L'ALLOCUZIONE DEI PARI DI FRANCIA.

L'ALLOCUZIONE DEI PARI DI FRANCIA.

Adì detto.

I Pari di Francia proseguono da qualche giorno a discutere, con la pacatezza loro ordinaria, l'allocuzione al re, o, come dicono, l'indirizzo. Il solo incidente gradito e favorevole a noi Italiani è stato un paragrafetto che vi si volle inserire, dove si parla con lode di Pio IX e delle riforme iniziate da lui in Italia; cosa dimenticata affatto nel discorso regio, non senza un po' di maraviglia di tutti i Francesi. Ai ministri è paruto bene, scorgendo l'assentimento pressochè unanime, accettare la cosa con garbo, e come se non inchiudesse biasimo del silenzio. Il Guizot ha ragionato a un dipresso come ne' suoi dispacci; e a riassumere la generale sentenza del suo discorso, basterà di notare questo concetto, che mentre il popolo romano va intorno al cocchio del Papa sclamando: «coraggio, Santo Padre, coraggio;» il Guizot, in quel cambio, sembra dirgli ed anzi espressamente gli dice: «adagio, adagissimo, Santo Padre. Oh Dio, vedete quanti pericoli e quanti malanni. Ecco qua i Trattati, chi può toccarli? L'indipendenza è delirio, la libertà non è matura, le teste bollono, l'Austria minaccia: giudizio, per carità.» E se ciò consiglia il Guizot al Pontefice, in cui (secondo suo dire) di costa al punto di movimento v'ha per necessità un punto di resistenza continua ed invincibile, quali avvisi ed ammonizioni andrem noi presumendo che porga ai principi secolari?

Ciò non ostante, noi ripetiamo che la buona propensione del governo francese ci è cara, e gliene sappiam grato. Ma vedesi aperto, ch'ella non può contentare l'opposizione parlamentaria, perchè questa dee reputare che a un sì potente e sì liberale paese come è la Francia conviene qualche cosa di più attivo e di più gagliardo. Onde, agli occhi degli opponenti il sistema politico del Guizot dee far la comparsa d'un guardiano di serraglio, alla custodia del quale sia consegnata la pace d'Europa, bellissima favorita del suo signore.

Parecchi in tal discussione son venuti tratteggiando lo stato e le condizioni d'Italia; ma, per nostro avviso, chi megliodi tutti ne ha giudicato, è senza dubbio il Cousin. Il luogo ed i tempi, le ricordanze di sua passata dignità e forse l'aspettazione della futura, hanno fatto il suo parlare moderatissimo e assai contegnoso; ma, non pertanto, egli ha dimostrato abbondevolmente, che la risurrezione italiana e il bene stare dell'Austria implicano contradizione, se pure a ciò facea mestieri dimostrazione alcuna. Oh quante parole per provare che la luce risplende! Anche il ministero ha gli occhi, e la vede: pur nondimeno, che può far egli volendo tenersi amici e l'Austria e le popolazioni italiane? Ma del discorso del Cousin, la parte che accogliamo più volentieri è quella dov'egli ci porge consigli sinceri e non superbi, affettuosi e non imperiosi; diverso non poco in questo da qualche altro Pari, e segnatamente dal Montalembert, che mal conosce l'Italia e male la giudica: il qual errore in sè non farebbe caso, considerandosi che ai forestieri riesce poco men che impossibile il conoscere con giustezza e il ben valutare le cose nostre. Ma perchè allora tanta sicurezza nel sentenziare, e tanta solennità e autorità nell'ammonire? Stima egli forse il Montalembert, che basti essere nato francese ed aver seggio nel palazzo del Luxembourg, per assumere quell'aria boriosa, e far cadere così dall'alto le sue parole su ventiquattro milioni d'uomini? Chè se la nazione francese operasse alcun gran sacrificio per la emancipazione de' popoli, potrebbesi pigliare in pazienza l'alterigia de' suoi oratori. Ma dappoichè ella si ristringe nel suo diritto e pensa solo all'utile proprio, noi consigliamo il Montalembert e gli altri colleghi a dismettere affatto il linguaggio che usano da protettori e da Mentori; chè l'Italia potrebbe a ragione finire col prenderne un po' di spasso. In quel loro linguaggio si sente chiaro ch'essi ci trattano, sottosopra, come fanciulli inesperti. E per fermo, noi non possiamo saper daddovero ciò che dal tempo e dalla pratica sola viene insegnato. Ma, di grazia, non doveasi perciò appunto ammirare quella specie di virilità e di senno precoce, e quella divinazione della scienza politica di cui dà prova al presente la nazione italiana, involta come è, pur troppo, in casi ed in circostanze le più intricate e le più malagevoli che dar si possano?

Per vero, il conte di Boissy à lodato la nostra saviezza, e ha contraddetto con zelo l'esagerate paure e i sospetti non ben fondati che molti Pari hanno fatto intendere circa alle mene settarie, e all'immoderatezza dei desiderj e delle opere negli Stati della Lega. Ma il bel cuore e il retto senso del vero non sempre sortiscono il dono delle belle parole; e quell'egregio signore ha confermato un poco il proverbio, che un mal destro amico equivale a un nemico.

Noi dobbiamo, poi, ringraziamenti caldi e pienissimi alle parole d'incoraggimento e di affetto che Vittore Hugo ha pronunziate. Il risorgere dell'Italia è di necessità una vivente e magnifica poesia; e però nel cuor d'un poeta doveva essa spegnere tutti i pensamenti politici e tutte le arguzie parlamentarie, per solo lasciar campeggiare e risplendere una ammirazione durevole e una speranza sublime.

