NOSTRO PAREREINTORNO ALLE COSE ITALIANE.I.
Qualora con occhio diligente si osservino le condizioni dello Stato lombardo, del toscano, del pontificio e del piemontese, vedesi aperto che in ciascuno di essi malamente si potrebbe tentare con mano armata l'acquisto della libertà. Il regno lombardo à i forestieri poderosi sul collo, e la Toscana è picciola e inerme; alle provincie romane mancheria il tempo per gli apparecchi delle difese; e il simile convien pensare altresì del Piemonte, alla cui città capitale possono venir sopra i Tedeschi con due marciate. Genova e la Liguria sono, è vero, muniti dai monti e dal mare, e nudrono popolazioni assai vigorose e pugnaci: ma i castelli che à sopra capo quella città, e possono in poche ore guastarla, debbonla suo malgrado far paurosa a tentare un'aperta sollevazione.
Invece, se da queste provincie italiane si volta lo sguardo alle Due Sicilie e si pon mente alle peculiari lor condizioni, sembra di doverne dedurre conclusione assai differente.
Quivi le lunghe distanze e la gagliardia che subito acquista il commovimento d'un vasto reame porgono agio e modo per ordinarsi a respingere lo straniero: quivi poco meno che otto milioni di cittadini abbondanti d'arme, di danaro e di vettovaglie: quivi, sopratutto, un suolo che pare da natura appostatamente configurato alle guerresche difese; il perchè un nostro buon cittadino lo assomigliò, con gran convenienza, ad una fortezza esposta all'assalto degl'inimici nella sola sua fronte, e questa, bene fortificata e non larga, e avente dietro di sè muraglie, fosse e bastioni a più ordini, eda ultimo una vasta e inespugnabile cittadella, che è l'isola di Sicilia.
Per queste cose, allorchè i forestieri ci chiedono quale cagione prepotente e continua interdice all'Italia meridionale d'insorgere, noi non sappiamo trovare le scuse nè molto spedite nè molto legittime.
La Santa Alleanza è disciolta: le massime e le pratiche di libertà vannosi radicando in Francia, in Belgio, nella Svizzera e nella Spagna. In Inghilterra, l'autorità e la forza sono passate pressochè interamente nella Camera dei comuni. La stessa Germania alle forme costituzionali si lega e si stringe più saldamente ogni giorno. In tale disposizione d'Europa, non è dubbio nessuno che il generale e compiuto insorgere delle provincie napolitane, e supposto ch'elle si mostrassero ferme ed abili a sostenere i primi urti delle schiere tedesche, raccoglierebbe meglio che i voti e le propensioni della Francia; imperocchè i medesimi affezionati a Luigi-Filippo ed al reggimento de' suoi ministri sentono, quasi per atto d'istinto, che alla monarchia nuova degli Orléans, per vivere riposata e sicura, fa bisogno di avere amicizia e conformità di principj e di ordini con le nazioni circonvicine. Lasciando stare che il progresso delle opinioni verso un andamento più liberale della politica esterna sembra in Francia divenire tanto più certo, quanto la fiacchezza dei governi assoluti rendesi più manifesta. Degl'Inglesi poi si può dire che mai sotto il governo dei Wighs non sopporterebbono di vedere le truppe austriache sbarcare in copia e padroneggiare nella Sicilia.
Ma l'Austria medesima, quanto à meno di potenza e di predominio che nel 1821!
