Io penso che da voi e da qualunque discreto lettore sarò prosciolto affatto dall'obbligo di provare lo scadimento compiuto ed irreparabile del potere temporale dei papi. Chi dice di nol vedere, o s'infinge, o è talpa dell'intelletto, o vive fuor del mondo e del secolo. Oggi più che mai sta vero ciò che il Machiavello scriveva, trecent'anni or sono; cioè a dire cheil papa à Stato e non lo difende, à sudditi e non li governa. Ma più non è vero quel ch'ei soggiungeva, e cioè cheli sudditi, per non essere governati, non se ne curano, nè pensano nè possono alienarsi da lui. Oggi se ne curano tanto, che per fuggire lo sgovernato regno de' chierici, darebbersi in braccio, io stava per dire, al Russo od all'Ottomano; e stimo che non si dia fra le nazioni cristiane un reggimento, e così odiato insieme e così spregiato: però è debolissimo e disordinatissimo. Nè senza l'armi de' forestieri può star su in piedi, ed esso le accetta insieme e le abborre con tutta l'anima; onde particolarmente fra l'Austria e lui sembra da lunghissimi anni durare l'un di que' patti che le leggende raccontano essere più d'una volta seguiti tra l'uomo e alcuna potenza infernale, con iscambievole necessità e detestazione. Quanti passi à fatto il mondo in questi ultimi tempi nella scienza delle leggi e nell'arte del governare, di tanto s'è lasciata scoprire la inabilità e inettitudine dei prelati, la quale ora è veramente spettacolosa all'Europa. Nessuno poi (stimo io)può indursi a credere che ciò non sia effetto insieme e cagione assai ponderosa dell'affrettato e continuo abbassare del Vaticano. Nè la cosa è mai per mutare: e sappiano i Diplomatici, qualora ei s'infingessero d'ignorarlo, che niuna loro industria, preghiera, esortazione ed ammonizione trarrà il governo ecclesiastico a qualche termine di bontà e di saggezza civile e politica; ed i suoi sudditi continueranno senza posa ed interruzione ad impoverire, e la plebe ad ingaglioffarsi, e tutti a scadere più sempre e miseramente in ogni qualità e modo del vivere privato e publico.
Le investiture de' beneficj; le possessioni e ricchezze de' monaci, fautori naturali e propagatori dell'alta balía dei papi; i feudi e principati ecclesiastici, sparsi segnatamente per la Germania; i tribunali di mista giurisdizione; la Santa Inquisizione, e simili altre forme e maniere di potestà, io son dubioso di rassegnare tra le temporali prerogative di Roma, ovvero tra le spirituali. Ma, di qua o di là che si pongano, questo permane certo, ch'elle sono privilegj e mezzi di forte e generale dominazione, i quali scemano e scapitano tutto giorno, e a non lungo andare ne rimarrà piuttosto la memoria che il fatto. Di feudi ecclesiastici e della Santa Inquisizione non è più vestigio, eccetto che in Roma; delle giudicature miste sussistono assai pochi avanzi. Nelle principali provincie della cristianità, le frateríe (come testè si accennava) o soppresse o de' beni loro spogliate, e le ancora esistenti, voi le scorgete senza credito e senza valor morale, e ignoranti e goffe la maggior parte. Nè Roma in sì lungo spazio à saputo correggerle, addottrinarle, rigenerarle e renderle fazionate agli abiti nuovi e alle nuove tendenze del secolo. Sopra che io dico: avvi egli dimostrazione di vecchiezza e discadimento più chiara di questa, che il pontificato o non s'accorga o stiasi inerte ed inoperante a veder calare e discreditarsi per ogni luogo queste sue milizie e colonie, mandate un giorno insino agli ultimi termini della terra, e per mezzo a tutte le genti, a predicare la maestà del suo seggio, e la gloria della sua corte?
Ma la declinazione maggiormente esiziale al papato, e men comportevole, è quella accaduta nell'autorità e nella preminenza morale e civile; perchè interviene in subbietto più sostanziale, e proprio dell'essere suo. E per fermo, d'una potenza per al tutto immateriale e signora degl'intelletti e degli animi, è peculiare, innanzi ogni cosa, il dirigere ed informare i costumi, la scienza e l'educazione, e comporre e lumeggiare altresì nelle menti la ragione guidatrice e sovrana del vivere sociale.
Nel fatto, quantunque volte o il durare degli scismi, o l'imperversare delle fazioni entro Roma stessa con lunghe stragi e abbominazioni, non troncarono affatto i nervi al papato, e non gli tolsero di far sentire diuturnamente e con efficacia l'azione sua, questa si spiegò vigorosa e mirabile in ciascuno dei subietti testè mentovati, e riuscì splendida e prevalente, benchè non sempre pura e lodevole, nè ben condecente al carattere augusto del sacerdozio e agli spiriti del Vangelo. Voi sapete le storie, e una lettera non le può raccontare. Basti che riandiamo l'epoche e le date più insigni; e l'indole diversa dei fatti paragoniamo. La vera e pienissima primazia morale e civile, che Gregorio Magno (torna volentieri la penna a quel venerando Gerarca) e alcuni avanti e dopo di lui mantenevano in Italia e fuori, per ispontanea riverenza e adesione de' popoli, dimostra appunto quello che possa la religione, praticante con senno la carità civile, e incorporandosi con le arti e la sapienza del viver comune. Così accadeva, come notammo più sopra, che Gregorio, sfornito di principato e d'eserciti, conseguisse l'effetto medesimo che se stato fosse signore d'immenso imperio. Laonde lagnavasi egli con parole d'oro, che meno desiderava occuparsi nelle faccende secolaresche, come importune e disformi all'apostolico ufficio, più gli si moltiplicavan tra mano. Fatto è, ch'egli, il santissimo uomo, col senno migliore che portavano i tempi infelici e inselvatichiti, riparava alle carestie, combatteva i contagi, armava i popoli contra i barbari,il furor di questi placava, ottenévano tregue e trattati di pace. Qualche parte ancora della latina magniloquenza risuonar facea nel suo stile; ornava i templi ed il culto di belle pompe, e di nuove ed austere armonie, che da lui pigliarono il nome. Per sè e intorno a sè, lautezze e grandigie di corte non conosceva; e mitemente querelavasi con alcun suo castaldo, che l'avesse proveduto d'un sì sconcio palafreno, che cavalcar nol poteva senza noja e disagio. Imbattutosi un giorno in certi schiavi d'Ibernia, e forte ammirato di lor belle fattezze e bianchissime carni, fermò il proposito di render cristiana ed ingentilire tutta Britannia. E quella contrada fu convertita; e per lui e per alcuni suoi successori tante semenze di buoni studj, e massimamente di lettere greche, vennero quivi trasmesse, che tutta la sopravegnente barbarie d'Europa non le aduggiò, e Beda e Scotto d'Erigene ed Alcuino ne fanno prova.