(DallaLega Italiana.)

25 gennajo.

Dio protegge l'Italia; e perchè veggasi viemeglio che tutta opera delle sue mani è il risorgimento di lei generoso e incolpabile, l'ha lasciata gire fin sull'orlo estremo ove s'apre l'abisso delle rivoluzioni e della guerra intestina; e poi tutt'a un tratto ne la ritrae, mutando con salutari paure le volontà pertinaci, e schiudendo la via delle conciliazioni e dei provvidi consigli.

Ieri l'anima nostra gemeva nel lutto; oggi si riconforta e quasi gode e trionfa, non perchè non sovrastino ancora pericoli gravi e timori di nuovo inciampo e di nuovo sangue, ma perchè a tali timori e pericoli v'è tempo e modo di riparare, ed è validissima la speranza del buon successo.

Il re di Napoli fa promessa d'un'amnistia; concede a' suoi Stati larghezza di stampa; aumenta le pertinenze e prerogative della Consulta di Stato; accresce il numero dei Consultori e cávali da ogni condizione di cittadini; dilata le facoltàdei Consigli provinciali, e dà loro adito alla Consulta di Stato.

Commette ad essa Consulta di far la proposta d'un ordinamento nuovo di Municipj, al quale dia base:1º La libera elezione dei Decurioni conferita agli Elettori; 2º Ogni attribuzione deliberativa conceduta ai Consigli comunali; 3º Ogni incarico di esecuzione affidato ai Sindaci.

Con altro decreto, re Ferdinando concede ai Siciliani governo, amministrazione ed esercito proprio, rimettendo in atto ciò che fu statuito nel 1816; epoca dolorosa per l'Isola, dacchè in quell'anno appunto fu consumato l'annullamento della Costituzione siculo-inglese.

Di tal regio decreto noi prendiamo consolazione, non perchè ottimo, spiacendoci forte la divisione nuova che ne risulta tra le due Provincie italiane, ma perchè ne dee conseguire almeno un pronto armistizio, e guadagnasi tempo ed agio ad usare mezzi più efficaci e più accomodati per ricondurre la pace, l'unione e l'affratellamento.

Noi, dunque, non avemmo il torto a sperare che il moto pacifico e progressivo della nostra rigenerazione, benchè scomposto e quasi interrotto, poteva essere ancora raddrizzato e riordinato. I tempi corrono velocissimi, e i casi nostri s'incalzano e quasi direi s'accavalcano; onde ai provvedimenti d'un giorno convien dare il dì dopo modificazione ed assetto nuovo: ma la sostanza non muta, e bisogno è tuttora d'un morale intervenimento.

Quel che sappiamo finora delle tarde concessioni di re Ferdinando in risguardo della Sicilia, non dà certezza di credere che gl'insorti s'accheteranno e terrannosi per soddisfatti. Sembra, in quel cambio, probabile assai, che, poichè sono in armi e non domi, ei richiedano la Costituzione loro del 1812, giurata da Ferdinando il vecchio, e poscia da lui sospesa e infine abolita di proprio arbitrio. Oltrechè, non può il rimanente d'Italia vedere senza rammarico, che nel regno delle Due Sicilie risorga di nuovo uno stato nello stato, invece di quella unità di governo e perfetta riunione di membra che una larga e libera legislazione potea solo ottenere. Molti nodi pertanto sono ancora da sciogliere, ed ènostro debito di procacciare che non li tagli la spada, nè la malvagità e l'ostinazione li ravviluppi, ma l'amore ingegnoso e paziente della concordia e dell'italiana fraternità si travagli e sudi a disfarli. Disponiamoci ad ogni maniera di sacrificj, ricorriamo ad ogni spediente, imploriamo ogni ajuto così dal Pontefice come dai principi della Lega; e niuna cosa rimanga intentata, perchè lo straniero nè perturbi nè si intrometta nelle nostre faccende, e gli estremi e sanguinosi cimenti sieno rimossi e fatti impossibili.

Noi non vogliamo sollevazioni e guerra intestina: ecco quello che intese significare il Memoriale nostro al Pontefice. Noi non le vogliamo, e con tutte le forze dell'animo, e con quanti mezzi legittimi e usabili sono in nostro arbitrio, le allontaneremo da noi. Perchè, tralasciando il discutere de' diritti e de' principj, e ragionando solo di pratica, a noi sta fermamente fitto in pensiere, che l'Italia di sconvolgimenti gravi e funesti è capace pur troppo, ma di vera e generale rivoluzione non mai; e s'anco potesse farla, impossibile le sarebbe condurla a buon fine: quindi gli stranieri disporrebbero a lor talento delle sue sorti, rompendo e impedendo con forza e violenza bestiale il suo felice comporsi in essere di nazione. Sta poi del pari nel nostro animo una fede saldissima, che posto che tutti coloro i quali assentono a tal verità vogliano porsi all'atto di scostare con ogni mezzo e sperdere la tempesta delle rivoluzioni e dei sanguinosi conflitti, ei del sicuro riusciranno nel nobile intento, raccogliendosi in loro (per quel che pensiamo) la prevalenza altresì del numero, e potendosi dalla volontà universale onesta e operosa trovar sempre qualche riparo ai pubblici danni e qualche sorta di compromesso tra le parti contendenti. E questo fu il secondo significato del Memoriale nostro al Pontefice; conciossiachè l'esperienza fa, pur troppo, vedere che ne' momenti difficili e quando l'azione de' buoni diventa più necessaria, come ora in Italia, ella suole invece far difetto, o almeno rallentarsi e rattiepidirsi, perchè la bontà comune non è coraggiosa, e la comune virtù più presto s'astiene dal male di quello che osi attuare il bene: quindi accade che gli spiriti turbolenti o fanatici tengono solo il campo e sgomentano gli avversarj.Noi, dunque, intendemmo e tuttora intendiamo di fare ai probi e savj Italiani una chiamata solenne in quest'ora quasi direi formidabile, in cui l'Italia può correr rischio di lasciare le vie di progresso pacifico e di mutua confidenza, per entrare alla cieca nei cupi e inestricabili labirinti delle rivoluzioni; alla porta dei quali, per seguitar la metafora, sta un mostro biforme: cioè la discordia civile e l'intervento straniero, pronto ed armato ad uccidere chi per avventura ne uscisse salvo.

