PARTE SECONDA.TEMPI COSTITUZIONALI.

PARTE SECONDA.TEMPI COSTITUZIONALI.

CONSIGLI AI PRINCIPI E AI POPOLI.

3 febbrajo 1848.

Noi riputiamo avere a quest'ora dato prove sufficientissime di quanto teniamo a cuore la conservazione dell'ordine, l'unione di tutti gli animi, la concordia fra popolo e principe. A noi sembra, pertanto, aver conseguito qualche buon dritto di non palliare il vero e di non dimezzarlo; ma, quando ci occorra, esprimerlo francamente, e quale il sentiamo ed il conosciamo.

I fatti burrascosi dell'Italia meridionale non recarono (gran bontà della Provvidenza) quel sanguinoso e profondo conquasso che temer si potea. La rigenerazione nostra può procedere, oggi pure, ordinata e con moto equabile, semprechè non si contrasti alla molto maggiore velocità del suo corso, e non le si nieghino que' premj e guadagni che già stima di avere in pugno. Occorre pertanto (e ogni giorno ci cresce il debito di ripeterlo), che tutti i Principi della Lega intendano questa incessante necessità, e si persuadano che ogni ritardo come è inopportuno ed inefficace, così può riuscire odioso, e togliere ad essi non poco credito di lealtà e non poco merito di spontanea risoluzione. Certo, quel nobil carro, ed anzi propriamente quella nobil quadriga in cui siede ora l'Italia e onde ai suoi destini è condotta, non potrà far buona e regolar via, se tutti quattro i popoli non si attelano in riga, quasi destrieri generosi, e tutti con uguale ardore e uguale prestezza non muovono.

Che debbesi oggi da qualunque buon Italiano e sopra ogni cosa augurare e desiderare alla patria? questo principalmente, che poco o nulla si muti nel morale stato di lei; perchè migliore di quel che si mostrava poc'anzi, non potrebb'essere. E quando l'Italia ha conosciuto giorni così fortunati di concordia e di fratellanza? quando ha goduto di simile congiunzione fra Stato e Stato, e di simile amicizia e contemperanza fra la religione e la politica? quando vide giammai estinte le sètte com'ora? quando cessate le cospirazioni, ridotti quasi al nulla i partiti? quando ipensieri, i sentimenti, le speranze, i disegni di tutti si risolvettero si pienamente in un pensare e in un sentire universale e comune! Tutto ciò, adunque, non dee mutare; e perchè non muti, occorre rimovere di mano in mano qualunque cagione grave di risentimento e di turbolenza, e dare sfogo ai desiderj divenuti impazienti e infrenabili, perocchè fatti maturi e legittimi dalla prepotenza dei casi e del buon successo. Se da per tutto gli animi debbon serbarsi in pieno consenso, è grande necessità che le leggi e gl'istituti eziandio consentano da per tutto; e se non vuolsi che le fazioni ripullulino, i savj si sgomentino, le passioni s'inacerbiscano, convien porre in atto sollecitamente ciò che risponda alla generale esigenza dei tempi. Jeri le cagioni di discordia parean giacere nell'esorbitanza di certe opinioni e nell'eccesso dell'arder giovanile; oggi possono rampollare dalle inutili resistenze e dalle funeste dimore. Ei si vede che noi miriamo sempre al medesimo scopo, e consigliamo con la debita modestia e imparzialità or l'una parte ed or l'altra, e così i governati come i governanti; e però ci diamo pace se mal ci spiegammo o male fummo capiti. Al presente, le nostre parole debbono piuttosto che alle moltitudini addirizzarsi ai lor reggitori, pigliando arbitrio di ricordare sentenze utili, benchè non nuove, ed anzi vecchie quanto la civiltà umana. E già Omero le pose con rara facondia sulla bocca del savio Fenice, il quale raccontando molto a distesa di un re d'Etolia come troppo s'indugiasse ad appagare il suo popolo, conclude che

. . . . . . . .il tardoBeneficio rimase inonorato.

. . . . . . . .il tardoBeneficio rimase inonorato.

. . . . . . . .il tardo

Beneficio rimase inonorato.

Sta col nostro animo una gran fede nella Provvidenza, che protegge ed ajuta l'Italia; e confessiamo volentieri, ed anzi con viva letizia il facciamo, che gli avvenimenti sono infino a qui riusciti più avventurosi che non ci parea lecito di sperare, ed hanno contraddetto a parecchi de' nostri timori. Con tutto ciò, non è bene di domandare dal Cielo nuove maraviglie ogni giorno, e nè i popoli nè i re debbono in alcuna guisa tentare Iddio. Chi non iscorge in fondo di tutti i cuori l'ansietà e l'incertezza? Prima e presentanea cagionedi sicurezza e di calma sarà la vista desideratissima dell'armi cittadine. Colui che non consiglia oggi a' suoi superiori la istituzione immediata della Guardia Civica, o sconosce affatto la forza de' nuovi accadimenti, o resiste e mentisce alla propria coscienza.

(DallaLega Italiana.)

3 febbrajo 1848.

Noi non vorremmo così subito mostrarci scontenti dei nuovi reggitori dello Stato, tanto più che si afferma non avere essi voluto accettare il gravissimo carico, salvo che ricevendo promessa solenne di veder promulgata una Carta. Ma la sventura di vivere il governo o in conflitto aperto o in secreto coi governati debbe aver fine, e però è necessario che l'universale possa di gran cuore stimare e obbedire i supremi ufficiali; e noi dubitiamo forte, che il popolo napolitano possa e voglia far ciò lungamente inverso i personaggi testè chiamati da re Ferdinando. Quattro di loro sono principi. Io non partecipo alle ingiuste preoccupazioni del volgo contro i gran signori: ma so che ad essi è, in generale, troppo difficile il pensare e il sentire come la maggior parte del popolo: so di più, che in Napoli parecchie di quelle stirpi di gran titolati sono degeneri affatto e d'assai poca levatura: e so infine, che agli errori quivi commessi debbe assegnarsi per cagion principale, la turba inetta dei nobili cortigiani, che sconoscendo i tempi e le cose, adulava e accecava il monarca.

Nel presidente del Consiglio, Serra Capriola, è molta onestà e naturale benevolenza, e qualche pratica delle corti: ma troppo manca perchè l'ingegno e l'animo suo pareggino le difficoltà del grado e del nuovo reggimento, e dieno pegno bastevole di amare fortemente le libere istituzioni. Assai minor pegno può darne il Cassero, che già più anni è stato ministro quando, non dico la libertà, ma le miglioranze politiche d'ogni maniera trovavano chiuse tutte le portedella reggia e dei ministeri. Del Bonanni dicono che abbia, parecchi anni addietro, patito guai per le sue liberali opinioni; ma fama di abilità e di politica scienza non gode. Il sol nome caro ai Napoletani è il Colonnello Cianciulli; uomo di spiriti moderatissimi, ma integro, illibato, caldo dell'onor nazionale e amico sincero di libertà. Però, logoro e cagionevole da gran tempo e desideroso di quiete, gli è da temere che sopportar non possa tutta la gravezza di un tanto ufficio.

Del resto, quel nuovo ministero dee forse unicamente segnare un mezzo tempo, ed agevolare un passaggio fra 'l regno dell'arbitrio e quel delle leggi. Ma non ho mai veduto simili tentamenti e saggi riuscire a bene e a profitto: per consueto, scontentano le due parti, e provocano le moltitudini. Ad ogni modo, il ministero presente napolitano, nel suo tutto insieme, non si confà per nulla con le esigenze e le pratiche dell'Era nuova che in Italia incomincia. Noi ci siamo affrettati a manifestare tal nostra opinione, perchè in Napoli più che altrove gli uomini hanno fatto gabbo alle leggi; e ognun ricorda i danni gravissimi che produsse nel 1820 e 21 quell'aver lasciato maneggiare la cosa pubblica da gente poco devota alle franchigie costituzionali, e più disposti a tollerare il giogo tedesco, che l'impero del popolo, e le fatiche e i pericoli della libertà.

(DallaLega Italiana.)

6 febbrajo 1848.

La parola Costituzione giunge gradita oltremodo agli orecchi del popolo, non già perch'ella gli svegli in pensiero un concetto chiaro e ben definito di tutto quel che significa, ma perchè gli ricorda queste due cose bellissime e desideratissime,Libertà e GuarentigiaConviene, pertanto, distinguere in una Costituzione ciò che ha virtù e sodezza di fondamento ed è affatto universale, da ciò che muta e si trasformasecondo l'indole delle nazioni e le varie contingenze dei tempi e dei casi.