Fuori, le manca la lega dei re, i congressi di Lubiana e di Verona, la facile prevalenza dei principj del reggimento assoluto: dentro, à la paura d'ogni mutazione e d'ogni riforma, à l'Ungheria e la Transilvania in bollore, la Galizia conspirante, la Boemia scontenta, e le popolazioni scismatichesecretamente devote alla Russia. Aggiungi il tesoro esausto, le rendite insufficienti, un imperatore idiota, un ministro vicino a decrepitezza. Aggiungi le gravi apprensioni sugli affari d'Oriente, e i progressi del moscovita lungo il mar Nero e intorno al Danubio. Da ultimo, aggiungi il desiderio di libertà e d'indipendenza, molto più propagato e vivo in tutte le parti della nostra penisola. Quindi intervenire pericolo grave che a un primo scontro d'armi per gl'imperiali non fortunato, veggasi tutta l'Italia avvampare di tanto più sdegno e furore, quanto le umiliazioni sue ed i patimenti e le sofferenze sono state lunghe e crudeli.[1]
Ora, se tutte insieme queste prospere congiunture non bastano a persuadere agl'Italiani del mezzogiorno una generale sollevazione per redimersi in libertà, forza è concludere, o che quivi le opinioni liberali procedano ancora assai lente, e dimorino in soli quegli ordini del consorzio civile che quanto abbondano di agi e di buona istruzione, altrettanto si peritano di affrontare pericoli estremi; ovvero che la memoria delle passate sventure tenga tutti gli animi impauriti ed incerti. Nell'un caso e nell'altro noi affermiamo che il sano partito a cui debbonsi oggi appigliare ostinatamente e con fede i generosi e i dabbene, si è di darsi ciascuno a rialzare intorno di sè gli spiriti soverchiamente abbattuti, e a stenebrare le menti del popolo con lunga e paziente opera. Questo, diciamo, è da farsi con gran pertinacia, con gran solerzia, con grandissima alacrità; e non commettere la scempiezza e la codardia insieme o di aspettare oziando e bamboleggiando che i Francesi scendano giù dalle Alpi per rompere le nostre catene, o che la fortuna intessa con le sue mani e componga noi non sappiamo bene che sorta di avvenimentistraordinarj, onde un bel giorno ci ritroviamo, quasi per atto di negromanzia, divenuti liberi ed indipendenti.
Noi sentiamo rispondere da parecchi, che per verità ei non aspettano nè l'uno nè l'altro di tali prodigi, ma sì spiano quel momento desiderato in cui le forze tedesche occupate e distratte fuori d'Italia non potranno resistere se non debolmente assai alla rivoluzione italiana.
Contro a siffatto ragionamento noi obbiettiamo, che visti e considerati per bene i casi politici odierni, e raffrontate insieme le condizioni diverse degli Stati d'Europa, niun avvenimento sappiam noi prevedere di quella natura e di quella efficacia che si spera e attende da cotestoro. A simile giudicio noi siamo indotti malgrado nostro dalla virtù prepotente della verità, e non badando ch'ei possa riuscire amaro a moltissimi: imperocchè la salute d'Italia non pensiamo che sia per sorgere mai dalle lusinghe e dai sogni del corrivo desiderio e della troppo accesa immaginazione.
Le cagioni più gagliarde che ci ànno mossi a formare cotal giudicio sono le infrascritte:
Tre avvenimenti crediamo noi che sia lecito di prevedere come capaci di distrarre e occupare fuori d'Italia le forze tedesche: una guerra fra i potentati d'Europa; una rivoluzione nuova in Francia; una sedizione grave e durevole in alcune parti dell'impero austriaco. Noi del primo affermiamo potersi ben dare alcune guerre parziali fra i potentati inferiori e alcune dimostrazioni ostili fra i superiori represse tostochè cominciate; ma una guerra generale europea non mai; principalmente, perchè tutte le corone ne tremano come di certa ruina loro: e se lo Czar non ci vede pericolo molto vicino per la propria dominazione, ei non possiede la metà dell'ardire che gli bisogna per rompere la prima lancia e strascinar seco a forza i paurosi alleati. Oltrechè, la rabbia rintuzzata ma inestinguibile