Iddio, inverso l'Italia misericordioso, dischiude, dicemmo, fra le tenebre che s'addensavano sopra il Regno una via di luce che mena a salvezza. Guai, se tutti i prudenti e gli onesti non entrano in quella. Ora fa d'uopo risolvere, e non occorrono declamazioni e sofismi. In noi pure è il senso delle passioni generose, e freme in petto a noi pure l'odio sacro e veemente contro i tiranni; a noi pure vengono a schifo le prepotenze soldatesche, le bindolerie de' diplomatici, e la fiacchezza e ignoranza del volgo. Ma più che la passione e il risentimento, più che il desiderio del meglio e della perfetta libertà, più d'ogni cosa, insomma, e più di noi stessi abbiamo a cuore la salute estrema d'Italia.

Ripetiamo, pertanto, che gli è gran mestieri ordinare tutte le forze morali omogenee, e raccogliere tutti i pensieri e gli affetti comuni, onde n'esca poi l'unità e l'efficacia delle opere. Probabilmente, non sono ancora di là dal Faro cadute le armi di mano de' sollevati, e forse vi dura un'ira profonda e implacabile, una diffidenza cupa e troppo scusabile, una voglia cocente di certe e irrevocabili guarentigie. Forse al re non parrà fattibile abbandonare le forme del governo assoluto; forse per resistere ai Siciliani tenta di amicarsi i popoli di qua dal Faro, conoscendoli di più miti pensieri e più facile contentatura. Per ricomporre e sedare sì gran tumulti, sciogliere tanti viluppi e a tanti e sì vecchi mali recare rimedio stabile, appena sarà sufficiente la viva e sollecita azione e cooperazione di tutti i buoni, nè già timida e dislegata, ma stretta, coordinata e animosa.

Noi, nell'atto di jeri l'altro, arbitrammo di seguir l'uso d'ogni buon capitano, il quale volendo ordinar la milizia e riempierne meglio le file, fa, innanzi ogni cosa, la chiama, ecosì impara quanti accorrono e quanti mancano al suo vessillo. E noi, del pari, desiderammo conoscere quanti fra coloro che reputano inopportune e funeste in Italia le rivoluzioni si dispongono ad operare concordi, vigorosi e costanti per arretrarle. I tempi son fieri, il momento è più che mai minaccevole. Innalzi ciascuno la insegna de' principj e delle credenze sue proprie. Noi, col Memoriale al Pontefice, abbiamo innalzata e spiegata la nostra. Chi vuol salvare davvero l'Italia, s'accosti a quella e combatta; se no, adocchi un'altra bandiera e sott'essa si arruoli. Ma, per Dio, non se ne rimanga indifferente ed inerte; e pensi alla bontà e necessità della legge ateniese, la quale nelle politiche alterazioni faceva delitto a ciascun cittadino il ritrarsi e il non iscegliere la sua parte.

(DallaLega Italiana.)

27 gennajo.

Alle concessioni di re Ferdinando si è fatto mal viso, non solo perchè carpite a lui dalla subita paura, ma pel medesimo essere loro. Elle aggiungono qualche larghezza e perfezionamento a quegl'istituti che da ormai quarant'anni non diciamo governano il Regno, ma dimorano scritti nelle sue leggi. Ognun sa che dal 1821 in poi è durata in Napoli questa contraddizione sconcissima; leggi e istituti, cioè, tanto buoni quanto possono stare in assoluta monarchia, e un Governo ed una amministrazione pessima e inemendabile. E a ciò ha dato cagione principalmente la veemenza sconsigliatissima con cui tutta l'opera del 21 fu atterrata e distrutta. Da indi in poi, i reggitori di quelle provincie hanno comandato ed amministrato a guisa di setta, e con la diffidenza e la rabbia di una fazione che schiaccia la sua contraria e lasciasi vincere alla paura. Questa ha fatto che il reprimento e le concussioni eccederono tutti i termini comportabili; e d'altra parte, i pensieri di libertà erano penetrati così addentro nell'animo dell'universale, che il Governo non ebbe intorno di sè, salvo che i più ignoranti od i più corrotti.