Di quello che il pontificato valesse, a rispetto della civiltà, sorgendo pian piano, e durando colma e gloriosa la teocrazia (e, poniamo, da Adriano I a Innocenzo III), quasi non fa mestieri tener discorso, perchè la notizia n'è ormai volgare; e in questo secolo ragionatore ed incredulo, la storia più di rado commette ingiustizia, ed ànno gli scrittori avuto senso e intelletto vivissimo dello smisurato animo e degli altissimi intendimenti di alcuni papi, altre volte disconosciuti e frantesi. Al presente, accordasi ognuno a credere che quella, diremmo, dittatura in istola ed in cámice, fu rimedio e schermo terribile ma pur salutare contro alla feroce e superba ignoranza dei barbari. Per quella lo spirito disarmato comandò alla materia, e l'ingegno domò la forza, e in mezzo agli istinti ciechi e disumani della conquista, rampollò l'idea del vero e del giusto: per la teocrazia il poco di scienza rimasta agli Occidentali scampò nelle scuole dei monasteri, e molti avanzi della civiltà latina durarono, e il giure canonico, di romano giure impregnato, prevalse al crudele diritto feudale. Per quella a cagioni infinite di slegamento e contesa, e alle disgregate e minute sovranità dei Teutonici, fu contrapposta la grande unità cristiana, il diritto collettivo d'ogni sorta congregazioni, e il vivere e il deliberare a comune:per quella, in fine, alla schiavitù rinnovellata sotto nome di vassallaggio, posero freno e compenso le franchigie ecclesiastiche, e qualunque grado e altezza di gerarchia mantenuto accessibile a tutto il popolo.
Non fu adulazione e lusinghería chiamar da Leone il secolo d'oro delle lettere e delle arti nuove italiane, se con quel nome si volle contrassegnare la Roma pontificale che apparve e fiorì, mettiamo, da Nicolò V a papa Boncompagni od a Sisto V. Perchè forse nessuna città dominante primeggia e sopravanza oggi tanto le altre per civiltà e splendore di lettere, di quanto Roma in que' giorni eccedeva il rimanente d'Europa, in gentilezza di arti, eleganza di vita, varietà di sapere, copia e peregrinità delle cose ajutatrici degli studj; nè in Italia medesima Firenze e Venezia potevano starle a petto. E ancora che prevalesse il culto del bello, la filologia e l'erudizione, nessuna parte ragguardevole dello scibile era trasandata, nè avuta in sospetto (innanzi almeno allo scoppiare della Riforma), nè impedita di speculare con ragionevole libertà il proprio subbietto: siccome vedesi (a citar pure un esempio) dall'opera del Copernico dedicata ad esso il pontefice, e dove l'antico sistema di Filolao veniva rifatto e spacciato per vero; il medesimo che poi condusse Galileo nelle prigioni del Sant'Officio. Ed ognun sa che infino all'anno 1549 stampavansi le opere del Machiavelli, e publicavansi per l'Italia con ispeciali privilegi della corte romana. Poi le proscrisse sì fattamente, che sempre da ogni licenza del leggere libri inibiti venivano escluse.
Dopo ciò, se dal raccogliere insieme e dal contemplare questi tre aspetti, ed epoche grandi e solenni della civiltà e gloria papale, voi conducete, illustre Signore, lo sguardo sugli ultimi anni e sugli ultimi concetti e proponimenti del Valicano, una grave maraviglia e una secreta pietà, non vi stringe egli il cuore, in pensando a che novissimi termini di decadenza sia trapassata la più insigne, al sicuro, e più veneranda e magnifica delle istituzioni apparse sul mondo?Nè solo è venuta in fiacchezza e in decrepità, ma, per mio sentire, giacerebbesi affatto spenta e annullata, e incapace di uscir del sepolcro, quando l'alito vitale del cristianesimo e la virtù delle tradizioni quel moribondo corpo non sostentasse. Imperocchè, per ragioni diverse e sotto molti diversi riferimenti, sempre torna adatta a Roma la novelletta del Giudeo convertito, che il Certaldese raccontava cinque secoli fa.
Dinanzi all'ultime sollevazioni delle Romagne, s'accorgeva egli il mondo, che v'à il papato, salvo che per le continue renitenze o censure con cui si sforza di contrastare al general moto degl'intelletti e all'affrancamento de' popoli; e nega e sconosce pressochè tutte le sembianze e gli abiti nuovi del viver civile? Qual ingerimento paterno, accetto, eminente e degno del sacerdozio, esercita Roma a' dì nostri ne' gran negozj del mondo? In quali è chiamato arbitro e giudice il papa? Avvi potentato, avvi popolo che si comprometta in lui? Avvi guerra nessuna da lui impedita, discordia civile cessata, patto di tregua e di pace concluso? Trovo che l'ultimo atto d'intervento efficace della potenza papale, fu sul cadere del secolo sedicesimo, rappattumando in Vervino Francesi e Spagnuoli. Non molto dopo, nel trattato di Vesfaglia, comecchè vi fossero mescolate materie gravissime di religione, i nunzj pontificj non valsero con nessun'arte a mettere le negoziazioni nella via desiderata e segnata da Roma, ed ella se ne querelò e protestò senza frutto. Alla pace de' Pirenei, Mazzarino, quantunque prete e cardinale di Santa Chiesa, rifiutò i benigni ufficii offertigli dal pontefice; e nel trattato di Utrecca non parve insolente e indebito ai contraenti il disporre a lor modo d'alcune provincie reputate soggette e tributarie di Roma, senza pigliare accordi con lei, e nemmanco far menzione de' suoi diritti.
È strano eziandio e maraviglioso, che quella medesima potestà la qual sommoveva e tragittava, unite ed armate, d'Europa in Asia poco meno che intere nazioni; e sconfitte di poi nelle guerre, e dalla fame mietute e dalle pestilenze, persuadevale tuttavia a ritentare l'impresa, oggi non possa allegare un sol fatto notabile per cui si dimostri, com'ella riesca pure almeno a proteggere con successo le genti cattoliche,ovunque o gl'infedeli o le Chiese eterodosse le opprimano; ed anzi in que' luoghi stessi di antico pellegrinaggio, e ch'erano fine e cagione delle Crociate, cresce di dominio e ricchezza il culto scismatico, e soprafà ed ingiuria il culto latino.
Scorrete in altra materia; ponete l'occhio alle missioni che Roma al presente prepara ed invia dal grembo suo, e subito vi verrà veduto la estrema inferiorità e tepidezza loro, a comparazione dei tempi andati; e i veramente grandi e portentosi concetti e disegni di Propaganda scorgerete cadere in incredibile parvità; e quella sua stamperia poliglota (per toccare un solo particolare), che fu prima ed unica al mondo, non à quest'oggi caratteri da pubblicare una pagina di sanscritto. Nè già potrebbero i papi scusarsi e piangere come l'antico Alessandro, che manchi oggimai lo spazio alle sante conquiste loro. Di dieci centinaja e più di milioni di uomini che nudrisce la terra, un quarto solo sono cristiani. Ma l'ambizione di Roma sembra oggi rivolta a ben altro proposito, che di recare ai barbari ed agli idolatri la luce dei Vangeli, e l'umanità di nostre arti e costumi.
In mezzo ai traviamenti del secolo che trascorriamo, assentirete, o Signore, che questa lode gli rimane interissima, di avere con la scienza e le istituzioni moltiplicato ed illuminato le publiche beneficenze, preso cura speciale dell'educare le moltitudini, cercato alla povertà loro ogni possibile compenso, trovato con fina industria copiosi conforti agli stenti e tribolazioni delle infime plebi. Avvi cosa al mondo più degna e illibata, sollecitudine più cristiana, fatica e studio al supremo sacerdozio meglio dicevole? Ma in questa sì bella ed intemerata pagina della storia moderna incontri tu mai il nome del papa? Delle nuove e tanto ingegnose e caritatevoli forme di comune e privata beneficenza, àvvene una soltanto scoperta e iniziata in Roma, o presto almeno e vivamente caldeggiata ed esercitata? Le sale d'asilo, le sale d'allattamento, le prigioni e i metodi penitenziali, le casse dei risparmj, le società di temperanza, quelle di mutuo soccorso, le infinite miglioranze recate ad ogni maniera di ricoveri ed ospedali? Un secolo e mezzo addietro, cadde in pensieroa Clemente XI di chiudere in luogo abilmente ordinato al lavoro e alla correzione i giovinetti discoli e abbandonati, e così camparli dai delitti e dall'ultima corruttela. Pietoso e civile concetto insieme; il quale se fu poi per altri l'occasione e il germe dei metodi nuovi penitenziali, non so; ma questo io so bene, che quel germe fruttificava in pressochè tutta l'Europa e l'America, eccetto che in Roma.