della Polonia, la piaga inciprignita della schiavitù in casa, il tesoro insufficiente e mal custodito, le triste prove fatte, or son pochi anni, a Varna, aSilistria, a Ostrolenga; e più, la certezza di perdere le nuove sue flotte e veder disertate dall'Inghilterra le sue marine, terranlo indubitatamente a segno. E si osservi quante occasioni prossime e vive di guerra sono sopravvenute in questi ultimi anni, che poi si conducevano al niente. Noti ciascuno eziandio come nei casi dell'Oriente, gravissimi, precipitosi e di suprema importanza, gli sdegni, le minacce e le offese si risolvono d'ambo i lati in vane mostre e parole. Debbesi egli tenere per vicina e probabile una guerra europea, quando si pensa che l'Inghilterra è tuttavia travagliata nelle proprie sue viscere da un conflitto incessante tra le nuove franchigie e i vecchi privilegi, dall'esorbitanza del suo debito pubblico, dai repentini turbamenti e sbilanci delle sue industrie; e più d'ogni cosa, dallo stato inquieto e miserevole dell'Irlanda, inverso la quale non giova ormai nè la liberalità nè la forza; la prima insufficiente a placare, e la seconda a reprimere? Che diremo poi dell'Austria e della Prussia? Nessuno ignora che gli accorgimenti e le arti famose di Metternich consistono tutte nel rimuovere a suo potere le cagioni e le occasioni d'ogni qualunque novità, e segnatamente della guerra; conoscendo egli assai bene, che al primo cozzo gagliardo fra i re d'Europa, l'impero austriaco n'anderebbe in pezzi. Quanto è alla Prussia, basti il considerare le sue inquietezze sempre crescenti per le provincie renane vogliose di libertà, e pel ducato di Posen; e la povertà delle sue finanze, che durano a mala pena a mantenere l'esercito, quantunque trasformato tutto in Landver; istituzione, che se risparmia moneta, nuoce al nerbo ed alla perizia militare.
In fine, si voglia por mente che le guerre (massime una così generale e rischiosa) neppur ne' paesi retti a governo assoluto si risolvono e s'imprendono oggi contra il volere dei popoli: e questi, rivolti come sono al presente alle prosperità materiali e a moltiplicare le officine e i commerci, non si curano punto di guerre intraprese in nome di alcuni principj speculativi o d'interessi poco visibili agli occhi loro, siccome sarebbe quello della bilancia politica fra i potentati, o l'altro di raffermare il diritto delle monarchie assolute, allequali suolsi prestare ancora obbedienza, ma non amore nè devozione.
Non taceremo che alcuni argomentano che appunto per questo scemare di forza e di autorità delle monarchie assolute, e per questo prevedere che fanno i principi la caduta poco lontana di lor dittatura, ei debbono consentire animosamente a scendere in campo, e riguadagnare ad un tratto colla vittoria quello che perdono a grado a grado in seno della pace.
Tal ragionamento (a nostro giudizio) non prova più che una cosa, cioè a dire che ai principi non rimane oggimai partito buono e sicuro da scegliere. Da una parte, con la guerra, il rischio estremo d'una ruina immediata e compiuta; dall'altra, con la pace, un perire assai lento ma certo e finale. Ora, non vi è dubbio nessuno che la tempra umana ordinaria com'è pusillanime e fiacca, così appigliasi sempre al partito che lascia tempo e lusinghe in mezzo, dà luogo ai maneggi, alle transazioni, agli accomodamenti, e non esige lo sforzo e il coraggio d'azioni impetuose e piene d'audacia.
Del secondo supposto, cioè che una rivoluzione nuova succeda in Francia, noi affermiamo similmente che niuna buona ragione la dimostra vicina e probabile; intendendo, come si dee, sotto nome di rivoluzione non già un moto popolare in fra pochi dì represso e infrenato assai facilmente, e qual può dirsi con poca alterazione del vero essere stato quello del 1830; ma una scossa profonda e durevole che si propaghi all'Europa tutta, rechi molte e sostanziali novità nell'ordine delle cose, e ponga la Francia alle prese coi suoi nemici.