La prima parte, pertanto, è quella che, supposta certa maturità di opinioni e certa efficacia di avvenimenti, mal si farebbe d'indugiare a mettere in atto. L'altra invece (come si notava, fa pochi giorni, nelCorriere Mercantile) ricerca molta meditazione e lunga disamina per riuscire a bene, e adattarsi con proprietà e giustezza alle condizioni peculiari d'ogni paese. In cotesta seconda parte si racchiude eziandio la risoluzione ed applicazione di molte dottrine che non sono ancora uscite di controversia; laddove la prima più non porge materia di dubbio, e i suoi principj sonosi fatti, quasi a dire, massime di senso comune, e come tali compariscono ne' nostri tempi in tutte quelle provincie del mondo civile in cui mette radici la libertà.

In essi principj si raccoglie e conchiude quel general concetto della forma migliore politica che l'epoca odierna venne trovando. Così accadde della scienza di Stato in ogni tempo e in ogni contrada; e quelle nazioni nel cui intelletto luceva l'idea d'un'ottima forma politica, mai non conobbero vero riposo e prosperità insino a che non la conseguirono ed effettuarono. Ad onta degl'infortunj nostri grandissimi, la natura ci ha di tale e tanto ingegno forniti, e abbiam conservato avanzi così notabili della civiltà e sapienza antica, che la forma generale dei governi rappresentativi ci comparve la migliore possibile e la più conveniente all'età in cui viviamo, prima ancora che Montesquieu cantasse l'apoteosi della costituzione inglese. Tutto ciò che è di poi accaduto, non altro poteva indurre nell'animo degl'Italiani salvo che un più fermo e invitto convincimento di quella verità: e però, chi governa l'Italia dee credere con gran saldezza che questo si è l'inveterato e radicatissimo desiderio nostro, al quale oggimai non sembra potersi altramente resistere che usando la forza delle scimitarre straniere.

Ora, tornando alla distinzione di cui, poco è, parlavamo, occorre di ricordare, che i fondamenti d'ogni qualunque costituzione debbono star riposti nelle libertà e guarentigie sostanziali e primarie del diritto privato e pubblico. E tali libertàe guarentigie riduconsi propriamente alle cinque infrascritte, cioè: 1º La facoltà compiuta di pubblicare le proprie opinioni. 2º La Guardia Cittadina. 3º Ministri sindacabili, e però eziandio punibili. 4º La nazione chiamata per via di rappresentanti a discutere e a squittinare le leggi e le imposte. 5º La libertà personale, e l'altre sicurezze e tutele a cui particolarmente provvedono i Codici. Qualunque di coteste franchigie e malleverie mancasse in una Costituzione, o vi stesse in mostra ed in apparenza più che in effetto, farebbe perdere a quella ogni suo valore, perchè tutte si legano e si mantengono mutuamente; ed in altro caso, ella somiglierebbe affatto ad una fortezza in cui moltissime porte fosser guardate eccetto che una: e così nello Stato, per quel solo special difetto di libertà e di sicurezza, entrar potrebbero a mano salva la tirannide o la licenza.

Segue dal fin qui espresso, che ciò che importa di promettere sollecitamente e in modo solenne ed irrevocabile, sono le cinque istituzioni summentovate; ed anzi, l'ultima è in buona porzione di già conceduta e sancita nei codici nuovi. Le due prime poi, con le quali, a dir vero, componesi la universal mente e il braccio vigoroso del popolo, come possono venire immediatamente ad effetto, così dovrebbero esser date e compite senza dimora. Invece, per la seconda parte che versa sui modi più confacenti di rappresentar la nazione nei congressi legislativi, e sul restringere od allargare le pertinenze di questi, e sull'altre materie attinenti; noi desideriamo assaissimo, che in cambio di promulgare e ottriare in fretta simili leggi e istituti, vogliasi innanzi ponderarli per bene e con gran diligenza e fatica, e giovarsi di tutto il senno che emerge dalla pubblica discussione; onde quelli sieno come il portato ed il parto della migliore sapienza civile italiana. Passò quel tempo in cui gli statuti e le leggi uscivano dai penetrali del tempio, o dalla mente d'un solo ed unico saggio. Ora i popoli sono legislatori a sè stessi, e non riconoscono mai in veruno il diritto assoluto di prevenire e d'interpretare ad arbitrio suo il giudicio e la scienza comune. Certo, se al re di Napoli fossero sovvenute queste verità, non avrebbe in quel primo disegno di patto costituzionale specificate certe formepolitiche, le quali trovando subito contradittori, o scemarono il pregio ed il credito della concessione, o indussero a desiderare che la legge non appena nata venisse mutata: brutto abito contratto dai popoli servi, alli cui sguardi la legge non ha nulla d'augusto, nulla di sacro e d'inviolabile. Raro è che le nazioni sieno dalla fortuna condotte in istato di potere alzare da' fondamenti, e quasi a piena lor voglia e con un disegno preordinato, l'arduo edificio delle istituzioni loro politiche. Ma più raro è ancora, che di tale facoltà preziosa e fuggevole sappiano ritrarre utilità e profitto largo e durabile: chè anzi quasi sempre sonosi vedute le leggi fondamentali uscire alla luce o per concorso strano di casi, o da un conflitto passionato e violento di parti, o dall'intelletto di uomini men che mediocri, balzati dalla fortuna in cima alla ruota, e che per accidente trovavansi strette in mano le redini dello Stato. Facciamo noi miglior senno, se gli è possibile; e sempre ci dimori innanzi alla mente, che in noi si trasfuse e il sangue e l'ingegno del più gran popolo legislatore dell'antichità.

(DallaLega Italiana.)

7 febbrajo 1848.

La Cancelleria di Vienna è istizzita, e nol può tacere. Ognuno sa che le provincie dell'impero sono tutte sue figliuole carissime, maternamente da lei governate. Fra queste si annovera la Lombardia, la quale benchè sia figliuola prediletta, siccome l'ultima apparsa in casa e venuta a consolare la vecchiezza della monarchia, ricalcitra ingratamente contra i benefizj della tenera madre. E per vero, la Cancelleria di Vienna dimostra in un articolo molto succoso, dato testè a pubblicare alla Gazzetta d'Augusta, che il regno Lombardo-Veneto possiede e fruisce da lunghissimi anni tutte quelle buone leggi e quei liberali istituti, per la concessione dei quali i Romani, i Toscani o i Piemontesi vanno in visibilio dalla gioja, e fanno di continue feste e baldorie.

A questo osserviamo, che quando pur ciò fosse vero, resterebbe a spiegare quel verso di Dante:

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

Dappoichè, ancora laggiù nel Regno stavano scritte bellissime leggi, e ognun conosce il gran caso che ne faceva il Governo. Ma forse Metternich o il suo segretario non intendono Dante, e occorre a ogni modo farci sopra un po' di commento: e noi prendiam questo carico assai volentieri, usando uno stile piano ed aperto, come si ricerca al buon chiosatore. Diteci, pertanto, o Signori: avete voi conceduto ai Lombardi la Guardia Civica, e una moderata libertà di stampare le proprie opinioni? Egli è certo e provato che no: parvi dunque poco divario avere le medesime leggi con quelle due libertà e guarentigie di giunta? Una libertà moderata di stampa accanto all'armi cittadine, vuol dire, e ben lo sapete, l'opinione fatta signora e governatrice: vuol dir la mente dei savj che à il braccio del popolo per difesa.

Intendete cotal differenza? In Lombardia sono le bajonette Croate, che quando accade, vibrano punte mortali alla cieca: e nell'Italia media, il cittadino medesimo è fatto guardiano della libertà insieme e dell'ordine, e però è sicuro che ogni riforma conveniente e ogni progresso legittimo verranno di mano in mano attuati.

L'achille degli argomenti di Metternich è sempre questo: — La Lombardia è straricca, la Lombardia è prosperosa. — Ma quante volte deesi, dunque, suonargli all'orecchio il detto evangelico, che l'uomo non vive del solo pane? quante volte deesi fargli entrare nel comprendonio, che al popolo italiano non basta di far vita grassa ed allegra, e sentir sulla sera suonar i pifferi de' Tirolesi, e vedere l'Essler trinciar l'aria coi piedi e fare lezj e svenevolezze? Ei bisogna dire di Metternich, salvo sempre il rispetto che gli si vuol serbare, o ch'egli à l'anima tutt'adiposa, o che intorno di sè non vede nè conosce uomini veri, ma gran pezzi di carne con gli occhi, e automati che respirano: perocchè non so qual altro ministro di Stato abbia mai tenuto così a vile il genere umano, esiesi dato a credere di poterlo governar bene ingrassandolo e trastullandolo come si usa fare coi paperi.