Infine, la scienza, che è tanta porzione di civiltà, ed anzi è scorta e lume continuo suo; la scienza, già patrimonio del chiericato sì particolare e proprio, che laico venne a significare inculto ed illetterato; la scienza, dico, rinverdita primamente e riordinata sì nelle scuole dei teologi e sì nelle università degli studj, rette e corrette in ogni parte del mondo da bolle e prammatiche di pontefici,[49]a che termini sta ora nelle lor mani, e come risponde ai progressi e alle ampliazioni degli ultimi secoli? Qui la decadenza corre agli occhi d'ognuno, ed è tale e sì deplorabile da non ottener fede il discorso, salvo che da coloro i quali furono e sono testimonj del danno e della vergogna. Penso che basterà il dire che Roma, non ostante gli stranieri visitatori, l'intelligenza svegliatissima de' suoi cittadini, e quel popolo d'artisti che vi dimora a studio de' monumenti, è ormai divenuta la metropoli più ignorante d'Europa, e la men fornita di ciò che occorre agli svariati incrementi del moderno sapere. Nell'università sua, poco degna davvero del borioso titolo di Sapienza che porta, si desidera per lo meno la metà delle cattedre che ne' più culti paesi e nelle scuole meglio ordinate stimansi oggi non che opportune ma necessarie a compiere lo ammaestramento delle morali, delle fisiche, del diritto, della medicina e della storia; senza voler qui sindacare i metodi falsi e le viete dottrine insegnatevi, e il modo incredibilmente strano ed illiberale con che tutta insieme quella istituzione vien moderata e disciplinata. Da voi non s'ignora che sebbene il trovato (io doveva dire il miracolo) della stampa accadesse di là dall'Alpi, Roma entrò innanzi a tutti in lodarlo e in dargli ricetto, e volle giovarsene largamente e sollecitamente. Oh gran mutazione di tempi e di uomini!Oggi quel che si imprime di libri e di giornali in Roma, ragguagliato alle più dotte città straniere, sta, senza timore alcuno d'amplificazione, siccome uno a cento; e nelle pubbliche biblioteche trovi appena uno su mille de' buoni volumi moderni, e agli antichi assai poca gente pon mano. Nè in altra guisa può andar la bisogna colà dove ogni scritto e libro è cacciato tra le filiere di tre censure, l'episcopale, la politica e la fratesca del Sant'Officio; dove nell'encicliche più solenni chiamasidetestandala libertà di stampare; dove fu proibito per lunghissimi anni il vaccino, e tuttora è proscritto l'insegnamento della publica economia; dove l'Inquisizione (or fa poco tempo) non dubitò di riprovare e dannare con espresso decreto le sale d'asilo; e non volevasi testè udir parola di strade ferrate; e chiunque osato avesse di condursi a que' congressi scientifici, che Ferdinando stesso di Napoli avea tollerato nella sua città e fatto vista di carezzare, veniva rimosso o dalla cattedra o dall'impiego, se l'uno o l'altro tenea dal governo.
Durassero quivi almeno fiorenti e profondi gli studj sacri, quanto furono altra volta, e quanto sembra domandare non che il decoro e la dignità, ma il debito e l'interesse medesimo di quella gran sede del mondo cattolico! Nè io dirò che in veduta elli sieno scarsi e leggieri, o sia picciolo il numero degl'insegnanti, o poca la frequenza ed assiduità de' discepoli. Ma dagli effetti cotidiani può ben giudicare ogni uomo sensato, che in quegli studj non è più forza alcuna inventiva, non robustezza e amplitudine di concetti, non luce e svolgimento di feconde dottrine, non copia alfine e peregrinità di filologia e d'erudiziene.
Ma forse voi vi maravigliate della mia maraviglia. Dove non ásola un minimo fiato di libertà, può l'albero della scienza durar verde e fruttifero? Per vero, di tutte quelle opere dottrinali ed apologetiche o sotto altro rispetto fautrici e lodatrici di Roma, le quali anno in questa prima metà del secolo meritato e conseguito celebrità universale, neppure una ebbe principio e nascimento nelle scuole romane, e neppure una pagina e un rigo di esse uscì dalla penna di quelle insigni congregazioni, da cui si maneggiano colà tuttavia ipiù serj negozj e i più gelosi interessi della intera cattolicità. Frayssinous, Bonald, De Maistre, Haller, Göerees, Schlegel, Stolberg, Hurter, Lamennais, Lacordaire, Balmes, Chateaubriand, Döllinger, per tacer d'altri, mai non furono in Roma a dare scienza o riceverla. Due sommi Italiani arbitrerei di potersi aggiungere a quel bel novero assai giustamente, e sono il Gioberti e il Rosmini; ma la vita loro intellettuale sortì l'inizio e il proseguimento, e rendè fiori e frutti ammirabili in altro terreno ed in altre scuole. Da Roma venne ad essi, per ciò che sappiamo, una cosa soltanto; la riprovazione e condanna d'alcun loro scritto.
Se non che, Roma fu inverso l'uno dei due quasi costretta ad essere ingrata: imperocchè, qual più spiacevole contrapposto e qual ritratto men somigliante poteva métterlesi innanzi agli occhi, di quello che le offerse il Gioberti, quando con sì nobil disegno e tinte sì vive e smaglianti le figurava l'archetipo del primato civile dei papi, e l'astringeva, mirandolo, a fieramente vergognare di sè medesima? Del resto, non solo la maggioranza civile dei papi è venuta al niente, ma la morale autorità eziandio si perde e consuma ogni di, non ostante che sulla cattedra di San Pietro seggano, da poi la riforma germanica, uomini per ordinario di santa vita, e d'incolpabili costumi, e di specchiatissima religione. Ma il chiudersi intorno ad essi e l'immiserirsi vie più sempre degl'intelletti e dei cuori, e l'avere il Vaticano aderito imprudentemente allo spirito gretto e muliebre di pietà e di devozione, che alcuni mistici e i Gesuiti segnatamente affettano e inculcano, à menato di passo in passo la cosa a questo infelice risultamento, che il mondo stima esservi ora due moralità e due devozioni; l'una accettabile ad ogni maniera di oneste, gentili e istruite persone, propria e comune a tutta cristianità, conforme ai principj eterni della ragione, e all'ordine vero ed universale del bene; l'altra involta nelle sottilità dei casisti, sopraffatta da pratiche puerili, intinta non poco di superstizione, consigliera di virtù monacali e alla repubblica inutili, servile ne' sentimenti e negli atti, buona per genterelle idiote e da poco; ed è per appunto quella lodata e caldeggiata perpetuamente da Roma e da' suoidottori. Ciò à fatto, come ognuno sel può vedere, che pure in mezzo ai cattolici si vada oggimai pensando, la virtù essere meglio imparata ne' libri degli antichi e dalla nuda lettera dei vangeli, che non dai moralisti e predicatori di Roma. E rispetto al culto e alle devozioni, è marcia forza confessare, che in molta porzione di loro forme e di lor cerimonie la significazione scema e si oscura ogni giorno, e gli animi ne ricevono una impressione fredda, materiale, e non immune spesse volte da invincibile tedio ed increscimento.