Così gl'istituti ottimi di cui fu fornita la monarchia, son rimasti una lettera morta; e le poche larghezze che ora v'aggiunge il re, sono comparse agli occhi del popolo come membra vive appiccate a un gran corpo cangrenoso e disfatto. Per farli utili ed accettevoli, conveniva, la prima cosa, chiamare al governo persone di fama integra e di spiriti liberali, e però capaci di render vigore al cadavere delle leggi: oltrechè avrebbero cominciato da ciò che è prima e fondamentale necessità d'ogni accordo in quel regno; vogliamo dire dal ricondurre negli animi un po' di fiducia, la quale n'è tutta uscita da lungo tempo, ed a gran ragione.

Da tutto ciò è proceduto che ai nuovi decreti di Ferdinando, non pure i Siciliani insorti, ma i popoli ancora di qua dal Faro, ne' quali si stimava essere maggiore arrendevolezza, sembrano voler tutti rispondere fieramente: «gli è troppo tardi;» terribil parola che muta e travolge affatto il movimento delle cose italiane. Già l'animo infiammato dei giovani esulta; già nella baldanza de' lor pensamenti e de' lor desiderj applaudono ai nuovi successi, e gridano pure a noi, fautori e propugnatori dell'ordinata e progressiva rigenerazione: «gli è troppo tardi.»

Dunque, la ostinazione cieca d'un solo uomo avrà potuto non che mettere a repentaglio la sua corona e sè stesso, ma la concordia e salute di tutta l'Italia? Dunque, un risorgere così bello per misuratezza e virtù, e degno d'essere dato ad esempio in ogni secolo ad ogni popolo, verrà guasto e annullato dalla colpa di un solo? Quell'amicizia e cooperazione mirabile di tutti gli ordini, quel consenso perfetto e continuo di tutti gli animi, quella fratellevole congiunzione d'ogni città, di ogni provincia, d'ogni Stato, non fia possibile salvare in alcuna guisa dalla procella che, scoppiata nel mezzogiorno, non tarderà guari ad invadere tutto il cielo italiano? Se ciò è destino, non sì ammirino i lettori nostri sentendoci tornare più d'una volta sulle medesime lamentazioni. Chè mai l'Italia non aveva visto e goduto di giorni non dico sì fatti ma neppur somiglianti. Nel clero come ne' laici, nella plebe e nei rozzi come nei dotti e civili, dalle officine ai palazzi, dalle città ai villaggi, sempre, per ogni luogo ed in tutti era un sol sentimento;la gioja, vo' dire, del nuovo stato, e la certa e dolce speranza di veder fra breve l'Italia intera tornata libera e grande. Nelle feste il pudore e il contegno, nella vita pubblica la moderazione e l'ossequio alle leggi, in ogni atto politico la pietà religiosa e la santità e pompa dei riti cattolici. Un aspettare non inquieto, un domandare dignitoso, un obbedire ragionevole, un giudicare assennato, un armarsi ed apparecchiarsi senza tumulti e con precoce maturità di pensieri e d'affetti. E tutto ciò sparirà, dunque, in un giorno? Tanto merito di prudenza, tanta fatica per riparare agli eccessi, sì lungo studio per evitarli, finirà (com'è da temere) nello scompiglio e nel sangue? Noi, benchè quasi sentiamo il rumore dell'armi e le grida delle insorte popolazioni, benchè ogni corriere e ogni nave che giunge rechi nuove più gravi e più avverse alla pace e alla conciliazione, noi non possiamo disperarne del tutto, e mai non caleremo il vessillo onorato che poco avanti spiegammo.

I mali sono profondi: mano, dunque, agli eroici rimedj. Tre ne proporremo fallibili ed efficaci. L'intervenzione del Pontefice; la immediata istituzione per tutto il Regno della Guardia Cittadina; l'abdicazione di Ferdinando in favore del suo figliuolo.

Se il re di Napoli invece di comparire ne' nostri tempi, fosse nato in quelli favolosi di Grecia e uscito dalla famiglia de' Pelopidi o degli Atridi, i poeti, parlando di lui, avrebbero immaginato che tutte tre le Eumenidi siedono invisibili accanto di lui, accecandolo in ogni consiglio ed in ogni impresa, per vendicare e punire nella persona sua molti ed antichi misfatti.

Molte fïate già piansero i figliPer le colpe de' padri.

Molte fïate già piansero i figliPer le colpe de' padri.

Molte fïate già piansero i figli

Per le colpe de' padri.

Certo è che ogni cosa ha pensato ed eseguito a rovescio; e quando era bello di resistere ha conceduto, e quando di concedere ha resistito. Mai nè i tempi nè gli uomini, nè il valor delle cose, nè i pensieri e le esigenze del secolo gli sono comparse nell'aspetto loro verace e istruttivo. Sedici anni d'impero assoluto, invece d'illuminarlo, son venutivieppiù annebbiando la non molta intelligenza che à da natura. Al presente, a lui mancano per intero i due soli mezzi d'ogni regno e d'ogni comando, il farsi amare o il farsi temere; e similmente, gli vien fallita quella facoltà che è base e strumento d'ogni transazione e riconciliazione, il dare e il ricever fiducia. Per nostro avviso, è necessità suprema di fatto, che re Ferdinando abdichi volontariamente, e lasci in suo luogo il figliuolo con una reggenza. Noi ripiglieremo presto il discorso e la trattazione di sì grave materia.

(DallaLega Italiana.)

31 gennajo.