E per fermo, le vere rivoluzioni sono provocate ogni sempre da gravi e pressanti necessità: ma di queste noi non sappiamo scorgerne alcuna in Francia a' giorni che corrono. Il desiderio di forma migliore politica non basta a un sì grande effetto; imperocchè nè un tal desiderio riesce molto efficace e vivo presso d'un popolo converso tutto ai piaceri e ai guadagni, nè dopo assai delusioni e le tante prove ed innovazioniche à praticate, ei conserva grande e robusta fede alle promesse e alle speranze del meglio. Oltreciò, sentendosi egli pieno di forza e arbitro effettivamente della propria fortuna, non estima dover entrare in incerte rivoluzioni per conseguire riforme e perfezionamenti, ai quali pensa che giungerà senza fallo, e in modo piano e spedito, il giorno ch'ei sieno desiderati e voluti con fermezza e vigore dalla generalità. Da ultimo, ei non sa persuadersi che una o più sollevazioni sanguinose e violente varrebbero a disgroppare il nodo di que' nuovi problemi sociali, la cui risoluzione appar tenebrosa e lontana così ai filosofi come al volgo.
Ben è vero che iproletarje soffrono e si dolgono tuttavia della scarsa provvidenza delle leggi in verso di loro. Verissimo ch'ei sono numerosi e maneschi, e quei di Parigi e di Lione arditi sopra ogni credere e sprezzatori della morte: ma con tutto ciò, qual potere effettivo risiede in loro e quale capacità di operare con unione e perseveranza, bisognevoli come sono del lavoro quotidiano, sprovveduti di capi e di ordinamento, senza disciplina e governo, senza disegno e fine determinato? Gran porzione poi d'essi pressente quasi per istintivo giudicio, e in parte eziandio per le cose vedute e sofferte, che una rivolta operata dalle sole lor braccia o non reggerebbe contro le forze unite e ordinate delle classi più ricche e civili, o verrebbe senza profitto loro maneggiata e usurpata dai demagoghi, o infine non recherebbe rimedio a quei mali di cui si querelano, e le cui triste radici pajono penetrare e occultarsi nell'ultimo fondo dell'umana natura e nelle condizioni essenziali del viver sociale. Il fatto è poi, che la storia delle nazioni non ci porge esempio notabile alcuno d'una sollevazione di plebe che senza l'ajuto efficace e spontaneo delle classi civili abbia proseguito prosperamente e riuscito al fine proposto. Potrà, pertanto, la porzione men sofferente e più baldanzosa de'proletarjfrancesi consumare rivolte gravi e piene di sangue, ma non mai una rivoluzione profonda e durevole.
Rimane che si supponga qualche gran rivoltura in alcuno degli Stati imperiali, come la Boemia, la Galizia, l'Ungheria e la Transilvania. Ora, noi diciamo che tali provincie ajutano di già non mediocremente l'Italia con la inquietezza e l'acuta esacerbazione che le tormenta; perchè costringono l'Austria a mantenere per tutto considerevoli corpi d'esercito, e scemano ciascun giorno il profitto ch'indi potrebbe ritrarsi pel comun bene dell'impero. Ma credere che pur durante la pace europea, esse abbiano forza e audacia d'insorgere e di sostenere guerra aperta contro esso impero, è giudicio precipitato e vano. Il malumore de' Boemi non à peranche nè intensione bastevole, nè omogeneità di opinioni e di sentimenti. La Galizia non può in disparte dall'altre provincie polacche osare di sollevarsi; e l'Ungheria è frenata dalla disunione, che in lei perpetuano le differenze di razze e di lingue, le gare fra i due ordini di nobiltà, e il giogo, difficilissimo a scuotere in Austria, della militare disciplina.
Ci vien notizia che molti fra gli Italiani attendono con certezza d'animo mutazioni e sconvolgimenti tragrandi alla morte di Luigi-Filippo. Però, se le cose qui innanzi discorse si appongono al vero, ognuno s'avvede quanto una simile aspettazione dia nell'errore: imperocchè elle dimostrano molto chiaro lo stato presente d'Europa non tanto dipendere dalla abilità e scaltrezza di Luigi-Filippo, quanto dalla necessità dei fatti per parte dei potentati, e dalla natura delle opinioni e degli interessi per parte della Francia.