Non è la moralità cosa angusta e servile; e chi spaura d'ogni libertà e d'ogni grandezza non può effettivamente e sostanzialmente professare e insegnar la virtù: conciossiachè, sentenzia un gran moralista,[50]ogni virtù nostra procede dalla grandezza dell'animo:ex animi magnitudine. Senza dire che le condizioni del principato assoluto, e gli altri conseguenti del falso sistema che séguita la Curia Romana, facendola indocile e riluttante al vero e germano spirito dei documenti evangelici, l'ànno recata bel bello a insegnare e inculcare con assai minor zelo l'intrinseco della bontà che l'estrinseco, e meglio stimare la buccia e le fronde, che il succoso midollo e i frutti fragranti e soavi della pietà operosa e magnanima.
Tornate, o pontefici, alla purezza e semplicità de' costumi antichi (gridava dal pergamo fiorentino un fraticello di San Marco), e più nel cuor delle genti non vacillerà la fede e la riverenza inverso di voi. Certo, all'attuazione di quel consiglio, l'effetto saria seguito copioso ed universale; e i popoli dimenticavano in poco d'ora le battiture dello scisma, le turpitudini di Avignone e le umiliazioni inflitte al papato dai concilj di Costanza e di Basilea.
Per immensa sventura, e segnatamente d'Italia, parve al sesto Alessandro, a Giulio II, a Paolo IV e ad altri papi di quella età, partito migliore e più valido la stretta amicizia dei re, il potere temporale accresciuto, le frateríe moltiplicate, la Inquisizione ed i Gesuiti. Da quei tristi giorni, il declinare di Roma divenne precipitoso ed irreparabile; perchè lamente e l'anima vera e vitale della pietà e dell'incivilimento cristiano non restò con lei, salvo che in apparenza, e ciascuno di que' mezzi le si voltò in danno e in vergogna; i re la illusero e la imbrigliarono; il poter temporale le diè forza per quarant'anni, e tólsele credito per tutti i tempi; le fraterie finirono incurate o derise, il Sant'Offizio abbominato, e i Gesuiti non molto manco.
Or finiamo, e al crescere e sovrabbondare dell'argomento si ponga quella misura che ricercano i termini naturali di questo scritto, e l'ascoltazione vostra ch'io non debbo nè voglio abusare. E già per molti sarà riuscita come una scorsa fuor di subietto questo paragone di tempi antichi e moderni, e questa breve delineazione del tanto grandeggiare e calare della sedia pontificale. Pure, io non andrò accusato da tutti coloro (e voi, spero, sarete del novero) i quali comprendono che ciò che importava di recare a saldissima prova, si è che l'abbassamento e l'oscurazione continua del papato non è parziale nè accidentale, non vizia e inferma soltanto l'estrinseche sue condizioni e le men rilevanti e nobili, ma invade tutto l'essere, ne storpia gli intendimenti e gli uffici, porta detrimento grave a tutta la sua dignità, penetra alla viva sostanza, non lascia porzione sana, non fibra integra e poderosa.
Un molto celebrato scrittor francese, ritraendo al vivo e con maestrevole stile la bellezza e maestà dei riti pontificali, massime nei giorni santi e ne' vespri solenni della Cappella Sistina, ove con sì meste armonie e con sì acconcio apparato esprimesi il lutto di Santa Chiesa, e lo squallore del tempio per la passione e morte del Redentore, va eziandio narrando come in cuor suo quell'ultima e diradata nebbia d'incensi, quei cantori che a poco a poco s'ammutoliscono, quell'estinguersi di mano in mano dei ceri, quell'ombra vespertina che cresce ed occupa tutto il luogo, rendevagli immagine altresì del venir meno e dileguarsi la gloria e l'oltrapossente grandezza papale. Certo, se il pontificato è gran parte della Chiesa, e l'intristire o il declinare di quello arrécale sventura e declinazione, io non so ben quando le sia nato cagione più giusta e vera di significare il cordoglio suo,e da tutti gli altari, in tutte le sedi della cristianità levar preghiere e supplicazioni al divino autore della fede. Imperocchè, non di fuori le son venuti i flagelli, ma da' suoi figliuoli e custodi; non per guerre e persecuzioni, ma in seno della pace e della comune obbedienza:ecce in pace amaritudo mea amarissima.
Non, dunque, l'amore ordinario del bene e del meglio, non quelle purgazioni ed emendazioni che a tempo a tempo fa mestieri di compiere in tutte le cose umane, ma sì veramente la fiera ed irrepugnabile necessità costringe e sforza a portar mutazione in qualche ordine costitutivo del sommo pontificato. Ogni altro partito, qual che si fosse, non ne fermerebbe il gran rovinío; nè cesserebbe Roma d'esser cagione, o trista occasione almeno, di scandalo e setta nella famiglia cattolica, e mai non ricondurrebbesi a tale bontà da saper ritrarre, com'è ufficio suo peculiare, dalle viscere del cristianesimo virtù spiratrice e riparatrice del mondo moderno. A ciò non poter bastare, vi dissi, le riforme ed emendazioni del temporale; dovendo elle piuttosto succedere come effetto, che antecedere come causa; o, per lo men male, avvenire contemporanee con le spirituali ammende e riforme. Essere presenti i giorni fortunosi e difficilissimi di Nicolò II e Gregorio VII, in quanto che al risanare e reintegrare il papato occorrono prammatiche nove, spedienti animosi, saldo e virile consiglio.
Nè anzi mi tratterrò di affermare, che i tempi odierni ànno a riscontro di quegli antichi tale disposizione peggiore, e certo di gran momento; che, cioè, nel secolo undecimo gli occhi soli della Chiesa erano aperti a vedere ed a piangere i guasti e le sozzure del proprio suo tempio; laddove oggi ogni cosa avviene sotto l'indagatrice pupilla dell'altre Chiese cristiane, le quali non si astengono di predicare e trombettare su dai pinnacoli, che appresso i popoli loro è la fede molto meno rattiepidita, la moralità più sana e profonda, maggiore senza verun paragone la dottrina e modestia del clero, e chequivi la religione è congiunta e amicata ai concetti generosi, e a tutti i rivolgimenti e progressi civili di nostra età: dalle quali asserzioni ci porgono poi per riprova, da una parte, lo stato fiorente e glorioso di essi popoli, come a dir l'Inghilterra, la Prussia, l'Olanda, gli Stati-Uniti; e dall'altra, la depressione e lo scadimento di quelli, come Polacchi, Spagnuoli, Italiani, Messicani, dove trionfò potentissimo e signoreggia tuttora non contrastato il culto cattolico.
Voi m'avete parecchie volte udito affermare, che il clericato romano, sebben muta i corpi, non muta il genio nè il vezzo, e che le menti e gli animi vi sono tutti impastojati a una foggia, nutriti d'un latte medesimo, fatti e formati a un medesimo stampo; laonde in ciascuno di loro è ferma e tenacissima la volontà di serbare integro e sempiternare (quando il potessero) quel tal misto d'ambizione, d'interesse e di santimonia da lor fabbricato, e il quale non si péritano di chiamare buono e perfetto governo della Chiesa e dello Stato. Quindi è fuor del possibile ch'entri loro in cuore alcuna voglia viva e sincera di correggere sè stessi, e innovare in parte veruna le lor condizioni, e che ritrovino (quando pure il desiderio sorgesse) abilità e forza proporzionate all'alto proposito.