Insomma, il Metternich non vuol pensare che i Lombardi e i Veneziani si rivoltino così dispettosi e fieri per mancanza di buone leggi. — Tutti questi tafferugli e subbugli movono, ei dice, da uncapriccioin cui sono entrati, di volere insieme con gli altri Italiani costituirsi in nazione. — E qui l'uom di Stato lascia di botto quel dolcebrusco parlare che usa un padre col suo beniamino un po' scapestrato e bizzarro, e ponendosi le mani sui fianchi e arrossando le gote, minaccia guai a chi toccherà la corona di ferro sull'augusta fronte del successore dei Cesari. — Costui, dice, andrà del sicuro col capo rotto. — E forse in tal passo la minaccia sale più alto, e vuol essere udita così di qua come di là dal Ticino. Come ciò sia, il diplomatico senza spiegarsi da vantaggio, soggiunge: — Ma non verranno a tanto quei sussurroni Lombardi; e però puniremoli non secondo le intenzioni, ma come porta il fatto. Essi ci forzano a tener grosso esercito lungo il Po e l'Adda, e sembra che l'incomodo della spesa maggiore cagionata dal lorcapriccionon è per cessare domani nè doman l'altro: però decretiamo fin da quest'ora, che ogni soprapiù di spesa verrà pagato e rifatto in contanti dai signori Lombardo-Veneti, e i più ricchi ne saranno pelati al dovere. —

Troppa fretta, o Principe! ei non si può dir quattro finchè non si à nel sacco. Il cielo è nuvolo molto, e mal coprite con la franchezza e baldanza delle parole l'apprensione e sollecitudine fiera dell'animo. Voi toccate ormai la decrepitezza, e pure (confessatelo) voi non vi siete imbattuto mai a vedere in Italia ed in Lombardia quello che ora vi scorgete. Paese nuovo, nuova vita, uomini nuovi; e i mille sintomi che d'ogni lato appariscono, fannovi argomentare una malattia sì profonda e talmente maligna ed appiccaticcia, che tutta la spezieria dello Spielberg non la guarisce.

(DallaLega Italiana.)

8 febbrajo 1848.

In Francia nella Camera dei Deputati non d'altra cosa s'è ragionato e discusso per due giorni interi, salvo che d'Italia e del suo pieno risorgimento. Secondo il costume, i discorsi sono stati a mostra d'ingegno e a sfogo dell'animo, non a mutare una virgola nell'allocuzione o indirizzo, come ora il chiamano. Ciò nondimeno, alla causa italiana non nuoce aver sentito pronunziare parole caldissime in suo favore; e noi dobbiamo ringraziamenti a quei molti oratori che hanno provato di amarci, e in particolar modo al Lamartine ed al Thiers. Certo, quando il primo ha descritto lo spirito nazionale italiano sempre vivo e rinascente, e il secondo ha versato a man piene la lode sul nostro sforzo ordinato e gagliardo per attingere la indipendenza e rinverdire la gloria degli avi, ardea nel lor favellare una fiamma che rade volte sfavilla al presente nelle arringhe parlamentarie francesi. Così pure, quando Thiers ha mosso discorso di Palermo bombardata e delle uccisioni di Milano, e quando per simili atti ha chiesto che in fondo al cuore di tutti i buoni sorga e ferva quello sdegno giustissimo che per simili altre scelleratezze ha commosso l'Europa, subito è parso eloquente e sublime, perchè i santi e incancellabili dritti dell'uomo tuonavano sulle sue labbra. Per ciò noi gli condoniamo quell'eccesso di orgoglio francese, per non dir vanità, il quale gli fe pronunziare, che ogni cosa in Italia, qualora non sia per le mani stesse della Francia operato, è, del sicuro, operato dal Genio di lei. Tocca a noi di fare che ciò non sia, e che il solo Genio italiano presieda alle sorti italiane.

Quanto è poi ai termini stessi della controversia, bisogna con molta cura distinguere ciò che s'attiene direttamente alla Francia, e alla lunga ed aspra contesa che l'opposizione sostiene contro il Guizot, distinguere, dico, e separar l'uno e l'altro, dall'estimazione e giudicio che dee farne l'Italia per sua propria norma ed utilità.

Il Guizot, nella discussione intorno le cose d'Italia, esponevacon nettezza e franchezza maggiore che per addietro le massime direttive di sua politica, o vogliam dire della politica di Luigi Filippo.

«Il nostro governo si fa debito, diceva egli, di conservare i fatti consumati e accettati, e i diritti perdurabili e positivi; e ciò per iscansare le rivoluzioni e le guerre. Esso accoglie, pertanto, i trattati quali sussistono, e quelli del 15 specialmente, perchè sono base dell'ordine moderno europeo. Esso vive, non che in pace ma in osservanza e amicizia con tutti i governi, e combatte dove può e quantunque può la demagogia. Se a Cracovia l'Austria ruppe i trattati, noi ben l'avremo in memoria: ma non per ciò imiteremo lei ed i suoi colleghi nell'infrazione dei patti. Abbiam usato in Italia il massimo d'ogni sforzo per ajutare le riforme: più là v'è la guerra, la qual non vogliamo e non possiamo volere. Ogni acquisto o perdita di territorio trascina oggi a conflitto tutte le armi d'Europa: l'Austria assalita sul Po non difenderebbesi sola.»

Queste e altrettali ragioni rispondeva il Guizot al Lamartine ed al Thiers; ragioni connesse con un sistema il quale non rispondendo all'esigenze naturali e legittime dei Francesi, è per la forza logica stessa de' suoi principj pervenuto a conseguenze che sentono del paradosso; e tra le quali poi il Guizot, passionato più che non sembra, meschia non poche amplificazioni: e tale è senza dubbio quell'accusa perpetua di radicalismo che scaglia sulla Penisola, e quel dire che v'ha un partito gagliardo fra noi, a cui sta in mente di menare il Pontefice a rimpastare tutta l'Italia e costituirvi un reggimento quasi repubblicano. D'altra parte, la medesima esagerazione lo muove a chiamar l'Austria del dolce nome di amica e di collegata, e lodarla segnatamente di molta moderazione, e del compiacimento sincero che prova per le riforme che vede altrove attuarsi.

Ma persuadiamoci bene, che non si confuta e non si atterra tutto un sistema politico, salvo che contrapponendolo ad uno od a più, i quali oltre al mostrarsi connessi e coordinati in ciascuna parte, debbono eziandio comparire pratici ed operabili, e insegnar la guisa di adempiere il lor disegno speditamente e con somma probabilità di successo. Ora, a nostrogiudicio, questo non fu mai definito e insegnato dagli oratori della sinistra in modo chiaro e persuasivo; e i discorsi facondi e splendidi loro negano e distruggono (la più parte almeno) ma non edificano; e percuotono l'avversario di piatto ma non di punta, ne' fianchi ma non mai nel mezzo del petto.

Voi temete sopra ogni cosa, noi diremmo al Guizot, le rivoluzioni e le guerre: ma gli è agevole ritorcere contro di voi gli argomenti vostri medesimi; perchè, sempre l'Europa vivrà in giusto sospetto e paura delle rivoluzioni, e però delle guerre, infino a che i diritti di molte nazioni sieno conculcati, e il gius delle genti non nel bene comune e durabile, ma nella prepotenza di pochi avrà base. Tra il rompere e il calpestare i trattati, ovvero osservarli pur come stanno, e volerli intangibili e inviolabili, corre molto intervallo; e vi giace in mezzo ciò che è sol degno d'una sì gran nazione come la Francia, vale a dire osservare i trattati e chiederne e conseguirne alla fine le necessarie modificazioni, e che le parti affatto sleali ed inique ne vengan rescisse. Del pari, v'à qualche cosa in mezzo tra il rispettare ciecamente la lettera dei trattati quando da tutti i contraenti si faccia il simile, e rispettarli con tale scrupolo quando gli altri, occorrendo, li trasgrediscono. Delle due parti che compongono l'influenza politica esterna, cioè di quella che esercitar si vuole sui re, e dell'altra ch'esercitar si vuole sui popoli, voi sempre ed unicamente pensaste alla prima, e la seconda avete distrutta. Eppure, in questa soltanto è la forza e grandezza morale della nazione francese. Se in diciassette anni di pace non à la vostra diplomazia saputo o voluto far nulla per emendare i trattati e porgere mano alle nazioni che soffrono, voi brillate a giusta ragione fra i filosofi e i cattedranti, ma uomo di Stato non siete. E se la paura delle guerre e delle rivoluzioni dee fare immobile la politica e perpetuar le ingiustizie, converrebbe chiamare la diplomazia un'arte deplorevole di eternare il male e fare impossibile il bene.

A queste conclusioni, o ad altre poco diverse, è giunto sempre il nostro pensiero, quante volte si è fermato a considerare la lite acerba e ostinata che ferve da tanti anni in Francia tra il ministero e l'opposizione. Ma riducendo ora ildiscorso alle cose nostre e al giudicio che far dobbiamo di quei caldi dibattimenti, rispetto al bene della causa italiana, ci sembra poter fermare le proposizioni che seguono.

Le moltitudini in Francia sono inchinevoli e favorevoli alla causa italiana.