In ultimo luogo, non taceremo neppur di taluni i quali, nonostante le infelici prove della spedizione di Savoja, ripongono ancora molta speranza nei tentamenti dei rifuggiti, e aspettano l'adempimento di non sappiam bene quale sbarco armato sulle coste d'Italia. Ora, a chi ben considera la sostanza delle cose e la pratica dei negozj, dee parer manifesto che poche novelle e romanzi tornerebbono così difficili ad attuarsi, come è difficile di avverare questo bel sogno dellosbarco dei rifuggiti armati; e l'averci fede e aspettarlo come principio desiderato e solenne della libertà italica, è, al creder nostro, soverchia semplicità: la quale poi non sarebbe in alcuno se la storia antica italiana venisse meglio studiata dai nostri giovani; imperocchè ei vi leggerebbero quante volte ne' secoli addietro le vane speranze e i vani disegni degli sbanditi ànno nociuto a quelli di dentro, e come lo stato del loro animo radamente li rendeva capaci di riconoscere e confessare la verità che lor dispiaceva sopra misura.
Debbono adunque gli Italiani, per tutto il fin qui ragionato, rimanere persuasi e risoluti compiutamente di questo; cioè che lor bisogna o reputare incerto e remoto assai il giorno dell'affrancamento della patria comune, o non attendere congiunture molto migliori delle presenti per dar mano all'opera. Della quale necessità non solamente noi non ci sgomentiamo, ma invece ringraziamone Dio; imperocchè siamo in questa ferma credenza, l'Italia non poter risorgere mai daddovvero, se non fidando nel proprio valore e cimentandosi animosamente con lo straniero. Le macchie antiche e recenti che oscurano l'onor nostro, non potranno cancellarsi altramente mai, che tra le armi e col sangue: tra le armi e col sangue avrem battesimo di nazione: tra le armi ritempreremo l'animo, alzeremo l'ingegno, purgheremo gli affetti e i costumi. Il genio di Dante e l'ardire di Masaniello, i prodigj della lega lombarda e il disperato resistere delle Calabrie, lo splendore di Roma, la libertà di Firenze, le armate Veneziane, i tesori Genovesi, ogni gloria passata, ogni grandezza caduta lascerà trovare di sè fra le armi e le battaglie alcuna semenza vivace e feconda, e tutte largamente inaffiate dal nostro sangue rifioriranno.
Base d'ogni prosperità civile è il sentimento del proprio valore e della propria dignità: vita delle nazioni è la gloria, e salda difesa loro è la potenza che spiegano e la suggezione che incutono. Se lo scoramento e la diffidenza stanno oggidì fra le ragioni precipue del nostro servire, giammai non neusciremo che per effetto de' lor contrarj. Che sarebbe la libertà regalataci dallo straniero, salvo che apparenze, vacillamento ed umiliazione? e i doni e gli ajuti della fortuna che diverrebbono, se noi non siamo per ajutare noi stessi gagliardamente? E ben ci sovvenga che più d'una volta in questa prima parte di secolo la fortuna ci arrise e porse alle nostre mani tutta quanta la chioma, e noi non sapemmo afferrarla.