Ora, i fatti più sopra allegati vi porgono di tale pertinacia e impotenza una molto chiara dimostrazione. Conciossiachè, insegnano tutte le storie, che nessun istituto civile, già roso nel suo midollo e pervenuto a decrepitezza, abbia voglia ed abilità di rialzare sè da sè stesso; e torna contraddittorio che là proprio dove la vita si estingue, si rinvengano forze da ristorarla: invece, quelle cagioni medesime che d'un abbassamento in altro maggiore trascinano con legge dura e ineluttabile di destino, vietano il riaversi e il risorgere; e si lo vietarono con l'azione loro incessante e mortifera alla Roma d'Augustolo, alla Bisanzio dei Paleologhi, e alla Venezia dei Manini e dei Renieri. Similmente, essendosi da ogni parte di quegli istituti ritirato lo spirito, e rimanendo delle cose la nuda corteccia, mutare per loro suona come annullarsi: quindi con severità farisaica vi sono riformati i più fradici usi, serbate le più vane apparenze, cresciuto dimille doppj il servaggio; i vecchiumi soli vi ànno lode, e l'irragionevole ostinazione vi usurpa nome di virtù e di sapienza.
Nè da tale pervertimento e caducità degli umani fatti troviamo arbitrio nessuno di credere esente il pontificato in ciò appunto che à d'umano, e nelle sue esteriori e disciplinari disposizioni. Ed anzi aggiungiamo, che in queste è maggiore necessità o di emendarsi, o di perire. Avvegnachè, com'elle sono forme finite e determinate, e abito accidentale e sensibile d'una divina sostanza, loro non è conceduto di contenerla, e significarla, salvo che parzialmente e imperfettamente; e alla inesauribile sua facoltà di ampliazione e d'organamento, niuno dee pensare che riuscir possano in ogni tempo ed in ogni caso adatte, sufficienti e commisurate. Laonde, chi si ostina a volerle serbare intangibili ed immutabili, fa sembiante di negare la virtù infinita del cristianesimo; la quale per ciò che opera sulla terra e nel tempo, dee necessariamente assumere successione e limitazione; nè altrimenti può dilatare la sua eccellenza nè le sue maraviglie mostrare, che seguitando la legge imposta alla perfezione di tutti i finiti, cioè a dire l'indefinito ed interminabile spiegamento dell'essere proprio.
Le quali tutte considerazioni tenendo io vive innanzi alla mente, procederò con più stretto discorso alle ultime parti del mio subbietto.
Le mutazioni debbono esser cercate nè inferiori al bisogno nè superiori. Debbono alla sostanza delle discipline antiche ecclesiastiche non solo non contrastare, ma conformarsi intrinsecamente, e rinnovarne lo spirito quanto l'indole dell'età nostra il comporta. Debbono eleggersi le più semplici e pronte, eleggersi tali che si vedano consentire sapientemente ai pensieri nuovi del secolo; infine, eleggersi le più agevoli, od, a favellare esatto, le men malagevoli, poichè la cosa di sua natura è tra le difficili e travagliose. Gli anteriori discorsi provarono, credo, con abbondanza, ch'elle non possono primamentee direttamente proceder da Roma, e dovere oggi, com'altra volta, nel corpo cattolico il vital calore ed il sangue dalle membra estreme salire e rifluire nel capo. Conciossiachè per le membra scorre tuttora occulta e sottile un'aura di salute e di vigoria più penetrativa e meglio efficace che nol giudica il volgo. Dov'io m'inganni e m'illuda su cotal punto, e nemmeno nel clero inferiore, il qual vince l'altro di sensatezza e di numero, non sia buona disposizione a ricevere e seguitare le verità che la general discussione va dimostrando e dilucidando, tutto il restante di questa lettera confesso che cade e s'annulla.
D'altro lato, non è forse la Chiesa, per propria essenza, la vita spirituale e comune di tutti i fedeli? Ella è in ogni luogo, e non è intera in veruna parte; e ciò tutto che piglia sostanza ed autorità perdurabile in lei, ottenne per innanzi l'universale consentimento, vogliatelo espresso o tacito, posteriore ai decreti di Roma o anteriore. Che il pontefice siacaput Ecclesiæ, ovverocaput in Ecclesiâ, come sottilmente si questionò, poco importa di definire. Conciossiachè nell'una e nell'altra sentenza rimane vero pur questo, che da sè e per sè il papa non è la Chiesa, nè alla Chiesa può prevalere.
Ma io vo dubitando non forse questo mio lungo proemiare e questo discorrere alquanto sospeso sieno per accendere in voi una troppa viva curiosità, la quale io non ò modo alcuno di soddisfare. E per fermo, egli trattasi unicamente di ricondurre in onoranza e in costume (benchè solo in qualche porzione e in maniera assai temperata) ciò che la cristianità intera praticò abitualmente per molti secoli e in tutte cose; intendo la elezione dei capi e dei reggitori fatta a suffragio comune del clero, e accettante e plaudente il popolo. Dico di rinnovarsene l'uso in qualche porzione, e in riguardosa maniera. Seguite, vi prego, le mie parole, e giudicherete, illustre Signore, s'io sono quell'avventato e guasto cervello che dicono. Io propongo, adunque, per lo men male, che in niuna provincia italiana o straniera si sveglino per al presente le gelosie di Stato; e però prosiegua il pontefice, prosiegano i principi a scêrre, come per addietro, i pastori spirituali de' popoli. Taccio similmente di Sinodo universaleinfino a tanto che popoli e principi con ardore e concordia non lo richiedano: il che sarà molto tardi. Ma voglio che dai suffragi del clero appostatamente adunato in ciascuna provincia, escano tutti coloro a cui spetta il nome e l'ufficio assai profanato, ma solenne pur nondimeno e magnifico di cardinale di Santa Chiesa; e voglio, quindi, che il capo e giudice di tutta la cristiana repubblica venga da tutta essa eletto mediante que' suoi deputati nel novello Concistoro raccolti.
Il principio elettivo fu anima della Chiesa, e sua legge sovrana ed universale. I tempi declinando al peggiore, e sempre più temperandosi ella agli usi e alle fogge regie e feudali, recarono presso che al nulla quel suo spirito di franchigia e di fratellanza. Ora, il mondo che in ogni culta contrada esce di pupillo e ricompónesi a libertà, e in tutte le funzioni civili e politiche e in ogni maniera di magistrati rimena e dilata la virtù elettiva e forme più popolari di reggimento, chiede con giusta impazienza di scorgere altresì il principio elettivo restituito nella repubblica dell'anime e delle coscienze, che è la Chiesa. Certo, comparirebbe strano ed intollerabile, che il diritto dell'eleggere fosse durato appo lei ne' giorni ch'era sbandito dalla città e dal consorzio politico, e non risorgesse al presente che è da per tutto ricuperato, e in ogni principale esercizio del viver comune è intromesso ed usato assai largamente.