Delle Provincie italiane la più disgraziata ci è sempre paruta la terra di Napoli. In tutte l'altre, la fortuna girando sua ruota, ha spinto i popoli, almeno per qualche tempo, in sull'alta cima. In Napoli io non so quando quella ingegnosa e stupenda natura di uomini abbia potuto mostrare appieno ciò che sente e che vale. Ogni sorta di gente straniera ha corso e occupato il paese loro, e trattatolo come conquista: onde tutte le specie di tirannide ha sostenute, tutte le forme più improvide di governo ha provate; e quelle che lo potevano prosperare e difendere, sono cadute appena comparse. Nel mentre che nella rimanente Europa civile la feudalità rovinava, nel Regno, per contro, parea col dominio Spagnuolo accrescersi e fortificarsi; od almeno crescevano le angheríe e i soprusi, cresceva la boria e l'insolenza dei baroni inverso de' popoli: certo mai non ha pesato sopra una colta nazione e ricca d'intelletto e di cuore un reggimento più funesto e più distruttivo di quello dei Vicerè Castigliani. Si giudichi dopo ciò, qual tempra robusta d'animo e d'intelligenza sia stata dalla natura impartita ai Regnicoli per avere non che resistito a sì gran cumulo di sventure, ma dato a quando aquando segni tanto mirabili or di energia e fermezza, or di eroica magnanimità, or di luminoso e rapido incivilimento.

Ma, da ormai mezzo secolo le vicende del reame di Napoli corrono più del consueto straordinarie e terribili; e variando sempre d'aspetto, questa sola simiglianza hanno mantenuta con sè medesime, di non mai riuscire a bene ed a salvamento di quella tanto nobile parte d'Italia. Chi non sa le stragi del 99, la formidabile sollevazione delle Calabrie, il tempestoso regno di Gioacchino, e la guerra infelice da lui tentata nel 1815 a nome dell'indipendenza italiana? A chi non è noto l'insorgere del ventuno, l'invasione degli Austriaci, il modo sì deplorevole con che cadde la libertà, le vendette e oppressioni di poi succedute, gli sforzi e i tentamenti per iscuotere il giogo, sempre con audacia rinnovellati e sempre conchiusi con le prigioni e i patiboli? Veramente, quella provincia è stata ed è tuttavia terra vulcanica, e il Governo ha di continuo camminato

per ignesSuppositos cineri doloso.

per ignesSuppositos cineri doloso.

per ignes

Suppositos cineri doloso.

Ma in ventisei anni già corsi dall'annullamento della Costituzione, è mancato affatto a quel Governo il senno e l'abilità di procacciarsi altro migliore sostegno che i gendarmi e gli Svizzeri: onde per lui nessuna forza morale può supplire alla materiale; quando non si voglia chiamar del nome della prima quella prostrazione di animo in cui gli onesti e generosi spiriti eran caduti, e lo sgomento rimasto in essi dell'armi straniere, e il sentirsi e il vedersi sfregiati innanzi all'Europa e innanzi a' proprj occhi: tutte cose di cui il Governo non arrossiva di farsi arme e puntello.

L'effetto peggiore e più amaro di tal traviamento e di tal servaggio è stato l'abbiezione e la corruttela. Diciamo l'effetto peggiore, perchè dove l'animo non è troppo corrotto, le buone leggi tosto il risanano; ma dove la depravazione abbonda, le buone leggi e le libere istituzioni non bastano, ed anzi rischiano forte di essere contaminate e guaste esse stesse. Gli è un fatto, che ovunque l'ingegno e la fantasia sono più pronti, il sentire più vivo, l'indole più passionatae focosa, quivi la servitù reca danni molto maggiori; perchè la scaltrezza vuol supplire alla forza, la simulazione e la frode s'assottigliano all'infinito; e quanto sono vietati i piaceri dell'animo e l'esercizio delle maschie virtù cittadine, altrettanto l'accensione naturale del sangue e le blandizie del clima trascinano l'universale ai piaceri del senso, alle sconce libidini e alle intemperanze d'ogni maniera.

Nondimeno, rispetto al Regno, è da distinguere con gran cura le provincie dalla città capitale. In questa poco rimane, a dir vero, di sano e d'intatto; e quella plebe singolarissima, la quale insorse tanto animosa nella metà del cinquecento per cacciar dal suo seno l'Inquisizione; e un secolo dopo tenne fronte ella sola, può dirsi, a tutta la gran potenza Spagnuola; e più tardi, in sul primo invadere delle truppe francesi, mostrò a Championnet come in una città non murata e senza armi rimanevano ancora nel nudo petto e nelle pronte braccia del popolo fortissimi baluardi; quella plebe, diciamo, perdendo il rozzore della barbarie, non per ciò ha contratto la dignità e gentilezza civile, e con lo smettere a grado a grado le sue vecchie e profonde credenze, nessuna nuova ne ha guadagnata: onde rimane una cosa informe e scomposta, che non ha sembianza nè nome, e più s'approssima al vizio che alla virtù.

Ma nelle provincie, massime negli Abruzzi e Calabrie, lo stesso vivere appartato e poco socievole, le ricchezze men che mediocri, le possidenze minutamente spartite, il trarre pressochè ogni sussistenza dall'arti agrarie, certa semplicità di costumi durata per mezzo a mille mutazioni, hanno conservato, per gran ventura, fra quelle genti molta vivezza di affetti nobili e di pensieri liberali, accanto a molta naturale bontà e schiettezza.