Io proseguirò pertanto a discorrere alcune cose intorno all'Italia, ponendo a capo di tutte questo vero importante e solenne, ch'ella non possa e non debba fidare eccetto che nelle forze proprie e nella propria energia. E facendomi dal supposto che si voglia dar mano all'opera dell'affrancamento senza aspettare congiunture molto migliori, come quelle che non sono per accadere, dico che se il moto della libertà dee procedere tutto da noi e con proposito fermo di affrontare lo straniero il quale intenda reprimerlo, non pertanto noi dobbiam concordarlo e in certa guisa proporzionarlo con lo stato generale d'Europa. Però coloro i quali consigliano d'incominciare la rivoluzione italiana proclamando altamentela repubblica una ed indivisibile, domandano agli Italiani servi, divisi ed infemminiti da tre secoli d'ozio e scoraggiati da tante sventure, ciò che l'Inghilterra e la Francia non osano anche di porre in fatto. E si pensi che contro la Francia, forse i re perderebbono ardire in quel mentre stesso che i popoli l'ajuterebbono tentando sollevazioni. Contro l'Italia, il più timido dei monarchi prenderà cuore, e i popoli non confidenti guarderanno da lungi, aspettando l'esito. Noi avremo in sulle braccia tutte mai le armi e lo sforzo delle corone d'Europa, le quali temperate o dispotiche verranno in subito accordo e amicizia per estinguere il primo incendio repubblicano. Dietro gli eserciti poi staranno i macchinamenti, l'oro, le seduzioni, i terrori, tutto ciò che la paura e la collera dei monarchi saprà inventare di più efficace e di più pernicioso.
Ma instanno i tribuni nostri, dicendo che il proclamarela repubblica trascina inverso di noi le plebi, le quali d'ogni consorzio civile sono la parte più numerosa, più gagliarda e più generosamente devota al bene. Gridando la repubblica, ogni mezzana via è chiusa: la rivoluzione procede di necessità con modi energici ed assoluti: non può retrocedere, non può transigere. Propagasi a tutti gli animi una scossa viva e profonda, e attevole a suscitare in essi ogni facoltà, e produrvi quella esuberante pienezza di coraggio, di attività e di ardimento, che all'Italia abbisogna per cacciare d'ogni provincia sua e per sempre il Tedesco. Atterra la bandiera repubblicana, e tu cadi issofatto nelle antiche fallacie, nelle tradigioni de' principi, nelle trame dei cortigiani, in quelle concessioni dissimulate e in quelle mostre di libertà che addormentano gl'intelletti e il progresso vero ritardano. — Cotesti, a ridurli alla loro sostanza, sono i ragionamenti che si ripetono ciascuno dì da parecchi Italiani, in cui quanto abbonda l'ingegno e lo zelo, altrettanto fallisce il giudicio ed il senso pratico. Nè si vuol negare da noi, che alcuni aspetti chiari e vantaggiosi appariscono nel partito che essi propongono, come alcuni svantaggiosi ed oscuri in quello che propongono gli amici nostri. Ma nelle faccende politiche niente è netto e assoluto, e sempre si à per miglior consiglio quello che dà luogo a sconvenienze minori ed è più praticabile. Molti svantaggi, poi, che sembrano andar di conserva col tenore dei fatti e il metodo di operare che noi commendiamo, possono venire scansati assai di leggieri, come si prova qui appresso.
Tre cose si ricercano per accertare l'esito buono della rivoluzione italiana. 1º Ministri che mallevino con la vita propria della fedeltà loro inverso la causa comune. 2º Lo stato-maggiore dell'esercito rimaneggiato e rifatto compiutamente. 3º Il popolo tutto quanto infiammato a salvare la libertà, sì per nobile affetto e sì per computo d'interesse.
Perchè si ottenga il primo, vuolsi domandare e pretendere dai nuovi capi dimostrazioni ed opere tali che, vinta la rivoluzione, serrino loro ogni via di scampo e di perdonanza.Di più, bisogna che essi capi così cimentati, pigliando la volta loro, inducano i parlamenti e i capitani dell'esercito a fare opere e dimostrazioni altrettali; sicchè nessuno di loro possa retrocedere d'una spanna.
Il rifacimento dello stato-maggiore dell'esercito richiede negli ufficiali a ciò deputati viva e straordinaria energia e risoluzione. E intorno a questa materia (come importantissima in supremo grado) verrà in luce fra breve uno scritto assai meditato e molto savio e proficuo, dettato da un egregio Napoletano conoscentissimo di tali cose.