Queste cose non prima si annunziano, che il buon giudicio universale le assente, e brillano a tutti gli occhi di verità e di evidenza; perchè le necessità e il carattere dell'età nostra, la maturezza delle opinioni, l'indole singolare e propria de' nuovi costumi e de' nuovi istituti, la mente, a così dire, di tutto il secolo le pensa e le persuade. Ponete in disparte coloro al cui intelletto fa velo la cupidità e l'orgoglio, e coloro alla cui pietà e religione fa misero inganno la tirannia dell'uso, e la pochezza e viltà dell'ingegno e dell'animo; e voi sopra ogni bocca cristiana udirete oggi suonar di nuovo la sentenza antichissima di San Leone pontefice, che nelle sacre elezionisia colui preferito il quale dal clero e dal popolo consenzienti è richiesto. Del pari, voi scorgerete esser nel voto d'ognuno, che la Casta del Quirinale si sperda; e udretequindi ripetere comunemente quella troppo legittima e naturale interrogazione di San Bernardo, ch'io poneva in fronte della mia lettera:an non eligendi ex toto orbe orbem judicaturi?Ben è vero che molte e significative assai sono state le domande di quel non timido cenobita, alle quali nè papa Eugenio nè gli eredi suoi nella tiara trovato ànno, infino al dì d'oggi, buona e adequata risposta.
Ma vediamo in iscorcio i modi più pratici, e insiememente legali, ordinati e pacifici, per conseguire sì grande effetto. Voi col veloce ingegno supplite alla parsimonia di mie parole.
Roma per troppa vecchiezza ormai non à lingua nè moto, e soltanto la paura le rompe alcuna fiata quel sonno a cui torna sì volentieri, e che già piglia sembianza di letargía. Mestieri è, pertanto, che le Chiese sì provinciali e sì nazionali, risveglinsi e parlino, e quanta vena d'acque pure e vitali va disseccandosi in Vaticano, altrettanta ne sgorghi e zampilli per ogni dove del bel giardino cattolico. Concedo, o Signore, che congregare nel lor concilio nazionale i vescovi delle Gallie, o quelli delle Spagne nel loro, e così d'altri popoli, riesca oggi difficilissimo; e forse ai governi rispettivi non gradirebbe il disegno, ed alcuni de' più sospettosi ne impedirebbero l'attuazione. Ciò non ostante, la cosa è da reputarsi per buona e fattibile in sè; e gli esempj nelle storie ne abondano, e la necessità persuade azioni incomparabilmente più malagevoli. Nè mi sgomento a pensare che i concilj nazionali (a condurli con ogni piena e scrupolosa legalità) ricercano l'assenso di Roma. Perchè mal potrebbe esso lungamente e ostinatamente venir negato a un numero grande e concorde di vescovi, ciascuno de' quali è al papa uguale e compagno nell'ordine, e venerabile nella dignità. Ma io stimo e son fermo di credere, che radunanze molto più anguste e men rumorose sieno bastevoli all'uopo. E veramente, per li sinodi diocesani e annuali de' preti, e per li provinciali e triennali de' vescovi (i quali ultimi comincianoappena a farsi vedere oltr'Alpe e oltre Reno), il convocarli ed aprirli non solo va esente dalle concessioni di Roma; ma l'astenersi dal porli in effetto e dar loro favore e incremento, contradice ad una delle più salutevoli disposizioni della Sinodo Tridentina,[51]la quale toccò in questo i termini non del rigore ma dell'indulgenza; conciossiachè dal concilio santissimo di Nicea venivano i vescovi comandati di abboccarsi nella provincia loro due volte per ciascun anno. In tali adunanze, adunque, prescritte non che lecite, da nessuno impedite, agevoli e pronte ad effettuarsi, io scorgo il punto dove consistere, e il germe fecondo vi riconosco d'infinita fruttificazione. Io non sarò presentuoso e inconsiderato da voler qui definire per filo e per segno quello che in seno di essi concilj dee venirsi deliberando. Una sola cosa desidero e spero, e non potendo agli uomini, la chiedo a Dio immortale; e ciò è, che i preti ed i vescovi congregati guardino alla urgenza estrema dei tempi, la misurino tutta quanta è, e di quindi piglino ardire e consiglio.
Che se alcuni di quei congressi (nè parmi speranza eccessiva) l'indole vera de' nostri tempi conosceranno, e nel chiuso dei petti umani s'industrieranno di leggere, e massimamente del clero inferiore, queste parole o le simili a queste addirizzeranno al Pontefice:
— Un nuovo caldo di evangelico zelo ricerca, Padre Santo, le viscere della Chiesa, e scoppiano qua e là faville di luce nuova. Imperocchè l'anime pie, forte sgomentate delle vaste e crescenti ruine, e trafitte in cuore dell'accidia abituale e immedicabile dei ministri di Dio, pregarono con singhiottoso pianto al Signore, e sclamarono:Vieni da quattro venti, o spirito, e soffia su cotesti morti, e vivano.[52]Però il mondo cristiano non à indietreggiato in sui sentieri di perfezione, e posto à lunga faticaa riempier di beni i famelici, e nell'esaltazionedegli umilisi è compiaciuto.[53]Se non che (facciasi luogo al vero), quegli ubertosi principj di umanità, di scienza e di sempre crescente prosperità e gloria di nostra stirpe, che il Vangelo va maturando, e quegli eterni ed inessicabili semi di libertà, di fratellanza e d'universale amicizia fra i popoli che la legge d'amore produce, ànno germinato assai meglio ed in maggior copia nell'altrui campo e sotto le mani de' laici, che nelle terre de' Chierici all'ombra stessa del santuario. Posciachè questi, mal ravvisando il lento portato della cristiana carità, sembrano ributtare indietro e combattere fieramente il vivere moderno civile, e l'infinita potenza di bene che vi si cela. Quindi negano che nel suo grembo prosiegua sotto altre sembianze l'effettuazione di quell'annunzio apostolico:Voi a libertà siete chiamati, o fratelli;[54]quindi ricusano di conoscere il decreto sommo e providissimo, il quale dispone che al colmo d'ogni libertà si giunga per la pienezza d'ogni scienza e per la progressiva sublimazione degl'intelletti e dei cuori; essendochè fu promessoche il vero ci farà liberi,[55]e fu comandato all'umano consorzio di ascendere di grado in grado nell'infinito d'ogni eccellenza,tanto che siamo perfetti, siccome il padre celeste è perfetto;[56]e similmente s'infingono di non sapereche il regno di Dio debba avvenire altresì sulla terra;[57]ela città santa debba discendere dall'eccelso acconcia siccome sposa che al suo marito s'adorna; mentre una voce uscente dal trono divino sarà udita sclamare: Ecco il tabernacolo di Dio per mezzo agli uomini, ed egli abiterà con loro, ed essi saranno suo popolo.[58]A tale funesto dissidio è necessità metter fine. Necessità grande si è che i pastori dell'anime, entrando con esse per le inusate e magnifiche vie del secolo, procaccino di divertirle dai precipizj dove, abbandonate da noi e di noi fastidite, rischiano di dirupare.