A ogni modo, noi siamo di quelli che reputano, che in popolazioni eziandio guaste e degeneri, il numero dei non corrotti è infinitamente superiore, e valgono a riparare ogni male e ricondurre ogni sanità, posto che il vogliano fermamente, e che la bontà loro (nol ripeteremo mai troppo) sia coraggiosa ed attiva. Per ciò ardentemente desideriamo, che a qualunque altra innovazione nel Regno preceda la istituzionedella Guardia Cittadina. Imperocchè, tra gli altri profitti notabilissimi che reca tal Guardia, debbesi annoverare la fortunata necessità in cui pone gli onesti e assennati a divenire solleciti ed operosi del bene comune, e a compiere una intervenzione gagliarda e continua tra la tirannide e la licenza.

Per la ragione medesima, desideriamo e con calde istanze chieggiamo l'intervenire del Pontefice; essendochè la sua voce e l'autorità sua serviranno d'esempio e di sprone a tutti quei tepidi, benchè buoni, i quali altrimenti starebbersi muti ed inerti, e lascerebbero andare le cose a seconda delle immoderate passioni, e come la temerità e improntitudine dei partiti le vuol condurre.

Ma oltre a tutto questo, a noi non esce dell'animo, che nelle nostre provincie meridionali, se la natura sensitiva e delicatissima degli uomini sembra con facilità stemperarsi e corrompersi, altrettanto guarisce con celerità, e risorge e trasformasi in meglio, con istupore di chi n'è testimonio. E certo, noi non crediamo che poco prima dello scoppiare della rivoluzione francese i costumi della città di Napoli tenessero dell'austero e del forte; chè anzi nella reggia e nelle case de' grandi e sin nei chiostri e ne' seminarj v'era mollezza, ignavia e dissolutezza non poca. Venne il turbine delle guerre e della rivoluzione, corsero tempi e vicende le più rischiose del mondo, e fu agli spiriti non volgari offerta occasione frequente di dure lotte e di arditissime prove. Ora, egli avvenne che in seno di quella terra voluttuosa e indolente, apparvero tutt'a un tratto uomini non solo non disformi dal secolo, ma grandi come i suoi casi e forti come i suoi rischi. Noi non possiamo se non accogliere in cuore speranze liete e magnifiche di quella Provincia italiana ove il Cirillo, il Conforti, il Caraffa, il Serio, Mario Pagano e cento con essi vestirono in un momento l'animo antico, e porsero agli scrittori moderni materia degnissima della penna di Plutarco.

Noi seguiteremo altra volta a spiegare a quali mezzi e provvedimenti debbano por mano i nostri fratelli di Napoli per condurre a bene il nuovo risorgimento loro, e uscire dellegravissime e difficilissime condizioni in cui la cecità sventurata di alcuni gli ha posti.

(DallaLega Italiana.)

31 gennajo.

Il supplemento dell'ultimo nostro foglio ha dato notizia che Palermo da parecchi giorni era bombardata, e che aggiugnendosi ciò alli scontri frequenti delle soldatesche coi cittadini, cagionavauna terribile mortalità. Ier sera poi ci venne riferito da testimonio oculare, che il tredici dal Forte di Castellamare furono scagliate sulla città 132 bombe.

Nel 1821 Palermo insorse, e domandò di avere governo proprio sotto la corona medesima, con la medesima costituzione. Nel Parlamento un'ira ingiustissima accecò affatto il giudicio, e fu risoluto di vincere con la forza la sollevazione Palermitana. Sbagliò il Parlamento, come ora il Governo Napolitano; ma gli è impossibile di non osservare e notare le differenze fra li due errori. Palermo nel 21 insorgeva contro Napoli fatta libera, già venuta in possesso d'una forma di reggimento politico, che in que' tempi volevasi la migliore di tutte e la perfettissima. Oggi Palermo insorge contro un dispotismo violento ed improvvido, e che s'incera l'orecchie per non udire richiami e supplicazioni, e fa rispondere con le sciable aglievviva il reele riforme. Allora, capo della spedizione fu il generale più reputato delle Due Sicilie, uomo di nobil cuore e di sentimenti e pensieri liberalissimi, D. Florestano Pepe: oggi, capo e governatore è il generale Majo, uomo spregevole affatto, e soldato inetto, e dall'universale troppo mal visto. Allora il Pepe non accettò i sussidj che Messina e Catania gli offrivano, abborrendo dal vedere spargere dai Siciliani il sangue siciliano; potea tagliare i condotti dell'acqua e nol fece; i mulini già occupati dalle sue truppe rendeva all'uso cotidiano, in benefizio e ristoro della città; era già penetrato in Palermo e poteva altutto sforzarla, e non volle; e impose alle navi di non danneggiarla, e a tutti di risparmiare al possibile le vite de' lor fratelli.

Oggi, il Governo di Napoli non usa alcuno di tali rispetti; e incapace di sforzar la città, la fa bombardare spietatamente; ed avventa il fuoco su quelle venerande basiliche, in cui l'arte italiana conserva gli avanzi e i testimonj maravigliosi di ciò che potè il nostro Genio nella notte barbarica del medio evo. Tanta è la furia che pone a domare gl'insorti, che rompe le costumanze e i buoni procedimenti d'ogni nazione civile, e i quali son divenuti regole certe e costanti del gius delle genti. Diffatti, la protesta dei Consoli da noi ristampata jer l'altro, dà prova che niun tempo è stato lor conceduto di riparare e provvedere così a sè stessi come ai loro compaesani. Le dimostrazioni di fratellanza, il far luogo all'amore e alla compassione in mezzo al conflitto medesimo, il saper temprare lo sdegno e reprimere il risentimento, sono questa volta dal lato de' Siciliani. Dio protegga la causa di chi fra l'armi e nel sangue non iscorda i doveri di buon Italiano, e sente nel danno dell'avversario il danno e il dolore della patria comune.