Il ministero vuol conciliare due cose troppo nemiche; la sua buona colleganza con l'Austria, e l'ajuto al risorgimento italiano.

Ad ogni modo, egli non potrà combatterlo scopertamente, nè avversar molto i Principi nostri nel proposito saldo che ànno di concedere maggiori franchigie e statuti rappresentativi.

L'Inghilterra ci favoreggia più alla scoperta e senza ritegni, e solo domanda che non si rompa lo statu quo, in risguardo della possessione di territorio.

Ma rotto che fosse, non moverebbe l'armi per ristorarlo.

Il ministero francese, quand'anco volesse in quel caso stare dal lato dell'Austria, non par probabile che il potesse, perchè troppa ingiuria recherebbe ai sentimenti liberali di sua nazione.

A noi, dunque, rimane arbitrio di proseguire nel cammino di libertà in ciascuno Stato non sottomesso alla forza austriaca. In caso poi di conflitto, ciò che par possibile a prevedere si è, che l'Europa rimarrebbesi spettatrice. Nè altro noi domandiamo: l'Italia farà da sè.

La diplomazia europea non ci recherà, dunque, nè molto bene nè molto male. Uniti ed armati, d'ogni nemico trionferemo, d'ogni impresa verremo a capo; disuniti e sprovvisti, a niuno darem suggezione, e s'aprirà di nuovo il mercato del nostro sangue e delle nostre provincie.

(DallaLega Italiana.)

9 febbrajo 1848.

Inutilmente noi ci sforziamo di contenere la nostra gioja e padroneggiare il nostro animo, sì che possa questo foglio farsi organo men difettivo ed araldo meno infedele della pubblica esultazione. A noi pure, come al popolo intero di Genova, manca modo di raccontare quel che sentiamo; e invece di parole, ci corrono al labbro tronche e sospirose esclamazioni: conciossiachè pure il gaudio supremo guarda il cielo e sospira.

Ecco sorge, ecco splende sul nostro capo il giorno fortunatissimo, l'aspettato da cinquant'anni. Ecco ci sta presente e stringiam con mano il frutto sublime di tanti travagli e pericoli, e il subbietto d'un desiderio infinito. Ecco l'ultima maturezza dei tempi, il suggello d'ogni nostra speranza, il fatto primo e novissimo ch'era in cima d'ogni nostro pensiere, informava il più degno e profondo de' nostri affetti, e fin dalla tenera giovinezza svegliò nell'ingenuo cuore i primi moti generosi, e suscitò i germi vivaci d'un sentire forte e magnanimo. Quel nome che per lunghi anni fu mormorato a bassa voce, e nudrì e crebbe nel silenzio e nell'ombra la religione nostra politica; quel nome che parea suonare infortunio, e mai non usciva scompagnato da un gemito; quel nome che epilogava tutte le libertà, significava i più fervidi voti, riempieva di sacro ardore tutto lo spirito, ora (bontà di Dio) esce aperto e risonante dal labbro — Viva la Costituzione! —

Il sangue dei martiri ha fruttificato; le voci alzate dal fondo delle prigioni giunsero all'orecchio di Dio; le amare e copiosissime lacrime dei raminghi e degli esuli sono state convertite in rivo di ubertà, in rugiada fecondatrice; e il fiore immortale e divino della libertà è spuntato.

— Viva la Costituzione! — con tal grido sul labbro è lecito infine ai Liguri e ai Piemontesi, lecito ai figliuoli tuttid'Italia di ripigliare intera e lucente la dignità d'uomo, conquistar quella di nazione, e sentirsi fremer nell'animo l'alterezza del nome italiano.

Fratelli e figliuoli d'una sola gran patria! stringiamoci caramente, stringiamoci tutti in quello amplesso ineffabile di cui l'anime sole sono capaci; e tra gli affetti gagliardi e soavi che d'ogni parte c'investono e assalgono, predomini di presente la gratitudine, e sia calda, sincera, abbondevole e quanta ne può capire in umano petto. Primieramente, chiniamo le ginocchia al Signore Iddio, al largitore eterno di ogni libertà e d'ogni gloria, e che degna scuotere dal sonno di morte e dalla polvere dei sepolcri le razze latine, sempre risorgenti e non mai periture. In secondo luogo, volgiamo l'animo conoscentissimo a re Carlo Alberto, e ringraziamolo del gran benefizio nel modo migliore e più conveniente d'un popolo rigenerato; facendogli, cioè, solenne promessa di seguitar dappertutto la sua spada e le sue bandiere, e di spendere per la sua Causa, che è la Causa d'Italia, tutto il sangue nostro e de' nostri figliuoli.

— Viva Carlo Alberto! — Oggi egli è il più lieto e più avventuroso dei Principi, conciossiachè gli avviene ciò che troppo radamente incontra a chi siede sul trono; cioè di possedere certezza perfetta, che le lodi le quali ascolta sono affatto leali e spontanee, e che vero è il gaudio, vero l'amore, vera la felicità de' suoi popoli.

(DallaLega Italiana.)

10 febbrajo 1848.

Noi siamo ancor tanto pieni di vera letizia e di gratitudine per la conceduta Costituzione, che non vorremmo e non sapremmo far luogo ad alcuna indagine critica intorno al suo contenuto, qualora ciò non venisse a noi comandato dal nostro ufficio medesimo, che è una specie d'intellettuale magistratura ordinata a illuminare le moltitudini: e oltre a questo, ci sorge in pensiero, che il nostro esame può riuscire non tutto disutile così per le provincie italiane ove ancoranon sono Governi rappresentativi, come per li medesimi Stati Sardi ove il disegno intero del patto costituzionale non è compiuto.

Egli è manifesto per quello che noi dettavamo lunedì scorso nellaLega, che molta maggiore soddisfazione ci avrebbe recato il veder promulgare un decreto, ove promettendosi solennemente al popolo d'investire i suoi deputati della facoltà legislativa, e concedendoglisi l'uso immediato della libertà della stampa, e la istituzione pure immediata della Milizia Cittadina, fossesi pel rimanente significato di aspettare consiglio dal tempo, dalla scienza e dalla pubblica discussione.

Forse il nostro Governo ha pensato che in Piemonte, ove può d'un subito alzarsi l'incendio di guerra, e al canto giulivo degl'inni succedere d'ogni parte il rimbombo dell'armi, dovesse provvedersi perchè le genti non fossero di soverchio commosse e preoccupate dall'alte questioni di forme e diritti costituzionali.

Nell'articolo quattordicesimo dell'insigne decreto degli 8, si annunzia che v'ha chi prepara, per comando del Principe, il disegno intero dello statuto fondamentale. Noi pigliamo fiducia che que' consiglieri di Carlo Alberto a cui fu commesso il più grave e il più malagevole di tutti gl'incarichi, farannosi coscienza di consultare gli uomini più avvisati e meglio istruiti, e vorranno far buon tesoro di tutte le cognizioni e giudicj che l'opinion pubblica espone di mano in mano con l'organo della stampa.

Due cose ottime sono nel mondo; la scienza consumata di pochi, e il buon criterio istintivo delle moltitudini. La perfezione sta nel congiungere insieme tali due termini. Ma vicino ad essi è una terza cosa non buona; e ciò è la presunzione e la falsa dottrina di quelli che, tirati su pel ciuffetto della fortuna, o ricchi d'un bel casato e poveri d'ogni altro bene, o infine avvezzi da lunghi anni al maneggio, direi quasi, meccanico delle faccende di Stato, spaccian sè stessi per grandi uomini, assediano tuttogiorno il Principe, nè sopportano che esca loro di mano la lavorazione delle leggi. Ora, i tempi domandano assai imperiosamente, che in luogo diquesti tali sieno molto più uditi i pochi veri sapienti tenuti discosto ed inonorati, e il buon criterio istintivo d'ogni porzione onesta ed illuminata del popolo.

A noi non sa male la istituzione di due parlamenti, ed anzi la reputiamo utilissima; perchè, come dice uno scrittore italiano, «Innovare è mutare, e il mutamento solo non è progresso: adunque, si fa necessaria la identità e permanenza allato alla mutazione; e però necessaria si fa la scienza del conservare..... Ma rado è che coloro i quali sanno ben conservare sappiano altresì innovare; ed, e converso, rado è che gl'ingegni novatori e inventori sappiano e vogliano serbare e modificare l'antico. Ma pur bisogna alla umana società le due sorti d'intelletti e di spiriti insieme contemperare, affine che la conservazione non diventi superstiziosa, nè l'innovazione o falsa o immatura o malefica.»[9]Ora, tale contemperanza ritrova la repubblica con la istituzione appunto di due consessi legislativi. Nè ciò è nuovo de' nostri tempi, o è dottrina inglese e francese, ma scaturisce, come vedesi, dall'indole universale e dalle condizioni perpetue del convivere umano. Ma perchè tali due consessi riescano al fine loro, uopo è che in ciascuno risieda una forza propria morale. Ciò posto, quel parlamento che è tutto e solo ordinato ed eletto dal re, sembra investito di pochissima autorità negli occhi del popolo, dacchè all'ultimo non è il principe ma sibbene i ministri che scelgono e chiamano a quella dignità ed ufficio: quindi se ne forma un consesso affatto ministeriale, che non vien creduto e non è, nel fatto, indipendente abbastanza. Ma noi ci rifaremo tra breve a parlare di questo subbietto.

