tra' suoi figliuoli e nella sua sede preceduto e fiancheggiato d'armi straniere? Chi ciò afferma, ed anzi chi ciò suppone di lui, crudelmente l'oltraggia. Oltre di che (non è soverchio il ripeterlo), trattandosi qui non dell'ufficio suo venerando e apostolico, ma unicamente delle differenze politiche nate tra lui e i suoi popoli, tornare in mezzo di loro mediante le armi e la violenza de' forestieri, saría compiere l'atto il più diametralmente contrario che far si possa ai principj del reggimento costituzionale, e alle massime più manifeste e volgari del dritto pubblico.
Ciò tutto considerato, noi sottoscritti protestiamo formalmente e solennemente in faccia all'Italia e all'Europa contra la invasione francese deliberata e apprestata dal Generale Cavaignac; e dichiariamo che alle sue truppe verrà, secondo le nostre forze, impedito lo sbarco, e l'entrare e violare, dovechessia, il territorio nazionale. Il che facendo, noi intendiamo di difender l'onore non solamente di queste Provincie Romane, ma dell'Italia tutta quanta, e disecondare la volontà e la deliberazione fermissima di tutti i suoi popoli. E similmente facciamo caldo, espresso e, più che si può da noi, solenne e veemente richiamo ai Potentati di Europa, ed al senso loro di equità e di giustizia. Imperocchè la causa e l'ingiuria è comune a tutte mai le Nazioni gelose dell'indipendenza, e altere di aver conquistato la politica libertà.
Roma, 8 dicembre 1848.