(DallaLega Italiana.)

2 febbrajo.

Le cose di Napoli, chi ben le guarda, s'avviano verso d'un termine che le assomiglia a quelle del 1820. Parecchie differenze per altro intervengono, le quali son tutte, la Dio mercè, in favore della innovazione presente. Noi ne darem conto ai lettori con brevità e chiarezza, secondo il nostro istituto.

E primamente, diciamo che se l'Austria non fa disegno d'intervenire, questo sol caso porrebbe tra oggi e il venti sìgran differenza, che lascerebbe ai due tempi una mostra di simiglianza, e non altro. Ma nell'Austria la voglia d'intervenire non può mancare, qualunque volta non manchino la opportunità e la potenza. Divisiamo, adunque, per bene quali condizioni nuove di cose difficultano la intervenzione austriaca in Napoli.

Nel venti, la lega dei re assoluti, che per antifrasi fu detta sacra, toccava il colmo della sua fortuna e potenza. Oggi, quella cospirazione veramente inaudita e novissima contro le libertà dei popoli, non solo è sconnessa e mezzo annullata, ma i governi rappresentativi maggioreggiano in guisa da occupare ormai tutta l'Europa civile. E se tu ne cavi la Turchia la quale è barbara, e la Russia ove ancor dura la schiavitù, l'Austria sola accenna di voler, dove può, conservare il pieno arbitrio monarchico: ma in Ungheria nol può, e in più altre parti del vecchio e scrollato impero cesserà di poterlo.

L'Austria nel venti predominava in Germania, predominava in Europa; pendevano dal suo labbro i gran consiglieri dei re; parea rinsanguata, robusta e piena di vita. Al presente, è sopraffatta in Germania dall'arti prussiane, poco ascoltata in Europa, incresciosa all'universale, massime pei casi di Galizia e Cracovia e per gli orrori dello Spielberg; la stimano tutti esausta, vacillante e decrepita: la quale opinione, fosse pur falsa, riesce dannosa oltremodo, infin che i fatti non la smentiscono.

Avea l'Austria nel venti quete le provincie, fedeli i popoli, strette con vigore le redini del governo. Al di d'oggi, neppur ne' Circoli austriaci è piena tranquillità, e dalle rupi del Tirolo alle foci del Danubio non v'ha un palmo di suolo in cui si rincontri buona contentezza e fidanza. Quel malumore, poi, che nel regno Lombardo-Veneto serpeggiava qua e là al tempo della Costituzione Napolitana, e non parea farsi intenso e profondo salvo che negli uomini colti e bollenti d'affetto patrio, ora scoppia da tutte parti, invade le moltitudini, e manifestasi con tali prove di virtù e coraggio civile, da superar di gran lunga l'aspettazione medesima de' più caldi Italiani.

Allorquando in sul principiare del ventuno l'Austria,poco dubbiosa dell'esito, fece movere le sue truppe, lasciavasi dietro alle spalle il Piemonte travagliato da sétte ma non insorto, e che non parea prossimo a insorgere; e quantunque l'esercito Sardo ponessesi di poi in sollevazione, subito discordò e si divise e tutto scompaginossi; onde pochi reggimenti tedeschi bastarono a spegnere quel primo incendio di libertà. Quest'oggi, l'Austria trova Liguri e Piemontesi tanto infiammati quanto concordi, e così bene in arme e in assetto, come docili alle leggi, ordinati nel loro ardore, e affidatissimi ne' loro capi.

Nell'anno venti e ventuno, l'Austria scorgea buona parte d'Italia commossa dalle opinioni liberali più in superficie che nel profondo: v'avea società secrete estesissime, cospirazioni di ufficiali d'esercito, scontentezza di molte provincie; ma ardor popolare assai poco, e il sentimento nazionale appena spuntava, e, per isbaglio quasi comune, più pensavasi alla libertà che all'indipendenza; ogni Stato viveva in disparte e per sè, e il concetto di unione e collegazione di popoli o non nacque o non si mantenne. Oggi, per lo contrario, il desiderio d'indipendenza entra avanti a tutti gli altri; gli Stati si confederano, i popoli chiamansi ad alta voce fratelli, e la vita morale della nazione è già una, e ferve in tutti i suoi membri vigorosa e omogenea.

Nel venti, in fine, i Principi nostri o alla scoperta o di soppiatto tenevan con l'Austria, e taluni non vergognavano di confessarla solo sostegno e salute rimasta alla persona e potestà loro. Al presente, più d'uno fra essi sta dalla parte de' popoli, accetta ogni buon progresso civile, sdegnasi dell'ingiuriosa tutela di Vienna, e gode di avere a capo e scòrta il nome glorioso e la venerabile autorità del Pontefice.

Ora, di tutte queste notevoli differenze in fra i due tempi paragonati, alcune rimangono ferme e indipendenti dai casi, altre si legano all'andamento e alla fine che avranno le sollevazioni del Regno. Felice l'Italia, se ne' popoli delle Due Sicilie sarà tanto di virtù e di senno, da porre insieme due cose nate veramente per procedere bene unite, ma che il volgo e i partiti disgiungono assai di leggieri: noi vogliam dire l'energia e la prudenza.