Nell'ordine e costruzione delle pubbliche guarentigie, la milizia cittadina fa giusto riscontro alla libertà della stampa, e sono ambedue le maggiori e più salde colonne del vasto edificio. Per vero dire, la miliziaComunalepromessa dal regio decreto degli 8, non sembra poter rispondere pienamente agli alti concetti di malleveria e di franchigia che sogliono presedere alla istituzione e all'ordinamento della Guardia Nazionale. Stando alle condizioni presenti del Regno Sardo,neppure uno dei capi di bottega e di fondaco entrerebbe nelle righe della Milizia Cittadina, essendo ch'essi non pagano censo alcuno diretto; e posto eziandio che in processo di tempi sia deliberato che il paghino, rimarrebbesi esclusa dal corpo di quella Milizia tutta la immensa moltitudine degli operai; e ciò non crediamo nè provvido nè molto legittimo. La legge non dee nè può senza ingiuria porre quelli affatto in disparte, ma sì li debbe esentare dall'obbligo; conciossiachè il costringerli loro malgrado ad interrompere di quando in quando il lavoro onde traggono di continuo la sussistenza, sarebbe eccessiva gravezza.

Da ultimo, nel vedere copiata a lettera la disposizione dell'ordinamento francese la quale serba al Sovrano la facoltà di inabilitare o sciogliere la Milizia Cittadina nei luoghi dove crederà opportuno, ci è corso all'animo il desiderio che tal potestà fosse accompagnata dall'altro savio temperamento della legge francese, la quale assegna al Governo un termine certo di tempo entro a cui debbono que' corpi disciolti di Milizia Cittadina venire rifatti e riordinati.

Tutto ciò abbiamo notato per iscrupolo quasi di pubblicista, e per recare qualche utile alle rimanenti deliberazioni. È legge dell'umana natura desiderare il bene, e questo conseguito, desiderar l'ottimo ed il perfetto.

(DallaLega Italiana.)

10 febbrajo 1848.

Io non istarò a numerare tutti i gran beni che recheranno all'Italia i casi e le condizioni nuove di Napoli e di Palermo. Pure dirò qualcosa a rispetto d'un particolar vantaggio che debbe uscirne per la comune difesa.

Di tutte le Provincie italiane, Napoli è la meglio fornita di marineria da guerra, massime in bastimenti a vapore. Questi, la maggior parte, sono ottimamente costrutti, benissimo corredati, e nelle varie fazioni che occorrono benissimoesercitati. Purtroppo, fino ad ora tale esercizio ha proceduto da molto trista cagione; perchè il Governo napolitano, più che d'ogni altro mezzo, valevasi dei legni a vapore per estinguere rapidamente quelle prime fiamme di sollevazione che scoppiavano qua e là in Sicilia e nel Regno. Ma Dio tragge il bene dal male, e ciò che gli uomini ciechi propongono a un fine, Egli dispone ad un altro. E così quelle navi che furono per tanti anni sgomento dei popoli e mezzo validissimo di oppressione e di servitù, diverranno da quindi innanzi buona difesa d'Italia, e a que' degni capitani che le comandano sarà cessato il sommo cordoglio di spargere l'arte e i sudori per ribadire i ceppi de' lor fratelli. Dico diverranno buona difesa d'Italia, perchè supposto libero il mare, è incredibile in tempo di guerra quale e quanto profitto possa ritrarsi da una buona squadra di legni a vapore, massime in un paese configurato come l'Italia. E di vero, quella squadra adoperata e diretta con accorgimento e opportunità, tiene sempre forniti di armi, di provvigioni, di uomini e d'ogni altra cosa acconcia alla guerra, le fortezze e i luoghi muniti lungo le coste; ed a peggio andare, imbarca e salva le guarnigioni e le artiglierie: e tutto ciò con somma agevolezza e prestezza.

Ma da una squadra copiosa e bene ordinata di legni a vapore si cava in guerra quest'altra specie più notabile di utilità, che consiste a condurre improvvisamente molte migliaja d'uomini e di cavalli e moltissime artiglierie in qualunque punto si voglia, e farli giungere inaspettati ad offendere o il fianco o le spalle dell'inimico: le quali fazioni eseguite spesso e con senno, e validamente ajutate dai popoli in mezzo de' quali succedono, soglion recare, col tempo, danni maggiori e men riparabili d'una o due battaglie perdute.

Tutto questo bene (se Dio ci ajuti) riceverà la difesa d'Italia dalla marineria da guerra napolitana. Ma perchè ciò succeda, conviene che Napoli e la Sardegna non solo si dichiarino amiche, ma senza dimora alcuna strettamente si colleghino; e il patto che le confederi non sia solo d'interessi economici, ma di militari e politici. Chè anzi, a dir vero, nella pratica degli affari di Stato, più malagevole assai delle altre riesce la Legaeconomica. Per fermo, a volersi due o più popoli stringere e collegare politicamente, basta che i grandi e universali interessi loro sieno nella sostanza i medesimi: ma per la lega doganale, come la chiamano, ricercasi, a poterla subito porre in atto, non solo la professione delle stesse dottrine, ma una parità sì perfetta, ovvero una equivalenza e una reciprocazione sì ben bilanciata nelle condizioni economiche dei paesi collegati, che non è agevole di trovare ed è difficile assai di comporre: senza dire del danno e offesa che recasi inevitabilmente a molte industrie private, alle quali bisogna pure per equità dar soccorso e provvedimento.

A noi non si fa lecito di nascondere più lungo tempo il vivo rincrescimento e la grave e continua preoccupazione che ci cagiona il vedere i Governi nostri così dubbiosi e lenti a promovere fra essi una politica confederazione. Il tardare e il titubare su ciò, sembra troppo pericoloso; e non sappiamo indovinare quel che si aspetti, massimamente dopo i casi e le mutazioni del Governo napolitano. L'Austria stessa non può ragionevolmente dolersi d'una confederazione ordinata con puro carattere difensivo, e richiesta dalla crescente e visibile fratellanza dei popoli. L'Austria, negli editti che manda fuori per interdire l'entrata alle gazzette dell'Italia media, dà titolo di anarchia allo stato nuovo di cose. L'Austria fa ripulsa intera e minaccevole alle domande legali dei popoli del Regno Lombardo-Veneto, e con ciò si discioglie e distacca viemaggiormente dagli Stati della Penisola, e dalle massime e dai principj che li governano. L'Austria ingrossa sì fattamente sul Po le sue truppe, e moltiplica i suoi apparecchi per guisa, che l'Inghilterra medesima ha stimato debito di ricercarla del perchè. L'Austria, interpretando a suo modo i trattati, tentò, mesi sono, d'insignorirsi affatto della città di Ferrara; e sotto colore or di buona vicinanza e amicizia, or di crescere pompa ad un funerale, introduce l'armi sue in Modena e in Parma. Che più? Ciò che al presente succede in Napoli ed in Piemonte, e fra breve succederà nell'altre provincie italiane, eccetto la Lombardia, non fu nel 1820 dannato e colpito dagli anatemi dell'Austria? o le possono forse mancar pretesti e sofismi per pareggiare affatto l'untempo con l'altro, e implicarli ambidue in una medesima riprovazione? E dopo tanto, non sarà lecito ai nostri Principi di collegarsi per mera difesa propria, e congiungere e ordinare in comune tutte le forze, in quel modo che le menti e gli animi di tutti i popoli loro sono congiunti? Noi ripetiamo con l'ossequio e modestia che ci compete, ma sì ancora con l'istanza e sollecitudine di buoni e veri Italiani, che il collegarsi i Principi nostri politicamente, e con fermo e tenace patto, entra oggidì fra le più manifeste e le più calzanti esigenze della salute d'Italia.

(DallaLega Italiana.)

10 febbrajo 1848.