Può la civiltà senza religione essere altra cosa che apparenza ed orgoglio, ludificazione e rimpianto? e può la fedee la religione divisa dagli abiti della presente vita comune, non riuscire un eccesso di mente solitario e infruttifero, esembiante al tamarisco che sorge nell'aridità del deserto e in terra abbruciata ed inabitabile?[59]Eziandio è grande necessità, che cotesto verbo evangelico il quale ora udiamoacclamare tra i popoli i loro diritti,[60]e con alte e distinte voci parlare di carità cittadina, di pubbliche e maschie virtudi, e d'universale affrancamento e giustizia; e il quale, come tutte le cose divine, è novissimo e antichissimo a un tempo; echeggi non solo e riverberi negli orecchi della Santità vostra, ma sempre le risuoni vicino; e non possano i motti de' cortigiani e lo strepito delle cancellerie romane sopraffarlo ed estinguerlo, nè altrui cavare della memoria, cheservir si debbe in novità di spirito, non in vecchiezza di lettera,[61]e chelo spirito solo vivifica e la lettera uccide.[62]Ei fa bisogno oggimai, che gli eletti e rappresentanti del clero cattolico, e i veri testimonj ed annunziatori del comune ed universale pensiero cristiano, siedano accosto all'eccelsa cattedra vostra, sì che la parola uscente da quella, torni, siccome fu per antico, augusta ed autorevole a tutte le umane prosapie; e sia cessato lo scandalo triste e lamentabile senza fine di vederla accolta assai spesse fiate con muto dolore dai buoni, con non curanza dalle plebi, e con beffevole riso dagli avversarj. Più non è concedibile oggi, che tutto un preclaro e venerando collegio il quale debbe ad una con la Santità vostra reggere e cardinare la Chiesa, esca dall'arbitrante suffragio d'un solo ed unico uomo, sia pure principalissimo e il più degno e onorando di tutti i credenti; perchè all'individua esperienza e all'individuo consiglio di nessun uomo è dato mai di conoscere gl'innumerevoli particolari de' luoghi e delle persone, meglio o altrettanto di quello che li sa e conosce ciascuna Chiesa a rispetto del proprio gregge e nei confini del proprio ovile: però si legge nell'Esodo,Peso è cotesto non dagli omeri tuoi, nè potrai durarlo tu solo.[63]Oltrechè, nei sacri negozj i quali il divino afflatonon comanda nè modera egli medesimo, ma sono alla prudenza dell'ordine sacerdotale affidati, non par dubioso che si convenga di governarli oggidì conformemente al genio dei tempi universale e imperioso, ed a cui non apparisce ben validato e sancito verun officio ed atto, quando da libera e larga elezione non pigli origine e forza. E da qual dubio, Padre beatissimo, può rimanere su ciò avviluppata la mente nostra, ricordandoci che nella Chiesa fu massima inviolata e perenne della esemplarissima antichità, dovere ogni qualunque sacro ministro essere conosciuto, amato, desiderato da tutti coloro a cui gli appartiene di comandare? e che altro modo più proprio e più conducente a cotal fine ci avverrà di trovare, se non l'elezione operata da quelli in cui s'adempie il comando? Per fermo, egli è scrittoil pastore va davanti al suo gregge, e questo lo seguita perchè conosce la voce sua,[64]e perchè è pasciuto da lui con la spontaneità, e non con la forza.[65]E ciò tutto se per ogni luogo è vero, quanto divien più vero e più certo in risguardo di Roma, dove al presente ogni cosa si va meschiando di cupe passioni e disorbitanti, e quasi si è fatto impossibile serbare giudizio imparziale e mente non preoccupata e libera? Noi scorgiamo con gran dolore, che intorno al seggio pontificale accalcasi una sempre medesima specie e natura di uomini, mossi non rado da private mire e ambizioni, inesperti del rimanente mondo, nati o allevati in iscuole e in dottrine sterili e pedantesche, vuote di vera scienza, traboccanti d'orgoglio, ove la lettera uccide lo spirito e usurpa il luogo della virtù e della sapienza; ondechè ei son fattiun rame risonante e un cembalo che tintinna,[66]e i loro umani comandamenti saranno diradicati come piantagione che non fu opera del padre celeste.[67]
Angoscioso ufficio adempiamo di nudare e trattare le piaghe della sposa di Cristo;ma il cuor nostro si rassicura nel cospetto della verità,[68]e ci bisogna spegnere qualunquetemenza di pronunciarla,perchè timore e carità non s'accorda.[69]E come ardiremmo noi di chiudere e sigillare le nostre bocche, vedendo tutto giorno lo studio diligente e infelice che pongono costà i cortigiani e gli scribi, perchè il sommo reggitore dell'orbe cattolico sia sempre una verga pullulata di lor semenzajo, e perchè egli, a vicenda, delle propaggini loro faccia rinfronzire i più eletti luoghi dell'orto di Cristo? Vogliano i cieli misericordiosi disperdere cotale malizia, e confondere il serpe, il quale mordendo la propria coda e sè in se stesso rigirando continuamente, chiude dentro al suo viluppo l'altare e il tempio di Dio. Certo è, beatissimo Padre, che fra quegli uomini e l'altre genti diffuse per le terre cattoliche, sembrano alzate lunghe muraglie e attraversati non valicabili fiumi.
Ma, per ragionare di ciò che il giudicio umano può, circa al proposito nostro, avvisare e provvedere, egli è grandemente mestieri che intorno di voi, supremo gerarca, radunisi, eletto innanzi nel seno d'ogni nazione, un santo concistoro di cherici e vescovi, fiore di tutta cristianità, sale della terra, munito, per così dire, e precinto dello spontaneo voto e mandato delle chiese e dei popoli. Esente egli dalle grette passioni, dalle subite paure, dalle soppiatte carnalità, dalle temporali sollecitudini che in cotesta Roma dànno perpetua battaglia; esente dalle prelatizie vanezze e piacenteríe, ignaro dei sofismi curiali e delle mene e ambagi segretariesche, recherà ai piedi della Santità vostra gli affetti e i consigli sinceri e patenti delle singole comunanze cattoliche; e quivi dinanzi a Voi, con semplicità di cuore e altezza d'intendimento, sponendo ciascuno il proprio concetto; da ultimo, lo spirito inerrante di Dio trarrà da tutti i lor pensieri, siccome da corde di celeste salterio, la mente armonizzata ed unificata della gran Chiesa universale.Ecco, io li adunerò da tutte quante le terre...., e darò loro un sol cuore e una sola via.[70]
Antico adiutorio è questo che noi invochiamo, e alle apostoliche tradizioni affatto conforme: però un consiglio interioreci ammonisce di sperare in esso altamente. E per solo esso, al conflitto acerbissimo e lacrimabile insorto fra lo Stato ed il Sacerdozio, fra l'Italia e il Papato, fra il governo clericale e le sempre ammutinate e calcitranti provincie, può rinvenirsi buona composizione e durevole accordo; perchè ai degni eletti delle diverse e remote provincie e nazioni poco importando gl'imperj secolareschi e le ricche ed oziose prebende, verrà presto veduto alcun modo di perfetta conciliazione fra la libertà dei popoli, la franchezza d'Italia; e la indipendenza e libertà della Santa Sede, a cui bisogna ugualmente di non obbedire nè alle plebi nè ai principi; i quali con finissima dissimulazione vogliono alla Santità vostra concedere quante più sembianze e mostre e apparati si trovano d'arbitrio e di signoria, e quanta minore sostanza è possibile: però si legge,e lo vestirono di porpora, e gli posero nella destra una canna, e beffandolo s'inginocchiarono. Allora la rinnovata sapienza di Roma, sposandosi ad ogni popolare e civile spirito dell'età nostra, e cessando di riprovare i sentimenti generosi e le aspirazioni magnanime di tanta e si nobil parte dell'umana progenie, un filiale amore, un'osservanza ossequiosa e una dolce e perdurabile maraviglia entrerà in cuore di tutti verso l'apostolico ministero della Santità vostra, e le fornirà schermo e difesa infinitamente migliore che non le armi straniere e il temporale principato. E per fermo, chi più di voi, Maestà spiritale e sovramondana, dee vivere in sospetto e paura di quella sentenza,maledetto l'uomo che confida nell'uomo e s'appoggia a braccio di carne?[71]Nè dee cadere dalla vostra memoria, che la pupilla del profeta vide i re inchinarsi alla donna sedente su molte acque, e con lei fornicare e bevere alla coppa sua; ma scamparla da mezzo ai rischj ed alle ruine già non li vide.