Per infiammare e interessare l'animo dei popolani inverso la racquistata libertà, sono molte le vie; tra le quali preferiamo di accennar queste. Sminuire quanto è possibile il più le imposte e i dazj che gravano sulle infime classi: riconoscere e guarentire ogni franchigia municipale, con intervento e suffragio del popolo intero nella scelta dei magistrati, e conrendicontoal popolo stesso di tutti i ministeri ed uffici loro. Manifestare in parole ed in opere, che la prima e maggiore sollecitudine del reggimento nuovo sia inverso le genti minute, le quali riescono da pertutto numerosissime e povere: accrescere ed ajutare con instancabile zelo gl'istituti caritativi: decretare scuole, ricoveri ed officine, ove i braccianti e gli operai di qualunque ragione trovino per continuo istruzione e lavoro. De' pubblici uffici e delle dignità investire persone specchiate e giuste, ossequiose della religione e affettuose inverso la plebe. Adoperare ogni diligenza per amicarsi la parte meno ambiziosa e più frequente del clero, quella per appunto ch'esce dal popolo minuto e con esso popolo vive; il che domanda dal lato nostro integrità di costumi, religiosità di sentimenti, osservanza del culto. Ecco maniere, al nostro giudicio, migliori e più certe di quelle proposte dai nostri passionati affine di scuotere validamente le moltitudini, sventare gli intrighi dei cortigiani e i tradimenti dei re. Del resto, noi dichiariamo di non parteggiare in alcuna maniera per le opinioni repulsive e troppo assolute, e di credere che le questioni di repubblica e di monarchia, di unità e di confederazione, sieno, per rispetto all'Italia, sommesse più assai che altrove a mille varie congiunture di tempi e di circostanze.Sopra ogni cosa desideriamo la indipendenza, come il fondamento primo e saldo della riedificazione italiana; noi domandiamo eziandio l'unione morale, come il mezzo primo efficiente che all'acquisto dell'indipendenza ne può condurre.
Tutte le forme, pertanto, di governo politico che a tali due fini sembreranno menar l'Italia con maggiore sicurezza e facilità, verranno da noi e acclamate e obbedite, fossero pure il dispotismo di un re, la prepotenza di un capitano, la teocrazia di un pontefice.
Ma se il numero degli Italiani ardenti e risoluti a menar le mani è scarso tuttavia, e sperperato di modo da fare impossibile un degno e ragionevole tentamento d'aperta sollevazione, rimane, come dicemmo più sopra, a tutti i buoni e generosi il debito di rinfrancare a poco a poco gli spiriti fiacchi e allibbiti, e di portar luce e calore in mezzo alle moltitudini fredde ed intenebrate; impresa lunga e paziente, piena di fatiche, d'industrie, d'accorgimenti e d'annegazione; ma certa e maravigliosa altresì negli effetti suoi, qualora si voglia e sappia condurre tale azione incivilitrice su quella parte principalmente dell'umana comunanza in cui risiedono la vera forza e il vero coraggio, e in cui ciascun radicato e nobile convincimento è semenza di fatti strepitosi ed eroici; noi vogliam dire il popolo. E così non si fossero scialacquati e dispersi già molti anni in sole cospirazioni e congiure, senza attendere a coltivare con assidua fatica la mente e l'animo delle classi inferiori, chè forse il risorgimento morale e politico della nostra patria infelice sarebbe ora assai bene apparecchiato, e porgerebbe buona caparra di riuscita.
Per norma, dunque, di cotesta lenta e difficile preparazione degli animi alla indipendenza e alla libertà, egli ci par bene di ristampare qui presso alcuni pratici Documenti, scritti e pubblicati non lungo tempo addietro, ed ora ampliati notabilmente e corretti dall'autor loro: con tali indicazioni e consigli, appropriati in ispecial modo all'educazione del popol minuto, noi compiamo la esposizione del nostro parere intorno alle condizioni presenti d'Italia.