A noi non è facile significare quanto ci gode il cuore di veder chiamato all'ufficio di ministro dell'Interno il cavalier Bozelli, uomo insigne di virtù e di scienza, stato maggiore delle sventure, serbatosi puro ed integro nella povertà, nell'esilio e nella prigionia, e alla libertà e salute d'Italia invariabilmente devoto. Ma oltre a ciò, noi godiamo di tal promozione, perchè ci è sicura caparra che quasi tutto il ministero nuovo napolitano dovrà mutare fra breve. Il cavalier Bozelli non può avere per lungo tempo a colleghi il duca di Serra Capriola, il principe di Cassero e il generale Garsia; tre nomi che non dànno alcuna sufficiente malleveria del loro zelo vivo e sincero per la libertà e per la causa del popolo. Quanto più si vuole intera e perfetta la inviolabilità del monarca e divertere dal suo capo le imputazioni d'ogni mal operato, tanto fa bisogno sicurezza maggiore ed anzi certezza piena dell'animo libero, generoso ed energico dei ministri. Chi ha patteggiato con gli oppressori, e servito o lontano o d'appresso un Governo che ha fatto arrossire l'Italia intera in faccia al mondo civile, non può, non dee sedere nel consiglio del Re. Fratelli Napolitani, sovvengavi spesso il disastro del 1821.

(DallaLega Italiana.)

14 febbrajo 1848.

Noi, sotto questa rubrica, intendiamo d'intrattenere i lettori nell'esame e speculazione di quegli alti problemi sociali e politici, la cui soluzione sembra più specialmente commessa al Genio Italiano ora ridestato: e così compiremo, se l'ingegno e la fatica ci basti, quello che si annunzia nel nostro Programma; l'idea e il disegno, cioè, dell'edificio nuovo civile, a cui tutti i buoni pongono mano. Che se ciò non vien praticato dalla più parte de' giornali politici forestieri, si voglia considerare che l'Inghilterra e la Francia non sono al presente, o non credono essere, in via di profonda trasformazione; e le leggi che si discutono nei lor parlamenti entrano molto di rado nel novero di quelle che si domandano organiche, e sono fondamentali e costitutive. Per lo contrario, chiunque andrà un poco sfogliando i giornali francesi dettati in sul cadere del secolo scorso, vedrà con quanto compiacimento e abbondanza discorrevano e disputavano le teoriche di alta filosofia civile. Ma oltre a ciò, noi non iscorgiamo ragion sufficiente per imitare in ogni qualunque cosa le effemeridi oltramontane. E di più aggiungiamo, che tuttavolta che occorre a quei fogli di entrare ad esaminare i principj (il che avviene pur di frequente), la povertà e incertezza di lor cognizioni si fa manifesta ai meno avveduti. Per la ragione stessa, le massime direttive che nelle questioni cotidiane s'aggirano come spiriti ed elementi vitali di tutto il corpo della scienza politica, sono accolte ed asseverate il più del tempo e dalla più gente alla cieca e per forza di uso. Onde poi interviene che molti e gravissimi errori son mantenuti e perpetuati: e ne porge esempio l'Economia pubblica, intorno alla quale ognun si ricorda il ripetere che hanno fatto i giornali francesi, per tanti anni e con sicurtà e intrepidezza compiuta, abbagli sperticati e falsissimi ragionamenti.

Ma come ciò sia, noi vorremmo nell'animo de' lettori trasfondere parte del convincimento nostro intero e ben radicato; il quale è, che il risvegliamento d'Italia non può nonriuscire principio di cose grandi e novissime nella vita sociale del mondo; e che però le fa d'uopo una matura sapienza civile, la qual consiste precipuamente nella cognizione profonda dell'umana natura, e nell'esperienza trita e copiosa dei fatti, purgata e universalizzata al lume delle prime cagioni.

Posto che tale credenza risieda altresì nell'animo della pluralità de' lettori, noi non temiamo con queste nostre dottrine e teoriche di lor parere gente infusa di pedanteria e con indosso la zimarra accademica. Dacchè gli è impossibile a chicchessia di persuadersi che l'idea non debba antecedere al fatto, e che la repubblica umana possa rassomigliare e imitare quella delle api, ove lo istinto insegna misteriosamente ogni cosa.

(DallaLega Italiana.)

16 febbrajo 1848.

Re Ferdinando ha, il 10 febbrajo,risoluto di proclamare, ed ha proclamato irrevocabilmenteil Patto Costituzionale del Regno delle Due Sicilie.

Temerario sarebbe il portar giudicio formale e definitivo su tanta opera, nella strettezza del tempo in cui siamo. Ciò non ostante, a noi giova di subito dichiarare que' primi concetti che al leggere la nuova Carta Napolitana sonosi affacciati alla nostra mente. Laddove per dar sentenza il cuore entra a parte col raziocinio, i primi pensieri s'appongono forse alla verità meglio che i successivi. E il cuore, innanzi a tutto, ci dice essere la Costituzione del Regno nel suo tutto insieme lodevolissima ed assai liberale, e in parecchie materie entrare innanzi a quella di Francia.

Sotto la rubrica delleDisposizioni Generali, nell'articolo 9, si assicurano al Regno le franchigie comunitative e l'elezione libera dei reggitori del Municipio; e non si assegnaa tali diritti altro limite, salvo quello di dover lo Stato vigilare la conservazione del patrimonio comune.

Nell'articolo 29 della stessa rubrica, il secreto delle lettere vien dichiarato inviolabile. Lode a Dio! L'Italia potrà vantarsi di aver pòrto al mondo civile questo esempio salutare di riconoscere come colpa di Stato l'apertura delle lettere d'ovunque vengano, da chiunque scritte. Tanto tempo ha dovuto tardare questo natural diritto dell'uomo a trovare suo luogo nella legge fondamentale degli ordinamenti politici!

Nel capitolo III, che risguarda in peculiar modo la Camera dei Deputati, le due grandi questioni da più anni agitate in seno dei parlamenti francesi sono risolute in favore della libertà. Nel Regno, il solo censo non darà titolo di elettore nè di eleggibile, ma eziandio i pregi dell'intelletto. Nel secondo, terzo e quarto paragrafo dell'articolo 56, si statuisce che i socj ordinarj dell'Accademia Borbonica e dell'altre regie Accademie, e i cattedranti titolari nella R. Università degli studj e ne' pubblici Licei autorizzati da legge, ed all'ultimo i professori laureati della R. Università degli studj in qualsia specie e maniera di scienze, di lettere e di arti belle, sono tutti elettori. E sono poi eleggibili, conforme si determina nel paragrafo 2 dell'articolo stesso, tutti coloro che hanno seggio nelle tre R. Accademie della Società Borbonica, i cattedranti titolari della R. Università, e in genere i socj ordinarj delle altre R. Accademie.

L'altra conquista di libertà viene sancita dagli articoli 58 e 59 del predetto capitolo. Si decreta nel primo, che sono elettori e sono eleggibili tutti i pubblici magistrati e ufficiali, purchéinamovibili; e nel secondo, che gl'Intendenti, i Sotto-intendenti e i segretarj generali d'Intendenza praticanti gli ufficj loro, mai non potranno essere nè elettori nè eleggibili.

Il censo che debbe investire altrui del diritto di eleggere ovvero di essere eletto, verrà più tardi definito e fermato da quella legge che porrà norma e governo a tutti i particolari delle elezioni. Ma noi, così dalle liberali disposizioni dei paragrafi citati, come dalla fiducia che abbiamo grandissima nel libero animo di chi intenderà a compilar quella legge,non dubitiamo che il censo prescritto a condizione primaria ed universale sarà tenue quanto si possa.

Al Re appartiene la più splendida prerogativa de' Principi, il diritto cioè di far grazia. Ma non potrà, ciò non ostante, valersi di tale nobile sua spettanza inverso i ministri condannati, se non per domanda espressa di una delle due Camere legislative. Allarisponsabilitàdei ministri, affine di bene determinarla, e quando occorre, metterla in atto, provvederà una legge speciale. Ognun sa che tal subbietto non è fuori di controversia in verun paese costituzionale; e stringerlo tutto dentro una legge assai chiara e assai praticabile, è faccenda malagevole ed implicata.

Queste a noi sono comparse le parti della Costituzione e più nuove e migliori, costituendo paragone fra essa e la Carta francese, la quale il legislatore napolitano ha scelto a solo modello suo. Ci spiace che non gli abbia gradito di seguitarla in più cose di gran rilievo, e segnatamente in ciò che spetta alla religione. Possibile, che nella contrada ove più volte il popolo insorse per non aver sul collo il funesto e miserando giogo della Inquisizione, si voglia ora decretare una intolleranza compiuta inverso di tutti i culti? Speriamo che il tempo farà sentire al Monarca piissimo, nessuna cosa discordar tanto dallo spirito del Vangelo, quanto la intolleranza, pigli ella qualunque colore, armisi di qualunque ragione. Trista cosa è altresì vedere le leggi di reprimento supplite dalla censura per ogni scritto che s'attiene a religiose materie.

Le categorie prescritte alla scelta dei Pari, sembrano troppo anguste, e da riempiere l'alta Camera di uomini soverchio attempati.