Occorre a que' popoli l'energia, per rimovere la possibilità d'ogn'inganno e sventare ogni trama cortigianesca, e mostrando la gran fermezza e unione di lor desiderj, conseguire sufficiente malleveria dell'ordine nuovo di cose. Occorre poi sopramodo a que' popoli la prudenza, per non trascendere in cotesti atti il segno e il termine della necessità, e saper tornare sollecitamente nell'ordine e nell'obbedienza alle leggi.

Adoperando essi in tal guisa, e guadagnandosi e mantenendosi piena ed intera la propensione e amicizia degli altri Stati Italiani, nè dando ai Principi della Lega cagione legittima alcuna di spaventarsi; l'Austria avrà tuttora contro di sè la unione che sì la sgomenta de' cittadini d'ogni ordine, la consonanza perfetta degli animi, la tenace confederazione di tutti gli Stati, il desiderio comune ed inestinguibile d'indipendenza e di libertà, protetto oggimai e santificato dalla maggiore e miglior parte del Clero, difeso da eserciti disciplinati, e dalla mutua fede e assistenza di ventiquattro milioni d'uomini.

Ma un'altra difficoltà, e forse la maggiore di tutte, debbono procacciare all'Austria i nostri fratelli del Regno; e questa è di toglierle ogni presunzione ed ogni speranza di veder rinnovati gli errori gravissimi in cui la fortuna nemica d'Italia lasciò cadere i Napoletani nei nove mesi che vissero di risorgimento e di libertà. Distingueremo altra volta cotesti errori, e accenneremo i mezzi e le pratiche più confacenti a bene evitarli.

(DallaLega Italiana.)

31 gennajo.

Con gran piacere leggiamo il Programma d'una nuova Gazzetta Politica che sta per uscire in luce in Casale, e alla cui direzione intenderà il conte Pier Dionigi Pinelli; nome che per se stesso è pegno grandissimo della bontà del Giornale,e ne accerta particolarmente che quel periodico mai da verun altro verrà sorpassato nella integrità e nobiltà delle massime e delle dottrine. E veramente, quando vediamo persone così specchiate e generose come il conte Pier Dionigi Pinelli porsi a capo di tal sorte d'imprese, debbe ognuno augurare con sicurezza un bene copioso e durevole per la nostra Italia; ricordandosi, fra l'altre cose, come appresso molte nazioni, e in Francia segnatamente, la stampa periodica sia venuta a mano di gente non molto onorevole, e povera soprattutto di ferme e radicate credenze. Il titolo del giornale Casalese sarà ilCarroccio, bello e bene appropriato battesimo; perchè, volendosi con quel Giornale prender cura peculiare dei municipj e degl'istituti provinciali, doveasi riporre in mente ai popoli italici quel simbolo antico de' nostri gloriosi Comuni; e il quale fu loro sì sacro e cagionò tanto profitto, quanto forse ai Romani quell'ultimo adito del Pretorio, ove, a modo di reliquie e di numi indigeti, stavano raccolte le aquile e le altre insegne delle vincitrici legioni.

(DallaLega Italiana.)

2 febbrajo.

Era giunta notizia che Ferdinando di Napoli, più non fidandosi di resistere, apparecchiava una Carta costituzionale.

Fratelli Napoletani!

La gioja che dentro al cuore ci abbonda non può rimanersene chiusa, ma vuol mostrarsi di fuori ad ognuno; ed a voi particolarmente, o Popoli Napoletani, aggiunti oggi a quella famiglia di patrioti che, francheggiata dai Principi riformatori e stretta in lega santissima, affrettava coi voti, preparava con gli scritti, predicava con gli esempj la unione e rigenerazione di tutti i figliuoli d'Italia.

Deh! abbracciamoci strettamente, o Fratelli, in desiderio e in ispirito, e ringraziamo dal profondo dell'animo il DioSalvatore de' Popoli e Datore eterno di libertà. Questi, nelle gran meraviglie che da due anni fa comparire nella Penisola, manifestamente c'insegna che la parola increata ha negli abissi di sua sapienza e bontà pronunziato che l'Italia sia, e l'Italia infallibilmente sarà.

Oh quanti amari sospiri, quante angosciose sollecitudini, quante querele sconsolatissime ci cagionavano i vostri mali, o Fratelli! Oh come lo strapazzo indegno e la servitù miserissima d'una sì nobil parte d'Italia spargeva di molto assenzio i cittadini banchetti e le feste a cui entravamo! Oh come le lacrime vostre e ogni stilla del vostro sangue dalla mannaja versato parea ripiovere sul nostro cuore, e attristarlo dell'amaritudine della morte!

Ora godiamo delle speranze comuni, e nel puro e libero abbracciamento dell'anime nostre esultiamo. Trenta secoli di civiltà sono già corsi sulla Terra Italiana; e pur questo, o Fratelli, questo è il giorno primissimo in cui gli abitatori dell'uno e dell'altro estremo di lei possono pubblicamente e solennemente, in fatto e non in pensiero, chiamarsi figliuoli e cittadini d'una sola gran patria. Nè cento mila spade straniere bastano ad interdire quel grido sulle rive stesse del Po, del Mincio e del Bacchiglione.

Fratelli Napoletani! sforziamoci con ardore e costanza operosa e incolpevole di non rimanere inferiori all'altezza de' nostri destini. Agli altri popoli è gran fatica il gir oltre, a noi il tornare quello che fummo.

(DallaLega Italiana.)


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