Non può la indipendenza vera e perpetua del sacerdozio d'altronde uscire che dal diritto e incrollabile animo dei pontefici per un lato, e dalla comune coscienza per l'altro delle nazioni civili, la quale professi altamente e insegni e promulghi in tutte le leggi ed insinui in tutti i costumi, essere iniquo e barbarico sturbare e comprimere una potestàimmateriale ed inerme, che chiede ai cuori e agl'ingegni suggezione razionale e spontanea, e niun mezzo terreno adopera, salvo la parola e l'esempio. Che se dalle Chiese adunate innanzi alla Paternità vostra uscirà sapiente e libera quella parola, non è sui monti di Dio così bene eretta e fondata, nè così d'armi e palvesi celesti guernita la torre di Dávide, come sarà la seggia vostra immortale e l'impero del Vaticano.
Noi confessiamo riverenti, che in Voi, santissimo Padre, è il colmo d'ogni dignità e la plenitudine d'ogni giurisdizione; e sappiamo che lassù prega Cristo Signore perchè la vostra fede detrimento non soffra. Ma si consideri benignamente da Voi la umiltà degli Apostoli, pieni d'infallibile verbo, i quali ciò non pertanto convocata la moltitudine dei credenti, dicevano loro:Avvisate di elegger fra voi sette uomini...... acciocchè noi li costituiamo nel ministerio del diaconato.[72]
Piacciavi, dunque, non che di permettere, ma sibbene di comandare e sollecitare la pronta convocazione dei nazionali concilj, dovunque non gl'interdica la legge secolare e scandalo non ne segua. E ad ogni modo, prescriva la Beatitudine vostra da per tutto ove ancora è bisogno, e con istudio e cura solerte e diligentissima instighi e affretti la esecuzione piena e fedele del canone tridentino, il qual vuole s'adunino per ogni luogo ed ogni anno le Sinodi diocesane (quotannis); le provinciali de' Vescovi una volta almeno (saltem) in ciascun triennio! Sia prescritto parimente e raccomandato dall'oracolo vostro, ch'elle si pongano quanto più possono, e per ogni onesta e spedita maniera, in commercio di mente e d'affetto fra loro; talchè i pensieri, le proposte, le controversie, gli scrutinj, le deliberazioni e le opere s'accostino fra tutte esse alla maggiore unità di concetto, di proponimento e di metodo. Essendo, certissimamente, che loro spetta di avverare la sentenza di Paolo: che siccome non v'à nei cieli più che un Signore Iddio, così nella Chiesa v'à un solo corpo ed un solo spirito;[73]e Similmente, elle debbono procacciare che sia lapreghiera di Cristo esaudita,di rendere tutti i discepoli suoi una cosa sola.[74]
Fatto ciò, noi supplichiamo l'alto datore e dispensatore dei lumi, perchè a Voi persuada fermissimamente e con giudicio immutabile, di comandare a ciascuna di quelle pie radunanze d'eleggere fra' suoi più illustri e specchiati per virtù e sapienza, uno o parecchi, i quali sieno nunzj e rappresentatori di lei appo la vostra eccelsa persona. Quindi, convenuti a grave consulta innanzi di Voi, con Voi riposatamente e con apostolica libertà e zelo ragionino della salute universa del cattolico gregge. Ma, principalmente, e per ufficio e mandato espresso e particolare, discutano del modo più degno e più pronto e meglio operabile di comporre in futuro appresso la cattedra santa di Pietro, un Concistoro elettivo, da tutte le Chiese costituito, interprete verace ed eloquente di tutte, e il quale partecipi ciascun giorno al vostro magno ministero, e regga in Laterano le vostre braccia, non per isconfiggere e vincere alcuno, ma per benedire e letificare ogni umana generazione. Così liberamente appresso di Voiradunato il popolo d'Israel, acceso di fiamma profetica e tristo a morte delle accumulate ruine di Gerosolima,porrà mano tutto lieto e concorde a riedificare sulla pianta loro stessa l'altare e il tempio di Dio.[75]—
Vere e franche parole, direte voi, ma chi vorrà proferirle? Rispondo: proferiránnole prima pubblicamente le lingue dei savj, e nel secreto de' lor pensieri i chierici ricreduti e buoni; che oggimai sommano gran moltitudine, e da per tutto ve n'à uno scelto drappello. A quelle lingue (se trombe del vero) converrà pure che schiudan l'orecchie dell'animo i prelati più modesti e sinceri di tutta cristianità, e a cui le riforme non pesano e non mettono sbigottimento: nè coloro che arieggiano tanto o quanto all'arcivescovo di Parigi, sono sì scarsi al dì d'oggi; e il novero non può scemare,anzi è fatale che cresca. Perocchè, dove non resistono gl'interessi, entra e invade la generale opinione; e questa oggi è ricevuta dal clero, non fatta; e chi la fa, desidera quel medesimo che voi ed io desideriamo.
Ora, ponete che i Sinodi diocesani ed i provinciali moltiplichino; le discussioni sdrúcciolino quivi bel bello in tale argomento, e il discorso popolare se ne occupi e se ne infiammi; ponete che l'esigenze dei tempi s'aggravino; le strettezze di Roma s'addoppino, le sue sorti precipitino, la sua smoderanza e gli errori spesseggino, come suole avvenire ad ogni istituto scassinato e cadente. Fate che i Sinodi, come par naturale, assicurino ai meno arrischiati e più circospetti libertà onesta di parlare e di consigliare; e che l'oscitanza e l'ignavia di gran porzione del clero sia vinta e sforzata, e la sua muta e timida sottomissione abbia termine; ed ei si risenta alcun poco, e parli e supplichi con voce riverente bensì, ma concorde e robusta, e non mai discontinua: tutte cose, chi ben le stima, che il secolo nostro apparecchia e trae seco quasi per mano. Fate che da alcuni reggimenti più popolari (e già gli Svizzeri ne ragionano) venga restituito alle parocchie il diritto di eleggere o di proporre per lo manco i proprj rettori: esempio ne' nostri giorni impossibile a tenere occulto, e senza efficacia d'imitazione. Fate, da ultimo, che a ciascun uomo, ed ai governi e ai principi, non meno che alle popolazioni compaja verissimo, siccome pur troppo è, nulla concessione, riforma ed innovazione, potersi più oltre aspettare da Roma, quasi per paura e viltà impietrita; e questa sola ed unica via che noi indichiamo, rimanere sgombra e non intercisa, e dare varco e passaggio ad ogni ammenda, ad ogni salute, ad ogni conseguibile grado di perfezione nella Chiesa e nel mondo; e la cosa, da speculativa e ipotetica, piglierà certamente aspetto compiuto di certa e non transitoria realità.
Io stringo, mio riverito Signore, ogni concetto in uno, e concludo: o nessun partito e nessuna prudenza è buona e bastevole in tale materia, perchè l'agita e la governa lo sdegno di Dio: ovvero è bisogno che la presente prelatura romana si rimpasti e rinsanguini tutta, e muti gran parte degliordini suoi; e però faccia luogo a un santo e dotto sinedrio, scelto e inviato alla città eterna da tutte le Chiese cattoliche, per essere squille di verità, e nell'universo intero dispanderla e celebrarla.
Crispo Salustio, interrogato da Cesare sul riformare lo Stato e il governo di Roma, provavagli con gran saldezza, doversi cominciare, anzi tutto, dal condurre in quella nuove schiatte di cittadini. Ora, io dico ed affermo: chi vuol correggere e riformare la Roma moderna pontificale, dia nuovi abitatori a Monte Cavallo.
Di Genova, li 10 di novembre del 1850.