Una grave omissione da non potersi tacere, si è senza dubbio la istituzione dei giurati negletta. Comportisi per la giustizia ordinaria; ma per gli abusi di stampa, noi reputiamo fermissimamente, che dove i giurati non danno sentenza, gli scrittori non hanno guarentigia vera e proporzionata, e i pericoli dell'ufficio loro sono troppi ed esorbitanti. A rispetto della stampa, la massima che può e dee governarla equamente è sol questa: la stampa è organo dell'opinione; la sola opinione può giudicarla.

(DallaLega Italiana.)

16 febbrajo 1848.

Non v'è Lega e Confederazione durevole al mondo, che non si compia e non si mantenga con una Dieta. Perchè, unendosi e stringendosi i popoli per lungo tempo, crescono gl'interessi e i negozj comuni, a tutti i quali volendo dar sesto con mutua soddisfazione, occorre adunarsi a certi tempi e discutere. Pertanto, la Confederazione Italiana avrà essa pure una Dieta; e se i Principi nostri vorranno affrettarsi ad assecondare il voto unanime delle provincie confederande, saviamente faranno a mostrare all'Europa la volontà ferma in cui sono di collegarsi, principiando dall'istituire una Dieta. Nessun pronunziato di dritto pubblico, nessun articolo di trattato può loro interdirlo; e intanto l'impressione che in tutte le menti e in tutti gli animi recherebbe un tal fatto, appena si può immaginare. Ma perchè dalla parte de' nostri popoli quella impressione viva e profonda perseverasse, e la Dieta si mantenesse forte e autorevole, ognun comprende che in lei non dovrebbero congregarsi solamente i ministri plenipotenziarj di ciascun governo della Lega.

Qual paese in Europa era meglio disposto della Germania a entrare in istretta confederazione? Certo nessuno. Benchè spartita e quasi direi sminuzzata in numerosissimi Stati e feudi, pure il nome soltanto e la dignità quasi inerme dell'imperatore l'avea per secoli tenuta in certa unità, ed apparecchiata a ricevere un modo e una forma più salda e più permanente di vita comune. A tutte quelle mutazioni e divisioni intestine che avea cagionato la guerra terribile dei trent'anni, e poi l'ambizione della casa di Brandeburgo e il declinare continuo dell'autorità dell'impero, ponea rimedio e compenso il rinnovamento dello spirito antico alemanno; il quale, dalla metà del secolo scorso, invase prima le cattedre e le accademie, quindi comparve nella politica, ed ebbe suggello dal sangue abbondantemente versato nei campi di Lipsia. Di tutto quell'ardor nazionale fu erede e signora la nuova Dieta di Francoforte, e niuna cosaparea doverle tornare difficile per istringere in un sol volere e in un sol patto di fratellanza la gran famiglia germanica. Ma tanto bene mancò affatto per questa cagione, che nella Dieta di Francoforte, oltre al prevalere sfacciatamente i forti sui deboli, fu rimossa eziandio qualunque rappresentanza diretta dei popoli. Da ciò avvenne che a poco a poco i ministri dei Principi non ebbero altra cura nè altro proposito se non di allargare le regie prerogative, e combattere di concerto il desiderio di libertà che in ogni parte ripullulava.

Simili errori non commetterà del certo la Dieta Italiana, perchè ai Principi nostri la libertà non fa più spavento, ed ei si pregiano di regnare col suffragio sincero e continuo dell'opinione. Oltrechè, una Dieta Italiana, come delibera a nome delle provincie collegate, così dee volerle rappresentare nel vero essere loro; e come in esse la legislatura è spartita fra il re e i mandatarj del popolo, similmente la legislatura della Dieta dee procedere da ambedue quelle fonti di autorità. Del modo parleremo altra volta un po' più alla distesa, essendo materia non pur di molta ma di suprema importanza. Deh! affretti il giorno fortunatissimo, che in Roma e nelle stanze del Campidoglio salutino tutti i figliuoli d'Italia la prima Dieta della Nazione. Trenta secoli sono corsi per preparare e maturare quel giorno.

(DallaLega Italiana.)

18 febbrajo 1848.

Napoli e il Piemonte si son risoluti. Avremo, in sostanza, la Carta Francese con parecchie modificazioni, e non tutte saranno ammende e perfezionamenti. In Toscana, ove il sentire italiano è più antico, se non più profondo, si voleva fare schermo e difesa da tanta invasione straniera. Ma il torrente trascina tutti, e i giornali di colà cominciano a chiedere essi medesimi una Costituzione sull'andare della francese. Nè laragione che adducono è certo da riprovare, conciossiachè essi pensano doversi in Italia provvedere sopra ogni cosa alla uniformità delle istituzioni. Ma per Dio, facciasi punto una volta; e per tutto ciò che rimane ancora ad edificare, vogliasi avere in mente l'indole nostra, la nostra storia, le tradizioni, i costumi, le circostanze speciali. Mai questo Giornale non si stancherà di ciò ripetere a quegl'Italiani che ora s'adoperano a riformare ed a ricomporre la vita politica della Nazione. Noi copiamo modelli i quali non sono essi medesimi veri esemplari, ma imitazioni in gran parte, e talvolta racconciature e mosaici. Meno male, se di que' modelli fosse lunghissima la durata, compiuta l'esperienza, sicura la prova, l'effetto bellissimo e fortunato. E per fermo, in Inghilterra, ove tutte queste cose in gran parte si avverano nella sua vecchia costituzione, ben si comprende la tenacità di coloro i quali non ne vorrebbero cambiare un jota. Ma l'Inghilterra è ammirabile più che imitabile; e per potere senza pericolo traslatare nel continente le sue istituzioni, occorre anzi tutto coglierne la ragione profonda ed universale, e scordarsi affatto le forme speciali che vestono, e sì il valore che assumono dalle rispondenze e armonie loro col tutto. Noi dubitiamo forte, che ciò abbiano saputo far sempre i Francesi, de' quali ci siamo resi fedelissimi copiatori. Ma come ciò sia, gli è certo, noi ripetiamo, che più di una delle istituzioni moderne francesi non hanno per sè nè la prova del tempo, nè quella degli ottimi risultamenti, nè infine l'alta ragione speculativa.

Quando Luigi XVIII costituì la Camera Alta, fu da questo pensiero condotto, che in Francia la democrazia traboccava d'ogni parte, con troppo rischio e danno del trono e delle istituzioni monarchiche. Sperò farle argine creando una nobiltà non più cortigiana e feudale, ma essenzialmente civile e politica. Quindi imitò al meglio la Camera dei Lordi Inglesi; e come in costoro è l'eredità e la ricchezza, dètte a' suoi Pari l'eredità e gli emolumenti. Nei Lordi Inglesi è un diritto di giudicatura rimasto loro molto naturalmente dalle antiche prerogative feudali. Luigi XVIII, senza badar più che tanto alle differenze de' tempi e de' luoghi, attribuì a' suoi Pari, a un dipresso, quel diritto medesimo. In Inghilterra ogni cosaha dell'inopinabile e del singolare; e inopinabile e singolarissima cosa si è di vedere, che un'aristocrazia superba e d'origine affatto feudale abbia investito la Corona della facoltà di chiamare di quando in quando alcuni privati a sedere nel Parlamento dei nobili, per sola virtù e a titolo solo di pregi individuali. E questo pure imitò Luigi XVIII. Ma in Inghilterra i ministri, posti a rincontro d'un Ordine così potente per grado, ricchezza, clientela e opinione, mai non abusano (e già nol potrebbero) del diritto di creare nuovi Lordi. In Francia, per lo contrario, non v'ha ministero quasi, che in ciò non trasmodi, perchè gli mancano sufficienti ritegni e abituale prudenza.

Sopravvenne la rivoluzione del 30. Quell'aristocrazia così un po' svecchiata e tenuta su coi puntelli, subito andò in dileguo, e con essa perdè la Camera Alta il suo carattere d'indipendenza: per restituirle il quale, e accrescerle considerazione e valor morale appresso le moltitudini, bisognava qualche partito reciso; come sarebbe stato che la Corona scegliesse i Pari sulle terne offertegli da qualche Corpo elettivo; ovvero, che tutti i primi ufficiali e magistrati del regno e altre somme dignità fossero Pari di proprio e natural giure, e come un ultimo premio e una civica corona che lo Stato lor serba, senza dover mendicare suffragi nè dal principe nè dal popolo. Ma nè queste nè altre combinazioni cercaronsi, e niuna legge fu vinta e nemmanco proposta per moderare e ristringere l'uso del diritto d'illimitata nominazione. Restò poi nei Pari, come per addietro, la facoltà giudiciaria; e appresso un popolo amicissimo dell'uguaglianza civile perfetta, e avverso ed intollerante d'ogni forma e guisa di trattare i giudicj la qual sembri uscire dell'imparzialità e ponga eccezione alla legge comune, mantennesi un tribunale separatissimo dalla giustizia ordinaria, e cui manca tuttora una legge scritta circa al suo modo determinato e speciale d'intavolare e condurre i processi che à ufficio d'imprendere.

A noi sembra, dopo ciò, che si convenisse andar più a rilento nell'imitare simili cose; le quali, come vedemmo, sono copie rimpastate e ricomposte all'infretta, e come davano i casi.

Ma v'à di più: della Costituzione inglese medesima,la parte ancor meno ferma e meno vitale è, del sicuro, la Camera dei Signori. E per vero, lasciando stare l'alta questione dei majoraschi e il diritto legislativo trasfuso da padre in figliuolo, questo è certo al presente, che la Camera dei Comuni, fornita com'è in guisa tutta particolare e propria della facoltà di ricusare le imposte, e fatta indipendente e sincera dall'ultimobilldi riforma, prevale oltre misura sulla Camera aristocratica, e l'equilibrio fra esse due non è più che una mostra ed una apparenza. Ciò prova che in tutta Europa il modo di costituir bene una Camera Alta, e dotarla quanto bisogna d'indipendenza e di morale efficacia, è problema non risoluto; e potea forse recare un profitto non lieve a tutta la civiltà il prendere tempo per consultare l'ingegno degl'Italiani. Ma noi riveriamo ora la legge quale ci viene promulgata e largita; e solo preghiamo novellamente tutti coloro che intendono a sviluppare e perfezionare i nuovi istituti, a credere meno alla sapienza straniera, e alquanto di più al naturale criterio e alle fortunate ispirazioni del Genio Italiano.

25 febbrajo 1848.

A noi non cadde in mente giammai di sperare che le nuove Costituzioni italiane fossero differentissime dalle forestiere, e sapevamo assai bene che di necessità in molte cose doveano entrambi rassomigliarsi. Neppure ci corse in pensiere di confondere insieme e artatamente unificare gl'istituti comunitativi coi politici e universali. Ciò che desiderammo con fede, fu solo che il senno italiano avesse agio di meditare e dare sentenza, non potendo alcuno pronunziare con sicurezza, che non ne sarebbe uscita veruna soluzione giudiziosa ed inaspettata dei proposti problemi.

Ad ogni modo, ora il fatto è consumato, e convien solo badare che presto sorgendo desiderio e necessità di mutarlo, la cosa si adempia per vie pacifiche e con certo ordine prestabilito. Di ciò ha mosso parola il nostro Giornale di lunedì, e prosiegue oggi a discorrerne come di argomento gravissimo, e forse prossimo all'applicazione. Veramente, a noi recheràsempre gran maraviglia la trascuranza dei moderni in tale subbietto, parendoci che tra l'esigenze prime e imperiose della vita odierna civile stia il ben provvedere alle innovazioni maggiori e insieme non evitabili, le quali uscendo da ogni termine ordinario, hanno bisogno di straordinarie disposizioni: e però gli statuti fondamentali debbono essi stessi aprire a quelle il cammino, e farle giungere al termine con mezzi legali e proporzionati all'intento. Che tal pensiere non fosse negli antichi legislatori, non è da stupire; conciossiachè nella più parte di loro stava la ferma credenza di poter fondare un edificio immutabile; e quando il tempo consumava o alterava sostanzialmente una forma di repubblica e di governo, o solevano accusarne la inemendabile caducità e corruzione delle faccende umane, o procacciavano, per solo rimedio, di ritirarle, come Macchiavello insegna, verso i loro principj.

Ma pei moderni non va così; sapendosi oggi da ogni ordinatore di leggi, che ne' corpi sociali umani è una vita profonda, la qual bisogna o che sempre si svolga e trasmuti, o che si vizii e perisca. Quindi, ad essi occorre di operar sempre due cose. La prima, di comporre intellettualmente una rappresentazione e un prototipo della perfezione sociale; l'altra, di considerar bene nell'uomo quel che è mutabile e trasformabile, e quello che no. Nella prima, il divario appunto da Platone ai moderni è questo, che la repubblica di Platone è un archetipo assoluto ed immobile; dove quello degli Statisti moderni, se vuol rispondere ai fatti e servire alle applicazioni, debbe uscir sempre di quiete, e procedere senza mai fermarsi inver l'assoluto d'ogni eccellenza. L'altra cosa da operare (che è il ben discernere dentro l'uomo, e però nella comunanza umana, ciò che muta e ciò che perdura) dee menare il legislatore a ben distinguere altresì negli istituti e ne' codici la parte fondamentale e perpetua, da quella che di mano in mano si va alterando, e che può peranche bisognare di larghissime correzioni ed innovazioni.

Da ciò segue, che il dare, come si usa negli odierni Statuti, ai due Parlamenti facoltà e arbitrio di abrogare certune leggi e produrne delle nuove, non basta; perchè quelle leggi non valgono ad abolire alcun difetto essenziale che si scoprissenei fondamenti medesimi del sociale edificio. Nè questo, d'altra parte, si dee correggere con tumulto e violenza, ma con que' mezzi estraordinarj, e non però illegali e disordinati, che la sapienza stessa legislatrice ha definiti e previsti.

Pur l'Inghilterra, solenne maestra al mondo civile del saper rispettare la legge e porre l'ordine allato alla politica agitazione, ha rischiato, or fa quindici anni, di soggiacere a sanguinosi sconvolgimenti, non trovando ne' suoi istituti alcun modo legale e prestabilito di mutare affatto la forma della sua Camera dei Comuni. Nè il partito fu vinto nel Parlamento dei Lordi per le vie ordinarie, ma per la minaccia continua delle moltitudini di rompere e ammutinarsi, e correre ad ardere gli antichi castelli, e devastare i tenimenti, e forse ucciderne i possessori.

Provvedano, dunque, i nostri legislatori perchè in Italia non si corra un simigliante pericolo; il quale tanto riuscirebbe più grave appo noi, quanto ai nostri Statuti manca il venerando suggello dell'antichità. E perchè appunto non sia impossibile a questo suggello di segnare a grado a grado le leggi e le istituzioni umane, e farle spettabili e come sacre agli occhi di tutti, conviene fin da principio saper piegare quelle leggi e quelle istituzioni a ricevere la novità in modo avvisato e premeditato. In tal guisa, ed unicamente in tal guisa, potrannosi conciliare i profitti e i risultamenti dell'innovazione e della conservazione, e le leggi saranno sempre e antichissime e modernissime. Nè certo si può deplorare abbastanza quell'abito e facilità che ànno molte nostre popolazioni di poco pregiare la legge e (potendo) di eluderla; come, per lo contrario, non si dà fondamento migliore alla perfezione civile, che il grande ossequio e la somma osservanza inverso la legge. Ma perchè questa giunga ad infondere dentro gli animi tanta e sì salutevole riverenza, occorre non già che permanga immutabile (la qual cosa non si può fare), ma bene ch'ella sia inviolabile, e nessuna forza e nessun arbitrio la manometta: ad ottenere il qual fine (noi replichiamo), ricercasi che tutte le novità, eziandio sostanziali e fondamentali, emanino dalla legge medesima.

L'antichità procacciava di mantenerla inviolabile circondandoladi religione, e convertendo gli umani decreti in divini pronunciati. Questo significarono, per mio giudizio, i portentosi natali dei prischi legislatori, e Temide fatta generare direttamente da Giove, e gli arcani colloquj di Numa con la ninfa Egeria, e la scienza del giure romano data a custodire al collegio dei pontefici. Nel medio evo, poi, appresso molti popoli la legge serbavasi immobile per virtù di consuetudine e forza di autorità, e per certa timidità nel cercare il meglio e poca speranza di ritrovarlo. Oggi, di tutto ciò non sussiste quasi vestigio. La legge non può altrimenti rimaner venerabile, salvo che consonando con la ragione, che è legge suprema, e veramente assoluta e immutabile. La consuetudine o fu rotta o non basta, e forse anche è sospetta allo spirito indagatore del secolo. Progredire si vuole a ogni costo, e correggere e perfezionare si spera con fiducia e coraggio; e dove i modi usati e regolari fanno difetto, o presto o tardi si abbracciano i disusati ed irregolari. A rimovere quest'ultimo danno e pericolo, il rimedio debb'essere suggerito sempre dalla Costituzione medesima; e tutte quelle in cui non si legge, non dubitiamo di chiamare incompiute.

A noi par, dunque, che i nuovi Statuti italiani provvederanno sapientemente all'indole e all'esigenze universali dei tempi, e molto più alle condizioni singolarissime dell'Era grande che tutti iniziamo nella nostra comune Patria, se verranno determinando a quali lunghi intervalli, da che forma di consessi, con quante prove e dibattimenti, a che numero di suffragi potrà discutersi e vincersi una proposta la quale intenda o di mutare o di aggiugnere alcuna cosa di momento alla legge fondamentale. A breve andare, noi saremo imitati da tutta Europa.

(DallaLega Italiana.)


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